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Forma & Sostanza

Dopo essersi sorbito un certo numero di lai furibondi sulle lacune son et lumière del debutto di Aninha (una volta o l’altra vi racconterò), P. mi scrive così:

Senza troppi preamboli, ti dirò che non capisco il perché delle tue apprensioni per il mancato funzionamento degli effetti speciali. Capisco che, dopo aver lavorato alacremente agli effetti luce, al sonoro, e a tutti i dettagli che di sicuro rendono perfetta la rappresentazione, tu possa contemplare l’omicidio di vari tecnici. Però, gli applausi finali dovrebbero semmai darti ulteriore conferma che le tue opere hanno già molta sostanza, al punto che la forma, pur non inessenziale, può anche passare in secondo piano, purchè non si tratti di far recitare degli energumeni dotati solo dell’uso del dialetto etilico. Se le luci e il sonoro funzionassero alla perfezione, ma i tuoi lavori avessero poco da dire, il pubblico avrebbe probabilmente l’impressione di assistere ai fuochi della sagra, non credi?

Ebbene, sì e no.

Ormai è assodato che mi faccio venire attacchi di convulsioni con relativa e innecessaria facilità – ed è risaputo che della mancanza o imperfezione dei particolari del disegno luci in trentasei pagine il pubblico non si accorgerà mai. Quindi P. è ben lungi dall’avere tutti i torti.

On the other hand, però, non amo molto la teoria secondo cui la sostanza è tutto quel che conta, o almeno quel che conta di più, per la semplice ragione che in fatto di teatro, come di scrittura e di arte in genere, la forma è sostanza. Che cos’è l’arte se non espressione formale della sostanza? Metaesempio: tutti – o quanto meno molti – hanno la vaga impressione che la sostanza (nella vita reale) importi più della forma*. Però c’è voluto Shakespeare per dire che una rosa con un’altro nome profumerebbe allo stesso modo. E nel dirlo si contraddice, perché a rendere pressoché immortale la sua idea di forma/sostanza è proprio la forma. Ma in realtà, al di là degli aerei nonnulla che faceva sussurrare al suo adolescente innamorato, lo zio Will sapeva benissimo che, se si chiamasse acido tetrafenilcloridrico, la rosa conserverebbe forse lo stesso profumo, ma non troverebbe molta gente disposta ad annusarla per accertarsene…

In un romanzo, un racconto, un articolo o una poesia, ciò significa che stile e contenuto devono fondersi per stampare un’unica impronta nella mente del lettore. “Dice belle cose ma è scritto male”, oppure “E’ scritto divinamente ma non è che dica granché” sono due insegne di scrittura parimenti così così.

In teatro, alla buona scrittura devono aggiungersi la buona recitazione, la buona regia, le buone luci, le buone scene, i buoni costumi, le buone musiche e il Something-something creato dal felice combinarsi di tutti questi elementi. Se ne manca anche solo uno, il risultato resterà sempre così così. Non intendo imperfetto – l’imperfezione è un’altro mantello dell’arte – ma proprio leggermente mediocre. Lacking in quality. Dilettantesco. Un tantino naufragato sugli scogli che stanno tra intenzione e realizzazione dell’intenzione stessa.

Come dicevasi più sopra, ciò si applica anche a tutte le forme di scrittura – seppure in modo meno spinoso, perché il romanziere, il poeta e l’articolista hanno molto più controllo sulla loro forma di quanta il playwright possa mai sperare di averne sulla forma del risultato finito, che deve combinare le sue intenzioni e competenze con le intenzioni e competenze di un sacco di altra gente.

Il principio però rimane lo stesso: in qualsiasi disciplina, la più solida e profonda delle sostanze non è una scusante per le lacune della forma. E a dire il vero, cercare questo genere di scusanti cessa di sembrare una buona idea non appena si considera che curare la forma è il modo più efficace per affinare l’espressione della sostanza.

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* Francamente non sono molto d’accordo nemmeno per quanto riguarda la vita reale, ma questo è un altro post.

