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Dic 6, 2015 - cinema, Storia&storie, teatro    2 Comments

Povero Giovanni…

PoorJohnSì, sì – povero Giovanni. Giovanni Senzaterra. John Lackland.

Ho una simpatia per lui. Il re più maltrattato della e dalla storia d’Inghilterra. Perché se poi si va a vedere, lo si trova buon amministratore e buon soldato, più sfortunato che altro, e tormentato dal confronto con quell’irresponsabile di suo fratello – il cosiddetto Buon Re Riccardo, la cui bontà, alla fin fine, consisteva principalmente nell’essersene stato lontano dall’Inghilterra per la maggior parte del tempo. Facendosi, incidentalmente, improgionare a fini di riscatto. Esorbitante riscatto – che Giovanni dovette pagare.

Ma no: il Buon Re Riccardo, il Baldo Robin Hood e compagnia cantante – e il Malvagio Principe Giovanni.

E poi arriva Walter Scott – e tutti sappiamo che razza di danni fosse capace di fare.

Uno dei pochi ritratti non del tutto negativi (il che non equivale precisamente a dire positivi) del povero Giovanni è quello di Shakespeare – King John. Che tra parentesi, io avrei molta voglia di leggere un momento o l’altro: che ne dite, o Gente del Palcoscenico di Carta?

Chiusa parentesi e veniamo a oggi, con uno scampolino di film del 1899, nientemeno. Un pezzettinino di Herbert Berbohm Tree – star delle scene inglesi a cavallo tra Otto e Novecento – nei panni del John shakespeariano. Solo un minuto – ed è teatro filmato, badate, nemmeno un film muto. Ma è molto pittoresco a vedersi, per la maniera e le convenzioni teatrali di un altro tempo, perché credo che sia tutto quel che resta da vedere di Tree, perché mostra uno dei primissimi anelli fra teatro e cinema…

E la musica è selvaggiamente inappropriata, e davvero non so come e a chi sia parso bello appiccicarla alla scena… Una volta di più: povero Giovanni. Magari guardatelo muto e accostateci… non so, la Morte di Aase del Peer Gynt? Un movimento a scelta della Patetica di Tchaikovskij?

E buona domenica.

Salamini Foscoliani

FoscoloHo sempre pensato che questa storia, pur non deponendo a favore del buonsenso di Foscolo,  fosse meravigliosa. Ed è anche interessante a titolo di cautionary tale per autori – dentro e fuori da un teatro.

Dovete sapere che la sera dell’undici dicembre del 1811 – quasi duecento e quattro anni esatti orsono – il pubblico accorso alla Scala di Milano per l’Aiace, la nuova tragedia di Ugo Foscolo, si stava annoiando educatamente. In parecchi pensavano che sarebbe stato molto meglio per tutti se l’autore si fosse concentrato su odi, sonetti e poemi, standosene ben lontano dal teatro… A un certo punto, giusto per migliorare le cose, un araldo si piantò in mezzo alla scena e declamò:

“S’avanza Aiace, Re dei Salamini!”

Un certo sbalordimento, colpi di tosse per dissimulare qualche risata colpevole, zittii, e avanti si andò, fingendo di nulla. Se qualcuno sperava che l’Aiace acquistasse un po’ di passo col procedere, era destinato a rimanere deluso: monologhi infiniti, tirate, altri monologhi, altre tirate in cui un limitato numero di gente riferiva, commentava, rimuginava, malediva, delirava e si disperava variamente… Tutto molto bello, tutto molto notevole, tutto molto greco, tutto in versi squisiti, ma di una noia mortale – e ce n’erano cinque atti cinque!

Cosicché, se al quint’atto l’ormai sfoltito pubblico aveva perduto un po’ del suo beneducato riserbo, possiamo biasimarlo del tutto? Immaginate di avere passato una lunga, lunga serata ascoltando gente in chitone che declama quantità sesquipedali di poesia molto, molto aulica… E adesso immaginatevi Teucro che, in tutta solennità, prende il centro scena e intona la sua ovazione al grido di…

“O Salamini!”

