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Forma & Sostanza

Dopo essersi sorbito un certo numero di lai furibondi sulle lacune son et lumière del debutto di Aninha (una volta o l’altra vi racconterò), P. mi scrive così:

Senza troppi preamboli, ti dirò che non capisco il perché delle tue apprensioni per il mancato funzionamento degli effetti speciali. Capisco che, dopo aver lavorato alacremente agli effetti luce, al sonoro, e a tutti i dettagli che di sicuro rendono perfetta la rappresentazione, tu possa contemplare l’omicidio di vari tecnici. Però, gli applausi finali dovrebbero semmai darti ulteriore conferma che le tue opere hanno già molta sostanza, al punto che la forma, pur non inessenziale, può anche passare in secondo piano, purchè non si tratti di far recitare degli energumeni dotati solo dell’uso del dialetto etilico. Se le luci e il sonoro funzionassero alla perfezione, ma i tuoi lavori avessero poco da dire, il pubblico avrebbe probabilmente l’impressione di assistere ai fuochi della sagra, non credi?

Ebbene, sì e no.

Ormai è assodato che mi faccio venire attacchi di convulsioni con relativa e innecessaria facilità – ed è risaputo che della mancanza o imperfezione dei particolari del disegno luci in trentasei pagine il pubblico non si accorgerà mai. Quindi P. è ben lungi dall’avere tutti i torti.

On the other hand, però, non amo molto la teoria secondo cui la sostanza è tutto quel che conta, o almeno quel che conta di più, per la semplice ragione che in fatto di teatro, come di scrittura e di arte in genere, la forma è sostanza. Che cos’è l’arte se non espressione formale della sostanza? Metaesempio: tutti – o quanto meno molti – hanno la vaga impressione che la sostanza (nella vita reale) importi più della forma*. Però c’è voluto Shakespeare per dire che una rosa con un’altro nome profumerebbe allo stesso modo. E nel dirlo si contraddice, perché a rendere pressoché immortale la sua idea di forma/sostanza è proprio la forma. Ma in realtà, al di là degli aerei nonnulla che faceva sussurrare al suo adolescente innamorato, lo zio Will sapeva benissimo che, se si chiamasse acido tetrafenilcloridrico, la rosa conserverebbe forse lo stesso profumo, ma non troverebbe molta gente disposta ad annusarla per accertarsene…

In un romanzo, un racconto, un articolo o una poesia, ciò significa che stile e contenuto devono fondersi per stampare un’unica impronta nella mente del lettore. “Dice belle cose ma è scritto male”, oppure “E’ scritto divinamente ma non è che dica granché” sono due insegne di scrittura parimenti così così.

In teatro, alla buona scrittura devono aggiungersi la buona recitazione, la buona regia, le buone luci, le buone scene, i buoni costumi, le buone musiche e il Something-something creato dal felice combinarsi di tutti questi elementi. Se ne manca anche solo uno, il risultato resterà sempre così così. Non intendo imperfetto – l’imperfezione è un’altro mantello dell’arte – ma proprio leggermente mediocre. Lacking in quality. Dilettantesco. Un tantino naufragato sugli scogli che stanno tra intenzione e realizzazione dell’intenzione stessa.

Come dicevasi più sopra, ciò si applica anche a tutte le forme di scrittura – seppure in modo meno spinoso, perché il romanziere, il poeta e l’articolista hanno molto più controllo sulla loro forma di quanta il playwright possa mai sperare di averne sulla forma del risultato finito, che deve combinare le sue intenzioni e competenze con le intenzioni e competenze di un sacco di altra gente.

Il principio però rimane lo stesso: in qualsiasi disciplina, la più solida e profonda delle sostanze non è una scusante per le lacune della forma. E a dire il vero, cercare questo genere di scusanti cessa di sembrare una buona idea non appena si considera che curare la forma è il modo più efficace per affinare l’espressione della sostanza.

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* Francamente non sono molto d’accordo nemmeno per quanto riguarda la vita reale, ma questo è un altro post.

Faccende Da Echidna: Sei Parole Al Giorno…

hemingway,six words story every day,scrittura creativaNon è che levino il medico di torno, ma la faccenda è carina e volevo segnalarvela.

