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Bagolando di Qua e di Là…

Oh, notizie, comunicazioni e informazioni…

Martedì 7 marzo alle 20.00 inizio una serie di aperitivi letterari presso l’Enoteca Porto Catena di Mantova. Parleremo di vini&spiriti attraverso la storia e la letteratura – e degusteremo quello di cui si parla. Gli appuntamenti sono quattro, e si comincia (non sarete sorpresissimi) con Shakespeare e i suoi contemporanei.

Seguiranno l’Antichità Greco-Romana, il Medio Evo e l’Ottocento…

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Mi si dice che per martedì restano pochi posti – ma voi chiamate il numero qui in fondo alla locandina per informazioni – e sentite che cosa vi dicono.

Poi mercoledì otto marzo alle ore 17.oo sarò alla Biblioteca Mondadori di Poggio Rusco con…

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La storia della fama postuma di Shakespeare è intricata come un romanzo – tra semi-oblio, propaganda puritana, falsificazioni, riscritture, bardolatria, tradizioni teatrali, spiritismo e bizzarrie miste assortite. E, dal tardo Cinquecento ai giorni nostri, s’intreccia con quella di Christopher Marlowe – collega, coetaneo e rivale, più celebre da vivo e ingombrante da morto…

E tecnicamente si tratta di una lezione dell’anno accademico della LUPo – ma volendo è possibile iscriversi a una lezione singola al costo di 5 €. Per informazioni e iscrizioni chiamate la Biblioteca Mondadori al numero 0386 51057.

Ci vediamo la settimana prossima?

 

Ripassi, Ritorni & Nostalgie

Cover of "The Last of the Wine"

Ho letto The Last of the Wine (tradotto, credo, come Le Ultime Gocce di Vino), di Mary Renault, il cui protagonista, un fittizio giovanotto ateniese di buona famiglia ai tempi della Guerra del Peloponneso, è allievo di Socrate, amico di Platone e Senofonte, nemico di Crizia, soldato con Alcibiade e ribelle contro i Trenta con Trasibulo…

Buone frequentazioni e gran bel libro – di quelli che lasciano un nonnulla di book-lag una volta finiti. Capita, giusto? Ebbene, questo specifico libro però si è lasciato dietro anche qualcosa d’altro: una certa qual nostalgia per la Grecia classica… Quel mondo che ho studiato con un certo impegno e molto gusto per cinque anni quando ero una piccola ginnasiale e poi liceale. Quel mondo che poi ho poco meglio che abbandonato – con l’eccezione dell’occasionale romanzo storico*. Quel mondo che, pur sapendo che non era affatto così, non posso fare a meno di immaginare bianco e soleggiato…

Essì, nostalgia. Che devo dire?

Per fortuna è nostalgia di un genere che si cura facilmente. Intanto ho recuperato, a titolo di antipasto, la Storia dei Greci di Montanelli. Dietro aspettano in fila Plutarco, Tucidide, un dialogo socratico o due e l’Anabasi di Senofonte…

Poi naturalmente sono quei progetti che si fanno, perché il tempo è poco e i libri sono tanti, e le scadenze incombono. Ma insomma, la Grecia antica è lì che aspetta e fa cenni invitanti. Stiamo a vedere come e quanto riuscirò a rispondere. A parte tutto il resto, a suo tempo ho passato cinque anni a studiare la storia, la lingua, la letteratura, la poesia, la filosofia, la vita quotidiana e i miti di questa gente… Sotto più di un aspetto, sarà un po’ come tornare a casa – e in buona parte è stato così leggendo il romanzo: la sensazione di camminare per strade familiari e care. È stato bello passeggiare per questa Atene. Foss’anche solo per questo, grazie davvero, Ms. Renault.

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* E, se vogliamo, un tardo riflesso alla periferia di Annibale…

Gli Sciuani

honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaineSi parlava di Balzac, e a un certo punto, a dimostrazione della mia teoria secondo cui anche lui aveva le sue giornate così, ho citato Les Chouans – che insomma, diciamolo: è un libro un po’ così.

E allora “Perché, perché, perché,” mi domanda T. “anche quando citi un autore normale, devi andare a pescare i titoli più sciagurati? Che d’è ‘sto Les Chouans, che è un libro un po’ così?”

“Ci faccio un post,” ho detto io. Ed eccoci qui.

Allora, vediamo un po’. Les Chouans ou la Bretagne en 1799. Trattasi di romanzo storico, scritto da un Balzac trentenne, e poi inserito con scarsa convinzione nella Comédie, alla voce “Scene della Vita Militare.”

E gli Chouans, dovete sapere, sono una specie di coda lunga, e bretone, delle Guerre di Vandea. C’erano fin dal 1791: bande di guerriglieri realisti, meno organizzati dei loro omologhi d’oltre Loira. Prendevano il nome da un capo chiamato Jean Chouan (come dire Gianni la Civetta), e li si immaginava tutti torvi e feroci, col cappellaccio e gli scarponi chiodati.honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaine

Tra l’autunno del 1793 e la primavera del 1794 si unirono più o meno burrascosamente ai Vandeani fuggiti oltre Loira sotto l’incalzare dei Blu repubblicani, e quando questi se ne tornarono a casa decimati e scoraggiati per firmare un armistizio e concludere la prima Guerra di Vandea, continuarono per la loro strada di scaramucce, imboscate, agguati e tutte quelle tattiche che possono rendere la vita tanto difficile  per un esercito regolare, e tanto più in un paesaggio di acquitrini e nebbie.

