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Il Mistero Dello Scultore Misterioso

Lo so che la giornata mondiale del libro sarebbe stata lunedì, ma Shakespeare ha interferito. Col che non voglio dire che Shakespeare non sia materia libresca, ma sapete che cosa intendo.

E allora oggi riparo alla mancanza di lunedì con qualcosa che ha a che fare con i libri su vari livelli… 

Avevo sentito parlare di questa incantevole faccenda qua e là per la rete, avevo visto qualche immagine e progettato di postarci su – progettato in quella vaga maniera prima-o-poi…

Ma adesso trovo un reportage completo in proposito su questo bel blog chiamato Scissors + Paper Rock! e non ho scuse per rimandare ulteriormente.

E quindi lasciate che vi racconti una storia…

C’era una volta – e c’è ancora – a Edimburgo, la Scottish Poetry Library, dove un giorno di marzo dello scorso anno lo staff trovò su un tavolo una scultura di carta. Era un meraviglioso piccolo albero su un libro-piedistallo:

edinburgo, libri, sculture di carta

E il biglietto diceva così: …Sappiamo che una biblioteca è molto più di un edificio pieno di libri… un libro è molto più di un insieme di pagine piene di parole… Questo è per voi, in sostegno alle biblioteche, ai libri, alle parole, alle idee… (forse un gesto poetico?)

Da dove saltava fuori? Nessuno aveva visto nulla, nessuno ne aveva idea. Poi, alla fine di giugno, un altra scultura di carta comparve alla National Library of Scotland:

edinburgo, libri, sculture di carta

Un dono in sostegno alle biblioteche, ai libri, alle parole, alle idee… (& contro la loro fine)

E poi fu la volta della Filmhouse. Un piccolo, dettagliatissimo, meraviglioso cinema di carta…

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in sostegno […] a tutto quel che c’è di “magico”.

E in luglio un uovo di drago allo Scottish Storytelling Centre:

edimburgo, libri, sculture di carta


Perché “C’era una volta un libro, e nel libro c’era un nido, e nel nido c’era un uovo, e nell’uovo c’era un drago, e nel drago c’era una storia.”

A questo punto la storia era diventata celebre, tutta Edimburgo e tutta la Rete (Twitter in particolare, visto che i biglietti erano sempre indirizzati al Twitter handle dell’istituzione rilevante) s’interrogavano sull’identità dello Scultore Misterioso. Lasciare le sculture di nascosto doveva essere diventato più difficile, dato il livello di curiosità e attenzione. ma questo non impedì allo Scultore di seminare altri due doni all’Edinburgh International Book Festival. Questo delizioso vassoio della colazione nel bookshop :

edinburgo, libri, sculture di carta


E questo libro/bosco allo stand dell’UNESCO:

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“Nessun fanciullo ha facoltà di decidere da quali circostanze sarà circondato” (Robert Owen)

E poi alla fine di agosto questa lente d’ingrandimento comparve alla Central Lending Library:

 

edimburgo, libri, sculture di carta


Libraries are EXPENSIVE EXPANSIVE, diceva il biglietto. E la lente era puntata su una citazione di Edwin Morgan: “Quando entro, voglio che sia luminoso, voglio trovare tutto quel che c’è in piena vista.”

Fu a questo punto che l’Edinburgh Evening News tentò di trascinare lo Scultore allo scoperto dichiarando di conoscerne l’identità e di cominciare a trovare la faccenda un nonnulla tediosa… E concorderete con me che si trattava di uno stratagemma singolarmente poco sottile: non so immaginare la persona capace di tagliuzzare queste sculture mentre addenta un’esca giornalistica del genere.

E infatti lo Scultore non batté ciglio, se non riconoscendo la necessità di un finale appropriato per una buona storia. Questa storia, apparentemente, si doveva concludere là dove aveva avuto inizio, alla Scottish Poetry Library. Nella sezione delle antologie comparvero una cuffietta di piume e un paio di guanti striati come il dorso di un’ape:

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Proprio come in una poesia di Norman MacCaig.

Insieme alla scultura c’era un messaggio di congedo in cui lo Scultore Misterioso si rivelava essere in realtà una Scultrice Misteriosa e definiva il suo delizioso, poetico gioco come un “minuscolo gesto” a sostegno dei posti speciali, delle cose impossibili…

edimburgo, libri, sculture di carta

 

Questa era la decima scultura, comunicava la Scultrice – il che significava che dovevano essercene altre due da qualche parte, altre due che nessuno aveva ancora notato…

E infatti, nei giorni successivi, fu la volta di un dinosauro al National Museum of Scotland…

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…e di una strada sinistra nella stanza dedicata a Stevenson nel Writer’s Museum:

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E a questo punto vi aspettereste qualche rivelazione, vero? E invece no. La Scultrice ha tenuto fede alla sua parola: non ha più dato segno di vita ed è rimasta anonima per davvero. Non stava cercando la fama, si direbbe. Aveva profuso una quantità d’impegno e di pensiero in un magnifico progetto, aveva scelto con cura istituzioni e libri, aveva reso omaggio a poeti e scrittori (primo tra tutti Ian Rankin) e in tutto questo aveva fatto ogni sforzo per rimanere dietro le quinte. E c’era riuscita.