Dunque, avrete sentito parlare della celebre storia in sei parole di Hemingway:

For sale. Baby shoes. Never worn.*

Per pochino che Hemingway mi piaccia, di fronte a uno scrittore capace di condensare una tragedia famigliare in un annuncio economico mi levo il proverbiale cappello. Se è tutto vero**, niente da dire.

E naturalmente queste altre bizzarre creature – gli scrittori – non possono resistere alla sfida di un feat del genere, non più di quanto un echidna possa resistere al formaggio. Non è acrobazia gratuita: è l’appetito primigenio per qualcosa di difficile da fare e dannatamente efficace quando riesce bene. Quindi non è una sorpresa che periodicamente compaiano (più nel mondo anglosassone che qui, a dire il vero) concorsi letterari con lo stretto limite delle sei parole.

Questo che vi propongo, Six Words Story Every Day, è diverso dal consueto perché implica anche una certa quantità di lavoro grafico: la storia non va solo scritta, ma anche presentata visivamente prima di essere inserita nella gallery del sito. In realtà vedrete che per lo più si tratta di immagini molto semplici – e se dobbiamo dire il vero anche molte delle “storie” non sono storie affatte. Non lo sono perché…

Hm, no: ripensandoci non ve lo dico. Vediamo se siete stati attenti: secondo voi che cos’è che distingue la storia di Hemingway dalla maggior parte delle non-storie che ci sono nella gallery di SWSED? E, seconda domanda: per quanto mi riguarda, non so resistere a questo genere di formaggio. Prima o poi ci provo. E voi? Vi punge vaghezza di cimentarvi a vostra volta? Se lo fate, sappiatemi dire, volete?

Buon appetito, echidna.

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* Vendesi scarpe bambino. Mai usate. Faccio notare che il mio istinto sarebbe di dire “vendonsi” – e che la mia traduzione di parole ne conta cinque.

** In realtà potrebbe essere una leggenda – specie con il corollario che EH considerasse questa faccenda il suo miglior lavoro.

Feb 22, 2011 - scrittura    No Comments

“Show, Don’t Tell” Ai Tempi Dei Ciliegi

Non dirmi che la luna splende; mostrami la luce che brilla sulle schegge di vetro.”

E questo, contrariamente alle apparenze, non era qualche guru americano del Creative Writing, ma (rullo di tamburi)… Anton Checov. Quel Checov: Giardino dei Ciliegi, Zio Vanja e tutto quanto.

Checov scriveva drammi, e quindi sapeva benissimo che a teatro lo spettatore non ha altro accesso ai personaggi se non le battute e i gesti degli attori: solo quello che si vede, solo quello che è mostrato. La sua intuizione è che questo si applichi anche alla scrittura non teatrale, che là dove “la luna splende” è blandamente generico, le schegge di vetro che brillano nella luce siano un’immagine vivida, che il lettore non dimenticherà. O che “Piotr Ilic era furibondo” sia molto meno efficace di “Piotr Ilic afferrò il fascio di spartiti e lo sbatté sul pianoforte chiuso.”

Dal che si evincono già due principi:

a) Specifico è meglio;

b) E’ inutile dilungarsi in lunghi passaggi descrittivi quando si può ottenere un effetto migliore con pochi dettagli ben scelti.

C’è chi sostiene che la voce narrante più efficace sia la Terza Persona Oggettiva che, come una telecamera, non sa che cosa passa per la testa dei personaggi e può solo mostrare le loro reazioni (verbali e non verbali) a dati stimoli.

Se la TPO sia davvero la forma di narrazione più efficace è materia di dibattito, ma di sicuro ha due pregi.

In primo luogo, è realistica. La signora seduta di fronte a noi sul tram, con gli occhi lucidi e il fazzoletto in mano, potrebbe essere triste, arrabbiata oppure allergica ai pollini: non lo sapremo fino a che non ce lo dirà oppure fino a quando non farà qualcosa, come starnutire, oppure dare un sospirone tremulo, oppure strappare il bottone della borsa mentre tenta di chiuderla. Diciamocelo: congetture a parte, la nostra percezione del prossimo è in Terza Persona Oggettiva.

In secondo luogo, benché sia alla lunga piuttosto noiosa da scrivere, è un ottimo strumento quando si vuole essere certi di mostrare e non dire. Se togliessi pensieri, monologo interiore e interventi del narratore in genere, si capirebbe ancora che Piotr Ilic è furibondo, senza bisogno di dirlo in as many words? Se la risposta è no, allora sarà il caso di sbattere qualche altro spartito e, magari, fracassare un calamaio.

