Browsing "Storia&storie"

Fatti Veri Mai Accaduti

The Armor of Light, di cui parlavamo qualche giorno fa, ha anche una nota dell’autore – in realtà delle autrici – che inizia così:

I fatti raccontati in questo libro sono veri – solo che non sono mai accaduti.

Toby Morison illo for Simon JenkinsIl che va a dimostrare che le note dell’autore andrebbero sempre, ma sempre lette – per non rischiare di perdere gemme come questa, che in una manciata di parole riassume perfettamente la mia idea di fantasy storico.

Perché sì, o Lettori, stiamo ancora rimuginando su storia&narrativa. Vi avevo detto che saremmo andati avanti per un po’, vero?

Allora, ci siamo chiesti di che cosa si vada in cerca aprendo un romanzo storico, ricordate? Ebbene, riformuliamo la domanda – in termini abbastanza simili a quelli usati da V. via mail: di che cosa si va in cerca, invece, aprendo un fantasy storico?

Ebbene, credo che questa volta le risposte siano un nonnulla più complicate a catalogarsi, per cui mi limiterò a dirvi di che cosa vado in cerca io.

1. Ipotesi, giochi, colori diversi. Prendiamo un secolo passato, cambiamo un ingrediente o due, e vediamo che cosa salta fuori. Da un lato, c’è il fatto che molti dei secoli che mi piacciono abbondavano in credenze preternaturali perfette per essere romanzate. Dall’altro, si può prendere qualcosa di completamente diverso e piazzarlo in un secolo passato come se fosse il suo posto naturale. Oppure ancora, si può cambiare qualche premessa, alterare qualche sequenza di eventi, aggiungere o sopprimere qualche svolta fondamentale. O una combinazione qualsiasi delle tre possibilità.

2. Domande. Finito il libro? Molto bene. Adesso immaginiamo come sarebbero potute andare le cose a partire da quel secolo passato a piacere modificato così come l’ha immaginato l’autore. Ipotizzando il Cinquecento di Scott&Barnes, come sarebbero andati i secoli successivi? Come si sarebbe sviluppata la scienza gomito a gomito con la magia? Come si sarebbe mossa la religione tra le due? Come sarebbero andati la Rivoluzione Americana, la conquista dell’Impero e tutto il resto? Come sarebbero le cose oggidì? Domande, appunto.

3. Fatti veri che non sono mai accaduti. Non reali, veri. Plausibili nel quadro modificato dalle premesse dell’autore e coerenti con quel che del quadro originario resta.

E qui arriviamo, credo, al punto fondamentale. A me un certo grado di rigore storico serve anche qui – perché siamo d’accordo, di fantasy si tratta, ma per me l’aspetto chiave rimane quello storico. Quel che cerco è, in definitiva, non un fantasy ambientato in altri secoli, ma un What If che contempli possibilità alternative e/o preternaturali.

Questione di lana caprina? Nemmeno troppo, considerando. È narrativa d’immaginazione, e su questo non si discute – ma nel momento in cui basa le sue ipotesi sulla storia, a me piace che ne tenga conto fino in fondo. Non è che me lo aspetti, ne senta la necessità o nulla del genre: è che mi piace. Ci trovo molto più gusto. Col che non voglio dire che il mio sia un atteggiamento più sensato o più ragionevole di altri – però è il mio. È quel che cerco nell’aprire un fantasy storico. Mi piace che la mia storia immaginaria funzioni come storia vera che non è mai accaduta.

E voi? Leggete il genere? E che cosa cercate?

Dic 18, 2013 - Storia&storie, teatro    2 Comments

The Circle Review – Fantasmi e Marinai

CircleRevIVÈ uscito il numero di Natale di The Circle Review – numero eminentemente narrativo, ma non solo. La sezione saggi e la sezione teatro sono forse meno estese, ma non per questo mancano di chicche, come il delizioso piccolo pezzo di Annarita Faggioni in fatto di aforismi, o il dialogo filosofico di Lucius Etruscus con dotta e godibilissima nota al seguito.

Io ci sono con due pezzi.

Il Fantasma di Passerino è una cosetta molto mantovana dedicata al povero Rinaldo “Passerino” Bonacolsi, Capitano di Mantova prima che i Gonzaga si facessero avanti, estromesso dall’ufficio in una versione trecentesca di coup, e subito passato a miglior vita in una maniera desolatamente stupida: quando vide che la battaglia nella non ancor piazza Sordello buttava male, cercò rifugio nel non ancor Palazzo Ducale – e cercando di entrare a cavallo, si fracassò il capo in un’architrave bassina. Sempre smontare di sella per rientrare… E comunque il fantasma di un uomo del genere è una tentazione narrativa troppo forte, non trovate?

E poi c’è uno stralcio di Acqua Salata e Inchiostro che forse, dopo averne sentito parlare in abbondanza, sarete curiosi di leggere.

Premesso che anche la rivista ha sofferto della recente migrazione a WordPress, potete scaricare il pdf qui.

E buona lettura.

Dic 1, 2013 - musica, Storia&storie    2 Comments

Rupert

Come promesso, ci proviamo – non si sa mai che a Myblog sia spuntata una coscienza nel corso della notte…

Rupert – ma non Rupert von Hentzau. Il Principe Rupert, piuttosto, il nipote di Carlo I d’Inghilterra, Cavalier per eccellenza. Magari una volta o l’altra parleremo di lui, ma intanto ho scoperto che i King Crimson hanno scritto in proposito questa cosa qui:

Per varie ragioni, è tutto vagamente improbabile, ma date un’occhiata. E se il video è sparito come l’altra volta, qui c’è il link.

E intanto immaginatemi che cerco di mettere in pratica un disegno luci del tutto gassoso da qualche parte in quel di Biella, tra la neve e il gelo…

Ci sentiamo lunedì – e buona domenica!

Piccolo Bollettino Verso Sera

E non è meraviglioso come, con un minimo di perseveranza, in quel pozzo di San Patrizio che è il Project Gutenberg si trovino non solo i numerosi volumi di The Principal Navigations, Voyages, Traffiques and Discoveries of the English Nation di Hakluyt – ma li si trovi anche nella versione che recupera la storia della presa di Cadice nel 1596, che in alcune edizioni manca per regia disapprovazione?

L’ho già detto in passato – e non una volta sola – ma adoro il Project Gutenberg.

“E a che serve, o Clarina, la presa di Cadice per i Sonetti?”

Serve. Abbiate fiducia.

Ago 9, 2013 - blog life, Storia&storie    6 Comments

Cinque Anni!

senza errori di stumpa, quinto anniversario, storia e storie, anacronismi, romanzi storiciIeri SEdS ha compiuto cinque anni.

1188 post, quarantanove MB di spazio – e a dire il vero non ho mai contato le parole, ma pochissime non devono essere…

Però credo che la pianterò di stupirmi ogni volta perché Senza Errori di Stumpa è durato un altro anno…

E credo anche che invece vi ringrazierò dei vostri crescenti numeri. È piacevole pensare che tre o quattro volte la settimana siate così tanti a passare da queste parti per una bagola di storia, storie, libri e teatro, scrittura, elisabettianerie, opera, anglomania varia e ossessioni miste assortite.senza errori di stumpa, quinto anniversario, storia e storie, anacronismi, romanzi storici

Festeggiamo, volete?