Non era una trovata pubblicitaria, non era autopromozione. Era una dichiarazione d’amore nei confronti delle biblioteche, dei libri, delle parole, delle idee, dei posti speciali e delle cose impossibili.

E tutti vissero felici e contenti.

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Per leggere la storia originale e vedere altre fotografie delle sculture e dei loro straordinari particolari, vi rimando ancora a Scissors + Paper Rock!: qui, qui e qui.

Buon Compleanno, Charlotte

charlotte brontë, jane eyre, shirley, elizabeth gaskell, juliet barker, george richmondDomani Charlotte Brontë compirebbe 196 anni.

Sì, lo so, non è una cifra particolarmente tonda, but never mind. Nel Sedici, se SEdS sarà ancora in piedi, vi capiteranno charlottitudini in un’abbondanza e frequenza paragonabili al Dickens di quest’anno, perché è così che funzioniamo qui.

Per il momento ve la cavate con una collezione di link rilevanti.

Cominciamo con il Progetto Manuzio, dove dobbiamo constatare che c’è soltanto Jane Eyre. In una varietà di formati – compreso un libro parlato – ma solo quello. E sia chiaro che non ho assolutamente nulla contro JE, ma Charlotte ha scritto altri tre romanzi, tonnellate di juvenilia e una certa quantità di poesie e – se non è del tutto improbabile che delle poesie si possa fare a meno – i romanzi meriterebbero di essere letti.

Se lo volete fare, però, bisogna farlo in Inglese.

Qui trovate la collezione completa (romanzi e poesie, più Mrs Gaskell’s Life of Charlotte Brontë*) sul sito dell’università di Adelaide. Potete leggere in html, stampare oppure scaricare in formato ePub o Kindle. E se posso, vi consiglio in particolare Shirley, con la sua popolazione di curati irlandesi e imprenditori alle prese con il luddismo.

Per quanto riguarda le opere giovanili, si tratta di un territorio ancora abbastanza inesplorato e ben poco pubblicato – il cui fascino risiede nella possibilità di vedere la formazione di una scrittrice a partire dall’infanzia. Charlotte cominciò a scrivere prestissimo, mettendo su carta le storie che ambientava nel suo mondo immaginario, quella colonia africana di Angria che aveva creato insieme al fratello Branwell. In proposito qui potete trovare una storia di fantasmi tratta da una novella intitolata The Green Dwarf, qui un bel sito dell’Università del Missouri dedicato a due racconti giovanili – rigorosamente angriani – intitolati Lily Hart e The Secret.

La cosa interessante è che nelle opere adulte di Charlotte, anche ciò che è autobiografico (per esempio Bruxelles e Constantin Héger – ne abbiamo parlato qui) arriva sempre attraverso Angria. Ad esempio, Jane Eyre, l’istitutrice bruttina e determinata, è l’evoluzione di alcuni personaggi femminili sviluppati nel mondo immaginario. E allora lasciate che vi segnali la più affascinante biografia letteraria che abbia mai letto: The Brontës, di Juliet Barker – un tomo spesso una spanna che ripercorre vita, morte e miracoli di tutta la famiglia, basandosi su lettere, diari, documenti di ogni genere e soprattutto gli scritti giovanili. Se volete conoscere Charlotte da vicino, credo che non ci sia di meglio. Lo trovate qui – e c’è anche in versione Kindle.

E non crederete che non ci sia una Brontë Society, vero? Il mondo anglosassone ha associazioni per tutto, e non poteva mancarne una per questa notevole famiglia – con sede al Brontë Parsonage, la casa parrocchiale in cui Charlotte crebbe scrivendo e immaginando. charlotte brontë, jane eyre, shirley, elizabeth gaskell, juliet barker, george richmond

E infine una parola sui due ritratti che illustrano il post. In alto a sinistra vedete quello che l’editore George Smith commissionò al ritrattista George Richmond. Il babbo di Charlotte lo trovava somigliantissimo in tratti e in espressione, benché fosse stato dipinto in un abisso di sconforto per la modella e in estremo imbarazzo per il pittore. Nelle sue memorie Richmond racconta che Charlotte gli si presentò in studio terrorizzata e ostile. Lui cercò di metterla a suo agio, le offrì il tè e la invitò a togliersi il cappellino perché potessero lavorare. Charlotte obbedì, scoprendo un oggetto d’incerta natura, una specie di matassina marrone che portava in testa. Perplesso, Richmond suggerì che forse Miss Brontë voleva togliere anche quel… quella.. er… quell’oggetto che… E la povera Charlotte scoppiò in lacrime, perché l’oggetto era un toupet, destinato a migliorare l’aspetto della non rigogliosissima capigliatura. Singhiozzi, costernazione, imbarazzo, fuga e in seguito ci volle tutta la capacità di persuasione di George Smith* per indurre Charlotte a tornare da Richmond e farsi ritrarre.