Con recrudescenze periodiche, gli Chouans continuarono a infastidire in grande Repubblica, Direttorio e Consolato e Impero fino al 1805, per poi risorgere brevemente (insieme ai Vandeani) nel 1815 e poi nel 1832.

honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaineNel 1799, l’anno in cui Balzac ambienta il suo romanzo, l’Ovest sta attraversando l’ennesima di queste recrudescenze – e stavolta le cose paiono farsi serie, con Chouans e Vandeani riuniti nello sforzo di resuscitare un’altra volta l’Armée Catholique e Royale… Non finirà bene, per le rivalità tra i capi, per una radicata avversione a coordinarsi, per il tiepido aiuto dell’Inghilterra e perché poi arriverà il colpo di stato di Napoleone che, da Primo Console, per prima cosa offrirà agli insorti la libertà religiosa e la dispensa dalla leva, bagnando – per dir così – le loro cartucce nella maniera più efficace.

Ma questo è di là da venire all’inizio del romanzo, quando la bella Marie de Verneuil, duchessa illegittima, vedova di Danton e spia della Repubblica, arriva in Bretagna per nuocere alla Chouannerie in generale e al capo del momento in particolare, il giovane, tormentato e fascinoso marchese di Montauran.honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaine

E indovinate chi s’innamora di chi a prima vista – e viceversa?

Seguono battaglie, tradimenti, gelosie, rivelazioni, ripensamenti, sangue, lacrime e melodramma in dosi industriali. Davvero, a leggerlo senza sapere di che si tratta, non direste mai che sia Balzac. Marie e Montauran sono bellissimi, competentissimi, torturatissimi dalla dura necessità, buonissimi, generosissimi e nobilissimi d’animo – e quando commettono errori (anche della varietà più fatale), lo fanno sempre per troppa buona fede, troppo buon cuore, troppo amore. Per contro, l’aristocratica chouanne Mme du Gua è fascinosissima e perfidissima, il poliziotto blu Corentin è astutissimo e spregevolissimo, gli Chouans sono fanaticissimi e barbarissimi – e il paesaggio è ostilissimo, nebbiosissimo e spettralissimo.

honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaineE d’altra parte è in questa luce e in questi superlativi che, nel 1829, si guardava all’Ovest realista e alle sue pittoresche e sanguinose effervescenze. Diciamo pure che Vandea e Chouannerie sembrano fatte apposta per essere romanzate. Una tentazione quasi irresistibile per un romanziere, seppur complicata dai nervi collettivi della Francia, che in proposito sono ancora un po’ scoperti oggidì – figuriamoci nel 1829 . Epperò, francamente, Les Chouans non è il miglior Balzac in cui possiate inciampare.

Nondimeno, a suo tempo il romanzo ebbe la sua dose di successo, rinnovato quando venne incluso nella Comédie. Ogni tanto viene ripubblicato – spesso, specie in anni recenti, con copertine d’ispirazione più vandeana che chouanne.honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaine

Per dire, Fallois piazza in copertina capi vandeani come Jacques Cathelineau o Henri de la Rochejaquelein (cui in realtà, secondo me, Montauran è largamente ispirato), mentre Folio passa dal principe di Talmont – bretone di nascita ma generale dei Vandeani – a un paio di truci fantaccini vandeani ritagliati dal ritratto di la Rochejaquelein… La sentinella sulla copertina dell’edizione Le Mat è dubbia, perché il quadro di Loyer va variamente sotto il nome di Breton montant la garde devant une église o Vendéen montant la garde…, per cui va’ a sapere. L’edizione Flammarion forse è l’unica che prenda la faccenda sul serio, perché credo (e ripeto: credo) che il personaggio in copertina sia Jean Jan, chouan vero e proprio.

honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaineE in Italia? Come tutta la Comédie, anche Les Chouans ci arrivò, per la prima volta nel 1927, in una traduzione di Tiziano Ciancaglini, pubblicata da Corbaccio e intitolata Gli Sciuani.* Poi ci fu un’altra traduzione (anonima) nel 1964, e nel frattempo non fa meraviglia che, nel 1940, Nicola Daspuro ne avesse tratto un’opera lirica. Mai storiellona gonfia, improbabilità miste assortite e personaggi di cartone furono più adatti a diventare libretto…honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaine

Per cui non vi sto consigliando particolarmente di leggere Les Chouans, a meno che non siate cacciatori di bizzarrie letterarie, o magari curiosi di vedere come se la cavava il primo Balzac. Non so, ma alle volte, specialmente quando si è nel bel mezzo di una di quelle crisi da come-ho-mai-potuto-pensare-di-saper-scrivere-non-prenderò-mai-più-in-mano-una-penna, si può trovare consolazione e incoraggiamento nel constatare che anche Balzac non è sempre stato meraviglioso. Curiosità o terapia, trovate il testo originale qui. Se volete la traduzione, invece, vi toccherà cercare per biblioteche. Qua e là si trova – e quasi di sicuro sarete i primi a prenderla in prestito da decenni a questa parte.

