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Ri-Serendipità

Little Moreton windowSerendipità storica, ricordate? Ne avevamo parlato qui, e qui, e altrove – perché non c’è niente da fare: ogni tanto capita.

E cominciamo con la definizione che io credevo di ricordare farina del sacco di Diana Gabaldon*, ma sono andata a ripescare la pagina in questione** e ho scoperto che DG l’attribuisce a un romanziere/a storico/a di sua conoscenza:

[La condizione per cui] quando si arriva al punto in cui diventa necessario… (gasp!) inventare qualcosa, le scelte narrative non solo sono storicamente plausibili, ma molto spesso si rivelano a posteriori per nient’altro che l’onesta verità.

Ecco, non so se a me capiti davvero molto spesso, ma indubbiamente capita. E vi ho anche già raccontato ripetutamente di che genere di enorme soddisfazione sia, per cui non lo farò di nuovo – o forse solo un pochino, per mettervi a parte del vago senso di vertigine. Più che vago, a dire il vero, perché viene con l’impressione di avere aperto una finestra su un altro secolo, e di avere visto qualcosa – qualcosa.

Ma non importa – o meglio, importa solamente perché è successo di nuovo.

In piccolo, se volete: in una scena del primo capitolo avevo mandato il celebre buffone Dick Tarlton ad assistere alle prove della Actorscompagnia del mio protagonista – e sghignazzarne – in un’altra locanda. Considerando quanto fosse competitivo e piccolo al tempo stesso l’ambiente teatrale elisabettiano, non era un enorme sforzo di immaginazione – ma nondimento è stato soddisfacente ritrovare in un documento dell’epoca la descrizione di una scena molto simile, una visita teatral-concorrenziale di Tarlton ad altri teatranti, proprio nella locanda in cui l’ho piazzata…

Finestra aperta. Qualcosa – qualcosa.

In realtà, lo ripeto, non era un salto logico particolarmente improbabile, e altrettanto in realtà, le cose sono cambiate da quando ho scritto la scena, ed è possibile che debba spostare la “mia” compagnia – e di conseguenza la scena – altrove. Ma non cambia molto le cose: Dick Tarlton faceva queste cose, e non c’è proprio nessun bisogno di considerarla un’occasione isolata e irripetibile.

E dunque credo di poterlo considerare un ulteriore piccolo attacco di serendipità storica. Se vuol succedere ancora, non ho obiezioni di sorta.

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* Sì, Diana Gabaldon. Ho letto La Straniera secoli orsono, quando è uscito in Italia per la prima volta. Molti e molti anni prima che se ne traesse una miniserie.

** La deliziosa introduzione al brillante A Plague of Angels, un volume dei Carey Mysteries di P.F. Chisholm – su cui non mi dilungo entusiasticamente, perché l’ho già fatto un sacco di volte.

 

 

Feb 13, 2015 - Storia&storie, teatro    No Comments

La Tragedia Scozzese

MacbethScottishPlayAvete presente la Tragedia Scozzese?

Quella cosa shakespeariana che si rappresenta – facendo i debiti scongiuri – ma non si nomina mai? Mai sul palco – all’infuori di quel che richiede il copione durante prove o spettacolo. Mai, mai, mai dietro le quinte. Ma in platea o in tutto il teatro – almeno non quando attori, regista e tecnici possono sentire.

E tutto perché, a seconda della versione, Shakespeare avrebbe inserito nel testo dei veri incantesimi stregoneschi*, oppure il trovarobe, in mancanza di un calderone adatto, ne avrebbe sottratto uno a delle streghe vere. In either case, per niente divertite, le streghe avrebbero maledetto la tragedia… quando si dice una pessima recensione!  E doveva essere anche una maledizione a effetto rapido, perché narrasi che Hal Berridge, primo interprete di Lady M. nel 1606**, sia morto durante la prima rappresentazione.