Anche quest’anno, candeline, vino bianco e torta sono virtuali, e il cotillon lo è un po’ meno.

Lasciate che vi presenti… Storia&Storie.*

Storia&Storie.pdf raccoglie una decina di post apparsi nel corso degli anni in materia di storia, romanzi storici e anacronismi – che non sempre sono quel che sembrano – ed altre questioncelle che probabilmente non levano il sonno a nessuno tranne i romanzieri storici, ma potrebbero rivestire qualche interesse per chiunque si ritrovi qualche gusto per la Storia e/o la scrittura.

E odds are che, se siete arrivati qui, apparteniate alla categoria…  

Quindi, buona lettura, o Lettori – e grazie per questi cinque anni.

_____________________________________

* In teoria, dovreste poter scaricare il PDF cliccando sull’immagine qui sopra, ma siccome non si sa mai, c’è anche il link…

Serendipità Marittima

Non è la prima volta che succede – e ogni volta mi solleva da terra.

Avevamo già parlato di quella che Diana Gabaldon chiama historical serendipity, ricordate? Ne avevamo parlato in fatto di mercanti d’olio e segretari greci.

E la serendipità storica è quel fenomeno per cui si piazza in un romanzo storico qualcosa di fittizio ma plausibile e poi, in qualche modo, si scopre che poi così fittizio non era.

Si scopre che il nostro immaginario mercante d’olio c’era davvero, e che il segretario greco si chiamava davvero con il nome che credevamo di avergli inventato…

È una faccenda di estrema soddisfazione. Mette dei gradevoli brividini giù per la schiena, e la sensazione di essere in qualche modo sulla strada giusta. Di avere capito almeno un po’ questo secolo e questa gente su cui si sta lavorando. Per un istante si apre una finestra e si ha l’impressione di avere toccato qualcosa.

Ecco, è successo ancora.

Teatro, questa volta.

Acqua Salata & Inchiostro, ricordate? O comunque debba finire per chiamarsi.

Ebbene, c’è di mezzo John Masefield, di cui abbiamo parlato più di una volta. E sapevo che John Masefield aveva scritto un poema narrativo intitolato Dauber, che sarei stata molto curiosa di leggere, perché lo sospettavo parecchio autobiografico – almeno fino a un certo punto. Solo che non riuscivo a trovarlo.

Oh well, pazienza.

E invece poi l’ho trovato, a prima stesura pressoché finita. E l’ho letto, contando di trovarci qualcosa da aggiungere alla mia caratterizzazione del personaggio.

E…

E che diamine, un sacco di pensieri che Masefield attribuisce al suo protagonista erano… non c’è altro modo di dirlo: erano già nel mio play. Erano cose che il “mio” Masefield dice e pensa.

Al limite della parafrasi.

E vi dirò: è stato davvero piuttosto eccitante scoprire che ci ho preso da vicino. Che la Serendipità Storica ha colpito ancora.

Immaginatemi a un certo numero di centimetri da terra.

 

Librettitudini Verdiane: Attila

giuseppe verdi, attila, zacharias von werner, temistocle solera, francesco maria piave, andrea maffei“Perché non Attila?” disse Maffei – e Verdi, se avesse avuto delle antenne, le avrebbe rizzate.

Andrea Maffei – marito della più celebre Clarina – era un poeta, un librettista, un traduttore dall’Inglese e dal Tedesco. Per cui conosceva bizzarrie germaniche come il dramma di Zacharias Werner sul re degli Unni…

Verdi qualche tempo prima aveva letto De l’Alemagne, di Mme de Staël, in cui, tra l’altro, proprio quel dramma si riassumeva con entusiasmo. E ne era rimasto colpito. Gli pareva una bella storia cupa e romantica (nel senso meno sentimentale del termine), piena di forza tragica e ambientata in un tardo impero tanto oscuro da essere esotico di risulta. Figurarsi quando Maffei glielo propose come soggetto “barbaro”!

Dopo la batosta napoletan-peruviana dell’Alzira, bisognava andare sul sicuro: la collaudata Fenice e il fidato Solera sembravano una buona combinazione… peccato che Solera fosse a Madrid, in autoesilio per sfuggire ai creditori, e fosse men che sollecito nel consegnare i versi. Per di più aveva le sue idee su come dovesse essere il libretto, continuava a battere sull’aspetto risorgimental-patriottico, a discapito delle psicologie individuali e dell’Impero che franava a valle – che a Verdi interessavano molto di più. giuseppe verdi, attila, zacharias von werner, temistocle solera, francesco maria piave, andrea maffei

Quando diventò evidente che Solera nicchiava con l’atto terzo – e forse in considerazione del fatto che battere troppo su un’Italia che si libera dei barbari occupanti significava cercar grane con la censura – Verdi si rivolse a Piave chiedendogli (con la consueta abbondanza di istruzioni e raccompandazioni) di risistemare e finire il tutto.

Solera, dalla Spagna, si offese a morte e non volle mai più collaborare con Verdi. Il povero Piave-Gatto si lesse Mme de Staël, si lesse Werner (forse tradotto da Maffei) e sistemò tutto come voleva Verdi.

Quindi: Verdi, Solera, Piave – e anche Werner, e probabilmente un po’ Maffei… Vediamo che ne uscì.

Il Prologo comincia ad Aquileia caduta. Eruli, Ostrogoti & Unni si aggirano tra le macerie fumanti, compiacendosi coralmente dell’abbondanza di urli, rapine, gemiti, sangue, stupri e rovine…  Credevano forse di resistere ad Attila, questi scemi di Aquileiesi? Ha!

giuseppe verdi, attila, zacharias von werner, temistocle solera, francesco maria piave, andrea maffeiEd eccolo qui, Attila su un carro trainato dagli schiavi, duci, re, ecc…* E prima che noi possiamo farci domande su quell’affascinante ecc…, il coro barbarico accoglie il suo condottiero così:

Viva il re delle mille foreste,
Di Wodano ministro e profeta;
La sua spada è sanguigna cometa,
La sua voce è di cielo tuonar.
Nel fragore di cento tempeste
Vien lanciando dagl’occhi battaglia;
Contro i chiovi dell’aspra sua maglia
Come in rupe si frangon gli acciar.

E Attila (basso) sarebbe soddisfatto, non fosse che il suo fedele schiavo Uldino entra conducendo un gruppo di donne locali che, contrariamente agli ordini, ha salvato per offrirle in dono al Re. Dopo tutto sono una rarità esotica, e hanno pugnato in armi.

Allor che i forti corrono
Come leoni al brando
Stan le tue donne, o barbaro,
Sui carri lagrimando.
Ma noi, donne italiche,
Cinte di ferro il seno,
Sul fumido terreno
Sempre vedrai pugnar,giuseppe verdi, attila, zacharias von werner, temistocle solera, francesco maria piave, andrea maffei

chiarisce Odabella**, il nostro soprano – e chi vuole intendere, intenda. Attila s’innamora sur-le-camp, le offre una grazia a scelta e, quando lei chiede una spada, le offre gentilmente la sua e la lascia libera di vagare a suo gusto per il campo.

Ora, voi sapete che ho una predilezione per le voci gravi, ed è mia convinzione che, in questo come in molti altri casi, nessuna donna sana di mente che non ci fosse costretta dal libretto, potrebbe preferire il tenore al basso e/o al baritono. Ciò detto, se non vi siete fatti l’impressione che Attila sia candidabile al Nobel per la fisica, non so biasimarvi…

E infatti Odabella, che ha un padre e un moroso da vendicare, gioisce tra sé – perché quella spada non ha intenzione di usarla al posto delle forbicine da ricamo. E Attila si stupisce di come l’ardire e la bellezza di Odabella dolcemente gli fiedano il cuore. 