Quando è troppo, è troppo. L”irritazione, la noia e la pura e semplice assurdità ebbero il sopravvento, e l’intera sala scoppiò in un scalaconvulso di risa. Alas, l’Aiace, iniziato tra le migliori attese e proseguito tra gli sbadigli, si concluse ignominiosamente tra i cachinni.

Dopo questa infelice prima, la censura volle vedere nella tragedia delle allusioni non proprio lusinghiere a Napoleone e ne proibì le repliche, which was just as well, probabilmente.

Foscolo ci avrebbe riprovato un paio d’anni più tardi con la Ricciarda, prima di decidere che il teatro non era il suo mestiere, ma nel frattempo si offese a morte con il pubblico milanese per via dei Salamini… Se non avesse davvero considerato il potenziale della faccenda, o se avesse deciso che chi non sapeva distinguere tra Salamini e salamini non meritava che ce se ne preoccupasse, è una di quelle cose che non sapremo mai – ma trattandosi del buon Ugo, a dire il vero, non mi sento di escludere del tutto la seconda ipotesi.

L’Ajace annegato nell’ilarità sta a provare che, già dal 1811, nessuna delle due era una buona idea.

 

Nov 25, 2015 - Storia&storie, teatro    No Comments

Agnese e Nulla Più

Ricordate i Lunedì del D’Arco?

Ricordate l’ultimo appuntamento? “Il Fantasma di Mantova – un protagonista della storia della città”…

Ebbene, il protagonista in realtà è una protagonista. L’unico fantasma ufficiale di Mantova: Agnese Visconti che, nelle gelide notti di febbraio, pare s’aggiri e si lamenti ancora su e giù per Piazza Pallone.

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Povera Agnese, decapitata come adultera, dopo un processo quanto meno dubbio… Se avesse davvero cercato consolazione con altri che il marito Francesco Gonzaga è difficile a dirsi, ma di sicuro sulla sua morte pesarono altre urgenze e altre paure che non l’adulterio. Ragion di stato, si potrebbe dire. Storia triste.

Storia eminentemente romanticizzabile, tra l’altro… E difatti un giorno, mentre passeggiava con un amico mantovano, il giovane Felice Cavallotti vide una lapide che diceva “Agnese”. Solo così: “Agnese”.

L’amico gli raccontò della storia malinconica, della cronaca nigerrima e prezzolata del Possevino, delle carte del processo e del geniere austriaco che, secoli dopo, aveva posto la lapide… Diciamo la verità: a sentire “colonnello del Genio austriaco”, non è che ci s’immagini proprio un’animo sognante. E invece questo qui si era infiammato, e s’infiammò anche Cavallotti. Che perfetto argomento di tragedia!

E così tragedia fu. In versi. In sei atti. Colma di tradimenti, ingiustizie, giuramenti, affetti purissimi, e malvagi malvagissimi, con un eroe senza macchia e senza paura e un’angelo d’eroina: la dolce, bionda, bellissima, fiera, fragile, castissima e tenera Agnese…

Sennonché noi sappiamo che Agnese era tutt’altro tipo. Tosta e bruttina, vendicativa e intrigante, malaticcia, sconsiderata, battagliera ai limiti della sgradevolezza… Che avrebbe mai pensato della figurina di zucchero in cui Cavallotti l’aveva riscritta?

Niente di buono, scommetto. E allora immaginatevi il fantasma e l’autore a colloquio. Scintille, non c’è dubbio. Perché più ostinato di una principessa medievale offesa, può esserci soltanto un poeta con un’idea…

Che cosa rende tragica una storia? Che cosa serve sulle tavole di un palcoscenico? Che cosa è più forte, alla fin fine – la dura verità o l’immaginazione? Per scoprirlo non dovete fare altro che venire al Teatrino D’Arco, lunedì 30 novembre, a incontrare l’unico fantasma ufficiale di Mantova, nella lettura drammatica curata da Mario Zolin e interpretata dagli attori dell’Accademia Teatrale Campogalliani.