Somnium Hannibalis A Ostiglia

SH torna in scena in grande stile: gli Histriones si sono provvisti di fuoco vero, e l’effetto delle fiamme – un enorme braciere che i personaggi alimentano a turno, più un certo numero di torce e lumi – è più emozionante di quanto si possa immaginare. 

E’ perfetto, perché in SH l’imagery più ricorrente ha a che fare con fuoco, fiamme, roghi, pire e cose che ardono, ed è un regalo che ci facciamo ogni volta che si recita all’aperto. Fiamma rituale, pira funeraria, falò celebrativo, simbolo, luce, distruzione, impeto… – il nostro braciere in scena significa molte cose. Ah, respirare l’odore del fuoco mentre Annibale parla del mare di roghi nella piana sotto Canne…

Intanto ieri sera abbiamo provato la bellissima sequenza iniziale in cui, sullo sfondo di una musica che posso definire solo haunting, tutti gli spettri di Annibale si presentano all’appello, si confondono, prendono le armi e tornano a perdersi in una luce di crepuscolo senza però andarsene del tutto – ombre indistinte e sempre presenti, la lunga processione di tutti coloro che Annibale ha perduto nell’inseguire la sua chimera. Gabriella Chiodarelli è un genio di regista, e questa scena mi dà i brividi ogni volta che la rivedo. Anche in pieno giorno. Anche in jeans e maglietta. 

Questa ripresa promette davvero bene.

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Lug 20, 2011 - guardando la storia, teatro    2 Comments

Aninha

Sentivo il mondo muoversi appena oltre la cinta nera delle colline all’orizzonte, come un ruggire anita, garibaldi, teatro, governolo, centocinquantesimo, unità d'italia, laguna, brasilelontano di temporali nella notte. E me ne tornavo a casa piena di una fame senza nome e senza forma. E dietro le mie spalle mormoravano della Aninha selvaggia, la vergogna e il crepacuore di sua madre. Allora gettavo indietro la testa e fingevo che non m’importasse. Ero prigioniera…

 

Perché prima di Anita c’era Aninha, la figlia di un mandriano nelle paludi del Brasile, soffocata in un mondo troppo stretto – finché qualcuno non le diede un nuovo nome e nuovi sogni. La storia della ragazza che divenne Anita Garibaldi.

 

 

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Mag 27, 2011 - guardando la storia, teatro    No Comments

Uno Dei Mille – Nel Bene E Nel Male

spedizione dei mille,giuseppe nuvolari,garibaldi,centocinquantesimo,unità d'italiaDa un paio di mesi lavoro con tre terze medie sulle memorie di un garibaldino locale, e l’esperienza è stata interessante sotto più di un aspetto.

Intanto, Giuseppe Nuvolari era un personaggio decisamente singolare. Membro di una famiglia che fece il salto da contadini a proprietari terrieri nel giro di una generazione, rude, spiccio, senza peli sulla lingua, permaloso, coraggiosissimo, onesto e sgrammaticato, il Giuspin cominciò con una condanna a morte in contumacia nel 1852 – troppo prossimo all’ambiente dei Martiri di Belfiore. Era un mazziniano e passò alcuni anni da esule, infaticabile portaordini e raccoglitore di fondi. Quando incontrò Garibaldi fu una folgorazione. Nel Cinquantanove era nelle guide a cavallo dei Cacciatori delle Alpi, nel Sessanta era con i Mille, nel Sessantadue si guadagnò i galloni di capitano sul campo, nel Sessantasei era aiutante di campo di Garibaldi in persona.

A Italia unificata, Garibaldi gli affidò per mesi interi la gestione di Caprera, e il Giuspin, da buon contadino mantovano, inorridì dei metodi allegri usati sull’isola, e mise tutti e tutto in riga. Al ritorno di Garibaldi, che un gran senso degli affari non doveva averlo, Caprera era così ordinata e redditizia che sembrava un altro posto. Temendo di vedersi scalzare dal posto di amministratore, il genero di Garibaldi non trovò di meglio che calunniare pubblicamente il nostro brav’uomo: sui giornali comparvero articoli che accusavano Nuvolari di trascuratezza nella migliore delle ipotesi e di malversazione nella peggiore, imputando alle malefatte di questo Mantovano malfido addirittura una malattia di Garibaldi… Nuvolari, infuriato e amareggiato, chiese al suo Generale di discolparlo pubblicamente, ma Garibaldi si limitò a ribadirgli tutta la sua stima in privato. Non poteva, fece capire, svergonare la famiglia davanti a tutta l’Italia. Comprensibilmente, i rapporti tra i due si raffreddarono, e Nuvolari seguitò la sua vita tra le sue campagne, Genova e Roma – sempre scorbutico, sempre solitario, sempre tranchant.