Ma non distraiamoci. La guerra è guerra, e Attila manda tutti quanti per la loro strada, perché ha da ricevere l’inviato di Roma.

E l’inviato di Roma altri non è che Ezio, il nemico preferito di Attila, quello che gli ha rifilato una batosta di tutto rispetto ai Campi Catalaunici – e l’abbiamo già capito, ad Attila piace la gente tosta, purché non se ne venga con proposte di pace…

Peccato che Ezio se ne venga a proporre qualcosa di peggio della pace. giuseppe verdi, attila, zacharias von werner, temistocle solera, francesco maria piave, andrea maffei

Perché Ezio, vedete, è uno di quei generali di sangue barbaro che sono più fedeli a Roma dei Romani stessi, e la cui lealtà in genere viene ricompensata così così***. Ed Ezio non ne può davvero più dell’imbelle giovine**** Valentiniano che siede sul trono d’Occidente. Seccherebbe molto ad Attila spartirsi con Ezio questo vecchio impero malconcio e tanto bisognoso di una mano energica – o due?

Poffarbacco!

Noi Ezio lo perdoniamo (o almeno sospendiamo il giudizio) perché è un baritono, ma Attila, che non è frenato da queste considerazioni timbriche ed è un nobile re guerriero, s’indigna. Se Roma è così malmessa che il suo eroe più valido pratica tradimento e spergiuro, allora è proprio tempo che gli Unni radano tutto al suolo.

Ah be’, ma se la mettiamo così, Ezio non ha altro da dire, se non: guerra! Dopo tutto, gliele ha suonate una volta, ad Attila, ed è capacissimo di farlo ancora. E i due si separano vicendevolmente furibondi.

Chiudesi il prologo dalle parti della futura Venezia, dove un coro di eremiti accoglie un coro di aquileiesi in fuga, guidati da… Foresto? Possibile? Il comandante e salvatore dei fuggiaschi è un tenore che non è poi così morto come noi e il soprano credevamo, e che si dispera perché la sua bella è prigionera del nemico conquistatore – da cui, incidentalmente, vuole liberare la patria afflitta…

E lo so, suona familiare, ma fidatevi: secolo diverso, continente diverso, costumi diversi, finale diverso. Insomma, abbastanza diverso… oh well.

E con questo siamo soltanto alla fine del prologo. Sarà meglio che ci affrettiamo all’Atto Primo.

E cominciamo con Odabella che vaga nottetempo nei boschi e pensa ai casi suoi, giuseppe verdi, attila, zacharias von werner, temistocle solera, francesco maria piave, andrea maffeifinché non le arriva addosso Foresto travestito da Unno. E forse anche questo vi suonerà vagamente familiare, perché a lei quasi prende un coccolone nel vedersi davanti il moroso redivivo, ma lui è furibondo perché la crede collaborazionista: com’è che se ne gira libera e armata, eh?

E lei fatica un po’, tra giuramenti e citazioni bibliche, a convincerlo che tutto quel che vuole è vendicarsi infilzando Attila con la sua stessa spada.

“E perché non l’hai ancora fatto?” sarebbe la domanda sensata, viste le generali circostanze…

Ma Foresto è un tenore, e invece va in estasi, chiede perdono e i due cinguettano e s’invitano a vicenda a inebriarsi nell’amplesso–

Ma no, cosa avete capito? Opera, Ottocento, censura! Tutto molto casto – e comunque fade to

La tenda di Attila che, in una scena reminiscente del Riccardo III*****, si sveglia da un incubo. Perché insomma, imman gli apparve un veglio, che l’ha preso per i capelli e gli ha ingiunto di lasciare in pace Roma, che il suo incarico divino prevedeva la flagellazione dei mortali, ma Roma è di Dio.

Raccapriccio!

esclama il fedele Uldino – ma Attila si riprende prima di subito, arrossice della sua debolezza e anzi, convoca il coro tutto: armi e bagagli, ragazzi, che si parte per Roma.

Ma…

Che d’è quella religiosa armonia che risponde alle trombe guerriere degli Unni?

giuseppe verdi, attila, zacharias von werner, temistocle solera, francesco maria piave, andrea maffeiÈ Papa Leone, con sei anziani e un corteo di vergine e fanciulli in bianche vesti. C’è anche Foresto, nascosto in mezzo al coro, ma nessuno bada a lui. Cosa più interessante, nel vecchio disarmato, Attila riconosce l’uomo del suo incubo. E, guarda caso, Leone ripete proprio le parole del sogno: basta così, grazie, flagellato abbastanza, Roma no…

Aiuta che alle sue spalle Attila veda un paio di gigantesche figure armate di spade fiammeggianti. Chi l’avrebbe mai detto? Per lo sbigottimento degli Unni e la meraviglia dei locali (e, a quanto pare, di Leone stesso), Attila cade in ginocchio, pronto a prendere, incartare e portare a casa la divina ammonizione.

E qui (soprattutto dalle mie parti), saremmo anche disposti a considerare finita la faccenda. E invece no: è finito solo l’atto primo.

E l’Atto Secondo comincia con Ezio, di umor nero perché il pavido Valentiniano lo riconvoca in tutta fretta a Roma, proprio adesso che si potrebbe dare il colpo di grazia agli Unni in ritirata… ah, dov’è finita la potenza di Roma? Dove andremo a finire? Non ci sono più le mezze stagioni, eccetera.

Ma a interrompere le lamentazioni del generale arriva uno stuolo di schiavi d’Attila, recante richiesta di un abboccamento. E perché mandare uno stuolo di schiavi a parlamentare? Ma perché così ci si può nascondere in mezzo, e poi restare indietro inosservato, Foresto. Foresto che viene a giocare agl’indovinelli. Non chiedermi perché, non ti dico chi sono o come lo so, ma in serata si fa fuori Attila. Tu tieniti pronto e, al segnale, attacca.

E magari sarebbe legittimo dubitare, non vi sembra? Trappola, imboscata, ruse de guerre?

Ma no: ad Ezio non par vero di avere l’occasione di ignorare gli ordini imperiali. Per mal che vada, morirà in battaglia, risparmiandosi il resto del declino di Roma.

E noi facciamo appena in tempo a tornare al campo di Attila, dove Eruli, Ostrogoti & Unni gozzovigliano, e Attila presiede con Odabella al fianco vestita da amazzone, e Foresto si nasconde in mezzo al coro (again)… Facciamo appena in tempo a tornare, dicevo, che arrivano Ezio e i suoi.

E salta fuori che, nonostante il carattere piuttosto truculento dei brindisi, quel che vuole Attila è offrire una tregua e celebrarla con una buona cena. giuseppe verdi, attila, zacharias von werner, temistocle solera, francesco maria piave, andrea maffei

Il che, fanno lugubremente notare i druidi, porta malissimissimo… E se Attila crede di risollevare gli animi con un po’ di musica, sbaglia: il vento interrompe il già non allegerrimo canto delle sacerdotesse e spegne fuochi e lucerne, e tutti cominciano a farsi un nonnulla nervosi. 

