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Josephine, Richard e la Storia

Josephine_Tey_ancestry_ed._frame_jpgMi sto preparando per lunedì e i Malvagi Shakespeariani a Gonzaga, e naturalmente Riccardo III è del picnic. E ogni volta che parlo del Richard shakespeariano, non posso fare a meno di pensare a  quel delizioso libro che è La Figlia del Tempo.

Ne avevamo già parlato? Abbastanza diffusamente? Forse no – ed è tempo di rimediare.

Allora, Josephine Tey (1896-1952) è una scrittrice scozzese, autrice di gialli, di drammi teatrali e anche di qualche romanzo storico. Un’altra Christie, pochissimo nota in Italia, e non so dire perché, visto che i suoi libri sono davvero scritti deliziosamente, con ottime trame e dialoghi strepitosi.

Qualcuno ha visto Giovane e Innocente? E’ un film di Hitchcock, pre-Hollywood, girato in economia ai Pinewood Studios, con una squadra di attori inglesi sconosciuti e bravi… Ebbene, è tratto da A Shilling for Candles, della Tey. Che poi non si chiamava affatto così: il suo vero nome era Elizabeth Mackintosh, ma pubblicava come Josephine Tey, Gordon Daviot e Craigie Howe. Daviot era il suo nom de plume per il teatro, e non parliamo di teatro qualsiasi: fu con il suo Richard of Bordeaux che John Gielgud si affermò come stella sui palcoscenici inglesi.King_Richard_III.jpg

Di suo, Mondadori e Salani hanno pubblicato una mezza dozzina di titoli fra gli Anni Trenta e Cinquanta, con l’occasionale ristampa ogni tanto… Più di recente, mi pare nel 2000, Sellerio ha riproposto La Figlia del Tempo, e qualche anno fa Mondadori ha ripreso i gialli con delle bellissime copertine vintage.

Ecco, appunto: La Figlia del Tempo – che secondo me della Tey è il romanzo più significativo. La figlia in questione è, secondo Francis Bacon, la verità, destinata a emergere prima o poi – a patto che le si lasci il tempo di farlo. E a caccia di verità va l’ispettore Alan Grant, l’investigatore abituale di JT. Solo che, per una volta, deve andarci metaforicamente. Tutto comincia con una riproduzione del ritratto qui accanto. Immobilizzato in un letto d’ospedale da un incidente e annoiato a morte, Grant si rifiuta di credere che l’uomo del ritratto sia un assassino, e si mette a investigare sul caso dei Principi nella Torre: è vero o no che Riccardo III fece assassinare i suoi due nipoti per salire al trono?

Book coverCon l’aiuto di una schiera di collaboratori, Grant esamina i fatti, ricostruisce i motivi, disseziona le tesi del Vescovo Morton, di Thomas More e di Shakespeare come quelle di altrettanti testimoni inattendibili, e un po’ per volta… Sembra noioso? Non lo è. Grant e compagnia (dall’infermiera con i libri di scuola sullo scaffale, alla celebre attrice del West End, al giovane storico americano) sono una delizia. I dialoghi sono brillanti (di quella naturalezza e perfezione che fanno ritornare indietro e rileggere le battute per il gusto di farlo) e, benché sappiamo tutti come va a finire, c’è un discreto numero di dubbi e di sorprese lungo la strada.

Ora, non so dire nulla sulle traduzioni, perché non e ho lette – e posso soltanto sperare che voce e tono siano rimasti… Regardless, vale di sicuro la pena di dare un’occhiata a questo libro, affascinante dal punto di vista storico, ben scritto, appassionante come giallo, e popolato di gente simpatica. E se tutto ciò non bastasse, pieno di idee e di domande sul modo in cui si formano luoghi comuni, leggende nere e convenzioni storiche. Che si può volere di più da un libro? Se insegnassi – se insegnassi storia, credo proprio che lo farei leggere a tutti i miei alunni.

Revisioni in Corsa

dumas-william-henry-powellAdoro quelle storie dietro-le-quinte in cui gli autori modificano i loro drammi dopo il primo contatto con il pubblico – per lo più in risposta alla reazione del pubblico stesso, ma qualche volta… be’, perché hanno cambiato idea. Le adoro almeno al pari – e in almeno un caso persino di più – delle opere di cui parlano.