Nel 1888, quando uscirono le memorie dell’ormai defunto Garibaldi, ci fu chi chiese a Nuvolari di annotarle. Nuvolari disse no, poi ni e poi (“se tacessi farei credere di non avere visto niente, o di non ricordarmi niente…”) scrisse. Oh, se scrisse. Le sue Note non furono mai pubblicate sul serio – e forse è un bene, perché così ne sono sopravvissute due versioni: il manoscritto originale e la versione edulcorata e corretta da un vecchio amico di Nuvolari. Il confronto tra le due è una meraviglia: da un lato l’impetuosa, sgrammaticata e vivida eloquenza del vecchio Garibaldino, dall’altra il compito e più istruito Maggiore a riposo che cerca di prestare al suo amico una vernice di cultura e di refinement.  

Personalmente adoro il diverso modo in cui i due uomini descrivono il faticoso passaggio di un torrente in Aspromonte e la pittoresca scena delle Camicie Rosse che guadano con l’acqua al ginocchio nella luce dorata del primo mattino.

“Avere avuto là un pittore, faceva affari!” commenta il rustico Nuvolari – mentre Ezechielli rapsodizza sugli effetti di luce, sulle macchie di colore, sulle pose plastiche dei soldati. A leggere le due versioni pare di vederli discutere: Nuvolari che scrolla le spalle e sporge ostinatamente il labbro inferiore, mentre il buon Maggiore Ezechielli cerca di convincerlo che scrivendo di guadagni non fa buona figura…

Per questo sono rimasta deliziata quando i miei quattordicenni, nello scrivere il piccolo testo teatrale che abbiamo tratto dalle Note, hanno scelto proprio questo brano, nelle sue due versioni, per far discutere i personaggi di ideale e senso pratico, di dedizione e indipendenza di giudizio, di arte e sincerità. Alla fine di tutto, il nostro Nuvolari rivendica orgogliosamente di essere e rimanere “uno che dice quel che pensa e fa quel che dice, un buon Italiano – uno dei Mille.”

Sono soddisfatta del risultato. Adesso, se tutto va bene, se piace alla Legge di Murphy, ai numi della pioggia, degli amplificatori e dei coloranti per tessuti, Uno Dei Mille va in scena domenica sera a Governolo, per un pubblico di genitori, nonni, zii e parenti vari, ai quali cercheremo di restituire Giuseppe Nuvolari così come è apparso ai ragazzi: brusco, matter-of-fact e innamorato della causa italiana – così poco romantico e così umano.

 

 

