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Dalla Serendipità Alla Gugletarietà – Per Tacer Dell’Accu-Thump

john crowley, romanzo storico, ricerca, google, serendipitàJohn Crowley è un eclettico autore americano, pluripubblicato in vari generi dalla fantascienza al fantasy al romanzo storico.
Naturalmente è da quest’ultimo lato che mi sono imbattuta in lui qualche tempo fa, e in particolare in un suo delizioso articolo intitolato The Accu-Thump of Googletarity, apparso in origine sul sito di Powell’s Books. Sotto il titolo nonsense, non capita tutti i giorni di leggere una descrizione così aguzza e divertente del funzionamento della ricerca alla base di un romanzo storico – e poi c’è la gugletarietà… ah, la gugletarietà. O guglitudine? O forse guglinità…?

E a questo punto spero che siate curiosi e che apprezziate quel che ho fatto: a suo tempo, ho scritto a Mr. Crowley e gli ho chiesto se potevo tradurre e pubblicare l’articolo sul mio blog. Come tende a capitare con gli scrittori americani, John Crowley (che incidentalmente insegna scrittura creativa a Yale) ha risposto nel giro di mezz’ora, dandomi il suo placet.

E quindi ecco a voi, nella mia traduzione, John Crowley su storici e romanzieri, profilattici e pneumatici, nonché le gioie della Rete con…

L’Accu-Thump Gugletario

Quanto costava un profilattico nel 1944? Com’era confezionato? Dove si comprava? C’erano dei distributori automatici nelle ritirate* dei bar, come alla fine degli Anni Cinquanta? Stavo scrivendo Four Freedoms, il mio romanzo sugli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale, e avevo bisogno di saperlo. Avrei potuto glissare sul dettaglio – “comprò un profilattico, oppure “tirò fuori un profilattico”, ma sono proprio questi piccoli dettagli della vita quotidiana a dare realtà, vividezza e spessore a una storia, in qualunque secolo sia ambientata. La differenza è che i dettagli del passato bisogna andarseli a cercare, senza potersi basare sull’esperienza.

Gli autori di romanzi storici fanno (o almeno dovrebbero fare) un sacco di ricerca prima di cominciare a scrivere, e poi continuano a fare ricerca fino alla fine – proprio come gli storici veri. Solo che spesso cercano roba diversa. La ragione delle cose, le ragioni per cui le persone credevano di agire nel modo in cui agivano, le forze mal comprese, o non comprese affatto, che influenzavano la gente, una cronologia che metta in ordine cause ed effetti – ecco quello che immagino quando mi chiedo che cosa ricerchi uno storico. A parte i singoli casi in cui un minuscolo dettaglio è fondamentale (ad esempio l’ora precisa in cui fu spedito un certo telegramma), i dettagli dell’abbigliamento e della cucina, il modo in cui un personaggio passava le mattinate o le serate, dove si faceva fare un abito e quanto lo pagava, non sono lo scopo della ricerca. La ricerca del romanziere è l’opposto, o magari l’immagine speculare, proprio come la narrativa storica è lo specchio della storia – la stessa cosa, ma non lo stesso. Lo scrittore vuole un’abbondanza di dettagli che riguardino i suoi personaggi, se sono storici, o altri come loro. Non gl’importa tanto quel che facevano tutti, quanto quello che era possibile fare. Più di quel che faceva una specifica persona, gl’importa quello che avrebbe potuto fare una persona qualsiasi. Immaginiamo un certo tipo di personaggio: avrebbe potuto pensare questi pensieri, possedere quest’arma, ricordare questo evento, indossare questo cappello? È questo che serve al romanziere per modellare il passato in un mondo che sia credibile come un’ambientazione contemporanea.

Naturalmente un romanziere non è tenuto ad essere scrupoloso in fatto di ricerca, però, anche se nessuno potrà mai accusarlo d’inattendibilità se pasticcia i dettagli – o persino il quadro generale – resta pur sempre inattendibile. Per alcuni romanzieri questo è un aspetto fondamentale, per altri meno. Walter Scott, che si può dire abbia inventato il romanzo storico, spesso lardellava le sue storie di note a piè di pagina, per sostenere le sue invenzioni con l’evidenza dei fatti. Ma se i romanzieri possono sempre sostenere che una ricerca accurata è superflua o marginale, non possono più lamentarsi che sia troppo difficile. Ora, non so se Internet, in tutta la sua gloria e con qualche infamia, abbia rivoluzionato la vita degli storici di professione – magari sì, ma si guardano dal dirlo – però di sicuro ha fatto della ricerca una vacanza per i romanzieri storici: divertente, rilassante e piena di soddisfazioni.

