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Passato Remoto Sgradevole

marathon-battle-1Questo , vi avverto, sarà un post di rimuginamenti e confessioni.

Bisogna cominciare dal fatto che, qualche tempo fa, mi si è segnalato questo articolo su Black Gate, il cui autore, M. Harold Page, scrive avventura storica, ucronia e fantasy storico.

Se non avete voglia di leggere l’articolo, il sugo è questo: l’autore, provvisto di tanto senso della storia quanto ne serve per spargere una lacrima sul tumulo di Maratona, fatica a riconciliare la sua commossa ammirazione per i cittadini-soldati che danno il fatto loro ai potentissimi Persiani con dettagliuzzi quali la schiavitù e la condizione femminile nell’Atene del V Secolo…

Quando mi vengono di queste paturnie, dice Page, di solito mi rifugio nella Space Opera o nello Sword and Sorcery, due generi capaci di riprodurre eccitanti ambientazioni storiche senza gli aspetti discutibili. Si può combattere Maratona daccapo – ma con delle tostissime guerriere nei ranghi, e senza schiavi che ci aspettano a casa.

Confesso che nel leggere questa quasi-conclusione sono inorridita un nonnulla. Non solo Page si confessa colpevole di giudicare il passato attraverso sensibilità moderne, ma in risposta immagina un V Secolo fantasy, con le guerriere tostissime e nemmeno uno schiavo in vista… orrore, orror.

Ed è a queMHPagesto punto che ho cercato di capire chi stessi leggendo, e mi sono stupita di scoprire non un autore di fantasy, ma un cultore di scherma d’epoca che scrive narrativa storica. E sia ben chiaro: non nutro l’ombra di un pregiudizio contro il fantasy e i suoi autori in via di principio, ma odds are che l’atteggiamento di un autore di fantasy nei confronti della storia sia diverso dal mio…

Ora, se bazzicate SEdS da qualche tempo, sapete della mia violenta allergia all’anacronismo psicologico con annessi e connessi. Salta fuori, tuttavia, che non posso assumere che Page soffra di Sindrome della Bambinaia Francese. O meglio, magari un po’ ne soffre, a giudicare dall’articolo – ma da quel che leggo sul suo blog e nelle recensioni su Amazon ho qualche remora nell’assumere automaticamente che la condizione si rifletta sui suoi romanzi.

E persino nell’articolo incriminato si riscatta parzialmente ai miei occhi ammettendo che la Maratona originale, brutta, sporca e politically uncorrect, non smette per questo di esercitare il suo fascino…

Insomma, il punto è che alla fin fine, e pur con qualche riluttanza, lo capisco, Page. I secoli passati sono pieni di fascino e di riprovevoli sgradevolezze in parti uguali, e non c’è modo di negarlo. bearbaiting

Ci sono autori che sposano con zelo le riprovevoli sgradevolezze, e riempiono le loro storie con il sudiciume, le pessime abitudini, le torture, le deficienze sanitarie e altre consimili gioie del loro periodo… Devo confessare che di questo genere di accuratezza mi stanco abbastanza presto. A parte tutto il resto, so che le cose stavano così – o quasi così* – e non sento il desiderio di sentirmelo ripetere ad nauseam pagina dopo pagina. E questa magari è una questione tanto di senso della misura quanto di atteggiamento storico – ma resta il fatto che magari, dopo un’immersione nei sanguinolenti dettagli dei combattimenti di orsi e mastini o nelle tecniche predilette di Richard Topcliffe** – e più ancora nell’assoluta normalità di combattimenti e torture – è un gran sollievo leggere un po’ di Josephine Preston Peabody. E badate che JPP non è particolarmente allegra o soleggiata, ma temo che il suo Marlowe idealizzato non sia davvero molto meno fantasy delle tostissime guerriere a Maratona…

E quindi ecco la confessione: in realtà non posso inorridire affatto. In via di principio so che non posso giudicare l’allegra propensione alla crudeltà, i terribili pregiudizi, la giustizia sbrigativa e l’intolleranza degli Elisabettiani secondo le mie sensibilità del XXI Secolo. All’atto pratico, le mie sensibilità del XXI Secolo sono anestetizzate solo in parte dalla prospettiva storica.***

E devo presumere che lo stesso valga, e a maggior ragione, per il lettore. Che cosa cerca davvero il lettore in un romanzo storico?

Ne parleremo. Intanto, la mia confessione l’avete avuta. Ho peccato – magari non in parole o in opere – ma in pensieri, in letture e nell’occasionale omissione. Si direbbe che, se si tratta di lapidare bambinaie francesi, non sia in condizione di scagliare il primo tomo di enciclopedia.

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* In realtà sull’igiene dei secoli passati gira anche un buon numero di pittoreschi pregiudizi. Sulla crudeltà il discorso è diverso.

** Granted: Richard Topcliffe, torturatore al servizio della Grande Elisabetta, era uno psicopatico sadico e crudele, che sarebbe stato orribile in qualunque epoca, per cui magari l’esempio non è dei più calzanti.

*** Per quanto poi salti sempre fuori qualcuno pronto a credere che pregiudizi, crudeltà e disinvolture, siccome li racconto, io debba condividerli… ma questa è un’altra storia e ne abbiamo già parlato.

 

 

 

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La Bambinaia Spagnola?

E questo è il Giovane Inglese di Tiziano - ma è così che ho sempre immaginato Rodrigo.

E questo è il Giovane Inglese di Tiziano – ma è così che ho sempre immaginato Rodrigo.