Dopodiché bisogna dire che la storia del teatro shakespeariano sia piena di pronunciatori sconsiderati e di increduli puniti, perché alla tragedia scozzese è associato  tutto un catalogo di disastri, a partire dalla rappresentazione datata 1672, ad Amsterdam, in cui il protagonista avrebbe accoltellato il Buon Re Duncan per davvero. O della spaventosa tempesta che infuriò per tutta la durata di una rappresentazione nel 1703. E che dire dei venti morti nei disordini che scoppiarono a New York tra i fan dell’inglesissimo Macready e dell’indigeno Forrest – che recitavano lo stesso ruolo in due teatri diversi? A Laurence Olivier andò abbastanza bene, e il peso di piombo che precipitò dall’impianto luci dell’Old Vic lo mancò di un soffio – ma il Re Duncan e due streghe su tre di una produzione bellica diretta da John Gielgud morirono durante il Blitz. Dopodiché la maledizione si considerò sazia di vite umane, si vede, perché a Charlton Heston non capitò nulla di peggio di una calzamaglia andata a fuoco – con lui dentro – e Sean Connery se la cavò con un’influenza micidiale…

macbeth1Pittoresco. Un filo macabro, se vogliamo, ma pittoresco.

È quasi un peccato che non sia vero nulla…

Nessun ragazzino di nome Hal Berridge risulta nella compagnia di Shakespeare – né in nessun’altra compagnia contemporanea, e la storia non risulta in nessuna fonte dell’epoca. A volte è attribuita a John Aubrey – e in questo caso sappiamo quanto la si possa prendere sul serio. Oserei dire che, se fosse successa una cosa del genere, se ne troverebbe traccia nell’opera di qualche polemista puritano teatrofobo… Per quanto riguarda l’assassinio in scena del 1672, in realtà non c’è nessun M. documentato ad Amsterdam per quell’anno. Ce ne fu una a Londra, una specie di… er, versione musicale con tanto di streghe volanti, in perfetto gusto Restoration. Quindi, magari, rimaneggiamento per rimaneggiamento, è anche possibile che il regicidio avvenisse in scena. E tuttavia, fra gli altri spettatori, c’era anche il pettegolissimo diarista Samuel Pepys: vogliamo pensare che, se un attore avesse usato un pugnale vero per far fuori un rivale in amore nel più pubblico dei modi, Pepys non ce l’avrebbe raccontato? La tempesta del 1703… be’, che dire? La Tragedia Scozzese va in scena da quattro secoli abbondanti: semmai, c’è da stupirsi che abbia incrociato una tempesta sola. I sanguinosi disordini a New York ci furono veramente, ma qualcosa di analogo era successo, per esempio, a Londra a metà Settecento, quando Garrick e Barry si sfidarono a colpi di Re Lear – e a nessuno salta in mente di dire per questo che il Re Lear porti sfortuna. E in quante produzioni cade qualcosa dall’altro, con o senza conseguenze letali? E quanta gente è morta nel Blitz? O prende l’influenza durante uno spettacolo? E la calzamaglia di Heston non prese fuoco per davvero: è solo che per qualche motivo finì impregnata di kerosene, e il kerosene… yes, well.

Macbeth_1884_Wikipedia_cropE quindi signori della giuria, credo che la Tragedia Scozzese si possa senz’altro assolvere da ogni accusa di iettatura – e anzi, che si possa ascrivere la nomea in questione a una combinazione di amore del pittoresco, malignità e al carattere naturale della gente di teatro, cui non pare sano raccontare una storia senza abbellirla almeno un pochino.

Il che non impedisce che in molti teatri, soprattutto nel mondo anglosassone, sia proibitissimo pronunciare il nome che comincia per M., o citare le battute della tragedia in questione al di fuori delle prove e dello spettacolo. I trasgressori vengono spediti fuori dal teatro a pronunciare scongiuri shakespeariani, girare su se stessi, correre attorno all’isolato o a compiere altri esorcismi – credo che ogni teatro abbia il proprio – per poi bussare per essere riammessi.

E sì, è irragionevole e più che un tantino buffo – ma siamo franchi: il teatro non è come il mondo di fuori. Il teatro funziona secondo regole tutte sue, e ci son più cose in scena e dietro le quinte, Horatio , di quante ne sogni la vostra filosofia. Per cui, a parte tutto il resto, perché sfidare sorte, tradizioni e storie?