Per esempio, c’è questa storia di Alexandre Dumas Père che, dopo la prima del suo dramma storico Christine, fece le ore piccole insieme ai suoi amici Victor Hugo e Alfred the Vigny, per riscrivere qualche centinaio di versi che erano parsi un po’ legnosi. Viene da chiedersi quanto sia piaciuto agli attori dover mandare a memoria “qualche centinaio di versi”  tra il debutto e la prima replica – ma l’idea di questi giovani scrittori che collaborano febbrilmente per tutta una nottata primaverile è meravigliosa. Dalle due alle sei del mattino, dice l’aneddoto. Che nottata per il Romanticismo francese! FeliceCavallotti

Poi c’è Cavallotti – di cui abbiamo parlato a proposito di Agnese e Nulla Più. Cavallotti vendette la sua agnese ad Alamanno Morelli, celebre capocomico, che la fece debuttare a Roma. E il pubblico apprezzò moltissimo fino al quarto atto – e poi diventò freddino… E questo continuava a succedere rappresentazione dopo rappresentazione… Nondimeno, Morelli portò l’Agnese a Firenze, e poi a Torino, e la Freddezza da Quart’Atto continuò a prodursi, e ci vollero mesi prima che a qualcuno venisse in mente di consultarsi con l’autore. Cavallotti seguì a una rappresentazione, osservò il bizzarro fenomeno e fece una cosa molto sensata: chiese lumi a qualche membro del pubblico. E soprattutto le signore espressero la loro disapprovazione nei confronti di una scena che pareva loro “troppo violenta.” Avendo letto la tragedia nella versione originale, posso dire che a noi cinici del XXI Secolo sembra tutto molto blando – ma è chiaro che nel 1873 l’effetto era diverso. Cavallotti, uomo saggio, potò la scena -e l’Agnese continuò in scena con gran successo.

schillerIl caso del Don Karlos è un pochino diverso, visto che Schiller cambiò idea ben prima che il dramma arrivasse in scena – ma dopo che il primo paio d’atti era stato pubblicato (con gran successo e non poco scandalo) sul Deutsche Merkur. Solo allora A Schiller venne in mente di leggersi un po’ di storia spagnola* – e scoprì che non solo aveva fatto un gran pasticcio storico, ma anche che Re Filippo era un personaggio molto più complesso e interessante del Carletto eponimo. Peccato che quel che era già stato pubblicato non si potesse più cambiare… E così Schiller fece un’inversione di marcia là dove era arrivato e, quando si legge il Don Karlos per intero, si vede perfettamente il punto in cui l’autore cambiò idea, levò la scena al povero Karlos e concentrò il dramma sul Re e su Rodrigo di Posa, l’amico fittizio di Karlos. Marlowe

E che dire dell’unica pagina manoscritta del Massacro a Parigi arrivata fino a noi – forse** autografa di Marlowe – che contiene una versione del monologo di Guisa più lunga di quella che si vede nell’unica (e dubbia) pubblicazione in octavo sopravvissuta? In qualche modo fatico a immaginare Marlowe che cassa anche uno solo dei suoi preziosi versi – e comunque morì appena pochi mesi dopo il debutto del Massacro ad opera della Compagnia dell’Ammiraglio… Forse la versione pubblicata è un’edizione pirata dettata da qualche attore con poca memoria e ancor meno scrupoli? Oppure è una versione abbreviata, fatta per essere portata in provincia? E se sì, chi la adattò? Magari Shakespeare e Munday, come suggeriscono alcuni studi recenti? Sia come sia, le differenze tra la pagina manoscritta e il decisamente inferiore testo a stampa aprono un’affascinante finestra su pratiche e abitudini del teatro elisabettiano.

E vedete perché adoro queste storie? Ciascuna ci lascia intravedere il processo creativo e la personalità di un autore, la vita dietro le quinte in un altro secolo… È sempre dove le cuciture non sono perfette, dove si apre qualche crepa e si possono sbirciare le ruote del meccanismo, che si annidano le storie, in attesa di essere scritte.

__________________________________________

* E a costui Goethe procurò una cattedra di Storia all’Università di Jena…

** Saremmo tutti più felici in proposito se la pagina l’avesse trovata qualcuno che non fosse John Payne Collier – notevole studioso ma, alas, anche falsario compulsivo.

