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Lug 29, 2015 - cinema, Storia&storie, teatro    No Comments

Caccia alle Orfanelle

Orphans_of_the_Storm-241716294-largeSono a caccia.

Non un libro, questa volta – o almeno non in senso stretto, perché stiamo parlando di una sceneggiatura. Quella di Orphans of the Storm, film muto diretto da D.W. Griffith nel 1921, con entrambe le sorelle Gish. È una storiellona di affetto fraterno, ingiustizia, amore, fanatismo e crudeltà sullo sfondo della Rivoluzione Francese… Melodramma allo stato puro – se non fosse per una certa qual tendenza del regista alla predicazione. Ad ogni modo, il film è visivamente molto bello, e la vicendona è attraente, alla sua gonfia e purpurea maniera.

Ciò detto, dal mio punto di vista il fascino maggiore di questa storia sta nelle fonti.

Griffith, pescò prima di tutto un dramma francese celeberrimo – Les Deux Orphélines di Adolphe d’Ennery ed Eugène Cormon, e la sua Orphansaltrettanto celebre traduzione inglese, The Two Orphans. La storia è quella di due sorelle adottive, arrivate a parigi per cercare una cura alla cecità di una delle due. Dopodiché, nella migliore tradizione di queste cose, le due fanciulle restano separate – una preda di un marchese lussurioso&malvagio, l’altra sfruttata da una megera che la spedisce a mendicare… Ma vogliamo che due angeliche e bellissime fanciulle non trovino un cavaliere senza macchia e senza paura? Ci pensano da un lato un bell’aristocratico di sani principi e dall’altro un povero arrotino zoppo di buon cuore – e naturalmente alla fin fine si aggiusta tutto, con tanto di agnizione per cui le due sorelle proprio sorelle non sono, ma finiranno cugine acquisite. Din don dan.

Come vi dicevo, questa cosa piaceva enormemente. Innumeri spettatori, di qua e di là dall’Oceano, si erano commossi sulle lacrimevoli avventure di Henriette e Louise, e quando Griffith arrivò a interessarsene, il dramma era già stato trasformato in un romanzo, un’opera e non in uno, ma in sei film muti uno dietro l’altro.

No, davvero: sei film. Millenovecentosei e Sette, due volte nel Millenovecentodieci, e poi Millenovecentoundici e Millenovecentoquindici. Ve l’ho detto che la storia piaceva?*

OrphansofthestormEbbene, Griffith arrivava tardi, in apparenza… Ma, essendo Griffith, fece qualcosa a cui nessuno aveva pensato prima. Una volta acquisiti (faticosamente) i diritti del dramma, lo trascinò di qualche anno in avanti – dal 1784 al 1789 e dintorni – certo pensando che , arrivando a Parigi alla vigilia della Rivoluzione, Henriette e Louise potessero avere molte più occasioni per mettersi nei guai.

E in effetti, in questa versione Henriette si trova ad avere a che fare niente meno che con Danton (rivoluzionario buono) e Robespierre (rivoluzionario cattivo), e finisce processata in compagnia del suo aristocratico innamorato e finirebbero entrambi sulla ghigliottina, se non fosse per un salvataggio dell’ultimo minuto molto à la Griffith… Ma non tutto viene dalle Due Orfanelle. Ci sono di mezzo almeno altri quattro drammi, un romanzo (Le Due Città di Dickens) e, secondo me, un libretto d’opera – perché il Danton di Griffith, con il suo tentativo di salvataggio e la perorazione in tribunale, somiglia al Carlo Gérard dell’Andrea Chenier. Orphans_of_the_Storm_(1921)_-_L_Gish_&_Schildkraut

Insomma, ammettetelo: è una favolosa insalata di fonti – e vi dirò che è piuttosto divertente anche solo riconoscere la provenienza dei singoli incidenti o personaggi… Al momento sto cercando di raccogliere tutto quel che posso. Le Due Città non hanno bisogno di rilattura, e in fatto di drammi sono a buon punto, grazie al Project Gutenberg e a Internet Archive.

Quel che mi manca è il passaggio intermedio, l’anello di congiunzione tra la parola scritta e lo schermo: la sceneggiatura – ed è di questo che sono a caccia. Ancora non ho le idee ben chiare su quanto sarà difficile. Qualche ricerca preliminare non ha condotto a nulla. Farò ancora qualche tentativo, e poi inizierò a seccare i contatti Oltreoceano… Stiamo a vedere, ma ho qualche fiducia. E intanto, anyway, ho una caccia al tesoro in corso – ed è già bello di per sé.

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* E non pensate che fosse finita lì. Post Griffith, tra America, Francia, Spagna, Italia e Egitto, tra film e telefilm, le orfanelle titolari torneranno sullo schermo nel 1933, 1942, 1944, 1947, 1949, 1950, 1954, 1961, 1965, 1976 e 1971. Poi basta. Uno o due di questi in Italia vanno sotto il nome de Le Due Orfanelle – e non lo so per certo, ma credo che siano della varietà senza Rivoluzione. C’è anche una parodia – credo – con Totò.

 

Storie di Romanzieri Illustri

Clisson et EugénieC’è gente da cui non te lo aspetti…

Non ti aspetti che, a un certo punto delle loro carriere di statisti e/o condottieri, si mettano a scrivere. E meno ancora ti aspetti che, quando lo fanno, il prodotto tenda a scadere nel melodrammatico, nel sentimentale, nel purpureo.