E a quanto pare era prassi comune: tutti restavano tra lo stupito e il deluso nell’incontrare l’autrice di Jane Eyre. Come poteva una scrittrice di tale potenza e audacia essere quel topolino di donna, fragile, brutta e patologicamente timida? C’è una lettera della figlia di Thackeray che racconta l’indicibile difficoltà di fare conversazione con Miss Brontë a una serata organizzata in suo onore… A un certo punto, incapace di sopportare lo spettacolare fallimento della sua iniziativa social-letteraria, Thackeray se ne fuggì di soppiatto al suo club.

E siccome per i lettori adoranti era difficile accettare che il loro idolo fosse una creatura del genere, ecco la celebre e diffusissima incisione colorata che vedete qui accanto – nominalmente tratta dal ritratto di Richmond, graziosa, elegante, menzognera, generica e tanto più conforme all’idea di come debba apparire una scrittrice.  Dove si vede che certe politiche editoriali, come la bella foto in quarta di copertina, in fondo non sono nulla di nuovo, vero?

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* Un piccolo caveat: questa è la prima biografia di Charlotte, scritta poco dopo la sua morte da una sua amica che aveva conosciuto bene lei e la famiglia. Tuttavia, Mrs. Gaskell era fermamente intenzionata a costruire il personaggio della donna di genio maturata in circostanze romanzescamente avverse. Per lo più, le biografie più recenti dipingono un quadro ben diverso della famiglia – in particolare del povero reverendo Brontë. che Mrs. Gaskell ritrae come un feroce e incolto tiranno domestico, e invece pare essere stato anything but.

** George Smith, incidentalmente, era innamorato di Charlotte – con scarsissima soddisfazione della famiglia di lui, che era il ragazzo d’oro dell’editoria londinese. A Mrs. Smith davvero non pareva il caso che il suo giovane, affascinante, ricco e bel figlio sposasse una piccola romanziera dello Yorkshire, più vecchia di lui, completamente spiantata e priva di grazie sociali… Tutto sommato avrebbe potuto evitare di preoccuparsi: Charlotte era ancora così innamorata del Professor Héger che rifiutò il povero George nella più pubblica delle maniere – in un romanzo. 

Dedica Un Racconto Al Tuo Autore Preferito – Due

Oggi vi segnalo (un po’ in ritardo, ammetto – mi cospargo di cenere il capo) un delizioso concorsino letterario: la seconda edizione di Dedica un racconto al tuo autore preferito, organizzato da Ferruccio Gianola.

Concorsino perché vi si richiedono racconti miniature di non più di 600 battute. Battute, badate bene. Non parole.

Delizioso perché come altro descrivere questa faccenda di dediche letterarie e di acronimi?

Personalmente ci sto ancora strologando (si direbbe che aappartenga al genere di gente per cui 600 battute sono un rovello più arduo di 6000 parole), ma intanto spargo la voce: rendete omaggio ai vostri idoli letterari, Mesdames et Messieurs. Dopo tutto, se foste idoli letterari, che genere di omaggio apprezzereste di più? Mazzolini di crisantemi, grani d’incenso o 600 battute di obliqua e letteraria dichiarazione d’amore?

Il Visconte di Castelfombrone (Cui Il Buglione Fu Antenat)

Questo post combina varie mie debolezze: una reverente adorazione nei confronti di Nizza&Morbelli, un certo interesse per il duello in letteratura, un’incoercibile simpatia per il Quartetto Cetra – e il resto lo capirete constatando da quale film sono tratte le prime immagini del video*…

 E qui c’è il testo degli impagabili N&M:

Questa, miei signori, è una storia di tempi ormai remoti. Tempi in cui il duello risolveva al primo o all’ultimo sangue le intricate vicende d’amore di dame, damigelle e cavalieri.

Giustappunto!

Grazie!

Il Visconte di Castelfombrone cui Buglione fu antenat
ha sfidato il Conte di Lomanto ed il guanto gli ha gettat.

L’altra sera al bal dell’ambasciata con l’amata lo trovò
uno sguardo e due perfetti inchini e i padrini gli mandò!

Fu dello scandalo ogni salotto
di ciarle ghiotto
subito edotto.
La donna oggetto di quella tenzone
una canzone
dal D’annunzio meritò – Zum!

Nell’ottobre dell’87 alle 7 del mattin
due carrozze si fermaron presso a un cipresso di un giardin.
Ecco tosto scendere un Visconte, poscia il Conte di Lomant.
Sulle labbra hanno il sorriso errante
“E anche sprezzante?”
“Minga tant!”