 

Bric-à-Brac – sette storie d’altri tempi

Bric-à-BracSMALLEREd eccoci qui – l’avevamo detto.

Bric-à-Brac è disponibile su Amazon.

Tutto sommato, in questo libro c’è proprio quel che dice l’etichetta: sette storie. E (anche questo lo dice il titolo) storie d’altri tempi, per lo più – con un’eccezione infilata nel mezzo.  Ma a dire la verità anche nell’eccezione si parla di storia, seppur brevemente, perché è così che funziona qui. Si raccontano cose dei secoli passati – cose che potrebbero essere successe oppure no. Per parafrasare la vecchia versione cinematografice di The Prince and the Pauper:

Questa non è storia – solo racconti di tempi lontani. Forse è andata così, forse no, ma sarebbe potuta andare così.

E in fatto di tempi lontani troverete Ottocento e antichità classica,  troverete tartarughe, medici e fantasmi, troverete storie tristi e storie buffe… Dalla Magna Grecia all’Inghilterra vittoriana, dalla Mantova medievale alla Vienna degli Asburgo – sette storie sul serio o per gioco, alla ricerca di quel che non sappiamo più.

Sette storie, dicevo:

I ricordi della canzone
La stagione delle saette
Veglia
Le morte stagioni e la presente
Fàstaf
Il fantasma di Passerino
La ricompensa

Andate qui per scaricare o leggere online un’anteprima, intanto – e poi… Potrebbe essere una Santa Lucia tardiva, o una lettura natalizia, o un regalino per l’appassionato di storia tra i vostri amici…

E se, dopo avere letto, aveste voglia di lasciare una recensione, vi sarei molto grata.

 

 

Bric-à-Brac – ci siamo quasi…

E così ci siamo. Lunedì Bric-à-Brac – sette storie d’altri tempi, il mio ebook di racconti, sarà disponibile su Amazon.

Intanto, giusto per incuriosirvi, ecco la copertina…

Bric-à-BracSMALLER

E, per incuriosirvi ancora di più, un assaggio del racconto Veglia :

“Dio vi benedica, signore, perché io non potrò mai ringraziarvi abbastanza…”

Thomas Addison annuì, brusco e corrucciato, senza saper come districarsi dalle grosse mani arrossate che gli afferravano la manica.

“Su, Molly, ora basta,” Alan Taft trattenne la donna per le spalle insciallate. “Il Dottore sa che gli siete grata, e farà tutto il possibile per Tim.”

Addison si sciolse dalla stretta e, con un ultimo aggrottar di sopracciglia a quello che era stato il suo migliore allievo, si affrettò via, lungo i corridoi di Guy’s Hospital, nella luce grigia del crepuscolo invernale che pioveva dai finestroni.

Tutto il possibile, mormorava tra sé, mentre saliva verso lo studio, tanto aggrondato che le infermiere si scostavano ancor più leste del solito al suo passaggio. Tutto il possibile.

***

Come c’era da aspettarsi, si bussò alla porta mentre ancora Addison armeggiava con il lume sulla scrivania.

“Avanti,” ordinò il dottore, e non fu sorpreso di vedere Taft sulla soglia.

“Avete visto giusto, credo,” brontolò, accennando al giovane di entrare. “Anemia, debilitazione generale, e quella pigmentazione scura della pelle. È proprio la mia malattia. Ho sempre pensato che aveste un buon occhio clinico, Taft.” Troppo buono per sprecarlo in qualche ambulatorio dei poveri negli slums… Addison ingoiò la tirata. Non che si fosse rassegnato, ma dopo due anni era chiaro che nessuno sfoggio di malumore avrebbe riportato il giovane idiota a Guy’s.

Taft scosse il capo e distolse lo sguardo.

“Dottore, se ho detto alla madre che…”

“Non m’importano le bugie pietose che dite a quella donna,” lo interruppe Addison. La fiammella del lume crepitò, accendendo scintille dorate nella collezione di vetrini, becchi e provette allineati sui tavoli. “Quel che conta è che voi sappiate che tutto il possibile è meno di nulla. C’è di buono che mi avete portato il mio primo caso infantile da studiare. Peccato solo che arriviate troppo tardi per la pubblicazione… mi sarebbe piaciuto citarvi, ma sarà per la prossima volta. C’è ancora tanto da cercare, da scoprire.”