Voglio dire, Churchill in gioventù scrisse un ruritanian romance, una vicendona d’amore*, guerra e politica ambientata in un regnolino che è un’ Inghilterra in miniatura. Garibaldi scrisse due o tre romanzoni patriottici (e cosa sennò?) e un dramma storico in cinque atti – tutto dimenticabile anzichenò. Disraeli, poi… Oh, Disraeli! Dove trovasse il tempo di scrivere una ventina di romanzi, dal primo all’ultimo indicibilmente preachy, proprio non lo so, ma tant’è…

Ma il mio caso prediletto è quello di Napoleone. Ebbene sì – Napoleone Bonaparte, da giovane ufficiale di guarnigione, si annoiava a morte e scriveva narrativa. Racconti storici, fino a un certo punto. Poi il govanotto s’innamorò di Désirée Clary, la cognatina di suo fratello Giuseppe, e i due si fidanzarono.  Non durò a lungo. Désirée doveva avere i suoi dubbi, e Napoleone stesso decise che, se aveva delle ambizioni, gli conveniva cercarsi una moglie piazzata meglio… Di lì a non molto avrebbe perso la testa per Josephine de Beauharnais – ma questa è un’altra storia, ed era di là da venire quando il fidanzamento fra Désirée e Napoleone fu rotto, credo con un certo sollievo da parte di entrambi.

O forse non proprio, quando si considera che Napoleone sentì la necessità di reimmaginare tutta la storia in una novella chiamata Clisson et Eugénie, il cui protagonista, un fiero soldato rivoluzionario, sposa una deliziosa fanciulla, vive felice con lei – ma poi torna in guerra, rimane ferito e manda a confortare la mogliettina un bell’aiutante di campo che (mascalzone!) s’innamora di lei… ricambiato! Ah, orrore e duplice tradimento! Il povero Clisson va a cercare la morte in battaglia – non prima di avere spedito a Eugénie un’ultima lettera à la Werther, una di quelle cose studiate per rendere tutti tanto infelici quanto è possibile…

Ebbene sì. Un concentrato di retorica e melodramma, e una riorganizzazione dei fatti che, dietro il velo sottilissimo dei nomi cambiati (di secondo nome Désirée faceva Eugénie), getta una quantità di biasimo vastamente immaginario sull’ex fidanzata.  Ora, la vendetta per via di romanzo non è certo un caso unico**, ma la vendetta per torti mai subiti… Yes, well – considerando la carriera verso cui il ragazzo si stava avviando, forse, non c’è nemmeno da stupirsi troppo.

Ad ogni modo, Désirée se la cavò benissimo, sposò il generale Bernadotte e diventò regina di Svezia – e la novella non venne mai pubblicata mentre autore e bersaglio erano in vita. In realtà rimase sparsa per l’Europa in una certa quantità di versioni manoscritte – apparentemente Napoleone non aveva le idee chiare su quel che voleva fare di questa storia – fino al 2009, quando uscì in Inghilterra, collazionata e tradotta sulla base delle carte recuperate. E, tra parentesi, non ci stupiamo affatto che siano stati gli Inglesi a pubblicare un’opera giovanile in cui Napoleone fa una una figura meschinella…

E fosse almeno ben scritto – ma no. Oddio, magari l’indagine psicologica del protagonista ha qualche finezza, ma per il resto… retorica, melodramma, e la più spiccia impazienza verso le convenzioni narrative. Come si diceva, lasciate fare agli Inglesi – ma buon per Napoleone l’avere avuto ben altre ambizioni che quelle letterarie.

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* Pare tuttavia che, dopo avere letto il manoscritto, la terribile nonna duchessa gli dicesse: “Sarebbe ora, mio caro, che tu cominciassi a frequentare qualche donna.”

** Lady Caroline Lamb, anyone?

 

 

 

 

Alla Ricerca del Libro Perduto

scavenger-hunt-mapRambling ahead, vi avverto…

Mai cercato disperatamente un libro? Non perché vi servisse, non per motivi di studio o di lavoro: solo perché lo volevate tanto. Adesso che c’è Internet capita assai meno, ma ho trascorso la mia adolescenza e prima giovinezza cercando l’uno o l’altro libro. Sempre qualcosa fuori catalogo, o qualcosa che non si trovava più, o qualcosa di pubblicato da uno sconosciutissimo mini editore di provincia…

E ogni volta che arrivavo in una città nuova, ogni volta che passavo davanti a una libreria mai vista prima, entravo e chiedevo. Era come avere una caccia al tesoro tutta mia, e quindi continuavo anche di fronte alla crescente evidenza che la maggior parte delle librerie erano diventate come farmacie: ti procuravano quello che c’era in catalogo; per il resto potevi attaccarti al tram e fischiare in curva. Biblioteche, lo confesso, meno possibile, perché non c’era altrettanto gusto. Voglio dire, trovare il tesoro e non potertelo tenere, averlo in prestito per un misero mesetto… No, non era la stessa cosa. Nondimeno, capitavano i miracoli, le volte in cui, dopo lunghe ricerche, si trovava il libro e lo si poteva anche portare a casa. Definitivamente. Come La Bufera di Edoardo Calandra, scovata, tra tutti i posti possibili, in un istituto di vendite giudiziarie. O come la vecchia edizione BUR della Saga di Gösta Berling rinvenuta (insieme a varie altre meraviglie) al Parnaso, meravigliosa libreria pavese specializzata in edizioni fuori commercio. Ah, quante volte sono stata sul punto di chiedere al proprietario del Parnaso se non gli servisse una commessa, anche a metà stipendio… ma non divaghiamo, parlavamo di ritrovamenti miracolosi.

!B(k2puw!mk~$(KGrHgoH-CEEjlLl0F63BKdC-+pbRw~~_35.jpgLa mia storia prediletta è quella di Io sono il Barone Rosso, autobiografia di Manfred Von Richtofen. Cercato per anni, libreria dopo libreria, città dopo città: “Buongiorno, cerco Io sono il Barone Rosso, di Manfred Von Richtofen”… Per lo più mi sentivo dire che non l’avevano e tutto finiva lì. Qualche volta una ricerca (sui cataloghi cartacei, I’m that old). Più raramente una vaga promessa di ricerche. Perché l’edizione italiana esisteva eccome: Pocket Guerra della Longanesi, pubblicato negli Anni Settanta… possibile che non si trovasse da nessuna parte? Eppure no: non si trovava. Una volta, al mare, in un posto che sembrava più un magazzino navale che una libreria, un signore anzianotto con il codino grigio mi disse che certo, cavolo, come no? Von Richtofen! Ma sicuro, che ce l’aveva… volevo aspettare un attimo? Volevo, eccome, se volevo… Immaginatemi che aspetto mentre l’omino sparisce tra pile di libri. Sbuffa, impreca, chiama. Fiuta, razzola, fruga. E poi ricompare, brandendo, tutto trionfante, le memorie di Von Ribbentrop. E a questo punto, immaginatemi che non scoppio a piangere per puro miracolo. Non avevo ancora quattordici anni, mi si può perdonare.