Discutevasi di Don Carlos, e a un certo punto L. mi dice questo: “Ma tu, che ce l’hai tanto con le Bambinaie Francesi e gli anacronismi psicologici, dimmi una cosa: e il tuo beneamato Marchese di Posa?”

E io sussulto un pochino, perché…

Potrei obiettare che il Marchese di Posa, pur baritono, non è più tanto il mio beneamato Marchese di Posa, e che da anni la mia simpatia va a Re Filippo – ma non non lo faccio. E potrei anche obiettare, con più pertinenza, che ai tempi di Schiller l’anacronismo non era una preoccupazione, e l’idea di anacronismo psicologico nemmeno esisteva – ma il punto che sollevava L. non è questo. Il punto è, immagino, la percezione dal nostro lato: è dunque Rodrigo, Grande di Spagna, Cavaliere di Malta, campione del libero pensiero, amico del cuore dell’ineffabile Carletto e figlio immaginario di Re Filippo, nient’altro che una ur-Bambinaia Francese? Verdi stesso ha tutta l’aria di pensarlo, e lo dice in una lettera – se non mi sbaglio – a Ricordi:

Posa, essere immaginario, che non avrebbe mai potuto esistere sotto il regno di Filippo.

E in effetti, tutto si può dire, ma non che il giovanotto pensi, senta e agisca come un convincente nobiluomo spagnolo di metà Cinquecento. Rodrigo è chiaramente l’alter-ego e portavoce di Schiller, un uomo del tardo Settecento. Lo dice bene H.W. Nevinson, nella sua Life of Friedrich Schiller:

In Posa sembra di vedere prefigurati i grandi leader della Gironda nella Francia rivoluzionaria: come loro è nobile e vocato al martirio, come loro è eloquente ed amabile – e come loro è del tutto inefficace.

Oppure così: Thomas Hampson

Oppure così: Thomas Hampson

E dunque? Un Girondino in farsetto di velluto è o non è l’equivalente settecentesco della Bambinaia?

Nel complesso e dopo accurati rimuginamenti, direi di no. In primo luogo, il grado di storicità del Don Carlos non solo è abissale – ma è anche, in tutta evidenza, l’ultima delle preoccupazioni del giovane Schiller: davvero vogliamo impuntarci sugli anacronismi psicologici in una tragedia che fa coincidere la morte di Carlos (1568) con il disastro dell’Armada (1588) e il fidanzamento della principessa di Eboli con Ruy Gomez (1553)…? Ecco, appunto. Se Schiller avesse avuto il minimo interesse in proposito, forse avrebbe cominciato a leggere un po’ di storia spagnola prima di pubblicare i primi due atti della tragedia su una rivista, giusto? Il che magari ci induce a domandarsi che cosa avesse in testa Goethe, quando fece il diavolo a quattro per procurare al suo amico Fridrich una cattedra di storia all’Università di Jena…

Ma questa è un’altra faccenda: è chiaro che nel Don Carlos Schiller non vuole insegnarci la storia spagnola. Questa Spagna di mezza fantasia – tutta intrighi, giardini e solitudini calcinate dal sole – è uno sfondo perfetto per le idee che gli stanno a cuore e che mette in bocca al suo Spagnolo immaginario.DonCarlos

Spagnolo immaginario che, badateci bene, alla fine soccombe. Con tutti i suoi altissimi ideali, la sua eloquenza appassionata e il suo coraggio, Rodrigo alla fine precipita in una macchinazione goffamente suicida – e del tutto inutile, neutralizzata prima di subito dal supposto beneficiario… E non cominciamo nemmeno a proposito del fallimento in alta politica, e del tradimento della fiducia del re, volete? Per uno che parla per l’Umanità e per i Secoli Futuri, il ragazzo non fa una gran figura…

E infine non dimentichiamoci che il pubblico per cui Schiller scriveva sapeva benissimo a che gioco si stesse giocando, ed era un gioco del tutto diverso: pochi si preoccupavano della mentalità della Spagna filippina, e nessuno andava a teatro aspettandosi d’impararla – ma d’altra parte Schiller non era partito con l’intento deliberato di dare una lettura fuorviante dell’epoca.

Quindi, no: se il carattere distintivo della Bambinaia Francese è quello di un personaggio che l’anacronistico perseguimento di valori “moderni” rende moralmente superiore ai personaggi “period” direi che Rodrigo di Posa, eroe romantico confuso e alla fin fine fallimentare, does not fit the bill. Schiller ci chiede di considerarlo un giovanotto di nobili ideali e scarso senso della realtà, il benintenzionato campione di idee destinate a soccombere. Possiamo commuoverci quando si fa uccidere per salvare il suo amico – ma dobbiamo davvero credere che l’amico in questione sia la speranza della Spagna e delle Fiandre?

E lo ripeto: a Schiller non sarebbe mai passato per la mente di porsi il problema dell’anacronismo psicologico – ma persino noi, in epoca di Bambinaie Francesi, possiamo dire che siamo davanti a un cavallo (spagnolo) di tutt’altro colore.

