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Se Avete Amato Tamerlano…

Qualche giorno fa su strategie evolutive si facevano considerazioni sul meccanismo per cui ogni successo si porta dietro un subisso di imitazioni scritte con la penna intinta nell’ansia di salire sul carro del vincitore editoriale.

You know, le sciagurate fascette: Il Nuovo Xxx, L’Erede di Yyy, Se Avete Amato Zzz…

Ma in realtà il meccanismo è più vecchio delle fascette, più vecchio delle colline. Why, Omero aveva i suoi imitatori. A dire il vero, non è nemmeno detto che “Omero” non stia per “un capofila fortunato e un certo numero di gente che seguiva i suoi passi”…

Ma non occorre che torniamo così indietro – almeno non oggi. Oggi parliamo di Robert Greene. 

Ora, Robert Greene era uno di quegli robert greene, christopher marlowe, tamerlano, alfonso re d'aragonaautori usciti dall’Università che abbondavano nella Londra elisabettiana. Master of Art a Cambridge, figlio forse di un locandiere e forse di un artigiano insolvente, Robin era arrivato a Londra dopo avere abbandonato una moglie ricca – o così racconta lui, ma non è chiaro se ci sia da fidarsi.

E una volta a Londra, frequentò con gusto i bassifondi, si prese per amante la non troppo rispettabile sorella di un brigante di strada e, in generale, si rese tanto cospicuo quanto poteva. Tra teatri, bordelli e arene per gli orsi era universalmente conosciuto per i suoi abiti color cacca-d’oca, per la barba rossa tagliata a punta e per uno spirito alquanto abrasivo. La sua intenzione era la stessa di tanti altri squattrinati gentiluomini lavati nel Cam: guadagnarsi da vivere scrivendo. Il teatro sembrava la via più facile e più redditizia, ma non è che Greene ci sapesse molto fare. A quanto pare, solo una delle sue commedie incontrò qualche favore – e le sue tragedie erano considerate repertorio da provincia. Del che Greene incolpava non se stesso, ma i tempi, la crassa stupidità del pubblico e degli impresari e, soprattutto, la concorrenza. La concorrenza non laureata, in particolare, gli dava il mal di stomaco…

Per sua fortuna, Greene aveva un dono per la prosa. Da un lato i romances, storiellone melodrammatiche in prosa, piene di colpi di scena narrati in uno stile che oggi definiremmo purpureo. E dall’altro i libelli. I suoi saggi sulla vita dei bassifondi, sui trucchi dei truffatori e sulle disgrazie degl’ingenui laureati nella città malvagia ebbero un colossale successo. Un successo che sarebbe bastato a mantenere un uomo di moderato buon senso… ma Greene, tra vino, gioco e donne, era sregolato persino per i laschi standard elisabettiani.

E poi a un certo punto si convertì. Per iscritto. Un Pizzico di Buon Senso Acquistato a Prezzo di un Milione di Pentimento è l’ultimo libello che, secondo tradizione, il buon uomo avrebbe scritto sul letto di morte. La diatriba è livorosissima e ce n’è per tutti, compresi gli attori e gli altri scrittori, primi tra tutti l’ateo Kit Marlowe (chiaramente avviato all’inferno…) e un misterioso Corvo Arrampicatore che si fa bello con le piume altrui – e che in tutta probailità è Shakespeare*, quell’accidenti di campagnolo senza laurea.

Quando il Pizzico fu pubblicato, Robin Greene era già morto per indigestione (o, di nuovo, così vuole tradizione) di aringhe in salamoia e vino del Reno.

E che c’entra tutto ciò con gli imitatori?

C’entra perché dicevamo che Greene non aveva un gran talento per il teatro, ma non per questo non ci provava. robert greene, christopher marlowe, tamerlano, alfonso re d'aragona

Nel 1588, quando il Tamerlano di Marlowe travolse Londra, Greene dovette masticare parecchia bile. Immaginate: al Rose si replicava all’infinito, i bambini nelle strade giocavano a Sciti e Persiani, la gente citava a gran voce Holla, ye pampered jades of Asia!, e nelle taverne i bevitori brindavano alla salute di Alleyn & Marlowe – un vilissimo attore e un ragazzino appena uscito da Cambridge…

Be’, ma perché non posso farlo anch’io? dovette dirsi Greene. Così prese il Tamerlano, lo spostò in Spagna**, cambiò i nomi dei personaggi, riscrisse – ma non troppo, mantenendo la trama pressoché identica… et voilà! Alphonsus, Re d’Aragona era pronto per le scene.

Pare di vederle, le altre compagnie, quelle che non potevano avere Marlowe e il Tamerlano. Venghino, siore e siori, venghino ad ammirare le terribili vicende di Alphonsus, il Tamerlano di Spagna…

E per un po’ funzionò, ma non per molto. La gente, dopo avere visto e rivisto Tamerlano, se ne andava in cerca di altre emozioni consimili, ma poi… be’, Alphonsus non era Tamerlano. E non era questione della scopiazzatura della trama – pratica pressoché quotidiana in un mondo senza diritti d’autore. Il pubblico elisabettiano non aveva particolari obiezioni alla stessa storia in altra salsa, ma era smaliziato: andava una volta e poi, constatando che i versi erano brutti, i dialoghi legnosi e i personaggi mollicci nella loro altisonanza, non tornava più.

robert greene, christopher marlowe, tamerlano, alfonso re d'aragonaLe compagnie provarono a portarsi l’Alphonsus in provincia, dove si supponeva che i campagnoli fossero di bocca buona, ma niente da fare. I cortili di locanda, le sale delle corporazioni e i prati delle fiere si riempivano di gente che, accorsa per vedere il nuovo Tamerlano, non si faceva scrupolo d’interrompere la rappresentazione ululando “dateci Tamerlano!”

In realtà è molto probabile che, se avesse lavorato per bene, invece di gettare in pasto al pubblico una instant tragedy, Greene avrebbe potuto saltare sul carro del vincitore con più successo – e risparmiarsi parecchia bile. Forse, dico, perché il terribile Robin doveva essere una peste, ma di sicuro non era stupido. Non mi colpisce come il tipo d’uomo che si accontenta davvero di beneficiare della luce riflessa di un rivale più giovane e più talentuoso. 

Ma, a parte i rovelli (immaginari, lo ammetto) di Greene, avrebbe potutto funzionare. Anzi, funzionava tutto il tempo, e aveva funzionato prima, e ha funzionato dopo e, ho tanto idea, funzionerà sempre. Perché in fondo, come nascono e si ramificano i sottogeneri, se non perché, come Oliver Twist, dopo avere assaggiato qualcosa, il pubblico ne vuole ancora?

La speranza è sempre che il pubblico sappia distinguere. In mancanza di quello, si può sempre confidare che, prima o poi, il passare del tempo faccia da setaccio tra gli Alfonsi e i Tamerlani. 

 

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* Una teoria alternativa è che si tratti in realtà di Ned Alleyn. Considerando il livore che Greene nutriva nei confronti degli attori, non è del tutto implausibile.

** Ambientazione esotica, col brivido aggiuntivo del cattolicesimo e dell’inquisizione…

Mag 24, 2013 - Storia&storie    2 Comments

Il Tesoro Di Attila

Ogni tanto mi capita di lamentare la sconsolante prosaicità dell’immaginario mantovano. Niente folletti, niente fate, una misera manciatina di fantasmi…

Siamo gente quadrata, siamo.

Però ho scoperto di recente una storia notevole proprio nei pressi del mio villaggio. 

