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E Stavolta, Pirandello

LocSmallMaggio torna e il PdC rimena…

Yes, well – I know, ma non mi sono trattenuta. E comunque è del tutto vero: torna il Palcoscenico di Carta, e questa volta festeggiamo il centocinquantesimo anniversario della nascita di Luigi Pirandello.

Dal 2 al 16 maggio, alla libreria IBS+Libraccio di Via Verdi a Mantova, leggeremo I Giganti della Montagna, dramma incompiuto a cavallo tra fiaba e teatro nel teatro…

Per il PdC è un altro esperimento: per la prima volta ci avventuriamo  fuori dal repertorio elisabettiano – come d’altra parte ci eravamo sempre ripromessi di fare. Una volta di più, ci saranno gli attori dell’Accademia Campogalliani e quelli di Hic Sunt Histriones, e un’abbondanza di parti, grandi e piccole, per chiunque voglia lanciarsi e leggere con noi.15193449_1104584129658135_891963327258587953_n

Perché questa è l’idea del PdC: leggere teatro ad alta voce, in gruppo, sperimentando in modo diverso testi che non si vedono tutti i giorni…

Volete provare? E allora iscrivetevi usando il form che trovate a questo link. Vi assegneremo una parte e vi manderemo il testo. Se invece volte ascoltare (e magari decidere di provare la prossima volta, perché le parti vengono riassegnate a ogni lettura), dovete solo raggiungerci in libreria – martedì 2, 9 e 16 maggio, appena prima delle 18.

Mar 29, 2017 - teatro    No Comments

Fantasmi e Spiriti

E ci siamo: venerdì 7 aprile debutta al Teatrino d’Arco il nuovo Fantasma di Canterville dell’Accademia Campogalliani*.

Il Fantasma Tormentato che si aggira per l’Antica Magione nella Campagna Inglese è un classico tra i classici, giusto? Ma che succede quando lo spettro, con le sue catene rugginose e macchie di sangue, si scontra con l’indomito (e più che un pochino stolido) positivismo americano?

Venite a scoprire che cosa ne pensa Oscar Wilde – adattato e tradotto per le scene dalla vostra affezionatissima:

CantGhost

Le date sono il 7, 8, 9, 21, 22 e 23 di aprile – un breve giro di repliche – ma Sir Simon, l’irrepressibile famiglia Otis e lo staff molto gotico di Canterville Chase torneranno quest’estate al Parco delle Bertone e poi di nuovo nella stagione 2017-2018.

Prenotazioni dal mercoledì al sabato, tra le 17 e le 18.30, al numero 0376 325363, oppure via mail all’indirizzo biglietteria@teatro-campogallian.it.

***

IMG-20170318-WA0001Oh – e per restare in tema di spiriti, questa sera c’è Inchiostro & Vino.

“I popoli del Mediterraneo cominciarono a uscire dalla barbarie con la coltivazione dell’ulivo e della vite,” diceva Tucidide – e diceva molto sul serio. Basta vedere quanto e come scrive di vino Omero. E basta pensare che Roma consumava 180 milioni di litri di vino l’anno – senza contare gli schiavi…

Ne parliamo questa sera all’Enoteca di Porto Catena.

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* Cui, tra l’altro, vanno i complimenti per il recentissimo Premio Maschera d’Oro a Vicenza…

Feb 20, 2017 - teatro    No Comments

“Assenze” al Teatrino d’Arco

LocSabato sera l’Accademia Campogalliani ha debuttato con il dramma Assenze, dell’americano Peter M. Floyd – prima italiana, nella traduzione di Antonia Brancati.

E cominciamo col dire che si tratta di una faccenda intensa e potente, la cronaca dello sgretolarsi progressivo della coscienza e delle percezioni sotto l’attacco della demenza senile (o forse del morbo di Alzheimer).