Così poi ho anche le schegge di vetro, metti mai che sorga la luna…

Feb 19, 2011 - scrittura    No Comments

What If…

Non ricordo se vi ho già parlato di IdeasForWriters, il sito di Dave Haslett. Uno dei motivi per cui mi piace, sono i What Ifs che arrivano periodicamente per posta elettronica se ci si iscrive alla newsletter. Internet è piena di posti in cui si trovano writing prompts: provate a inserire le due parolette in un motore di ricerca, e vi ritroverete inondati.

Quelli di Dave si distinguono dalla media, perché non si limitano a suggerire qualche fumosa idea di partenza, ma forniscono un conflitto vero e proprio, completo di aspetto singolare – e al tempo stesso lasciano tutte le porte aperte. Ve ne traduco alcuni, e vedrete che cosa intendo.

Che succederebbe se…

1. …non riuscissi a farti licenziare, per quanto ci provassi?
2. …fossi disposto a tutto pur di vendere?
3. …fossi compiaciuto di avere perso?
4. …il funerale fosse stato cancellato?
5. …non riuscissi a distinguere un suono dall’altro?

Voglio dire: un licenziamento è un conflitto, ma voler essere licenziati e non riuscirci a nessun costo è un conflitto fuori dalla norma. E perché ci si vorrebbe far licenziare? E, ancora più interessante, perché non ci si dovrebbe riuscire? Avere perso implica una situazione di conflitto, ma esserne compiaciuti cambia un bel po’ le cose… si è perso apposta (dopo essersi impegnati per perdere) o si è scoperto che, dopo tutto, è meglio così?

E via dicendo. Non sono solo vaghi suggerimenti: sono storie in nuce – proprio quello che i prompts dovrebbero fare.
 

La Regola Del Curry

Leggevo un articolo su Writer’s Digest, tempo fa – tanto tempo fa che non ricordo più l’autore… Si parlava di dialogo, e si suggeriva di usare con misura le “meraviglie”. Per meraviglie intendendosi quella risposta perfetta e brillantissima, o quell’espressione favolosa, o quella battuta al vetriolo che caratterizzano tanto bene un personaggio. “Non più di una volta o due in un libro,” diceva l’innominato articolista, e ricordo di avere storto la bocca. Una volta o due? In tutto un libro? Che esagerazione!

Poi mi succede di leggere un volume (non il primo, per motivi vari) di una serie di gialli storici inglesi. Tutto è perfetto: ricostruzione storica da leccarsi i baffi, personaggi che balzano fuori dalla pagina, dialoghi brillanti, e se l’intreccio giallo scivola un po’ in secondo piano, fa lo stesso, tanto è buono il resto. Parlo dei misteri di Sir Robert Carey, di P.F. Chisholm, non tradotti in Italiano, ahimé, ma che valgono bene qualche sforzo per leggerli in originale – anzi, ho tanto idea che tradotti perderebbero parte del loro fascino… Perché il fascino in questione poggia largamente sulle incomprensioni culturali tra il granitico, lugubre, cinico e al tempo stesso ingenuo Sergente Dodd, strappato di mala voglia alla sua guarnigione sul turbolento confine con la Scozia, e i Londinesi di ogni estrazione sociale, dal Ciambellano della Regina ai monelli Cockney.

E’ una delizia assoluta seguire Dodd mentre si aggira perplesso e sospettoso per questa enorme, caotica e incomprensibile Londra, borbottando tra sé con l’accento quasi-scozzese del Berwickshire… A un certo punto, incontrando il giovane Shakespeare, Dodd commenta tra sé che è disposto “tae throw him a lot farther than he could trust him.”

Questo è uno di quei coloriti, meravigliosamente espressivi e un po’ nonsense modi idiomatici inglesi, e significa che Dodd non si fida di Shakespeare neanche un po’.

Il modo idiomatico originale (I can throw him farther than I can trust him*, oppure I’d trust him as far as I can throw him, oppure anche I wouldn’t trust him farther than I can throw him – vedete l’accesa discussione in proposito su questo forum), fa perno sulla difficoltà di scaraventare molto lontano un altro adulto, e su un altro modo idiomatico: “how far do you trust him?”, traducibile come “quanto di fidi di lui?”

