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Ago 1, 2016 - teatro    No Comments

Il Potere del Cappello

anitagaribaldi3Provavasi Aninha, secoli orsono…

No, d’accordo – non secoli, but still un’invereconda quantità di anni orsono. Ad ogni modo, la si provava in vista del debutto, ed eravamo a quella fase delle prove in cui nulla ha ancora una forma precisa, e si scava faticosamente alla ricerca delle altre dimensioni dei personaggi, al di sotto e dietro le parole… Se tutto ciò vi sembra a mezza strada tra il criptico e l’eccentrico, è perché lo è. Bisogna esserci stati in mezzo, ma immaginate di nuotare nel caramello alla ricerca di pezzettini luccicanti.

Nello specifico, c’era Manuel Duarte, il primo marito di Aninha, che di pezzetti luccicanti non ne aveva ancora nemmeno uno. Era lì, diceva quel che doveva dire, assolveva alla sua funzione drammatica (povero Manuel!) e basta. E a teatro, diciamolo subito, assolvere alla propria funzione drammatica è necessario ma non, non, non sufficiente. A Manuel mancava una personalità. E continuava a mancare, prova dopo prova… C’era questa scena in particolare, in cui il pover’uomo chiede in moglie la giovanissima Aninha. È una piccola scena rivelatrice, una delle due che stabiliscono il carattere di Manuel – e tutto sommato faceva il suo mestiere, ma mancava sempre qualcosa. Era chiaro che poteva esserci molto di più – ma non c’era. Il bravo attore che interpretava Manuel cominciava a irritarsi, e io cominciavo a dubitare di avere sbagliato qualcosa nella scrittura della scena…

Finché G. la Regista se ne saltò fuori con l’ordine di trovare a Manuel un oggetto di scena. Manuel

“Un oggetto, un elemento, un qualcosa…”

Dopo un po’ di discussione, giungemmo alla conclusione che ci voleva un cappello. Ora, un cappello non sembra terribilmente caratterizzante, eppure…

Alla prova successiva, Manuel entrò in scena rigirandosi in mano il cappello, gualcendo la tesa nella più nervosa e incerta delle maniere. La sua offerta la fece al cappello, gettando solo qualche occhiata obliqua ad Aninha, e ritirando appena appena la testa tra le spalle a tratti, e strizzando la tesa tra le mani ad ogni tentativo di rifiuto da parte della ragazza…

Una cosa da levare il fiato: all’improvviso, Manuel Duarte era lì, personalità, tic, incertezze, tre dimensioni e tutto.

“Io l’avevo detto, di portarti un oggetto…” disse compiaciuta G. Ed era vero. L’aveva detto – e non solo quella volta. Lo dice spesso – e magari secca un pochino ammetterlo – ma, come la mamma, la Regista tende ad avere sempre ragione.

Red-Masquerade-Eye-MaskÈ successo anche questa volta, con SiW: il Coro… oh be’, il Coro non è qualcuno – è qualcosa, ma nondimeno aveva bisogno di una personalità, e non c’era. Non del tutto, almeno. Vagolavo un po’ incerta tra possibilità e possibilità, fino a quando non ho cominciato a portarmi la maschera. La maschera c’era fin da quasi subito, a livello teorico – e anzi, era stata oggetto di una vivace discussione sul fatto che io fossi un coro greco o un coro elisabettiano… Ma era, appunto, una maschera teorica, un gesto fatto qualche volta, un’idea. Nel momento in cui è apparsa, seppure in forma provvisorissima, le cose sono cambiate. Il Coro ha acquistato dimensioni e sicurezza… Immagino che, in un certo senso, abbia scoperto che fare di sé.

È stato come il Cappello di Manuel – con l’aggiunta delle connotazioni che vanno insieme alla maschera in sé. Un Cappello al Quadrato.

Lug 27, 2016 - Shakespeare Year, teatro    No Comments

Shakespeare in Words… Meno Otto

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Otto giorni al debutto, e… well, non siamo pronti, ovviamente. Se lo fossimo, sarebbe allarmante.

Siamo in quella iridescente situazione in cui, nel corso delle quotidiane – quotidianissime – prove, si nuota tra gli inceppi, gli impicci e le magagne, e a tratti si vedono lampi di Come Dovrebbe Essere.

