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La Guardia Bianca

Mikhail Belaya-Sibir-Bulgakova_articleimageDici “Bulgakov”, e tutti pensano a Il Maestro e Margherita. Oppure Cuore di Cane o, semmai, Uova Fatali.

La Guardia Bianca è un’altra questione. La Guardia Bianca è un primo romanzo e, come tutti i primi romanzi, è un po’ una faccenda a sé. Niente allegorie grottesche, niente satira feroce, qui: immaginatevi un quadro di famiglia che sembra preso da un primo atto di Chekov, ma visto attraverso una lente deformante. I tre giovani fratelli Mihail_Bulgakov__Belaya_gvardiyaTurbin, il medico militare Aleksej, la bella Elena e l’adolescente Nikol’ka, hanno appena perduto la madre. È il 1918, e Kiev è scossa dalla Rivoluzione. All’improvviso, il vecchio mondo che Elena e i suoi fratelli conoscevano si sfalda scaglia a scaglia. I Turbin, figli della buona borghesia intellettuale, con il loro salotto pieno di libri e i loro amici ufficiali*, guardano la rivoluzione con sospetto e con timore. E mentre Kiev, presa tra i Bianchi, i Rossi e i Tedeschi, vacilla nell’incertezza e nell’anarchia, Aleksej e Nikol’ka si arruolano nella Guardia Bianca…

Ebbene sì, un romanzo sui Russi Bianchi. Gli sconfitti. I nemici della rivoluzione. Non capitava tutti i giorni, e non andò del tutto diritta: la prima pubblicazione a puntate (nel 1925) fu bruscamente sospesa per la chiusura del periodico da parte delle autorità. La cosa sorprendente è che a Bulgakov, con i Turbinssuoi eroi (anti-eroi, se vogliamo) controrivoluzionari, non sia capitato niente di peggio** che un divieto d’espatrio durato tutta la vita. In compenso, l’adattamento teatrale chiamato I Giorni dei Turbin ebbe un successo sesquipedale: rimase in cartellone per un migliaio scarso di repliche tra il 1926 e il 1941. Pare che Stalin ammirasse enormemente I Giorni dei Turbin. Ora, io non so se davvero l’abbia visto almeno venti volte, commuovendosi come un bambino – ma così vuole la tradizione. Gli piaceva talmente tanto che, pur non consentendo a Bulgakov di espatriare come avrebbe voluto, gli concesse una certa quantità di protezione, e lo insediò al Teatro delle Arti di Mosca. Verrebbe da pensare che tanto successo (e tanto in alto) dovesse Turbins5riabilitare il romanzo, vero? E invece no: rimase bandito e non fu più pubblicato fino al 1966, nei tardi anni di Kruscev. Va’ a sapere…

Indipendentemente da questo, La Guardia Bianca è meravigliosamente scritto, con personaggi ben caratterizzati (impossibile non affezionarsi ai tre fratelli e al loro legame), una robusta dose di fatalismo slavo, un mondo che crolla, e una collezione di magnifiche descrizioni***. Epico e lirico e triste e molto umano al tempo stesso. Da leggersi ascoltando il Çaikovskij tardo. E non sarà facile – tanto meno perché potrei sbagliarmi, ma non credo che ne esistano traduzioni italiane né inglesi, ma quanto mi piacerebbe vedere I Giorni dei Turbin a teatro…

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* La casa dei Turbin riproduce esattamente la casa della famiglia Bulgakov.

** Vedi alla voce Pasternak, per esempio.

*** Bella, ma proprio bella, traduzione di Ettore lo Gatto per Einaudi.

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T

SiWLocMakingOfÈ un pomeriggio estivo, e la Clarina lavora freneticamente su PhotoFiltre. Lo Spirito del Bardo aleggia d’intorno, fischiettando Greensleeves, e ogni tanto si avvicina per guardare da sopra la spalla della Clarina.

Lo Spirito del Bardo – Così quella è la locandina?

La Clarina – Hm-hm.

SdB – Non è troppo raccapricciante.

C – Why, thanks.

SdB (stona la nota alta del ritornello) – ♫…

C – E più o meno…

SdB – E quella lì è l’esedra?

C – Sta per essa.

SdB – Ma non è mica curva.

C – Nemmeno quella per cui sta.

SdB – Ay, well. E quello lì sono io?

C – Eh sì.

SdB – Cercherò di non serbarti rancore. E quello è il titolo?

C – Shakespeare in Words.

SdB – Un po’ lo sospettavo. E quello sotto è il sottotitolo?

C (sospira) – Lo dice la parola stessa: sotto il titolo…

SdB – L’immoratlità delle parole.

C – L’immorTAlità delle parole.

SdB – Per niente, donna.

C- Che vuol dire l’immoratlità?

SdB – Se non lo sai tu che l’hai scritto… SiWLoCMakingOf2

C (riguarda meglio e…) – Pittikins, hai ragione… Ay de mi, tutto da rifare!

SdB – Ma no, lascialo così. Ha una certa qual marzialità.