 

Realtà à la Dumas

818.jpgParlavasi di irrealtà, ricordate? Di quella villa metafisica che Pirandello popola di graziosi squinternati occupati a costruirsi e vivere una realtà tutta loro… Ebbene, immaginate che il Mago Cotrone, invece di rifugiarsi a Villa Scalogna, scappi di casa, porti la sua gigantesca immaginazione a Parigi e se ne serva per modellarsi attorno un mondo di suo gusto – nella più pubblica delle maniere – e chi abbiamo? Ma Alexandre Dumas Père, che per tutta la vita non fece altro che galoppare una lunghezza avanti alla realtà – per l’ottimo motivo che non gli piaceva. Non gli pareva abbastanza pittoresca e avventurosa. Il suo stesso figlio diceva di lui che la vita di suo padre era stata tutta un romanzo storico, e in effetti è difficile dargli torto.DumaasYoung

Immaginiamocelo adolescente, l’ineffabile Alexandre, che, tanto per cominciare, si sottrae al destino deciso per lui. Altro che giovane di studio da un notaio di provincia! Il nostro ragazzo scappa di casa con un amico (un cavallo in due) e fugge a Parigi, dove per prima cosa va a fare omaggio al vecchio Talma, l’attore più osannato dell’epoca, e gli racconta tutti i suoi sogni. Talma, divertito, battezza Alexandre nel nome dell’Arte, e gli consiglia di tornarsene a casa: se è Destino, allora l’Arte si farà viva…

DumasIllustrMa no, naturalmente: Alexandre decide di andarsela a cercare, l’Arte. Torna a Parigi, cerca di rimediare un duello la prima sera, si fa passare per marchese col titolo del nonno, comincia nel più disastroso dei modi, scrive, frequenta i salotti, corteggia le fanciulle, adora i poeti, raggiunge il successo, pubblica, scrive per il teatro, ricrea meravigliosi personaggi, scrive romanzi storici prendendosi ogni genere di licenza narrativa, colleziona amanti, ci scrive sopra dei drammi, viaggia, naviga, segue Garibaldi, fonda giornali, si arricchisce e si rovina ripetutamente, si fa costruire un castello falso-rinascimentale (con annesso castelletto falso-medievale per ritirarcisi a scrivere), si sposa, divorzia, cucina, vuole un seggio all’Académie Française – o, in alternativa, in Senato – tratta principescamente collaboratori che poi gli si rivoltano contro… E alla fine muore povero e dimenticato, lasciandosi dietro delle monumentali memorie in trentotto volumi – a cui non si sa mai se credere fino in fondo.DumasIf

Ho il vago sospetto che Dumas Père fosse un tantino insopportabile, di persona. A wee bit overwhelming, maybe? E tuttavia suo figlio aveva ragione: Le Grand Alexandre non si limitò a scrivere un diluvio di romanzi storici, ma mise ogni cura nel costruirsene uno attorno, vivendolo con inesausto entusiasmo – e facendone vivere di riflesso vasti squarci a tutti noi da un secolo e mezzo a questa parte. Ci sono modi peggiori per sfuggire alla realtà che crearsene una a proprio gusto, non credete?

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Mag 26, 2017 - Storia&storie    No Comments

Sfortunate Implicazioni

E certe volte non posso fare a meno di chiedermelo: come hanno potuto? A chi sarà parsa una buona idea? Ma non è venuto loro in mente? UINapoleon

Come quando si parla – e capita spesso – dei (primi) Cento Giorni di un governo, un’amministrazione, un presidente… Cento Giorni. E so che suona bene – decisamente meglio di “tre mesi”, ma in realtà, se il suono è così noto ed orecchiabile, c’è un motivo: mai sentito parlare di un signore chiamato Napoleone Bonaparte? Ecco, Napoleone i suoi Cento Giorni li iniziò scappando dall’Elba, li impiegò risconvolgendo l’Europa tutta dopo il momentaneo sollievo, e li finì… well, con Waterloo e St. Helena. Quindi, ditemi la verità: quando si parla dei Cento Giorni del Governo X, a voi sembra davvero di buon auspicio?

UIDirectoireE, by the same token, a chi sarà parsa una buona idea battezzare Direttorio il gruppo decisionale del Movimento Cinque Stelle? No, davvero: il Direttorio, quell’organo post-rivoluzionario che nella Francia del tardo Settecento mise sì fine al Terrore – ma impastoiato dalle sue stesse cautele e privo di denti, si rivelò instabile e inefficace e viepiù paranoico, e finì col botto: colpo di stato, Consolato, Napoleone… Davvero non ci hanno pensato nel battezzarsi?  UIBelvedere

Qualche dubbio in più ce l’ho sulla scelta di portare al Senato il Torso del Belvedere in celebrazione dell’anniversario dei Trattati di Roma. Ditemi un po’: se doveste celebrare i sessant’anni di un’organizzazione sovranazionale la cui efficacia e lungimiranza sono messe in dubbio su base pressoché quotidiana, voi scegliereste come simbolo una statua antica senza testa, senza gambe e senza braccia, che forse rappresenta Ajace Telamonio in contemplazione del suicidio? Io no… a meno che non lo intendessi come un commento alquanto tagliente.

UIArmadaE in realtà personalmente ho sussultato anche sull’Armada che l’America ha spedito qualche settimana fa nella direzione generale della Corea del Nord. Ma poi in Spagnolo “Armada” significa proprio solo “flotta navale”, e per quanto io associ automaticamente la parola alla disastrosa spedizione con cui nel 1588 Filippo II di Spagna credeva di dare una lezione all’Inghilterra – e che invece finì affondata, bruciata e spiaggiata – è chiaro che nel mondo anglosassone non funziona allo stesso modo: o non si fa la stessa associazione o, se la si fa, si considera il felice lato inglese della faccenda.