Foresto ne approfitta per sussurrare a Odabella che il fedele Uldino è in realtà pronto ad avvelenare Attila; Odabella s’indigna perché Attila lo vuole infilzare lei; Uldino, col veleno in mano, cerca di farsi coraggio; il coro si agita; Ezio torna a proporre alleanza contro Valentiniano; Attila rifiuta sdegnato ma, a mezza via tra Winnie the Pooh e (again) Riccardo III, deve ammettere che:

Oh rabbia! Non sento più d’Attila il cor!

E poi il cielo si rasserena all’improvviso, e potremmo quasi credere a un anticlimax, se non fosse che Attila, nell’ansia di superare il momentaccio, sta per bere. Per bere dal boccale che gli ha portato Uldino…

Ma no! Odabella lo ferma, gli rivela il tentato avvelenamento e, quando Attila, non incomprensibilmente, vuol sapere chi è stato, è Foresto a farsi tenorilmente avanti.

Sensazione.

Attila riconosce il capitano aquileiese che tanto filo da torcere gli ha dato in battaglia – e adesso gliela fa vedere lui.

Poco sforzo, adesso! provoca Foresto.

E Odabella chiede in premio la sua vita.

E Attila acconsente, e ci aggiunge la corona di regina degli Unni, da suggellarsi con matrimonio l’indomani.

E Foresto fugge non senza avere prima maledetto Odabella (again), e dite la verità: non potremmo quasi crederci tornati in Perù?

giuseppe verdi, attila, zacharias von werner, temistocle solera, francesco maria piave, andrea maffeiA riprova del fatto che invece siamo ad Aquileia, Ezio si morde le nocche per il fiasco, Uldino pensa che l’ha scampata bella e che deve un gran favore a Foresto, e il coro non ne può davvero più: facciamogliela vedere, a questi Romani arroganti e avvelenatori, e che diamine!

Sipario.

Atto Terzo, e non ci stupiamo di trovare Foresto nel bosco tra il campo di Attila e quello di Ezio – lui che passa di qua e di là come se nulla fosse. Ad ogni modo, adesso è lì nella terra di nessuno a mangiarsi le unghie al pensiero di Odabella fedifraga. Ed entra Uldino a dire che la sposa è appena salita in automobile partita col corteo verso la tenda di Attila. Ed entra Ezio a chiedere che cosa stanno aspettando. E Foresto vaneggia ancora sull’infedeltà di Odabella. Ed Ezio, con tutta l’aria di avere sentito i vaneggiamenti molte e molte volte, gli fa notare che lui ha in mente cose più importanti di una ragazza poco seria – tipo il destino dell’Impero. Ed entra Odabella vestita da amazzone/sposa/regina******, vaneggiando a sua volta. Si direbbe che lo spettro del babbo sia venuto a tirarle le coperte: ma proprio Attila, doveva sposare? Foresto, ça va sans dire, concorda col fantasma.giuseppe verdi, attila, zacharias von werner, temistocle solera, francesco maria piave, andrea maffei

E mentre Ezio cerca di affrettare i tempi, Odabella si proclama innocente e ultrice, e Foresto non le crede (again)…

Ed Ezio non aveva tutti i torti, perché arriva Attila, cercando la sua novella sposa.

E la trova abbracciata a un riluttante Foresto in presenza di Ezio.

Ops.

Ma come? s’infuria Attila. Lui ha sollevato Odabella da schiava a regina, ha risparmiato Foresto e non ha distrutto Roma – e adesso tutti cospirano contro di lui?

E a noi viene il dubbio che a Solera sia sfuggito qualcosa – o che Piave ci abbia messo parecchio di suo. Siamo sinceri: tra Foresto che passa il tempo a nascondersi tra gli alberi e le comparse e a maledire ingiustamente Odabella*******, Uldino che viene trattato come un figlio e ricambia col veleno, ed Ezio che, baritono o meno, muore dalla voglia di tradire qualcuno fin dal prologo, per chi dovremmo simpatizzare, se non per Attila?

giuseppe verdi, attila, zacharias von werner, temistocle solera, francesco maria piave, andrea maffeiE mi sembra degno di nota che Odabella dica di non poter consumare il matrimonio con Attila perché lui le ha ucciso il padre. Non per altri motivi come, ad esempio, Foresto.

Ma a questo nessuno ha l’aria di badare troppo. Mentre si sentono in quinta le grida dei Romani che assaltano gli Unni già piuttosto su di giri, Foresto parte per pugnalare Attila, ma Odabella lo precede… Anche a voi sembra un gesto da donna innamorata? Ad Attila, devo dire, non molto.

E tu pure, Odabella?

mormora – e poi muore.

E in quella che credo sia la scena più breve della storia dell’opera, guerrieri romani irrompono da tutte le parti per informarci che

Appien sono
Vendicati, Dio, popoli e re!

Sipario.

E insomma, sì. C’erano grandi aspettative per questo Attila. Verdi ne scriveva dicendo che i suoi amici la consideravano la sua opera migliore – con quel genere di tono che implica “lo penso anch’io, ma non lo dico”, e doveva essere il riscatto dopo l’Alzira.

Tutto quel che si può dire è che la carriera di Verdi non fu un progresso trionfale di successi da far crollare il loggione, e che l’Attila andò tutt’altro che male.  

E sapete, tuttavia, quale fu la beffa più maiuscola? Verdi si aspettava grandi cose dai finali secondo e terzo, e invece la Fenice applaudì “con maggior fanatismo” proprio il più patriottico, più risorgimentale, più soleriano atto primo.

Solera, da Madrid, avrebbe potuto trarne tutta la consolazione che voleva.

 

_________________________________________________

* Holla, ye pampered jades of Italy… No, scherzi a parte, non è bizzarro che nessuno abbia tratto un’opera dal Tamburlaine di Marlowe? Ci sono almeno un paio di Tamerlani – uno di Haendel, l’altro non ricordo – ma nessuno, per quanto ne so, tratto da Marlowe…

** Un giorno ci chiamerò una gatta.

*** Belisario, anyone? E sì, era Costantinopoli e non Roma – but still.

**** Werner, Solera e Piave ce lo fanno passare per adolescente, ma in realtà Valentiniano nel 452 aveva ben passato la trentina. Ma d’altronde nemmeno l’Imperatore d’Oriente Marciano era poi così tardo per gli anni e tremulo come vuole il libretto… Però così Ezio ci fa una figura vagamente migliore.

***** Altra cosa da cui è strano che nessuno abbia mai tratto un’opera. Almeno per quanto ne sappia. Qualcuno ha qualcosa da segnalare in proposito?

****** No, davvero.

******* D’altra parte, Vedi per primo… C’è una favolosa lettera con cui chiede a Piave di verseggiargli una romanza supplementare per Foresto, su richiesta del tenore russo Ivanoff. Ed è davvero una forma di consolazione leggere che Verdi descrive Foresto come quell’imbecille di amoroso.

Librettitudini Verdiane: I Due Foscari

giuseppe verdi, anno verdiano, francesco maria piave, i due foscari, byronEra un po’ di tempo che Verdi aveva in mente di tentare Byron, e in particolare The Two Foscari, una di quelle cupe storiellone veneziane, ispirata alle vicende del doge Francesco Foscari e del suo sfortunato figlio.