Ecco, a questa domanda, a proposito di Shakespeare, Dodd risponderebbe “Not as far as I can throw him,” e – benché in tutta probabilità si tratti di un anacronismo – l’effetto è irresistibile. O almento, lo è stato la prima volta che me lo sono trovato davanti, perché era così inatteso e al tempo stesso così perfetto per il personaggio, e così adatto alla situazione… La seconda volta, pensato di nuovo da Dodd a proposito di altra gente, è suonato già meno naturale, perché è un modo idiomatico talmente inconsueto che la ripetizione si fa notare – e di conseguenza, quando noto la scrittura, sono trascinata fuori dalla storia.

Una terza volta non c’è – perché P.F. Chisholm conosce il suo mestiere e non si lascia trascinare dall’entusiasmo, ma sono certa che, se ci fosse stata, sarebbe stata irritante.

E dunque, chi l’avrebbe mai creduto, si direbbe che l’articolista di WD avesse ragione: anche per le particolarità del dialogo, vale la Regola del Curry. Più è piccante, meno se ne deve usare – o finirà per coprire tutti gli altri sapori.

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* Probabilmente sto esagerando, ma mi chiedo se non ci sia anche un gioco di parole tra trust e thrust, che, tra le altre cose, è un sinonimo di throw… Ad ogni modo, non riesco a individuare fonti attendibili sull’origine dell’espressione. Qualcuno sostiene che non possa avere più di cent’anni – ma sta talmente bene in bocca a Dodd che sono disposta a considerare il suo uso uno di quei rari casi di anacronismo perdonabile.

Gen 25, 2011 - scrittura    No Comments

Corso Di Scrittura Narrativa A Nogara (VR)

CORSO DI SCRITTURA NARRATIVA.JPGSono davvero felice di annunciare il mio nuovo corso di scrittura, organizzato dall’associazione LOGiCA presso la biblioteca di Palazzo Maggi a Nogara (VR).

Da febbraio ad aprile, dieci incontri alla scoperta dei meccanismi, degli elementi, delle tecniche – una specie di giro dietro le quinte della scrittura di una storia, con uno spirito decisamente hands-on.

Non ci limiteremo a vedere come funziona: proveremo a costruire trame, a caratterizzare personaggi, a creare atmosfere,  a giocare col linguaggio, a raccontare attraverso il dialogo, il punto di vista e l’azione… esploreremo e sperimenteremo la pratica del mestiere – quella che serve per dare forma all’ispirazione.

Non vedo l’ora!

Le iscrizioni sono aperte fino al 31 gennaio, e i dettagli e i contatti si trovano qui.

Ott 20, 2010 - scrittura, televisione    No Comments

Sul Potere Terapeutico della Fiction Italiana

Ho cercato di fare finta di niente per qualche giorno ma – come avrei anche potuto aspettarmi – non funziona: non so se sia influenza propriamente detta, ma di sicuro è un raffreddore maiuscolo.

Questa settimana, tra tutte quelle possibili… groan.

Il risultato è che, sentendomi per la maggior parte del tempo la testa imbottita di cotone idrofilo, biglie di vetro e prosciutto cotto, I’m not up to much, e va a finire che guardo più televisione del consueto.

E’ così che mi sono imbattuta in un episodio di La Ladra, con Veronica Pivetti. Premetto che a me la signora Pivetti è molto simpatica, ma il minimo che si possa dire è che non deve avere un gran discernimento in fatto di copioni… Una rapida ricerca rivela soltanto che la fiction è stata “ideata” da Dido Castelli e Giovanna Gra – e non è chiaro se siano responsabili anche della scrittura materiale. Se lo sono, buona fortuna.

Spiego: la ladra eponima è Eva Marsiglia (er… sì), ristoratrice e, nella puntata che ho visto, più riparatrice di torti che grassatrice. Un bel dì al ristorante capita una fanciulla insidiata dal pur sposatissimo datore di lavoro via ignobile ricatto: se non cedi ti licenzio, e visto che il tuo candido marito è appena rimasto senza lavoro… Eva/Veronica, con un terzetto d’improbabili amiche, parte alla riscossa con un piano che contempla un soggiorno sotto falso nome nell’albergo del Malvagio, pastiglie di viagra tagliate alla cipolla (cui il malvagio è allergicissimo) e una falsa squadra medica di pronto intervento. Naturalmente, prima della fine, il Malvagio ha firmato inconsapevolmente un contratto a tempo indeterminato per l’ignara fanciulla, la cui virtù è salva insieme al posto di lavoro, e tutti vivono felici e contenti.