C – Certo, come no? Venghino, siore e siori, ad assistere a L’ImmoraTlità delle Parole!

SdB – Ay, well…

C (disfa e rifà freneticamente) – Pittikins, pittikins, pittikins!

SdB – E però… Lapsus significativo, a suo modo. Come dire che l’uso che Antonio fa delle parole è immora(t)le. E anche Giovanna, insomma. Non è carino manipolare il prossimo a parole.

C – Disse l’uomo che proprio facendo quello si guadagnò l’immortalità…

SdB – Aspetta – ce l’ho! Sposta la T, ma mettila tra parentesi: L’Immor(T)alità delle Parole, eh?

C – Spiritosissimo. E guarda com’è tardi… Va a finire che Re Antioco s’innervosisce.

SdB – Non è più Re Antioco. Adesso è Bruto.

C – Giusto. E anche il Delfino di Francia… E nulla di tutto ciò gl’impedirà di innervosirsi. Ma adesso…. There! Pronto. Shakespeare in Words – l’Immortalità delle Parole.

SdB – Hm. Se chiedi a me, era più originale prima.

C – Ci accontenteremo della banalità, per questa volta.

SdB (sniffs) – Donna senza coraggio.

C – Che ci vogliamo fare? Mail. D’altra parte… Indirizzo. Anche tu…

SdB – Tira fuori Kit Marlowe e ti mordo.

C – Non puoi, sei uno spirito disincarnato. E… invio! Fatto.

SdB – La maniera in cui mi tratti a volte è del tutto immoraTle.

C – Ha ha.

SdB – Me ne spirito via in regale indignazione. Ma Clarina…

C – Sì?

SdB – Hai spedito la mail senza allegato.  (Spirita via)

C – Pittkins, pittikins, pittikins!

(Sipario)

Giu 24, 2016 - gente che scrive, teatro    No Comments

Lacca Carminio e Blu di Prussia

SkeltIn un incantevole saggio intitolato “Penny plain, twopence coloured“, R.L. Stevenson racconta della sua passione infantile per i teatri giocattolo. Erano teatrini di carta colorata e legno, talvolta provvisti di un sistema di illuminazione a candeline.

Il primo editore britannico* di questo genere di giocattoli, quello a cui Stevenson fa riferimento, fu Skelt, e quello che vedete quassù a sinistra è il contenuto di una di quelle buste “per teatrini” che i cartolai vendevano: scene, personaggi e testo per commedie, tragedie, drammi e pantomime, disponibili in due versioni, come da titolo: in bianco e nero al costo di un penny, o già colorate per due pence.

Toy_Theatre.jpg

Questo invece è un teatrino di Pollock

A quanto pare, il piccolo Louis ogni tanto comprava uno di questi plays, e la cosa, che avveniva sempre di sabato, di ritorno da un’escursione al porto per vedere le navi, comportava tutta una liturgia particolare. Intanto la scelta non era per nulla facile: Louis esitava talmente tanto da far spazientire i cartolai, perennemente incerto tra titoli come “Il Pirata”, o “La Foresta di Bondy”, oppure “Il Principe Cieco”.

A decisione avvenuta, si pagava il penny dovuto: la scelta cadeva sempre sulla versione in bianco e nero, perché metà del piacere consisteva nel colorare le figure sui fogli. Si mescolavano lacca carminio e blu di prussia per il viola dei mantelli, si usavano verdi diversi per la foresta…

E poi il gioco era finito.

Stevenson confessa di non avere mai ritagliato una volta le figure, mai messo in scena una singola commedia o dramma. La deliziosa incertezza della scelta, il trionfale ritorno a casa, col premio stretto sotto il braccio e la mente a pregustarne l’apertura e il possesso, la gioia di preparare e stendere i colori erano tutte le soddisfazioni che il piccolo Louis chiedeva ai suoi plays. In realtà, l’intrigo descritto dalle istruzioni lo deludeva sempre, e non vedeva davvero necessità di metterlo in scena.** Piuttosto, s’immaginava nei panni dei protagonisti per qualche giorno, e poi ricominciava a fantasticare dell’acquisto successivo, leggendo i titoli del catalogo di Skelt sul retro della busta.

TreasureIsland3Chissà quanto gli sarebbe piaciuto vedere la sua Isola del Tesoro in versione Toy Theatre, come nel  teatrino (moderno) qui di fianco… Chissà se lo sognava mai, mentre colorava le storie altrui e ci ricamava sopra -senza mai ritargliarle né metterle in scena? I genitori rimproveravano Louis di volubilità, perché si disinteressava troppo presto del giocattolo appena comprato, senza accorgersi come quel modo di procedere prefigurasse già il sognatore e, più ancora e peggio, l’uomo che, per tutta la vita, avrebbe cercato di costruirsi una realtà di suo gusto, scontrandosi sempre con i crudi e poco poetici fatti.