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* Suona familiare?

** Forse. In realtà, la datazione di gran parte del teatro elisabettiano è a mezza strada fra il sudoku e uno sport violento…

 

L’Organo Del Sultano

DallamVi ho detto del libro che ho ricevuto per Natale, giusto? Il diario di Thomas Dallam, l’organaro che Elisabetta I spedì al Sultano Mehmet III con un singolarissimo regalo?

In realtà il regalo era stato pagato da alcune corporazioni londinesi, che speravano in concessioni commerciali di varia natura. Elisabetta era abilissima nel far pagare qualcun altro… Ma never mind. Il regalo era questo elaboratissimo organo automatico, un arnese delicato e ingombrante, che non poteva viaggiare se non smontato – e ci voleva qualcuno che lo sapesse rimontare una volta a destinazione. E chi meglio degli ideatori e costruttori?

Così fu che il ventiquattrenne Dallam partì per il viaggio della sua vita, e incontrò il sultano così da vicino come era capitato a pochissimi occidentali. Durante il viaggio e il soggiorno a Costantinopoli, Dallam tenne un diario che è una delizia a leggersi. Il giovanotto era intelligente, curioso, avventuroso, con un’ottima opinione di sé e un gusto evidente per il buon vino e le belle donne. Tutto lo interessava e ben poco lo scomponeva. Sapeva il suo mestiere ed era anche (come molti elisabettiani, del resto) un buon musicista. Si guadagnò l’interesse del sultano – fin troppo. Mehmet si mostrò molto riluttante a lasciar ripartire l’uomo dell’organo, e a un certo punto parve disposto a trattenerlo con la forza… e allora Dallam perse la testa, e fece una scenata all’ambasciatore inglese, accusandolo di volerlo vendere ai miscredenti…

Poi tutto si sistemò, e Dallam se ne tornò felicemente in Inghilterra, senz’altro rimpianto che quello di non avere potuto visitare Venezia – e fece carriera, costruendo organi per re Giacomo, per il King’s College di Cambridge, e per un sacco di altri committenti importanti.

La cosa triste è che nessuno dei suoi organi soppravvisse. In Inghilterra finirono tutti sotto le asce dei Puritani. A DallamOrganCostantinopoli, il successore di Mehmet si rivelò molto più pio, molto meno amante della musica, molto meno portato per i giocattoli occidentali: siccome l’organo suonava da solo ed era decorato da diverse figure umane capaci di movimento, doveva chiaramente essere opera del demonio. Il nuovo sultano, dicono le cronache, distrusse tutto quanto di persona. Con un’ascia da guerra.

È un peccato – ed è un’ironia. Di certo, se mai pensava ai posteri, Thomas Dallam pensava di lasciare loro i suoi strumenti, perché costruire organi era il suo mestiere, la sua arte, e sappiamo che ne andava estremamente orgoglioso. E invece il suo lavoro è andato perduto a causa dell’intolleranza e della chiusura mentale. In compenso, il nome di Dallam sopravvive grazie a quel che ci ha lasciato scritto, alla vivacità e all’immediatezza delle sue osservazioni, alla sua curiosità, al suo gusto per quel che c’era da vedere e da capire in questi posti così diversi dall’Inghilterra. Alla sua poetica maniera, è una parabola confortante  –  non trovate? Poco importano le asce: alla fin fine, attraverso i secoli e per vie inaspettate, intelligenza, curiosità e apertura hanno la  meglio sulla stupidità e sull’ottusità.

Curato, annotato e reso in Inglese moderno da John Mole, The Sultan’s Organ si trova su Amazon.

 

Gen 4, 2015 - cinema, Storia&storie    2 Comments

Visto Da Ankara

FetihEbbene, guardate un po’: salta fuori che c’è un film sulla caduta di Costantinopoli. Un film turco. Pare che sia piaciuto moltissimo a Erdohan – e non ce ne stupiamo poi troppo. Fetih 1453 è un film in cui i prodi e pii Ottomani attaccano una Kostantiniya potentissima e decadente, più che altro in vendetta per la crudeltà gratuita dei Cristiani in generale – guidati da un Costantino XI debosciato e perso tra sete di sangue e deliri di onnipotenza… Mentre Mehmet è un conquistatore visionario (ciò che era) e, una volta di più, estremamente pio (sul che si può… discutere).