Poi lo trovai su una bancarella di libri usati in una fiera di paese,  tra zucchero filato, bigiotteria, giocattoli, occhiali da sole taroccati… Quando il bancarellaro mi disse che l’aveva, ammaestrata dai precedenti non non mi affrettai troppo a crederci – e invece lui lo tirò fuori, ancora nel cellophane: Pocket Guerra Longanesi, Io sono il Barone Rosso, di Manfred Von Richtofen! Colpo al cuore. “Diario segreto del più grande asso della caccia mai esistito”, recita il ridicolo sottotitolo italiano. Diario segreto un bottone! Von Richtofen dettò i suoi ricordi a un giornalista, lo zio di tutti i ghostwriters, perché le folle adoranti volevano sapere, e lo Stato Maggiore voleva che sapessero… però il giornalista aveva fatto un buon lavoro, e la personalità del Barone traspare bene: un misto di spavalderia, di riservatezza e di vena malinconica.

Corradino027Adesso, come dicevo non succede più molto. C’è Internet, c’è eBay, c’è Amazon, c’è Alibris…  E nondimeno capita. Ci sono quelle cose che non si trovano proprio – o così pare, come Il dramma di Corradino di Svevia, di Salvator Gotta e Andrea Fanton. Libro per fanciulli, e gl’inizi della ricerca difatti risalgono alla mia lontana preadolescenza, quando soffrivo di medievite grave e Manfredi di Svevia era il mio eroe… E di Manfredi Corradino era il nipote – close enough, tutto considerato – ma il libro per fanciulli proprio non si trovava. Uscito di catalogo presto, immagino, e refrattario alle mie ricerche. Anni più tardi, venuta l’era di internet, ci riprovai – e nulla. Nemmeno una traccia, davvero, da nessuna parte, se non una manciata di copie in altrettante biblioteche remote… E sì, avrei potuto ricorrere al prestito interbibliotecario, ma l’ho già detto: non è così che funziona. Non con questi libri che non servono a nulla, ma si vogliono e basta. Non li si vuole per restituirli dopo un mese, vi pare? Così mi convinsi che proprio non ci fosse modo e rinunciai una seconda volta – ma non prima di avere raccontato la storia al mio amico S., collezionista compulsivo e cacciatore in rete.

Ebbene S. non disse nulla all’epoca, poi qualche settimana fa se ne arriva con un regalo di compleanno… E indovinate un po’? Corradino! E quindi c’era, dopo tutto. Difficile a trovarsi ma non introvabile. Non avete idea di quanto mi abbia fatto felice vedere quel librino verde uscire dal pacchetto. Adesso l’ho letto, e credo di avere capito perché fosse sparito nel nulla. È un libro strano, scritto nel 1972, ma alla maniera di molti anni prima. Salvator Gotta era vecchio agli inizi degli anni Settanta – e aveva in mente il gusto di altre generazioni. Fanton, evidentemente, non aveva colto il problema o non ne aveva fatto granché… Ed è fin troppo facile immaginare insegnanti e fanciulli che storcono il naso davanti a questa storia episodica, al linguaggio un po’ antiquato, al Medio Evo di Maniera… Sarei curiosa di sapere quante classi ebbero Corradino per l’ora di narrativa. Non molte, sospetto. A me bambina sarebbe piaciuto – era il genere di storia, di modo di raccontare – e tutto sommato di linguaggio – che mi piaceva trovare nei libri. Era il tipo di luce in cui mi piaceva veder rappresentata la storia. Nulla di terribilmente realistico, sia chiaro – ma a dieci, undici anni avevo già il sospeto che la realtà sia sopravvalutata.

Ad ogni modo, trent’anni più tardi, Corradino è arrivato, e l’ho letto in un paio di tarde serate estive – con la forte impressione che a sbirciare da sopra la mia spalla, e a compiacersi di quel che leggeva, ci fosse la piccola Clarina in vacanza di tanti anni fa.

 

 

La Battaglia delle Battaglie – II Parte

Rieccoci qui. Waterloo, dicevamo. Waterloo di carta, precisa e dettagliatissima per Hugo, impressionistica e confusa secondo Stendhal. E fin qui, Waterloo francese, dunque. Ma in Inghilterra? Ebbene, in Inghilterra Napoleone ha lasciato una traccia profonda. Possono negarlo fin che vogliono, ma provate a guardare quanto è alta la colonna di Nelson a Trafalgar Square. Oppure provate a vedere quanta narrativa storica è incentrata sulle guerre napoleoniche… Noi oggi ovviamente ci concentriamo su Waterloo, e cerchiamo di attenerci (more or less) a quel che si trova di tradotto. E allora vediamo un po’…

WaterlooHeyerNon è della scuola Stendhaliana Georgette Heyer, che in An Infamous Army (in Italiano L’incomparabile Barbara) subordina la vicenda sentimentale tra Audley e Barbara (ispirata a Lady Caro Lamb) a una descrizione della battaglia così rigorosa e interessante al tempo stesso da essere stata per anni lettura obbligatoria per i cadetti dell’accademia militare di Sandhurst. Ms. Heyer, indipendentemente dal fatto che in Italia sia tradotta in genere così così e classificata come autrice di romanzetti rosa, era una romanziera storica di tutto rispetto, non aveva simpatia per la ricerca approssimativa di Thackeray, secondo cui i cannoni di Waterloo si potevano sentire fin da Bruxelles.WaterlooThackeray

Ma d’altra parte a Thackeray la battaglia interessava pochino dal punto di vista militare. Lui voleva l’impatto sulle vite dei suoi personaggi, le ironie del fato, le reazioni individuali. Così in Vanity Fair (La fiera delle vanità) la notizia arriva durante il celebre ballo, e tutti partono di corsa, e il fatuo George Osborne muore in battaglia lasciandosi dietro una vedovella adorante e ignara, e il fido Dobbin sopravvive, così come Rawdon Crawley, alla cui moglie, l’irrepressibile Becky, la vedovanza non sarebbe dispiaciuta poi troppo. A Thackeray interessano i suoi individui più che i destini continentali, e quindi il carattere di spartiacque di Waterloo varia alquanto in base alle aspettative di ciascun personaggio.