Fin da bambino, Stevenson non era fatto per la realtà: si era già accorto di preferire la vigilia, l’attesa e la preparazione all’atto. Aspettare, ricordare, immaginare, e poi aspettare qualcos’altro, senza mai soffermarsi sull’attimo presente. E come altro avrebbe potuto vivere, quest’uomo che era un narratore e nient’altro?

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* Non ho il coraggio di scrivere “inglese”, per una volta. Credo che noi Continentali ci dimentichiamo un po’ di quanto la Scozia sia un altro posto rispetto all’Inghilterra (e viceversa) fino a quando non rileggiamo qualche autore scozzese…

** Anzi, secondo lui, una rappresentazione sarebbe stata una noia infinita per qualsiasi bambino… Non mi capita spesso di dissentire da Stevenson – ma in questo caso devo proprio.

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History Plays – Romanzi Storici a Teatro

Wolf_Hall_coverOh dolce Inghilterra, isoletta felice, dove i campi sono circondati da siepi di biancospino, il teatro è una religione, e i romanzi storici si adattano per il palcoscenico!

Sì – è una giornata così, abbiate pazienza. Ma il fatto è che è tutto vero: le siepi di biancospino, e il teatro e, soprattutto, i romanzi storici.

“E tu di che ti lamenti, o Clarina? Non hai portato in scena il Somnium Hannibalis, tu?”

Vero – ed è stato bellissimo. Ma è stato per una serie di casi, per un progetto scolastico, e quante volte succede? Quanti romanzi storici arrivano sul palcoscenico alle nostre latitudini? Ben pochi, per non dir quasi nessuno.

Sull’Isoletta è diverso. Cominciamo col dire che portare a teatro i romanzi in generale è una vecchia abitudine. Per dire, tanto il niente affatto storico Jane Eyre quanto lo storico Le Due Città furono adattati numerose volte, cominciando quando i rispettivi autori erano ancora abbondantemente in vita – ma allora era l’equivalente dell’adattamento cinematografico. La cosa bella è che l’arrivo del cinema non cambiò poi troppo le cose, perché il teatro in Inghilterra è davvero una religione, e agli Inglesi piace vedere le storie a teatro, indipendentemente dal cinema. Wolf Hall

Quindi sul palcoscenico arrivano cose di grande successo, come Wolf Hall di Hilary Mantel, insieme al seguito Bring Up The Bodies. Questa favolosa, complessa storia early Tudor incentrata sul ministro enriciano Thomas Cromwell (antenato di quell’altro Cromwell), ha vinto tutto quel che si poteva vincere, il Man Booker Prize e il Walter Scott tra gli altri – e nel 2013 Mike Poulton l’ha adattata per la Royal Shakespeare Company. E il fatto è che era già stata annunciata una miniserie della BBC, con Mark Rylance nel ruolo del protagonista – ma a nessuno è passato per la testa che questo dovesse essere un deterrente all’idea di un adattamento teatrale.

13206633E però, badate bene, in scena non ci arrivano soltanto best-seller di vastissima presa. Di Ros Barber e del suo The Marlowe Papers avevamo parlato tempo fa: romanzo in versi sciolti, una delle migliori variazioni che abbia mai letto sulla teoria marloviana del vero autore – e a me la teoria marloviana non piace granché, ma questo è talmente ben fatto da piacermi molto nonostante la premessa. Anche TMP ha vinto un certo numero di premi, ma stiamo parlando di un romanzo in versi incentrato su una teoria più che un po’ bislacca… Non c’è paragone con i numeri di Wolf Hall, e le probabilità di arrivare in televisione o – men che meno – al cinema, sono pressoché inesistenti. E però anche TMP è arrivato in scena. Una piccola compagnia indipendente ha lavorato con l’autrice all’adattamento, un atto unico/monologo, con un attore solo in scena e musica period dal vivo. Questa non è una produzione sontuosa come quella della RSC, Catturaè chiaro – ma la qualità è ugualmente altissima, e il play sta riscuotendo molto successo. Adesso è a Brighton, e poi girerà – e chissà che in autunno non si riesca a pescarlo a Londra…

Perché Laggiù i romanzi storici si leggono, si adattano, si portano in scena, e si vanno a vedere con entusiasmo – in grande o in piccolo. Capite perché dico che è un’Isoletta felice?

Liste, Pagine, Letture…

ShakelovianaVi ricordate di Shakeloviana?

Romanzi, teatro, cinema, radio… A est della Manica fatichiamo a immaginare la quantità di storie che il mondo anglosassone ha dedicato all’uno e all’altro. E non è soltanto una questione di quantità, ma anche di selvaggia varietà: romanzi storici in senso stretto, ça va sans dire, ma anche gialli, ucronie, rinarrazioni, fantasy, spionaggio, metateatro, storie di fantasmi, la Questione del Vero Autore, l’omicidio a Deptford…

A patto che ci fossero in scena Marlowe e/o Shakespeare, andava bene, giusto?