Solo che a Venezia la censura non aveva voluto saperne – e non del tutto incomprensibilmente, perché non è che Byron faccia fare una gran figura alla Serenissima, implacabile fino alla crudeltà, a tutto beneficio delle vendette private…

Insomma, per la Fenice non se ne parlava, ma Roma era tutt’altra faccenda e, forte del suo nuovo contratto con il teatro Argentina, Verdi mise il buon Piave a verseggiare prim’ancora che le autorità avessero approvato la selva. La selva, per capirci, era una specie di sinossi dettagliata del libretto, su cui la censura esercitava un controllo preventivo.

La selva dei Foscari passò lo scrutinio in trionfo, e Verdi e Piave ci si misero di buzzo buono. E non dovete pensare che, dato il successo dell’Ernani, Verdi si fosse messo quieto nei confronti di Piave – anzi. Presa confidenza e passato al tu, il compositore è ancor più draconiano nelle sue richieste. È chiaro che Piave doveva essere un buon verseggiatore senza troppa idea di come funzionasse il teatro dell’opera, perché le lettere che abbiamo in fatto di Foscari sono un susseguirsi ininterrotto di istruzioni e desiderata di notevole perentorietà. 

Fai questo e fai quello, caro il mio poeta-gatto, e non fare quell’altro – per carità! E quell’altro ancora è bellissima poesia, ma in teatro non si fa così… giuseppe verdi, anno verdiano, francesco maria piave, i due foscari, byron

Piave, brav’uomo, pare essere stato assai cedevole in questo principio di carriera. Non ho mai letto le sue lettere in risposta, ma vien da sospettare che a cose fatte, nel vedere il suo nome stampato sul libretto, dovesse abbandonarsi a qualche risatella amara…

Ad ogni modo, Verdi era molto soddisfatto. Il libretto gli piaceva molto – e ciò benché, tutto sommato, nei Due Foscari in scena succeda ben poco.

Per dire, al principio dell’Atto Primo, incontriamo il coro d’ordinanza nel ruolo del Consiglio dei Dieci che, a notte alta, in gran silenzio e mistero, si riunisce a Palazzo Ducale per deliberare su che si debba fare di Jacopo Foscari, il figlio del Doge, richiamato a bella posta dall’esilio cretese.

Che cosa Jacopo abbia combinato, al momento non è chiaro, ma di certo è ben felice di respirare di nuovo l’aria della sua amatissima Venezia. Un po’ meno di simpatia il giovanotto riserva per i Dieci: quando il comprensivo fante di scorta lo incoraggia ad aspettarsi pietà e misericordia, Jacopo inveisce contro la sete di sangue dei suoi nemici annidati in consiglio.  Apparentemente, non è comodissimo essere un Foscari nella Venezia del 1457 – e che l’innocenza serva a qualcosa è più materia di speranza che altro… Notate che questa tirade l’aveva voluta Verdi, cui pareva che lo Jacopo di Piave fosse deboluccio. Diamogli più carattere, insiste il compositore più e più volte. Diamogli più fuoco! Ed ha tutt’altro che torto – ma vedremo in futuro che per i suoi tenori non avrà sempre tutto questo riguardo.

Ma lasciamo passare qualche ora e spostiamoci a Palazzo Foscari, dove Lucrezia Contarini, la bella sposa di Jacopo, apprende con notevole furia che i Dieci hanno condannato Jacopo all’esilio a vita. Perché, nel modo che è tipico di quest’opera, tutto si è deciso fuori scena. Ma Lucrezia non è un soprano-mammoletta. Tuona contro la falsa misericordia dei patrizi, invoca la vendetta divina sulle loro teste – e non dà gran retta al coro che l’esorta alla pia rassegnazione.

Nel frattempo, alla fattoria… er, no: nel frattempo, a Palazzo Ducale, i Dieci e la Giunta sciamano fuori dall’aula, commentando quel che sappiamo già. Di Jacopo bisogna fare un caso esemplare… ma che diamine ha fatto lo sciagurato ragazzo? Ebbene, ha tenuto corrispondenza con l’arcinemico: lo Sforza di Milano. Vero è che lui nega, ma che vogliamo farci?

giuseppe verdi, anno verdiano, francesco maria piave, i due foscari, byronPersino il Doge, nelle sue stanze private, ammette a se stesso di non poterci fare nulla: tutto sembra condannare Jacopo, e il tribunale ha deciso. Come padre lamenta il tutto, ma come Doge deve sostenere con imparzialità la giustizia.

Di tutt’altra opinione è Lucrezia, che irrompe al grido di:

L’amato sposo rendimi,
Barbaro genitor!

Al che il povero Doge risponde quel che ha già cantato a noi: un conto è quel che pensa il padre, e un conto quel che deve fare il Doge. Il vecchio Francesco vorrebbe tanto credere all’innocenza di Jacopo, ma che può fare di fronte alle lettere che lo incriminano? Perdonare, incalza Lucrezia – e tanto più che si è trattato solo di un’imprudenza commessa al fine di rivedere Venezia…

Il Doge rifiuta ancora, ma piange – ciò che induce la nuora alla speranza. Vuoi vedere che ce la caviamo? E su questa palliduccia alba, il sipario cala.

L’Atto Secondo ci porta alle prigioni, dove il povero Jacopo non si sente affatto bene. Torturato e febbricitante, delira per un po’, crede di vedersi davanti il fantasma minaccioso del defunto Carmagnola in cerca di vendetta, e sviene.

E qui apro una parentesi per un aneddoto: quest’opera l’ho vista una volta soltanto, all’Arcimboldi, un certo numero di anni fa. Il vecchio Foscari era Leo Nucci, il direttore d’orchestra era Muti. Chi fossero gli altri, francamente, l’ho dimenticato. Quel che non dimenticherò facilmente è che il tenore che interpretava Jacopo era troppo sferico per poter cantare altro che in piedi – o forse necessitava di un argano per essere rialzato da terra una volta che ci si fosse steso. Fatto sta che, al momento giusto, una comparsa entrò recando una sedia, in modo che Jacopo potesse “svenirci” sopra. A svenimento concluso, la comparsa ritornò, recuperò la sedia e la portò via. Eh…

Ma torniamo a noi giusto in tempo per vedere Lucrezia che entra nella cella e vede il marito svenuto. Il primo e non del tutto incomprensibile pensiero è che sia morto – ma siamo solo al principio dell’atto secondo, e Jacopo rinviene. Vero è che scambia la moglie per il defunto Carmagnola – ma sono dettagli. Quando è lucido a sufficienza scopre di doversene tornare in esilio e, mentre cerca di trovare qualche consolazione nella promessa di Lucrezia di seguirlo a Creta con i figlioletti, odonsi in lontananza delle voci festanti. giuseppe verdi, anno verdiano, francesco maria piave, i due foscari, byron

È il gondoliero
Che pel liquido sentiero
Provar debbe il suo valor,

spiega Lucrezia.

Jacopo sforna qualche maledizione – ma attenti, chi arriva avvolto in ampio e nero mantello? È il vecchio Francesco, venuto a consolare ed abbracciare un’ultima volta il figlio innocente. Ecco, Jacopo forse si sentirebbe più consolato se il padre non fosse così ansioso di andarsene – perché c’è un limite alla debolezza che il Doge può mostrare…

Ma a tagliar corto il congedo arriva Loredano, membro del Consiglio dei Dieci e nemico giurato dei Foscari, con la notizia che la galea per Creta è ferma in attesa sul primo binario, che Lucrezia ha il più assoluto divieto di seguire il marito, e vogliamo darci una mossa, per favore?