La coscienza (così come il punto di vista) è quella di Helen Bastion, donna forte in modi non sempre amabili, ostinatamente aggrappata ai suoi ricordi, anche i più lontani, e a un ferreo controllo di se stessa, della sua vita e del rassegnato marito David. O almeno così vuole e crede – perché fin dal principio la questione centrale è proprio questa: quanto di quello che Helen sa è, è ancora o è mai stato vero?

Il resto è un’acuta e dolorosa narrazione della mente di Helen che frana inesorabilmente, attraverso un susseguirsi tesissimo di monologhi e dialoghi – con il marito, con la figlia che ha passato la vita cercando di sottrarsi al controllo materno, con la nipote adolescente, con il medico… Anzi, con i medici – ma di questo non voglio dire troppo, perché uno degli aspetti più struggenti di Assenze è proprio ciò che succede nella mente di Helen, mentre il tempo, il linguaggio e le certezze scivolano via, ed è qualcosa, credo, che ogni spettatore dovrebbe scoprire da sé. Cattura

E di questo testo asciutto e intelligente la Campogalliani fa meraviglie. La regia di Mario Zolin (anche sensibile interprete di David Bastion) usa con finezza e grande efficacia linee oblique, colori e le musiche di Nicola Martinelli per restituire il distorcersi del mondo di Helen – una magnifica Francesca Campogalliani. Attorno si muovono, bravissimi, la Barb impaziente e vulnerabile di Eleonora Ghisi, la Samantha ribelle e smarrita della giovanissima Margherita Governi, l’umana dottoressa Dalane di Gabriella Pezzoli e il surreale dottor Bright di Stefano Bonisoli.

Il risultato è un’ora e mezza di splendido teatro, uno spettacolo intenso, lucido e toccante* che, raccontando il dramma di una famiglia come tante, solleva una delle questioni più profonde: che cosa ci rende noi stessi?

Una volta di più: well done, Campogalliani!

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* Oh, va bene – confessiamo pure: ho pianto come una fontana… E appartengo al genere che non piange in pubblico.

 

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Feb 15, 2017 - Storia&storie, teatro    2 Comments

Matilde di Canossa È Passata di Qui

P4210013.JPGUna certa sera di piena estate di qualche anno fa, con Hic Sunt Histriones, ci trovammo a rappresentare Matilde, Donna e Contessa, di Gabriella Motta, davanti alla magnifica pieve romanica di Pieve di Coriano – fondata proprio da Matilde nell’Undicesimo Secolo.

Era un caso di posto perfetto e, per di più, era una sera perfetta – con tanto vento quanto basta a muovere i (numerosi) mantelli senza interferire con i microfoni – e avevamo un bravissimo tecnico alle luci… Insomma, una di quelle rappresentazioni felici in cui tutto va bene, tutto è bello a vedersi, e gli applausi sono numerosi.

Per cui, a spettacolo finito e pubblico defluito, ce ne stavamo a gramolare ghiaccioli alla menta e guardare la bella facciata romanica mentre i tecnici smontavano le luci – stavamo lì con quel lieve spirito proprietario che viene dall’aver recitato in un posto*.

Dovete sapere che all’epoca HSH se ne andava in giro alternando questa Matilde al mio Somnium Hannibalis, ed è per questo che, a un certo punto, “Guarda,” mi disse G. la Regista, indicando con fare da sibilla. “Il tuo Annibale non si è lasciato dietro nulla del genere.” Han

Il che, come ammisi allora e non ho la minima difficoltà ad ammettere adesso, è del tutto vero. Annibale non si è lasciato dietro nulla di nessun genere, in fatto di mattoni e pietra. That is, con la possibile eccezione della città di Artashat, che forse disegnò per un re d’Armenia – e io spero che la storia sia vera, perché mi piace immaginarmi Annibale che, nel suo esilio, disegna città – ma se anche fosse, ormai dell’antica Artashat resta meno che un cumulo di rovine.

E questo – come allora dissi a G. – teatralmente e narrativamente fa di Annibale il più tragico e il più interessante tra i due.