Ecco i padrini venir dal sentiero…
Cilindro nero
viso severo.
contati i passi i due crudi avversari
ad armi pari
si batteron là per là -Zum!

In guardia, Visconte! Difendetevi!
Non temo, caro Barone, la vostra lama!
Ho già vinto ben 113 duelli e con questo vincerò il 114°. In guardia… là… là… op!
Ahhhhh… Sono stato colpito qui tra la quinta e la sesta costola. Ferita penetrante in cavità con prognosi riservata. Muoio…
Presto! Un dottore!
Aiuto! Un veterinario!

Questo comparve su per le gazzette,
poi si sapette quel che accadette:
due graffi lievi ed una scalfittura,
tanta paura ed un pranzo al ristorant!

 E la postilla – oh, badate all’adorabile postilla…!

________________________________________nizza e morbelli, radio, quartetto cetra, duello

* Caramelle – anzi: data la stagione, candy canes virtuali a chi riconosce il film e individua il motivo. 

 

Archivio Caltari – Con Una Digressione Sulle Regole

Grazie ad Anna Laura Morello scopro Archivio Caltari, bel blog di scrittura, letture, libri, posti et similia*… Sì, insomma, ancora un po’ di bieca concorrenza.

L’archivio, tutto bianco e minimalista se non fosse per le belle foto, è un arnese collaborativo con tanto di rivista cartacea a fianco, categorie dai nomi tra il quirky e l’evocativo e una quantità di rubriche.

Funny thing, ci sono arrivata quasi per reazione allergica, dopo aver visto su Twitter la segnalazione di un post intitolato “5 regole per scrivere narrativa: P.D. James.” Ora, per qualche motivo, quanto sento parlare delle regole di [nome di celebre autore] il sopracciglio sinistro parte in automatico verso i piani superiori.

Perché? Voyons. In fatto di scrittura trovo che ci siano regole grammaticali e sintattiche (il verbo transitivo regge il complemento oggetto), regole strutturali (una storia necessita di un inizio, un mezzo e una fine), e tutte quelle faccende semidogmatiche derivate dall’evoluzione del linguaggio e dalla forma mentis umana (e occidentale in particolare) di cui la letteratura è figlia ed espressione.

Poi ci sono principi operativi che ricadono nell’ambito del rapporto causa/effetto – e già questi fatico a chiamarli regole, perché si sono imposti e funzionano allo stesso modo del diritto consuetudinario: per provata efficacia e lungo uso. Cose come “Show, don’t tell“, oppure “Specifico è meglio di generico”, o le convenzioni di genere. E principi e convenzioni vengono, stanno finché servono, poi vanno. Pensate al Coro Greco, uscito di moda molti, molti secoli fa, benché sembrasse, back in the day, un accessorio irrinunciabile di qualsiasi lavoro teatrale che aspirasse ad essere tale.

Infine ci sono practicalities, preferenze personali, constatazioni, riti propiziatori, scorciatoie, irrinunciabilità e schegge di cinismo che ciascuno scrittore sviluppa per sé nel corso di molti anni di carriera, eredita dai suoi miti e modelli o sceglie dai manuali di scrittura creativa. 

E sinceramente, se foste (siete) uno scrittore e vi chiedessero quali sono le Dieci Regole Per Scrivere Narrativa, che fareste? Vi mettereste ad enunciare regole propriamente dette? Iniziereste a dire che in principio era l’arco aristotelico…? No, vero? No, e per tutta una serie di buone ragioni, non ultimo il fatto che l’arco aristotelico si trova in ogni manuale decente – e non è questo che si richiede da voi nel corso di un’intervista.

Quindi, molto più probabilmente, mettereste i consumatori di regole a parte di qualche fenomeno pratico, e cerchereste di farlo in uno stile non del tutto dissimile da quello della vostra narrativa.

Ricorda: quando le persone ti dicono che qualcosa non va o che non la capiscono, hanno quasi sempre ragione. Quando ti dicono precisamente ciò che ritengono sbagliato e come sistemarlo, hanno quasi sempre torto,

dice la Regola n° 5 di Neil Gaiman, e non vi pare che sappia di principio empirico dolorosamente cristallizzato in anni di rapporti con lettori beta?

Margaret Atwood, invece, usa ben due dei suoi dieci punti per ricamare ironicamente su un problema che gli scrittori condividono con la NASA:

1 Porta una matita per scrivere in aereo. Le penne perdono inchiostro, ma se la matita si rompe, non puoi temperarla in volo perché non puoi portare coltelli. Quindi: porta due matite.

2 Se entrambe le matite si rompono, puoi dargli una sommaria temperata con una limetta per le unghie di metallo o di vetro.

E, tra parentesi, il punto uno è più saggio di quanto il tono faccia pensare, ma vorrei  vedere le reazioni dell’equipaggio all’applicazione del punto due, in quest’era di aerei dirottati con un temperino… Ma il fatto che MA cominci il suo elenco in questo modo la dice lunga sulla sua fede nelle liste di dieci regole, don’t you think?