E quindi quest’ultimo è, in tutta probabilità, solo un sobbalzo personale e fuori di prospettiva – ma gli altri? Seguito a domandarmelo: come, come, come hanno potuto? A chi sarà parsa una buona idea? Non avranno pensato ai precedenti storici e alle implicazioni? Ci avranno pensato per poi decidere che nessuno se ne sarebbe mai accorto? …

Apr 19, 2017 - Storia&storie    2 Comments

Il Povero Filippo

FilippoTiziano.jpgHo i prodromi di una Crisi da Don Carlos. Un tempo erano crisi semestrali, e come tali si indicavano. Con gli anni si sono ridotte, ma non estinte. Le crisi arrivano quando ne hanno voglia, a intervalli irregolari e non necessariamente per un buon motivo, e si manifestano in ascolti, riletture, visioni, indagini, ricerche…

Magari una volta o l’altra ne parleremo – ma quel che volevo dire oggi è che non c’è nulla da fare: crisi dopo crisi, la mia simpatia va sempre al povero Filippo, el Rey Prudente.

Che posso dire? Trovo che sia uno di quei personaggi storici maltrattati più di quanto sia giusto dalla propaganda ostile, dalla letteratura e dalla posterità in genere.

Perché in fondo… state a sentire.

Filippo II era figlio di Carlo V e nipote di Giovanna la Pazza. Vogliamo chiamarla un’eredità famigliare un tantino ingombrante? Era anche il Re di Spagna, un uomo pio e coscienzioso alla sua maniera, un sovrano efficiente e un amante delle arti.

Era anche il pilastro dell’Inquisizione, il tormento delle Fiandre e l’uomo che tentò di dare una sonora lezione all’Inghilterra – quell’isoletta presuntuosa ed eretica.

Era anche un vedovo plurimo e il padre di Don Carlos – oltre che di altri sette tra figli e figlie, pochi dei quali raggiunsero l’età adulta.

Nel corso della sua vita ebbe modo di diventare una figura simbolo del cattolicesimo controriformista più feroce, e i suoi nemici (soprattutto quelli protestanti – ma non solo) crearono attorno a lui la cosiddetta Leyenda Negra, un raccapricciante catalogo di misfatti che includevano l’eliminazione di Don Carlos per motivi dinastici.

Il povero Carletto - nella versione idealizzata

Il povero Carletto – nella versione idealizzata

Il fatto che Carlos fosse uno psicopatico violento che maltrattava brutalmente i servitori e si divertiva a torturare a morte i cavalli non impedì ai detrattori di Filippo di dipingerlo come uno sfortunato giovinotto dalle buone intenzioni e dall’indole triste e ribelle, soppresso da un padre che temeva di essere detronizzato…

Libellisti fiamminghi e inglesi a parte, questa versione della storia cominciò a farsi strada assai presto in letteratura. Nei primi Anni Settanta del Seicento la troviamo nella Nouvelle Galante et Historique dell’Abate di Saint-Réal, secondo il quale Carlos, sventurato ragazzo, non solo è incompreso dal suo gelido e crudele padre, ma ha anche la sfortuna di innamorarsi della sua giovanissima matrigna, la francese Elisabetta di Valois.

La faccenda è ripresa pari pari pochi anni più tardi dal drammaturgo inglese Thomas Otway, che essendo un tragediografo secentesco, calca la mano sulla crudeltà omicida di Filippo, a tutto beneficio degli sfortunati e casti amanti.

Perché la costante è questa: Carlos e la bella regina si amano da lontano, sospirano, scambiano sguardi, ma non infrangono mai de facto i vincoli coniugali di lei. Di solito questo avviene più per l’animo elevato di Elisabetta che per il buon senso di Carlos, ma non sottilizziamo – e tanto più perché, al contrario, il gelosissimo e sospettosissimo Filippo tradisce la sua tenera consorte con la principessa di Eboli, bella e amorale quanto si può esserlo.

Più o meno è quello che succede anche nel Filippo di Alfieri che, come dice il titolo, si concentra sulla ferocia del tiranno: il padre snaturato elimina sistematicamente qualsiasi ombra di affetto o di amicizia attorno a Carlos, e gode nel farlo, non tanto perché veda nel figlio un rivale politico, ma per intrinseca malvagità. Il re di Alfieri è grandioso e tragico, ma del tutto privo di sfumature: non un personaggio vero e proprio, ma un simbolo della tirannide più bieca.

Bisogna aspettare Schiller perché al povero Filippo venga riconosciuta qualche ragione. Il Re in salsa romantica è duro per necessità, sacrifica ogni cosa alla Spagna, ma se stesso prima degli altri. Non ama suo figlio perché non ci riesce – non perché non voglia, ed è molto angosciato dalla scarsa affidabilità di Carletto come successore. In compenso si affeziona subito al giovane marchese di Posa (peccato non avere lui per figlio!), nonostante le perniciose idee quasi protestanti del ragazzo. Alla fine avrà il cuore spezzato in parti uguali dal possibile tradimento della regina e dal tradimento certo del marchese – ed entrambi per amore di Carletto!