Da un certo numero di anni vado a caccia di queste cose – e poi ci posto su. Molto di questo lavoro (such hardships!) risale al 2014 – anno di Shakespeare & Marlowe – ma poi mi sono detta: perché non continuare? E, già che ci siamo, perché non dedicare alla faccenda una pagina accessibile dalla colonna qui a destra? Da tempo mi proponevo di farlo, e adesso, con l’Anno Shakespeariano, è arrivato il momento.

E sì, il festeggiato deve dividere la lista con Kit Marlowe – ma mettiamola così: nel 2093 Shakespeare si prenderà la sua rivincita.

Per ora, la pagina si trova qui.

Mag 23, 2016 - Storia&storie, teatro    No Comments

Di Viaggi nel Tempo

sfilata-palio-di-FerraraE così il Palio è stato. O meglio – niente affatto: è appena iniziato, perché l’omaggio al Duca è stato solo l’inizio – ma che inizio!

Dovete considerare che la mia esperienza di rievocazioni era… be’, era un sacco di cose, a ben vedere.

Da un lato, ho avuto a che fare con dei rievocatori, per dire così, da fuori. Di solito si trattava di malguidati tentativi di far interagire teatranti e rievocatori nel modo sbagliato. Perché il punto si è che, in linea generale, rievocatori e tratranti vogliono cose diverse. Si rievoca per ricreare un’epoca passata tanto accuratamente quanto si può, con somma attenzione ai particolari più minuti. In teatro, invece, si prendono scorciatoie, si tagliano angoli, si ignora con allegro sollievo tutto quel che non si vede dalla prima fila di platea, si adorano cerniere e velcro – ma soprattutto, non si ricrea: si evoca, si suggerisce, si richiama, si inclina a 45° gradi e si tinge di violetto… Cattura

Morale: i rievocatori inorridiscono davanti al costume teatrale medio e i teatranti levano gli occhi al cielo di fronte al rigore dei rievocatori. Mescolarli e farli lavorare insieme non sempre funziona. A me era capitato un po’ di tutto – dalle volte in cui proprio non aveva funzionato a quelle in cui si era rimasti a guardarsi sospettosamente da una riva all’altra del fossato… E poi c’erano i rievocatori che ho conosciuto di qua e di là senza vederli veramente all’opera. Compagni di studi, colleghi, amici, conoscenze occasionali… Gente che tornava dalla rievocazione della battaglia di Prestonpans definendo uno zigomo e un pollice fratturati come “roba da nulla” o che poteva passare ore e ore e ore a disquisire di fucili ad avancarica attraverso i secoli… Disse la donna che può passare ore e ore e ore a disquisire di minuzie teatral-elisabettiane – per cui sì, forse dovrei sentire più vicinanza di spirito con i rievocatori, ma devo confessare che almeno alcuni di loro mi fanno lievemente paura.

Untitled 40Dall’altro lato, però, desideravo molto partecipare a una rievocazione vera e propria, indossare uno di quei costumi meravigliosi, sperimentare questo genere di sguardo sui secoli passati…

E  il Palio di Ferrara mi ha dato ragione su questo secondo aspetto, modificando al tempo stesso molte delle mie idee in fatto di rievocatori&teatro.

Intanto, è chiaro che esiste un modo giusto per mescolare le due cose: con Hic Sunt Histriones siamo stati inseriti nel lato più teatrale della faccenda – in cui, una volta rivestiti come si doveva, potevamo interagire alla perfezione con i membri della Corte Ducale. In secondo luogo c’era G., histrio e rievocatrice – posizionata perfettamente a cavallo del fossato e in grado di fungere da cerniera tra i due mondi. È stata lei a Untitled 42volere me e gli Histriones – del che le sono grata. A parte il fatto che è stato molto divertente scrivere in endecasillabi simil-ariosteschi, e che ho conosciuto un simpatico gruppo di cortigiani ducali, tanto appassionati di storia quanto disponibili verso i nuovi venuti – ebbe, a parte tutto questo ho avuto l’occasione di sfilare nel corteo indossando uno di quei meravigliosi costumi di cui si diceva – una tra i millecinquecento figuranti, al suono dei tamburi e delle trombe, lungo le vie di Ferrara antica, mentre cadeva il crepuscolo… Che devo dire? È stato emozionante. Smaltito il timore di pestarmi la gonna – e quello di sollevarla troppo nel tentativo di non pestarla (perché il magnifico costume era stato pensato per gente più alta di me…), mi sono persa nell’impressione che certe cose non fossero cambiate poi troppo negli ultimi cinque secoli e moneta… E poi lo spettacolo – o meglio, gli spettacoli di corte e contrade, nove in tutto, con punte di rimarchevole bellezza e, per lo più, nulla di troppo diverso da quel che avrebbero potuto vedere, all’epoca, i personaggi che interpretavamo seduti sul palco ducale.

Dopodiché, essendo quel che sono, non mi sono saputa impedire di strologar storie attorno alla mia dama in rosso, alle sue circostanze e alla gente che aveva attorno… Ma in fondo, ditemi: avete idea di un singolo motivo per cui, nella sera azzurra e nella città d’oro rosso, al suono delle trombe e al garrire dei gonfaloni, me lo sarei dovuto impedire affatto?