Più una storia d’amore standard – o forse due.

Se vi par di ricordare una faccenda di colossali eserciti che stringono come una noce un pugno di rovine grandiose e semideserte, difeso a oltranza da una manciata di gente testarda… Be’, si direbbe che,vista da Ankara, la faccenda abbia colori un nonnulla diversi.

Che bisogna dire? L’iridescenza della storia and all that – ma quantomenoquantomenoquantomeno, di sicuro nel 1453 Costantinopoli non era come la dipinge il film. Dal che si può partire per tutte le considerazioni che volete in fatto di rigore storico. Per il resto, sono certa che la storia è epicissima anche così – solo che è… un’altra storia.

Buona domenica.

Bulgaritudini – Ovverosia, Il Ritorno Dell’Ammiraglio Fantasma

Z1683TurkVi ricordate di Sulejman Balta Oghlu, l’ammiraglio ottomano che sembrava non esserci, ma forse invece dopo tutto c’è?

Quindicesimo secolo, assedio di Costantinopoli, comandante della flotta ottomana, finito nei guai più per cattiva sorte che per colpa sua – e nessuno aveva l’aria di saperne un bottone, con l’eccezione di qualche fonte per lo più occidentale.

Ebbene, le mie ricerche in proposito avevano condotto a… pochino. Dopo avere dato il tormento a docenti universitari, giornalisti, storici militari, storici e basta, mezzo corpo diplomatico e consolare turco e autorità museali, ero riuscita ad avere – da qualcuno del Museo della Marina di Istanbul, anonima e gentilissima creatura che ancora ricordo con gratitudine e affetto – un riferimento…

La faccenda sembrava promettente – ma poi si rivelò essere un articolo scritto in Bulgaro.

Da un autore bulgaro.

Su una rivista storica bulgara.

Il che ha senso, considerando che Sulejman Bey sembra essere stato di origine bulgara – ma è di scarso aiuto per me, che non solo non so il Bulgaro, ma non conosco nessuno che lo conosca.

O almeno, non conoscevo nessuno, perché adesso forse – forse – ci siamo.

Salta fuori che M., Dio la benedica, ha un’amica bulgara. Una signora in grado di assistermi non solo nella lettura dell’articolo in questione, ma anche nel recupero dell’articolo stesso.

E quindi adesso bisognerà vedere, ma la caccia riprende. E so che, dopo la faccenda del Museo Navale, avevo scritto di potermi considerare soddisfatta, di avere un’idea abbastanza chiara di quel che c’era o non c’era da sapere, di poter fare con quello che avevo scoperto… Tutto molto ragionevole – ma nondimeno, quando M. mi ha fatto balenare davanti la possibilità, non è stato niente di meno di un regalo di Natale. E sì, probabilmente per il romanzo* potrei benissimo fare con quel che so, ma che devo dire? È più forte di me.

L’indovinello, la caccia al tesoro, il piccolo mistero… Se c’è anche soltanto l’ombra di un modo, devo, devo e devo saperlo.

Staremo a vedere. Forse è la volta buona. Forse è solo un altro episodio dell’avventura… Vi farò sapere.

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* No, non quello che, se piace agli dei della narrativa, conto di inziare con l’anno nuovo. Un altro. I know, I know…

 

Dic 3, 2014 - cinema, Storia&storie    3 Comments

Specchi Son Di Fedeltà…

Film e accuratezza storica? E basta, non se ne può più! Un film non è un documentario. Un film racconta storie, non la Storia. Un film ha esigenze narrative, si prende licenze – ed è giusto che sia così…

TWDE sì, scommetto che questa conversazione l’avete avuta, qualche volta… E non voglio sapere da che parte della barricata eravate. Magari siete stati, occasionalmente, da un lato e dall’altro. Io sono stata da un lato e dall’altro – perché sì, perché le esigenze narrative, le storie, le licenze e compagnia cantante.

