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Forma & Sostanza

Dopo essersi sorbito un certo numero di lai furibondi sulle lacune son et lumière del debutto di Aninha (una volta o l’altra vi racconterò), P. mi scrive così:

Senza troppi preamboli, ti dirò che non capisco il perché delle tue apprensioni per il mancato funzionamento degli effetti speciali. Capisco che, dopo aver lavorato alacremente agli effetti luce, al sonoro, e a tutti i dettagli che di sicuro rendono perfetta la rappresentazione, tu possa contemplare l’omicidio di vari tecnici. Però, gli applausi finali dovrebbero semmai darti ulteriore conferma che le tue opere hanno già molta sostanza, al punto che la forma, pur non inessenziale, può anche passare in secondo piano, purchè non si tratti di far recitare degli energumeni dotati solo dell’uso del dialetto etilico. Se le luci e il sonoro funzionassero alla perfezione, ma i tuoi lavori avessero poco da dire, il pubblico avrebbe probabilmente l’impressione di assistere ai fuochi della sagra, non credi?

Ebbene, sì e no.

Ormai è assodato che mi faccio venire attacchi di convulsioni con relativa e innecessaria facilità – ed è risaputo che della mancanza o imperfezione dei particolari del disegno luci in trentasei pagine il pubblico non si accorgerà mai. Quindi P. è ben lungi dall’avere tutti i torti.

On the other hand, però, non amo molto la teoria secondo cui la sostanza è tutto quel che conta, o almeno quel che conta di più, per la semplice ragione che in fatto di teatro, come di scrittura e di arte in genere, la forma è sostanza. Che cos’è l’arte se non espressione formale della sostanza? Metaesempio: tutti – o quanto meno molti – hanno la vaga impressione che la sostanza (nella vita reale) importi più della forma*. Però c’è voluto Shakespeare per dire che una rosa con un’altro nome profumerebbe allo stesso modo. E nel dirlo si contraddice, perché a rendere pressoché immortale la sua idea di forma/sostanza è proprio la forma. Ma in realtà, al di là degli aerei nonnulla che faceva sussurrare al suo adolescente innamorato, lo zio Will sapeva benissimo che, se si chiamasse acido tetrafenilcloridrico, la rosa conserverebbe forse lo stesso profumo, ma non troverebbe molta gente disposta ad annusarla per accertarsene…

In un romanzo, un racconto, un articolo o una poesia, ciò significa che stile e contenuto devono fondersi per stampare un’unica impronta nella mente del lettore. “Dice belle cose ma è scritto male”, oppure “E’ scritto divinamente ma non è che dica granché” sono due insegne di scrittura parimenti così così.

In teatro, alla buona scrittura devono aggiungersi la buona recitazione, la buona regia, le buone luci, le buone scene, i buoni costumi, le buone musiche e il Something-something creato dal felice combinarsi di tutti questi elementi. Se ne manca anche solo uno, il risultato resterà sempre così così. Non intendo imperfetto – l’imperfezione è un’altro mantello dell’arte – ma proprio leggermente mediocre. Lacking in quality. Dilettantesco. Un tantino naufragato sugli scogli che stanno tra intenzione e realizzazione dell’intenzione stessa.

Come dicevasi più sopra, ciò si applica anche a tutte le forme di scrittura – seppure in modo meno spinoso, perché il romanziere, il poeta e l’articolista hanno molto più controllo sulla loro forma di quanta il playwright possa mai sperare di averne sulla forma del risultato finito, che deve combinare le sue intenzioni e competenze con le intenzioni e competenze di un sacco di altra gente.

Il principio però rimane lo stesso: in qualsiasi disciplina, la più solida e profonda delle sostanze non è una scusante per le lacune della forma. E a dire il vero, cercare questo genere di scusanti cessa di sembrare una buona idea non appena si considera che curare la forma è il modo più efficace per affinare l’espressione della sostanza.

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* Francamente non sono molto d’accordo nemmeno per quanto riguarda la vita reale, ma questo è un altro post.

Lug 29, 2011 - Furore Tremendo, teorie    5 Comments

Un Po’ Di Pò

Un po’ si scrive con l’apostrofo, grazie.

Si scrive con l’apostrofo perché è il risultato di un’apocope: la lingua parlata, creatura senza riguardi e senza scrupoli, si è liberata di una sillaba che stava tra i piedi. In principio era “un poco”, poi la lingua parlata ha spinto e l’ultima sillaba è caduta.

Come molta gente senza scrupoli e senza riguardi, la lingua parlata non bada a cancellare del tutto le tracce dei suoi misfatti: appeso al po’ è rimasto quell’apostrofo che significa “qui stava una sillaba. Requiescat In Pace.”

Per cui, scrivere un pò con l’accento è sbagliato, è bruttino e non significa nulla.

E perché, o Clarina te ne stai qui, di primo mattino, a pontificare d’apostrofi e d’accenti? Perché ho constatato che, quando digito la combinazione P e O, il T9 del mio telefono Nokia scrive . Con l’accento. E solo chiedendo alternative ottengo il po’ corretto, con il suo bravo apostrofo.

Ora, la mia domanda è: perché diavolo quello che è in definitiva un processorino di scrittura deve suggerire sgrammaticature? Non è grave, si dirà. Vero, ma che cosa costa suggerire automaticamente la forma corretta? Il accentato ormai dilaga, si dirà. Finirà ben presto col diventare un uso invalso… Vero anche questo, in tutta probabilità – ma perbacco, è proprio necessario che il T9 gli dia una spinta? Che lo sdogani? Che lo legittimi? Che lo sposi?

Ora, sono più che certa che sapete benissimo come si scrive un po’, però magari, nel genere di fretta che si tende ad avere quando si scrivono messaggi, non ve ne accorgete neppure, o lasciate correre. Tanto è solo un sms. Tanto il senso è chiaro lo stesso. Tanto, che differenza fa? 