Taft si strinse nelle spalle, e diede un pallido sorriso.

“Non sperate mai, Dottore, che da qualche parte, nell’ignoto che esplorate, ci sia qualcosa che serva a salvare i vostri pazienti – qualcosa, al di là delle ipotesi e delle speculazioni?”

Addison gettò al giovane uno sguardo sorpreso. “Sapete, mio padre mi voleva avvocato, ma ho scelto la medicina perché mi pareva che vi fosse più verità da trovarvi che nelle aule di tribunale. Questo m’interessa: la verità. E verità e speranza non si accordano mai troppo bene.”

“Eppure,” sospirò Taft, mentre stringeva la mano del suo vecchio professore per congedarsi, “io credo che debba esserci qualcosa persino al di là della verità che ancora non conosciamo. Varrebbe davvero la pena di cercare, se non fosse così?”

Thomas Addison rimase a guardare il giovane che se ne andava, tirandosi pensosamente i favoriti color ferro.

Addison, straordinario medico e diagnosta, scoprì una decina di malattine – alcune delle quali portano ancora il suo nome e capì per primo come diamine funzionasse davvero l’appendicite. Era anche un ammiratissimo docente al Guy’s Hospital di Londra, ma brusco e più che un tantino misantropo, molto più interessato alla ricerca che ai pazienti… una specie di Dottor House ante litteram. Che cosa farà mai con il suo primo caso infantile?

Veglia si trova in Bric-à-Brac – sette storie d’altri tempi.

Su Amazon.

Lunedì.

Dic 6, 2015 - cinema, Storia&storie, teatro    2 Comments

Povero Giovanni…

PoorJohnSì, sì – povero Giovanni. Giovanni Senzaterra. John Lackland.

Ho una simpatia per lui. Il re più maltrattato della e dalla storia d’Inghilterra. Perché se poi si va a vedere, lo si trova buon amministratore e buon soldato, più sfortunato che altro, e tormentato dal confronto con quell’irresponsabile di suo fratello – il cosiddetto Buon Re Riccardo, la cui bontà, alla fin fine, consisteva principalmente nell’essersene stato lontano dall’Inghilterra per la maggior parte del tempo. Facendosi, incidentalmente, improgionare a fini di riscatto. Esorbitante riscatto – che Giovanni dovette pagare.

Ma no: il Buon Re Riccardo, il Baldo Robin Hood e compagnia cantante – e il Malvagio Principe Giovanni.

E poi arriva Walter Scott – e tutti sappiamo che razza di danni fosse capace di fare.

Uno dei pochi ritratti non del tutto negativi (il che non equivale precisamente a dire positivi) del povero Giovanni è quello di Shakespeare – King John. Che tra parentesi, io avrei molta voglia di leggere un momento o l’altro: che ne dite, o Gente del Palcoscenico di Carta?

Chiusa parentesi e veniamo a oggi, con uno scampolino di film del 1899, nientemeno. Un pezzettinino di Herbert Berbohm Tree – star delle scene inglesi a cavallo tra Otto e Novecento – nei panni del John shakespeariano. Solo un minuto – ed è teatro filmato, badate, nemmeno un film muto. Ma è molto pittoresco a vedersi, per la maniera e le convenzioni teatrali di un altro tempo, perché credo che sia tutto quel che resta da vedere di Tree, perché mostra uno dei primissimi anelli fra teatro e cinema…

E la musica è selvaggiamente inappropriata, e davvero non so come e a chi sia parso bello appiccicarla alla scena… Una volta di più: povero Giovanni. Magari guardatelo muto e accostateci… non so, la Morte di Aase del Peer Gynt? Un movimento a scelta della Patetica di Tchaikovskij?

E buona domenica.

Salamini Foscoliani

FoscoloHo sempre pensato che questa storia, pur non deponendo a favore del buonsenso di Foscolo,  fosse meravigliosa. Ed è anche interessante a titolo di cautionary tale per autori – dentro e fuori da un teatro.

Dovete sapere che la sera dell’undici dicembre del 1811 – quasi duecento e quattro anni esatti orsono – il pubblico accorso alla Scala di Milano per l’Aiace, la nuova tragedia di Ugo Foscolo, si stava annoiando educatamente. In parecchi pensavano che sarebbe stato molto meglio per tutti se l’autore si fosse concentrato su odi, sonetti e poemi, standosene ben lontano dal teatro… A un certo punto, giusto per migliorare le cose, un araldo si piantò in mezzo alla scena e declamò:

“S’avanza Aiace, Re dei Salamini!”