E per quanto anacronismi*, svarioni e deviazioni prive di necessità narrativa mi diano l’orticaria, non mi rimetterei a discuterne ogni tanto, se non fosse che, regolarmente, l’uno o l’altro attore o regista sente l’impellenza di pontificare sull’accuratezza storica del suo lavoro.

L’ultimo in ordine di tempo è Russel Crowe, nella duplice veste di protagonista e regista di The Water Diviner. Ora, Gladiatore a parte, a me Russel Crowe piace davvero, e Master & Commander e A Beautiful Mind sono tra i miei film preferiti – però avrei preferito davvero che non si atteggiasse a storico revisionista, pontificando su come fosse ora di smontare la “mitologia celebrativa” che circonda la battaglia di Gallipoli, e per fortuna che finalmente è arrivato lui a farlo…

Io TWD non l’ho visto, ma a giudicare dal vespaio di reazioni dal sardonico all’indignato (associazioni di veterani australiani e neozelandesi, stampa britannica, storici di ogni dove, e persino la Historical Novel Society…), forse Crowe avrebbe potuto esercitare qualche cautela in più. Apparentemente il film, nella sua ansia revisionista e pacifista, dipinge Gallipoli come un attacco ingiustificato ai danni dell’innocente e pacifico Impero Ottomano.

Er… no. Non proprio.

Ma d’altra parte, non c’è molto di nuovo sotto il sole. Vogliamo parlare, che so, dell’Edoardo I che, in Braveheart, defenestra Piers Gaveston di persona e nel più letterale dei modi? D’altra parte, nel campo avverso, gli Scozzesi indossano il kilt alla fine del XIII Secolo, per cui…  Tutto Braveheart è un ininterrotto carosello di errori e anacronismi – così come The Patriot, e tutta la filmografia storica di Gibson, che pure ogni tanto trova il coraggio di vantare questo o quello scampolo di accuratezza… TWDTIG

Ma mai come Benedict Cumberbatch. E questo mi secca di più perché, a differenza di Gibson, anche Cumberbatch mi piace molto. E di nuovo, vorrei che non avesse speso tanta energia nel decantare l’aderenza ai fatti di The Imitation Game, il film in cui interpreta il matematico Alan Turing. Perché poi in realtà TIG è tutto fuorché accurato… A un certo punto, per dirne una, Turing rinuncia a denunciare il traditore che minaccia di denunciarlo come omosessuale… Un traditore che, badate bene, in realtà Turing non incontrò mai. E quali che fossero le esigenze narrative qui, non sarebbe stato meglio evitare di presentare il film come un accurato tentativo di riabilitare la memoria del povero Turing?

Oppure Le Crociate, in cui Ridley Scott e compagnia stravolsero tutto lo stravolgibile per amore del Messaggio – e il messaggio era, indovinate un po’, pacifista e revisionista. Revisionista nella consueta maniera holliwoodiana che consiste nel rimodellare il passato sulle aspettative e sensibilità del XXI Secolo… Salvo invocare poi contemporaneamente la licenza narrativa e l’aderenza alle fonti.**

E vogliamo dire che tal dei tempi è il costume? Che Hollywood è popolata di Bambinaie Francesi ossessionate dal politically correct? Che, e torniamo là da dove eravamo partiti, la sceneggiatura di un film ha esigenze e licenze…? Tutto vero, ma allora perché diamine non ammetterlo? Perché affannarsi invece a issare la bandiera della fedeltà storica?*** Perché sbilanciarsi in dichiarazioni intellettualmente disoneste e didatticamente dannose?

È vero, sono affermazioni che lo storico medio può smontare prima di subito e coprire di ridicolo – ma siamo sinceri: chi ha più peso agli occhi dello spettatore comune? Russel Crowe, Mel Gibson, Benedict Cumberbatch, Ridley Scott o uno storico – non importa quanto blasonato? Chi si curerà davvero delle critiche e delle smentite? Quale saggio**** avrà mai la diffusione, l’impatto e l’appeal che ha un film?