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* Visto che il titolo del post aveva una ragione? Cominciavate a dubitarne, vero? Gente di poca fede.

Feb 15, 2017 - Storia&storie, teatro    2 Comments

Matilde di Canossa È Passata di Qui

P4210013.JPGUna certa sera di piena estate di qualche anno fa, con Hic Sunt Histriones, ci trovammo a rappresentare Matilde, Donna e Contessa, di Gabriella Motta, davanti alla magnifica pieve romanica di Pieve di Coriano – fondata proprio da Matilde nell’Undicesimo Secolo.

Era un caso di posto perfetto e, per di più, era una sera perfetta – con tanto vento quanto basta a muovere i (numerosi) mantelli senza interferire con i microfoni – e avevamo un bravissimo tecnico alle luci… Insomma, una di quelle rappresentazioni felici in cui tutto va bene, tutto è bello a vedersi, e gli applausi sono numerosi.

Per cui, a spettacolo finito e pubblico defluito, ce ne stavamo a gramolare ghiaccioli alla menta e guardare la bella facciata romanica mentre i tecnici smontavano le luci – stavamo lì con quel lieve spirito proprietario che viene dall’aver recitato in un posto*.

Dovete sapere che all’epoca HSH se ne andava in giro alternando questa Matilde al mio Somnium Hannibalis, ed è per questo che, a un certo punto, “Guarda,” mi disse G. la Regista, indicando con fare da sibilla. “Il tuo Annibale non si è lasciato dietro nulla del genere.” Han

Il che, come ammisi allora e non ho la minima difficoltà ad ammettere adesso, è del tutto vero. Annibale non si è lasciato dietro nulla di nessun genere, in fatto di mattoni e pietra. That is, con la possibile eccezione della città di Artashat, che forse disegnò per un re d’Armenia – e io spero che la storia sia vera, perché mi piace immaginarmi Annibale che, nel suo esilio, disegna città – ma se anche fosse, ormai dell’antica Artashat resta meno che un cumulo di rovine.

E questo – come allora dissi a G. – teatralmente e narrativamente fa di Annibale il più tragico e il più interessante tra i due.

Voglio dire, a ben pensarci ci sono un sacco di paralleli tra Annibale e Matilde: entrambi nati ai vertici della società, entrambi precocemente eccezionali, entrambi figli di padri notevolissimi persi presto e poi superati in capacità e fama, entrambi perno nello scontro tra due grandi potenze delle rispettive epoche, entrambi morti senza successione….

MatildeSolo che Matilde morì tranquilla, lasciando una ragionevole approssimazione di pace e ogni genere di eredità tangibile, dopo aver regnato per molti anni e compiuto molto di quello che si era prefissa di fare, mentre Annibale morì esule, sconfitto, braccato e tradito, avvelenandosi per non cadere nelle mani di Roma e senza lasciarsi dietro nulla.

Nulla, tranne un nome che persino i suoi acerrimi nemici ammiravano. Nulla, tranne nozioni tattiche che si studiano ancora oggi nelle accademie militari di tutto il mondo. Nulla, tranne – ed ecco un paradosso – la grandezza dei suoi nemici, perché è con la II Guerra Punica, che Roma si laureò grande potenza**.

E  quindi lasciatemi indulgere brevemente al mio personale genere di slancio sentimentale: Matilde era senza dubbio un’ammirevole, energica e capacissima signora, ma il mio cuore e la mia immaginazione restano con l’uomo che, sconfitto e senza monumenti da lasciarsi dietro, è riuscito a scagliare il suo nome attraverso quasi due millenni e mezzo come una scia luminosa, per pura, fiammeggiante, titanica grandezza.

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* E ancor di più dall’averne scritto, ma nel caso specifico questo lato della faccenda non spetta a me.

** E, come dice Polibio, “l’essenza di tutto ciò che di buono o di cattivo accadde tra Romani e Cartaginesi fu un uomo solo, Annibale – tanto grande fu la sua personalità, tanto fervida la sua immaginazione.”

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Gen 25, 2017 - Storia&storie, teatro    No Comments

Vertigini Metashakespeariane

Poster - Julius Caesar (1953)_09È capitato di recente che rivedessi il vecchio Giulio Cesare – Shakespeare secondo Mankievicz, con James Mason, Marlon Brando e John Gielgud. Teatro filmato in grande, per lo più, molto vecchia maniera, con menzione speciale per la prima scena dell’Atto II, che funziona davvero bene con il vento e le torce – ma non è questo il punto, o almeno non oggi.

Il punto è che l’esperienza (ancora in corso) di Shakespeare in Words ha dato un luccichio particolare a quel meraviglioso pezzettino dell’Atto III in cui, dopo aver assassinato Cesare, i congiurati s’inginocchiano per immergere le mani nel suo sangue. È per metà un rituale semibarbarico e per metà la preparazione prima di presentarsi alla folla irrequieta, con le spade e le mani insanguinate, a gridare “Pace e libertà!”