Vi aspetto.

 

 

Il Bardo & Gian Burrasca

GianB 1In una quinta elementare qui attorno avevano iniziato a leggere Il Giornalino di Gian Burrasca – con scarsa soddisfazione degli implumi, scoraggiati dal linguaggio antiquato.

Salta fuori allora che esiste una… versione? Traduzione? Retelling? Mah… diciamo che esiste Gian Burrasca in linguaggio d’oggidì. La maestra ci riprova e… buona la seconda. Gli implumi leggono Vamba tradotto, e ci trovano un gran gusto. Sipario.

Intanto, Oltretinozza, il prestigioso Oregon Shakespeare Festival commissiona a 36 autori teatrali altrettante traduzioni – their own words – di opere shakespeariane in Inglese più o meno contemporaneo… qui un finale ancora non c’è, perché il progetto PlayOn! è ancora in corso. L’idea dell’OSF è quella di mettere in scena le “traduzioni” accanto agli – e non al posto degli – originali e, come era scontato che accadesse, accademici, teatranti vari e spettatori potenziali si dividono in fazioni con una certa ferocia.

È presto per dire, e bisognerà vedere le reazioni del pubblico americano a PlayOn! – ma Gian Burrasca e il Bardo tradotti sono una faccenda interessante e allarmante al tempo stesso.

Non mi metterò a strillare allo scandalo e al sacrilegio* e la prenderò invece da un altro lato. Che la prospettiva storica sia una questione vastamente negletta non è una novità di oggi. Ogni singola “modernità” ha mostrato più interesse nel rileggere il passato alla luce di sé stessa che nel capirlo nel suo contesto. Why, Shakespeare stesso dava ai suoi antichi Romani linguaggio, mentalità e comportamenti elisabettiani. È l’umana natura – un misto di bisogno di identificazione, appropriazione culturale e spudorata pigrizia. PlayOn

Shakespeare in particolare sembra avere stimolato ogni genere di rimaneggiamenti attraverso i secoli. C’è sempre qualcuno convinto di potere o dovere dare una sistematina alle sue opere, per amore della spettacolarità, della simmetria, dell’ordine, della logica, del buon gusto, del pudore, del costume dei tempi… È, a suo modo, un segno della vitalità dello zio Will. Tutti hanno l’aria di dire “È nostro!” in modi che sono raccapriccianti dal punto di vista filologico, ma molto rivelatori e, alla fin fine, molto affascinanti.

E mi viene da pensare che l’appropriazione shakespeariana (e vambiana) del XXI secolo abbia nome “fretta”. In fondo è una cifra dei nostri tempi: tutto va afferrato e goduto subito, giusto? Subito e con il minore sforzo possibile. Che si debba sudare un pochino per godere di qualcosa fa storcere la bocca. Se bisogna aspettare, fare qualche sforzo, guadagnarsi qualcosa un po’ per volta – odds are che si perda interesse e si vada a cercare altrove. Qualcosa di più facile.

easy-buttonEcco, più facile. È questo il nocciolo allarmante di PlayOn! e del Vamba per i Fanciulli d’Oggidì: la possibilità che la facile accessibilità di queste versioni finisca per scalzare gli originali. Quanti, dopo avere visto un Riccardo III “tradotto”, dopo aver letto il Vamba ventunesimizzato, andranno a cercarsi gli originali? Potreste dirmi – lo dico anch’io – che nel caso di Gian Burrasca non è poi così grave. Vero, di per sé. Nessuno sarà spaventosamente impoverito per non avere letto la prosa originale di Vamba – ma il punto è un altro. L’implume che, dopo avere storto il naso sul linguaggio difficile, legge con soddisfazione la traduzione facile, ci avrà guadagnato qualche risata, ma avrà perso l’occasione di imparare ad accostarsi  a un linguaggio diverso dal suo. Se va bene ne avrà altre – ma il precedente gli avrà insegnato che non è necessario. Che c’è un modo più facile – e quindi perché faticare a capire che cosa dicevano nel 1912, come lo dicevano e magari perché lo dicevano in quel modo?