Ed ecco che l’Impero Ottomano vittima innocente, Gaveston defenestrato, Turing favoreggiatore e il pacifico Saladino entrano nella percezione collettiva. Ecco che si vaccina lo spettatore medio contro qualsiasi senso di prospettiva storica. Ecco che si creano delle mitologie – ironicamente proprio quello contro cui si scaglia Crowe…

E tutto perché questi signori, anziché spiegare che loro raccontano storie, si affannano con tanto zelo a voler (ri)scrivere la Storia.

 

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* In cima a tutti gli anacronismi psicologici. Non fatemi nemmeno cominciare in fatto di anacronismi psicologici, perché sennò non ne usciamo più. Uh. L’ho detto. Adesso mi sento meglio.

** Lo sceneggiatore William Monahan. Nel corso della stessa intervista. Nel giro di un paio di minuti. Evviva.

*** A me verrebbe anche da chiedermi: perché non raccontare piuttosto una storia fittizia, popolata di gente fittizia e costruita attorno al dannatissimo Messaggio? Ma me lo chiedo qui sotto, in nota e a bassa voce, sennò mi si dice che sono irragionevole nel mio rigore…

**** O, se è per questo e con rare eccezioni, quale romanzo storico? Il che, a mio timido avviso, rende il film inaccurato sesquipedalmente più dannoso del romanzo storico inaccurato.

(Quasi) Tutto Torna

John_Warbuton,_antiquarian,_circa_1750Se il post di mercoledì era un girino, quello di oggi è un uroburo, ed è tutto molto circolare – ma vediamo di cominciare da qualche parte.

Vi ricordate di John Warburton e della sua cuoca Betsy Baker? Stando a Warburton, Mrs. Baker bruciò nella stufa una collezione di manoscritti elisabettiani praticamente senza prezzo… Lei non lo sapeva né poteva saperlo, povera donna – ma, supponendo che la storia sia vera, ha fatto piangere generazioni di studiosi di cose elisabettiane…

Sempre che sia vera, sì – perché c’è che dubita dell’affidabilità di Warburton. Forse aveva lavorato d’immaginazione, prodotto una lista che era in parte wishful thinking e in parte spigolature dal Registro degli Stampatori – e poi qualcuno aveva cominciato a chiedere di vederla, questa collezione  di meraviglie senza prezzo. E allora, forse, in un momento à la Ireland*, il pover’uomo si era trovato nella necessità di una storia – una storia qualsiasi che della collezione giustificasse l’invisibilità…. Hence Mrs. Baker, la sua stufa e i pasticci di carne.

Non è del tutto implausibile – ma in fondo non lo è nemmeno il contrario. Va’ a sapere…

Ma supponendo che Warburton dicesse la verità, e che trecento anni orsono Betsy Baker abbia davvero acceso la stufa e foderato gli stampi con i fogli della collezione del suo padrone, tra le opere perdute c’è anche The Maiden’s Holiday, una commedia che, stando al solito Registro degli Stampatori, andrebbe attribuita a Christopher Marlowe e John Day.

E a dire il vero, non so voi, ma la mia reazione alla scoperta è stata piuttosto scettica. Kit Marlowe che scrive una commedia? In collaborazione con un uomo che risulta attivo a partire da sei anni dopo la sua (di Marlowe) morte? E anche supponendo che si trattasse di un rimaneggiamento più tardo anziché di una collaborazione, siamo sinceri: ce lo vedete Marlowe a scrivere una commedia chiamata “La Vacanza della Fanciulla”?

Ecco, sì. Appunto.

In realtà La registrazione del titolo è della metà del Seicento – e quindi abbastanza tarda da poter essere imprecisa, e l’attribuzione nella lista di Warburton – indipendentemente dall’autenticità della lista – difficilmente può basarsi su qualcosa che non sia il Registro stesso, per cui… John_Payne_Collier

Ma se noi siamo scettici, altre epoche lo erano di meno: a metà Ottocento, un curatore marloviano di nome Alexander Dyce si convinse di averne persino trovato un pezzo, della commedia in questione. Un dialoghetto in versi emerso, con un’annotazione in calce che diceva “Kitt Marlowe”, dalle carte dell’attore elisabettiano Edward Alleyn, che di Marlowe aveva interpretato i personaggi ed era probabilmente amico.