Allora, qua attorno, sperduta in mezzo alla campagna, trovavasi un tempo una specie di elevazione del terreno. Un’inesplicabile montagnuola. Un tumulo, se volete – non fosse che non c’è tumulato nessuno. Però, scavandoci attorno, si rinvenivano punte di freccia, monete, ferri di lancia, cocci ed altre archeominutaglie. 

tesoro di attila, forte d'attila, governolo, mauro calzolariE che potevano mai essere, questi relitti – quel che avevamo in luogo di rovine? Ebbene, dovete sapere che, secondo tradizione, a Governolo, nel 452, Papa Leone Magno avrebbe fermato Attila e i suoi Unni. E sì, lo so, non c’è nulla di certo, e né Paolo Diacono né Flavio Biondo possono considerarsi inappellabili, e ci sono altre ipotesi almeno altrettanto valide, e in tutta probabilità non lo sapremo mai – ma vi secca, per il momento, appendere la vostra incredulità? A noi di qui piace tanto dire che è successo nel nostro angolo di mondo, e di sicuro ci credevano fermamente i nostri avi nel Seicento, quando l’inesplicabile montagnuola cominciò ad apparire nelle mappe col nome di Forte d’Attila. attila, tesoro di attila, governolo, storie e leggende, mauro calzolari

Perché, è chiaro come il giorno, distruzione = Unni – e non ci piove.

Oddio, vero è che nulla di unnico è mai emerso, nemmeno per sbaglio, dal supposto forte. Medievalia, sì; romanitudini, anche; roba dell’Età del Ferro, in copia & abbondanza – ma gli Unni… E tuttavia il toponimo è rimasto e vige tutt’ora, e per di più si è portato dietro una storia.

State a sentire.

Nattila, tesoro di attila, storie e leggende, mauro calzolariarrasi dunque, che che una volta ogni secolo – o giù di lì – la gente dei paraggi ricevesse la visita di un misterioso sconosciuto dalla barba bianca, in abiti di foggia un nonnulla inconsueta. Costui arrivava a un’osteria, chiedeva del vino, si guardava attorno, poi chiamava da parte l’oste e gli chiedeva l’assistenza di due persone dabbene. Persone di coraggio e d’onestà. Ad essere saldi d’animo e di principi, c’era da diventare ricchi…

Erano pochi gli osti capaci di resistere alla prospettiva e così, sul far della mezzanotte, lo sconosciuto si ritrovava a condurre per i campi bui l’oste e un compagno – in genere qualche ragazzo sveglio del contado. E quale non era la sopresa dei due nel raggiungere il Forte d’Attila e trovarci, invece dell’inesplicabile montagnuola, un gran palazzo, che sembrava splendere nel buio per la dovizia di torce, candele e bracieri con cui era illuminato. attila, tesoro di attila, governolo, storie e leggende, mauro calzolari

Lo sconosciuto conduceva i nostri due per saloni parati a figure mai viste, scaloni di marmo e corridoi lunghissimi, fino a una gran sala sfavillante. Nel centro del pavimento c’era un enorme mucchio d’oro.

“Io sono il tesoriere di Attila,” rivelava allora lo sconosciuto. “Questi sono i tesori che il mio re ha razziato in queste terre e, una volta ogni cento anni, ho licenza di tornare qui per riparare ai miei peccati cercando di restituirne un po’ alle genti del luogo. Tutto quello che dovete fare è camminare lenti lenti intorno al tesoro per dodici volte. Compiuto il dodicesimo giro, e non un istante prima, potrete gettarvi sul mucchio – e tutto l’oro che riuscirete a coprire con il vostro corpo vi apparterrà.”

Pur un nonnulla scombussolati, l’oste e il garzoncello non se lo facevano ripetere e, tenendosi per le falde del vestito, cominciavano a camminare in cerchio. Un giro, due giri… Ciascuno dei due dubitava tra sé, cercando di tenere d’occhio il compagno.

Tre giri, quattro giri… E se questo bel tomo di tesoriere volsse turlupinarci? si domandava l’oste.

Cinque giri… Bisogna che badi a saltare bene, pensava il ragazzo. Se son bravo, sposo la mia Ninetta, e poi faccio la dote a mia sorella, e poi compro quel campicello verso Poletto, e poi una mucca – anzi, no: due mucche…

Sei giri… L’oste già s’immaginava padrone di mezzo paese. Purché non fosse tutto un imbroglio.

Sette giri… E a questo punto uno dei due – in genere il ragazzo – cedeva alla tentazione e, a titolo di assicurazione, tentava di mettersi in tasca una manciatella di quelle monete luccicanti.

E si sa come vanno queste cose. Nell’istante stesso in cui lo scervellato allungava la mano… puf! Le luci si spegnevano e tesoro, salone, palazzo e tutto sparivano nel nulla.

I due compagni si ritrovavano a sbattere gli occhi come due civette frastornate nel buio improvviso.

“Ah,” sospirava la voce disincarnata del tesoriere d’Attila. “Nemmeno questa volta ci sono riuscito. Dovrò riprovarci da qui a cent’anni – sperando di trovar gente più saggia di voi due!”

E questa è la leggenda, e mi domando se non l’avesse in mente almeno un po’ quel Giuseppe Bellini cui, intorno al 1845, un cugino che faceva il meccanico dentista rivelò d’aver trovato il tesoro di Attila. Forse no, dopo tutto – o almeno non ne aveva tratto le giuste conclusioni perché, insieme a un dipendente, si lasciò condurre per i campi di notte fino a un punto segnato con un chiodo in un albero. I tre, accompagnati da un misterioso forestiero, si misero a scavare finché dal terreno emerse una decina di verghe di metallo.

“Oro!” esclamò il cugino dentista. “L’oro di Attila!”

Con la sensazione di essere nel bel mezzo della leggenda, Bellini grattò un truciolo di metallo da una delle verghe e lo diede al cugino, per portarlo a saggiare. Poi nascosero tutto, e l’indomani si precipitarono da un orefice. L’orefice era del tutto in buona fede, ma il cugino dentista, invece di consegnarli il pezzettino di verga, lo sostituì con un frammento di un anello.

“Oro,” sentenziò l’orefice. E Bellini pagò sull’unghia al cugino cento bavare in cambio delle verghe – convinto di aver concluso l’affare della sua vita, e senza domandarsi perché al dentista fosse saltato per il capo di metterlo a parte dell’avventura, invece di tenere il tesoro per sé…

Inutile dire che il responso dell’orefice sulle verghe fu ben diverso: ottone e nient’altro che vilissimo ottone. Raggiunto e interrogato, il cugino dentista si dichiarò in buona fede e imbrogliato a sua volta dal forestiero. Dopodiché le verghe d’ottone scomparvero, il forestiero non si trovò più e, una quindicina d’anni dopo, i due cugini andarono a processo. Il dentista fu condannato per truffa – ma sono certa che Bellini dovette sentirsi non poco stupido, certo non meno del ragazzo che, nella leggenda, si rovinava per aver voluto afferrare il tesoro.

Quindi sì, qualche leggenda c’è. Ed essendo da queste parti la gente pratica che siamo, c’è stato chi ha pensato di metterla a frutto…

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E se vi pungesse vaghezza di saperne di più sugli strascichi leggendari e tradizionali del passaggio di Attila nel Mantovano, c’è questo bel librino recente di Mauro Calzolari: Papa Leone e Attila al Mincio, il percorso di una tradizione (Sometti, 2013).