E non è solo questione di Google, del Progetto Gutenberg e di JSTOR. Ho usato tutti e tre questi strumenti quasi ogni giorno, seguendo tracce di sito in sito e incappando in strane avventure con collezionisti, memorialisti, visionari, mercanti e gente ossessiva, perché è impossibile scrivere alcunché a proposito di vecchie auto, vecchie ferrovie, vecchi aerei, Seconda Guerra Mondiale o fumetti senza incontrare gente del genere. E poi ho beneficiato dell’aiuto dei lettori del mio blog**, che trovo essere una compagnia di gente indicibilmente in gamba, sempre pronta a fare ricerche e condividerne il risultato. Abbiamo avuto una serie di favolose conversazioni – come la volta in cui mi serviva il prezzo dei profilattici nel 1944.

Cercando “prezzo”, “profilattico” e “1944”, la mia Brigata Cervelloni è approdata per prima cosa su eBay, dove erano in vendita vari oggetti connessi con i profilattici vintage. Salta fuori che contenitori, pacchetti, istruzioni e volantini dei profilattici d’antan sono oggetti da collezione – chi l’avrebbe mai detto? La persona che su LiveJournal conosco come “Jonquil” mi ha scritto: “Questo non ha data, per cui magari non ti serve a niente, però mostra una lattina di Merry Widow*** con il prezzo impresso sul coperchio.” Poi Nineweaving mi ha mandato un’immagine inglese: “A quanto pare, da questo lato della Tinozza usavano allegre scatolette rosse. Co-Ed Prophylactics**** – da non crederci! E quando vai a caccia, sta’ alla larga dalle studentesse…” Ben presto abbiamo cominciato ad avere conversazioni come questa:

Cameo: Ho trovato un paio di links che potrebbero divertirti… un fracasso di vecchie confezioni di profilattici del Powerhouse Museum, in Australia: Una Galleria di 21 Involucri di Carta per Profilattici degli Anni Trenta E Quaranta: http://www.ep.tc/condom-envelopes/

Crowleycrow: Che belle buste di carta – sicuramente asetticissime! E poi i nomi: Bufalo, Odalisco, Poncho… Par quasi di sentire il ronzio del ventilatore a soffitto e la musica che filtra dalla piazzetta attraverso le griglie della finestra.

Cameo: Il mio preferito però è Devil Skin.*****

Jonquil: A me piace Odalisque, ma Sedatex suona allarmante. Un calmante… proprio ?

Uno dei miei corrispondenti ha chiamato in aiuto un’autentica storica del sesso che, essendo inglese, ha fornito risposte intriganti ma non del tutto pertinenti.

Oursin: Non c’è una risposta unica alla domanda sul prezzo di un profilattico. Ho consultato qualche catalogo (inglese) della seconda metà degli Anni Trenta, e un rivenditore poteva offrire articoli in una gamma di prezzo che andava dai tre pence alla ghinea, a seconda dello stile, del livello, della durevolezza (riutilizzabile? lavabile?), del materiale (gomma? pelle?), eccetera. E non parliamo di economie di scala e acquisto all’ingrosso: si potevano comprare persino confezioni di campioni assortiti. Alcuni tipi erano confezionati in lattina, altri no. Si sentono anche storie di gente elegante che se li faceva fare su misura, con tanto di monogramma… Non so se ci fosse da fidarsi di un profilattico da tre soldi, ma non giurerei nemmeno che l’affidabilità migliorasse significativamente in proporzione ai prezzi più elevati.

Crowleycrow: Grazie di tutto, in particolare per l’espressione “profilattico da tre soldi”, che intendo annotare e usare da qualche parte. “Profilattico da due centesimi” ci va vicino, ma è molto meno divertente.

Jonquil: “Riutilizzabile? Lavabile?” Questa sì che è un’idea sgradevole. Evviva la prevenzione delle malattie!

Crowleycrow: Di solito quelli economici di gomma si buttavano, mentre quelli di pelle (in realtà intestino di pecora) si lavavano/riutilizzavano/riarrotolavano. E sì, all’epoca si era parsimoniosi – e stupidi.

Dopo un po’ di questo regime, ho potuto scrivere con ragionevole sicurezza una scena in cui il mio personaggio sceglie tra quattro marche: Merry Widow, Sheik, Co-ed e Fortuna. L’ultima marca è una mia invenzione, di cui un altro personaggio commenta: “La fortuna è se non scoppiano.” Il mio fittizio giovanotto paga un dollaro e settantacinque per una lattina da tre profilattici di gomma. La Brigata Cervelloni mi ha anche segnalato uno spot televisivo diretto da Michel Gondry e disponibile, naturalmente, su YouTube, in cui proprio una lattina del genere compare in una scena di ambientazione rétro… E Gondry, mi domando, dove avrà scovato il dettaglio?