WaterlooDoyleDiverse sono le cose per l’irresistibile Gérard, il protagonista napoleonico di Arthur Conan Doyle, (qui e qui in originale e qui in Italiano): la battaglia diventa un’avventura molto personale quando il nostro spavaldo giovanotto s’impadronisce del cappello dell’Imperatore per distrarre nove ferocissimi cavalieri prussiani decisi a cambiare la storia a modo loro – ma persino l’egocentrico e vanitoso Gérard si rende conto di che terremoto stia accadendo tutt’attorno a lui – e, come spesso accade in questi libri, l’allegra avventura assume un vago colore amarognolo.WaterlooCornwell

E poi c’è l’avventura-avventura di Bernard Cornwell. In Sharpe’s Waterloo (non ancora tradotto, credo) Richard Sharpe si ritrova, dopo un pessimo inizio, a ricacciare indietro la Guardia Imperiale – e scusate se è poco. D’altra parte questo modo di reclamare per i propri personaggi fittizi l’una o l’altra azione chiave è una delle colonne portanti della narrativa storica. Basta vedere che cosa ne ha  fatto Susanna Clarke in Jonathan Strange & Mr. Norrell, il cui protagonista semieponimo, mago tattico di Wellington, sposta strade, villaggi e conformazione del terreno a beneficio degli Inglesi, ma soprattutto procura quella pioggia secondo cui, a sentire Victor Hugo, Napoleone avrebbe vinto.

E così siamo tornati all’inizio – e siamo tornati in Francia, perché è facile e piacevole immaginare che Ms. Clarke, leggendo questa frase di Hugo, abbia cominciato a domandarsi: e se non fosse piovuto? oppure, se la pioggia non fosse stata naturale? Il che fa di JS&MrN quasi una seconda generazione, una Waterloo di carta (parzialmente) ispirata da un’altra Waterloo di carta…

E questa è la punta dell’iceberg, perché ripeto: ci sarebbe molto di più, ma non in traduzione. Epperò è evidente già così, direi, che duecento anni più tardi Waterloo è ancora, nell’immaginazione generale e in quella degli scrittori in particolare, una di Quelle Battaglie.

1815-2015: La Battaglia delle Battaglie – I Parte

Waterloo

Forse no – o quanto meno non solo questa. Però quando si parla di battaglie, Waterloo è una di quelle cose che funzionano – di fatto o idealmente – da spartiacque. È difficile negare che ci sia stato un Prima di Waterloo e un Dopo Waterloo, proprio come c’è stato un Prima di Canne e un Dopo Canne* e, a un livello più circoscritto, un Prima di Hastings e un Dopo Hastings…

Voglio dire: anche i Campi Catalaunici furono una significativa battaglia, segnarono una battuta d’arresto nell’avanzata degli Unni, cambiarono – o quanto meno misero in luce inequivocabilmente – la dipendenza di Roma dai barbari… però dopo Chalons il mondo non cambiò – tanto è vero che un po’ di mesi più tardi Attila ricominciò daccapo in Italia…**

Canne è tutta un’altra faccenda. E Hastings. E Waterloo… È l’irreparabilità, credo.

MiserablesE questi scontri in cui si decidono i destini di un mondo, di un continente, di un regno, di un’isola, queste giornate dopo le quali non si torna indietro, gettano ombre lunghe in una quantità di campi, compresa – ed è qui che noi andiamo a parare – la narrativa. È inevitabile, se ci pensate: la narrativa vuole conflitto, giusto? E allora una battaglia, una terribile, epocale battaglia che Cambia il Mondo Come lo Conosciamo è qualcosa che supplica di essere narrato, uno sfondo ideale per le vicende individuali, un punto di non ritorno perfetto sotto la maggior parte dei punti di vista. Per cui nessuna sorpresa che Victor Hugo, in Les Misérables (I Miserabili) dedichi molte pagine a una dettagliata e vivida descrizione della battaglia, piazzando in mezzo al fuoco, al sangue e ai destini d’Europa l’incontro accidentale tra il saccheggiatore Thénardier e l’aristocratico babbo di Marius. La faccenda, accaduta molti anni prima e destinata ad avere sproporzionate ripercussioni sulla storia, si sarebbe potuta risolvere in un paio di pagine – ma tale era l’attrazione di Waterloo che Hugo ne cavò il pretesto per tutto il Libro Primo del Tomo II.Chartreuse

Un quarto di secolo prima, e in modo più pertinente da un punto di vista narrativo, Stendhal a Waterloo ci manda il suo protagonista. Ne La Chartreuse de Parme (La Certosa di Parma), Fabrizio del Dongo, cresciuto in adorazione di Napoleone, ha diciassette anni quando scappa di casa per unirsi all’avventura  fiammeggiante dei Cento Giorni. Poi però Stendhal è Stendhal, e per una combinazione di sfortuna e ingenuità Fabrizio si mette in tanti guai che solo a Waterloo riesce a trovare i Francesi… Non solo ormai è un pochino tardi, ma il nostro ragazzo ne cava un’esperienza terrificante e sconcertante quando scopre che trovarsi in mezzo a una battaglia vera e leggerne dei libri sono due cavalli di diversissimo colore. E gloria sia alla descrizione impressionistica di Stendhal, padre dell’idea narrativa di Confusione della Battaglia…

E forse, in qualche modo, questi due sono i capostipiti narrativi in fatto di Waterloo, e di sicuro i sue esempi francesi più celebri. Ma sull’altro lato della Manica? Perché naturalmente c’è anche l’altra faccia della medaglia: Waterloo vista dall’Isoletta. Ebbene, per questo bisognerà avere pazienza fino a lunedì, quando arriverà la seconda parte de La Battaglia delle Battaglie – uno sguardo a Waterloo in narrativa negli ultimi duecento anni.