 

 

Mag 1, 2013 - angurie, cinema, Storia&storie    No Comments

L’Organista & Il Marinaio – Una Storia Degli Antipodi

Non so voi, ma personalmente ho sempre creduto che l’età eroica in cui cinema e teatri avevano il loro organo fosse terminata col tramonto dei film muti. Ebbene, scopro che non è affatto così.

O almeno, non dappertutto.

A quanto pare, all’inizio degli Anni Sessanta, strumenti e pratica sopravvivevano ancora. Le sale cinematografiche avevano organi di vario prestigio e varia potenza, e un organista residente che non accompagnava più i film, ma suonava durante gli intervalli, prima o dopo le proiezioni, oppure tra uno spettacolo e l’altro. Mi par di capire che la prassi variasse, ma gli organisti delle grandi sale erano artisti apprezzati e applauditi. billy budd, peter ustinov, prince edward theatre, sydney, noreen hennessy

E adesso arriva l’aneddoto antipodeo…

Dovete sapere che a Sydney c’era il Prince Edward Theatre, un elegante cinema/teatro da millecinquecento posti, costruito nel 1924 e tutto parato di velluto azzurro. Ci si proiettavano film e ci si tenevano spettacoli musicali dal vivo, c’erano paggi e usherettes in uniforme, e ragazze in abito da sera bianco che distrubuivano programmi agli spettatori nelle occasioni importanti, e posacenere d’argento massicio nel foyer, un organo teatrale Wurlitzer e un’organista titolare che era una star cittadina: Noreen Hennessy.

billy budd, peter ustinov, prince edward theatre, sydney, noreen hennessyNoreen era una signora vivace e un tantino svanita, che per tutta la sua carriera prestò servizio in improbabili abiti di chiffon, chiari e vaporosi come tante meringhe. Noreen non guardava quasi mai gli spettacoli. Verso la fine della proiezione andava a sedersi al suo organo Wurlitzer e, quando un occhio di bue segnalava che era giunto il suo momento, si alzava, s’inchinava al pubblico, annunciava “And my song for you tonight is…” si sedeva accomodandosi attorno le pieghe della meringa e poi suonava per la delizia generale. Una volta finito, raccoglieva gli applausi, sorrideva, faceva la riverenza e si ritirava fino all’intervallo successivo.

Ebbene, nel 1962 il Prince Edward ospitò la prima australiana del Billy Budd di Ustinov, con tanto di serata di gala e raccolta di fondi per non so quale causa benefica. Era una di quelle occasioni di cui si diceva: ragazze in bianco nel foyer, signore in abito da sera, uomini in abito scuro, la Sydney bene e la Sydney artistica raccolte nelle poltroncine di velluto azzurro… 

Ecco, poi sappiamo tutti come va a finire Billy Budd, giusto?

Va a finire in modo tale che, quando Noreen entrò di soppiatto a una decina di minuti dai titoli di coda, il pubblico era occupato a singhiozzare con gran gusto…

Oh, poveri agnellini – benedetti i loro cuori teneri! dovette dirsi Noreen. Adesso ci penso io a risollevare millecinquecento animi afflitti…

E senza preavviso, sulla scena che conclude tragicamente un film per nulla allegro, la signora in chiffon color giunchiglia attaccò – poiché di Marina si trattava – Anchors Aweigh!

Il pubblico sobbalzò al repentino cambio d’atmosfera, spalancò collettivamente millecinquecento paia di occhi lustri e poi si sciolse in un’altrettanto collettivo convulso di risate. Non so quanto fossero soddisfatti Ustinov, lo spirito aleggiante di Melville e la gente della Allied Artists, ma Noreen si ebbe una standing ovation più lunga della sua esibizione, e si ritirò inchinandosi ad ogni passo e sorridendo come un faro nella notte.

Ah, cos’è che non si può fare, con la giusta dose di nonsense? 

Apr 10, 2013 - Storia&storie    2 Comments

Almanacco Del Giorno Prima

Sono abbastanza vecchia per ricordare l’Almanacco del Giorno Dopo* e soprattutto quella rubrichina dell’Almanacco in cui si ricordava un anniversario storico dell’indomani…Traviata fin da piccina, se volete, ma a me l’Almanacco piaceva per due motivi: la musichetta e, appunto, quella rubrica che si chiamava Domani Avvenne.

Così, quando ho scoperto che digitando una data in Wikipedia si può ottenere un lungo elenco di anniversari storici, avvenimenti, battaglie, trattati, nascite e morti, la mia reazione è stata: Domani Avvenne!

E per qualche motivo, in qualche punto dell’ultimo anno, ho annotato nella mia agenda elettronica il link alla pagina Wiki del 9 aprile. E poi naturalmente me ne sono dimenticata, ma le agende elettroniche hanno questa maniera di spiattellarvi tra capo e collo questo genere di cose – visite dal dentista, anniversari di nozze, link da considerare per un post futuro…

E così, canterellando tra me la musichetta rilevante,  sono andata a vedere perché mai, tra tutti i giorni possibili, avessi annotato proprio il nove di aprile. In realtà un motivo c’è. Più di un motivo, perché il nove di aprile sembra essere una miniera di anniversari…

Oh, d’accordo: essendo il numero di giorni all’interno di un anno quel che è, la maggior parte dei giorni è una miniera di anniversari storici – ma per qualche motivo, il nove di aprile trabocca di anniversari che solleticano il mio interesse.

E allora, siccome è un genere di gioco che mi piace tanto, vi metto a parte.

537 Belisario, assediato in Roma, riceve finalmente i sospirati rinforzi, nella forma di 1600 arcieri a cavallo. Unni, per lo più – e non che i numeri siano ancora remotamente rassicuranti, ma Belisario è Belisario, e comincia immediatamente la campagna di micidiali sortite e contrattacchi che bloccheranno i Goti di Vitige là dove sono. Non è magnifico? Un generale barbaro che, con truppe barbare, difende Roma da barbari di altro colore… talk of crumbling empires.

1336 Nasce Timur. Timur Leng. Tamerlano. Che sì, lo confesso, a me interessa principalmente per via di Kit Marlowe, e delle tende bianche, rosse e nere, e dei cieli ardenti, e dei laghi di pece. E viene da chiedersi che cosa ne avrebbe pensato il conquistatore d’Asia da Smirne alla Cina, di questa tragedia fiammeggiante e grandiosa. Forse non si sarebbe divertito a vedersi ritrarre come un pastorello in partenza (in realtà era il figlio di un nobilotto di una tribù mongola turchizzata e islamizzata), e sarebbe inorridito più che un po’ davanti alla hybris miscredente del suo omologo letterario, ma credo che il vortice di battaglie, conquiste e trionfi gli sarebbe piaciuto.

1413 Enrico V è incoronato re d’Inghilterra. E ancora non lo sa di essere destinato ad avere Shakespeare come buona stampa nei secoli a venire. O for a Muse of fire! e We few, we happy few… eccetera eccetera.

1483 Muore Re Edoardo d’Inghilterra – il che magari non sarebbe poi così rilevante se, morendo, Edoardo non lasciasse una situazione terrificante. Figli bambini avuti da una moglie (Elizabeth Woodwille) impopolarissima di persona e per vincoli famigliari, incertezza generale e un fratello minore pericolosamente abile e popolare… Riccardo III, anyone

1492 Proprio mentre il mondo conosciuto è sul punto di allargarsi, muore Lorenzo de’ Medici, il Magnifico signore di Firenze – chi dice con la benedizione di Savonarola, chi dice con l’assoluzione negata. Oh, non saprei. Dato il tipo che era Savonarola, tendo a preferire la seconda ipotesi. Ci sono storici che la confutano furibondamente, ma dite la verità: quale versione funziona meglio da un punto di vista narrativo?