Solo apparentemente diverso è il caso di Jeanette Winterson, che invece distilla un trattatello in dieci punti su come combinare umiltà, rigore e autostima – condito con appena un tocco di femminismo.

Ricordate che cosa disse W.S. Maugham di fronte a una domanda in questa vena? Che ci sono tre regole infallibili per la scrittura di un romanzo – sfortunatamente nessuno sa quali siano…

Col che, sia chiaro, non voglio affatto dire che in scrittura non ci siano regole**: le regole ci sono e sono fondamentali. Solo che, sollecitati a dichiarare le proprie in dieci punti, sono pochi gli scrittori che si metteranno a discettare di sintassi del periodo o ingegneria narrativa. Principi, consigli, saggezza distillata, dichiarazioni ideali, pratica spicciola e ogni tanto qualche regola – non Regole.

 

Ma qui scherziamo e giochiamo al rant semantico, e invece io volevo proprio consigliarvi l’Archivio Caltari – i cui post in materia sono una delizia, perché tutti in fila come sono diventano una galleria di istantanee di scrittori (istantanee in words, almeno tanto efficaci quanto le fotografie che li accompagnano). E che è un gran bel blog: seguirò con pari attenzione e diletto.

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* O anche non del tutto similia, come questo post sulle cartoline a rilievo del vecchio Corriere dei Piccoli.

** A commento di uno dei post in questione non manca – e come potrebbe? – il peana alla scrittura come Arte Spontanea E Creativa Eccetera Eccetera…

 

Moviemaker ritrovato!

Sapete tutti del passaggio all’Innominatino-cum-Steno, ma forse non ho detto nulla del passaggio a Windows 7. Mi avevano detto che, giungendo come giungevo io da XP, sarebbe stato una tragedia di poco inferiore a quella di chi ha sbattuto il naso in Vista – invece, tutto sommato e nonostante XP mi piacesse molto, finora con Seven stiamo cautamente facendo amicizia, senza enormi scosse.

L’unico serio problema era Live Movie Maker.

Lasciatemi dire che adoro Movie Maker. L’ho usato in abbondanza per spettacoli, booktrailers, progetti didattici e video di varia e diversa natura e, per semplice e intuitivo che sia, ho sempre ottenuto risultati ragionevolmente soddisfacenti.

Live Movie Maker è meglio, mi si dice, e io parto speranzosa.

Sennonché non è meglio affatto. Sarà anche più semplice, ma non ho ancora cominciato a scoprire tutte le funzionalità che non ha più e già mi sento perduta…

Come faccio a trafficare, tagliare, allungare, mescolare e in generale editare le tracce audio? Come faccio a sovrapporre testo e immagini? Come faccio a controllare quel che faccio senza una linea temporale?…

Toi!

Ecco, se condividete la mia desolazione in proposito, se non avete già sperimentato tutto ciò quando siete passati a Vista, se per un motivo qualsiasi non lo sapevate già, lasciate che vi mostri cosa ho appena scoperto:

qui c’è modo di scaricarsi il buon, vecchio e caro Movie Maker 2.6 in una versione compatibile con Seven.  E avendo già provato, posso dire che funziona davvero. Hurrà!

Magari in un secondo momento passerò a Wax*, ma per adesso mi sento molto meglio.

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* Trovato mentre cercavo un’alternativa a LMM. Sembra molto ricco, ma anche diabolicamente complicato. Ne riparliamo quando avrò un po’ di tempo per studiare come funziona.

 

Serendipità Storica

assedio di costantinopoli, mehmed secondo, romanzi storici, diana gabaldonÈ successo di nuovo.

Vi ricordate del mio romanzo/due romanzi/trilogia sull’assedio di Costantinopoli, eterno work in progress? E vi ricordate del mercante d’olio?

Ebbene ieri sera, nel corso di una di quelle campagne notturne a caccia di informazioni oscure, mi è capitato sotto il mouse un articolo di una rivista americana a proposito di Ciriaco da Ancona. Ora, Ciriaco da Ancona era un erudito quattrocentesco, forse precettore del sultano Mehmed e forse no, ma quello che mi ha dato la pelle d’oca è stato trovare, in una nota all’articolo, un riferimento a un segretario greco, al servizio di Mehmed durante l’assedio, di nome Dimitrios Apocaucos Kiritzis. 

Perché il fatto è che la mia prima stesura contiene un segretario greco di nome Demetrios – solo che di Kiritzis non sapevo nulla. A quanto pare è una figura molto oscura, citata in un paio di fonti di scoperta relativamente recente, e non se ne parla in nessuno dei miei autori di riferimento. Il mio Demetrios era del tutto fittizio – o così credevo.