Piccolo Bollettino Generale

draft announcingAllora, ricapitoliamo, volete? Una volta consegnato il Serpente è arrivato il momento di quella che, se tutto va bene, sarà l’ultima e definitiva stesura del romanzo.

La Terza Stesura.

No, non c’è un contaparole, perché questa volta non funziona così. Sto asciugando, per cominciare, e assottigliando, e potando, e sfoltendo, e tagliuzzando, e sfrondando, e snellendo – e quindi un contaparole sarebbe di scarso aiuto. Magari lo sarà di più quando inizierò ad aggiungere le scene che ho lasciato indietro nella seconda stesura… Potrei forse organizzare uno di quegli arnesi che, anziché le parole, contano i capitoli. Questo magari sì, perché sto procedendo capitolo per capitolo… Non in ordine – perché mai in ordine? Ieri ho lavorato sul quinto capitolo, oggi sul secondo, domani ancora un po’ di secondo e poi il terzo entro la fine della settimana. Il quarto è già a posto. Sentite: sul campo ha più senso di quanto possa sembrare dalla descrizione – e ad ogni modo potrei davvero aggiungere un contacapitoli.

Ma in fondo è lo stesso. Quel che importa è che va piuttosto bene. Per lo più si tratta di aggiustare e potare. Ho eliminato qualcosa, girato come un guanto qualcos’altro, non ho ancora deciso che fare dell’abominevole William Bradley (tre o quattrocento parole…) e in questa stesura il protagonista litiga molto di più con suo fratello. Nel complesso: so far, so good.

Nel frattempo ci sono in corso altre cose, naturalmente. Draft

1) Il Project F. Questo è una traduzione… Una terrificante traduzione con secondi fini di natura teatrale. Dico che è terrificante perché sotto molti aspetti è un sogno che si realizza, ma mi rendo conto di essermi assunta un compito dannatamente complicato – e per di più me lo sono assunto da miscredente. Quante volte ho detto di non avere un briciolo di fede nella traduzione letteraria? Ebbene, eccomi qui, ma non è come se fossi convertita o nulla del genere. Sono quei secondi fini che vi dicevo e nient’altro. È una traduzione strettamente mirata, e con l’intenzione di riprodurre una serie di idee e condizioni, più che altro… Ma basta così. Dopo tutto, se fosse facile forse non ne varrebbe la pena, giusto? Vi farò sapere.

2) L’editing. Un editing in Inglese che promette molto bene. Su un tipo di testo diverso dal consueto. Non sono certa di avere una zona di sicurezza in fatto di editing, e di sicuro, se ne avessi una, tutto questo è troppo piacevole per poterlo considerare un’escursione… Ma di sicuro è qualcosa che non ho mai fatto prima, à la Colazione da Tiffany – e ciò è bello e anche istruttivo.

3) BJ è un racconto. Quasi quattromila parole. Non ne sono affatto insoddisfatta, tanto che mi piacerebbe mandarlo a un concorso di una certa importanza. Peccato che il concorso accetti testi fino a 2500 parole. E duemilacinquecento sono meno di quasi quattromila. Un bel po’ di meno. Quindi sto cercando di capire se vale la pena di provarci. Se posso ridurre BJ alle dimensioni necessarie senza danneggiarlo irreparabilmente. Per ora sono alla fase potatura – con risultati modesti. La settimana prossima comincio a rimuginare su eventuali amputazioni.

Ecco, più o meno è così che funziona. Poi ci sono gli altri lavori, le traduzioni di saggistica, le revisioni, e le idee di tre plays – una vecchia, una nuova e una di mezz’età – che strillano Scrivimiscrivimiscrivimi… Ma quello per ora è rumore di fondo.

More to come. E sarà bene che torni al lavoro.

La Dura Vita del Teatrante Elisabettiano

fortune.jpgOra, se c’è una forma artistica per cui l’Inghilterra elisabettiana è più nota di altre, è senz’altro il teatro, il che è quasi paradossale quando si considera la posizione di teatro e teatranti nella società dell’epoca.

Da un lato vigeva un ostracismo sociale alquanto rigido: il teatro era considerato immorale, e teoricamente confinato al di fuori dagli spazi cittadini. La maggior parte degli attori e autori abitava fuori dalle mura di Londra propriamente detta e, se le locande e i palazzi che ospitavano le rappresentazioni si trovavano spesso dentro la città, i primi teatri costruiti appositamente per l’uso delle compagnie (come il Theatre, il Curtain e il Rose) sorsero a Norton Folgate o a Southwark, dove erano facilmente raggiungibili e, al tempo stesso, fuori dalla giurisdizione delle autorità cittadine londinesi. Non aiutava particolarmente che il teatro fosse spesso connesso ad altre attività ritenute fonte di corruzione: Philip Henslowe, uno dei più celebri impresari del tempo, si occupava abbondantemente di combattimenti di orsi e galli, e possedeva diversi bordelli. Tra le varie carriere connesse con il teatro, quella di attore seguiva le regole dell’apprendistato, pur senza averne la struttura formale: i ragazzi cominciavano giovanissimi, nelle compagnie di bambini, oppure sotto la guida di un attore adulto, svolgendo mansioni di servi di scena e interpretando comparse e ruoli femminili. L’idea che un bambini e adolescenti apparissero in scena in abiti da donna era considerata malsana e, tanto per cambiare, immorale.