La forma dello spettacolo c’è. L’abbiamo intravista tutti, in qualche momento… Magari mentre provavamo con la musica (vi ho detto che avremo in scena due favolosi musici? Contrabbasso e timpani?), oppure durante un tentativo di filata, o ancora mentre riprovavamo per la terza volta di fila il blocking di una scena.

E ogni volta c’era qualcosa qualcosa, ma mancava qualcosa d’altro.

Oh, non so se sono preoccupata davvero… Voglio dire: lo sono – e a morte – perché da quattro anni non recitavo una singola battuta davanti a un pubblico, e quindi sono terrorizzata-terrorizzatissima, ma per quanto riguarda l’insieme dello spettacolo siamo perfettamente all’interno di quella che in teatro va sotto il nome di normalità. È la faticosa, intensa, puntigliosa Penultima Settimana – e, se non si può dire che tutto vada bene, è tuttavia vero che va come deve andare.

Se non fossi terrorizzata-terrorizzatissima, credo che sarei teatralmente tranquilla, in attesa dello scoppio della tradizionale Crisi Catartica dell’Ultima Settimana, un po’ in pensiero per il disegno luci – ma nulla di più. Stando le cose come stanno… Rehearse

Eh.

C’era un motivo, se avevo smesso, e me ne sto ricordando con terrificante vividezza – ay de mi.

Ma non fate troppo caso a me. Shakespeare in Words sta crescendo con ogni prova. Ci pensavo ieri sera, mentre galoppavo (in ritardo, tanto per cambiare) verso la sala prove provvisoria con un mantello, uno sgabello, una maschera, il copione, il prompt book e una bottiglietta di autan. Ci pensavo con quel misto di soddisfazione, anticipazione, frustrazione e lepidotteri (ugh!) nello stomaco che ho imparato a considerare naturale quando si tratta di teatro: non ci siamo, non ci siamo affatto, non ci siamo ancora – ma siamo al punto in cui è chiaro che, al momento giusto, ci saremo.

Vi aspetto giovedì 4?

Lug 25, 2016 - Shakespeare Year, teatro    No Comments

Iago l’Opaco?

Stephen Jay GreenblattA me Stephen Greenblatt piace proprio tanto.

Il suo Neostoricismo, la teoria secondo cui ogni opera d’arte – letteratura, teatro, musica, pittura, scultura… – va letta e compresa all’interno del suo contesto storico, è uno degli articoli del mio credo.  Why, in realtà ero una neostoricista anche prima di saperlo – ma libri come Will in the World (Come Shakespeare Diventò Shakespeare) e The Swerve (La Svolta) sono stati fondamentali per dare corpo e sistematicità a certe idee che avevo allo stato gassoso.

Quindi, sì: Stephen Greenblatt è una divinità del mio pantheon personale. Nondimeno, ho un peeve.

A un certo punto di Will in the World, Greenblatt introduce il concetto dell’Opacità Shakespeariana. Secondo lui, l’idea centrale della costruzione tragica di Shakespeare, dall’Amleto in poi, è l’opacità delle motivazioni dei personaggi – sopprattutto, ma non solo, dei malvagi. Costoro agiscono per motivi imperscrutabili – e di conseguenza la loro malvagità (o in alcuni casi della loro rovina) è tanto più terrificante e inquietante.Iago

E fin qui tutto bene – ma poi, come poster-boy del fenomeno, Greenblatt presenta Iago: l’alfiere veneziano che, senza un motivo chiaro e apparente, decide fin dalla prima scena di rovinare il suo generale moro. E Otello, che è un soldato di prim’ordine ma non vincerà mai il nobel per la fisica, è una preda facile, tanto più che impiega cinque atti a farsi albeggiare in mente l’idea che l’Onesto Iago non sia poi quel caro ragazzo affidabile che sembra…

Solo che, se posso timidamente dissentire, a me le motivazioni di Iago non sembrano opache affatto. Insomma, Iago lo dice fin dal principio: lui è un buon soldato, abile ed esperto nonostante la giovane età*, il fidatissimo braccio destro di Otello – e quando è il momento di nominare il suo nuovo luogotenente… Otello sceglie un altro?! E sceglie un moscardino pieno di teorie, con tanta esperienza militare sul campo quanta se ne può mettere in un cucchiaino?