Per cui sì, è remotamente possibile che ne abbia letto di sfuggita in qualche tomo di storia ottomana o bizantina. E poi invece è possibile che sia successo di nuovo quello che Diana Gabaldon chiama historical serendipity, ovvero particolari fittizi che, ex post facto, si rivelano non solo plausibili, ma, in qualche misteriosa maniera, veri.

E se è così, è la seconda volta che succede. E se è la seconda volta che succede, si direbbe che questo libro voglia proprio essere scritto. E se questo libro vuole proprio essere scritto, chi sono io per ignorare tutti questi segni del destino?

E sì, lo so: mi sto incartando in discorsi dalle allarmanti sfumature new age… è che non capita tutti i giorni questa gradevole sensazione di essere sulla giusta strada. Non capita spesso che la storia dia di queste strizzatine d’occhio. Non capita spesso di incappare in serendipità siffatte. Lasciate che mi ci crogioli un po’.

 

A Proposito Di Aninha – Una Piccola Storia, Una Considerazione E Un Corso O Due

Avevo promesso di raccontarvi le traversie del debutto di Aninha, vero?

Ebbene, approfittiamo della giornata di vacanza per farlo. Vi avverto, quella che state per leggere è una storia sanguinosa e truce. Se siete molto sensibili state alla larga.

Prima di tutto, Dramatis Personae:

L’Uomo delle Luci, henceforward known as UL: colui che alla vigilia, con un sorriso a molti megawatt, mi disse “ci abbiamo tutto – è tutto a posto. Ci ho anche delle barre a leds che sono la fine del mondo. Vai tranquilla.”

Flip: aiuto regista, donna saggia, scudo umano.

La Clarina: autrice, regista e  attrice avventizia di Aninha – e, in conseguenza di tutto ciò, a tutti gli effetti pratici una potenziale omicida in crinoline.

I Due Implumi: a mezza via tra i Connestabili di Molto Rumor Per Nulla e i Sicari di Macbeth

Aninha, Garibaldi, Manuel Duarte, gli Histriones: gli eroi della serata

La Folla, capeggiata dall’Assessore alla Cultura: un pubblico pieno di clemenza

E adesso, buio in sala, musica, sipario!

La data è il 23 di luglio, il luogo è Governolo, nel bel mezzo della Tregiorni Risorgimentale che da un anno andiamo laboriosamente organizzando, che gode del favore del meteo e che contempla un sacco di lavoro. Fra un paio d’ore va in scena Aninha, e io sto sperimentando le gioie del darsi attorno in costume ottocentesco. Immaginatemi mentre sgonnello su e giù per Governolo di Sopra popolato di figuranti in costume – gli ultimi momenti lieti prima che ben altre catastrofi che le crinoline piombino su di me.

Attorno alle sette si vedono gli Histriones, poi Aninha, e poi (ma molto poi – e appena giunto dalla Puglia) Garibaldi. Camerini di fortuna sopra la mostra e tutto quanto e poi, una volta cambiati e provvisti di bandiere catarinensi, prenderemmo possesso del palco per una piccola prova di movimento, se non ce ne scacciassero subito i danzatori ottocenteschi.

Ora, biasimo eterno sia alla sottoscritta per non essersi ribellata quando qualcuno ha avuto la brillante idea to sandwich Aninha between the halves of the Gran Ballo Risorgimentale. In teoria era previsto che avessimo tre quarti d’ora di tempo prima dello spettacolo, ma come non aspettarsi che i danzatori sforassero alla grande? I’m a fool.

Però l’UL è un idiota più grosso di me, perché quando finalmente i danseurs sgombrano il campo e noi, forti di una proverella nel prato davanti a un pubblico di anatre e galline, ci dichiariamo pronti, lui  comincia a perdere la testa.

“Non abbiamo mai provato,” ulula, con gli occhi di fuori.

Vero, ma non è un grosso problema – o così credo nel mio colpevole candore. Disegno luci all’osso e la mia assistente Flip (suona grand, vero?) pronta a dettarglielo passo per passo… che ci vuol mai?

“Abbiamo fatto di peggio, credimi. Adesso rilassati, e fai tutto quello – e solo quello che ti dice Flip.”

Ma avevo fatto i conti senza l’oste, si capisce. Alla prima istruzione, l’UL sbianca.

“Ma io non posso accendere solo i tagli di sinistra! Non mi hai detto che volevi accenderli separatamente!” E alla seconda istruzione, “Ma le barre a leds si accendono tutte insieme o niente! Non mi hai detto che…”

E mentre ringhio che l’unico motivo concepibile per cui uno può volere batterie distinte delle stesse luci in posti diversi è per poterle usare separatamente, sento alle mie spalle “Profe, profe!”

Mi volto e mi ritrovo due degli Implumi di Uno Dei Mille.

“Ci pensiamo noi alle immagini, profe. Ci dà la chiavetta? Ci pensiamo noi alla musica. Ci dà il CD?”