DKNousétionsfrèresI librettisti di Verdi sono molto pronti a cogliere questo aspetto e al diavolo l’eponimia! Si può discutere su chi sia il vero protagonista di Schiller, ma nell’opera non c’è da dubitare: è Re Filippo a prendere il centro della scena. Duro, angosciato, paterno, incapace di farsi amare, risentito, costretto a soffocare ogni slancio del suo animo sotto i dettami della fede e della ragion di stato, Filippo è quello per cui dispiacersi. Quando si affanna perché la regina non ricambia il suo amore, quando il figlio di sangue lo sfida stupidamente a ogni passo, quando il figlio d’elezione lo inganna e tradisce, quando il Grande Inquisitore gli forza la mano, quando la vendetta inconsulta gli lascia l’amaro in bocca – è con il Re che la musica ci conduce a identificarci. Anche Verdi, come i suoi predecessori, calca sulla veneranda età di Filippo: in realtà il Re aveva trentadue anni quando prese in moglie la principessa di Francia, ma dipingergli un “crin bianco” aggiunge all’infelicità della giovane Elisabetta e, di rimbalzo, alla sua…

Per cui, avanti pure. Il Filippo di Schiller e di Verdi è ancora il tiranno della Leyenda Negra, ma è anche quello che si trova nelle vere sale del vero Escorial: quello che amava i pittori fiamminghi delle scene luminose e quotidiane, quello che si faceva preparare un salone dalle cui finestre potesse guardare il tramonto con i suoi figli, quello che riempiva i suoi palazzi di opere d’arte, quello che si appassionava ai problemi architettonici. E se, tra un ritratto tizianesco, un’orazione e un concio di pietra, ha fatto eliminare figlio e moglie… oh well, ci sussurrano tragediografo e compositore, sono particolari che ne fanno una figura ancor più tragica e possente.

 

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I Falò Dell’Armada

Vi va, per oggi, una piccola storia di come storie, leggende e luoghi comuni scendano giù pei secoli – e a volte assumano strane forme?
766px-Invincible_Armada.jpgAllora, cominciamo col dire che in Inghilterra il 1588 fu l’Armada Year, perché si temeva e aspettava l’attacco spagnolo via mare, e l’attacco arrivò. Come misura d’allarme, fu rimesso in uso l’antichissimo ed efficace sistema dei beacons, sorta di ur-fari costituiti da pile di legna cosparsa di pece, ciascuno con il suo guardiano pronto ad incendiarlo. I beacons erano sparsi per buona parte della costa occidentale dell’Inghilterra, ciascuno visibile dal precedente e dal successivo. Quando la flotta spagnola fece davvero la sua comparsa all’orizzonte, il primo guardiano che l’avvistò dalla Cornovaglia accese il suo beacon, seguito dai suoi immediati vicini non appena questi videro le sue fiamme, e poi via così, fino a che la notizia non giunse a Londra. Prayer.png

Dopodiché, nel giro di qualche mese, una combinazione di abilità marinaresca inglese, tempeste e puro caso fece polpette del grosso dell’Armada, e l’immagine delle navi spagnole disalberate che bruciavano alla deriva si confuse, nell’immaginario degli Isolani festanti, con le fiamme dei beacons d’allarme. Memorialisti e scrittori dell’epoca riportano i brindisi nelle taverne, le preghiere d’occasione (una delle quali attribuita addirittura alla Grande Elisabetta in persona), le ballate e le poesie estemporanee che celebravano la vittoria e i beacons, segno della vigilanza e dell’indomabile bellicosità inglesi.

In realtà l’entusiastico idillio durò poco, ma mentre la Regina e il Consiglio Privato lesinavano paga e cure a reduci e feriti, il mito cominciava già a crescere. Lo ritroviamo, per esempio, descritto allegoricamente in The Faerie Queene di Spenser, e lo ritroviamo nelle pagine di legioni di storici di età Tudor e Stuart e anche Hannover: la piccola e tosta Inghilterra, con pochissime navi e le barchette da pesca, resiste alla poderosa avanzata di una sterminata flotta di enormi e malintenzionatissime navi spagnole, e solo l’ardire di questi cavalieri del mare, ispirati dalla loro regina e guidati da Dio, ricaccia indietro i feroci invasori papisti…

Mica tanto vero, in realtà, perché le forze navali in campo erano pressoché pari, la vittoria inglese non cambiò drasticamente da un giorno all’altro gli equilibri dell’orbe terraqueo, e gli Spagnoli non avevano inteso di colonizzare e ricattolicizzare a forza l’Isoletta e, già che ci siamo, non erano nemmeno stati loro a battezzare la loro flotta La Invencible Armada – il nome era stato partorito dall’ansia degli Inglesi. Macaulay.png

Ma poco importava: la leggenda aveva messo radici abbastanza profonde perché nel 1832 Thomas Babington Macaulay, storico e poeta, dedicasse un poema narrativo ai vincitori dell’Armada – senza dimenticare i beacons che si accendono uno dopo l’altro e scintillano lungo la costa, chiamando alle armi gli Inglesi e lanciando un fiammeggiante monito agli Spagnoli!

ArmadaBeacons.png1888, terzo centenario, ed ecco un’incisione commemorativa di Edward Whymper, in cui si vede il messaggero a cavallo che galoppa in riva al mare con una fiaccola in pugno. Dietro di lui si raduna gente, dietro la gente i guardiani accendono un beacon, e sullo sfondo, giù lungo la costa, ecco il fuoco successivo che brilla già.

Andiamo avanti: 1936, e A. E. W. Mason pubblica il suo romanzo storico Fire Over England, il cui giovane eroe è una spia inglese alla corte di Madrid – ma tornerà in patria in tempo per comandare una delle navi incendiarie a Gravelines. L’anno successivo, 1937, dal romanzo viene tratto un film che FOEMason.jpgdoveva servire a diverse cose: celebrare non so più quale anniversario reale, fare cassetta sull’enorme successo del romanzo (e su Laurence Olivier nel ruolo di Michael/Robin) e proporre all’Inghilterra tutta un’interessante analogia tra la Spagna di Filippo II e la nascente potenza nazista. E qual’è mai l’orgogliosa isoletta che, di mestiere e da sempre, resiste ai tiranni e agli invasori? Inutile dirlo, la scena dedicata all’accensione dei beacons è lunga, elaborata ed epica.