Ebbene no, O Lettori. Ribellatevi. E’ una ribellione piccina piccina, il genere di cose che nessuno noterà – e che quindi farete soltanto per voi stessi – ma fatelo lo stesso: chiedete l’alternativa e mandate attorno le vostre apocopi come Devoto-Oli comanda.

Ecco. Adesso che ho lanciato la mia piccola crociata grammaticale, posso affrontare la giornata con animo migliore. Nulla come un buon rant di prima mattina…

Giu 17, 2011 - anacronismi, cinema, teorie    2 Comments

Il Barone Rosso Meets La Bambinaia Francese

barone rosso, manfred von richtofen, scrittura cinematografica, anacronismiIl Barone Rosso è uno di quei personaggi su cui potrebbero esserci più romanzi e più film di quanti ce ne siano. O forse no.

Junker prussiano, asso per antonomasia della I Guerra Mondiale, un genio nel suo campo, morto giovanissimo in battaglia… sembrerebbe perfetto, no? Solo che poi leggi i suoi diari. Persino attraverso il lavoro del protoeditor che gli fu affiancato, la personalità che emerge è singolare: un rimuginatore introverso, con una passione e un’etica delle battaglie aeree, un rigore quasi monacale nel comando, delle intuizioni tattiche fulminanti e un misto di spavalderia, riservatezza e spleen che è molto attraente ma niente affatto cinematografico.

Quindi non è del tutto sorprendente che gli sceneggiatori non sappiano bene che cosa fare di lui – e i risultati dei rari tentativi tendono ad essere deprimenti.

barone rosso, manfred von richtofen, sceneggiatura, filmDi Richtofen, film muto del 1929 non so proprio nulla, ma mi documenterò. Intanto però posso dirvi che nel grigio Von Richtofen And Brown, del 1971, il Barone è ritratto con una gelida cautela che sconsola. Difficile anche solo interessarsi al suo personaggio. Ma d’altra parte il suo (supposto e probabilmente anche sbugiardato) abbattitore, il canadese Roy Brown, è abrasivamente antipatico. L’intenzione di contrastare il cavaliere del cielo con il rustico ragazzo coloniale che dice pane al pane è assai poco sottile e l’inespressività degli attori, in particolare l’allucinato spilungone John Phillip Law, non giova affatto. Alla fin fine ci si ritrova con un certo numero di duelli aerei (bellini ma anacronistici nella scelta degli apparecchi) e due protagonisti con tanto fascino e tanto spessore combinati quanti ne starebbero sulla punta di un coltello. 

Dopo questo, il Barone compare come figura di contorno in un certo numero di film e telefilm – ora inavvicinabile leggenda vivente, ora mezzo matto sanguinario – e poi più nulla fino al 2008. barone rosso, manfred von richtofen, sceneggiatura, scrittura cinematografica

Nel 2008 esce Der Rote Baron, maxiproduzione tedesca girata in Inglese, in un tentativo di raggiungere un mercato più vasto. Tentativo fallito grandiosamente, visto che dopo essere stato un fiasco in Germania, il film ha avuto pochissimo successo altrove. Non so se in Italia sia mai arrivato nei cinema, ma le recensioni che si leggevano su IMDb erano tali da non far rimpiangere particolarmente il fatto. Ciò non toglie che, vedendolo passare in televisione qualche sera fa, gli abbia dato un’occhiata. Ebbene, c’è un motivo se ha fatto fiasco – e questo motivo è, signore e signori, la Cattiva Scrittura. Cominciamo col dire che, visivamente, il film non è del tutto male. Immagino che il sostanzioso budget sia andato tutto in effetti speciali, perché gli esterni girati nei teatri di posa sono un tantino evidenti, e le scene di massa sono… er, masse piccole. Gli effetti speciali, dal canto loro, sono persino un po’ troppo, con i bi/triplani di tela e legno che fanno acrobazie da F16 e combattono in formazione iperserrata… Dopodiché, onore al merito là dove spetta: costumi e ambientazioni sono molto curati e anche accurati, gli aerei finti a terra sono una bellezza (nonostante siano, ancora una volta, gli aerei sbagliati in più di un caso), e la fotografia fa qualche sforzo per creare un’atmosfera di crescente desolazione e claustrofobia – but more on that later. Gli attori… Il casting è un misto di scelte ragionevolmente felici, approssimazione e nomi stranieri finalizzati alla cassetta ma, a dire il vero, gli attori sono difficili da giudicare, costretti come sono in una sceneggiatura che soffre di molti mali in vari stadi di gravità.

Sgombriamo il campo dalle magagne ovvie: il passo della narrazione è di fatto un saltellon-saltelloni di scene episodiche, mal legate tra loro e in una sequenza che immagino incomprensibile per chi non arrivi con qualche conoscenza della vita del Barone e dello Jasta 11. La caratterizzazione dei personaggi è minima e grossolana – vedansi i quasi macchiettistici Kaiser e Hindenburg, per non parlare del Brown di Joseph Fiennes, che sembra uscito da Cambridge. La storia d’amore fittizia è convenzionale fino alle lacrime, e parrebbe stock Hollywood fare cucinato in salsa tedesca, se non fosse in realtà parte di una colpevole strategia di fondo. Idem per le spaventose libertà storiche – e con questo veniamo alla malattia più grave di questa sceneggiatura: la Sindrome della Bambinaia Francese.

Ne avevamo già parlato, ricordate? La SdBF è la forma più grave e più colpevole di anacronismo: prestare sensibilità del nostro tempo a personaggi di un’altra epoca, ritraendo automaticamente come malvagi i loro contemporanei non anacronistici. Nella sua ansia di mostrare che il Barone era “un ragazzo come noi”, e nel suo zelo missionario antibellico, l’autore/regista Nikolai Muellershoen rende il suo film fasullo, preachy e intellettualmente disonesto.