Tranne la sospensione dell’incredulità dello spettatore, perché persino attraverso l’intontimento da raffreddore ho notato una trama piena di buchi delle dimensioni della Lombardia. Nessuno s’insospettisce delle false dottoresse? Nessuno controlla l’identità del falso soprano bulgaro nella stanza accanto? Nessuno nota che il viagra corretto è stato comprato nella farmacia di una delle protagoniste? E il fatto più irritante è che si sarebbero potuti risolvere alcuni di questi problemi con una certa facilità: in fondo, bastava che le nostre eroine dirottassero la chiamata al vero 118 e che il malvagio non denunciasse l’avvenuto per coprire le sue malefatte… e invece no: dovevamo avere l’appagante scena finale in cui il commissario di Polizia – non si sa se semi-compiacente o semi-cretino – chiede proprio alla farmacista in questione una consulenza sul viagra tagliato alla cipolla…

Seguono goffe menzogne, che il commissario prende per buone prima di dedicarsi alle gioie del palato. “La vita è strana” “E la cipolla è indigesta”… tutti ridono, Eva/Veronica fa l’occhiolino alla telecamera, i malvagi sono puniti, la virtù trionfa sotto il naso dell’autorità. Hurrà.

Aggiungete il fatto che i personaggi sono caratterizzati con l’accetta e la caricatura è il registro preminente, aggiungete un pizzico storia d’amore con uno chef e una spruzzatina di guai del figlio adolescente, et voilà.

Non bastandomi tutto ciò, mi sono imbattuta anche nel trailer di Terra Ribelle, fiction in costume costata (leggo) 12 milioni, scritta da Peter Exacoustos, Daniela Bortignoni e Stefano Piani. Regia di Cinzia TH Torrini. Ho visto solo il trailer e mi è mancato il cuore di sorbirne anche solo un minuto di più, ma mi è bastato per evincerne gli elementi seguenti: le due nobili sorelle, una convenzionale e l’altra anticonformista; i due amici d’infanzia, uno l’ombroso figlio del padrone, l’altro il solare figlio di padre ignoto (cosa scommettete che prima della fine ci scappa l’agnizione?); l’amore contrastato che sfida le convenzioni sociali; il bieco padronato oppressivo (con qualche eccezione di padronato benintenzionato ma cieco a quanto sono oppressivi i suoi agenti); le fortune di famiglia da salvare tramite matrimonio combinato; la lotta per la libertà, i diritti, l’uguaglianza eccetera; una squadra di attori che sgranano gli occhi, corrugano la fronte e serrano la mascella; tra la gente giovane e bella, i biondi sono buoni a prescindere, generosi e ribelli, i bruni prendono una cattiva piega (ma scommettete che si redimono, prendendola nelle costole o meno?); dialoghi che è un caritatevole eufemismo definire atroci; scene in cui c’è davvero gente che cavalca verso il tramonto, tanto perché a nessuno sfugga il parallelo Maremma/Far West!  

Abbiamo pensato ad una storia ambienta nella Maremma alla fine dell’800 che possa trasportare il pubblico televisivo nelle macchie che si affacciano sul mare, nei contrastati frangenti di una storia d’amore decisa dal destino, in un drammatico scontro tra il diritto di essere felici e la costrizione alla miseria, in una fuga verso una natura selvaggia, spesso nemica, quasi un luogo dell’anima, dove poter cavalcare, lottare e amare, cinguettano gli autori sul sito dedicato alla fiction… oh, feu, feu, feu!

E fin qui gli ululati: ma possibile che, nel produrre una serie, non si possa investire qualcosina di più nella qualità della scrittura? Che non si possa rispettare un po’ di più l’intelligenza dello spettatore? And so on, ranting away

Dopodiché si dà un’occhiata ai dati e si scopre che domenica sera Terra Ribelle è stato il programma più visto con il 20% di share, e che La Ladra ha sempre navigato a sua volta intorno alle stesse cifre che, a sentire l’Auditel, sono di tutto rispetto. Segno evidente che tra i cinque e i sei milioni di Italiani non hanno nulla da ridire sulla qualità di scrittura di entrambe le produzioni, e che in definitiva i produttori offrono quello che il mercato domanda.