Passano le guerre e passano i decenni, e adesso balziamo avanti, agli Anni Ottanta, quando l’Armada e i suoi fuochi ricompaiono in bizzarra forma. Avete mai giocato con un librogame? Quelle cose narrate in seconda persona singolare, in cui armati di un dado o due e di una matita, siete voi a decidere gli snodi della vicenda? Ebbene, ce n’era game.jpguna limitata quantità di ambientazione storica, e in particolare uno il cui sottotitolo è The Spanish Armada. E il titolo? Quale pensate che sia l’immagine scelta dal dipartimento marketing per risvegliare insieme l’attenzione, la memoria e il senso di romantica avventura del lettore? Ma Blazing Beacons, naturalmente: falò ardenti!

Ultima tappa: Elizabeth – The Golden Age, nel 2007, racconta di necessità la stessa storia (con una discreta quantità di licenze narrative, ma d’altra parte, chi non si è preso licenze con questa storia?), e di nuovo dedica ai beacons una lunga ed emozionante sequenza di fuochi che si accendono una dopo l’altra nel crepuscolo, per diventare la luce che indora i vetri piombati di una trifora alle spalle della regina – giusto in tempo per il punto di non ritorno: “We cannot be defeated”.

E questa mattina eccomi qua che, nel mio piccolo, aggiungo un tratto alla storia – un fuocherello alla fila – raccontandovi tutto questo sulla Rete, e i beacons ne hanno fatti di passaggi: da strumento di comunicazione ottica a motivo di esultanza, a leggenda, a poesia, a pagina nei libri di storia, a romanzo, a film, a gioco, ad esempio di storia della comunicazione… E ciascuna tappa ha acceso la successiva, in un certo senso – e quindi si può dire che la catena continui ininterrotta da quattro secoli e moneta. Non male, don’t you think?

Bagolando di Qua e di Là…

Oh, notizie, comunicazioni e informazioni…

Martedì 7 marzo alle 20.00 inizio una serie di aperitivi letterari presso l’Enoteca Porto Catena di Mantova. Parleremo di vini&spiriti attraverso la storia e la letteratura – e degusteremo quello di cui si parla. Gli appuntamenti sono quattro, e si comincia (non sarete sorpresissimi) con Shakespeare e i suoi contemporanei.

Seguiranno l’Antichità Greco-Romana, il Medio Evo e l’Ottocento…

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Mi si dice che per martedì restano pochi posti – ma voi chiamate il numero qui in fondo alla locandina per informazioni – e sentite che cosa vi dicono.

Poi mercoledì otto marzo alle ore 17.oo sarò alla Biblioteca Mondadori di Poggio Rusco con…

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La storia della fama postuma di Shakespeare è intricata come un romanzo – tra semi-oblio, propaganda puritana, falsificazioni, riscritture, bardolatria, tradizioni teatrali, spiritismo e bizzarrie miste assortite. E, dal tardo Cinquecento ai giorni nostri, s’intreccia con quella di Christopher Marlowe – collega, coetaneo e rivale, più celebre da vivo e ingombrante da morto…

E tecnicamente si tratta di una lezione dell’anno accademico della LUPo – ma volendo è possibile iscriversi a una lezione singola al costo di 5 €. Per informazioni e iscrizioni chiamate la Biblioteca Mondadori al numero 0386 51057.

Ci vediamo la settimana prossima?

 

Ripassi, Ritorni & Nostalgie

Cover of "The Last of the Wine"

Ho letto The Last of the Wine (tradotto, credo, come Le Ultime Gocce di Vino), di Mary Renault, il cui protagonista, un fittizio giovanotto ateniese di buona famiglia ai tempi della Guerra del Peloponneso, è allievo di Socrate, amico di Platone e Senofonte, nemico di Crizia, soldato con Alcibiade e ribelle contro i Trenta con Trasibulo…

Buone frequentazioni e gran bel libro – di quelli che lasciano un nonnulla di book-lag una volta finiti. Capita, giusto? Ebbene, questo specifico libro però si è lasciato dietro anche qualcosa d’altro: una certa qual nostalgia per la Grecia classica… Quel mondo che ho studiato con un certo impegno e molto gusto per cinque anni quando ero una piccola ginnasiale e poi liceale. Quel mondo che poi ho poco meglio che abbandonato – con l’eccezione dell’occasionale romanzo storico*. Quel mondo che, pur sapendo che non era affatto così, non posso fare a meno di immaginare bianco e soleggiato…

Essì, nostalgia. Che devo dire?

Per fortuna è nostalgia di un genere che si cura facilmente. Intanto ho recuperato, a titolo di antipasto, la Storia dei Greci di Montanelli. Dietro aspettano in fila Plutarco, Tucidide, un dialogo socratico o due e l’Anabasi di Senofonte…

Poi naturalmente sono quei progetti che si fanno, perché il tempo è poco e i libri sono tanti, e le scadenze incombono. Ma insomma, la Grecia antica è lì che aspetta e fa cenni invitanti. Stiamo a vedere come e quanto riuscirò a rispondere. A parte tutto il resto, a suo tempo ho passato cinque anni a studiare la storia, la lingua, la letteratura, la poesia, la filosofia, la vita quotidiana e i miti di questa gente… Sotto più di un aspetto, sarà un po’ come tornare a casa – e in buona parte è stato così leggendo il romanzo: la sensazione di camminare per strade familiari e care. È stato bello passeggiare per questa Atene. Foss’anche solo per questo, grazie davvero, Ms. Renault.