Eccola lì, la motivazione: Iago si è visto strappare, senza motivo apparente, quello che gli sembrava il giusto coronamento del suo efficace e leale servizio… Oddìo, se la lealtà di Iago fosse più sincera prima di quello che lui vede come un nigerrimo tradimento, non è dato saperlo, e non è come se la I scena del primo atto ci inducesse a fidarci terribilmente di lui – ma di sicuro Otello non ha mai l’aria di dubitarne, così come non mette discute mai le competenze militari del suo alfiere…

iago21E dunque che cosa c’è di così opaco e misterioso e incomprensibile nella gelosia distruttiva di un uomo che, dopo ogni assicurazione del contrario, si vede preferire qualcun altro per motivi incomprensibili?

E in effetti, se proprio vogliamo parlare di opacità, la motivazione incomprensibile è quella di Otello: perché non promuove Iago? Perché Cassio – che, francamente, non ci dà mai l’impressione di essere granché sveglio? Perché non offre nessuna ragione vera e propria, nemmeno quando un paio di senatori vanno a perorare con lui la causa di Iago?

Così come, se vogliamo parlare di gelosia, siamo proprio sicuri che si tratti soltanto di quella di Otello? La gelosia di Otello è lo strumento che Iago usa per la sua vendetta, ma a mettere in moto tutto a me pare che sia la sua gelosia. La gelosia di Iago – e non, come pure si dice, per via di Emilia. Quando Iago dubita che il Moro si sia infilato nel suo letto, suona proprio tanto come qualcuno che si cerchi delle giustificazioni. La supposta infedeltà di Emilia è del tutto teorica** – ma il tradimento di Otello è tutt’altra faccenda. Iago è geloso – professionalmente e personalmente – perché Otello gli ha preferito Cassio. IagoWhatYouKNow

Dopodiché è difficile negare che la faccenda gli sfugga un nonnulla di mano, e che gli esiti siano del tutto sproporzionati alle cause iniziali, ma non stiamo dicendo che Iago sia una brava persona o che abbia ragione. Diciamo che le motivazioni di Iago sono chiare come il giorno, e che quando, alla fine del Quint’atto, si rifiuta di spiegarsi, “What you know, you know” non significa affatto “Da me non lo saprete mai,” bensì “Come potete chiedermelo – voi lo sapete meglio di chiunque altro!”

Quindi sì, l’opacità c’è – così come la gelosia – ma forse nessuna delle due è proprio (soltanto) dove ce l’aspettiamo…

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* Sì, perché tendiamo a dimenticarcene, ma Iago è giovane: ventotto anni, lo dice lui stesso a Roderigo. Non precisamente un ragazzino, da un punto di vista elisabettiano – ma decisamente giovane.

** Anche se ho in mente almeno una produzione americana (Shakespeare Theatre Company? Mah…) in cui si suggerisce in modo piuttosto inequivocabile che nel letto di Emilia Otello ci sia passato davvero…

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Lug 20, 2016 - teatro    No Comments

Shakespeare in Words – L’Immortalità delle Parole

Avete mai badato a quanto è rilevante il potere delle parole in Shakespeare?

E non parlo soltanto dell’uso magistrale che ne fa – ma del loro potere all’interno delle sue trame:  pensate ad Antonio con la folla, a Edmund, con le sue lettere e le sue narrazioni distorte, alle schermaglie di Beatrice e Benedetto, alle manipolazioni di Cleopatra, agli enigmi delle streghe di Macbeth, agli incantesimi di Prospero e delle fate di Titania, a Giovanna d’Arco che ubriaca di parole il Duca di Borgogna – e, per contro, a Coriolano e Bruto che non capiscono o trascurano la necessità di comunicare, a MacBeth che si accontenta del primo significato di quel che sente, a Frate Lorenzo la cui lettera non arriva a destinazione…  Scritte o sussurrate, taciute o gridate, le parole cambiano i destini, intrecciano gli amori e li distruggono, abbattono i regni, girano la testa delle folle…

E Shakespeare in Words – l’Immortalità delle Parole, è uno spettacolo che esplora proprio questo: che cosa si fa o non si fa con le parole nel mondo di William Shakespeare. È una storia di potere, d’ingenuità e d’astuzia, di manipolazione, di errori e di mosse perfette, d’eternità e di bellezza…

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E non è per caso chea domandarsi che cosa sia poi un nome – e se la rosa non profumerebbe allo stesso modo con un altro nome – sia, tra tutti i personaggi del Canone, proprio una ragazzina di scarsissimo buon senso.