In qualche modo, tradurre Vamba mi sembra persino più grave che tradurre Shakespeare. Sono tentata di vederci il sintomo di qualcosa di peggio. Perché tradurre Vamba in realtà non ha altre giustificazioni. Potete difendere PlayOn! dicendo che è un tentativo di riprodurre l’immediatezza fra scena e pubblico che era l’esperienza quotidiana dei theatre-goers elisabettiani. Potete dire che l’OSF fa quello che hanno fatto Tate, Davenant, Pope, Garrick, i Lamb e i Bowdler – e sperare che passi come sono passati gli altri. Potete meditare su traduzioni in Inglese e traduzioni in altre lingue**… Potete fare un sacco di cose con le traduzioni di Shakespeare – ma Vamba? A che serve tradurre Vamba, se non ad offrire ai fanciulli una via “più facile”, sanzionata dalla scuola?

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* E qui parlo di Shakespeare, ovviamente. Non so voi, ma con la profanazione dell’opera di Vamba sento di poter convivere.

** Una delle meraviglie delle traduzioni shakespeariane di Quasimodo non è forse proprio quella certa atemporalità del linguaggio? Dovremmo considerare solo le traduzioni in Italiano cinquecentesco? Sarebbero praticabili dal punto di vista teatrale? Domande, domande, domande…

 

Ott 19, 2015 - Storia&storie, teatro    No Comments

I Lunedì del D’Arco

E come ogni autunno, tornano da questa sera i Lunedì del D’Arco – il ciclo di incontri teatrali offerti dall’Accademia Campogalliani.

Quest’anno il tema è…

FantasmiLetteratura, teatro, cinema, leggende, musical… non è una sorpresa, immagino, scoprire che in materia c’è davvero di tutto. E l’Accademia Campogalliani, per sei lunedì da qui al 30 di novembre, offrirà un ricco assaggio di fantasmi in tutte le salse.

Si parte questa sera, con un adattamento dell’incantevole Fantasma di Canterville, un po’ favola e un po’ parodia gotica. Che cosa succede quando il terribile Sir Simon de Canterville, feroce fantasma elisabettiano, si trova di fronte all’allegro ed efficiente scetticismo di una famiglia americana? Sarà una dura battaglia tra il senso del dramma del defunto nobiluomo e i ricostituenti e detersivi d’Oltreoceano – per non parlare di una coppia di pestiferi gemelli. Ma è di Oscar Wilde che stiamo parlando: nessuna storia è mai quel che sembra, e la parodia è sempre a due tagli…

Poi, di lunedì in lunedì, si proseguirà con fantasmi dell’opera, fantasmi a teatro, fantasmi italiani, fantasmi al cinema e, per concludere, un fantasma mantovano.

Ecco il programma:

ProgrLunedì15

E ci sono anch’io, sapete? Il fantasma mantovano è opera mia: Agnese – e Nulla Più, atto unico commissionato appositamente per i Lunedì. Ne riparleremo prima della fine di novembre.

Intanto, qui potete scaricare il programma completo in pdf, completo di informazioni su ciascuno spettacolo. E questa sera, se siete in quel di Mantova, ci vediamo al D’Arco con il Fantasma di Canterville.

Ott 18, 2015 - teatro    No Comments

L’Amico Ritrovato a Teatro

Dopo avermi visto citare per l’ennesima volta la Trilogia del Ritorno di Fred Uhlman un paio di post orsono, N. ha pensato di informarmi che L’Amico Ritrovato a suo tempo è arrivato a teatro. Non sono sorpresa: questa storia di amicizia, tradimento e redenzione p moto adatta al palcoscenico – tanto che, in realtà, ci è arrivata in più di un modo.