1585 Una spedizione organizzata da Sir Walter Rale(i)gh parte con destinazione Roanoke Island per fondare una colonia. Non finirà affatto bene. Tempeste, Spagnoli, Indiani, incompetenza, dissidi, malattie, fame e clima inclemente – tutto cospirerà a far naufragare la nuova colonia una prima volta in meno di un anno. Stremati, decimati e delusi, i coloni accetteranno un passaggio da Sir Francis Drake per tornarsene a casa. Andrà ancor peggio alla seconda ondata di coloni che, sbarcati a Roanoke nell’Ottantotto, spariranno nel nulla. Letteralmente. 

1626 Muore Francis Bacon. Giurista, diplomatico, forse spia, filosofo, scienziato, scrittore – e c’è chi insiste autore del canone shakespeariano. Anzi, a dire il vero Bacon è il capostipite dei cosiddetti Veri Autori… Che volete che vi dica? Dubito che questo notevolissimo personaggio abbia avuto il tempo materiale di scrivere tutte quelle tragedie, commedie, poemetti e sonetti e, anche senza quelli, vanta una carriera di tutto rispetto e notevole eclettismo.

1629 Nasce James Scott Duca di Monmouth, figlio illegittimo di Carlo II d’Inghilterra. Di sangue reale, protestante, coraggioso e pieno di fascino Stewart, Monmouth godrà di molte più simpatie di quante ne potesse sperare il suo acido e sospettoso zio Giacomo II. Abbastanza per essere sospettato più o meno automaticamente di tradimento e cospirazione alla prima occasione… E poi diventerà una self-fulfilling prophecy, e Monmouth ci proverà sul serio, sbarcando nel Dorset, sollevando il placido Ovest e marciando verso Londra… Non finirà bene affatto. Storia pittoresca e romanzata più volte. Così al volo mi vengono in mente il Martin Hyde di Masefield, il Micah Clarke di Doyle, il Captain Blood di Sabatini – e sono sicura di dimenticare qualcosa.

1742 Debutta a Dublino il Messiah di Haendel.

1757 Nasce Edward Pellew, futuro capitano di marina, e poi ammiraglio e poi Visconte di Exmouth. Eroe della guerra navale prima contro l’America rivoluzionaria, poi la Francia rivoluzionaria e napoleonica. Abbastanza significativo perché l’ex Impero, dall’Australia alla Jamaica, sia disseminato di isole e isolette che portano il suo nome. Probabilmente il modello per l’Horatio Hornblower di C.S. Forester, compare a centro palco o di straforo in una quantità di romanzi navali.

Ok, basta così. E ce ne sarebbero altri – perché davvero, il nove di aprile è una giornata notevole – ma basta così.

Ieri Avvenne. Che non suona affatto ossimorico come Domani Avvenne, ma fa nulla.

 

 

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* Sì, lo so, tecnicamente non occorre essere nati all’epoca della Quarta Crociata, perché è andato avanti fino ai primi anni Novanta, ma sono abbastanza vecchia, temo, per ricordarne i primi tempi, se non proprio gli inizi…

Apr 1, 2013 - Storia&storie    2 Comments

Diciannove Giorni Di Regno

La prima volta che mi sono imbattuta in Andrea Zeni è stato in una nota a pie’ di pagina in A Brief History of Liars, Frauds and Forgers, favoloso librino di James McBass (che come autore è sempre una garanzia), comprato a Edimburgo una ventina d’anni fa, poi prestato e mai più rivisto – e adesso, alas, introvabile.

Per cui cito a memoria, quando dico che McBass descriveva Zeni come a slightly dizzy character, until you consider how he managed to hold for nineteen days the ducal throne of Courland, out of sheer brazenness, good looks and presence of mind.

E se anche non fossi stata incline ad incuriosirmi di uno stordito capace di regnare per diciannove giorni per nient’altro che faccia di bronzo, bell’aspetto e mente pronta, c’era sempre la Curlandia. Possibile che il Granducato di Curlandia, equivalente montanelliano e coronato della repubblica delle banane, esistesse davvero?

Be’, no – però era esistito. Il Ducato di Curlandia e Semigallia, con questo nome da operetta, era uno di quei posti che non sapevano troppo bene se essere tedeschi o polacchi (o magari lituani…), creato a metà Cinquecento dalla dissoluzone dell’ordine dei Fratres Militiae Christi, o Portaspada, e sopravvissuto per qualche secolo, riuscendo persino ad accaparrarsi delle colonie in Africa ed America, compresa Tobago, poi venduta agli Inglesi. Naturalmente non era nemmeno il genere di posto che potesse durare indefinitamente. Vassallo nominale della corona di Polonia, lungamente governato da una nobiltà di origine e lingua tedesca ed esposto a tutti i capricci della Russia e alle intemperanze dell’Unione Polacco-Lituana, all’inizio della guerra di successione polacca il Ducato si ritrovò tra più incudini e più martelli di quanti ne potesse desiderare. Nel 1795 l’ultimo duca di Curlandia, Peter von Biron, cedette con gran sollievo titolo e ducato alla zarina Anna di Russia, che ne fece un governatorato. Oggi è una regione della Lituania.

E come c’entrava in tutto questo lo stordito e bel Zeni dal nome così italiano? McBass non dava altri dettagli, limitandosi a citare una fonte in Polacco – poco agevole a leggersi, a parte tutto… E dovete considerare che stiamo parlando di un’epoca più ingenua e più semplice, in cui non si poteva pescare nel mare magnum di Internet.

O meglio, si sarebbe anche potuto, solo che io non lo facevo. E bisogna dire che non mi interessasse poi troppo, a parte la fuggevole curiosità, perché sono passati anni prima che una citazione casuale (e montanelliana) della Curlandia mi riportasse in mente la bizzarra nota a pie’ di pagna.

Ormai si era nell’età della rete, e quindi era possibile, con una buona dose di pazienza e le giuste reti, pescare Nineteen Days Wonder, di Anna Rybak – che è polacca ma scrive in Inglese, e quindi non giurerei che si tratti della fonte di McBass.

Ad ogni modo, dalla Rybak si scopre che Andrea Zeni era un attore italiano della commedia dell’arte, nato a Venezia o a Treviso, e provvisto di due notevoli talenti: una straordinaria facilità nell’apprendere le lingue (pare che ne parlasse sedici) e un’infinita capacità di mettersi nei guai. Il che probabilmente spiega come fosse arrivato fin lassù sgusciando come un’anguilla d’incidente in incidente, eludendo creditori e mariti, avendo ucciso due uomini in duello e rubato i gioielli di una contessa, ed essendosi spacciato per professore di retorica all’università di Tubinga. Variegata carriera – ma il bello deve ancora venire. Com’è come non è, il nostro fascinoso poliglotta era a Mitau (oggi Jelgava) a fine 1794, giusto in tempo per venire in contatto con quella parte della nobiltà curlandiana cui i pencolamenti filorussi del Duca Peter non andavano per nulla a genio.

L’idea di questi scontenti non era neppure tanto originale: deporre un duca e metterne sul trono un altro in Curlandia era quasi uno sport nazionale – ma chi scegliere?  L’ideale, si ripetevano l’un l’altro, sarebbe stato un conveniente burattino, tanto grato ai suoi fautori da lasciarli governare di fatto in forma di consiglio ducale – e di sangue debitamente tedesco. Peccato, nevvero, che von Biron non avesse avuto figli dalla sua prima moglie tedesca di Germania?  Ed è qui che la faccenda si fa magnificamente dissennata, perché all’improvviso il figlio tedesco saltò fuori: il diciassettenne principe Konstantin von Biron, che si supponeva nato morto, e invece era solo stato rimosso dal padre, ansioso di divorziare dalla moglie tedesca per acquisirne una russa.