Somnium Hannibalis a Revere

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Da Hostilia, il numero unico di Hic Sunt Histriones, edizione 2011: Note di Regia per Somnium Hannibalis.
Volevamo che lo spettacolo avesse il colore e il movimento delle fiamme.
Fin dall’inizio, discutendo il testo alla ricerca di una suggestione visiva a cui ancorarci, è emersa l’idea del fuoco, che pervade la storia di Annibale: la fiamma dell’altare del giuramento, i roghi dopo le battaglie, l’immagine del grande generale che “brucia tutto sul suo cammino”, il giavellotto infuocato scagliato verso le mura di Roma…
Il fuoco simboleggia la natura di Annibale, le sue passioni, la sua ambizione, i suoi sogni visionari, la sua guerra, la sua forza distruttiva.
Abbiamo trasposto questa qualità fiammeggiante in tutti gli aspetti dello spettacolo, a partire dai colori dei costumi: oro, ocra, ruggine, bruno. Solo Annibale veste di bianco: l’incandescenza della fiamma alla sua massima potenza. Lo stesso schema di colori torna nelle scene, scarne e semplicissime, segnate da accenti rossi nelle armi e nel mantello che simboleggia la condivisione del potere – e del sogno – tra Amilcare e il piccolo Annibale nella scena del giuramento.
Le luci sottolineano ulteriormente questa atmosfera, alternando colori di fiamme e di tramonti al biancore della luce estiva – anche se lo spettacolo si svolge prevalentemente (e significativamente) di notte. Sullo sfondo, le immagini di Simone Ceoloni creano una fitta rete di rimandi tra reale e simbolico: le colonne calcinate di un tempio in rovina, profili di città, accampamenti, corridoi oscuri, drappi al vento e ancora tante fiamme per disegnare insieme un’antichità stilizzata e un paesaggio interiore.
Ogni volta che è possibile, nelle rappresentazioni all’aperto ci concediamo il lusso di un fuoco vero, in un grande braciere che i personaggi alimentano a turno: un simbolo in più del senso di divorante volontà individuale che pervade Somnium Hannibalis.
Hostilia è disponibile gratuitamente presso biblioteche, negozi ed esercizi pubblici nella Provincia di Mantova.
Apr 20, 2011 - gente che scrive, teatro    3 Comments

Di Spie, Verbi e Paranoia

Gli scrittori, sapete, son gente pittoresca.

Qualche mese fa contatto un autore americano, chiedendogli come posso procurarmi una copia del suo play biografico su Christopher Marlowe, che risulta pubblicato ma fuori commercio. Siccome non ottengo risposta alcuna, mi rivolgo allora alla Shakespeare Society of America, che a suo tempo aveva pubblicato il testo: è possibile contattare l’autore, oppure acquistare una copia in qualche modo? Non è la prima volta che lo faccio: in genere l’autore si dimostra piacevolmente stupito che qualcuno sull’altro lato della Tinozza sia interessato al suo lavoro, e come ne ho sentito parlare, e posso trovarne una copia così-e-così, e mi va, quando l’avrò letto, di dirgli che cosa me ne pare?

Questo signore qui, invece, mi cerca su Facebook, chiedendo se sono “la persona che ha conttattato la SSA per il suo Marlowe“, e se può sapere perché sono interessata.

Gli spiego di avere tentato un contatto diretto per prima cosa, e gli racconto del mio interesse per il personaggio e della mia intenzione di scrivere in proposito a mia volta…

E questo signore,  che sarà meglio lasciare innominato, mi spiega che no, non mi metterà in condizione di leggere il suo testo, perché poi non potrei fare a meno di esserne influenzata, e non vorrebbe che mi esponessi ad accuse di plagio. In fondo, si tratta di fatti storici, e c’è un limitato numero di interpretazioni che ne possono scaturire – e la sua è sua.

Replico allora che, avendo letto e studiato parecchio su Marlowe negli ultimi anni, ho fiducia nella mia capacità di produrre un’interpretazione personale e originale dei fatti in questione, thank you very much. Dininguardi, non parliamo più di leggere il suo play, ma resta il fatto che su Marlowe esistono infiniti romanzi e plays: vuole suggerire che siano tutti plagi del suo lavoro?

Questo Slightly Paranoid American Playwright dice che non sa nulla degli altri, ma il suo è basato su anni di ricerca originale e una profonda conoscenza del funzionamento dell’intelligence, avendo lui stesso lavorato per molti anni nei servizi segreti militari americani: come già detto, non potrei evitare di esserne influenzata. Se proprio voglio lavorare su Marlowe, perché non scrivo un romanzo, invece? Potrei perseguire gli aspetti personali e psicologici del personaggio, ai quali lui non è davvero interessato: non essendo un sociopatico sadico e morboso, non riesce a calarsi nella psiche di un uomo del genere – e nemmeno ci tiene. A man has to know his limitation.