Evviva? Warburton vendicato? Hm, non saprei. Per prima cosa, il foglio in questione era stato scoperto da John Payne Collier, che era un notevole studioso ma, alas, anche un falsario di tre cotte. Non si riesce a guardare nessuna carta associata a JPC senza provare un brivido di dubbio. Il che forse, nel caso in questione, è anche wishful thinking, perché ad essere sinceri, il dialoghetto non è un granché. E sì, posso spingermi all’estremo di ammettere la possibilità che scrivere commedie non fosse il mestiere di Marlowe, ma resta il fatto che l’attribuzione di Dyce si basa su una fonte dubbia e un puro e semplice atto di fede.

E tuttavia… vi ricordate del play di Courtney, poi trasformato in opera? Benché all’epoca John Payne Collier fosse già stato abbondantemente sbugiardato, Courtney non esitò a includere nel suo testo un pezzo del dialoghetto – facendolo canterellare a Marlowe stesso mentre corteggia la protagonista femminile, battezzata proprio in base al pezzo in questione. Il compositore Bedford, nello scrivere il libretto, non vide ragione di eliminare l’aria che si ritrovava già verseggiata e pronta.

E vi dirò – va benissimo così, perché la disamina delle fonti non si fa su un palcoscenico – ma considerando che play e opera modellano la morte di Marlowe su una combinazione di errori di trascrizione e leggenda nera puritana, ecco che questa storia torna là dove era iniziata – con qualcosa di perduto, qualcosa di capito male, qualcosa di dubbio e qualcosa di (probabilmente) menzognero.

Clac! – e questo rumore era il serpente che chiude i denti attorno alla propria coda.

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* Se volete sapere chi era W.H. Ireland, scaricate l’e-libricino che trovate qui. A parte tutto il resto, è una gran bella storia.

Muse Di Fuoco

MuseDal celeberrimo Henry V di Laurence Olivier, datato 1944, il celeberrimo prologo recitato da Leslie Banks.

O for a Muse of fire, that would ascend
The brightest heaven of invention,
A kingdom for a stage, princes to act
And monarchs to behold the swelling scene!…

Bello, vero? Eccolo nella traduzione di Goffredo Raponi:

Oh, aver qui una Musa tutto fuoco
per poterci levar sempre più in alto
nell’immaginazione,
verso più intense e luminose sfere!
E un regno per scenario,
principi per attori,
una platea di re per spettatori
di questa grande rappresentazione!
Vedremmo allora agir, come dal vero,
su questa scena, il bellicoso Enrico,
nel portamento simile ad un Marte,
recandosi al guinzaglio come cani
impazienti di agire al suo comando,
la fame, il ferro, il fuoco…
Perdonate, cortesi spettatori,
le nostre disadorne e anguste menti
se abbiamo osato presentarvi qui,
su questo nostro indegno palcoscenico,
sì grandioso argomento.
Come potrebbe mai questa platea
contenere nel suo ristretto spazio,
le sterminate campagne di Francia?
Come stipare in questa “O” di legno
pur solo gli elmi che tanto terrore
sparsero per il cielo di Azincourt?
E perciò, vi ripeto, perdonateci;
ma se può un numero, in breve spazio,
con uno sgorbio attestare un milione,
che sia concesso a noi, semplici zeri
d’un sì grande totale, stimolare
col nostro recitar le vostre menti.
Immaginate dunque che racchiusi
nella cinta di queste nostre mura
si trovino due regni assai potenti,
e che le loro contrapposte fronti
alte erigentesi su opposte sponde
separi un braccio di rischioso mare.
Sopperite alle nostre deficienze
con le risorse della vostra mente:
moltiplicate per mille ogni uomo,
e con l’aiuto della fantasia
createvi un poderoso esercito.
Quando udrete parlare di cavalli
pensate di veder cavalli veri
stampar l’orme dei lor superbi zoccoli
sopra il molle terreno che le accoglie.
Sarà così la vostra fantasia
a vestire di sfarzo i nostri re,
a menarli dall’uno all’altro luogo,
saltellando sul tempo,
e riducendo a un volger di clessidra
gli eventi occorsi lungo diversi anni;
e a questo fine vogliate permettere
a me, Coro, d’entrare in questa storia,
e di pregarvi qui, in veste di Prologo,
di ascoltar con benevola pazienza
il dramma che vi andiamo a presentare,
e con molta indulgenza giudicarlo.