E indovinate chi era il redivivo Konstantin? Ma nessun altri che Andrea Zeni – che all’epoca doveva avere passato i venticinque anni, ma era singolarmente bello e capace di passare per un ragazzino. Fatto sta che tutti i Tedeschi di Mitau ingollarono come tanti merluzzi la storia del falso principe, e quando Harald von Kettler (incidentalmente il nipote di un precedente duca deposto), proclamò Konstantin duca, l’esercito accettò l’idea con allarmante entusiasmo. A Peter von Biron non restò che riparare nella città costiera di Windau, pronto a fare vela per l’Impero Russo in caso le cose si mettessero male.

E per un po’ parve proprio che dovesse andare così. Il Duca Konstantin assunse il suo ruolo con uno zelo che Kettler e i suoi cospiratori non dovevano trovare rassicurante – ma che potevano fare? Andrea Zeni poteva anche essere stordito, ma aveva fatto presto a capire che non c’era nessuno che potesse sbugiardarlo senza rovinarsi a sua volta…

Nei suoi diciannove giorni di regno il supposto ragazzino organizzò la difesa della città, ordinò che si fondessero le campane per farne cannoni, ricevette (e presumibilmente ingannò) un inviato prussiano, si nominò comandante di un reggimento, avviò i negoziati per il suo fidanzamento con una principessa  polacca e fondò persino un ordine cavalleresco, il Ducale Ordine della Carpa. Faccia tosta, bell’aspetto e mente pronta, indeed!

Furono diciannove giorni intensi – ma Zeni aveva fatto male i suoi conti. Per prima cosa non c’erano solo i reggimenti di stanza a Mitau, e almeno una parte dell’esercito era rimasta fedele al Duca Peter. Forse un’azione energica avrebbe potuto risolvere la faccenda, ma Kettler e i suoi non erano più così sicuri di voler rischiare tanto per un avventuriero inaffidabile, e per di più dal lato russo cominciavano ad arrivare segnali di inequivocabile impazienza…

Kettler fuggì in Prussia (con un certo numero di sodali appiccicati come remore), e un altro cospiratore perse la testa abbastanza da accoltellare Zeni/Konstantin. Nulla di fatale, e forse nemmeno questo sarebbe stato sufficiente a cambiare le sorti della Curlandia, se l’accoltellatore non avesse strillato ai quattro venti che il principe Konstantin in realtà era un commediante italiano… Quando Peter von Biron marciò su Mitau alla testa di una piccola armata e affiancato da un generale russo, i rivoltosi, che in tutta probabilità cominciavano a sentirsi un po’ stupidi, si affrettarono ad aprirgli le porte della città e a consegnargli l’usurpatore e impostore.

Il coup era fallito, e alla fin fine Kettler e i suoi erano riusciti soltanto ad affrettare la cessione della Curlandia all’Impero Russo.

E Andrea Zeni? Questa è forse la cosa più singolare, dice Anna Rybak. Si sa che fu imprigionato nella deprimente fortezza di San Michele, e che per un po’ continuò a sostenere di essere Konstantin von Biron, sommergendo il suo supposto genitore di lettere in cui implorava la clemenza paterna per un figlio pentito, punito e morente… Era davvero così grave la ferita? Non si sa, perché quelle lettere bugiarde sono l’ultima traccia di Andrea Zeni.

Se fosse graziato, se morisse in prigione, se riuscisse in qualche modo a fuggire resta un mistero. Dopo avere ingannato – seppur soltanto per diciannove giorni – tutta la Curlandia e buona parte dell’Europa orientale, dalla Prussia a San Pietroburgo, Andrea Zeni scompare dalla storia senza lasciarne traccia – come se non fosse mai esistito. O come se si fosse mimetizzato sul fondo, a mò di sogliola…

Bizzarra storia, nevvero?

L’Uomo Che Voleva Essere Shakespeare III

E il venerdì, più puntuale delle rondini a primavera, torna William Henry Ireland. Lo ritroviamo in spasmodica attesa della prima di Vortigern and Rowena a Drury Lane. La sua tragedia shakespeariana. Immaginatevelo, questo ragazzino di ventuno anni, che col peso della più maiuscola frode letteraria dei suoi tempi sullo stomaco, si torce le dita in un misto di sovreccitata anticipazione, sogni di gloria e terror panico.

E in mezzo a tutto questo, due giorni prima del fatidico debutto, Malone fece scoppiare la sua bomba editoriale.

shakespeare, william henry ireland, edward malone, john kemble, richard sheridanEdward Malone era un altro bardolatra, un avvocato irlandese fiammeggiante e un pochino squadrellato a sua volta. In anni successivi lo si sarebbe scoperto colpevole di cose riprovevoli come furto e tagliuzzamento di documenti originali, ma nel 1796 aveva una considerevole reputazione – e la usò tutta per distruggere la collezione Ireland in quattrocentoventiquattro pagine di furibonda requisitoria illustrata con tavole fuori testo. Lo spelling dei supposti autografi, concionava Malone nel suo libro, non era elisabettiano; lo stile non era elisabettiano; una considerevole parte del lessico non era elisabettiana; le firme non somigliavano poi così tanto a quelle conosciute… tutto era falso, falso, spudoratamente e criminalmente falso.

Il libro fu un successo immediato, per cui immaginatevi che genere di pubblico riempisse platea e palchi del Drury Lane due giorni più tardi. Il teatro era pieno di giornalisti, curiosi e claques rivali: quella organizzata da Sheridan, quella voluta da Malone e varie altre a spese dell’uno o dell’altro giornale o fazione. E poi c’erano bardolatri di ogni colore, appassionati di teatro, fan di Kemble, partigiani degli Ireland e feroci maloniani… shakespeare, william henry ireland, edward malone, john kemble, richard sheridan

È quasi un miracolo che i due primi atti riuscissero ad andare bene – e ad essere persino applauditi – in questa atmosfera incandescente. William Henry, nascosto nei camerini col cuore in gola, cominciava a sperare che dopo tutto, dopo tutto… e poi entrò in scena un attore giù di voce e lievemente buffo – e fu il disastro. Parte del pubblico non aveva aspettato altro: cominciarono gli sghignazzi, i lanci di bucce d’arancia, le contestazioni, gli insulti – e intanto gli attori s’innervosivano viepiù. Persino Kemble fu fischiato, e quando l’attore che interpretava il malvagio rimase incastrato sotto il sipario, in platea si scatenò una vera e propria rissa.

All’epoca non era cosa tanto inconsueta o tanto grave da far sospendere una rappresentazione, ma di certo il Vortigern non ebbe repliche – e la pur pilotatissima reazione del pubblico, con l’inglorioso naufragio della tragedia ritrovata, era tutta acqua al mulino di Malone.