Voglio dire, a ben pensarci ci sono un sacco di paralleli tra Annibale e Matilde: entrambi nati ai vertici della società, entrambi precocemente eccezionali, entrambi figli di padri notevolissimi persi presto e poi superati in capacità e fama, entrambi perno nello scontro tra due grandi potenze delle rispettive epoche, entrambi morti senza successione….

MatildeSolo che Matilde morì tranquilla, lasciando una ragionevole approssimazione di pace e ogni genere di eredità tangibile, dopo aver regnato per molti anni e compiuto molto di quello che si era prefissa di fare, mentre Annibale morì esule, sconfitto, braccato e tradito, avvelenandosi per non cadere nelle mani di Roma e senza lasciarsi dietro nulla.

Nulla, tranne un nome che persino i suoi acerrimi nemici ammiravano. Nulla, tranne nozioni tattiche che si studiano ancora oggi nelle accademie militari di tutto il mondo. Nulla, tranne – ed ecco un paradosso – la grandezza dei suoi nemici, perché è con la II Guerra Punica, che Roma si laureò grande potenza**.

E  quindi lasciatemi indulgere brevemente al mio personale genere di slancio sentimentale: Matilde era senza dubbio un’ammirevole, energica e capacissima signora, ma il mio cuore e la mia immaginazione restano con l’uomo che, sconfitto e senza monumenti da lasciarsi dietro, è riuscito a scagliare il suo nome attraverso quasi due millenni e mezzo come una scia luminosa, per pura, fiammeggiante, titanica grandezza.

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* E ancor di più dall’averne scritto, ma nel caso specifico questo lato della faccenda non spetta a me.

** E, come dice Polibio, “l’essenza di tutto ciò che di buono o di cattivo accadde tra Romani e Cartaginesi fu un uomo solo, Annibale – tanto grande fu la sua personalità, tanto fervida la sua immaginazione.”

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Feb 10, 2017 - teatro    No Comments

Aspirazioncelle

Questa cosa bella qui sotto viene da una produzione inglese della Tragedia Spagnola di Thomas Kyd:

SpanishTragedy

La posa, le maschere, la luce a piombo che ritaglia i personaggi nel buio, il colore della luce in questione, l’atmosfera densa… che devo dire? Mi piace da matti – e ho aspirazioni in proposito. Aspirazioni che, se piace allo Spirito del Bardo, potrebbero trovare casa ragionevolmente presto.

E visto che stiamo parlando di ispirazioni, c’è quest’altra faccenda qui: JigGlobe

Oppure così:

Jig

Ed entrambi sono Shakespeare al Globe – ma il punto si è che, prima o poi, avrò, avrò e avrò una giga alla fine di qualcosa. Sembro tanto Grisù il Draghetto quando scrivo queste cose, vero? Epperò stiamo a vedere. Ecco.

E buon finesettimana.

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Gen 27, 2017 - teatro    No Comments

Mai Innervosire la Saggia Atena

odisseaBC’era una volta una piccola e allegra compagnia, che aveva in repertorio una riduzioncella teatrale dell’Odissea, e ogni tanto la portava attorno.

Quella volta che c’era, parve bello alla piccola e allegra compagnia di portare l’Odissea in un Villaggio Lontano Lontano, in occasione di un mercato romano rievocato piuttosto in grande. Peccato che, proprio quel giorno lì, la Regista avesse altri e improrogabili impegni, e decidesse di affidare la direzione della faccenda al suo Aiuto – namely la Clarina che, nell’occasione, doveva anche coprire un’assenza, recitando la parte della Saggia Atena.

Immaginatevi dunque la Piccola&Allegra Compagnia (henceforward PAC), che sbarca nel Villaggio Lontano Lontano, nel bel mezzo del mercato romano – e, per prima cosa, scopre di dover recitare nel bel mezzo di una caotica piazza, senz’altro palcoscenico che un quadrato di moquette. E il quadrato di moquette, di un rosso che interferisce con la navigazione aerea, è stretto tra la strada e una rumorosissima fontana e cosparso di orribili (e leggerissime) colonne di polistirolo dipinto.