Ecco che il Barone diventa un improbabile proto-pacifista allegro e compagnone, che ordina ai suoi di abbattere gli aerei nemici rigorosamente senza uccidere il pilota, che va matto per le acrobazie aeree, che fa amicizia con Brown, che matura quando la sua dolce infermiera gli ammannisce un fervorino sulle atrocità della guerra e sulle ingiustizie sociali, che suggerisce a Hindenburg di arrendersi e occasionalmente rimbecca il Kaiser. Ora, non solo nulla di tutto questo è vero, ma tutto ciò travisa completamente la personalità e la mentalità del Barone nell’intento di far passare un messaggio pacifista e un’immagine più “simpatica” dei Tedeschi in guerra. Nel film il Barone e la sua infermiera ragionano come gente del XXI Secolo, e qualsiasi altro punto di vista è trattato come stupido, retrivo e guerrafondaio. Come dicevasi, Sindrome della Bambinaia Francese a uno stadio grave.

E la cosa si traduce in cattiva scrittura perché tutto è sacrificato alla predicazione e alla storia d’amore – ma proprio tutto: accuratezza storica, ritmo, caratterizzazione, tutta una serie di avvenimenti fondamentali della vita del Barone e, incredibilmente per un film su un asso dell’aviazione, persino i duelli aerei, di cui vengono mostrati solo generici spizzichi e bocconi qua e là, senza troppo capo né gran coda.

Ricordo di avere pensato, a suo tempo, che forse una produzione tedesca avrebbe saputo rendere meglio il personaggio. Sbagliavo e non tenevo conto dell’ansia di riabilitazione della Germania. Muellerschoen avrebbe potuto fidarsi dello spettatore, mostrandogli la parabola tragica di un giovanotto che entra in guerra pieno di entusiasmo e spirito patriottico, e continua ad ingoiare lealmente i suoi dubbi mentre il mondo che vuole difendere gli crolla attorno. Invece ha deciso di sbattercelo in testa ripetutamente, il suo messaggio, e al diavolo la storia.

Peccato.

Riuscirà qualcuno, prima o poi, a scrivere il Barone per quello che era – come un uomo del suo tempo, con le sue complessità e non quelle di qualcun altro?  

La Regola Del Curry

Leggevo un articolo su Writer’s Digest, tempo fa – tanto tempo fa che non ricordo più l’autore… Si parlava di dialogo, e si suggeriva di usare con misura le “meraviglie”. Per meraviglie intendendosi quella risposta perfetta e brillantissima, o quell’espressione favolosa, o quella battuta al vetriolo che caratterizzano tanto bene un personaggio. “Non più di una volta o due in un libro,” diceva l’innominato articolista, e ricordo di avere storto la bocca. Una volta o due? In tutto un libro? Che esagerazione!

Poi mi succede di leggere un volume (non il primo, per motivi vari) di una serie di gialli storici inglesi. Tutto è perfetto: ricostruzione storica da leccarsi i baffi, personaggi che balzano fuori dalla pagina, dialoghi brillanti, e se l’intreccio giallo scivola un po’ in secondo piano, fa lo stesso, tanto è buono il resto. Parlo dei misteri di Sir Robert Carey, di P.F. Chisholm, non tradotti in Italiano, ahimé, ma che valgono bene qualche sforzo per leggerli in originale – anzi, ho tanto idea che tradotti perderebbero parte del loro fascino… Perché il fascino in questione poggia largamente sulle incomprensioni culturali tra il granitico, lugubre, cinico e al tempo stesso ingenuo Sergente Dodd, strappato di mala voglia alla sua guarnigione sul turbolento confine con la Scozia, e i Londinesi di ogni estrazione sociale, dal Ciambellano della Regina ai monelli Cockney.

E’ una delizia assoluta seguire Dodd mentre si aggira perplesso e sospettoso per questa enorme, caotica e incomprensibile Londra, borbottando tra sé con l’accento quasi-scozzese del Berwickshire… A un certo punto, incontrando il giovane Shakespeare, Dodd commenta tra sé che è disposto “tae throw him a lot farther than he could trust him.”

Questo è uno di quei coloriti, meravigliosamente espressivi e un po’ nonsense modi idiomatici inglesi, e significa che Dodd non si fida di Shakespeare neanche un po’.

Il modo idiomatico originale (I can throw him farther than I can trust him*, oppure I’d trust him as far as I can throw him, oppure anche I wouldn’t trust him farther than I can throw him – vedete l’accesa discussione in proposito su questo forum), fa perno sulla difficoltà di scaraventare molto lontano un altro adulto, e su un altro modo idiomatico: “how far do you trust him?”, traducibile come “quanto di fidi di lui?”

Ecco, a questa domanda, a proposito di Shakespeare, Dodd risponderebbe “Not as far as I can throw him,” e – benché in tutta probabilità si tratti di un anacronismo – l’effetto è irresistibile. O almento, lo è stato la prima volta che me lo sono trovato davanti, perché era così inatteso e al tempo stesso così perfetto per il personaggio, e così adatto alla situazione… La seconda volta, pensato di nuovo da Dodd a proposito di altra gente, è suonato già meno naturale, perché è un modo idiomatico talmente inconsueto che la ripetizione si fa notare – e di conseguenza, quando noto la scrittura, sono trascinata fuori dalla storia.

Una terza volta non c’è – perché P.F. Chisholm conosce il suo mestiere e non si lascia trascinare dall’entusiasmo, ma sono certa che, se ci fosse stata, sarebbe stata irritante.

E dunque, chi l’avrebbe mai creduto, si direbbe che l’articolista di WD avesse ragione: anche per le particolarità del dialogo, vale la Regola del Curry. Più è piccante, meno se ne deve usare – o finirà per coprire tutti gli altri sapori.

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* Probabilmente sto esagerando, ma mi chiedo se non ci sia anche un gioco di parole tra trust e thrust, che, tra le altre cose, è un sinonimo di throw… Ad ogni modo, non riesco a individuare fonti attendibili sull’origine dell’espressione. Qualcuno sostiene che non possa avere più di cent’anni – ma sta talmente bene in bocca a Dodd che sono disposta a considerare il suo uso uno di quei rari casi di anacronismo perdonabile.