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* Sapevate che l’avrei citata, vero?

** In realtà, se vogliamo, il fatto stesso che Ezio avesse troppa paura dei suoi inaffidabili alleati per permettere loro di dare agli Unni il fatto loro fino in fondo è segno di un cambiamento molto, molto irreparabile, but bear with me: non è questo che intendo qui e adesso.

Maypole!

-Maibaum_Ostfriesland967E magari somiglia a un albero della cuccagna, ma non lo è. In realtà è una vecchia tradizione di stampo germanico: l’albero/tronco/palo decorato sta per Yggdrasil, l’Albero del Mondo e, anziché cospargerlo di grasso e arrampicarcisi a caccia di cotechini e prosciutti, lo si decora e ci si danza intorno. Più dignitoso, se chiedete a me. Per l’albero e per tutti quanti.

Se andate in giro per Austria o Baviera dopo il I di maggio (che, guarda caso, è oggi), ne vedete uno in ogni villaggio, sotto il nome di Maibaum.

Un tempo usava esser così anche in Inghilterra, Scozia, Irlanda e Galles: al Maypole si appendevano dei nastri colorati e ci si intrecciavano (è il caso di dirlo) attorno complicate danze circolari. I nastri si intrecciavano, appunto, intorno al palo, creando dei motivi colorati. E non è affatto semplice come magari ha l’aria di essere…

E d’accordo, è una Renaissance Faire di New York, per cui è tutto più fantasy che altro – ma la danza rende l’idea. *

Ad ogni modo, nelle Isole Britanniche tutto ciò andò gaiamente avanti per diversi secoli, e poi… Poi arrivò la Riforma. I Protestanti, soprattutto i Presbiteriani, il Maypole e le danze e i giochi del I di Maggio non li potevano vedere. “Robaccia pagana!” strillavano, stracciandosi le vesti – e noi che possiamo fare se non scuotere il capino, una volta di più, sull’allergia di questa gente a tutto ciò che era allegro e festoso e giocoso…?

Oh well. C’è da dire che non era facile scoraggiare gli Inglesi (e Gallesi, e Scozzesi e Irlandesi) dalle loro feste. Dopo il 1660 e la Restaurazione, i Maypoles rigermogliarono dappertutto e, in taluni luoghi, permangono tutt’ora.

E, avendovi forniti di un lieto fine, non ho altro da fare che augurarvi un lieto I di maggio.

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* Il video dura tre minuti e mezzo – non occorre che lo guardiate tutto. Giusto per farvi un’idea.

Storia e Storie

387px-Rudyard_Kipling

Se la storia s’insegnasse sotto forma di storie, nessuno la dimenticherebbe mai.

Questo lo diceva Kipling, e voi sapete che a Kipling io tendo a dare retta. L’idea mi piace molto, e vorrei che fosse così – in un certo senso lo è. Ma fino a che punto?

Vediamo un po’.

Secoli fa – troppi secoli fa perché vada a disseppellire il numero in questione – sulla Historical Novel Review comparve un articolo in cui Susan Higginsbotham (credo) strologava sulla questione posta da un lettore: com’è, chiedeva costui, che nessun numero di romanzi storici e film storici è sufficiente a farmi entrare in testa i fatti? Prendiamo Eleonora d’Aquitania, proseguiva il lettore, una signora e un periodo per cui non ho speciale interesse, ma con cui ho avuto a che fare in diverse occasioni: ho studiato i miei libri di scuola come chiunque altro, ho letto qualche romanzo, ho visto qualche film… non dovrei avere le idee più chiare sulla sua storia?

La risposta era “Non necessariamente”, e per un buon motivo. Sto citando a memoria, ma l’idea generale era che vedere Eleonora alle prese con il suo pessimo marito in The Lion In Winter e con le frenesie crociate/matrimonial/amorose del suo primogenito in The Lute Player non offre molto aiuto nel memorizzare le date della sua vita. Quello che troviamo nel film e nel romanzo non è la storia di Eleonora, ma l’interpretazione della figura di Eleonora di James Goldman e Nora Lofts. Ed è un’interpretazione colorata dalle intenzioni e necessità narrative degli autori, da treni merci di particolari fittizi (la corte natalizia a Chinon e il dilemma parentale di Enrico, Blondel e Anna Apieta…), dall’esigenza di rendere questa gente del tardo dodicesimo secolo comprensibile per il lettore/spettatore odierno.historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storici

Essendo Goldman e Lofts ottimi scrittori, entrambe le Eleonore* in questione sono balzachianamente verosimili, ma nessuna delle due è vera. E in questo non c’è proprio nulla di bizzarro o scandaloso. In un mondo ideale, il mestiere del romanziere storico sarebbe quello di raccontare ciò che non sappiamo più sulla base ed entro i limiti di quel che sappiamo, però in realtà il confine tra ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo può essere molto labile.

Ci sono scuole di pensiero sul grado di rigore documentario e fedeltà alle fonti cui un romanziere dovrebbe sentirsi vincolato, ma nella maggior parte dei casi non è difficile trovare nel tessuto delle fonti qualche smagliatura grande abbastanza da farci passare una parata di elefanti.