Un po’ meno allegra di prima, la PAC studia ingressi e uscite, e si rifugia in un salone municipale. L’intento della Clarina è quello di fare una prova – magari anche due – per a) fissare i nuovi ingressi e uscite; b) far sì che la persona alla consolle si faccia un’idea. Una prova, magari anche due… Lo  sentite questo rumore? È l’eco del Fato Beffardo che sghignazza. E infatti, non appena prova a schierare le sue truppe in fila per tre, la Clarina scopre che mancano tre persone all’appello, di cui una centralissima e una inespertissima – e spaventosamente bisognosa di prove… Una rapida indagine telefonica rivela due dispersi nel traffico e un disperso tout court.

La Clarina ingoia la furia montante e prova a provare con la gente che ha, tra interruzioni continue e strilli all’indirizzo delle ancelle di Penelope, cui non par di dover fare altro che truccarsi come cubiste… In mezzo a tutto ciò, arriva Odisseo.Od3

“Sai,” annuncia, “abbiamo trovato una rastrelliera – e siccome abbiamo con noi, per puro, purissimo caso, le lance e i giavellotti del Somnium Hannibalis, abbiamo pensato di metterli in scena…”

“No,” taglia corto la Clarina. “Nemmeno per sogno. Davvero: non fatelo, perché…”

E in realtà c’è un’ottima ragione per non farlo, ma la spiegazione viene interrotta da richieste di chiarimenti e comunicazioni urgenti. Odisseo si allontana, la Clarina recupera per l’ennesima volta le ancelle, si cerca di riprendere una parvenza di prova.

Ed ecco arrivare il fido porcaro Eumeo, partner in crime abituale di Odisseo. “Sai che abbiamo una rastrelliera per le lance?” domanda con aria innocente. “Io dico che in scena farebbero un gran bel vedere…”

“No!” sbotta la Clarina. “Non potete mettere le dannate lance in scena, perché altrimenti…”

OdAtenaAnasEd è qui che le pecore smarrite arrivano, e bisogna ricominciare tutto daccapo, e non si fa in tempo a fare nemmeno un quinto di prova, e la Clarina si cambia al volo nel suo peplo arancione che pare una divisa dell’ANAS, ed è ora di correre in piazza. A questo punto la Clarina è già un po’ più che idrofoba, tanto che nessuno si azzarda a dirle che ha un occhio truccato per le grandi distanze e uno… no. Tuttavia Odisseo&Eumeo si azzardano ad avvicinarsi per un attacco a tenaglia.

“Perché non vuoi le lance in scena, Clarina? Un po’ di colore antico…”

“Sempre meglio di quelle colonne del cavolino sauté che ci hanno appiccicato…”

È un bene che gli sguardi non possano incenerire sul serio, perché altrimenti O&E sarebbero ridotti a un toast.

“Nnnnnno!” ringhia la Clarina. “Vi ho detto di no. Altrimenti quando…”

E di nuovo il Fato Beffardo interrompe nella persona del tecnico in prestito, che ha ogni genere di lamentele dell’ultim’ora, e la Clarina galoppa a fingere di dargli retta.

“Niente lance in scena!” ordina da sopra la spalla. Odisseo ed Eumeo fanno cenno di sì – e la Clarina (quale candore!) si illude che abbiano recepito e intendano agire di conseguenza.

Poi si comincia, ed è il disastro, perché i microfoni non funzionano se non per raccogliere ogni gorgoglio della dannata fontana, e nessuno ha pensato ad avvertire che alle quattro le campane suonano per cinque minuti solidi, e quindi occorre surgelarsi in posa mentre il vento abbatte le colonne di polistirolo una dopo l’altra… E comunque tutti e ciascuno sembrano avere obliato il concetto di entrata e di uscita, e Telemaco è ridotto a mimo da un malfunzionamento, e le ancelle vagano truccatissime e vaghe per la scena, e… e… e…

Homer, The Odyssey. Ulysses (Odysseus) killing the Suitors of his wife Penelope on the island of Ithaca Homer, blind Greek poet, c. 800 - 600 BCE, Trojan War, epic; illustration after Flaxman (Photo by Culture Club/Getty Images)

E poi giunge il momento in cui Odisseo si rivela con il suo terribile arco, e i Proci cominciano ad agitarsi in cerca delle armi, le armi, le armi per difendersi…

Ed è allora che l’affannata e furibonda Clarina le vede. Lì, in scena, in piena vista: sei lance, una spada e un giavellotto appoggiati alla maledetta rastrelliera.