Ott 1, 2010 - grilloleggente, teorie    2 Comments

Parodie

So di avere dato mixed signals, qui (voce n° 10) e qui (risposta al primo commento), a proposito delle parodie. Forse è giunto il momento di discuterne.

Cominciamo chiarendo che la parodia è un genere vecchio come le colline, e non è necessariamente una “versione buffa di un originale” come tendiamo a considerarla. Letteralmente, parodia significa “trasposizione imitativa”, e consiste in qualsiasi aperta imitazione di uno stile, di un genere o di una convenzione letteraria – o musicale. In pratica è una rielaborazione il cui significato poggia in buona parte sulla riconoscibilità del testo originale.

In questo senso ampio, l’Ulisse di Joyce è una parodia dell’Odissea, di cui riprende e rielabora elementi narrativi, senza il minimo intento comico o caricaturale.

Tuttavia, il senso più comune e diffuso è quello della versione burlesca (o satirica) di un originale, ed è di quello che parliamo adesso.

Se vogliamo trovare una ur-parodia, probabilmente dobbiamo rifarci alla Batracomiomachia, poemetto databile tra il V e il I Secolo a.C., parodia omerica in cui rane e topi combattono una guerra di Troia in miniatura. Per secoli, nell’antichità, la Guerra delle Rane e dei Topi era stata attribuita a Omero – con tutte le difficoltà che ne conseguivano. L’attribuzione è decaduta, ma resta il fatto che almeno fino al XII Secolo si è attribuito ad Omero un sense of humour.

La Batracomiomachia, chiunque l’abbia scritta, non era un caso isolato: ci sono giunti i titoli di svariate opere analoghe, abbastanza per dedurne l’esistenza di un genere parodistico. Come accadono queste cose? Trovo piuttosto convincente la teoria propugnata dalla scuola narratologica bakthiniana, secondo cui la parodia è un’evoluzione naturale nel ciclo vitale di un genere letterario: un genere sviluppa convenzioni che col tempo vengono universalmente accettate e creano aspettative nei lettori; a questo punto, subentrano autori che sovvertono le convenzioni in questione, provocando il divertimento dei lettori. Questa lettura fa della parodia quasi più un fenomeno trans-genere che un genere vero e proprio, ma non complichiamoci la vita.

Di sicuro si divertivano a sovvertire le convenzioni i Goliardi medievali che parodiavano testi sacri e procedure giuridiche, e la letteratura propriamente detta non andava certo indenne: che cos’è il Sir Thopas dei Canterbury Tales se non una parodia dei poemi cavallereschi? Nella stessa vena, qualche secoletto più tardi, ecco il Don Quixote, che pur finendo con il trascendere di gran lunga, parte come una parodia*, la più semplice Secchia Rapita del Tassoni, The Knight of the Burning Pestle degli inseparabili Fletcher&Beaumont.

Non è detto che la parodia sia sempre il centro dell’opera in cui si trova: in Shakespeare compaiono spesso parodie a fini comici (Piramo e Tisbe nel Sogno di Una Notte di Mezza Estate), satirici (il Matto del Re Lear) o di contrasto drammatico (l’incontro tra Amleto e gli attori – anche se non è del tutto improbabile che qui il buon Will si stesse togliendo qualche sassolino di tra i denti); Swift prende ferocemente in mezzo la scienza dell’epoca con l’Accademia Scientifica di Laputa, e Jane Austen scaglia più di un dardo in direzione del romanzo gotico (particolarmente Mrs. Radcliffe) ne L’Abbazia di Northanger. Il tutto all’interno di lavori che non sono parodie nel loro insieme.

Non è infrequente che la parodia venga usata a fini di satira sociale o politica, più o meno tagliente. Si parlava di Swift, prima, e si possono ricordare anche G.B. Shaw e George Orwell**, mentre su Oscar Wilde si può discutere: i matrimoni contrastati e le agnizioni de L’Importanza di Chiamarsi Ernesto sono parodia della buona società inglese, o di un certo tipo di letteratura?

Con il Novecento, non è sorprendente che la parodia abbia toccato e incluso altri generi espressivi, primo tra tutti il cinema, che ha cominciato assai presto nella sua storia a parodiare tanto se stesso quanto la letteratura. Da Stanlio e Ollio a Mel Brooks a Shrek, intere carriere si sono costruite sullo sbeffeggiamento più o meno amabile di generi, stili e convenzioni. Se dovessi elencare qualche predilezione personale, credo che citerei Brancaleone, Frankenstein Jr. e SpaceBalls.

E, parlando di altri mezzi, non dimenticherei la televisione (Lopez, Solenghi e Marchesini, anyone? Oppure Galaxy Quest***?) la radio, con le ripetutamente citate parodie dumasiane di Nizza&Morbelli, e i fumetti, con le meravigliose, bonarie e spassosissime parodie Disney in testa. L’Oro del Reno con Paperone/Wotan provvisto di un assistente chiamato Sidol, Aquì, Acà e Donde Està, nipoti nella Papernovela, e Macchia Nera nei panni dell’Innominabile nei Promessi Topi sono indelebilmente scolpiti nella mia memoria e ogni volta scatenano in me crisi di cachinni.

Il che non significa necessariamente che abbia sempre apprezzato le parodie: ricordo ancora l’inorridito choc della prima lettura di Un Americano alla Corte di Re Artù, quando a)ero molto, molto giovane; b)ero nel pieno della mia crisi medievale. Attribuirei la reazione ad un sense of humour ancora in fieri, ma devo confessare l’occasionale scarso divertimento di fronte a certune parodie.