Personalmente, a costo di rendermi colpevole di snobismo di genere, non vedo l’ora di smaltire il raffreddore e tornare lucida: la fiction italiana non ti farà guarire, ma di sicuro ti motiva a farlo.

Ott 8, 2010 - scrittura    9 Comments

Come Non Scrivere Un Romanzo

La settimana scorsa, in recensione a Come Non Scrivere Un Romanzo. Una Guida Per Evitare i 200 Errori Più Comuni, l’ultima novità in fatto di manuali di scrittura, ad opera di Howard Mittelmark e Sandra Newman, Il Giornale ha pubblicato un articolo di Daniele Abbiati, che francamente ho trovato un tantino gratuito.

Abbiati definisce il libro “un brogliaccio slegato, incoerente, noioso e senza capo né coda”. Su questo non mi pronuncio: non ho letto Come Non Scrivere Un Romanzo, e può benissimo darsi che sia tutto ciò e anche di peggio. E se non l’ho letto, perché diamine ne parlo? Non ne parlo affatto, faccio notare. Quello di cui parlo è l’articolo di Abbiati, che contesta sarcasticamente a Mittelmark e Newman di avere bocciato, nella loro ansia pedagogica, una quantità di capolavori della letteratura universale, come la Recherche, il Don Quixote, la Coscienza di Zeno e via dicendo.

Ha-ha. Very funny.

Divertente, perché in realtà i consigli di M&N riportati nell’articolo sono solidi (se non terribilmente originali) principi narrativi, come “Evitare di scrivere scene nelle quali il personaggio ricorda o rimugina sul proprio passato e basta.” E Proust, allora? tuona Abbiati. Si dà il caso che Proust fosse, per l’appunto, Proust. Bisogna sapere dannatamente bene quello che si fa per interessare il lettore a una scena (let alone uno o più libri interi) in cui non si fa altro che strologare standosene seduti in poltrona. Bisogna essere estremamente originali, padroni dei propri mezzi e, meglio di tutto, bisogna averlo fatto per primi o giù di lì. E poi, volete che vi dica qualcosa di semi-sacrilego? Se tentasse di pubblicare oggi, difficilmente Proust troverebbe un editore – il lettore odierno non sta volentieri a contemplare un narratore che ricorda e rimugina.

Il che ci viene ribadito quando M&N affermano che “una caratteristica comune a quasi tutti i manoscritti che restano inediti è una selvaggia sproporzione tra introspezione e azione a tutto vantaggio della prima.” A nessuno piace sentirsi dire lungamente ciò che potrebbe essere mostrato, indipendentemente dalle sigarette di Zeno.

E l’articolo continua così, citando casi letterari dal poco pertinente all’estremo, per concludere con una citazione di Checov: “Scrivendo faccio pieno assegnamento sul lettore, nella presunzione che aggiungerà da sé gli elementi che mancano nel racconto.” Molto bello, ma altra epoca, altro mercato editoriale, altra mentalità. E può darsi benissimo che Come Non Scrivere Un Romanzo sia l’ennesima rifrittura di cose già dette, ma sbeffeggiandolo come fa, Abbiati non rende un gran servigio all’apprendista scrittore, incoraggiando l’idea che la scrittura sia una solitaria coltivazione delle idiosincrasie individuali, anziché l’elaborazione di uno stile personale dopo che si sono imparate le buone vecchie regole e studiate con umiltà e passione le grandi eccezioni.

Set 23, 2010 - scrittura    No Comments

La Scrittura da Dentro a Guidizzolo

LocGuidizzolo.jpgA quanto pare, questa è la Shameful Self-Promotion Week, e allora lasciate che vi dica che martedì 28 inizio una nuova versione di La Scrittura da Dentro presso la Biblioteca di Guidizzolo (MN).

Nuova, perché questa volta è in quattro lezioni soltanto, quattro incontri di due ore ciascuno – e dico “soltanto”, ma in realtà in questi ultimi quattro anni LSdD* si è reincarnato in molteplici variazioni, con un numero d’incontri compreso tra due e sei.