Era finita. Nei mesi successivi critiche, dubbi e scherno fioccarono su Samuel Ireland, che tutti consideravano responsabile della frode – se frode era. Oh sì, c’era ancora chi credeva al sonetto, alla professione di fede e al pagherò, ma il Vortigern era stato un duro colpo, e la credibilità shakespeariana di Samuel era irreparabilmente franata a valle. In tutto ciò, il vecchio incisore biasimava suo figlio – ma non per avere falsificato alcunché, bensì perché non voleva presentargli Mr. H., il misterioso proprietario dei documenti, che avrebbe potuto chiarire tutta la faccenda…

Come suol dirsi all’opera, O umana cecità sei pertinace. Samuel non volle mai rassegnarsi all’idea che i suoi autografi fossero falsi. E quando William Henry, sfinito dalla tensione e dalla vergogna, finì per confessare, il padre non gli credette. E non perché avesse fede nell’onestà di suo figlio, sapete, ma perché lo considerava troppo stupido per avere architettato – e meno ancora realizzato – un piano del genere.

È la beffa finale. È ciò che fa di William Henry Ireland un personaggio semitragico. È il motivo per cui questa storia sarebbe perfetta per un romanzo…

shakespeare, william henry ireland, edward malone, john kemble, richard sheridanWilliam se ne andò di casa per sposare una fanciulla dal passato interessante, che mantenne pubblicando romanzi gotici, le sue tragedie – e soprattutto, il suo più grande successo, un libro sulla sua incredibile frode. Inutile dire che suo padre era inorridito, non aveva la minima intenzione di essere scagionato in quel modo e anzi negava, negava e negava con ferocia che ci fosse alcunché di vero in quei deliri a stampa. Samuel Ireland morì nel 1800, convinto che la sua collezione shakespeariana fosse autentica e senza mai essersi riconciliato con quell’orribile ragazzo, quel figlio stupido e disonesto, la sua vergogna, la sua rovina, il più fatale errore della sua vita.

Depresso e diseredato, William seguitò a campare con i suoi romanzi gotici e le sue satire da poco, e un secondo libro sulla sua vicenda di falsario. Ma siccome anche allora vivere di scrittura non era soverchiamente confortevole, seguitò anche a integrare le entrate al modo che gli riusciva meglio: producendo falsi falsi autografi shakespeariani.

No, davvero.

Avete letto bene: falsi falsi autografi. Falsi dei suoi falsi. shakespeare, william henry ireland, edward malone, john kemble, richard sheridan

Perché vedete, immagino che Samuel si rigirasse nella tomba, ma se non era riuscito a diventare celebre scrivendo, William aveva fatto centro nel momento in cui aveva confessato di avere condotto per il naso accademici, principi, scrittori e primi ministri. Non solo le sue Confessions furono un secondo successone, ma i collezionisti cominciarono a offrire discrete somme per i suoi falsi. Molti collezionisti. Tanti che, una volta esauriti i pezzi della collezione paterna – e la domanda continuando inabbattuta, William non vide ragione di deludere tanti ammiratori e rinunciare a una fonte di reddito. E allora cominciò a produrre manoscritti originali del Vortigern, dell’Enrico e del sonetto di Anne come se piovesse.

Falsi falsi.

Cosicché è vero, quando nel 1821 l’incorreggibile William Henry annunciò di avere scoperto il testamento di Napoleone, l’Inghilterra si fece quattro risate. E quando qualche anno più tardi se ne uscì con il carteggio tra Giovanna d’Arco e il Delfino, nessuno finse nemmeno di crederci.

Epperò, quest’Inghilterra smaliziata continuava a comprare i falsi falsi, e mi domando – mi domando…

shakespeare, william henry ireland, edward malone, john kemble, richard sheridanMi domando se l’ex ragazzo stupido si aspettasse davvero di essere creduto con il suo falso Napoleone e la sua falsa Pulzella. Se non gli fosse solo parso il caso di ricordare all’Isoletta che lui era ancora lì, il pittoresco falsario confesso – e in tutta discrezione, qualcuno voleva per caso acquistare l’ultimo, ultimissimo falso shakespeariano che ancora gli restava tra le mani?

Oh, non saprei, ma dal ragazzino che marinava la scuola e si costruiva di nascosto armature di cartone e carta stagnola, potrei anche aspettarmelo. E mi piace figurarmelo così, William Henry, mentre il sipario si chiude: un po’ triste, al pensiero di quel padre che non era capace di credergli, ma con un accenno di sorriso beffardo e un po’ storto mentre fa marketing delle sue frodi e delle sue bugie.

See? Not so very stupid after all, am I?”

L’Uomo Che Voleva Essere Shakespeare II

Rieccoci qui, e riecco William Henry Ireland.

Lo avevamo lasciato – ricordate? – a mangiarsi le unghie in attesa degli esperti di cose shakespeariane che dovevano esaminare i suoi autografi del bardo.

Ebbene, i due studiosi arrivarono, esaminarono, cogitarono, mormorarono, interrogarono un tremebondo William, elucubrarono ancora un po’ e, alla fne, dichiararono i documenti autentici.

shakespeare,william henry irelandCon tutta la Londra bene, capitanata da gente come il principe di Galles, il primo ministro Pitt e James Boswell, che fioccava nel suo salotto per vedere le reliquie autenticate, Samuel Ireland era al settimo cielo. Ma chi aveva l’impressione di vivere in un sogno era William Henry.

Ce l’aveva fatta.

E se ce l’aveva fatta, perché fermarsi?

Il parto successivo fu un sonetto d’amore dedicato ad Anne Hathaway, poi vennero dei libri a stampa annotati a margine, e poi addirittura un manoscritto del Re Lear– ma non una copia fedele dal First Folio, oh no. Perché vedete, se Shakespeare aveva un difetto agli occhi dei suoi adoratori di epoca georgiana, era il suo humour di grana non proprio finissima. E così, nel copiare, il nostro giovanotto non seppe trattenersi dal purgare il tutto, anticipando in questo i celebri fratelli Bowdler. E non v’immaginate la gioia pubblica nello scoprire che dopo tutto il Cigno di Stradford era più fine dei suoi ribaldi curatori postumi… shakespeare,william henry ireland

Londra, con Samuel in testa, sembrava intenzionata a bere qualsiasi elaborata fandonia William preparasse. Doveva essere una sensazione inebriante per il ragazzo troppo stupido per ricevere un’istruzione, lo scrivano di ripiego, il figlio insoddisfacente. E se tutti avevano creduto al suo sonetto, se il suo Lear sanitizzato era piaciuto persino più dell’originale, che cosa gl’impediva di lanciarsi in qualcosa di più grosso ancora? Qualcosa di suo?

E fu il Vortigern.

shakespeare,william henry irelandUn inedito, capite? Vortigern e Rowena, per la precisione. Una tragedia storica tratta dal buon vecchio Holinshed, fonte d’ispirazione per tutti i tragediografi elisabettiani. Samuel Ireland, in brodo di giuggiole, montò una campagna pubblicitaria e vendette i diritti a nessun altro che Richard Sheridan, , perché rappresentasse la straordinaria trouvaille al Drury Lane, con l’astro delle scene, John Kemble, nel ruolo del protagonista.