Venite a sentire e a vedere, giovedì 4 agosto, all’Esedra dei Giardini Vecchi a Ostiglia. Venite a vedere e a sentire Hic Sunt Histriones che riporta in vita uno Shakespeare che, pur essendo nella tomba da quattrocento anni, non è mai morto del tutto – e, quattro secoli orsono, era capace d’immaginare che proprio così sarebbe andata.

La Guardia Bianca

Mikhail Belaya-Sibir-Bulgakova_articleimageDici “Bulgakov”, e tutti pensano a Il Maestro e Margherita. Oppure Cuore di Cane o, semmai, Uova Fatali.

La Guardia Bianca è un’altra questione. La Guardia Bianca è un primo romanzo e, come tutti i primi romanzi, è un po’ una faccenda a sé. Niente allegorie grottesche, niente satira feroce, qui: immaginatevi un quadro di famiglia che sembra preso da un primo atto di Chekov, ma visto attraverso una lente deformante. I tre giovani fratelli Mihail_Bulgakov__Belaya_gvardiyaTurbin, il medico militare Aleksej, la bella Elena e l’adolescente Nikol’ka, hanno appena perduto la madre. È il 1918, e Kiev è scossa dalla Rivoluzione. All’improvviso, il vecchio mondo che Elena e i suoi fratelli conoscevano si sfalda scaglia a scaglia. I Turbin, figli della buona borghesia intellettuale, con il loro salotto pieno di libri e i loro amici ufficiali*, guardano la rivoluzione con sospetto e con timore. E mentre Kiev, presa tra i Bianchi, i Rossi e i Tedeschi, vacilla nell’incertezza e nell’anarchia, Aleksej e Nikol’ka si arruolano nella Guardia Bianca…

Ebbene sì, un romanzo sui Russi Bianchi. Gli sconfitti. I nemici della rivoluzione. Non capitava tutti i giorni, e non andò del tutto diritta: la prima pubblicazione a puntate (nel 1925) fu bruscamente sospesa per la chiusura del periodico da parte delle autorità. La cosa sorprendente è che a Bulgakov, con i Turbinssuoi eroi (anti-eroi, se vogliamo) controrivoluzionari, non sia capitato niente di peggio** che un divieto d’espatrio durato tutta la vita. In compenso, l’adattamento teatrale chiamato I Giorni dei Turbin ebbe un successo sesquipedale: rimase in cartellone per un migliaio scarso di repliche tra il 1926 e il 1941. Pare che Stalin ammirasse enormemente I Giorni dei Turbin. Ora, io non so se davvero l’abbia visto almeno venti volte, commuovendosi come un bambino – ma così vuole la tradizione. Gli piaceva talmente tanto che, pur non consentendo a Bulgakov di espatriare come avrebbe voluto, gli concesse una certa quantità di protezione, e lo insediò al Teatro delle Arti di Mosca. Verrebbe da pensare che tanto successo (e tanto in alto) dovesse Turbins5riabilitare il romanzo, vero? E invece no: rimase bandito e non fu più pubblicato fino al 1966, nei tardi anni di Kruscev. Va’ a sapere…

Indipendentemente da questo, La Guardia Bianca è meravigliosamente scritto, con personaggi ben caratterizzati (impossibile non affezionarsi ai tre fratelli e al loro legame), una robusta dose di fatalismo slavo, un mondo che crolla, e una collezione di magnifiche descrizioni***. Epico e lirico e triste e molto umano al tempo stesso. Da leggersi ascoltando il Çaikovskij tardo. E non sarà facile – tanto meno perché potrei sbagliarmi, ma non credo che ne esistano traduzioni italiane né inglesi, ma quanto mi piacerebbe vedere I Giorni dei Turbin a teatro…

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* La casa dei Turbin riproduce esattamente la casa della famiglia Bulgakov.