E mentre Bruto e compagnia se ne stanno lì con le mani nel  sangue, Cassio ha uno di quei momenti in cui ci si vede dall’esterno – e nella storia:

In quali età a venire si reciterà questa nostra scena solenne, in nazioni ancor non nate, in lingue mai udite ancora?

Mi sono sempre chiesta se chi compie atti storici se ne renda conto, se si fermi mai a meditare sulla propria JCHowManyAgesnachleben… apparentemente se lo chiedeva anche Shakespeare – e ne ricavò questo favoloso squarcio metateatrale. Non ricordo più dove ne ho letto la definizione come “un evento storico che si immagina scena teatrale all’interno di un’opera teatrale a proposito dell’evento stesso”… E l’ironia naturalmente sta nel fatto che il Cassio di Shakespeare pone la domanda a un pubblico non ancor nato, in una nazione e in una lingua che ancora non esistevano nel 44 avanti Cristo… Anzi, a ben pensarci, lo fa da secoli in nazioni che non esistevano nemmeno nel 1599…

Ma Cassio non ha intenzioni ironiche. Anzi, si prende talmente sul serio che mi domando se non intenda il verbo “to act over” nel senso di “compiere ancora”, piuttosto che in quello teatrale di “recitare”… È possibile che, più che come eroe tragico delle scene future, s’immagini come l’ispiratore di generazioni di tirannicidi a venire? È un’impressione che non posso fare a meno di avere ogni volta che vedo questa scena – almeno fino a quando Bruto non risponde così:

Quante volte dovrà sanguinare su un palcoscenico Cesare, che ora giace come polvere davanti alla statua di Pompeo?

E rieccoci fermamente ricondotti a teatro… E forse m’immagino cose che non ci sono, ma non posso fare a meno di sentire un che di seccato nella replica di Cassio:

Per quante volte sia, sarà sempre per dare a noi il nome di liberatori della patria!

CassiusBrutusA Cassio proprio non va che gli strappino il suo momento di storia – men che mai per darlo al cadavere di Cesare – e, se teatro dev’essere, almeno si riprende le luci della ribalta, per sé e per i suoi compagni, i liberatori di Roma. Il che, badateci, noi vediamo in una tragedia intitolata Giulio Cesare

Dopodiché gli altri congiurati cominciano a innervosirsi, e arriva il messaggero di Antonio, e avanti si va – Cassio e Bruto su binari separati – e la finestra metateatrale è chiusa, con la sua prospettiva vertiginosa di domande che contengono domande, e ironie speculari, e scontri di personalità, e secoli che passano, e complessità stratificate… E tutto questo, nell’originale, in nove versi. Nove.

Capite perché adoro Shakespeare? E perché non posso più andare alle prove senza un’eco di quel luccichio che vi dicevo sul diaframma?

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Oh, Questa Tosse…

ViolettaSarà forse perché da mezza settimana tossisco come un mantice che sono spinta a ruminare di tubercolosi in letteratura? Ovviamente non ho la TBC – solo l’ennesima bronchite – ma bisogna dire che l’effetto sonoro sia quello, perché la famiglia mi chiama Violetta…

In realtà la famiglia potrebbe chiamarmi con un sacco di altri nomi – e adesso procedo a dimostrarvelo – ma è innegabile che la prima eroina tisica che viene in mente sia lei: la donna perduta Marguerite Gauthier, la Signora delle Camelie di Dumas figlio, cambiata in Violetta Valery all’opera (suppongo per comodità prosodico-musicale?), che si redimerebbe volentieri al fianco del bravo ragazzo Alfredo, ma poi ci si mettono di mezzo una sorella pura siccome un angelo e la tosse fatale per procurare il tipo di finale strappalacrime che tanto bene funziona* a teatro – lirico e di prosa.

E quindi, quando nella Bohème Mimì comincia a tossire, capiamo presto che sarà bene preparare i kleenex prima del finale: lo sappiamo tutti che le soffitte sono fredde e malsane, e qualcuno dovrà pur lasciarci le penne. Il candidato ovvio è la tenera fanciulla – di nuovo tra le braccia del tenore, di nuovo dopo un rapido e musicale episodio di quella cosa romantica – la spes tisica, l’ultimo colpo di energia che coglie(rebbe) il malato prima della morte.

Vi dirò, credevo che fosse proprio vero, ma mi si dice che la spes tisica potrebbe essere una delle tante leggende romantiche che circondano il mal sottile. Opera e romanzi hanno costruito l’idea che si tratti di una fine poetica, il genere di cose in cui qualcuno d’interessante si fa pallido, tossisce assai, s’indebolisce, perde un po’ di sangue dalla bocca (cercando sempre di nasconderlo in un fazzoletto che poi viene scoperto), tossisce ancora, può svenire una volta o due – ma questo è opzionale – ha l’impressione di star meglio e poi reclina la testa sulla spalla… Scene di dolore da parte dei superstiti affranti, buio, sipario, applausi.Smike