Personalmente ho qualche misgiving, ma gli Implumi sfoggiano sorrisi che interferiscono con la navigazione aerea. Scambio uno sguardo terrorizzato con Flip, e cedo il bottino.

“Mi raccomando, ragazzi, seguite bene le istruzioni…”

E ancora una volta, little I know che il peggio deve ancora venire.

L’Assessora arriva con l’aria contrita di chi ha messo i danzatori ottocenteschi sul collo di qualcun altro e vuole farsi perdonare.

“Adesso parlo un po’ e tiro di lungo, così riuscite a fare tutto,” mormora, e sale sul palco e si lancia in una disquisizione lunga e ripetitiva mentre noi veniamo frettolosamente  microfonati e gli Implumi avviano il proiettore… e a questo punto la catastrofe comincia ad abbattersi su di noi sul serio.

Sappiate dunque che al decerebrato dell’UL non è saltato in mente di controllare che il proiettore e il computer fossero in buoni rapporti. Sento un gemito di Flip, mi volto e trovo gli Implumi frenetici. “Non funziona, profe! Non lo vede! Non ci sono le immagini…”

Toi.

Le mie immagini. Studiate, scelte con minuziosa cura, modificate, adattate, ritoccate, portate a un soddisfacente livello di quasi perfezione in molte ore di lavoro, destinate ad essere proiettate sulle vele… Le mie immagini non ci saranno.

“Non è configurato…” pigola l’UL. “Scusa, non è colpa mia, è che non è configurato…”

Devo avere un’espressione seriamente omicida quando lo guardo, perché si fa piccolo piccolo.

“Punta sulle vele qualcosa di bianco e fisso e non toccarlo più finché non te lo dico,” sibilo, e poi raggiungo gli altri sotto il palco, perché l’assessora ha esaurito abbondantemente quel che si poteva dire, ed è ora di cominciare.

“C’è qualcosa che non va?” domanda Aninha, e io le dico che è tutto a posto con un sorriso da un orecchio all’altro, e intanto il cuore mi cade ancora un po’ più in basso, perché la cosa bianca e fissa che l’UL punta sulle vele è una delle maledette barre a leds – una di quelle che sono la fine del mondo, una di quelle che possono solo accendersi tutte insieme.

Toi…

Poi iniziamo. Musica di tango, lento e languoroso. Due degli Histriones entrano in scena e ballano nella luce di taglio. Io ne volevo metà e color tramonto: ne abbiamo troppa e color pomodoro, ma la scena è abbastanza bella perché il pubblico trattenga il fiato. Tienmi la man sul capo, o divinità dei debutti, che forse ce la facciamo ancora. Silenzio, buio, luce – piazzato – cominciamo.

Ma naturalmente respiravo troppo presto. Entro in scena – ho solo quattro battute, ma non vi dico il terrore – convinta di non ricordarmi una parola. Invecemi ricordo. Peccato che nessuno senta: l’UL ha trascurato anche di controllare le batterie degli archetti, e guarda un po’! il mio è scarico. Ululo quanto posso, e mi ritrovo rauca e ghiaiosa come non mai in vita mia – e completamente senza rete, perché una cosa progettata al microfono cambia del tutto se la devi urlare – ma tanto, chi mi sente? Se gli sguardi potessero fulminare, l’UL che si spalma sul palco per spingere verso di me un panoramico, sarebbe già un toast. C’è di buono che la mia parte non è rilevantissima. Dico le mie quattro battute e mi precipito alla consolle per assistere gli implumi con la musica.

aninha, teatro, massachussets institute of technology“Accendo le barre a leds?” chiede l’UL.

Gli dico di no, di fare solo quello che dice Flip. E in realtà, visto che il delinquente ci ha disfatto in un colpo solo metà del disegno luci, rifacciamo tutto sul momento.

“Adesso accendo le barre a leds?”

Gli dico di no, e poi mi distraggo a notare che a) il microfono di Garibaldi salta che è una bellezza; b)Manuel Duarte ha appena chiamato Garibaldi “Generale Bonaparte”. Con Flip ci guardiamo incredule e, quando torno a volgere lo sguardo sul palco, le maledette barre a leds sono accese.

“Spegnile subito! Chi ti ha detto di accenderle?”

“Ma sono belle…” mormora tetragono l’UL.

A me viene da piangere.

Tra un danno e l’altro, proseguiamo. Aninha, che era agitata e rigida, comincia a aninha, teatro, massachussets institute of technologyrilassarsi. Gli Histriones sono una folla stilizzata e perfetta; Garibaldi è proprio bravo; gli Implumi fanno quel che possono ma mancano di sottigliezza; le luci sono un disastro; dell’audio non parliamo nemmeno.

Come piace al cielo, arriviamo verso la fine.

“Al mio segnale, cala lentamente a buio,” dico all’UL.

“Tutto buio?”

“Sì, ma gradualmente. Al mio segnale.”

“Adesso?”

“No, al mio segnale.”

“Ma quando?”