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* E, se vogliamo, un tardo riflesso alla periferia di Annibale…

Gli Sciuani

honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaineSi parlava di Balzac, e a un certo punto, a dimostrazione della mia teoria secondo cui anche lui aveva le sue giornate così, ho citato Les Chouans – che insomma, diciamolo: è un libro un po’ così.

E allora “Perché, perché, perché,” mi domanda T. “anche quando citi un autore normale, devi andare a pescare i titoli più sciagurati? Che d’è ‘sto Les Chouans, che è un libro un po’ così?”

“Ci faccio un post,” ho detto io. Ed eccoci qui.

Allora, vediamo un po’. Les Chouans ou la Bretagne en 1799. Trattasi di romanzo storico, scritto da un Balzac trentenne, e poi inserito con scarsa convinzione nella Comédie, alla voce “Scene della Vita Militare.”

E gli Chouans, dovete sapere, sono una specie di coda lunga, e bretone, delle Guerre di Vandea. C’erano fin dal 1791: bande di guerriglieri realisti, meno organizzati dei loro omologhi d’oltre Loira. Prendevano il nome da un capo chiamato Jean Chouan (come dire Gianni la Civetta), e li si immaginava tutti torvi e feroci, col cappellaccio e gli scarponi chiodati.honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaine

Tra l’autunno del 1793 e la primavera del 1794 si unirono più o meno burrascosamente ai Vandeani fuggiti oltre Loira sotto l’incalzare dei Blu repubblicani, e quando questi se ne tornarono a casa decimati e scoraggiati per firmare un armistizio e concludere la prima Guerra di Vandea, continuarono per la loro strada di scaramucce, imboscate, agguati e tutte quelle tattiche che possono rendere la vita tanto difficile  per un esercito regolare, e tanto più in un paesaggio di acquitrini e nebbie.

Con recrudescenze periodiche, gli Chouans continuarono a infastidire in grande Repubblica, Direttorio e Consolato e Impero fino al 1805, per poi risorgere brevemente (insieme ai Vandeani) nel 1815 e poi nel 1832.

honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaineNel 1799, l’anno in cui Balzac ambienta il suo romanzo, l’Ovest sta attraversando l’ennesima di queste recrudescenze – e stavolta le cose paiono farsi serie, con Chouans e Vandeani riuniti nello sforzo di resuscitare un’altra volta l’Armée Catholique e Royale… Non finirà bene, per le rivalità tra i capi, per una radicata avversione a coordinarsi, per il tiepido aiuto dell’Inghilterra e perché poi arriverà il colpo di stato di Napoleone che, da Primo Console, per prima cosa offrirà agli insorti la libertà religiosa e la dispensa dalla leva, bagnando – per dir così – le loro cartucce nella maniera più efficace.

Ma questo è di là da venire all’inizio del romanzo, quando la bella Marie de Verneuil, duchessa illegittima, vedova di Danton e spia della Repubblica, arriva in Bretagna per nuocere alla Chouannerie in generale e al capo del momento in particolare, il giovane, tormentato e fascinoso marchese di Montauran.honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaine

E indovinate chi s’innamora di chi a prima vista – e viceversa?

Seguono battaglie, tradimenti, gelosie, rivelazioni, ripensamenti, sangue, lacrime e melodramma in dosi industriali. Davvero, a leggerlo senza sapere di che si tratta, non direste mai che sia Balzac. Marie e Montauran sono bellissimi, competentissimi, torturatissimi dalla dura necessità, buonissimi, generosissimi e nobilissimi d’animo – e quando commettono errori (anche della varietà più fatale), lo fanno sempre per troppa buona fede, troppo buon cuore, troppo amore. Per contro, l’aristocratica chouanne Mme du Gua è fascinosissima e perfidissima, il poliziotto blu Corentin è astutissimo e spregevolissimo, gli Chouans sono fanaticissimi e barbarissimi – e il paesaggio è ostilissimo, nebbiosissimo e spettralissimo.

honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaineE d’altra parte è in questa luce e in questi superlativi che, nel 1829, si guardava all’Ovest realista e alle sue pittoresche e sanguinose effervescenze. Diciamo pure che Vandea e Chouannerie sembrano fatte apposta per essere romanzate. Una tentazione quasi irresistibile per un romanziere, seppur complicata dai nervi collettivi della Francia, che in proposito sono ancora un po’ scoperti oggidì – figuriamoci nel 1829 . Epperò, francamente, Les Chouans non è il miglior Balzac in cui possiate inciampare.