Questa è la versione adattata e diretta da Luca Pizzurro, con Giuliano Calandra, Francesco Stella e la voce narrante di Arnoldo Foà, prodotta dal Teatro del Torrino:

E qui Simone Pieroni presta voce e volto ai ricordi di Hans Schwarz in forma di monologo, per la regia di Franco Eco:

Peccato non avere visto né l’uno né l’altro… Magari prima o poi avrò fortuna e inciamperò in una ripresa.

Intanto buona domenica.

Faustus

LocandinaFaustusPiccola

Dopo la felice esperienza di maggio, il Palcoscenico di Carta torna con una nuova lettura: per tre settimane, a partire dal 15 di settembre, ci ritroveremo alla Libreria Galleria Einaudi per leggere Il Dottor Faust di Christopher Marlowe.

E potrei lanciarmi in un peana su che opera straordinaria sia il Faustus – ma lo farò più avanti. Per ora invece vorrei mettervi a parte del fatto che questa lettura è inserita in un evento internazionale. Tra settembre e ottobre ci saranno tre letture del Faust – in due lingue e due paesi: noi, The Paper Stage, West London e The Paper Stage, Canterbury.

Come dice Harry Newman, docente di letteratura rinascimentale alla Royal Holloway University e ideatore del progetto, sarà qualcosa di unico e notevole. Io essendo io, non posso fare a meno di domandarmi che cosa ne penserebbe Kit Marlowe di questa gente che, a quattrocentocinquant’anni e moneta dalla sua nascita, di qua e di là della Manica, si riunisce per leggere il suo Faustus… Considerando le aspirazioni di grandezza e immortalità che prestava costantemente ai suoi personaggi, non credo che gli dispiacerebbe.

Detto questo, se volete leggere con noi oppure ascoltare, se volete scoprire una tragedia poco nota e ancor meno rappresentata, se volete essere parte di questo abbraccio ideale e poetico con l’Isoletta, qui trovate tutto quel che vi serve sapere.

Unitevi a noi – ne varrà la pena.

Ago 10, 2015 - teatro    No Comments

Son et Lumière

Questa qui sotto è un’immagine de La Notabile Fabrica. Con una B sola.

NotFab

Storia del Manufatto del Bertazzolo a Governolo, in forma di son-et-lumière, commissionata per l’inaugurazione dei restauri del Manufatto, appunto, nel 2008. Rispondo di testo, metà della regia (per l’altra metà rivolgersi a Flavia Ferrari) e luci.

La cosa più vasta che mi sia mai capitato di dirigere. Cinquanta persone tra cast and crew. Prove lunghissime e laboriosissime. Uno spazio enorme da riempire e da gestire… Dalla consolle luci a dietro le quinte e con la… er, postazione sopraelevata comunicavamo con i cb.

E i costumi… oh, i costumi. Avevamo tanti di quei costumi e di quei cambi che era una disperazione. Alcuni li avevamo persino fatti noi… Sì, anch’io. No, dico davvero: non ridete. Ad ogni modo, nonostante i nostri sforzi, a qualcosa come tre ore dal metaforico levarsi del sipario, mancavano ancora otto costumi di tutte azzurro polvere per le Ninfe nella danza di corte. La sarta aveva l’aria di essersi volatilizzata – o quanto meno, non rispondeva alla grandinata di telefonate della coreografa imbufalita. Poi, a un certo punto, ricordo di avere incrociato una delle Ninfe.

Con addosso un costume color..

Color…

Color… tulle2

Oh, non ho parole per definirlo. Ecco, immaginate qualcosa sul genere dell’illustrazione qui accanto – solo un pochino più violento, più sfacciato, più abominevole. Azzurro piscina è l’unica descrizione che mi viene in mente – ma ancora non copre l’orrore. Ricordo ancora la ballerina che si morde il labbro. “Oh cavolo. Sei qui… Speravamo di riuscire a non farteli vedere…”

E qui immaginate la Clarina che fissa l’accecante apparizione con occhi tondi come piattini da tè e “Avevo detto azzurro polvere…” balbetta.