Un certo sbalordimento, colpi di tosse per dissimulare qualche risata colpevole, zittii, e avanti si andò, fingendo di nulla. Se qualcuno sperava che l’Aiace acquistasse un po’ di passo col procedere, era destinato a rimanere deluso: monologhi infiniti, tirate, altri monologhi, altre tirate in cui un limitato numero di gente riferiva, commentava, rimuginava, malediva, delirava e si disperava variamente… Tutto molto bello, tutto molto notevole, tutto molto greco, tutto in versi squisiti, ma di una noia mortale – e ce n’erano cinque atti cinque!

Cosicché, se al quint’atto l’ormai sfoltito pubblico aveva perduto un po’ del suo beneducato riserbo, possiamo biasimarlo del tutto? Immaginate di avere passato una lunga, lunga serata ascoltando gente in chitone che declama quantità sesquipedali di poesia molto, molto aulica… E adesso immaginatevi Teucro che, in tutta solennità, prende il centro scena e intona la sua ovazione al grido di…

“O Salamini!”

Quando è troppo, è troppo. L”irritazione, la noia e la pura e semplice assurdità ebbero il sopravvento, e l’intera sala scoppiò in un scalaconvulso di risa. Alas, l’Aiace, iniziato tra le migliori attese e proseguito tra gli sbadigli, si concluse ignominiosamente tra i cachinni.

Dopo questa infelice prima, la censura volle vedere nella tragedia delle allusioni non proprio lusinghiere a Napoleone e ne proibì le repliche, which was just as well, probabilmente.

Foscolo ci avrebbe riprovato un paio d’anni più tardi con la Ricciarda, prima di decidere che il teatro non era il suo mestiere, ma nel frattempo si offese a morte con il pubblico milanese per via dei Salamini… Se non avesse davvero considerato il potenziale della faccenda, o se avesse deciso che chi non sapeva distinguere tra Salamini e salamini non meritava che ce se ne preoccupasse, è una di quelle cose che non sapremo mai – ma trattandosi del buon Ugo, a dire il vero, non mi sento di escludere del tutto la seconda ipotesi.

L’Ajace annegato nell’ilarità sta a provare che, già dal 1811, nessuna delle due era una buona idea.

 

Nov 30, 2015 - Storia&storie    No Comments

Fantasmi Mantovani, all’Appello!

Italiano: Due fantasmi rappresentati nella lor...E quindi stasera c’è Agnese e Nulla Più… vi ricordate, vero?

“L’unico fantama ufficiale di Mantova,” dicevamo. Eppure…

Forse sarebbe il caso di dire l’unico fantasma Gonzaga – perché non è possibile immaginare una città che abbia un solo, singolo, solitario, unico fantasma. Ed è possibile che da queste parti abbiamo un’immaginazione pigra o una scarsa propensione alla paura – ma andiamo! Stiamo parlando di un posto dalla lunghissima e ricchissima storia:  possibile che in tutti questi secoli e secoli e secoli abbia prodotto solo una storia di fantasmi?

Ebbene, mi rifiuto di crederci.

Dite la verità: chi di noi non ha fatto esperienza di una di quelle serate tra amici in cui, per un motivo o per l’altro, la conversazione cade sulle storie di fantasmi – e c’è sempre qualcuno il cui cognato ha una zia acquisita che abitava in una casa antica, e ogni anno, in una certa data, a mezzanotte… eccetera?

È capitato a tutti. Così, off the top of my head, posso contare almeno sei persone, nel mio giro di amicizie, con una storia di fantasmi da raccontare.

Ed è vero che nessuno di loro abita in città – ma sono certa che lo stesso vale entro le (ormai metaforiche) mura di Mantova.

E allora, che ne direste se facessimo una specie di censimento dei fantasmi mantovani?

Se conoscete qualche storia del genere, per esperienza diretta, per averla sentita da amici, famigliari o conoscenti, vi va di raccontarla qui sotto nei commenti? Spettri, larve, fantasmi, spiriti, voci e cose così.  E in teoria sarei curiosa dei fantasmi di città – ma non limitiamoci. Solo, per favore, chi chiedo di specificare nel commento se la vostra è una storia cittadina o di provincia…

Sarà interessante, che ne dite?