** Vedi alla voce Pasternak, per esempio.

*** Bella, ma proprio bella, traduzione di Ettore lo Gatto per Einaudi.

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T

SiWLocMakingOfÈ un pomeriggio estivo, e la Clarina lavora freneticamente su PhotoFiltre. Lo Spirito del Bardo aleggia d’intorno, fischiettando Greensleeves, e ogni tanto si avvicina per guardare da sopra la spalla della Clarina.

Lo Spirito del Bardo – Così quella è la locandina?

La Clarina – Hm-hm.

SdB – Non è troppo raccapricciante.

C – Why, thanks.

SdB (stona la nota alta del ritornello) – ♫…

C – E più o meno…

SdB – E quella lì è l’esedra?

C – Sta per essa.

SdB – Ma non è mica curva.

C – Nemmeno quella per cui sta.

SdB – Ay, well. E quello lì sono io?

C – Eh sì.

SdB – Cercherò di non serbarti rancore. E quello è il titolo?

C – Shakespeare in Words.

SdB – Un po’ lo sospettavo. E quello sotto è il sottotitolo?

C (sospira) – Lo dice la parola stessa: sotto il titolo…

SdB – L’immoratlità delle parole.

C – L’immorTAlità delle parole.

SdB – Per niente, donna.

C- Che vuol dire l’immoratlità?

SdB – Se non lo sai tu che l’hai scritto… SiWLoCMakingOf2

C (riguarda meglio e…) – Pittikins, hai ragione… Ay de mi, tutto da rifare!

SdB – Ma no, lascialo così. Ha una certa qual marzialità.

C – Certo, come no? Venghino, siore e siori, ad assistere a L’ImmoraTlità delle Parole!

SdB – Ay, well…

C (disfa e rifà freneticamente) – Pittikins, pittikins, pittikins!

SdB – E però… Lapsus significativo, a suo modo. Come dire che l’uso che Antonio fa delle parole è immora(t)le. E anche Giovanna, insomma. Non è carino manipolare il prossimo a parole.

C – Disse l’uomo che proprio facendo quello si guadagnò l’immortalità…

SdB – Aspetta – ce l’ho! Sposta la T, ma mettila tra parentesi: L’Immor(T)alità delle Parole, eh?

C – Spiritosissimo. E guarda com’è tardi… Va a finire che Re Antioco s’innervosisce.

SdB – Non è più Re Antioco. Adesso è Bruto.

C – Giusto. E anche il Delfino di Francia… E nulla di tutto ciò gl’impedirà di innervosirsi. Ma adesso…. There! Pronto. Shakespeare in Words – l’Immortalità delle Parole.

SdB – Hm. Se chiedi a me, era più originale prima.

C – Ci accontenteremo della banalità, per questa volta.

SdB (sniffs) – Donna senza coraggio.

C – Che ci vogliamo fare? Mail. D’altra parte… Indirizzo. Anche tu…

SdB – Tira fuori Kit Marlowe e ti mordo.

C – Non puoi, sei uno spirito disincarnato. E… invio! Fatto.

SdB – La maniera in cui mi tratti a volte è del tutto immoraTle.

C – Ha ha.

SdB – Me ne spirito via in regale indignazione. Ma Clarina…

C – Sì?

SdB – Hai spedito la mail senza allegato.  (Spirita via)

C – Pittkins, pittikins, pittikins!

(Sipario)

Giu 24, 2016 - gente che scrive, teatro    No Comments

Lacca Carminio e Blu di Prussia

SkeltIn un incantevole saggio intitolato “Penny plain, twopence coloured“, R.L. Stevenson racconta della sua passione infantile per i teatri giocattolo. Erano teatrini di carta colorata e legno, talvolta provvisti di un sistema di illuminazione a candeline.

Il primo editore britannico* di questo genere di giocattoli, quello a cui Stevenson fa riferimento, fu Skelt, e quello che vedete quassù a sinistra è il contenuto di una di quelle buste “per teatrini” che i cartolai vendevano: scene, personaggi e testo per commedie, tragedie, drammi e pantomime, disponibili in due versioni, come da titolo: in bianco e nero al costo di un penny, o già colorate per due pence.