Jacopo e Lucrezia tirano accidenti a Loredano e il Doge li ammonisce severamente: la giustizia di Venezia va rispettata e non ci piove. Loredano gongola – fade to: la sala del Consiglio dei Dieci.

Anche qui c’è un gran parlare della giustizia di Venezia, e una certa impazienza per la partenza di Jacopo che, apprendiamo qui, ha anche ucciso un uomo. Jacopo, portato al cospetto del Doge, si dichiara innocente una volta di più e supplica misericordia…

Segue uno di quei meravigliosi passaggi in ottonari a rima baciata – che vi riporto:

CORO:
Non s’inganna qui la legge,
qui giustizia tutto regge.

DOGE:
Il Consiglio ha giudicato;
parti, o figlio, rassegnato.
(S’alza, tutti lo imitano)

JACOPO:
Mai più dunque ti vedrò?

DOGE:
Forse in cielo, in terra no.

JACOPO:
Ah, che di’? Morir mi sento.

LOREDANO: (ai custodi che gli si pongono al fianco, e si avviano)
Da qui parta sul momento.

giuseppe verdi, anno verdiano, francesco maria piave, i due foscari, byronA interrompere la tempesta di ottonari arriva Lucrezia – irrompitrice di professione – con i due pargoletti al seguito. Suppliche, lacrime, abbracci e, a dirla tutta, persino qualche senatore della Giunta si commuove. Ma non i Dieci e di certo non Loredano. Jacopo viene trascinato via mentre ancora supplica il padre di badare ai figli* – orfanelli a tutti gli effetti pratici – ed è il turno di Lucrezia per svenire.

Sipario.

giuseppe verdi, anno verdiano, francesco maria piave, i due foscari, byronE l’Atto Terzo si apre nell’antica piazzetta di San Marco, in vista di un subisso di gondole che vanno e vengono per il canale, mentre il sole volge all’occaso. Per la cronaca, il sole che volge all’occaso era uno dei tanti e tanti cambiamenti che Verdi aveva chiesto al povero Piave, perché il tramonto del sole è così bello…

E suppongo che avesse in mente le luci, perché al tramonto non accenna nemmeno per sbaglio il coro, gaio, ridanciano e barcarolante fino al momento in cui arriva la giustizia del leon, nella forma del corteo armato che scorta il povero Jacopo alla galea. E allora il coro si zittisce e ritira in buon ordine…

Questo volgo ardir non ha,

commenta sprezzante Loredano. E, considerando come fa esercitare la giustizia, forse non dovrebbe stupirsene… Segue ancora un po’ di mesto congedo fra Lucrezia e il povero Jacopo, che comincia ad accarezzare pensieri luttuosi. Ma Loredano è proprio malvagio oltre ogni dire: nell’ansia del suo odio per i Foscari, sente persino l’esigenza di far tagliare corto l’addio tra i due poveri innamorati che non si vedranno mai più…

Eh. Diciamo che non tutti gli antagonisti verdiani con voce di basso sono pieni di sfumature e di tormenti.

Anyway, Jacopo parte e noi ci trasferiamo nella stanze del Doge, a vederlo tormentarsi. Perché il povero Francesco, dovete sapere, ha già perso quattro figli giovani, e al quinto, superstite e amatissimo, abbiamo visto quel che capita. Il povero padre è intento a maledire il suo dogado quando un senatore non ostile entra con la prova dell’innocenza di Jacopo – quantomeno in fatto di omicidio**. Il tradimento a quanto pare diventa all’improvviso secondario, perché Francesco esulta: il cielo pietoso ha voluto rendergli un figlio! 

O forse no, dopo tutto: Lucrezia arriva a puntino per annunciare che, appena salito sulla galea, Jacopo è morto – presumibilmente di crepacuore.

Basta? No, non basta: Francesco Foscari non la prende troppo bene, ma non ha nemmeno il tempo di abbandonarsi al suo dolore, perché i Dieci vogliono parlargli.

E sapete che cosa vogliono i Dieci, guidati dall’esecrabile Loredano? Nientemeno che l’abdicazione, perché hanno il dubbio che il povero Foscari, rammollito colpito dall’età e dalla morte del figlio, non sia più all’altezza meriti pace e riposo.

Foscari, che in precedenza per ben due volte aveva chiesto invano di abdicare, ed era stato costretto a giurare di morir Doge, rifiuta fieramente dapprima, poi accondiscende in feroce amarezza.

Ma mentre si spoglia dei simboli del potere, odonsi le campane di San Marco.

Ops. Si direbbe proprio che Venezia si sia data un nuovo Doge – senza nemmeno aspettare l’abdicazione del precedente…

È davvero troppo. Senza più figli, senza trono, umiliato e vilipeso, tra la commozione di tutti – tranne uno – Francesco Foscari si abbatte per terra morto.

Pagato ora sono,

esulta l’implacabile Loredano, in mezzo all’inorridito sconcerto generale.

Sipario.

E insomma ecco qui. Verdi era riuscito ad avere il soggetto che voleva, il libretto che voleva, aveva passato il setaccio della censura ed era soddisfatto della musica che aveva composto. Gli piacevano proprio, questi Due Foscari…

E a questo punto sarebbe bello dire che all’Argentina fu un successo, ma… no. I cantanti stonarono, le aspettative del pubblico erano astronomiche, in teatro non si lavorò così bene come si sarebbe potuto.

Se i Foscari non sono del tutto caduti poco è mancato.

Scriveva Verdi all’indomani della prima.

Il fatto si è che l’opera ha fatto mezzo fiasco.

Del che si dispiaceva molto. Poi le cose andarono meglio, e i Foscari, pur non raggiungendo mai la popolarità di un Ernani o di un Nabucco, restarono ragionevolmente apprezzati e rappresentati per tutto l’Ottocento. Poi sparirono un po’ dalle scene, con l’occasionale ripresa e qualche incisione – ad onta della molta predilezione di Verdi, e di tutta la sua puntigliosa preoccupazione per il libretto.

 

 

___________________________________________________________

* Per la cronaca, è qui che si parla della celebre illagrimata polvere destinata di li a poco a scendere all’avello.

** In realtà, lo Jacopo storico uccise davvero quell’Ermolao Donà – apparentemente in una rissa di strada. Una di quelle cose che va’ a sapere. In compenso aveva davvero corrisposto con il Visconti e, non bastandogli, col Gran Turco. Se poi fosse davvero un traditore o solo uno scervellato, è difficile a dirsi. Di sicuro, qualunque cosa avesse fatto, la pagò cara, con la tortura e la morte in carcere a Creta. Il Francesco storico, meno intransigente di quello letterario, tentò di proteggere il figlio e lo fece anche fuggire una volta, ma non bastò – e mal gliene incolse. Dopo un anno di braccio di ferro con i Dieci, che tra l’altro gli rimprovaravano la debolezza nei confronti del figlio, fu davvero esautorato, e morì pochi giorni dopo.

 

 

 

Se Avete Amato Tamerlano…

Qualche giorno fa su strategie evolutive si facevano considerazioni sul meccanismo per cui ogni successo si porta dietro un subisso di imitazioni scritte con la penna intinta nell’ansia di salire sul carro del vincitore editoriale.