Detto ciò, qual è l’impatto delle parate di elefanti sul lettore medio?

historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storiciAvete letto La Piccola Principessa, di Frances H. Burnett? Forse sì e forse no: ai miei tempi era un altro di quei classici per fanciulli – e uno particolarmente grazioso, a mio avviso. Ad ogni modo, c’è questa scena in cui la giovanissima protagonista Sara racconta la storia della Rivoluzione Francese a una compagna di collegio negata per gli studi, e lo fa con flair narrativo, insistendo sulla figura di Mme de Lamballe, confidente e favorita di Maria Antonietta, linciata in strada per non aver voluto giurare fedeltà alla Repubblica. “E misero la sua testa mozzata su una picca e la folla se la passava di mano in mano…” racconta Sara. “Era giovane e bella, e tutte le volte che penso alla Rivoluzione immagino quella testa dai lunghi capelli biondi che ondeggia sopra la folla inferocita.” E, ci dice la signora Burnett, persino l’ottusa Ermengarde non dimenticherà più Mme de Lamballe.historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storici

E tutto ciò è bello e anche istruttivo, perché se da un lato Sara ha regalato a Ermengarde un’impressione più vivida della storia, dall’altro ha falsificato un pochino i fatti: nel 1792 la princesse de Lamballe aveva quarantatré anni – un’età che non molte bambine di dodici anni considerano giovanile… Resta da domandarsi chi sia stato a ringiovanire la principessa per amor di dramma**: Sara stessa, Ms. Burnett o l’autore del libro che si suppone Sara abbia letto? Ma non è del tutto rilevante, e comunque l’episodio rimane significativo.

historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storiciMi è tornato in mente di recente, quando M. mi ha fatto notare che l’Annibale eponimo di Gisbert Haefs è sempre depresso dopo le battaglie. “Quindi, quando il tuo Annibale dice al Re di Siria di essere stato felice dopo la battaglia di Canne, non era vero…” E per qualche motivo fatico a convincere M. che, per quanto ne sappiamo, la mia interpretazione e quella di Haefs si equivalgono. Non è la prima volta che M. e io abbiamo conversazioni del genere, su qualche chiaroscuro psicologico dell’uno o dell’altro personaggio, sui Romani descritti dal punto di vista cartaginese, sulle figure minori fittizie… e non c’è nulla di strano, perché M., come chiunque non abbia passato anni a leggere le fonti, non ha modo di sapere dove finiscono i fatti provati e dove inizia la danza speculativa del romanziere.***

Per cui è saggio concludere che la Storia non s’impara dai romanzi? Mostly not. Non i fatti. Non le date. Né si vede troppo perché dovrebbe essere altrimenti: se volete studiare la Storia, ci sono vagoni di libri scritti per la bisogna. Libri che non sono romanzi.

E però questo non significa affatto che Kipling abbia torto, sapete? Perché dopo che avete studiato, c’è qualcosa d’altro che potete cercare.

Nel suo The Time Traveller’s Guide to Elizabethan England, Ian Mortimer fa notare che una delle difficoltà principali nell’interpretare la mentalità dei secoli passati è che noi diamo per scontati conclusioni e sviluppi di eventi che, all’epoca, erano ancora in fieri, fluidi, spesso incomprensibili, spesso terrificanti. Quando pensiamo all’Armada di Filippo II ridotta a una collezione di relitti fumanti nella Manica, fatichiamo a immaginare il genuino terrore degl’Inglesi che per mesi avevano temuto l’invasione spagnola, o a capire la paranoia anticattolica, la caccia ai missionari gesuiti, il senso d’isolamento dell’Isoletta governata da un monarca femmina e di (forse) dubbia legittimità… 

Vero, vero, vero. Armada

Ed ecco dove entrano in scena i romanzi. Perché il romanzo, attraverso gli occhi, le paure, le impressioni e le reazioni dei personaggi, è in grado di restituire al lettore il sobbalzo collettivo dell’Inghilterra all’accendersi dei beacons lungo la costa, la furia collettiva dei Francesi che tirano pietre alla principessa di Lamballe, la frustrazione di Eleonora costretta dissimulare il suo acume tanto superiore a quello di tutti gli uomini che la circondano, l’impazienza di Annibale mentre i suoi alleati italici nicchiano…

E con questo non voglio minimamente condonare errori e (dininguardi!) anacronismi, ma sono disposta ad ammettere che, alla fin fine, l’età della principessa di Lamballe può anche essere un particolare secondario, se siamo capaci di mostrare la Storia in movimento, con la sua complessità, la sua imprevedibilità e iridescenza. Se riusciamo a dare, anche solo per qualche pagina, l’impressione di qualcosa che sta succedendo. Se arriviamo a trasmettere un senso di realtà e vividezza da accompagnare alle date e ai fatti. E allora, per un po’, siamo tutti Sara Crewe – e, guarda un po’, dopo tutto Kipling aveva ragione.

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* E quella di Goldman ha il vantaggio aggiuntivo di essere interpretata da Katherine Hepburn – need I say more?

** E questo mi fa venire in mente l’irresistibile The Talisman Ring, di Georgette Heyer, in cui la giovane émigrée Eustacie passa un sacco di tempo a a romanticizzare il suo scampato pericolo, commuovendosi all’ipotetica immagine di se stessa sulla via della ghigliottina: una giovane fanciulla vestita di bianco, sola nell’orribile carretta… “A parte il fatto che le carrette di solito sono affollate, credo che mi dispiacerebbe altrettanto per qualunque condannato, quali che fossero il suo sesso, la sua età e il colore del suo abbigliamento,” replica il suo unromantic cugino (e riluttante fidanzato) inglese. Mi diverte l’idea che Sara sia della stessa scuola di Eustacie…

*** Yes well, potrei considerare l’ipotesi di offendermi un nonnulla perché M. sembra disposto a dare retta a qualsiasi altro romanziere prima che a me, ma fingiamo di nulla…

 

L’Uomo del Globe

Globe WanamakerSam Wanamaker era un attore americano trentenne quando nel 1949 sbarcò a Londra e, per primissima cosa, chiese al tassista di portarlo “al posto di lavoro di Shakespeare.”

“Io a Stratford-upon-Avon non ce la porto,” gli rispose il cabbie, e Sam, convinto di avere trovato il tassista più tetragono delle isole britanniche, fece un sorrisetto e spiegò che intendeva il posto di lavoro di Shakespeare a Londra.

“Shakespeare, ha presente? Il poeta e drammaturgo.”

Il cabbie alzò le spalle. Chi diamine si credeva di essere, questo transatlantico del cavolo? ” E io che ho detto? William Shakespeare, 1564-1616. Stratford-upon-Avon.”