Il maggior pericolo della ricerca storica, per l’appassionato di curiosità e bizzarrie, è la distrazione – che d’altra parte è anche una delle maggiori soddisfazioni. Sono sicuro che, proprio come noi abbiamo la parola Serendipità, ispirata al romanzo sui tre principi vagabondi di Serendip, le generazioni future avranno un sinonimo derivato da Google. Gugletarietà? Gugolitudine? Gugolinità? Quando ho fatto ricorso a Internet per provare che il modo idiomatico “kick the tires”****** prende origine dalla scarsità di gomma e pneumatici durante la Seconda Guerra Mondiale, non ci sono riuscito. In compenso, ho trovato un sito che vendeva Accu-Thump, un arnese fatto come un manganello provvisto di manometro: quando date una manganellata al vostro pneumatico, il manometro vi dice se la pressione è sufficiente. Interessante. Ero quasi tentato di comprarmi un Accu-Thump, ma poi nello stesso sito ho scoperto che l’inventore sta anche progettando una valuta cristiana, “una moneta che [i Cristiani] possano far circolare tra loro come un memento costante del loro Creatore e Salvatore, al posto delle monete che recano l’immagine di un idolo o di un re.” E in quale altro modo avrei potuto scoprire questa bizzarra e suggestiva idea? Ci vedo già il nocciolo di un altro romanzo…

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* Sì, la chiamavamo ritirata… [NdA]

** John Crowley Little and Big su LiveJournal [NdA]

*** Er… “Vedova Allegra.”

**** Letteralmente “Profilattici Studendessa-In-Una-Classe-Mista.” Immagino che “Profilattici Classe Mista” renda l’idea…

***** “Pelle di Diavolo”…

****** Letteralmente “Prendere a calci le gomme”, cosa che la gente faceva prima di acquistare una macchina usata, per verificare lo stato degli pneumatici. Il modo di dire è passato a significare “esitare/spaccare il capello in quattro/cercare pretesti prima di prendere una decisione” o più semplicemente “tergiversare.”

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Di Mais, di Bardi e di Fantasmi

SiWQualiEtàFuture

Foto Michela Dal Porto

E così Shakespeare in Words a Poggio Rusco è andato bene.

Nonostante tutti i guai e gli intralci che abbiamo collezionato lungo la strada, non solo lo abbiamo fatto due volte in rapida successione – per le scuole e per il pubblico generale – ma lo abbiamo fatto nella nuova versione, completa di prologo con la pozza di sangue e lo Spirito del Bardo (che, dopo tutto, non ha lasciato accadere nulla di troppo brutto)…

Non avete idea del piacere di sentire centottanta giovani implumi delle scuole brusire un pochino e poi via via zittirsi, catturati interamente da quel che vedono e sentono… ah.

E ce ne sarebbero tante da raccontare, sulla preparazione di questa due-giorni poggese – ma lasciate che ve ne dica una soltanto. Una che… er.

Allora, il prologo nuovo. Il prologo nuovo si compone di due parti: prima un’altra cosa e poi un dialogo tra lo Spirito (disincarnato) del Bardo e il Coro. E questo dialogo, nella maniera in cui accadono queste cose, è stato aggiunto… non moltissimo tempo prima della rappresentazione. Allora la sera di cui vi parlo, immaginateci in una sala prove di fortuna mentre lo leggiamo per la prima volta, questo dialogo: la vostra affezionatissima nel ruolo del Coro e G. in quello dell’Invisibile Shakespeare. E c’è un punto in cui, per ottime e sensate ragioni, Shakespeare chiede notizie del Gran Turco in Turchia.  Ma… Granturco

Tentato di abbattere il Grano Turco?” legge G., soprappensiero.

Attimo di sobbalzi generali e bizzarre immagini mentali, e…

“No, no, no,” dico io. “Non Grano Turco: Gran Turco!”

E si ricomincia.

Tentato di abbattere il Gran Turco?”

Ed è qui che colgo gli sguardi perplessi. Molti sguardi perplessi e qualche risatina. Oh.

“Dite che sia pericoloso?” domando timidamente…

E la risata esplode.

“Moltissimo!” boccheggia uno dei musici nuovi. E ha ragione, perché Gran Turco suona esattamente come granturco, e dite la verità: se sentite gran turco – senza poter vedere le maiuscole – a che cosa pensate: al sovrano dell’Impero Ottomano ai tempi di Shakespeare, o al mais? E Abbattere il gran turco vi suggerisce immagini di colpo di stato a Istanbul o di mietitura mal fatta?