Toy_Theatre.jpg

Questo invece è un teatrino di Pollock

A quanto pare, il piccolo Louis ogni tanto comprava uno di questi plays, e la cosa, che avveniva sempre di sabato, di ritorno da un’escursione al porto per vedere le navi, comportava tutta una liturgia particolare. Intanto la scelta non era per nulla facile: Louis esitava talmente tanto da far spazientire i cartolai, perennemente incerto tra titoli come “Il Pirata”, o “La Foresta di Bondy”, oppure “Il Principe Cieco”.

A decisione avvenuta, si pagava il penny dovuto: la scelta cadeva sempre sulla versione in bianco e nero, perché metà del piacere consisteva nel colorare le figure sui fogli. Si mescolavano lacca carminio e blu di prussia per il viola dei mantelli, si usavano verdi diversi per la foresta…

E poi il gioco era finito.

Stevenson confessa di non avere mai ritagliato una volta le figure, mai messo in scena una singola commedia o dramma. La deliziosa incertezza della scelta, il trionfale ritorno a casa, col premio stretto sotto il braccio e la mente a pregustarne l’apertura e il possesso, la gioia di preparare e stendere i colori erano tutte le soddisfazioni che il piccolo Louis chiedeva ai suoi plays. In realtà, l’intrigo descritto dalle istruzioni lo deludeva sempre, e non vedeva davvero necessità di metterlo in scena.** Piuttosto, s’immaginava nei panni dei protagonisti per qualche giorno, e poi ricominciava a fantasticare dell’acquisto successivo, leggendo i titoli del catalogo di Skelt sul retro della busta.

TreasureIsland3Chissà quanto gli sarebbe piaciuto vedere la sua Isola del Tesoro in versione Toy Theatre, come nel  teatrino (moderno) qui di fianco… Chissà se lo sognava mai, mentre colorava le storie altrui e ci ricamava sopra -senza mai ritargliarle né metterle in scena? I genitori rimproveravano Louis di volubilità, perché si disinteressava troppo presto del giocattolo appena comprato, senza accorgersi come quel modo di procedere prefigurasse già il sognatore e, più ancora e peggio, l’uomo che, per tutta la vita, avrebbe cercato di costruirsi una realtà di suo gusto, scontrandosi sempre con i crudi e poco poetici fatti.

Fin da bambino, Stevenson non era fatto per la realtà: si era già accorto di preferire la vigilia, l’attesa e la preparazione all’atto. Aspettare, ricordare, immaginare, e poi aspettare qualcos’altro, senza mai soffermarsi sull’attimo presente. E come altro avrebbe potuto vivere, quest’uomo che era un narratore e nient’altro?

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* Non ho il coraggio di scrivere “inglese”, per una volta. Credo che noi Continentali ci dimentichiamo un po’ di quanto la Scozia sia un altro posto rispetto all’Inghilterra (e viceversa) fino a quando non rileggiamo qualche autore scozzese…

** Anzi, secondo lui, una rappresentazione sarebbe stata una noia infinita per qualsiasi bambino… Non mi capita spesso di dissentire da Stevenson – ma in questo caso devo proprio.

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History Plays – Romanzi Storici a Teatro

Wolf_Hall_coverOh dolce Inghilterra, isoletta felice, dove i campi sono circondati da siepi di biancospino, il teatro è una religione, e i romanzi storici si adattano per il palcoscenico!

Sì – è una giornata così, abbiate pazienza. Ma il fatto è che è tutto vero: le siepi di biancospino, e il teatro e, soprattutto, i romanzi storici.

“E tu di che ti lamenti, o Clarina? Non hai portato in scena il Somnium Hannibalis, tu?”

Vero – ed è stato bellissimo. Ma è stato per una serie di casi, per un progetto scolastico, e quante volte succede? Quanti romanzi storici arrivano sul palcoscenico alle nostre latitudini? Ben pochi, per non dir quasi nessuno.