Incerta se offendermi o divertirmi, ingollo i miei dubbi sul fatto che i servizi di spionaggio elisabettiani funzionassero granché come quelli contemporanei, ignoro l’implicazione che io debba essere una sociopatica sadica e morbosa e lo ringrazio molto del permesso di scrivere un romanzo. in realtà, con o senza il suo permesso, preferirei proseguire con il mio progetto, ma può stare tranquillo, perché sono molto più interessata alla psiche di Marlowe, alla sua poesia e a un possibile taglio metaletterario – senza nessuna enfasi sull’intelligence, di cui peraltro so soltanto quello che ho letto. A woman must know her limitations.

SPAP sembra essere allora colto dal dubbio di avere reagito un nonnulla inconsultamente. Devo perdonare un filo di deformazione professionale, ma il fatto è che il suo play è ora in predicato di diventare un film che verrà distribuito anche in Italia, e quindi non è un po’ strano che io me ne salti fuori proprio adesso con una richiesta del genere?

Ormai convinta di avere a che fare con uno squadrellato, auguro a SPAP ogni bene per il suo film e considero chiusa la corrispondenza.

Un paio di settimane fa, invece, SPAP si fa vivo per comunicarmi che il suo play è appena stato ripubblicato in versione Kindle. Visto che in precedenza non si era comportato troppo bene, tiene a farmelo sapere. Gli farebbe piacere conoscere la mia opinione – e naturalmente, se ho delle domande, sarà ben felice di rispondere.

Bemused and amused, leggo debitamente. E più leggo, più resto perplessa. Intanto, l’edizione Kindle è disseminata di errori di stumpa. Poi la faccenda è scritta in un Inglese pseudo-elisabettiano, improbabilmente rigido e con un uso dei verbi e delle forme di cortesia che lascia adito a molti dubbi. Tra parentesi, a cosa pensava la Shakespeare Society of America, mentre pubblicava un testo che confonde seconde e terze persone come se piovesse? Poi la caratterizzazione dei personaggi è tanto bidimensionale quanto può esserlo – ma già: SPAP non è interessato alla psiche, ricordate? Be’, mi dico, vediamo almeno i frutti della ricerca originale e dell’approfondita conoscenza delle operazioni d’intelligence… E leggo e leggo, ma l’unica cosa che mi pare scostarsi un po’ dal coro è la possibilità che Marlowe fosse più o meno il supervisore della sua cellula, e non un agente di basso rango. Ne deduco che SPAP abbia trovato qualche pezza per sostenerlo… Sia ben chiaro: a teatro potrebbe sostenerlo anche senza un’ombra di pezza, ma dove diamine è la ricerca originale?

Così gli scrivo cautamente, dicendomi incuriosita da questo specifico aspetto del play.

“Oh, quella è una tesi non documentata, basata sulla mia profonda conoscenza delle operazioni d’intelligence,” mi risponde SPAP, “E’ la logica di queste cose. Però la confessione di Kyd è autentica, sa? E ho recentemente scoperto che c’era un altro agente incaricato di sorvegliare Marlowe, un certo Baines. E questo è molto, molto interessante, se ci pensa bene: una confessione sotto tortura non sarebbe mai stata sufficiente per far arrestare Marlowe, e agli avvocati della Corona servivano prove per corroborarla.”

E qui ormai è chiaro che non  ci siamo. Spiego che la confessione di Kyd e le note di Baines sono documenti ben noti da molti anni. D’altro canto, all’epoca la tortura era considerata un mezzo d’interrogazione del tutto legittimo, e quindi trovo la sua interpretazione… singolare.

Ed ecco che SPAP comincia a sudare. All’improvviso sono diventata My dear Ms. Prezzavento: è chiaro che ho idee molto intelligenti e un’approfondita conoscenza del periodo (lo sentite il violino sullo sfondo?), ed è un piacere discutere con me. Però mi ricordo, vero, che stiamo parlando di teatro e solo di teatro? E poi lui la sua ricerca l’ha fatta in altri tempi, prima che Internet rendesse tutto facile com’è successo per la mia generazione…

E con questo siamo arrivati a ieri sera. Credete che dovrei infierire? Dovrei fargli notare che tutti i documenti in questione sono citati estesamente o riportati per intero in qualsiasi biografia degna del nome? Dovrei suggerirgli con tatto di controllare con qualche cura i suoi doth, dost, maketh e thou?