Nondimeno, a suo tempo il romanzo ebbe la sua dose di successo, rinnovato quando venne incluso nella Comédie. Ogni tanto viene ripubblicato – spesso, specie in anni recenti, con copertine d’ispirazione più vandeana che chouanne.honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaine

Per dire, Fallois piazza in copertina capi vandeani come Jacques Cathelineau o Henri de la Rochejaquelein (cui in realtà, secondo me, Montauran è largamente ispirato), mentre Folio passa dal principe di Talmont – bretone di nascita ma generale dei Vandeani – a un paio di truci fantaccini vandeani ritagliati dal ritratto di la Rochejaquelein… La sentinella sulla copertina dell’edizione Le Mat è dubbia, perché il quadro di Loyer va variamente sotto il nome di Breton montant la garde devant une église o Vendéen montant la garde…, per cui va’ a sapere. L’edizione Flammarion forse è l’unica che prenda la faccenda sul serio, perché credo (e ripeto: credo) che il personaggio in copertina sia Jean Jan, chouan vero e proprio.

honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaineE in Italia? Come tutta la Comédie, anche Les Chouans ci arrivò, per la prima volta nel 1927, in una traduzione di Tiziano Ciancaglini, pubblicata da Corbaccio e intitolata Gli Sciuani.* Poi ci fu un’altra traduzione (anonima) nel 1964, e nel frattempo non fa meraviglia che, nel 1940, Nicola Daspuro ne avesse tratto un’opera lirica. Mai storiellona gonfia, improbabilità miste assortite e personaggi di cartone furono più adatti a diventare libretto…honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaine

Per cui non vi sto consigliando particolarmente di leggere Les Chouans, a meno che non siate cacciatori di bizzarrie letterarie, o magari curiosi di vedere come se la cavava il primo Balzac. Non so, ma alle volte, specialmente quando si è nel bel mezzo di una di quelle crisi da come-ho-mai-potuto-pensare-di-saper-scrivere-non-prenderò-mai-più-in-mano-una-penna, si può trovare consolazione e incoraggiamento nel constatare che anche Balzac non è sempre stato meraviglioso. Curiosità o terapia, trovate il testo originale qui. Se volete la traduzione, invece, vi toccherà cercare per biblioteche. Qua e là si trova – e quasi di sicuro sarete i primi a prenderla in prestito da decenni a questa parte.

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* Visto che il titolo del post aveva una ragione? Cominciavate a dubitarne, vero? Gente di poca fede.

Feb 15, 2017 - Storia&storie, teatro    2 Comments

Matilde di Canossa È Passata di Qui

P4210013.JPGUna certa sera di piena estate di qualche anno fa, con Hic Sunt Histriones, ci trovammo a rappresentare Matilde, Donna e Contessa, di Gabriella Motta, davanti alla magnifica pieve romanica di Pieve di Coriano – fondata proprio da Matilde nell’Undicesimo Secolo.

Era un caso di posto perfetto e, per di più, era una sera perfetta – con tanto vento quanto basta a muovere i (numerosi) mantelli senza interferire con i microfoni – e avevamo un bravissimo tecnico alle luci… Insomma, una di quelle rappresentazioni felici in cui tutto va bene, tutto è bello a vedersi, e gli applausi sono numerosi.

Per cui, a spettacolo finito e pubblico defluito, ce ne stavamo a gramolare ghiaccioli alla menta e guardare la bella facciata romanica mentre i tecnici smontavano le luci – stavamo lì con quel lieve spirito proprietario che viene dall’aver recitato in un posto*.

Dovete sapere che all’epoca HSH se ne andava in giro alternando questa Matilde al mio Somnium Hannibalis, ed è per questo che, a un certo punto, “Guarda,” mi disse G. la Regista, indicando con fare da sibilla. “Il tuo Annibale non si è lasciato dietro nulla del genere.” Han

Il che, come ammisi allora e non ho la minima difficoltà ad ammettere adesso, è del tutto vero. Annibale non si è lasciato dietro nulla di nessun genere, in fatto di mattoni e pietra. That is, con la possibile eccezione della città di Artashat, che forse disegnò per un re d’Armenia – e io spero che la storia sia vera, perché mi piace immaginarmi Annibale che, nel suo esilio, disegna città – ma se anche fosse, ormai dell’antica Artashat resta meno che un cumulo di rovine.

E questo – come allora dissi a G. – teatralmente e narrativamente fa di Annibale il più tragico e il più interessante tra i due.

Voglio dire, a ben pensarci ci sono un sacco di paralleli tra Annibale e Matilde: entrambi nati ai vertici della società, entrambi precocemente eccezionali, entrambi figli di padri notevolissimi persi presto e poi superati in capacità e fama, entrambi perno nello scontro tra due grandi potenze delle rispettive epoche, entrambi morti senza successione….

MatildeSolo che Matilde morì tranquilla, lasciando una ragionevole approssimazione di pace e ogni genere di eredità tangibile, dopo aver regnato per molti anni e compiuto molto di quello che si era prefissa di fare, mentre Annibale morì esule, sconfitto, braccato e tradito, avvelenandosi per non cadere nelle mani di Roma e senza lasciarsi dietro nulla.

Nulla, tranne un nome che persino i suoi acerrimi nemici ammiravano. Nulla, tranne nozioni tattiche che si studiano ancora oggi nelle accademie militari di tutto il mondo. Nulla, tranne – ed ecco un paradosso – la grandezza dei suoi nemici, perché è con la II Guerra Punica, che Roma si laureò grande potenza**.

E  quindi lasciatemi indulgere brevemente al mio personale genere di slancio sentimentale: Matilde era senza dubbio un’ammirevole, energica e capacissima signora, ma il mio cuore e la mia immaginazione restano con l’uomo che, sconfitto e senza monumenti da lasciarsi dietro, è riuscito a scagliare il suo nome attraverso quasi due millenni e mezzo come una scia luminosa, per pura, fiammeggiante, titanica grandezza.

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* E ancor di più dall’averne scritto, ma nel caso specifico questo lato della faccenda non spetta a me.

** E, come dice Polibio, “l’essenza di tutto ciò che di buono o di cattivo accadde tra Romani e Cartaginesi fu un uomo solo, Annibale – tanto grande fu la sua personalità, tanto fervida la sua immaginazione.”

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