Più o meno così, ne I Miserabili, muore Fantine, ragazza perduta e madre di Cosette, provvedendo il protagonista di una figlia adottiva. In Dickens mi vongono in mente un paio di casi maschile, Richard Carstairs in Casa Desolata, e il povero Smike, cugino illegittimo di Nicholas Nickleby. Richard in realtà è uno di quei personaggi un nonnulla irritanti – ma a voler vedere, Smike è piuttosto simile a Fantine nella quantità di sventure che i rispettivi autori accumulano sul capo di ciascuno, con la tisi a titolo di ciliegina sulla torta – e per essere cinici, non c’era nessuna utilità per Fantine viva o per Smike vivo. Direi che si possono diagnosticare tranquillamente due casi di tbc narrativa…

Curiosamente, la faccenda si fa più cupa con Kipling, in Rewards And Fairies, che dovrebbe essere una raccolta di racconti per bambini. Ma Philadelphia, giovane figlia di un gentiluomo inglese in tempi di guerre napoleoniche, non sa che la sua tisi è incurabile e che diventerà presto difficile da sopportare. I due piccoli protagonisti, Una e Dan, intuiscono la verità dalle mezze parole e dall’angoscia del giovane medico francese prigioniero di guerra che di Philadelphia è innamorato e che non può fare nulla per lei – se non lasciarla nella sua illusione di guarire presto da quella tosse così fastidiosa.

RalphE si capisce che nessuna malattia sarebbe davvero interessante dal punto di vista letterario se non tendesse ad avere conseguenze fatali. Diciamola tutta: a chi importa un bottone della bronchite? Henry James appiccicava spesso la consunzione ai suoi personaggi, perché era stato traumatizzato dalla morte dell’amatissima e poco più che ventenne cugina Minnie Temple, e perché una lenta condanna è sempre un device narrativo pieno di possibilità. Così Milly Theale, la protagonista de Le Ali Della Colomba, deve parte del suo fascino e metà dei suoi problemi al fatto che sta morendo di tisi. E la candida, irreprimibile, socialmente disastrosa Daisy Miller diventa una figura tragica quando comincia a tossire, per il contrasto tra la sua natura esuberante e la sua caducità. Poi c’è Ralph Touchett, il cugino di Isabel Archer in Ritratto di Signora. Ralph è innamorato di Isabel, ma non si fa avanti perché è malato. Quando Isabel è colta dal dubbio di poterlo ricambiare, è un filino tardi – ma poco importa: noi lettori, meno distratti di Isabel, lo abbiamo trovato interessante per tutto il tempo.

Un altro che con il mal sottile andava a nozze era Dostoevskij: I Fratelli Karamazov, I Demoni, l’Idiota, Delitto e Castigo… qualcuno che tossisce c’è sempre. Ma d’altra parte, la TBC gli aveva portato via la madre e (forse) un fratello. Semmai è sorprendente che Charlotte Bronte, con la sua vicenda famigliare, faccia un uso così limitato della malattia. O forse, dopo avere perduto per tisi Branwell, Emily e Anne nel giro di pochi anni, non aveva più nessun desiderio di parlarne nei suoi romanzi. L’unico caso di consuzione di Charlotte lo troviamo in Shirley (scritto in buona parte durante la malattia di Emily): Caroline Helstone si ammala, ma poi si riprende, guarisce e prospera. E forse non è un caso che Caroline fosse un parziale autoritratto?KeatsSevern

Perché capitava anche di guarire, ma non succedeva spessissimo: per un Goethe, che sembra dover morire ragazzo e poi sopravvive e campa altri sessant’anni abbondanti, sono tanti a morirne. Malattia da poeti, si direbbe, se contiamo Catullo, Keats (e suo fratello), Rostand, Novalis, Leopardi (che aveva cantato la tisica Silvia), Eluard, Elizabeth Barret Browining, Schiller, Robert Burns, Guido Gozzano. E malattia da romanzieri, anche: mi vengono in mente Stevenson, Dashiell Hammet, Gorkij, Stephen Crane, Balzac, Checov, Kafka, Orwell, Maupassant, ma sono certa che ce ne sono molti altri. E i musicisti: Pergolesi, Stravinskij, Chopin**… E come potrebbe non essere un male romantico, quando ne muoiono tanti artisti?

In realtà non è affatto una bella fine, come si evince per esempio dalla dolorosissima e protratta agonia del Duca di Reichstadt/Re di Roma, lo sventurato figlio di Napoleone e Maria Luigia d’Asburgo, descritta da Francesca Sanvitale ne Il Figlio Dell’Impero.

Eppure…. Per diversi secoli la tisi è stata la Malattia, quella che colpiva indiscriminatamente in tutte le classi sociali*** , che condannava con scarse possibilità di appello, che uccideva lentamente, che si cercava di curare nei sanatori (La Montagna Incantata). Ma a differenza di quel che è accaduto in secoli diversi per la peste, per il colera, per la lebbra, per il cancro e per l’AIDS, invece di generare un alone di paura, orrore generalizzato e stigma sociale, la consunzione ha goduto di una sorta di nobilitazione artistica: la tisi era il male degli innamorati, dei ribelli, degli artisti, degli sventurati giovani e belli, di chi era caro agli dei… Clark Lawlor ha dedicato a questo fenomeno tutto un ponderossissimo e vagamente perplesso saggio. Letteratura e musica hanno ingentilito, quando non addirittura mitizzato, la percezione del mal sottile – al punto che il Giovane Poeta Languente e la Fanciulla Consuntiva sono diventati icone letterarie, e una tosse insistente (per non parlare di un fazzoletto macchiato di sangue) è un topos letterario inequivocabile. In un romanzo, a teatro o al cinema nessuno tossisce per caso: bastano un paio di colpi, e potete scommettere con ragionevole certezza che il personaggio non vivrà a lungo.