Si tende a credere che attori e scrittori fossero gente violenta e sregolata, ma almeno questo è un globe.jpgpregiudizio che può essere ridimensionato. È vero che Ben Jonson e Thomas Watson uccisero un uomo ciascuno, che Marlowe morì accoltellato in circostanze dubbie, che Greene fu più volte arrestato per rissa, ma stiamo parlando di un’epoca violenta e con un tasso di criminalità stratosferico: francamente non credo che i playwrights fossero molto più sregolati di molti loro contemporanei – di certo erano personaggi pubblici, e mai in una luce favorevole.

Tutto considerato, non fa meraviglia che scrivere per il teatro fosse considerata una degradazione per un uomo di lettere – ciò che non impedì a tutta una generazione di poeti usciti da Oxford e Cambridge di darsi alla drammaturgia con straordinario successo. Era una carriera malcerta nella migliore delle ipotesi, tuttavia: i diritti d’autore non esistevano, e lo scrittore perdeva qualsiasi controllo sulla sua opera nel momento in cui la vendeva a una compagnia – di solito per cifre non astronomiche. Per il Tamerlano, Marlowe ricevette quattro sterline e mezzo all’acquisto, e poi i proventi della seconda giornata (poco meno di quattro sterline). Era una volta e mezzo l’appannaggio annuo di un parroco di campagna, ma la scala di valutazione cambia quando si considera che la Compagnia dell’Ammiraglio, che comprò il Tamerlano, poteva spendere quattro o cinque sterline per un singolo costume femminile. Inoltre i guadagni restavano sempre aleatori, perché il gusto della folla era mutevole, e il Master of Revels, il funzionario regio preposto alla supervisione degl’intrattenimenti, il Lord Mayor e il Privy Council potevano chiudere i teatri in ogni momento per qualsiasi motivo di ordine pubblico. Durante queste sospensioni, che potevano durare mesi, le compagnie, pur relativamente tutelate dal fatto di “appartenere” al loro mecenate (di cui gli attori ufficialmente portavano la livrea), non avevano altra scelta che andarsene a recitare nelle provincie. Quel che è certo è che in questi periodi non compravano testi nuovi, e gli autori erano lasciati ad arrangiarsi come meglio potevano.

inn-yard.jpgSi può dire che nessun playwright dell’epoca vivesse di solo teatro. Tutti scrivevano poesie, saggi, libelli e qualsiasi cosa potessero vendere o dedicare a qualche danaroso mecenate, e molti avevano una seconda carriera: Shakespeare e Ben Jonson recitavano nelle rispettive compagnie, Thomas Kyd faceva lo scrivano, Robert Greene era un libellista particolarmente velenoso (e comunque morì in miseria), Beaumont era avvocato (oltre che ricco di famiglia e poi sposato a una donna ricca), Marlowe, Watson, Nashe e altri lavoravano più o meno saltuariamente per il servizio segreto di Sir Francis Walsingham. Nel complesso, arricchirsi era più facile per un attore che per un autore: Edward Alleyn, stella delle scene londinesi per decenni, morì ricchissimo dopo avere fondato persino un collegio. Shakespeare si arricchì perché era azionista della sua compagnia – e perché aveva un solido senso degli affari.

Dall’altra parte c’era però la frenetica passione che tutta Londra dedicava al teatro, a partire dalla Regina fino ai popolani che pagavano un penny per assistere in piedi, mangiando salsicce e ululando il swan.jpgloro favore o sfavore. Era di moda tra i grandi cortigiani finanziare una compagnia che portava il loro nome (The Admiral’s Men, The Chamberlain’s Men…), ed Elisabetta stessa portò l’uso nella famiglia reale (The Queen’s Men). Va detto che l’augusta protezione non si estendeva praticamente mai all’autore, cui in compenso non era difficile crearsi nemici potenti scrivendo le cose sbagliate. La Grande Bess condivideva il gusto non eccessivamente raffinato dei suoi sudditi: a teatro le piaceva ridere, e Tarlton, il buffone della sua compagnia personale, era celebre per la quantità di scurrili licenze che poteva prendersi davanti alla sua sovrana. Le cosiddette burle (improvvisazioni in prosa, generalmente trivialucce anzichenò) erano moneta corrente persino nelle tragedie più truci o e nei drammi più lacrimevoli. Quando volle che il suo Tamerlano fosse rappresentato senza burle, Marlowe creò sensazione; il fatto che Ned Alleyn, il giovane ma già celebre primattore dell’Ammiraglio, fosse disposto a rinunciare a un elemento di sicura presa sul pubblico la dice lunga sull’impatto del genio di Marlowe e sull’acume di Alleyn.