Sull’Isoletta è diverso. Cominciamo col dire che portare a teatro i romanzi in generale è una vecchia abitudine. Per dire, tanto il niente affatto storico Jane Eyre quanto lo storico Le Due Città furono adattati numerose volte, cominciando quando i rispettivi autori erano ancora abbondantemente in vita – ma allora era l’equivalente dell’adattamento cinematografico. La cosa bella è che l’arrivo del cinema non cambiò poi troppo le cose, perché il teatro in Inghilterra è davvero una religione, e agli Inglesi piace vedere le storie a teatro, indipendentemente dal cinema. Wolf Hall

Quindi sul palcoscenico arrivano cose di grande successo, come Wolf Hall di Hilary Mantel, insieme al seguito Bring Up The Bodies. Questa favolosa, complessa storia early Tudor incentrata sul ministro enriciano Thomas Cromwell (antenato di quell’altro Cromwell), ha vinto tutto quel che si poteva vincere, il Man Booker Prize e il Walter Scott tra gli altri – e nel 2013 Mike Poulton l’ha adattata per la Royal Shakespeare Company. E il fatto è che era già stata annunciata una miniserie della BBC, con Mark Rylance nel ruolo del protagonista – ma a nessuno è passato per la testa che questo dovesse essere un deterrente all’idea di un adattamento teatrale.

13206633E però, badate bene, in scena non ci arrivano soltanto best-seller di vastissima presa. Di Ros Barber e del suo The Marlowe Papers avevamo parlato tempo fa: romanzo in versi sciolti, una delle migliori variazioni che abbia mai letto sulla teoria marloviana del vero autore – e a me la teoria marloviana non piace granché, ma questo è talmente ben fatto da piacermi molto nonostante la premessa. Anche TMP ha vinto un certo numero di premi, ma stiamo parlando di un romanzo in versi incentrato su una teoria più che un po’ bislacca… Non c’è paragone con i numeri di Wolf Hall, e le probabilità di arrivare in televisione o – men che meno – al cinema, sono pressoché inesistenti. E però anche TMP è arrivato in scena. Una piccola compagnia indipendente ha lavorato con l’autrice all’adattamento, un atto unico/monologo, con un attore solo in scena e musica period dal vivo. Questa non è una produzione sontuosa come quella della RSC, Catturaè chiaro – ma la qualità è ugualmente altissima, e il play sta riscuotendo molto successo. Adesso è a Brighton, e poi girerà – e chissà che in autunno non si riesca a pescarlo a Londra…

Perché Laggiù i romanzi storici si leggono, si adattano, si portano in scena, e si vanno a vedere con entusiasmo – in grande o in piccolo. Capite perché dico che è un’Isoletta felice?

Liste, Pagine, Letture…

ShakelovianaVi ricordate di Shakeloviana?

Romanzi, teatro, cinema, radio… A est della Manica fatichiamo a immaginare la quantità di storie che il mondo anglosassone ha dedicato all’uno e all’altro. E non è soltanto una questione di quantità, ma anche di selvaggia varietà: romanzi storici in senso stretto, ça va sans dire, ma anche gialli, ucronie, rinarrazioni, fantasy, spionaggio, metateatro, storie di fantasmi, la Questione del Vero Autore, l’omicidio a Deptford…

A patto che ci fossero in scena Marlowe e/o Shakespeare, andava bene, giusto?

Da un certo numero di anni vado a caccia di queste cose – e poi ci posto su. Molto di questo lavoro (such hardships!) risale al 2014 – anno di Shakespeare & Marlowe – ma poi mi sono detta: perché non continuare? E, già che ci siamo, perché non dedicare alla faccenda una pagina accessibile dalla colonna qui a destra? Da tempo mi proponevo di farlo, e adesso, con l’Anno Shakespeariano, è arrivato il momento.

E sì, il festeggiato deve dividere la lista con Kit Marlowe – ma mettiamola così: nel 2093 Shakespeare si prenderà la sua rivincita.

Per ora, la pagina si trova qui.

Mag 23, 2016 - Storia&storie, teatro    No Comments

Di Viaggi nel Tempo

sfilata-palio-di-FerraraE così il Palio è stato. O meglio – niente affatto: è appena iniziato, perché l’omaggio al Duca è stato solo l’inizio – ma che inizio!

Dovete considerare che la mia esperienza di rievocazioni era… be’, era un sacco di cose, a ben vedere.