E la ballerina le fa pat-pat sulla spalla. “Magari, una volta sotto le luci si noterà meno…”

Al momento di puntare le luci, la danza di corte fu la scena su cui passammo più tempo, modificando il disegno ancora e ancora alla ricerca di una combinazione in cui i dannati costumi non interferissero troppo con la navigazione aerea.

E poi c’era la battaglia fluviale. Una scena molto barocca, in cui delle navi di compensato dipinto venivano mosse su e giù per il palcoscenico, in mezzo a lunghissime “onde” di stoffa azzurra agitate ai due estremi dalle Ninfe (misericordiosamente fuori luce).

Con le giuste luci e la musica era qualcosa di bello a vedersi – if I say so myself – il pezzo visivamente centrale dell’intera faccenda. Solo che aveva dei tempi abbastanza complicati, e avevamo dovuto sostituire due portatori di navi all’ultimo momento. Dopo lunghi strologamenti, prove cronometrate, pasticci misti assortiti e nervi tesi (chè il caldo era notevole e le navi tutt’altro che leggere) decidemmo che servivano dei segnali visibili da parte di qualcuno provvisto di cronometro.

Ebbene, alla fine la soluzione fu questa: al momento della battaglia, alla mia postazione alla consolle luci,  salivo su una sedia e da lassù, armata di torcia elettrica e cronometro, dispensavo segnali al momento giusto: a patto che i portatori di navi si ricordassero l’ordine, ai tempi pensavo io.

Suona tremendamente macchinoso, vero?

E invece funzionò perfettamente. O meglio, no: non perfettamente, perché ci furono intoppi e guai – ma funzionò con efficacia. E tutto era bello a vedersi, e i costumi delle Ninfe parzialmente neutralizzati dalle luci, e gli applausi furono abbondanti, e tutti vissero felici e contenti.

Lug 29, 2015 - cinema, Storia&storie, teatro    No Comments

Caccia alle Orfanelle

Orphans_of_the_Storm-241716294-largeSono a caccia.

Non un libro, questa volta – o almeno non in senso stretto, perché stiamo parlando di una sceneggiatura. Quella di Orphans of the Storm, film muto diretto da D.W. Griffith nel 1921, con entrambe le sorelle Gish. È una storiellona di affetto fraterno, ingiustizia, amore, fanatismo e crudeltà sullo sfondo della Rivoluzione Francese… Melodramma allo stato puro – se non fosse per una certa qual tendenza del regista alla predicazione. Ad ogni modo, il film è visivamente molto bello, e la vicendona è attraente, alla sua gonfia e purpurea maniera.

Ciò detto, dal mio punto di vista il fascino maggiore di questa storia sta nelle fonti.

Griffith, pescò prima di tutto un dramma francese celeberrimo – Les Deux Orphélines di Adolphe d’Ennery ed Eugène Cormon, e la sua Orphansaltrettanto celebre traduzione inglese, The Two Orphans. La storia è quella di due sorelle adottive, arrivate a parigi per cercare una cura alla cecità di una delle due. Dopodiché, nella migliore tradizione di queste cose, le due fanciulle restano separate – una preda di un marchese lussurioso&malvagio, l’altra sfruttata da una megera che la spedisce a mendicare… Ma vogliamo che due angeliche e bellissime fanciulle non trovino un cavaliere senza macchia e senza paura? Ci pensano da un lato un bell’aristocratico di sani principi e dall’altro un povero arrotino zoppo di buon cuore – e naturalmente alla fin fine si aggiusta tutto, con tanto di agnizione per cui le due sorelle proprio sorelle non sono, ma finiranno cugine acquisite. Din don dan.

Come vi dicevo, questa cosa piaceva enormemente. Innumeri spettatori, di qua e di là dall’Oceano, si erano commossi sulle lacrimevoli avventure di Henriette e Louise, e quando Griffith arrivò a interessarsene, il dramma era già stato trasformato in un romanzo, un’opera e non in uno, ma in sei film muti uno dietro l’altro.