Resta il fatto che, se avesse voluto, Ned Alleyn avrebbe potuto ignorare del tutto le intenzioni di Marlowe: aveva comprato la tragedia e poteva farne quello che voleva; per di più, i teatri pullulavano sempre di copisti che cercavano di trascrivere quello che potevano del testo, che veniva poi stampato in versioni fantasiose, e venduto senza che l’autore potesse metterci becco o riceverne un singolo penny.

Insomma, considerando l’ostracismo sociale, i guadagni moderati e non troppo sicuri, lo scarso riconoscimento e le molte difficoltà, viene da chiedersi che cosa motivasse le schiere di autori teatrali tra il tardo Cinquecento e il primo Seicento. Se dovessi fare un’ipotesi direi sete di gloria – per effimera che fosse – e l’eccitazione della vita teatrale, e un buon livello di pragmatismo… Ma di certo doveva esserci anche una sincera passione per la loro arte e per l’incandescenza artistica e umana di un teatro in fieri.

Mag 2, 2016 - scribblemania, teatro    No Comments

La Clarina e il Serpente

Dragon3065La coda, sì…

Lasciate che vi spieghi che cosa è successo.

Sapete che stavo riscrivendo, giusto?  Ecco, riscrivevo e tutto andava bene, e mi compiacevo di quanto stesse andando bene, e di come tutto promettesse rimarchevoli miglioramenti rispetto all’originale – e forse mi sono compiaciuta un po’ troppo e, per dirla in termini classici, ho provocato l’ira degli dei…  Perché il fatto si è che, all’approssimarsi del finale, il tutto ha rivelato una natura serpentin-dragonesca.

Natura e coda, alla maniera di quei draghi stilizzati e nordici come quello qui di fianco: una coda variamente e pittorescamente arrotolata. E a un certo punto, la coda si è srotolata e poi riarrotolata – ma non allo stesso modo…

Un finale diverso. Un personaggio in più. Una simmetria molto più elegante, un riproporsi ulteriore di temi, uno strato in più, una conclusione molto più significativa…

“E bravo, Serpente!” ho esclamato io. “E a dire il vero, ci avessi pensato cinque anni fa – ma never mind, ci ho pensato adesso, e tutto è bene quel che finisce bene.”

Ed è capitato che, in questo felice stato d’animo e, certa di essere a un passo dalla fine, io abbia cenato con… be’, con la gente che stava aspettando la riscrittura.

“Oh, non c’è fretta,” ha detto questa gente, ascoltando le mie notizie. “Un personaggio in più? Va bene! Cambiamenti sostanziali? Va benissimo! Un finale diverso? Va benone! E soprattutto non c’è fretta. E dì un po’: quando possiamo aspettarci di ricevere il tutto?”

“Oh, ma in settimana…” ho cinguettatio io incautamente, e me ne sono tornata a casa felice.

E l’indomani, quando mi sono rimessa al lavoro, ho scoperto che il Serpente non aveva ancora finito con me, e per prima cosa ha srotolato la coda di nuovo, e l’ha arrotolata in un altro modo ancora.

No, non un altro finale diverso – del che son grata: lo stesso finale, ma disposto in modo leggermente diverso e leggermente migliore. Con qualche luccichio in più. E allora l’ho risistemato, perché chi sono io per ignorare i luccichii di un Serpente così gentile?

E solo allora mi sono resa conto che la nuova sistemazione richiedeva aggiustamenti più in su. E quindi ho aggiustato e, nell’aggiustare, si è presentata una nuova possibilità da aggiungere al finale – una possibilità migliore, con nuovi luccichii e una conclusione pressoché perfetta.

E quando ho ri-aggiustato il finale… indovinate un po’?

Insomma, per farla breve, per tutta la settimana passata, mentre la scadenza delle mie incaute promesse si avvicinava, il Serpente non ha fatto altro che luccicare e scuotere la coda di qua e di là e, quando ho annodato fermamente la coda in posizione, ha cominciato a scuotere il resto delle spire, e ogni volta che credevo di essere a una lucidatina dalla conclusione, la storia rivelava un’altra iridescenza inaspettata, una simmetria, una possibilità…

Alla fine – ma proprio alla fine – ne siamo venuti a capo, e ho consegnato quando si poteva ragionevolmente sostenere che fosse ancora la settimana scorsa in tutto tranne che nella più letterale e pedantesca lettura dell’orario.