Ciò che, tra parentesi, mi rende al momento molto lieta di non essere il personaggio di un libro…

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* Dipende: nell’ultima Traviata che ho visto, Violetta era un pezzo di figliola e Alfredo un po’ esilino, tanto che all’ultimo atto prudenza registica ha voluto che la fanciulla collassasse tra le braccia non del tenorino, ma del più solido medico curante.

** In realtà, molti anni fa, un alunno di mia madre propose la sconcertante teoria alternativa che il poveretto fosse morto perché George Sand lo teneva sveglio di notte a comporre i Notturni.

*** Ciò che si riflette puntualmente in letteratura, con la malattia che colpisce del pari, seppure per diversi motivi, la ricca e bellissima Clarissa, lo scrittore middle class Edwin in New Grub Street e l’operaia Bessie di North and South.

Tutto Inventato

governessMillenni fa, quando davo ripetizioni private, la mia allieva preferitissima, vispa liceale quindicenne senza alcun vero bisogno di ripetizioni, pensò bene di sconvolgermi annunciando trucemente che non le interessava studiare Latino, non le piaceva e non ne vedeva l’utilità, visto che di sicuro nessuno l’aveva mai parlato.

Io, al momento appollaiata su una scaletta in cerca di un vecchio libro di versioni, scoppiai a ridere.

“No, dico davvero,” insisté R. “Non vorrai farmi credere che qualcuno fosse tanto idiota da parlare questa roba con le declinazioni, vero?”

“Un sacco di gente parla roba con le declinazioni,” dissi io. “Ancora adesso: il Tedesco ha le declinazioni, il Russo ha le declinazioni…”

“Be’, è diverso. Quelle sono lingue che la gente parla. Il Latino no.”

“Adesso no, magari*, ma fino a nemmeno tantissimo tempo fa… lo sai che il Quartiere Latino di Parigi si chiama così perché ancora nel Settecento…”

” È inutile, non sforzarti. Tanto non ci credo che lo parlassero davvero. E non credo nemmeno alla storia, se è per questo.”Ladder

E qui per poco non caddi dalla scaletta. Come, non credeva alla storia? Non credeva che fossero successe le cose raccontate nei libri di storia. E secondo lei, perché le avrebbero raccontate, allora? Oh, chi lo sa? Magari si erano messi d’accordo. Ma chi? E Perché? Oh, chi lo sa? Per far fare bella figura a Roma, per esempio. E quindi c’era una Roma? Boh, magari sì. E cosa facevano questi Romani, mentre non facevano quello che dicono gli storici? E chi lo sa? Di sicuro non quelle cose troppo ovvie e troppo prevedibili che dicono i libri. Ovvie e prevedibili?! Sì, come Cesare, che va in Senato anche se gli dicono di non andarci, e poi lo accoltellano…

D’accordo, la piccola R. aveva detto qualcosa a caso perché non aveva voglia di cercare cognovi sul vocabolario, e si era ritrovata in pasticci più grossi, come la necessità di difendere un’affermazione a cui non aveva pensato granché… E però non posso fare a meno di pensare che la sua insofferenza nei confronti della storia e del Latino fosse in parte sincera.

idesofmarch15Considerando che R. era sveglia e studiosa, una di quei ragazzini a cui piace andare a scuola, l’idea era e resta un po’ scoraggiante. Non da oggi penso che insegnare la storia come una serie di date, nomi e fattori economici sia deleterio. Come è possibile appassionarsi alla complessità multiforme dei processi che ci hanno resi quelli che siamo, mandando a memoria il progressivo diffondersi della patata sul continente europeo?

E d’altra parte, me ne rendo ben conto, le ore e i programmi sono quelli che sono, e offrire una panoramica generale è il meglio che si può fare. Chi si interessa approfondirà poi all’università o per conto proprio…

Eppure… che non ci sia un modo diverso? Che non si possa da un lato stimolare l’interesse e consentirgli di svilupparsi, e dall’altro offrire gli strumenti intellettuali per farlo?

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* In realtà, di recente, un’amica di mia madre mi ha raccontato di una serata lontana, in una discoteca della Swinging London anni Sessanta, in cui conversò lungamente in Latino con un giovane ingegnere tedesco…

Il Testamento di Virgilio al d’Arco

Se le ultime richieste di Virgilio fossero state onorate, il poema che conosciamo come Eneide non sarebbe mai giunto fino a noi. Ma Augusto e il poeta Lucio Vario Rufo decisero di non consegnarlo alle fiamme e all’oblio, e noi, venti secoli più tardi, associamo il nome di Virgilio prima di tutto agli esuli troiani, alla fondazione mitica di Roma, alla guerra nel Lazio… Un’ombra lunghissima e una visione della Romanitas mai tramontata del tutto – contro la volontà del suo stesso autore. Che cosa resta di chi muore? Chi decide davvero che cosa ciascuno di noi si lascia dietro? Quanto pesa l’eredità di un poeta?