E avete badato all’incantevole ricostruzione della Londra tardoelisabettiana e del Globe? Ah, non so. Adoro quest’aria di teatrale irrealtà, questa luce dorata, quest’atmosfera… A parte tutto il resto, la Londra elisabettiana è piacevole immaginarsela così.

E buona domenica.

Varie Ed Eventuali

Che poi, “eventuali” mica tanto – ma varie sì.

Cominciamo con un appuntamento di Borgocultura. Sabato 11 si va alla scoperta dell’identità (quasi) perduta di Fiera Catena, storico e pittoresco quartiere mantovano. Perché una volta c’era il quartiere, questa sottocittà dalla personalità ben definita, dalla storia tutta sua, dal pronunciato senso di appartenenza. Poi in molte città questa suddivisione più affettiva che altro si è sciolta, e i quartieri hanno perso la loro rilevanza. Però nulla impedisce di andarne a riscoprire l’atmosfera e la storia, giusto? Soprattutto quando si ha per guida un indigeno del quartiere stesso – Silvio Scardovelli, storica guida mantovana e appassionato nativo di Fiera Catena. Se l’idea vi stuzzica, i particolari li trovate qui.

Lunedì 13, invece, si apre il sipario sui Lunedì del D’Arco – e comincio io, con Anna Bianchi, Diego Fusari e Adolfo Vaini. In Shakespeare & Co. racconteremo la tensione di ispirazioni, influenze ed echi incrociati fra Shakespeare e Marlowe. Lo faremo evocando le storie e i personaggi dell’uno e dell’altro – dai primi passi sulla scena londinese fino ai giorni nostri, perché questa è una vicenda di secoli… e a ben pensarci, se Will e Kit non si potevano soffrire (come io sospetto fosse il caso) dev’essere una lunga, lunga beffa ritrovarsi così inestricabilmente connessi per tutta la vita e poi anche in morte, ed esserlo ancora quattro secoli e rotti più tardi. A suo modo, questa sarà una storia di fantasmi. E una storia di teatro, naturalmente. E una storia di temperamenti così diversi da essere, alla fin fine, le due facce di una stessa medaglia. E poi una storia di ossessioni, di bizzarrie, di omicidi, di prudenza e d’imprudenza… Sì, decisamente una storia di fantasmi – un po’ come in Entered from the Sun:  Abbiate pazienza con noi, spiriti. Parlateci. Parlate attraverso di noi

LocSh&Co.

Martedì 14, infine, torna Ad Alta Voce – non, non, non un gruppo di lettura. La formula è la stessa: c’è un tema, ci si riunisce, si legge – ad alta voce, of course. Chi lo desidera, si porta qualcosa – un assaggio di un romanzo, una poesia, un articolo, il testo di una canzone… se ha a che fare con il tema e si può leggere, è perfetto. Non avete idea delle diverse interpretazioni, dei deversi tagli, delle diverse sfaccettature, dei diversi colori che può assumere un tema qualsiasi, visto attraverso questo prisma di carta e di voci. Martedì cominciamo con “Lettere & Diari” (una maniera affascinante di raccontar storie). A novembre proseguiremo con La Forza della Natura. E vogliamo scommettere che l’appuntamento decembrino con “Profumi, Musica, Colori” riuscirà a prendere qualche sfumatura natalizia? E poi a gennaio leggeremo “Di Arti e di Mestieri”…
E poi abbiamo altri piani – ma ne riparleremo nel Quindici, volete?
Oh, ed essendo questo l’anno che è, AAV rende un piccolo tributo a Shakespeare&Marlowe: fino a dicembre, ogni incontro avrà un Angolo Elisabettiano: qualcosa di legato al tema, preso da uno dei festeggiati.

AAV14Ecco qui. Vi aspetto?