Sì, lo so, sarebbe malvagio da parte mia… magari sono vagamente sociopatica, un pochino sadica e dotata di un tocco di morbosità. E se lo sarebbe anche meritato alla grande – però è un anziano signore, e non sono sicura che non sia già destinato a una sesquipedale delusione per quel che riguarda il film… Oh be’, stiamo a vedere. Intanto, però, permettetemi: Italia 1 – USA 0.

 

Mettendo In Scena Marlowe

Mentre i romanzi su Kit Marlowe si sono moltiplicati attorno al 1993, quarto centenario della sua morte, i drammi ispirati alla sua vita sembrano venire con torrentizia, ininterrotta irregolarità. Da qualche tempo raccolgo e leggo tutti quelli su cui riesco a mettere le mani – il che non è sempre facile, e ha portato persino a un certo numero di contatti con gli autori, gente che varia dal disponibilissimo al leggermente paranoico…

Ma la cosa interessante è la varietà di trattamenti che Kit e la sua vicenda incontrano in mano ad autori diversi. E’ sempre istruttivo vedere come la stessa storia possa assumere colori diversissimi… Prendiamo tre esempi usciti nel corso di una decina d’anni.

School%20of%20Night%20Photo%201.jpgThe School of Night, di Peter Whelan (classe 1931) è uscito nel 1992: due atti in prosa che mescolano sogni premonitori, commedia dell’arte e intrighi politici in una magione di campagna. Il favore della Regina, spie in abbondanza, Walter Ralegh in disgrazia, una moglie gelosa, uno Shakespeare in incognito, accuse di ateismo, assassini prezzolati… Ricordo di avere letto una recensione secondo cui questo dramma non ha le idee chiare – parte teatro e parte dissertazione accademica. Si trattava, detto per inciso, di una recensione americana: le recensioni britanniche ne apprezzano lo spirito brillante, lo humour cinico e la caratterizzazione. Tendo a concordare con i recensori inglesi, con l’eccezione delle caratterizzazioni: Marlowe, spavaldo, diffidente e visionario, è disegnato con cura, ma gli altri personaggi diventano sempre più piatti e generici mano a mano che ci si allontana dal protagonista. Un’altro aspetto bizzarro sono le indicazioni di scena che suggeriscono pensieri, implicazioni e subtesto… E’ qualcosa che non si dovrebbe mai fare, ma si vede che Whelan può. kitmarloweGrimm.jpg

Kit Marlowe, di David Grimm, è stato prodotto per la prima volta nel 2000, ed è tutta un’altra faccenda. E’ un drammone affascinate ed eccessivo in tutto: linguaggio, effetti, complicatissime note di scena, quantità di personaggi, omicidi in scena, oscenità, sangue a secchiate, scene madri, voli pindarici… E’ tutto gonfio e truce e rutilante, Marlowe va attorno in una frenesia di estremi – vitale e suicida, fiammeggiante e spaventato, assetato di conoscenza e ossessivo: un Tamerlano pieno di nevrosi. Sarebbe una lettura irritante, se non fosse tutto così marloviano e vivido! Non si può fare a meno di pensare che un nonnulla di misura, qualche taglio qua e là, qualche fioritura metaforica in meno e un uso più sottile dei simboli gioverebbero al risultato complessivo, ma a dire il vero, quale tragedia elisabettiana – e soprattutto quale tragedia di Marlowe era misurata, sobria e sottile? Grimm può avere peccato di zelo, ma di sicuro ha colto un certo spirito, abbastanza che persino il melodrammatico finale suoni, in qualche modo, quasi credibile.