Questa sera, per i Lunedì del d’Arco, ritorna Il Testamento di Virgilio (che un tempo si chiamava Di Uomini e Poeti), con la regia di Maria Grazia Bettini.

Ci sono Adolfo Vaini, Diego Fusari, Andrea Flora, Francesca Campogalliani, Rossella Avanzi, Riccardo Fornoni, Mario Zolin, Valentina Durantini, Stefano Bonisoli, Alessandra Mattioli, Annalaura Melotti, Melissa Carretta, Anna Bianchi, Chiara Benazzi e Serena Zerbetto.

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L’ingresso – come per tutti i Lunedì – è gratuito. Vi aspettiamo.

Enrico a Quattro Mani

NSONel mondo anglosassone la cosa sta facendo una certa quantità di rumore – ma immagino che alla Oxford Press se l’aspettassero: The New Oxford Shakespeare, la nuova edizione critica delle opere complete di Shakespeare, pubblicata a fine ottober essendosi l’anno che è, affibbia a Shakespeare un coautore per ben 17 delle sue opere.

E a dire il vero, gliene assegna 44 invece delle tradizionali 38/39 – incluso Arden of Faversham – ma quel che appare nei titoli dei giornali sono le tre parti dell’Enrico VI, scritte, secondo Oxford, a quattro mani con Christopher Marlowe. D’altra parte, Laggiù Marlowe è molto più noto della maggior parte degli altri coautori, anche a un pubblico generale, e addirittura uno dei candidati alternativi di punta in molte delle (francamente bizzarre) teorie sul Vero Autore.4

E vi ho detto un sacco di volte che secondo me il Canone shakespeariano l’ha scritto Shakespeare – ma non necessariamente tutto da solo. C’era questo modo – probabilmente un retaggio bardolatrico e poi vittoriano – di guardare al Bardo come a un genio solitario e siderale, che produceva in orgoglioso isolamento… C’era e da qualche parte c’è ancora, visto che qualcuno grida allo scandalo a proposito delle collaborazioni. Ma d’altra parte, le teorie in proposito non sono molto più giovani delle colline: già il buon Edward Malone, che pure era un fiero bardolatra, aveva i suoi dubbi a fine Settecento. Quindi, in realtà, quel che fanno a Oxford non è terribilmente nuovo. Solo più vasto, più approfondito, supportato da nuove analisi linguistiche e statistiche – prove empiriche sufficienti a scrivere “Enrico VI, di William Shakespeare e Christopher Marlowe”.

566003394Ora, dalla fine di ottobre in qua, amici e famigliari sghignazzano su quale debba essere la mia soddisfazione in proposito… e sì, non posso negarlo. Ma non tanto – o almeno non soltanto – per via di Marlowe. Il punto è che, se non ho mai creduto alle teorie cospirative del Vero Autore, non ho mai creduto nemmeno all’idea dell’Astro Solitario. E non perché Will Shakespeare da Stratford fosse un guantaio mancato di approssimativa istruzione – ma perché non è così che funzionava la Londra teatrale al tempo della Regina Bess. Era un mondo fitto, incandescente e piuttosto piccolo, in cui tutti conoscevano tutti e collaboravano con tutti, e s’influenzavano e copiavano a vicenda… per dirla con John Donne, nessun poeta è un’isola. Perché Shakespeare dovrebbe essere diverso – e tanto più perché le sue opere lo mostrano profondamente immerso nel suo mondo? Sil2

Adesso sono molto curiosa di leggere i saggi che accompagnano l’edizione – e, dato il prezzo proibitivo dei quattro volumoni, mi sa che dovrò aspettare e confidare in qualche biblioteca. Ma intanto mi dichiaro soddisfatta, in effetti, per questa visione meno romantica di Shakespeare, e perché è davvero facile immaginare la Compagnia dell’Ammiraglio che chiede allo spregiudicato e celebre Kit Marlowe di reggere la mano all’inesperto ragazzotto del Warwickshire, pieno di buone idee ma teatralmente ingenuo da non dirsi…

Quanto poi piacesse a Marlowe la faccenda, è un altro discorso – e qui sconfiniamo in territorio narrativo. Il mio territorio, d’altra parte: sono certa che più d’una di queste collaborazioni si presterà ad essere raccontata/drammatizzata… Un altro felice prodotto del New Oxford Shakespeare.

Passa Il Pacchetto

The History BoysA un certo punto di The History Boys, Alan Bennet – sul quale si può sempre contare per qualcosa di straordinariamente acuto, spiritoso e struggente al tempo stesso – fa dire all’eccentrico insegnante Douglas Hector che a volte, con la grande letteratura, ti capita di imbatterti in…

…un pensiero, una sensazione, un modo di vedere che avevi creduto speciale e solo tuo. E invece eccolo lì, scritto da qualcun altro, qualcuno che non hai mai conosciuto, qualcuno che magari è morto da un sacco di tempo. Ed è come se quella persona saltasse fuori e ti prendesse per mano.*

A chi non è mai capitato? Si sta leggendo ed ecco che… capita in modi diversi: un senso di familiarità, come ritornare in un posto dove si era stati tanto tempo fa, oppure una folgorazione: ma sono io! Posso anche confessare un momento del genere particolarmente vivido con L’Ussaro Sul Tetto di Giono, quando Angelo cammina nei boschi e sente una musica di provenienza incerta e per un istante pensa che sia lì per lui** e rimane quasi deluso nello scoprire un soldato che suona su uno strumento saccheggiato…
Ma non è questo il punto.