You know, le sciagurate fascette: Il Nuovo Xxx, L’Erede di Yyy, Se Avete Amato Zzz…

Ma in realtà il meccanismo è più vecchio delle fascette, più vecchio delle colline. Why, Omero aveva i suoi imitatori. A dire il vero, non è nemmeno detto che “Omero” non stia per “un capofila fortunato e un certo numero di gente che seguiva i suoi passi”…

Ma non occorre che torniamo così indietro – almeno non oggi. Oggi parliamo di Robert Greene. 

Ora, Robert Greene era uno di quegli robert greene, christopher marlowe, tamerlano, alfonso re d'aragonaautori usciti dall’Università che abbondavano nella Londra elisabettiana. Master of Art a Cambridge, figlio forse di un locandiere e forse di un artigiano insolvente, Robin era arrivato a Londra dopo avere abbandonato una moglie ricca – o così racconta lui, ma non è chiaro se ci sia da fidarsi.

E una volta a Londra, frequentò con gusto i bassifondi, si prese per amante la non troppo rispettabile sorella di un brigante di strada e, in generale, si rese tanto cospicuo quanto poteva. Tra teatri, bordelli e arene per gli orsi era universalmente conosciuto per i suoi abiti color cacca-d’oca, per la barba rossa tagliata a punta e per uno spirito alquanto abrasivo. La sua intenzione era la stessa di tanti altri squattrinati gentiluomini lavati nel Cam: guadagnarsi da vivere scrivendo. Il teatro sembrava la via più facile e più redditizia, ma non è che Greene ci sapesse molto fare. A quanto pare, solo una delle sue commedie incontrò qualche favore – e le sue tragedie erano considerate repertorio da provincia. Del che Greene incolpava non se stesso, ma i tempi, la crassa stupidità del pubblico e degli impresari e, soprattutto, la concorrenza. La concorrenza non laureata, in particolare, gli dava il mal di stomaco…

Per sua fortuna, Greene aveva un dono per la prosa. Da un lato i romances, storiellone melodrammatiche in prosa, piene di colpi di scena narrati in uno stile che oggi definiremmo purpureo. E dall’altro i libelli. I suoi saggi sulla vita dei bassifondi, sui trucchi dei truffatori e sulle disgrazie degl’ingenui laureati nella città malvagia ebbero un colossale successo. Un successo che sarebbe bastato a mantenere un uomo di moderato buon senso… ma Greene, tra vino, gioco e donne, era sregolato persino per i laschi standard elisabettiani.

E poi a un certo punto si convertì. Per iscritto. Un Pizzico di Buon Senso Acquistato a Prezzo di un Milione di Pentimento è l’ultimo libello che, secondo tradizione, il buon uomo avrebbe scritto sul letto di morte. La diatriba è livorosissima e ce n’è per tutti, compresi gli attori e gli altri scrittori, primi tra tutti l’ateo Kit Marlowe (chiaramente avviato all’inferno…) e un misterioso Corvo Arrampicatore che si fa bello con le piume altrui – e che in tutta probailità è Shakespeare*, quell’accidenti di campagnolo senza laurea.

Quando il Pizzico fu pubblicato, Robin Greene era già morto per indigestione (o, di nuovo, così vuole tradizione) di aringhe in salamoia e vino del Reno.

E che c’entra tutto ciò con gli imitatori?

C’entra perché dicevamo che Greene non aveva un gran talento per il teatro, ma non per questo non ci provava. robert greene, christopher marlowe, tamerlano, alfonso re d'aragona

Nel 1588, quando il Tamerlano di Marlowe travolse Londra, Greene dovette masticare parecchia bile. Immaginate: al Rose si replicava all’infinito, i bambini nelle strade giocavano a Sciti e Persiani, la gente citava a gran voce Holla, ye pampered jades of Asia!, e nelle taverne i bevitori brindavano alla salute di Alleyn & Marlowe – un vilissimo attore e un ragazzino appena uscito da Cambridge…

Be’, ma perché non posso farlo anch’io? dovette dirsi Greene. Così prese il Tamerlano, lo spostò in Spagna**, cambiò i nomi dei personaggi, riscrisse – ma non troppo, mantenendo la trama pressoché identica… et voilà! Alphonsus, Re d’Aragona era pronto per le scene.

Pare di vederle, le altre compagnie, quelle che non potevano avere Marlowe e il Tamerlano. Venghino, siore e siori, venghino ad ammirare le terribili vicende di Alphonsus, il Tamerlano di Spagna…

E per un po’ funzionò, ma non per molto. La gente, dopo avere visto e rivisto Tamerlano, se ne andava in cerca di altre emozioni consimili, ma poi… be’, Alphonsus non era Tamerlano. E non era questione della scopiazzatura della trama – pratica pressoché quotidiana in un mondo senza diritti d’autore. Il pubblico elisabettiano non aveva particolari obiezioni alla stessa storia in altra salsa, ma era smaliziato: andava una volta e poi, constatando che i versi erano brutti, i dialoghi legnosi e i personaggi mollicci nella loro altisonanza, non tornava più.

robert greene, christopher marlowe, tamerlano, alfonso re d'aragonaLe compagnie provarono a portarsi l’Alphonsus in provincia, dove si supponeva che i campagnoli fossero di bocca buona, ma niente da fare. I cortili di locanda, le sale delle corporazioni e i prati delle fiere si riempivano di gente che, accorsa per vedere il nuovo Tamerlano, non si faceva scrupolo d’interrompere la rappresentazione ululando “dateci Tamerlano!”

In realtà è molto probabile che, se avesse lavorato per bene, invece di gettare in pasto al pubblico una instant tragedy, Greene avrebbe potuto saltare sul carro del vincitore con più successo – e risparmiarsi parecchia bile. Forse, dico, perché il terribile Robin doveva essere una peste, ma di sicuro non era stupido. Non mi colpisce come il tipo d’uomo che si accontenta davvero di beneficiare della luce riflessa di un rivale più giovane e più talentuoso. 

Ma, a parte i rovelli (immaginari, lo ammetto) di Greene, avrebbe potutto funzionare. Anzi, funzionava tutto il tempo, e aveva funzionato prima, e ha funzionato dopo e, ho tanto idea, funzionerà sempre. Perché in fondo, come nascono e si ramificano i sottogeneri, se non perché, come Oliver Twist, dopo avere assaggiato qualcosa, il pubblico ne vuole ancora?

La speranza è sempre che il pubblico sappia distinguere. In mancanza di quello, si può sempre confidare che, prima o poi, il passare del tempo faccia da setaccio tra gli Alfonsi e i Tamerlani. 

 

___________________________________________

* Una teoria alternativa è che si tratti in realtà di Ned Alleyn. Considerando il livore che Greene nutriva nei confronti degli attori, non è del tutto implausibile.

** Ambientazione esotica, col brivido aggiuntivo del cattolicesimo e dell’inquisizione…

Mag 24, 2013 - Storia&storie    2 Comments

Il Tesoro Di Attila

Ogni tanto mi capita di lamentare la sconsolante prosaicità dell’immaginario mantovano. Niente folletti, niente fate, una misera manciatina di fantasmi…

Siamo gente quadrata, siamo.

Però ho scoperto di recente una storia notevole proprio nei pressi del mio villaggio. 