Tutto sembrava predisposto per il trionfo segreto di William, vero? Peccato che Sheridan cominciasse presto ad avere dei dubbi. Peccato che una tragedia intera fosse tutt’altro che qualche sonetto e una manciata di versi cambiati. Peccato che Kemble annusasse il falso…

Le prove si trascinarono, e intanto la straordinaria fortuna di William cominciava a mostrare la corda. Procurarsi la carta antica e l’inchiostro finto-antico diventava difficile e sospetto, e ci fu un terribile pomeriggio in cui un amico, piombato nello studio legale a sorpresa, trovò William intento con tutto l’armamentario per la falsificazione, c’era il celebre avvocato bardolatra Edward Malone che cominciava a gettare dubbi sugli autografi, c’era l’occasionale articolista che si faceva beffe dell’approssimativo Inglese elisabettiano di William, c’era Samuel che voleva a tutti i costi conoscere il misterioso Mr. H…. e sapete che cosa era peggio di tutto? Dopo il primo moto di entusiasmo, Samuel aveva perso interesse per il ruolo di suo figlio nella faccenda. A lui interessavano gli autografi, e anzi, semmai era un po’ impaziente nei confronti di William, che non ne portava a casa con sufficiente regolarità.

shakespeare,william henry irelandCredo che a questo punto il nostro giovanotto cominciasse a sentire tutto il suo piano sfilacciarglisi tra le dita – ma che poteva fare? E poi c’era il Vortigern. William voleva convincersi che, una volta rappresentato con successo il Vortigern, tutto si sarebbe sistemato. Nessuno avrebbe più osato dubitare, e suo padre si sarebbe ritenuto soddisfatto. Sì, per fortuna c’era il Vortigern.

E consolandosi con l’idea della prima imminente, William Henry continuava a scrivere come un dannato. Non posso fare a meno di farmi qualche domanda sul suo principale. Che cosa credeva che facesse il suo scrivano, da solo tutto il giorno nello studio? Si sarà pur accorto che il lavoro legale non procedeva granché… Possibile che non avesse il minimo sentore della nuova frode shakespeariana che si consumava sotto il suo tetto? Un altro dramma storico, nientemeno: un Enrico II.

shakespeare,william henry ireland, john Kemble

E questa volta il nostro falsario aveva le idee un po’ più chiare, e il nuovo lavoro era più articolato, più complesso, più solido, senza le ingenuità e gli angoli tagliati del Vortigern. Era quasi un peccato non avere atteso un po’, non avere imparato un po’ meglio il mestiere prima di gettarsi in pasto ai teatri… Ma ormai era fatta. Nonostante i tentennamenti di Sheridan e il sarcasmo di Kemble, la prima era stata fissata per il 2 di aprile del 1796 – e William voleva esserne certo: il successo del Vortigern avrebbe travolto tutti e tutto.

Come andrà la prima del Vortigern? Come accoglierà il pubblico londinese l’inedito giovanile del bardo? Riuscirà il nostro eroe a trionfare ancora una volta?

Scopritelo nel prossimo episodio de… L’Uomo Che Voleva Essere Shakespeare!

L’Uomo Che Voleva Essere Shakespeare

Ma come è possibile che non abbia mai postato a proposito di William Henry Ireland – uno dei più pittoreschi personaggi del circo para-shakespeariano? Non solo un bardolatra ossessivo, ma anche il più straordinario–

Ma no, non anticipiamo e, per una volta, cominciamo dall’inizio.

shakespeare,william henry irelandWilliam Henry, nato a Londra nel 1775, era il figlio illegittimo di Samuel Ireland, antiquario, autore di guide turistiche e incisore di fama – che si occupò di lui e lo crebbe con più senso del dovere che calore. Il babbo avrebbe voluto farne un continuatore, ma William sembrava non avere talento per nulla: non studiava, non assorbiva nulla, non mostrava il minimo interesse per nessuna materia, marinava le lezioni…

“Troppo stupido per ricevere un’istruzione,” sentenziò uno dei vari presidi che lo rimandarono a casa come caso disperato.

Alla fine il padre si rassegnò all’idea di un figlio stupido, e supplicò un amico avvocato di assumerlo come garzone di studio.

E William, in tutto ciò? Be’, William in realtà un interesse ce l’aveva: il teatro. Non fa meraviglia che i suoi risultati scolastici fossero quelli che erano, visto che il ragazzo passava tutto il suo tempo a bighellonare da ingresso degli artisti a ingresso degli artisti (e non era come se a Londra ce ne fossero pochi…) e a costruire di nascosto teatrini in miniatura e armature di cartone. shakespeare,william henry ireland

Forse avrebbe passato la vita in anonima eccentricità se, nell’estate dei suoi diciassette anni, il suo distratto e deluso padre non se lo fosse trascinato dietro a Stratford, in cerca di documentazione e memento shakespeariani. Stiamo parlando del 1793, quando la bardolatria era un esantema abbastanza nuovo – e Samuel Ireland era un apripista. Ma non un apripista straordinariamente astuto: gli indigeni gli rifilarono senza difficoltà ogni genere di paccottiglia – non ultimo lo sgabello su cui il Cigno di Stratford si era seduto per corteggiare Anne Hathaway…

Il supposto stupido William se ne rese conto – anche se non subito – e non ebbe cuore di disilludere il padre, che nel frattempo aveva pubblicizzato le sue trouvailles a destra e a mancina, ed era soltanto deluso di non essere riuscito a trovare uno scritto autografo.

E fu qui che William ebbe il suo colpo di genio: perché non poteva procurarlo lui, un autografo shakespeariano? Dopotutto non sarebbe stato più fasullo dello sgabello che tutta Londra ammirava, giusto?

shakespeare,william henry irelandEr… forse no – ma a William pareva di sì. Dopo tutto era il figlio di un incisore e aveva ricevuto una formazione artistica, per non parlare della pazienza e manualità che aveva acquisito costruendo teatrini. E per di più, lavorava in uno studio legale che custodiva nei suoi archivi ogni genere di documento vecchio di secoli. La carta non era un problema, e l’inchiostro falso-antico non era affatto impossibile da trovare.

William lavorò e si esercitò e ben presto fu capace di falsificare un contratto tra Shakespeare e John Heminges. 

Samuel ci cascò in pieno e, per la prima volta in vita sua, cominciò a rivalutare quel figlio che aveva sempre considerato irreparabilmente stupido.

Grazie al falso contratto casa Ireland diventò un luogo felice – anche perché, sull’onda dell’entusiasmo e incoraggiato dalla nuova stima del padre, William non vedeva ragione di fermarsi, e cominciò a sfornare un falso dietro l’altro. Da dove saltavano fuori? Dalle carte di Mr. H., un anziano, anonimo e, ça va sans dire, del tutto fittizio gentiluomo. Nella sua gioia, il credulo Samuel ingollò beatamente Mr. H., un pagherò, una bozza di lettera, una professione di fede protestante…shakespeare,william henry ireland

O forse non così beatamente. Il giorno di Natale del 1794, quando William si era ormai convinto di avere scoperto la via della felicità, il padre fu colto da un improvviso sussulto di buon senso, e si dichiarò intenzionato a far esaminare i documenti.

Terrore e sgomento! Come poteva William sperare di superare l’esame di due esperti? E però, come poteva opporsi a un’idea tanto ragionevole? Era disastrosamente chiaro che, nel dar corso al suo colpo di genio, il giovanotto si era lasciato sfuggire qualche particolare…

E qui, abbiate pazienza, finisce la prima puntata.

Che ne sarà di William Henry e dei suoi documenti shakespeariani? Verrò smascherato? E come reagirà il padre ingannato?

Per saperlo, non perdete la prossima puntata de… L’Uomo Che Voleva Essere Shakespeare

(♫ accento di musica finto-elisabettiana)

 

 

 

The Circle Review

Vi ho mai detto che SEdS fa parte di un ring chiamato Il Circolo delle Arti, fondato un po’ più di due anni fa da Lorenzo V. di Prospettiva Nevskij, – ovvero @arteletteratura per chi bazzica Twitter?

Ebbene, se non l’ho fatto prima, ve lo dico adesso: SEdS è membro de Il Circolo delle Arti.

“E perché ti salta pel capo di dircelo adesso, o Clarina?”