Il punto è che ho ritrovato un’annotazione (a proposito di  DigVentures, credo) in cui quest’idea era applicata alla storia – e in particolare all’archeologia, con la differenza che è l’archeologo ad allungare la mano verso il passato, nella forma un frammento di vaso o della traccia lasciata dalla lama di un’ascia.bread-burial-plate-flat-nk

E in effetti… Non vi è mai capitato, in un museo egizio, di commuovervi di più davanti a una pagnottella pietrificata che davanti a tutti i sarcofagi e alle maschere d’oro, perché nella pagnottella si concentrava tutto quello che non è mai cambiato troppo? Perché avevate la sensazione che chiunque avesse impastato e cotto quella pagnottella ve la stesse in qualche modo allungando attraverso i millenni?
Oppure le bolle di consegna. Quegli involucri sigillati che i mercanti sumeri mandavano insieme alla merce: arnesi panciuti di argilla, dentro i quali c’erano delle specie di gettoni a forma di pecora, pesce, rotolo di stoffa, orcio, sacco di granaglie… E chi riceveva era in grado di controllare che la spedizione fosse integra – anche se non sapeva leggere. Bolle di consegna.

Capita di riconoscere in un oggetto un gesto, una necessità, una pratica, una piega della natura umana, e sono queste gemme di parentela lontana che il romanziere storico, il biografo, l’insegnante, il divulgatore, l’archeologo cercano e usano nello sforzo di gettare ponti tra il lettore/studente/ascoltatore e ciò che è successo in un passato più o meno lontano.

Come Gianni Granzotto, che nelle sue ricerche su Annibale trova Himilce, la bella e nobile moglie di cui si sa poco più che il nome, in un paio d’orecchini d’oro provenienti da una necropoli andalusa.

O come i miei implumi, che cominciarono ad appassionarsi a Dickens scoprendo che, con i suoi ritmi di pubblicazione settimanali, lavorava come un autore televisivo dei nostri giorni.

O come Bryher, che decanta come somma felicità della ricerca quella di ritrovarsi tra le mani un pezzetto di quella che era la verità agli occhi di un Elisabettiano – minuscola tessera di un rompicapo destinato ad essere sciolto forse da qualcuno che non è ancor nato.

English: portrait of Alan BennettE questo ci riporta di nuovo a Bennet e a Douglas Hector che, nel congedarsi definitivamente dai suoi allievi in un momento à la Dead Poets Society, li esorta a “passare il pacchetto”***.

A volte è tutto quello che potete fare. Prendetelo, sentitelo, e poi passatelo. Non per me, non per voi stessi, ma per qualcuno, da qualche parte, un giorno. Passate il pacchetto, ragazzi. Ecco il gioco che voglio che impariate. Passatelo.*

Mi piace pensare che anche i romanzieri storici giochino a questo gioco – o che, quanto meno, possano giocarci. Credo che per giocarci debbano impacchettare la gemma in molti strati di storie fittizie, licenze narrative, fatti inclinati a 45° e tinti di violetto – perché essendo romanzieri, raccontano storie, e se le cose che raccontano non sono storie funzionanti, non sono più romanzieri. Però credo anche che non possano giocare barando. Se invece di ritrarre un periodo con i suoi splendori e le sue brutture, le sue credenze, le sue paure e la sua forma mentis, scelgono di presentare gente contemporanea in costume intenta a scintillare in mezzo ai retrogradi e meschini pregiudizi del tempo – e soprattutto se annegano qualsiasi senso del periodo nell’ansia di offrire protagonisti politically correct – allora non stanno più giocando al gioco di  Bryher.

Può darsi che stia ancora giocando a quello di Bennet – può darsi che il lettore, scartando pagina dopo pagina, ritrovi frammenti di se stesso, se non frammenti di contatto attraverso i secoli.

Ma se è davvero bravo e intenzionato a farlo, il romanziere storico dovrebbe saper impacchettare nella sua storia premi che luccicano in entrambi i modi.

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* Traduzione mia.

** Essendo un ussaro napoleonico, non pensa in termini di colonna sonora personale, ma quella è l’idea…

*** Ecco, e qui la cosa perde un po’ d’impatto perché Passare il Pacchetto è un gioco diffuso nel mondo anglosassone – o se esiste anche da noi, non ne ho mai sentito parlare. I giocatori sono seduti in cerchio e, a suon di musica, si passano un premio avvolto in numerosi strati di carta. Ogni volta che la musica si ferma, chi si ritrova in mano il pacchetto rimuove uno strato di carta – trovando qualche volta una citazione, qualche volta una penitenza, qualche volta uno scherzo, qualche volta un premio minore, qualche volta nulla. Quando la musica riprende si ricomincia, e chi toglie l’ultimo strato vince il premio.

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