E intanto, questa sera, vi aspetto al Teatrino D’Arco.

Nov 25, 2015 - Storia&storie, teatro    No Comments

Agnese e Nulla Più

Ricordate i Lunedì del D’Arco?

Ricordate l’ultimo appuntamento? “Il Fantasma di Mantova – un protagonista della storia della città”…

Ebbene, il protagonista in realtà è una protagonista. L’unico fantasma ufficiale di Mantova: Agnese Visconti che, nelle gelide notti di febbraio, pare s’aggiri e si lamenti ancora su e giù per Piazza Pallone.

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Povera Agnese, decapitata come adultera, dopo un processo quanto meno dubbio… Se avesse davvero cercato consolazione con altri che il marito Francesco Gonzaga è difficile a dirsi, ma di sicuro sulla sua morte pesarono altre urgenze e altre paure che non l’adulterio. Ragion di stato, si potrebbe dire. Storia triste.

Storia eminentemente romanticizzabile, tra l’altro… E difatti un giorno, mentre passeggiava con un amico mantovano, il giovane Felice Cavallotti vide una lapide che diceva “Agnese”. Solo così: “Agnese”.

L’amico gli raccontò della storia malinconica, della cronaca nigerrima e prezzolata del Possevino, delle carte del processo e del geniere austriaco che, secoli dopo, aveva posto la lapide… Diciamo la verità: a sentire “colonnello del Genio austriaco”, non è che ci s’immagini proprio un’animo sognante. E invece questo qui si era infiammato, e s’infiammò anche Cavallotti. Che perfetto argomento di tragedia!

E così tragedia fu. In versi. In sei atti. Colma di tradimenti, ingiustizie, giuramenti, affetti purissimi, e malvagi malvagissimi, con un eroe senza macchia e senza paura e un’angelo d’eroina: la dolce, bionda, bellissima, fiera, fragile, castissima e tenera Agnese…

Sennonché noi sappiamo che Agnese era tutt’altro tipo. Tosta e bruttina, vendicativa e intrigante, malaticcia, sconsiderata, battagliera ai limiti della sgradevolezza… Che avrebbe mai pensato della figurina di zucchero in cui Cavallotti l’aveva riscritta?

Niente di buono, scommetto. E allora immaginatevi il fantasma e l’autore a colloquio. Scintille, non c’è dubbio. Perché più ostinato di una principessa medievale offesa, può esserci soltanto un poeta con un’idea…

Che cosa rende tragica una storia? Che cosa serve sulle tavole di un palcoscenico? Che cosa è più forte, alla fin fine – la dura verità o l’immaginazione? Per scoprirlo non dovete fare altro che venire al Teatrino D’Arco, lunedì 30 novembre, a incontrare l’unico fantasma ufficiale di Mantova, nella lettura drammatica curata da Mario Zolin e interpretata dagli attori dell’Accademia Teatrale Campogalliani.

Vi aspetto.

 

 

Nov 20, 2015 - elizabethana, Storia&storie    3 Comments

John Ballard, SJ

Padre Ballard, dicevamo

Ebbene John Ballard è a suo modo un notevole personaggio.

CaiusCattolico del Suffolk, si laureò al St. Catherine College di Cambridge, e da lì passò al Caius, un college dalla fama un tantino sospetta – visto che il suo secondo fondatore era un cattolico, così come un considerevole numero di alumni. Sia come sia, nel 1579 Ballard decise che fare il malcontento cattolico sull’Isoletta e pagare la multa per evitare la funzione domenicale non era più abbastanza. Se ne andò a Rheims, dove entrò nel seminario cattolico, e fu ordinato sacerdote nel 1581.

Ora, in generale si considera che fosse un Gesuita – anche se ho letto di recente che Jesuitpotrebbe esserci qualche dubbio in proposito. In realtà non saprei – ma sarei stupita e un po’ delusa. I Gesuiti inglesi usciti da Rheims erano i più attivi nel criptocattolicesimo inglese: tornavano di nascosto sull’Isoletta, contrabbandavano letteratura religiosa più o meno incendiaria, vivevano nascosti, celebravano messe clandestine… Il che era perseguibile come tradimento: essere cattolici nell’Inghilterra di Elisabetta era costosetto ma non proibito; praticare il cattolicesimo era tutta un’altra faccenda. Molti di questi missionari, dopo vicende estremamente romanzesche e piene di fughe, travestimenti, scomodi soggiorni in qualche priest’s hole, delazioni e inseguimenti, venivano scovati, catturati e avviati a una pessima fine.