Che se ne deve dedurre? Stando a Bakhtin, si direbbe che io non abbia ancora finito di stabilizzare le mie aspettative su determinati argomenti (in pratica, non avrei ancora assorbito abbastanza trattamenti narrativi del Barone Rosso, ad esempio, per trovare divertenti le distorsioni parodistiche del personaggio). E tuttavia non so: il mio Mentore Operistico è un melomane accanito che ha assorbito dosi industriali d’opera per più di cinquant’anni. Se questo non ha stabilizzato le sue aspettative, I don’t know what will, eppure il MO non si diverte per nulla quando si ride (o sorride) dell’opera e delle sue convenzioni****.

Probabilmente, da un lato si può essere – per natura, educazione letteraria e abitudine – più o meno inclini ad apprezzare la parodia in sé; dall’altro forse Bakthin ha ragione e ciascuno di noi sviluppa le sue aspettative in modo settoriale, raggiungendo lo stadio della parodia in tempi diversi per generi diversi; dall’altro ancora, è possibile che tutti noi conserviamo un certo numero di argomenti e personaggi su cui restiamo e resteremo sempre poco spiritosi. Come dire… su questo non si scherza, poffarbacco!

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* Con l’effetto collaterale di offuscare in gran parte l’originale da cui era partito: chi si ricorda più di Amadigi da Gaula se non come dell’ispirazione del Don Quixote?

** E un giorno qualcuno mi spiegherà in base a quale criterio La Fattoria degli Animali, feroce parodia della Rivoluzione Sovietica si trovi in tante collane di libri per fanciulli. O sono l’unica che a dodici anni trovava i Maiali dannatamente inquietanti e ha pianto come una fontana sul destino del Cavallo Gontrano?

*** Sì, d’accordo: questo è cinema che parodizza la televisione, ma fa lo stesso.

**** Poche volte ho sentito attempts at humour cadere con rumore di semolino spiaccicato come quando ho letto al MO la parodia operistica di Nizza e Morbelli…

 

Set 18, 2010 - televisione, teorie    4 Comments

Feuilleton

Ho, non da oggi, una teoria.

Avete presente quegli scrittori che nell’Ottocento pubblicavano romanzi a puntate su riviste e periodici? Non sto parlando di scalzacani qualsiasi: naturalmente c’erano anche quelli – e in grande abbondanza – ma al momento ho in mente Dickens, per esempio, e Dumas père.

Ora, pubblicare a puntate era un mestieraccio da cani, più o meno redditizio, perfetto per farsi venire la pressione alta: intanto, ogni settimana bisognava consegnare una precisa quantità di parole, e ogni episodio doveva contenere la sua dose di tensione, terminando, se possibile, con il protagonista (o un altro personaggio di rilievo) in grossi guai… E poi, non c’era spazio per i ripensamenti. Voglio dire, se il personaggio X compariva nel capitolo 3 come amorale, godereccio e nocivo per la protagonista, e poi, cinque settimane e cinque capitoli più tardi, l’autore non sapeva più che farsene di lui amorale, godereccio e nocivo… era troppo tardi, perché il capitolo 3 era già stato letto da più di un mese. E allora, se ci si chiamava Dickens si azzardavano conversioni a 180° in corso d’opera; se si era qualcun altro, si andava avanti brontolando contro il destino malvagio e gli editori aguzzini, e si finiva con lo scrivere storie più modeste del loro potenziale.

In compenso, c’era il feedback immediato, la possibilità di sentire il polso del pubblico e reagire, in un modo o nell’altro, un po’ come un buon attore di teatro risponde all’umore della sala.

Incidentalmente, questo spiega perché tanti romanzi di Dickens trabocchino di trame secondarie, personaggi minori e caratterizzazioni ondivaghe, ma non è questo il punto.

Il punto è, e finalmente veniamo alla mia teoria, che gli eredi di questi scrittori sono gli autori televisivi. Sono loro a dipanare vicende complesse, con un’infinità di personaggi e un diluvio di sviluppi, con un arco narrativo dilatato nel tempo, e più o meno flessibile al feedback del pubblico.

Un esempio? Quando gli ascolti di Murder, She Wrote (La Signora in Giallo) sono calati poco sopra un improponibile 30%, un nuovo produttore ha cominciato a spedire Jessica Fletcher a Boston e New York, a farle tenere corsi universitari di scrittura creativa e criminologia, a farle vivere la vita di una romanziera di successo, con presentazioni, conferenze, traversie editoriali, autografi, contratti da firmare… Risultato? Questa evoluzione del personaggio e del suo mondo ha ricatapultato gli ascolti di MSW sopra il 50%.

E non è a caso che cito un telefilm americano. Senza voler soffrire di esterofilia, personalmente preferisco stendere un tulle misericorde sulla produzione italiana, ma in America esiste una scuola di scrittura televisiva che qui non ci possiamo nemmeno sognare. In parte, va detto, il merito è di un pubblico molto più smaliziato, ma francamente, la pura e semplice qualità di scrittura di certi prodotti americani mi riempie d’invidia oltre ogni dire.

Vogliamo citare un Dr.House, dove tutto è al servizio della caratterizzazione e della sottilissima evoluzione di un singolo personaggio? Con contorno di dialoghi superbi, e di un’asciuttezza meravigliosa nel trattare temi etici controversi.

Oppure Grey’s Anatomy, dove ogni puntata non fa altro che sviluppare lo stesso tema sotto angolazioni diverse, con i personaggi che giocano come facce di uno stesso prisma, e il tutto riesce a rientrare con perfetta scioltezza entro l’arco narrativo.

O ancora Desperate Housewives, dove lo humor è perfido, e dove ogni azione di ogni personaggio scatena conseguenze a cascata, con i problemi che si risolvono sempre in altri problemi peggiori, e ogni apparente soluzione non fa altro che generare nuove e più grosse magagne.

Ah, saper fare tutto questo, stagione dopo stagione, in modo lucido, coerente, brillante, acuto e credibile!