Gran TurcoE mentre colgo tutto ciò e scoppio a ridere a mia volta,, mi si materializza in mente l’immagine di Ugo Foscolo e del suo Ajace Re de’ Salamini

Quante volte mi sono chiesta come diamine avesse potuto, se non gli fosse venuto in mente o che altro… Yes well, apparentemente adesso lo so.

Però forse ho avuto più fortuna o più buon senso dell’Ugo nazionale, ed è andata a finire che lo Spirito del Bardo chiede notizie del Sultano, dopo tutto…

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Fiori Secchi, Primavera e Distrazioni

Pressed daisiesA volte succedono graziose serendipità, vero?

Per dire, “L’Officina delle Arti”, di Ricciotto canudo (Edizioni di Bianco e Nero, 1966), in biblioteca a Mantova non c’è. Però si procura tramite prestito interbibliotecario. E quando arriva dalla Biblioteca Augusta di Perugia, sfogliandolo ci si trovano tre margherite essiccate, pressate tra le pagine a mo’ di erbario.

“Oh, bizzarro…” si sorride, e si mettono da parte le margherite. Il portafortuna di qualcuno in vista di un esame di storia del cinema? Chi lo sa…

Ma il lavoro incombe, e si passa l’oretta successiva a caccia di passi riportati nel libro che si sta finendo di tradurre dal Francese. Solo che ogni tanto, di tra le pagine, salta fuori una violetta. pressed violet

E allora non si può fare a meno di pensare alla studentessa che, in un giorno di primavera, è andata a studiare al parco – doveva essere marzo o aprile, magari la prima bella giornata primaverile, di quelle che invitano a cercare un quadrato d’erba per stenderci un plaid. O forse le residenze studentesche a Perugia hanno giardini in cui crescono le violette? Alcuni paragrafi del buon Canudo sono segnati, appena appena, con un punto tracciato a biro accanto all’indentatura. Colore e forma (più un minuscolo cerchiolino che un punto vero e proprio) suggeriscono una BIC blu. Viene da pensare a un astuccio dimenticato a casa. La biro c’era lo stesso, perché tutte abbiamo una biro nella borsetta. Però poi si direbbe che la proprietaria della biro si sia distratta ogni tanto: una margheritina qui, un paio di violette là, poi una violetta sola… Oh, be’: Canudo non è precisamente di quelle cose che si leggono tutte d’un fiato.

pressed flowersChiusa parentesi. Il lavoro incombe (si è promesso di consegnarla la settimana prossima, questa traduzione…), e una volta finito con Canudo, c’è Greenberg che aspetta lo stesso trattamento. E intanto fuori la giornata è deliziosa, e la primavera è in anticipo di almeno dieci giorni, e sarebbe pur bello andarsene a violette e margherite… magari aggiungerne una tra le pagine?

Al lavoro, donna! Non distrarti, che la traduzione non si fa mica da sola. E però… chissà com’è andato quell’esame di Storia del Cinema a Perugia?

Una Piccola Storia di Libri

Oggi vi racconto una piccola storia che mi è stata raccontata tempo fa in una biblioteca accademica, e che ho sempre trovato molto graziosa. Una piccola storia di libri – anzi, di un libro in particolare.

900000001133Il libro che ho in mente era un’edizione anni Cinquanta di Lirici Greci – quella storica curata da Ugolini e Setti per Le Monnier, e aveva un piccolo ex-libris, perché il giovane G., classicista in erba, ai suoi libri ci teneva molto. G. aveva quel genere di passione – tanto per i libri in generale quanto per i classici greci in particolare – per cui non vedeva modo migliore di corteggiare una ragazza che prestarle i suoi amati Lirici.

La fanciulla in questione era molto graziosa, ma non soverchiamente interessata – né ai Lirici né a G. O forse era più interessata ai Lirici che a G., perché a un certo punto perse deliberatamente di vista il ragazzo, ma si tenne il libro. Cose che succedono, direte. E in effetti, col tempo, G. giunse a considerare la perdita dei Lirici l’aspetto più grave della faccenda. Si laureò in Lettere Classiche, s’innamorò di nuovo, si sposò felicemente – e se mai gli capitava di ripensare alla fanciulla, era solo per dolersi di essere stato troppo timido per chiedere indietro il suo libro…