Allora, qua attorno, sperduta in mezzo alla campagna, trovavasi un tempo una specie di elevazione del terreno. Un’inesplicabile montagnuola. Un tumulo, se volete – non fosse che non c’è tumulato nessuno. Però, scavandoci attorno, si rinvenivano punte di freccia, monete, ferri di lancia, cocci ed altre archeominutaglie. 

tesoro di attila, forte d'attila, governolo, mauro calzolariE che potevano mai essere, questi relitti – quel che avevamo in luogo di rovine? Ebbene, dovete sapere che, secondo tradizione, a Governolo, nel 452, Papa Leone Magno avrebbe fermato Attila e i suoi Unni. E sì, lo so, non c’è nulla di certo, e né Paolo Diacono né Flavio Biondo possono considerarsi inappellabili, e ci sono altre ipotesi almeno altrettanto valide, e in tutta probabilità non lo sapremo mai – ma vi secca, per il momento, appendere la vostra incredulità? A noi di qui piace tanto dire che è successo nel nostro angolo di mondo, e di sicuro ci credevano fermamente i nostri avi nel Seicento, quando l’inesplicabile montagnuola cominciò ad apparire nelle mappe col nome di Forte d’Attila. attila, tesoro di attila, governolo, storie e leggende, mauro calzolari

Perché, è chiaro come il giorno, distruzione = Unni – e non ci piove.

Oddio, vero è che nulla di unnico è mai emerso, nemmeno per sbaglio, dal supposto forte. Medievalia, sì; romanitudini, anche; roba dell’Età del Ferro, in copia & abbondanza – ma gli Unni… E tuttavia il toponimo è rimasto e vige tutt’ora, e per di più si è portato dietro una storia.

State a sentire.

Nattila, tesoro di attila, storie e leggende, mauro calzolariarrasi dunque, che che una volta ogni secolo – o giù di lì – la gente dei paraggi ricevesse la visita di un misterioso sconosciuto dalla barba bianca, in abiti di foggia un nonnulla inconsueta. Costui arrivava a un’osteria, chiedeva del vino, si guardava attorno, poi chiamava da parte l’oste e gli chiedeva l’assistenza di due persone dabbene. Persone di coraggio e d’onestà. Ad essere saldi d’animo e di principi, c’era da diventare ricchi…

Erano pochi gli osti capaci di resistere alla prospettiva e così, sul far della mezzanotte, lo sconosciuto si ritrovava a condurre per i campi bui l’oste e un compagno – in genere qualche ragazzo sveglio del contado. E quale non era la sopresa dei due nel raggiungere il Forte d’Attila e trovarci, invece dell’inesplicabile montagnuola, un gran palazzo, che sembrava splendere nel buio per la dovizia di torce, candele e bracieri con cui era illuminato. attila, tesoro di attila, governolo, storie e leggende, mauro calzolari

Lo sconosciuto conduceva i nostri due per saloni parati a figure mai viste, scaloni di marmo e corridoi lunghissimi, fino a una gran sala sfavillante. Nel centro del pavimento c’era un enorme mucchio d’oro.

“Io sono il tesoriere di Attila,” rivelava allora lo sconosciuto. “Questi sono i tesori che il mio re ha razziato in queste terre e, una volta ogni cento anni, ho licenza di tornare qui per riparare ai miei peccati cercando di restituirne un po’ alle genti del luogo. Tutto quello che dovete fare è camminare lenti lenti intorno al tesoro per dodici volte. Compiuto il dodicesimo giro, e non un istante prima, potrete gettarvi sul mucchio – e tutto l’oro che riuscirete a coprire con il vostro corpo vi apparterrà.”

Pur un nonnulla scombussolati, l’oste e il garzoncello non se lo facevano ripetere e, tenendosi per le falde del vestito, cominciavano a camminare in cerchio. Un giro, due giri… Ciascuno dei due dubitava tra sé, cercando di tenere d’occhio il compagno.

Tre giri, quattro giri… E se questo bel tomo di tesoriere volsse turlupinarci? si domandava l’oste.

Cinque giri… Bisogna che badi a saltare bene, pensava il ragazzo. Se son bravo, sposo la mia Ninetta, e poi faccio la dote a mia sorella, e poi compro quel campicello verso Poletto, e poi una mucca – anzi, no: due mucche…

Sei giri… L’oste già s’immaginava padrone di mezzo paese. Purché non fosse tutto un imbroglio.

Sette giri… E a questo punto uno dei due – in genere il ragazzo – cedeva alla tentazione e, a titolo di assicurazione, tentava di mettersi in tasca una manciatella di quelle monete luccicanti.

E si sa come vanno queste cose. Nell’istante stesso in cui lo scervellato allungava la mano… puf! Le luci si spegnevano e tesoro, salone, palazzo e tutto sparivano nel nulla.

I due compagni si ritrovavano a sbattere gli occhi come due civette frastornate nel buio improvviso.

“Ah,” sospirava la voce disincarnata del tesoriere d’Attila. “Nemmeno questa volta ci sono riuscito. Dovrò riprovarci da qui a cent’anni – sperando di trovar gente più saggia di voi due!”

E questa è la leggenda, e mi domando se non l’avesse in mente almeno un po’ quel Giuseppe Bellini cui, intorno al 1845, un cugino che faceva il meccanico dentista rivelò d’aver trovato il tesoro di Attila. Forse no, dopo tutto – o almeno non ne aveva tratto le giuste conclusioni perché, insieme a un dipendente, si lasciò condurre per i campi di notte fino a un punto segnato con un chiodo in un albero. I tre, accompagnati da un misterioso forestiero, si misero a scavare finché dal terreno emerse una decina di verghe di metallo.

“Oro!” esclamò il cugino dentista. “L’oro di Attila!”

Con la sensazione di essere nel bel mezzo della leggenda, Bellini grattò un truciolo di metallo da una delle verghe e lo diede al cugino, per portarlo a saggiare. Poi nascosero tutto, e l’indomani si precipitarono da un orefice. L’orefice era del tutto in buona fede, ma il cugino dentista, invece di consegnarli il pezzettino di verga, lo sostituì con un frammento di un anello.

“Oro,” sentenziò l’orefice. E Bellini pagò sull’unghia al cugino cento bavare in cambio delle verghe – convinto di aver concluso l’affare della sua vita, e senza domandarsi perché al dentista fosse saltato per il capo di metterlo a parte dell’avventura, invece di tenere il tesoro per sé…

Inutile dire che il responso dell’orefice sulle verghe fu ben diverso: ottone e nient’altro che vilissimo ottone. Raggiunto e interrogato, il cugino dentista si dichiarò in buona fede e imbrogliato a sua volta dal forestiero. Dopodiché le verghe d’ottone scomparvero, il forestiero non si trovò più e, una quindicina d’anni dopo, i due cugini andarono a processo. Il dentista fu condannato per truffa – ma sono certa che Bellini dovette sentirsi non poco stupido, certo non meno del ragazzo che, nella leggenda, si rovinava per aver voluto afferrare il tesoro.

Quindi sì, qualche leggenda c’è. Ed essendo da queste parti la gente pratica che siamo, c’è stato chi ha pensato di metterla a frutto…

______________________________________

E se vi pungesse vaghezza di saperne di più sugli strascichi leggendari e tradizionali del passaggio di Attila nel Mantovano, c’è questo bel librino recente di Mauro Calzolari: Papa Leone e Attila al Mincio, il percorso di una tradizione (Sometti, 2013).

 

 

Pagine:«1...56789101112»