L’hanno fatto, i delinquenti.

“Adesso,” pensa la Clarina, sull’orlo dell’autocombustione, “Adesso balzo in scena in tutta la mia gloria arancione, e punto un dito verso la panoplia. Ecco le armi, o Proci! grido. Armatevi e macellate Odisseo e il suo fido porcaro, che hanno osato disobbedire a me, la Saggia Atena! Adesso lo faccio – tanto, peggio di così…”

E ha già i muscoli tesi per balzare in scena… Ma poi il pensiero della Regista assente si affaccia prepotente, per non parlare del fatto che i Proci potrebbero gelarsi a guardarla basiti anziché agire. Il momento è perso e Odisseo stermina i Proci, beatamente ignaro di quanto sia stato sull’orlo di un finale alternativo. Il Destino Beffardo si rotola per terra in una crisi di cachinni.

E, se piace agli dei, giunge la fine – e gli applausi miserelli sono, francamente, più di quel che la PAC abbia meritato anyway.

Od2“È stato bello avervi qui,” mormora l’organizzatore, mentre la PAC raccoglie armi e bagagli (soprattutto armi) e si avvia verso casa  mogia e un po’ avvilita. Vale la pena di notare che tutti girano un po’ in punta di piedi attorno alla Clarina dalle narici frementi e dal singolo occhio dipinto…

E qui finisce la storia – ma ancora oggi la Clarina si domanda: che sarebbe accaduto se avesse ceduto all’impulso ardente e subitaneo e avesse dato all’Odissea un finale rivisitato? Dite la verità, non sarebbe stato epicamente pittoresco?

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Gen 25, 2017 - Storia&storie, teatro    No Comments

Vertigini Metashakespeariane

Poster - Julius Caesar (1953)_09È capitato di recente che rivedessi il vecchio Giulio Cesare – Shakespeare secondo Mankievicz, con James Mason, Marlon Brando e John Gielgud. Teatro filmato in grande, per lo più, molto vecchia maniera, con menzione speciale per la prima scena dell’Atto II, che funziona davvero bene con il vento e le torce – ma non è questo il punto, o almeno non oggi.

Il punto è che l’esperienza (ancora in corso) di Shakespeare in Words ha dato un luccichio particolare a quel meraviglioso pezzettino dell’Atto III in cui, dopo aver assassinato Cesare, i congiurati s’inginocchiano per immergere le mani nel suo sangue. È per metà un rituale semibarbarico e per metà la preparazione prima di presentarsi alla folla irrequieta, con le spade e le mani insanguinate, a gridare “Pace e libertà!”

E mentre Bruto e compagnia se ne stanno lì con le mani nel  sangue, Cassio ha uno di quei momenti in cui ci si vede dall’esterno – e nella storia:

In quali età a venire si reciterà questa nostra scena solenne, in nazioni ancor non nate, in lingue mai udite ancora?