938.jpgA Charles Marowitz, con Murdering Marlowe, del 2005, non è andata altrettanto bene. Probabilmente paga la scelta di riprodurre il verso sciolto di Marlowe – ciò che finisce col dare ai dialoghi più artificiosità che cadenza. Inoltre, Marowitz scarta le motivazioni consuete per l’omicidio di Marlowe e individua il movente in uno Shakespeare consumato dalla gelosia professionale… L’idea è originale, ma non è eseguita in modo terribilmente felice. Questo Shakespeare livoroso ha l’aria di arrivare alle misure drastiche un po’ troppo facilmente, e poco importa che non sia tanto lui a manovrare gli agenti del Governo quanto piuttosto viceversa. Marlowe, per contro, è un genio egocentrico della cui morte è difficile interessarsi, e tutti i personaggi, in generale, sono troppo occupati ad esprimere concetti astrusi in versi ancora più astrusi per catturare davvero l’attenzione – per non parlare della simpatia – del lettore. Cerebrale e macchinoso, alas, nonostante la premessa intrigante…

Insomma, c’è questa fondamentale difficoltà di catturare un periodo storico e una mentalità alquanto estranei, in cui la gente faceva ciò che faceva per motivazioni che, se non sono essenzialmente diverse dalle nostre (paura, avidità, ambizione…), sono però composte e strutturate in proporzioni quasi incomprensibili per un pubblico moderno. Ci sono poi personaggi a grandezza più che naturale, ci sono secoli di luoghi comuni e di leggende, c’è una rivoluzione letteraria di mezzo e c’è la necessità di rendere il tutto teatrale e interessante. Ogni autore ci prova a modo suo, ciascuno sacrifica qualcosa (verosimiglianza, aderenza storica, identificazione, comprensibilità…) – non tutti i drammi riescono col buco.

 

Dic 23, 2010 - Natale, teatro    No Comments

I Ninnoli Di Vetro

Old-Fashioned_Christmas_Tree_Desc.jpg– E’ a forma di violino, guarda. E’ di vetro sottilissimo…

– Ma è rotto… l’hai comprato già così?

– Sì, perché nessuno lo voleva, e prima o poi l’avrebbero gettato via.

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Una storia di alberi di Natale, tradizioni, memoria, radici e infanzia.

Stasera, nell’ambito di Stelle… di Natale, serata benefica in favore dell’Associazione Bambino Emopatico Oncologico, Hic Sunt Histriones mette in scena il mio atto unico miniature I Ninnoli Di Vetro – Carola Natalizia A Due Voci, con la partecipazione di Claudio Burchiellaro, Chiara Prezzavento, Margherita Vaccari, Maurizio Vaccari, e la regia di Gabriella Chiodarelli.

Ostiglia – Teatro Sociale, Ore 21,00.

Dic 18, 2010 - teatro    No Comments

Fotografie Di Scena

Bibi e il Re degli Elefanti torna in scena oggi pomeriggio alle 17 nell’Oratorio di Sant’Orsola, a Mantova.

Intanto, ecco un’immagine della rappresentazione dello scorso otto novembre al teatrino d’Arco: Bogus (Massimo Fabris) e Bibi (Sara Spagna) a passeggio tra le stelle, a caccia di sogni…

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La galleria dello spettacolo si trova qui

Dic 12, 2010 - musica, teatro    No Comments

Chi Ha Detto Che Lo Spettacolo Deve Andare Avanti?

Ho trovato in un libro una scena in cui, tra gli ospiti di una festa chic-risquée nella Londra dei primi Anni Trenta, c’è Noel Coward, attore e autore di commedie e canzoni, che a un certo punto si siede al piano forte e comincia a cantare una delle sue canzoni (o almeno credo che sia sua) in una maniera che l’eroina/narratrice descrive come precisa ed annoiata insieme.

Coward era un curioso personaggio con un umorismo sottile e cinico, che scriveva commedie di enorme successo ed eseguiva le sue stesse canzoni con irresistibile flair. Kenneth Tynan, un critico americano degli Anni Cinquanta, lo descrive mentre si piazza davanti al microfono “deciso a dimostrare come vanno fatte queste cose” e poi “tubando come una colomba baritonale” esegue il suo pezzo “con l’impulsività  tambureggiante e cieca di una mitragliatrice.” Ammetto che non suona come un gran complimento, ma Tynan aveva in mente certe altrui maniere languide e strascicate, e adorava Coward.

Ora, per darvi un’idea, ecco come Noel Coward dissacrava uno dei mantra del teatro dei suoi e dei nostri tempi. The show must go on? Be’, a dire il vero…

Buona domenica!