“Dopo che lei ha finito. Al mio se…”

Aninha finisce l’ultima sillaba – l’UL spegne di botto tutte le luci sul palco.

“No! No! No no no no nononono!!!!”

“Ma mi hai detto… che cosa faccio? Riaccendo?”

E qui, con il buon senso che la contraddistingue, Flip mi spinge verso il palco a raccogliere gli applausi. To’, gli applausi… ero così occupata a fulminare l’UL che non me n’ero nemmeno accorta. E invece sono tanti. E complimenti, e chiamate, e si vede che in qualche modo, in mezzo alla caporetto tecnica, gli attori sono riusciti a far passare il testo – e non è nemmeno piovuto.

“Profe, profe,” suggeriscono in coro gl’Implumi. “Però lei l’UL adesso lo ammazza, vero?” E, beata gioventù, non hanno idea di quanto sia tentata di mettere loro in mano un cavalletto a testa e mandarli a mettere in pratica.

E questa era la piccola storia. La considerazione è che sono un nonnulla sconcertata dal successo di Aninha. Si capisce che scrivendola ho fatto del mio meglio, tacitando le riserve nate dalla scarsa affinità con il personaggio e dall’uscire un nonnulla dal mio seminato abituale. E proprio non mi aspettavo che un sacco di gente mi dicesse che, tra tutti i miei lavori, Aninha è quello che preferisce. Personaggio che non mi è simpaticissimissimo, genere inusuale… capite perché sono perplessa,  vero?

Infine il corso. Visto che da qualche tempo, in particolare con gli Histriones, sembro avere ereditato funzioni semi-ufficiali connesse con le luci in generale, il disegno luci e la doma della gente alla consolle, ho deciso che è giunto il momento per un po’ di teoria. Così, dopo avere cercato un po’ in giro, mi sono imbattuta nel programma OpenCourseWare del MIT. Er… sì: nel senso di Massachussets Institute of Technology, ma aspettate a sghignazzare. Il MIT mette gratuitamente a disposizione online trascrizioni, materiali, esercitazioni, programmi e reading lists di una quantità di corsi su ogni genere di materie. Qui, per esempio, ci sono i corsi di scrittura, e qui quelli di musica e teatro. Mi sono guardata un po’ in giro, e onestamente non tutti si prestano troppo bene ad essere studiati a distanza, senza la parte pratica e senza l’interazione con docenti e classe, ma altri sono una meraviglia. Per ora ho scaricato il materiale di Playwriting I e Lighting Design for the Theatre, e vi farò sapere – ma in qualche modo tendo a pensare che un corso del MIT valga comunque la pena.

Intanto, ho la sensazione di avere cominciato a fare qualcosa per neutralizzare situazioni come la bagarre con l’UL. Anche se, a ben pensarci, che cosa faccio? La prossima volta che un UL non capisce il mio sofisticato e mittiano disegno luci, gli dico “E guarda che io ho studiato Lighting Design sui corsi del Massachussets Institute of Technology?

Er…sì. Anche di questo vi farò sapere.

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(Foto di Giorgio Andreasi – presto appariranno, numerose e in tutta la loro gloria, qui e/o sul mio sito.)

 

Dizionario Italiano Per Kindle – Post In Progress

Persino io ogni tanto guardo le statistiche del blog, e mi sono accorta che la richiesta che conduce qui più gente che non mi sta cercando deliberatamente è quella di un dizionario italiano per Kindle. 

Be’, mi sono detta: perché non cercare di essere d’aiuto? L’unico inghippo è che non sono sicura di volere un dizionario italiano sul mio Kindle, che finora è pieno di testi in Inglese… per cui, quello che vi sto proponendo è di fare da cavie: vi suggerisco questa pagina, che offre gratuitamente un dizionario bilingue e uno Italiano/Italiano con 65000 voci in formato Mobi – vale a dire Kindle. E voi scaricate*, installate, mettete alla prova e mi sapete dire qualcosa – nel bene o nel male: completezza e qualità delle definizioni, formattazione, compatibilità, funzionalità Kindle… Tutto quanto.

Se invece volete un dizionario Italiano-Inglese già collaudato, naturalmente, lo si trova – ed è anche possibile impostarlo come dizionario primario. Tra le varie possibilità consiglierei i due volumi del buon vecchio Merriam-Webster, che vanta tradizioni e buone funzionalità di ricerca. Confesso di non averlo mai usato, ma i dizionari Inglese/Inglese WB, cartacei e online, sono affidabili e completi, per cui…

 

Anche qui vale la richiesta: se mettete alla prova, fatemi sapere, volete?

Ne riparliamo più avanti – e magari quando la Zanichelli avrà pubblicato lo Zingarelli in edizione Kindle che va promettendo da quel dì…

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* Non ho bisogno di dirvelo: cautela! Stando ad AVG il sito è mondo, ma non ho provato ad aprire il file del dizionario…

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