Sam cominciava a sentire un vago sconforto, ma si fece portare a Bankside, giusto sull’altra riva del Tamigi, dove, secondo lui, dovevano esserci quanto meno le rovine del Globe Theatre…

Il tassista fece quel che gli si chiedeva: chi era lui per rifiutare denaro dagli Americani squadrellati? Era il Quarantanove, e l’Inghilterra faticava assai a riprendersi dopo la guerra… se il piccolo coloniale voleva pagare per essere portato a vedere un bel niente, erano fatti suoi, giusto?

E così Sam arrivò a Bankside e scoprì, sconcertatissimo, che il cabbie aveva ragione: non c’era… niente. Oddìo, c’era una placca commemorativa sulla parete di una birreria: In questo luogo sorgeva… eccetera eccetera. E basta. Nient’altro. Della culla del teatro inglese non restava nulla.

Sam, pieno di sacro fuoco artistico, non capiva come ciò potesse essere – ma vedeva un soluzione: perché non ricostruire un Globe al posto giusto? E in uno di quei momenti che cambiano la vita, sposò quello che sarebbe diventato il suo Sogno con la S maiuscola: un nuovo Globe. Globe_Theatre_mid

Ma il nostro transbardolatra non aveva fatto i conti con due problemi: da un lato, l’Inghilterra era, come dicevamo, stremata dalla guerra, e dall’altro… Be’, immaginatevi il mondo accademico inglese davanti a un attore americano ansioso di prendere in mano delicate questioni shakespeariane e ricostruire un teatro elisabettiano distrutto da secoli, e portarci dentro pubblico e turisti… Heavens above – giammai! E il povero Sam se ne tornò in America sospinto dal fragore delle loro esclamazioni inorridite.

Ma non per questo rinunciò. Anzi, fece qualcosa di geniale: cercò alleati tra le file nemiche, per così dire, cominciando a corrispondere con singoli accademici su entrambe le sponde dell’Atlantico, raccogliendo le più accreditate opinioni su come dovesse/potesse essere stato un teatro elisabettiano… Perché il fatto era, vedete, che allora come adesso nessuno lo sa con certezza. Abbiamo qualche descrizione, una certa quantità di evidenza archeologica da altri posti, lo schizzo di un turista svizzero, e un contratto per la costruzione di un altro teatro che riporta con dettagliata precisione alcuni particolari da copiarsi dal Globe – ed è tutto. Ma ciò non impediva agli studiosi di intrecciare teorie su teorie, e ogni sorta di ragionevoli ipotesi…

Sam era un visionario e un uomo perseverante. A dispetto di un sacco di oppositori che temevano una specie di Disneyland pseudoelisabettiana nel cuore di Londra, e con qualche appoggio dalla famiglia reale, nel 1970 fondò lo Shakespeare Globe Trust, e cominciò a raccogliere fondi in tutto il mondo. Perché il fatto è che l’interesse per il progetto era enorme, e si cominciava a vedere che l’Americano faceva le cose molto, ma molto seriamente.

globe-todayNon che i problemi fossero finiti: non era possibile costruire là dove erano sorti i due successivi Globes originali (costruiti rispettivamente nel 1599 e nel 1614), e il progetto che andava emergendo era spaventosamente incompatibile con le moderne norme antincendio… Sam e i suoi scesero a ragionevoli compromessi: si spostarono nel punto utile più vicino, incorporarono modifiche antincendio, fecero qualche concessione all’idea generale di come dovesse apparire un teatro elisabettiano… E in premio ebbero un colpo di fortuna: nei tardi anni Ottanta gli archeologi trovarono, a poca distanza, le fondamenta di quello che era stato il teatro rivale: il Rose di Philip Henslowe… Henslowe aveva detestato con qualche energia i Burbage, forza motrice del Globe, e teatri e rispettive compagnie si erano fatti guerra per anni: decidete voi se sia una beffa o una poetica riconciliazione il modo in cui il ritrovamento del Rose servì a consolidare e definire il progetto del Globe risorto, i cui lavori di costruzione cominciarono nel 1991.

E alla fine la perseveranza, l’entusiasmo e l’intelligenza di Sam Wanamaker vinsero la partita – anche se lui non visse abbastanza a lungo per vederlo: quattro anni dopo la sua morte, lo Shakespeare’s Globe Theatre ha aperto i battenti nel 1997, ed è una meraviglia – a vedersi e per le meravigliose stagioni teatrali e musicali che vi si tengono. Per l’opera educativa che vi si svolge. Per la sensazione di viaggio nel tempo che offre…GlobeWan

Dall’anno scorso è affiancato da un altro, piccolo teatro al chiuso: la ricostruzione – ipotetica ma molto ragionevole – di un teatro giacobita indoor. Ed è solo giusto – non trovate? – che quest’altra meraviglia, dove si recita rigorosamente a lume di candela, porti il nome del sognatore che ha dato inizio a tutta l’avventura: the Sam Wanamaker Playhouse.

 

Storidentikit

AileanBreacStewartVi ricordate di Alan Breck Stewart?

Non è del tutto impossibile, considerando la frequenza con cui vi tormento in proposito. A parte tutto il resto, questo protagonista di fatto* de Il Ragazzo Rapito di Stevenson è stato a suo tempo il capofila degli Sbregaverze

Ad ogni modo, questa volta non è del tutto colpa mia: potete biasimare Caroline Wilkinson, dell’Università di Dundee, cui è parso bello fare una ricostruzione della faccia dell’Alan storico – Ailean Breac (o Breic) Stewart – e il risultato lo vedete qui accanto.

Come è successo? Be’, la professoressa Wilkinson ha trattato Ailean come ogni altro sospetto omicida di cui non si conosca la faccia: ha tracciato un identikit sulla base delle testimonianze.