Ecco perché, signori della giuria, si sostiene qui che gli eredi di Dickens e Dumas sono oggi non tanto i romanzieri, quanto gli autori televisivi – e bisogna riconoscerlo: gli Americani lo fanno meglio. Vostro Onore, ho terminato…

…er, no. Mi sa tanto che ho sbagliato telefilm.

Parlavamo di colori

Ricordo di essere andata in estasi qui per lo schema di colori del Tamerlano di Marlowe, analizzato da Una Ellis-Fermor. Idea geniale e coraggiosa, ma d’altra parte Kit… e va bene – mi fermo qui.

Tuttavia, per dare un’idea, e per mostrare che si può, ecco a voi il trailer di Khartoum, un film con uno schema di colore ristretto e coerente e, incidentalmente, non del tutto dissimile da quello di Marlowe. Qui tutto è bianco, nero, azzurro, rosso e in varie sfumature di giallo (dal colore della sabbia all’ocra scuro).

 

 Per la cronaca, Khartoum è una ricostruzione romanzata della caduta della città eponima nel 1885, con Charlton Heston nel ruolo del Generale Gordon (conosciuto come Gordon Pasha), e Laurence Olivier che fa il Mahdi. A me Olivier piace, ma devo confessare che qui lo trovo un tantino sopra le righe. Non sono certissima che il Mahdi fosse proprio la sua parte… 

Cito ancora la fotografia di Edward Scaife, responsabile dello schema di colori in questione – e del fatto che K è un film molto pittorico, con inquadrature ispirate a quadri dell’epoca (most famously la scena finale in cui Gordon esce da solo a parlamentare con i nemici) e illustrazioni dei corrispondenti di guerra – un po’ l’equivalente delle storiche copertine della Domenica del Corriere.

Buona Domenica!

Nero, rosso, bianco e giallo

Rosso_Nero_Giallo_e_Bianco.pngRosso, nero, giallo e bianco. Nella sua biografia di Christopher Marlowe, Una Ellis-Fermor dice che non ci sono altri colori che questi quattro, in tutto il Tamerlano.

Naturalmente, la prima cosa a cui viene da pensare è l’assedio di Damasco. Il primo giorno Tamerlano usa una tenda e bandiere bianche, per significare che ci sarà clemenza per gli abitanti se la città si arrende. Il secondo giorno, tenda e bandiere diventano rosse: Damasco può ancora arrendersi e avere i suoi civili risparmiati, ma non i difensori. Dal terzo giorno in poi, tenda e stendardi neri: non ci sarà più quartiere per nessuno.

E poi bandiere rosse, bianche e nere, e sabbie gialle, e laghi neri di pece, e sangue in quantità (parliamo di una tragedia elisabettiana, dopo tutto), e oro, e colline innevate, e sole, e giaietto, e cavalli candidi… A parte una menzione di zaffiri (che però, secondo Ellis-Fermor, vuole in realtà riferirsi ai diamanti – neri nel tardo ‘500), “nulla indica che Marlowe non fosse daltonico a tutto lo spettro dei colori, con l’eccezione del rosso e del giallo.” Ma ovviamente non si tratta di daltonismo selettivo, bensì di una scelta deliberata.

Ora, scrivere una tragedia intera in uno schema di colori così ristretto richiede guts, perché non bisogna considerare solo i colori citati espressamente, ma anche quelli evocati: troppa insistenza sul cielo o sulle piane erbose, ed ecco che compaiono dell’azzurro e del verde e si finisce fuori tavolozza. Ma Kit Marlowe era un genio, non conosceva la modestia (né letteraria, né otherwise), e a 23 anni era molto padrone dei suoi mezzi – non ancora dei mezzi teatrali, magari, ma quelli poetici: bianco, nero, giallo e rosso, nient’altro.

Mi pare che sia stato Prosper Merimée a descrivere il Trovatore di Verdi come un impasto di oro, fiele e sangue: non posso fare a meno di pensare che la definizione si adatti perfettamente anche al Tamerlano, cromaticamente e non solo.

Mi domando se qualche regista abbia mai messo in scena Tamerlano tenendo conto di questi colori, e tendo a immaginare di sì. Sappiamo che il costume del primo Tamerlano, Ned Alleyn, era decorato di “merletti color rame”. E il rame è una sfumatura di rosso… chissà? Ma in realtà, nel ‘500 il concetto di regia non era quello odierno, ed è lecito dubitare. E tuttavia non è possibile che nessuno ci abbia mai pensato negli ultimi quattro secoli e qualcosa. Anche perché in Inghilterra Marlowe è ancora abbastanza rappresentato.

Ad ogni modo, l’effetto è stupefacente. Viene voglia di sperimentare: scegliere tre o quattro colori e usare solo quelli e le loro sfumature, in tutte le descrizioni, tutte le figure retoriche, tutta l’imagery… Hm. Meglio cominciare con un racconto.

Un racconto breve.

 

Ago 14, 2010 - cinema, teorie    No Comments

Il Crepuscolo delle Principesse

disney-princess.jpgRicordate quando si parlava dell’universale appeal di certe parole, come ad esempio Principessa? Be’, forse dopo tutto non è così universale, almeno a giudicare da ciò che accade in casa Disney.

In sostanza, dopo il limitato successo di La Principessa e il Ranocchio*, la Disney starebbe rivalutando la sua politica in fatto di quarti di nobiltà. Un’indagine di mercato avrebbe rivelato che le principesse hanno cessato di essere un richiamo per famiglie, tagliando fuori tutto un pubblico di bambini e ragazzini che non vogliono saperne di girly stuff – i miei compagni delle elementarisnowQueen.jpg dicevano roba da femmine – i loro genitori e persino le loro sorelle. Considerando quanto la Disney aveva investito sulle principesse negli anni passati (pensate alla lunga fila che parte con Biancaneve, Cenerentola e Aurora, per proseguire con le varie Ariel, Belle, Mulan e Pocahontas, e tutto il relativo merchandising) il colpo dev’essere stato duro. Una delle prime vittime è stato The Snow Queen, l’adattamento della fiaba di Andersen previsto per il 2013 e, a quanto pare, cassato. Peccato, peccato, peccato: non solo La Regina delle Nevi è una delle mie fiabe preferite, ma doveva essere una tappa della 2D Renaissance, disegnata a mano da gente del calibro stellare di Harald Siepermann. Che dire? Ci hanno provato, ma si vede che non funziona.