Il martirologio inglese di questi anni è zeppo di missionari gesuiti: Edmund Campion e Robert Southwell, per dirne un paio. Non John Ballard, però – e per un buon motivo. Ballard non era soltanto un predicatore o un celebratore di messe clandestine… lui voleva la morte di Elisabetta e una conquista cattolica dell’Inghilterra.

Apparentemente l’idea gli era venuta con l’assassinio di Guglielmo d’Orange, detto il Taciturno, ad opera di un cattolico legato alla Spagna di Filippo II. Non che fosse servito a granché – considerando che il potenziale successore cattolico era in Spagna, e a Guglielmo succedette l’altrettanto protestante Maurizio – ma, se ci erano riusciti con il Taciturno, perché non provarci anche con Elizabetta, che di eredi protestanti proprio non ne aveva?

Bernardino-de-MendozaE qui l’ormai Padre Ballard comincia un’attivissima carriera di viaggiatore, reclutatore e orditore di trame. Doveva essere un personaggio pieno di fascino e di eloquenza. Lo si sa in contatto con la corte papale, con l’ambasciatore spagnolo Mendoza, con gli agenti di Mary Stuart a Parigi, con i criptocattolici inglesi… Agli uni raccontava che l’Inghilterra era pronta ad esplodere in ribellione se solo fosse arrivato l’appoggio dal Continente, agli altri che Roma e Madrid erano pronte ad arrivare in forze – se solo l’Inghilterra si fosse ribellata… Onestamente pare che Don Bernardino de Mendoza, vecchia volpe castigliana, fosse un po’ scettico – ma non fece nemmeno granché per scoraggiare Ballard. Tutti gli altri ascoltavano affascinati.

babingtonE nel 1584 Ballard arrivò in Inghilterra – di nascosto, ovviamente – per una campagna di messe clandestine ed esorcismi. Ebbene sì. Noi forse fatichiamo a capire l’impatto di una cosa del genere, ma ai Cattolici inglesi fece molta impressione. Padre Ballard era evidentemente un attore consumato: popolani e gentry fioccavano a dozzine per assistere ai suoi esorcismi – e tra gli spettatori capitò una volta un giovane gentiluomo di belle speranze e natura impressionabile. Anthony Babington aveva un’idea molto eroica del criptocattolicesimo, ed era in cerca di un eroe e modello. Quando vide Padre Ballard liberare dal demonio uno dei suoi domestici, rimase folgorato.

BallardvMa Ballard ripartì presto e riprese un’altra campagna di viaggi. A Roma, in cerca di approvazione papale, e poi a Parigi a parlare con Mendoza, Paget e Morgan… Il suo gioco era sempre lo stesso: a tutti raccontava quella che probabilmente desiderava fosse la verità – quella che credeva di poter far diventare la verità, con un po’ di incoraggiamento. Nel 1586 tornò nuovamente in Inghilterra con l’incarico di preparare l’insurrezione cattolica, e si raccolse attorno un gruppo di giovanotti uno più esaltato dell’altro – primo tra tutti l’eccitabile Anthony Babington. Per non destare sospetti ed essere libero di muoversi, assunse il nome di Capitano Fortescue, un elegante soldato dai farsetti di seta e dai mantelli ornati di pizzo dorato, conosciuto come “Black Foskew” per il colorito bruno e la predilezione per il nero… Ma né un buon attore né un visionario fiammeggiante fanno necessariamente un buon cospiratore. Il Capitano Fortescue non si accorse mai che il suo compagno inseparabile, un uomo di nome Bernard Maude, era un agente della Corona. E il confidente di Babington, Robin Poley? Un altro agente. Per di più, quando afferrò che l’insurrezione cattolica comportava l’assassinio della Regina, Babington cominciò a sentire un certo qual freddo e a parlare più di quanto fosse prudente.