Da un lato, ho avuto a che fare con dei rievocatori, per dire così, da fuori. Di solito si trattava di malguidati tentativi di far interagire teatranti e rievocatori nel modo sbagliato. Perché il punto si è che, in linea generale, rievocatori e tratranti vogliono cose diverse. Si rievoca per ricreare un’epoca passata tanto accuratamente quanto si può, con somma attenzione ai particolari più minuti. In teatro, invece, si prendono scorciatoie, si tagliano angoli, si ignora con allegro sollievo tutto quel che non si vede dalla prima fila di platea, si adorano cerniere e velcro – ma soprattutto, non si ricrea: si evoca, si suggerisce, si richiama, si inclina a 45° gradi e si tinge di violetto… Cattura

Morale: i rievocatori inorridiscono davanti al costume teatrale medio e i teatranti levano gli occhi al cielo di fronte al rigore dei rievocatori. Mescolarli e farli lavorare insieme non sempre funziona. A me era capitato un po’ di tutto – dalle volte in cui proprio non aveva funzionato a quelle in cui si era rimasti a guardarsi sospettosamente da una riva all’altra del fossato… E poi c’erano i rievocatori che ho conosciuto di qua e di là senza vederli veramente all’opera. Compagni di studi, colleghi, amici, conoscenze occasionali… Gente che tornava dalla rievocazione della battaglia di Prestonpans definendo uno zigomo e un pollice fratturati come “roba da nulla” o che poteva passare ore e ore e ore a disquisire di fucili ad avancarica attraverso i secoli… Disse la donna che può passare ore e ore e ore a disquisire di minuzie teatral-elisabettiane – per cui sì, forse dovrei sentire più vicinanza di spirito con i rievocatori, ma devo confessare che almeno alcuni di loro mi fanno lievemente paura.

Untitled 40Dall’altro lato, però, desideravo molto partecipare a una rievocazione vera e propria, indossare uno di quei costumi meravigliosi, sperimentare questo genere di sguardo sui secoli passati…

E  il Palio di Ferrara mi ha dato ragione su questo secondo aspetto, modificando al tempo stesso molte delle mie idee in fatto di rievocatori&teatro.

Intanto, è chiaro che esiste un modo giusto per mescolare le due cose: con Hic Sunt Histriones siamo stati inseriti nel lato più teatrale della faccenda – in cui, una volta rivestiti come si doveva, potevamo interagire alla perfezione con i membri della Corte Ducale. In secondo luogo c’era G., histrio e rievocatrice – posizionata perfettamente a cavallo del fossato e in grado di fungere da cerniera tra i due mondi. È stata lei a Untitled 42volere me e gli Histriones – del che le sono grata. A parte il fatto che è stato molto divertente scrivere in endecasillabi simil-ariosteschi, e che ho conosciuto un simpatico gruppo di cortigiani ducali, tanto appassionati di storia quanto disponibili verso i nuovi venuti – ebbe, a parte tutto questo ho avuto l’occasione di sfilare nel corteo indossando uno di quei meravigliosi costumi di cui si diceva – una tra i millecinquecento figuranti, al suono dei tamburi e delle trombe, lungo le vie di Ferrara antica, mentre cadeva il crepuscolo… Che devo dire? È stato emozionante. Smaltito il timore di pestarmi la gonna – e quello di sollevarla troppo nel tentativo di non pestarla (perché il magnifico costume era stato pensato per gente più alta di me…), mi sono persa nell’impressione che certe cose non fossero cambiate poi troppo negli ultimi cinque secoli e moneta… E poi lo spettacolo – o meglio, gli spettacoli di corte e contrade, nove in tutto, con punte di rimarchevole bellezza e, per lo più, nulla di troppo diverso da quel che avrebbero potuto vedere, all’epoca, i personaggi che interpretavamo seduti sul palco ducale.

Dopodiché, essendo quel che sono, non mi sono saputa impedire di strologar storie attorno alla mia dama in rosso, alle sue circostanze e alla gente che aveva attorno… Ma in fondo, ditemi: avete idea di un singolo motivo per cui, nella sera azzurra e nella città d’oro rosso, al suono delle trombe e al garrire dei gonfaloni, me lo sarei dovuto impedire affatto?

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