Mi sono sempre chiesta se chi compie atti storici se ne renda conto, se si fermi mai a meditare sulla propria JCHowManyAgesnachleben… apparentemente se lo chiedeva anche Shakespeare – e ne ricavò questo favoloso squarcio metateatrale. Non ricordo più dove ne ho letto la definizione come “un evento storico che si immagina scena teatrale all’interno di un’opera teatrale a proposito dell’evento stesso”… E l’ironia naturalmente sta nel fatto che il Cassio di Shakespeare pone la domanda a un pubblico non ancor nato, in una nazione e in una lingua che ancora non esistevano nel 44 avanti Cristo… Anzi, a ben pensarci, lo fa da secoli in nazioni che non esistevano nemmeno nel 1599…

Ma Cassio non ha intenzioni ironiche. Anzi, si prende talmente sul serio che mi domando se non intenda il verbo “to act over” nel senso di “compiere ancora”, piuttosto che in quello teatrale di “recitare”… È possibile che, più che come eroe tragico delle scene future, s’immagini come l’ispiratore di generazioni di tirannicidi a venire? È un’impressione che non posso fare a meno di avere ogni volta che vedo questa scena – almeno fino a quando Bruto non risponde così:

Quante volte dovrà sanguinare su un palcoscenico Cesare, che ora giace come polvere davanti alla statua di Pompeo?

E rieccoci fermamente ricondotti a teatro… E forse m’immagino cose che non ci sono, ma non posso fare a meno di sentire un che di seccato nella replica di Cassio:

Per quante volte sia, sarà sempre per dare a noi il nome di liberatori della patria!

CassiusBrutusA Cassio proprio non va che gli strappino il suo momento di storia – men che mai per darlo al cadavere di Cesare – e, se teatro dev’essere, almeno si riprende le luci della ribalta, per sé e per i suoi compagni, i liberatori di Roma. Il che, badateci, noi vediamo in una tragedia intitolata Giulio Cesare

Dopodiché gli altri congiurati cominciano a innervosirsi, e arriva il messaggero di Antonio, e avanti si va – Cassio e Bruto su binari separati – e la finestra metateatrale è chiusa, con la sua prospettiva vertiginosa di domande che contengono domande, e ironie speculari, e scontri di personalità, e secoli che passano, e complessità stratificate… E tutto questo, nell’originale, in nove versi. Nove.

Capite perché adoro Shakespeare? E perché non posso più andare alle prove senza un’eco di quel luccichio che vi dicevo sul diaframma?

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Muoviti, o Clarina!

ReadShakespeare_094_6001È una gelida e nebbiosa mattina ai primi di dicembre. La Clarina galleggia in uno spazio indefinito, insieme a stampanti, teatrini di carta, vetuste valigie piene di palline natalizie, copioni, ciotole di frutta secca e mantelli rossi. Tutto galleggia. Anche Belisario, il Pendolo della Nonna che suona sempre l’ora che vuole, e anche lo Spirito del Bardo.

Belisario – Dong!

SdB – Muoviti, o Clarina!

C (fa frenetici gesti tra il natatorio e il non si sa troppo bene) – Mi sto muovendo!

SdB – Non abbastanza. Hai stampato il disegno luci?

C – Li ho stampati entrambi.

SdB – Hai spedito tutto per il Palcoscenico di Carta?

C – Sto spedendo…

Belisario – Dong!

SdB – E il file con la musica? L’hai messo sulla chiavetta?

C – Pittikins… no! Dov’è la chiavetta?

SdB – E lo chiedi a me? E il mantello rosso – ricordati il mantello rosso. christmas_pudding

C – Pittikins pittikins! L’ho visto passare poco fa… L’ho visto, vero?

SdB – Se non lo sai tu… Perché ci sono ciotole di frutta secca in volo?

C – Ciotole di… oh! Il pudding!

SdB – Non hai tempo per il pudding.

C – Devo averlo. Domenica sono al seggio tutto il giorno, quindi domani devo cuocerlo…

SdB – Il seggio?

C – Il pudding!

BelisarBelisario – Dong!

C – Oh, zitto, tu!

Belisario (offesissimo) – Dong! Dong! Dong!

SdB – Credi che zittirlo ti renderà meno in ritardo?

C (Tentando di nuotare in tre direzioni diverse) – E ho anche il raffreddore! Pudding, mantello rosso, disegno luci, PdC…

SdB – E il file.

C – Pittikins, pittikins, pittikins! Se sopravvivo a oggi…

Belisario – Dong!