Insomma, adesso il Serpente è a destinazione. Ci sarà il workshop, e poi sì vedrà – ma pittikins, è stata una settimana interessante…

A War By Any Other Name

rosa bianca,york,guerra delle due rose,riccardo iii, shakespeare, sir walter scottPerché, sappiatelo, a nessuno, durante la Guerra delle Due Rose saltò mai in mente di chiamarla “Guerra delle Due Rose”. Asimov*, nella sua Guide to Shakespeare, racconta che gli yorkisti adottarono la rosa bianca a qualche punto della guerra, ma non è che la usassero poi troppo. Per dire, a Bosworth combatterono sotto le insegne personali di Riccardo III, il cinghiale bianco. Quanto ai lancastriani, non c’è nessuna prova che usassero davvero la rosa rossa, anche se è vero che, a guerra finita, Enrico VII vittorioso adottò per emblema la cosiddetta rosa Tudor: una rosa rossa che ne contiene una bianca. rosa bianca,york,guerra delle due rose,riccardo iii, shakespeare, sir walter scott

E allora? E allora passiamo avanti di un secoletto: enter William Shakespeare. Il giovane Will è agli esordi – un attorucolo con un raccapricciante accento dello Warwickshire e delle ambizioni letterarie. Però, pur essendo un provincialotto ineducato, di istinto teatrale ne ha a bizzeffe, e una cosa gli è subito chiara: se c’è un genere che i Londinesi divorano con inesausto appetito, sono le tragedie a sfondo storico. E dunque guardate il nostro giovanotto che si lancia e – forse con la collaborazione di altri, tra cui il ben più celebre coetaneo Kit rosa bianca,york,guerra delle due rose,riccardo iii, shakespeare, sir walter scottMarlowe – scodella le due parti di Henry VI, in cui si drammatizza la guerra civile tra York e Lancaster. E nella I parte c’è questa bellissima scena ambientata in un giardino, in cui cavalieri e baroni e un avvocato fanno una curiosa dichiarazione di lealtà all’una o all’altra parte, scegliendo dai cespugli rose di diverso colore: bianche per gli yorkisti e rosse per i lancastriani. La scena è favolosa, splendidamente congegnata, efficacissima tra le mani di un buon regista – da un punto di vista tanto drammatico quanto visivo. È anche del tutto fittizia – ma per fortuna, come dice Jeffrey Sweet, “Shakespeare non era tipo da lasciare che qualche meschino fatto storico intralciasse i meccanismi del buon teatro.”**

rosa bianca,york,guerra delle due rose,riccardo iii, shakespeare, sir walter scottE comunque di Guerra delle Due Rose nessuno fa motto – né nel giardino né più tardi – ma avanziamo ancora di due secoli e mezzo, fino a trovare un altro autore che ha modellato profondamente la concezione del Medio Evo per i suoi contemporanei e per le generazioni future fino a noi – Sir Walter Scott. Ora, Anne of Geierstein, storiellona magico-cavalleresca ambientata in Svizzera of all places, non è quel che si dice il suo romanzo migliore, ma la presa di Sir Walter sull’immaginazione pubblica è forte: quando, senz’altra base che la scena shakespeariana, i suoi protagonisti inglesi descrivono la guerra civile che li ha costretti all’esilio come Guerra delle Due Rose, l’espressione piace, mette radici tra i lettori di romanzi, poi tra gli studiosi, e infine scivola nei libri di storia, dove prospera ancora. Così come l’immagine scottiana dei Templari corrotti e crudeli. Così come il Riccardo III gobbo e malvagissimo di Shakespeare…

rosa bianca,york,guerra delle due rose,riccardo iii, shakespeare, sir walter scottChe significa tutto ciò? Che la letteratura ha molta parte nel costruire il modo in cui si guarda alla storia. Che, in linea generale, le parole usate con cognizione di causa hanno, se non più forza dei fatti, la capacità di colorare, modificare, condizionare la percezione dei fatti stessi. Che una certezza costruita a teatro e un reputazione distrutta in un romanzo sono molto, molto difficili da riscattare, a dispetto di secoli di seri sforzi accademici. Che il Vecchio Testamento non aveva tutti i torti: saper coniare buoni nomi (e buoni slogan) è un metodo sorprendentemente efficace per plasmare la realtà***.

rosa bianca,york,guerra delle due rose,riccardo iii, shakespeare, sir walter scottalla fin fine è sempre interessante e un po’ terrificante tenere bene in vista il fatto  che, come dice di nuovo Sweet, “tra arte e fatti, l’arte, essendo più vivida, tende a prevalere”.

 

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* Lo sapevate che Isaac dio-della-fantascienza Asimov ha scritto anche un sacco di saggistica? Io l’ho scoperto da poco. Guide to Shakespeare conta ottocento pagine più apparato – due bei tomoni. E’ poco popolare perché “i fan della fantascienza non sanno che fare di questo genere di libri-fermaporte, e gli specialisti non sono mai troppo felici di vedere un outsider in gamba che sconfina nel loro territorio”. (The Tragedy of Isaac Asimov). Qualora foste molto curiosi – e qualora foste disposti a leggervela tutta in Inglese – trovate qualcosa qui: Asimov’s Guide To Shakespeare

** E, detto tra noi, era anche ansioso d’inserirsi nella macchina della propaganda Tudor – il genere di ansia che ti porta ad essere men che scrupoloso con i fatti e le fonti. Riccardo il Gobbo, anyone?

*** O quanto meno, la percezione umana della realtà, il che, si potrebbe azzardare, non è molto distante dall’essere lo stesso, sulla lunga distanza.

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