Ogni volta è stato necessario ripensarlo in parte: quali sono le cose veramente fondamentali? A che cosa posso rinunciare? Meglio concentrarsi sulla teoria o alternarla ad esercitazioni pratiche? Le persone che ho davanti saranno più interessate a un tour guidato dietro le quinte o a un apprendimento hands-on? Ad analizzare testi o a sperimentare delle tecniche?

Il risultato è che LSdD è diventato un corso estremamente versatile, fatto per essere adattato facilmente alle esigenze di una scuola, di una biblioteca, di un’università della III età. E’ un corso di scrittura e di lettura al tempo stesso, con un nucleo di fondamentali, un equilibrio variabile tra teoria e tecnica, e margini abbastanza ampi per poter aggiustare il tiro in corsa.

Questa volta ci si concentra su trama e struttura, punto di vista e voce narrante, caratterizzazione dei personaggi, dialoghi e linguaggio, con una certa quantità di esercizi pratici e le consuete digressioni sul perché aprire il cuore e versare il contenuto sulla pagina non è, in linea di massima, una buona idea.

Per chi sta a Guidizzolo o in ragionevoli vicinanze, le iscrizioni sono aperte fino a sabato. Per chi fosse interessato pur abitando altrove, LSdS e io siamo for hire: se volete segnalarci alla vostra biblioteca, scuola, istituzione culturale o altro…

Er, sì. Come dicevo, shameful self-promotion.

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* Dove si vede che la gente farebbe bene a considerare le implicazioni degli acronimi prima di battezzare corsi, seminari e cose del genere…

Ago 21, 2010 - scrittura    4 Comments

Dodici Sane Idee e Mezzo

7192.jpgQuesto poster mi ha colpita perché, a differenza di molti che si trovano in giro, si concentra non tanto sui principi della scrittura, quanto sui tratti che costituiscono la mentalità dello scrittore.

Peccato per il titolo: “Le Uniche 12 Regole di Scrittura di Cui Avete Davvero Bisogno” è una pessima descrizione del contenuto. Non si tratta di regole, in primo luogo, ma di abitudini, deformazioni professionali, tratti di buon senso (o di scarso buon senso, a seconda dei punti di vista), constatazioni di fatto – il tutto molto, molto pratico. Alcuni sono talmente ovvi che viene da dubitare di doverli scrivere su un poster – e magari proprio per questo è facile che scivolino sotto il radar – altri sono divertenti, altri ancora sono confortanti rassicurazioni. Nel complesso descrivono in modo passabilmente accurato come funziona uno scrittore. Incidentalmente, sono anche tutti ottimi consigli per superare il terribile Blocco dello Scrittore…

Poco tempo fa un giornalista che m’intervistava mi ha chiesto cosa significa all’atto pratico scrivere libri, come funziona la faccenda nella vita quotidiana… se lo avessi avuto presente allora, avrei potuto fargli leggere questo poster.

1) Se scrivi ogni giorno, ogni giorno farai progressi. Ovvero: pratica, pratica, pratica; esercizio, esercizio, esercizio. Non c’è davvero altro modo di acquisire esperienza generale, padronanza dei mezzi e scioltezza nell’esecuzione.

2) Se ti ci annoi tu, figurati il lettore. Scrivere è difficile, è faticoso, può essere frustrante, ma non dovrebbe essere mai noioso. Passo, ritmo e scioltezza cancelleranno (o nasconderanno bene) difficoltà, fatica e frustrazione nel testo finito, ma la noia traspare sempre – e si comunica inevitabilmente al lettore.

3) Creati una disciplina e vedi di atternertici. Il che non significa “E guai a te se non scrivi ogni giorno dalle otto di sera alle tre del mattino”, ma cose più assennate come “assegnati un ragionevole conto-parole quotidiano o settimanale, e sforzati di raggiungerlo ogni giorno fino alla fine del libro, perché niente è facile come saltare un giorno (che vuoi mai che sia!), saltarne due, saltare una settimana, scivolare nel purgatorio della procrastinazione e da lì precipitare nell’inferno del famigerato Blocco. It hurts, believe you me.