Rapunzel2.jpgMeno drastico – e più significativo dal nostro punto di vista, è quello che accadrà invece a Rapunzel. Il progetto non è stato cassato, forse perché era a uno stadio già troppo avanzato, o forse perché gli investimenti per un film in 3D sono tali che non ci si può permettere di buttare tutto. In ogni caso, il problema era lo stesso, ma la soluzione è più articolata:  la sceneggiatura è stata riscritta in modo da togliere un po’ di spazio alla principessa eponima**. Accanto a lei, invece di un Principe Generico, c’è un fascinoso bandito dei boschi, talmente ispirato a Errol Flynn da portarne persino il nome. Flynn Rider è un eroe cappa-e-spada, con status di coprotagonista e parecchie scene d’azione. E pare che non dobbiamo aspettarci una cosa à la Robin Hood incontra Aurora: Flynn viene descritto come a slightly bad boy, e Raperonzolo diventa un’adolescente ingenua ma tosta.

Non vado pazza per il 3D, lo confesso, ma il concetto non mi dispiace. Non so se davvero un Errol Flynn animato richiamerà al cinema legioni di ragazzini, ma di sicuro mi piace che, al problema di marketing e finanze, la Disney offra una soluzione narrativa e letteraria, uno sforzo di rinnovamento del genere in direzione dei mutati gusti del pubblico. In un certo senso il problema era già stato affrontato con Come d’Incanto, la cui porzione animata è dichiaratamente un’affettuosa parodia dei classici Disney, oltre che una risposta alle irriverenti bordate della Dreamworks. Se con Shrek la Concorrenza aveva ribaltato come altrettanti calzini tutti i canoni delle storie di principesse, la Disney risponde affermando la rassicurante (e un filo zuccherosa) certezza che una ingenua fanciulla coronata non solo può ancora trovare il suo posto in questo nostro mondo smaliziato, ma vi porta anche gioia e magia per grandi e piccini – e chi vuole intendere intenda.

E’ proprio vero? Facendo i conti in tasca a La Principessa e il Ranocchio si direbbe di no, o almeno non più.  Ne La Piccola Principessa, di Frances H. Burnett, le compagne di scuola chiamano la protagonista Princess Sara (nomen omen), e persino la malvagia direttrice approva il soprannome, perché le pare che il titolo pittoresco e romantico giovi al prestigio del collegio. Mrs. Minchin avrà anche un animo singolarmente incapace di poesia, ma in un sussulto di prescienza del mercato, vede benissimo il fascino sentimental-commerciale del titolo. E bisogna pensare che il meccanismo non fosse cambiato granché negli scafati Anni Settanta, se George Lucas fece della sua pur moderna eroina una principessa… era un tentativo di trascinare al cinema anche un pubblico femminile? Non so quale potesse essere l’impatto di un film pieno di astronavi e robot sulle ragazzine del 1977, ma dai numeri di Guerre Stellari si deduce che – quanto meno – la presenza di una principessa non disturbasse.

Come si è detto, la Disney ha costruito sulle principesse tutta una lunga e redditizia politica, e ammetto di essermi chiesta qualche volta, in qualche Disney Store, se si stesse specializzando in un pubblico femminile. Se anche era così in passato, adesso si direbbe che i Powers That Be stiano cambiando idea, o forse si è ristretto il numero di bambine che vogliono essere principesse.

Come si evolverà la faccenda, in congiunzione tra l’altro con la calata del 3D? Si può sperare che Rapunzel indichi la strada di un rinnovamento del genere? Mi piacerebbe, ma è presto per dirlo: potrebbe essere solo un tentativo di salvare il salvabile per un progetto costosissimo e non annullabile. Si può sperare che la 2D Renaissance sia solo momentaneamente accantonata? Speriamo, ma davvero non invidio i decision-makers della Disney, costretti a scelte di contenuto e stile sufficienti a stendere un rinoceronte, mentre i bambini si emancipano da incantesimi di linguaggio che funzionavano imperterriti da millenni.

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* Vero è che LPeiR è grazioso ma non particolarmente ben scritto. In un tentativo di conciliare una storia tradizionale e personaggi moderni, bestiole parlanti e politically correct, gli sceneggiatori hanno finito col cucinare qualcosa che non è carne né pesce: la protagonista è una cenerentola in carriera ossessionata dall’idea di aprire un ristorante, la caratterizzazione del principe risulta più efficace per il ranocchio che per l’essere umano… alla fine Tiana diventa principessa di nome e businesswoman di fatto – con marito a carico – in una conclusione che prende tiepidamente distanza dalla vecchia maniera senza avere il coraggio di discostarsene davvero. Non abbastanza per i maschietti e le ragazze smaliziate, troppo per le bambine che giocano a principessa.Prince.jpgTangled (che di fatto è un aggettivo, ma immagino si possa rendere come Groviglio). Poi è stato riportato all’originale. Se ho capito bene, in Italia arriverà con il titolo originale – vorremo mai chiamarla Raperonzolo, ‘sta ragazza, vero? E allora chiamiamola pure Rapànzel: volete mettere? E, per la cronaca, credo che questo in figura fosse l’originario Principe Generico, prima che venisse errolflynnizzato.

Ago 13, 2010 - scrittura, teorie    8 Comments

Scrittura ed Efficacia Secondo Orwell

george-orwell-writing.jpgNel 1946 George Orwell scrisse un saggio intitolato Politics and the English Language, in cui lamentava una serie di difetti che affliggevano il giornalismo di entrambi i lati dell’Oceano, a scapito di chiarezza, efficacia e comprensibilità della scrittura. Come s’intuisce dal titolo, ciò che Orwell deplorava non era tanto un’epidemia transatlantica d’incuria, quanto un uso deliberato di certi vezzi a fini ideologici, demagogici o manipolatori.