Perché le testimonianze scritte ci sono – sia legate all’omicidio del detestatissimo agente della Corona Colin Cambell nel 1752, sia unrelated – e parlano di un giovanotto dalla faccia lunga e stretta segnata dal vaiolo, dagli occhi azzurri e infossati, dai capelli ricci e scuri e dal naso lungo…

A dire il vero parlano anche di uno scervellato violento e inaffidabile – ma a dirlo era James Stewart, il padre adottivo che fu impiccato per l’omicidio in questione, di sicuro ingiustamente e forse al posto di Alan, che si era reso uccel di bosco. Una punta di astio e/o di panico da parte del povero James sarebbe più che comprensibile, ma sospetto che il fascino di Alan sia tutta farina del sacco Stevenson, e l’originale fosse ben poco raccomandabile.

E in effetti, qui sopra, l’aria raccomandabilissima non ce l’ha, giusto?

Grazioso e simpatico esercizio – ma con un limite sesquipedale: le testimonianze essendo per l’appunto scritte e vecchie di duecentosessant’anni e passa, non sono verificabili in nessun modo. Non è come se a Dundee potessero convocare James Stewart, o l’avvocato di Colin Campbell presente all’omicidio, o gente dell’entourage di Ailean e chiedere loro se la ricostruzione è somigliante… Sono certa che la professoressa Wilkins abbia considerato altri fattori, come fenotipi e strutture facciali dei discendenti Stewart e dei ritratti d’epoca, ma non posso fare a meno di chiedermi a che punto sia intervenuta l’immaginazione dei ricercatori – magari colorata da Stevenson…

Oh well. Non sarò io a lamentarmi. In fondo non si tratta di risolvere un omicidio – anche se a volte, a sentire due Scozzesi che ne discutono, si sarebbe indotti a credere che l’Appin Murder sia faccenda della settimana scorsa – ma l’idea di applicare questo genere di strumenti per ricostruire facce storiche ha più che un po’ di fascino, e mi piacerebbe molto vederla utilizzata su altra gente. La National Portrait Gallery non ha prezzo. Per tutto il resto…

 

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* Yes, yes, I know: il povero David e tutto quanto. Non cominciamo nemmeno.

A Rendere Tutto Facile

History“Ah, be’, tu appartieni a un’altra generazione. Per quelli della mia età non c’è stata Internet, a rendere tutto facile…” mi disse una volta un autore americano con cui avevo avuto da dissentire in fatto di… be’, diciamo in fatto di elisabettianerie.

Nel caso specifico, non ero straordinariamente incline a commuovermi, perché le elisabettianerie in questione sono di pubblico dominio e disponibili su carta da molti decenni, e non si può interessarsi all’argomento e ignorarle – men che meno scrivere un play in proposito vantando ricerca originale e poi trascurare documenti che sono riprodotti per intero in ogni biografia degna del nome.* A parte questo, però, capisco perché il signore over the Pond dicesse così: non c’è quasi limite a quel che il romanziere storico d’oggidì può trovare in rete – soprattutto, va detto, se scrive di storia inglese o americana,  ma non solo.

Checché ne dicesse il mio interlocutore transoceanico, ho l’età per avere costatato la differenza di persona. Una ventina d’anni fa, quando ho deciso che avrei scritto romanzi storici, Internet era già in circolazione – solo che io non ne avevo idea. Così un’estate sono partita per la Francia** e ho gironzolato per Bretagna, Poitou e Vandea per una dozzina di giorni – di campo di battaglia in magione di campagna, di cittadina in museetto, di castellotto in libreria – e me ne sono tornata a casa con un enorme zaino pieno di libri che in Italia non avrei mai trovato. Piacevole viaggio, non lo nego , ma il guaio è che non sempre all’inizio sappiamo tutto quel che ci servirà come documentazione. Non so dire quante volte mi siano mancati particolari, informazioni e conferme – ma che potevo fare? Tornarmene in Francia ogni volta?

Adesso… well. Voglio un’enorme e navigabile mappa della Londra elisabettiana? Un elenco delle stazioni di posta e dei giorni di partenza dei trasportatori via terra e via fiume? le date di una serie di transazioni commerciali registrate a metà Cinquecento?  Tappe, mezzi e tempi di un precipitoso viaggio dalla campagna polacca a Marsiglia alla fine dell’Ottocento?*** Ebbene, posso mettermi a caccia dal mio studio e, la maggior parte delle volte, trovare quel che cerco. E questo è ancora più meraviglioso quando si abita in un paesino sperduto tra le verdi campagne e i fiumi sinuosi… Internet

Il che non significa che sia facile. Il fatto che lo sia molto di più che viaggiare in treno una notte e mezza giornata e scapicollarsi su e giù per l’Ovest della Francia, non significa che basti digitare qualche paroletta nella casella di ricerca e fermarsi al primo risultato. Magari sembra ovvio, tanto che non perderei tempo a farlo notare se non fosse per una serie di esperienze men che felici con alcuni presunti nativi digitali. È dura convincerli che le gioie di Internet applicate agli studi non si riducono al copia&incolla da Wikipedia e all’inqualificabile Yahoo Answers. Forse sono capitata male, ma perché deve essere così impervio convincerli a confrontare sempre più di una fonte? A leggere le dannate didascalie prima di scegliere la prima immagine che capita? A valutare l’attendibilità di quel che trovano? A cercare i documenti originali, oltre alle fonti secondarie? A sfruttare almeno un po’ le infinite possibilità invece di sedersi su quella in cima alla pagina – spesso senza nemmeno leggerla?

Perché in realtà è proprio questo il punto, o Implumi Digitali e Drammaturgo Transoceanico: Internet non ha reso tutto più facile. Niente affatto. Più comodo, questo sì – ma solo nel senso che ha reso infinitamente più comodo accedere a una quantità infinitamente maggiore di informazioni. Informazioni da ricercare, confrontare, analizzare, scartare se è il caso…

Tutt’altro che facile – non vi pare?

 

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* No, non sono di quelle persone che si divertono a contattare gli autori per far notare uno svarione a pagina 15… Vi assicuro che aveva cominciato lui.

** Allora andava così…

*** Chiaramente questo non ha nulla a che fare con il progetto in corso – ma è capitato.