4) La poesia non deve necessariamente essere in rima. La poesia non deve necessariamente essere in rima. Chissà se Marlowe aveva questa massima graffita sul muro della sua stanza a Cambridge, mentre creava il blank verse

5) Evita i luoghi comuni, nella vita e nella scrittura. Qualche post fa si parlava di frasi logore e del loro valore, e si concludeva che il luogo comune è graziato solo se proprio in virtù del suo logorio produce una diversa sfaccettatura di significato. Guai ad essere diversi per il gusto di essere diversi, ma vale sempre la pena di domandarsi se non ci sia un modo nuovo per dirlo.

6) Gli scrittori leggono. Gli scrittori leggono un sacco. Gli scrittori leggono in continuazione. E non leggono tanto per fare, ma con l’orecchio sempre teso al linguaggio, alle strutture, alla caratterizzazione, ai pregi, ai difetti, al mestiere e all’arte altrui – così come guardano la televisione, vanno al cinema, a teatro e all’opera – e anche ai concerti.

7) Fai elenchi delle tue parole preferite, dei tuoi libri preferiti, dei tuoi posti e delle tue cose preferite. E, aggiungerei io, leggi tutte le liste che ti capitano sott’occhio – dai credits alla fine dei film all’indice analitico degli atlanti – Per eccentrico che sembri, è un ottimo esercizio. A parte la bellezza delle parole, dei titoli e dei nomi in sè (che dovrebbe comunque essere una gioia per uno scrittore) non c’è limite alle idee, agli accostamenti, alle figure di pensiero, alle immagini, agli spunti che possono balzare fuori da una lista. I neuroni di uno scrittore sono sempre in cerca di questo genere di giocattoli tra cui creare connessioni…

8) La storia non deve necessariamente avere una morale. Però deve sempre significare qualcosa, perché sennò non è una storia. Non è una storia se non è cambiato qualcosa tra l’inizio e la fine (o se qualcuno non paga il prezzo del mancato cambiamento), ma non è scritto da nessuna parte che il cambiamento debba essere in bene, o che tutti debbano vivere felici e contenti, o che il bene, la bontà e l’amore debbano trionfare.

9) Portati sempre dietro un taccuino. E una penna di scorta. E tienine anche sul comodino. Perché è inutile dire “poi me lo ricordo”, ed è micidiale quando la biro muore proprio mentre si sta annotanto una Grande Idea. Chiunque si sia alzato nel cuore della notte per annotare una folgorazione, chiunque abbia preso un appunto con la matita per gli occhi sul biglietto del tram, chiunque abbia smarrito il tovagliolino di carta con il Titolo Perfetto balenato durante una festa, spargerà qualche lacrimetta sulla saggezza di questo n° 9.

10) Fa’ una passeggiata. Balla. Leva le erbacce. Lava i piatti. E poi scrivi su quello che hai fatto. A volte, quando ci si blocca, non c’è altro rimedio che fare qualcosa d’altro, qualcosa di completamente slegato dalla scrittura. Però (cue: Tema di Tara) Noi Siamo Scrittori, e quindi dopo avere levato le erbacce prenderemo nota della consistenza della terra umida tra le dita, della soddisfazione vendicativa nell’assassinare la gramigna, del ronzio dei bombi tra i grappoli del glicine… Dopotutto, domani è un altro giorno.

11) Non accontentarti di uno stile solo. Sperimenta! Stili, generi, punti di vista, voci narrative… Per curiosità, per esperimento, per gioco, per colpevole piacere, per vacanza, per studio, per cambiare, per ribaltare i propri schemi. Ci sono sempre più buone ragioni per sperimentare che per non farlo – e non si sa mai che cosa si può trovare una volta girato l’angolo.

12) Impara a raccontare entrambi i lati della storia. Per questo la lettura consigliata è The Master of Ballantrae, di Stevenson. In realtà, raccontare più lati o nasconderne qualcuno può fare tutta la differenza del mondo, e non sempre è bene che il lettore sappia proprio tuttto – ma per sapere cosa nascondere e come farlo, bisogna essere in grado di raccontare tutto quanto.

12 e 1/2) Piantala di fissare questo post(er) e scrivi qualcosa! E qui non c’è bisogno di spiegazioni, I guess, se non il fatto che, senza parere, la dodicesima regola e mezzo ci riporta con una certa eleganza al n° 1. Carino, no?  

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