In realtà la congiura era destinata al fallimento prim’ancor di cominciare. Se arrivò al punto in cui arrivò fu perché Sir Francis Walsingham, spymaster della Regina, voleva lasciare a Mary Stuart abbastanza babington_plot_1565_getty_elvis_orangecorda per impiccarcisi metaforicamente. E in effetti Ballard aveva istruzioni di ottenere il consenso di Mary che, pur cauta, finì per compromettersi. Nel momento in cui Walsingham ebbe in mano la lettera firmata da Mary, cominciarono gli arresti. Ballard fu il primo. Babington e soci fuggirono, in una maniera che è un’incredibile commistione di abilità e goffaggine… Inevitabilmente furono presi e raggiunsero il loro leader. Tutti furono torturati – benché ormai fosse rimasto ben poco da scoprire. Il 20 settembre del 1586 Ballard, Babington e altri quattro furono parzialmente impiccati, poi sventrati ed evirati e infine squartati, con tanta crudeltà da nauseare persino la generalmente imperterrita folla londinese. Tale fu l’impressione che l’indomani gli altri cospiratori ricevettero la grazia di una rapida impiccagione.

MQoSMary Stuart fu processata per tradimento, condannata a morte e decapitata nel febbraio successivo. La congiura che avrebbe dovuto liberarla e incoronarla regina d’Inghilterra – e invece le costò la vita – porta da secoli il nome del suo anello debole, Babington. Forse, tutto sommato, dovrebbe portare quello di Ballard, il leader eloquente e istrionico che creò la congiura su un castello di esagerazioni, ed ebbe l’ingenuità di servirla su un piatto d’argento ai suoi nemici.

History Will Be Kind su Amazon

History will be kind to me because I intend to write it,

diceva Winston Churchill, ovvero “La storia sarà gentile con me perché ho tutta l’intenzione di scriverla” – e in effetti non si può negare history-kind-sml-2che l’abbia fatto. I narratori storici, in genere, hanno aspirazioni più modeste, quando si mettono in testa di scrivere la storia… O forse non è del tutto vero o, anche se è vero, a volte le loro intenzioni vengono abbondantement superate. Pensate a quanto gente come Dickens o Scott abbiano influito non tanto sulla storia, ma sulla sua percezione da parte dei posteri.

E pensate alla soddisfazione quando un lettore vi dice di avere cambiato idea su un personaggio o un evento storico leggendo il vostro romanzo.

Ma non allarmatevi: se rimugino su tutto questo non è perché abbia intenzione di modellare la percezione della storia nei secoli a venire (anche se non dico che mi dispiacerebbe), ma perché History Will Be Kind, la prima antologia di The Copperfield Press, è disponibile su Amazon.

Come vi avevo già raccontato, contiene la mia storia elisabettiana Gentleman in Velvet, una vicenda di ambizioni, atti sconsiderati, conseguenze e prezzi da pagare che ha per protagonista un giovane Kit Marlowe.* Naturalmente c’è molto altro: una ricca collezione di narrativa e poesia storica ambientata in una varietà di periodi – con una spruzzatina di saggistica. Dal Messico del 1914 alla Terza Crociata, dall’Imperatrice Maud a Giovanna d’Arco ad Alessandro il Grande – History Will Be Kind è una piccola storia del mondo narrata per storie. Non so se Kipling avesse ragione quando diceva che, se la storia venisse raccontata in forma di storie, nessuno se la dimenticherebbe mai – ma di sicuro un racconto o una poesia possono aprire una finestra su un periodo o un avvenimento, risvegliare un interesse, presentare un altro punto di vista…

In fondo credo che, al di là del gusto o della compulsione a raccontare storie, ogni narratore storico aspiri un po’ a questo: aprire una finestra su quel che s’indovina tra le righe dei libri di storia, su quel che è perduto, su quello che non sappiamo più… È un buon momento, credo, per confessare che sesquipedale soddisfazione sia stata quando un’insegnante di storia in un liceo locale mi ha detto di aver fatto leggere ai suoi alunni il mio Somnium Hannibalis. “Per mostrare loro che non esiste solo il punto di vista romano…”

E forse History Will Be Kind è anche una piccola rassegna di modi in cui questo genere di bizzarra creatura, il narratore storico, persegue il suo bizzarro genere di ambizione.

Se a questo punto foste incuriositi, l’antologia si trova qui.
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* No, non siete sorpresi.