SdB – Se sopravvivi a oggi, domani hai il pudding e domenica il seggio.

C – Se sopravvivo a domenica…

SdB – Se sopravvivi a domenica, martedì hai il PdC, e… holla! È un mantello rosso che vedo davanti a te? Afferralo, intanto che puoi, donna!

C (si tuffa e afferra il mantello) – Ottimo. Adesso dov’è la valigia? Non quella dei Ninnoli, la valigia dei costumi…

SdB – Lo chiedi a me? E ricordati del file.

Belisario – Dong! Dong! Dong!

E non cala nemmeno il sipario, perché siamo in pieno primo atto. Sarà una lunga giornata. Tre lunghe giornate. Cinque… Oh, never mind. Però stasera venite a vederci a teatro, eh?

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Il Testamento di Virgilio al d’Arco

Se le ultime richieste di Virgilio fossero state onorate, il poema che conosciamo come Eneide non sarebbe mai giunto fino a noi. Ma Augusto e il poeta Lucio Vario Rufo decisero di non consegnarlo alle fiamme e all’oblio, e noi, venti secoli più tardi, associamo il nome di Virgilio prima di tutto agli esuli troiani, alla fondazione mitica di Roma, alla guerra nel Lazio… Un’ombra lunghissima e una visione della Romanitas mai tramontata del tutto – contro la volontà del suo stesso autore. Che cosa resta di chi muore? Chi decide davvero che cosa ciascuno di noi si lascia dietro? Quanto pesa l’eredità di un poeta?

Questa sera, per i Lunedì del d’Arco, ritorna Il Testamento di Virgilio (che un tempo si chiamava Di Uomini e Poeti), con la regia di Maria Grazia Bettini.

Ci sono Adolfo Vaini, Diego Fusari, Andrea Flora, Francesca Campogalliani, Rossella Avanzi, Riccardo Fornoni, Mario Zolin, Valentina Durantini, Stefano Bonisoli, Alessandra Mattioli, Annalaura Melotti, Melissa Carretta, Anna Bianchi, Chiara Benazzi e Serena Zerbetto.

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L’ingresso – come per tutti i Lunedì – è gratuito. Vi aspettiamo.

Nov 25, 2016 - Natale, Shakespeare Year, teatro    No Comments

Shakespeare in Words – & i Ninnoli di Vetro

ShakespeareMoonChristmasQuando ci hanno proposto di aggiungere qualcosa di natalizio in coda a Shakespeare in Words, all’inizio siamo rimasti lievemente perplessi.

In realtà, con Hic Sunt Histriones, abbiamo un paio di piccole cose stagionali – atti unici miniature, letture, combinazioncelle di mimo e narrazione… you know, quel genere di cose. Ma che andassero anche solo vagamente bene con SiW? Questo è un altro discorso.

O almeno sembrava – perché in realtà…

Oh, d’accordo: se volete, posso anche ammettere un tocco di serendipità nel modo in cui la scelta è caduta sui Ninnoli. Ottima serendipità, però – perché se le nostre shakespearianitudini sono tutte incentrate sul potere della parola, a ben pensarci, non è come se i Ninnoli si occupassero davvero d’altro.

È una storia piccolina, tanto che quasi non è una storia affatto – non fosse per quello che la piccola Martina impara lungo la strada. E quel che impara è una questione sì di oggettini di vetro tramandati, e delle storie, delle parole che li accompagnano. Il che, a ben pensarci, era già perfettamente chiaro fin dal giorno di dicembre in cui la mia amica F. arrotolò la sua copia dei Ninnoli e la appese all’albero di Natale.

Storie, parole… lasciate che citi da SiW: noi siamo quel che diciamo, e quel che si dice di noi – e lo siamo a lungo. Le parole di Shakespeare durano i secoli e si spargono dovunque. Le parole famigliari restano dove sono e scendono lungo le generazioni – ma in fondo, il meccanismo non è sempre lo stesso?

Venite a vederlo in opera:

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