Perché, o lettori, adesso il ring ha una sua rivista elettronica, ideata, diretta e curata da Lorenzo V. E quindi vi segnalo con molto piacere il varo di The Circle Review.

Con molto piacere e un certo orgoglio, visto che faccio parte dell’equipaggio. Sul primo numero troverete interventi di una quindicina di blogger, tra cui Emma Pretti, Carmine di Cicco e Annarita Faggioni – giusto per citarne qualcuno. E ci sono anch’io, con un racconto intitolato La Ricompensa.

Qui c’è un assaggio:

Capitò che, all’età di quattordici anni e due mesi, l’orfano Hans Jakob Krone, del villaggio di Seckau, in Stiria, si ritrovasse sul campo della battaglia di Lipsia in qualità di tamburino dell’Esercito Imperiale. Non un tamburino particolarmente brillante, a ragione del suo scarso addestramento, avendo Krone raggiunto il suo reggimento da cinque giorni soltanto. Inoltre, anche in momenti più felici, la mente del piccolo Stiriano non aveva mai brillato per prontezza o acume. Nella piana di Lipsia, squassato dal tuono dei cannoni, accecato dal fumo, terrorizzato dal fuoco, dallo scalpitare dei cavalli, dalle urla degli uomini e dall’odore delsangue, il ragazzo non seppe altro che farsi spingere e strattonare dai soldati, perdere subito una bacchetta e, con l’altra, battere fievolmente e alla cieca, senza aver la più pallida idea di quel che si facesse.

Krone non ebbe davvero alcun merito o colpa del fatto che la stessa palla di cannone che gli sbriciolò l’avambraccio destro uccidesse sul colpo un giovane colonnello di cavalleria il quale, benché appiedato e ferito, cercava di riunire attorno a sé qualche dozzina di uomini per tentare l’assalto di una batteria francese. Per nient’altro che un caso, dunque, finita la battaglia, il giovane Arciduca che percorreva il campo conil suo aiutante trovò, uno accanto all’altro, il corpo del suo amico, il Colonnello morto da eroe con la sciabola in pugno, e il piccolo tamburino ferito che si lamentava nel modo più commovente. E ancora questo non sarebbe bastato a forgiare il destino di Hans Jakob Krone, di Seckau in Stiria, se proprio la sera prima,accanto al camino di una stanza requisita, l’Arciduca e il Colonnello non avessero discusso sul destino deitanti feriti che quella guerra si sarebbe lasciata dietro, e il Colonnello non avesse perorato con tutto il suo fervore la causa degli invalidi.

Questo fece sì che all’Arciduca paresse di non poter abbandonare al suo destino quel ragazzo dal braccio dilaniato senza offendere la memoria del suo povero amico e, in men che non si dica, Krone si ritrovò trasportato con ogni cura fin sul tavolaccio insanguinato del capo chirurgo militare, un vero medico con tanto di laurea dell’Università di Augusta, che non si scomodava mai per nessuno che non fosse almeno un generale.

Riscuotendosi un istante dal torpore che gli davano la sofferenza e l’aver perduto molto sangue, il tamburino vide, chino su di sé, un giovane così biondo da parere a sua volta un ragazzo, il cui mantello bianco macchiato di polvere e di fango lasciava intravedere un’uniforme rilucente di decorazioni.

“Coraggio, ragazzo,” disse una voce rauca di fatica. “Sei un buon soldato.”

Hans Jakob ebbe il conforto di una mano sulla spalla sana, dopodiché il giovane dal mantello bianco si allontanò.

“Chi è?” mormorò il tamburino con meno d’un filo di voce.

“Come, chi è? Ma il giovane Arciduca, perbacco!” rispose l’uomo in grembiule di cuoio che brandiva una sega da falegname…

Il resto lo trovate – insieme a una messe di racconti, saggi e poesie – nel primo numero di The Circle Review, che si scarica – gratuitamente e in formato PDF – qui

Dic 17, 2012 - Natale, Storia&storie, teatro    3 Comments

L’Uomo Che Creò Il Natale

charles dickens, lunedì del d'arco, accademia teatrale campogalliani, natale,  canto di natale, il circolo pickwickMagari suonerà bizzarro, ma il fatto è che nella prima metà dell’Ottocento, nell’Inghilterra anglicana, il Natale stava cadendo in disuso.

Per secoli lo si era celebrato alla maniera medievale, seguendo la tradizione dei Dodici Giorni che, con le sue abbondanti libagioni, il vischio e l’agrifoglio, le rumorose scampagnate notturne per mettere in fuga gli spiriti e le licenze e gli eccessi della vigilia dell’Epifania, aveva colori paganeggianti, messi all’indice a suo tempo da Cromwell, poi tiepidamente recuperati ma del tutto disdicevoli nell’Inghilterra da poco vittoriana –  per non parlare del fatto che dodici giorni di festeggiamenti erano costosi e impraticabili. Per cui il Natale stava diventando una festa minore, sempre meno religiosa e, a meno che non cadesse di domenica, restava giorno lavorativo (quanto meno a Londra). Attorno al 1820, Leigh Hunt ne parlava come di “un avvenimento che quasi non valeva la pena di menzionare”.

Lo si sarebbe detto destinato a scomparire lentamente, se non fosse entrato in scena Charles Dickens, che invece per il Natale, la sua atmosfera e le sue tradizioni aveva una passione incoercibile.

Il 19 dicembre 1843 Dickens pubblicò una novella che raccoglieva vecchie tradizioni e ne aggiungeva di più recenti, e descriveva una festa di un giorno solo – o magari un giorno e mezzo, considerando la sera della Vigilia -, in cui le famiglie si riuniscono in pace, letizia e buona volontà, oca arrosto e pudding vengono consumati in tanta abbondanza quanta ne consentono le finanze, si fanno giochi di società attorno al fuoco, tutti sono più generosi e chi non lo è viene visitato da spiriti di varia e non sempre rassicurante natura.

Stiamo parlando, ovviamente, di A Christmas Carol, la storia con cui un singolo scrittore* creò il Natale anglosassone come lo conosciamo – e come è in parte penetrato anche alle nostre latitudini. Le notti di Natale gelide e nevose, le riunioni famigliari, i carolers nelle strade, il rametto d’agrifoglio in cima al pudding, i regali di Natale, il giorno di vacanza, la generosità natalizia – molto di quello spirito natalizio che, se non sapessimo di meglio, potremmo credere frutto di secoli, in realtà il mondo anglosassone lo deve al buon Dickens. 

Perché ne parliamo oggi e non mercoledì, che sarebbe il centosessantanovesimo anniversario della prima pubblicazione di questa novella così rilevante? charles dickens, lunedì del d'arco, accademia teatrale campogalliani, natale,  canto di natale, il circolo pickwick

Un po’ perché centosessantanove non è la più rotonda delle cifre, ma soprattutto perché questa sera, al teatrino D’Arco, attori e allievi dell’Accademia Teatrale Campogalliani dedicheranno un omaggio a Dickens, nella forma di letture drammatiche dei capitoli natalizi de Il Circolo Pickwick e, naturalmente, Canto di Natale.

Ci sarò anch’io, a introdurre le letture parlando dell’uomo che (ri)creò il Natale.

Se siete in quel di Mantova, se vi va, se siete in vena di un po’ di buon vecchio spirito natalizio, vi aspettiamo questa sera al Teatrino D’Arco, un quarto d’ora prima che scocchino le nove.

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* Oh, d’accordo: da solo se si eccettua l’aiuto di una giovane regina e del suo consorte tedesco, che introdussero in Inghilterra l’albero di Natale.