Si potrebbe discutere molto sulla validità della lettura di Orwell applicata a cinquant’anni abbondanti di distanza – non solo al giornalismo ma anche alla narrativa. Per ora, limitiamoci a dare un’occhiata ai sei punti principali del saggio, il rimedio che Orwell prescriveva per combattere la genericità dilagante della scrittura.

1) Mai usare una metafora, una similitudine o un’altra figura retorica che si è abituati a vedere stampata. Sembra facile, sembra ovvio, ma non lo è. Ci sono figure retoriche che sono diventate luoghi comuni. La resa dei conti, il canto del cigno, il tallone d’Achille, l’ultima spiaggia, l’arena politicae compagnia cantante sono talmente logorati dall’uso che non suscitano più nessuna risposta nel lettore. Il problema è che sono così comode e automatiche che le si usa senza quasi accorgersene. Quando cessa di stimolare il pensiero (o almeno l’attenzione) associando concetti in modo inedito, la figura retorica decade al rango di blando riempitivo. La scelta è tra cassarla del tutto e sostituirla con un’immagine nuova, che colpisca e stimoli il lettore.*

2) Mai usare una perifrasi al posto di un verbo o sostantivo. Fare uso di invece di usare, utilizzare, consumare; andare incontro a invece di affrontare, incontrare, attendersi; i militi dell’Arma invece de i Carabinieri. Questa la prenderei con il proverbiale granello di sale, perché ci sono circostanze in cui una perifrasi può esprimere un’infinità di sfumature (dall’atterrita cautela al sarcasmo più pungente, passando per molti stadi intermedi) ma si può qualificare con un riferimento al n° 1 e al n° 3: mai usare una perifrasi logora, e mai usare una perifrasi che non aggiunge significato – a sfumature o a palate, a scelta.

3) Mai usare una parola difficile al posto di una semplice. Una parola lunga al posto di una breve, sarebbe una traduzione più letterale, perché in Inglese le parole lunghe tendono ad essere di origine latina – e perciò di uso erudito, quando non pretenziose. In italiano non è sempre così (ialino ha cinque lettere in meno di trasparente), ma il concetto non cambia. Un uso eccessivo di parole distrae, irrita e confonde il lettore – e il lettore distratto, furibondo o confuso non è un lettore felice: nella peggiore delle ipotesi, potrebbe anche sentirsi manipolato. Ricordate Calvin e Hobbes? Poi possono esserci buone ragioni letterarie per usare parole difficili: l’importante è sapere quel che si fa. Ne riparleremo al punto 5, 

4) Se è possibile eliminare una parola, eliminarla. Sempre. Secondo Ezra Pound la grande letteratura non è altro che linguaggio caricato di tanto significato quanto ne può portare. Di conseguenza, ogni parola che non aggiunge significato alla frase in cui si trova non fa altro che diluirne l’efficacia. Uno degli esercizi più illuminanti che si possano fare è prendere qualcosa che si è scritto (articolo, racconto, post – meglio cominciare con qualcosa di breve) e riscriverlo in due terzi o metà delle parole. La quantità di parole inutili che si scopre di poter potare è sempre uno shock. La maggiore efficacia della versione breve tende ad essere una sorpresa. Provare per credere.

5) Mai usare un verbo passivo al posto della voce attiva. Posto che in certe circostanze il passivo è cosa – se non proprio buona e giusta – necessaria, non si può negare che L’uomo è stato morso dal cane è più fiacco de Il cane ha morso l’uomo. Provate a leggerle entrambe ad alta voce per sentire quanto è più compatta e fluida la seconda versione.

6) Mai usare un’espressione straniera, un termine scientifico o una parola gergale al posto dell’equivalente in Italiano corrente. Qui farò bene a dichiararmi colpevole ancor prima di cominciare, visto il mio indiscriminato e selvaggio uso di espressioni inglesi. In questo post ho tentato di trattenermi, ma avrete notato che ci sono appena cascata di nuovo: che cos’è che sto scrivendo? un post. Ho appena perso dieci punti… Si capisce, Orwell scriveva in epoca pre-Internet – e scriveva in Inglese**: potrei davvero scrivere che ogni mattina mi siedo all’elaboratore e scrivo una pagina del mio diario elettronico da pubblicare nella Rete, dopodiché controllo se ho ricevuto qualche lettera elettronica, apro Finestre e mi dedico al mio lavoro di curatrice editoriale? Potrei, ma siamo sinceri: nessun lettore si farebbe un’opinione elevatissima della mia salute mentale. Fondamentalmente, il punto è avere ben presente il tipo di lettore per cui si scrive e mantenersi comprensibili.

Ecco fatto. Nel 1946 Orwell combatteva una crociata che aveva per stendardi semplicità stilistica e trasparenza intellettuale, e la sua ricetta si restringe a tre parole (di cui un aggettivo): buon senso, efficacia. Queste regole, come tutte le regole di scrittura, sono una guida di massima. Non delle forche caudine inesorabili, ma un piccolo radar ausiliario da tenere sempre in funzione – formulato in pochi punti chiari e semplici da memorizzare. Ho davvero bisogno di questa figura retorica, di questa parola, di questa forma verbale? Se la risposta è sì, bene, grazie e avanti tutta; se è no, sarà valsa la pena di essersi posti la domanda.

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* Il che mi fa ricordare un analogo consiglio di Margie Lawson: give them fresh fundamentals, ovvero descrivete le reazioni basilari con immagini nuove.

** Agli Anglofoni piace negare che l’Inglese sia una lingua voracemente acquisitiva. Qualcuno, come James Nicol, lo ammette: Inglese – una lingua che si apposta nei vicoli bui per assalire le altre lingue e

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