No, davvero: sei film. Millenovecentosei e Sette, due volte nel Millenovecentodieci, e poi Millenovecentoundici e Millenovecentoquindici. Ve l’ho detto che la storia piaceva?*

OrphansofthestormEbbene, Griffith arrivava tardi, in apparenza… Ma, essendo Griffith, fece qualcosa a cui nessuno aveva pensato prima. Una volta acquisiti (faticosamente) i diritti del dramma, lo trascinò di qualche anno in avanti – dal 1784 al 1789 e dintorni – certo pensando che , arrivando a Parigi alla vigilia della Rivoluzione, Henriette e Louise potessero avere molte più occasioni per mettersi nei guai.

E in effetti, in questa versione Henriette si trova ad avere a che fare niente meno che con Danton (rivoluzionario buono) e Robespierre (rivoluzionario cattivo), e finisce processata in compagnia del suo aristocratico innamorato e finirebbero entrambi sulla ghigliottina, se non fosse per un salvataggio dell’ultimo minuto molto à la Griffith… Ma non tutto viene dalle Due Orfanelle. Ci sono di mezzo almeno altri quattro drammi, un romanzo (Le Due Città di Dickens) e, secondo me, un libretto d’opera – perché il Danton di Griffith, con il suo tentativo di salvataggio e la perorazione in tribunale, somiglia al Carlo Gérard dell’Andrea Chenier. Orphans_of_the_Storm_(1921)_-_L_Gish_&_Schildkraut

Insomma, ammettetelo: è una favolosa insalata di fonti – e vi dirò che è piuttosto divertente anche solo riconoscere la provenienza dei singoli incidenti o personaggi… Al momento sto cercando di raccogliere tutto quel che posso. Le Due Città non hanno bisogno di rilattura, e in fatto di drammi sono a buon punto, grazie al Project Gutenberg e a Internet Archive.

Quel che mi manca è il passaggio intermedio, l’anello di congiunzione tra la parola scritta e lo schermo: la sceneggiatura – ed è di questo che sono a caccia. Ancora non ho le idee ben chiare su quanto sarà difficile. Qualche ricerca preliminare non ha condotto a nulla. Farò ancora qualche tentativo, e poi inizierò a seccare i contatti Oltreoceano… Stiamo a vedere, ma ho qualche fiducia. E intanto, anyway, ho una caccia al tesoro in corso – ed è già bello di per sé.

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* E non pensate che fosse finita lì. Post Griffith, tra America, Francia, Spagna, Italia e Egitto, tra film e telefilm, le orfanelle titolari torneranno sullo schermo nel 1933, 1942, 1944, 1947, 1949, 1950, 1954, 1961, 1965, 1976 e 1971. Poi basta. Uno o due di questi in Italia vanno sotto il nome de Le Due Orfanelle – e non lo so per certo, ma credo che siano della varietà senza Rivoluzione. C’è anche una parodia – credo – con Totò.

 

Mag 24, 2015 - musica, Poesia, teatro    No Comments

Gus, il Gatto del Teatro

CatsPerché qui oggi siamo d’umor teatrale.

Che novità, eh?

Ma tant’è – e allora perché non Asparagus “Gus” the Theatre Cat da… be’, originariamente da Old Possum’s Book of Practical Cats, di T.S. Eliot, poi musicato da Andrew Lloyd Webber.

Qui a cantarlo sono Susan Tanner e nientemeno che Sir John Mills:

E non so che farci, adoro il vecchio gatto che si crogiola nelle sue glorie passate (Frorefrorfiddle, il Mostro della Brughiera…) e si lagna delle produzioni moderne (che sì, sì, non hanno niente che non va – ma vogliamo mettere?) e dei giovani gatti di teatro (che si credono in gamba perché sanno saltare dentro un cerchio)…

E poi ho un debole per i gatti soriani, e poi è da ieri mattina che ho in mente questa canzone e seguito a canticchiarla, e quindi ecco qui.

E buona domenica.

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