Gli anni passarono, e passarono i decenni. G. fece carriera all’Università, ed era ormai prossimo alla pensione quando, un giorno di maggio, s’imbatté in una bancarella di libri usati. Si capisce che non era il tipo d’uomo che può resistere al richiamo di una bancarella di libri usati. Si accostò e cominciò a curiosare, con quello spirito di pesca al tesoro che tutti conosciamo così bene, vero? E  a un certo punto, che cosa  vide G. tra le coste color crema, se non i Lirici Greci di Le Monnier? book

“Oh, che bellezza!” si disse, impadronendosi del volume. C’era qualcosa di poetico nel rimpiazzare, a un passo dalla pensione e in questo modo fortuito, il libro che aveva perduto da studente… G. sorrise alla copertina ingiallita e si trattenne dal soffiar via la polvere dal taglio di testa – quello l’avrebbe fatto a casa, prima che sua moglie potesse vedere e inorridire. In quello che gli parve l’apice della perfezione, G. notò che si trattava proprio della stessa perduta edizione anni Cinquanta…

Ma questo gli pareva l’apice della perfezione soltanto perché l’umana fiducia nella serendipità è limitata. Quando finalmente sollevò la copertina, che cosa credete che trovasse, incollato con cura sul risguardo? Il suo ex-libris.

Il cerchio si era chiuso in modo più che simbolico, e G. se ne tornò a casa felice col suo bottino – e nel sacchetto di carta della bancarella gli pareva di avere un vecchio amico ritrovato, e anche un rettangolino di giovinezza restituita.

 

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The Name Game

whatnameQuando me ne hanno parlato ho sollevato un sopracciglio. C’è un autore, mi si dice, che pesca i nomi dei suoi personaggi dalla casella antispam della sua posta elettronica. Sapete, quei messaggi spam che offrono… oh, non so, di tutto: dal metodo infallibile per guadagnare un milione di dollari in 72 ore, ai fitomedicinali canadesi; da un’eredità ricevuta in Africa, alle miracolose bacche dimagranti… appunto, di tutto. E, detto tra parentesi, già su quello ci sarebbe da riflettere: chi è la gente che si lascia ammaliare da queste cose? Soggetto per una storia, non c’è dubbio… ma non divaghiamo. I nomi, dicevo. Ebbene, scettica ma incuriosita, ho dato un’occhiata alla mia casella: ora, non credo che battezzerei i miei personaggi nelle acque limacciose dello spam, ma devo ammettere che i nomi, là dentro, hanno delle suggestioni. Adesso annoto i nomi più promettenti prima di cancellare tutto, e attorno a qualcuno provo ad abbozzare un personaggio…

NamePNPatricia Nielsen, per esempio, è una ricercatrice universitaria, per la precisione un’entomologa (ugh!), con una passione per i viaggi avventurosi. Una di quelle persone che leggono Bruce Chatwin e portano i capelli raccolti a coda di cavallo. E anche una di quelle persone che si ritrovano coinvolte in misteri e ricerche in compagnia di improbabili estranei.

NameBDBarry Dean, invece, è stato un divo radiofonico negli Anni Cinquanta. Naturalmente è un nome d’arte, quello con cui ha interpretato il protagonista di una soap opera che teneva incollate alla radio milioni di casalinghe americane. In seguito ha tentato il teatro, ma non è andata molto bene. Il cinema… nemmeno a parlarne, perché vedete: Barry ha una voce d’oro, ma ha l’aria più incolore e ordinaria che si possa immaginare.

E Francis Staples? Oh, lui è un impiegato della East India Company a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo. nameFSViene da una vecchia famiglia di mercanti caduta in disgrazia, ed è molto impaziente delle sue circostanze. Essendo irrequieto e dotato di troppa immaginazione, credo proprio che s’inguaierà quando il Parlamento tenterà di arginare lo strapotere della Compagnia… Spionaggio commercial-politico nella City di Londra, per Francis.

Visto? Non si tratta di cercare ispirazione: solo di abituarsi a costruire circostanze, gente e trame. Oltre ad essere divertente, è un buon esercizio.

E se poi, per caso si dovesse trovare anche qualche nome perfetto, tanto di guadagnato.

Istruzioni Dal Passato

time-capsule-ideas-for-allÈ incorniciato – in senso stretto, con una graziosa cornice Anni Dieci, un dorso di cartone spesso fermato con i chiodini e un vetro vero e proprio. È chiaro che l’arnese, prima conteneva qualcosa d’altro. Una fotografia, direi.

Era scivolato dietro una fila di libri di consultazione in uno scaffale di testa della mia libreria. Da quanto tempo sia lì, non lo so davvero. Meno di otto anni, direi, perché sono otto anni che ho preso possesso di questo angolo dello studio con il mio computer, le mie lavagne di sughero, le mie cronologie, i dizionari e gli atlanti storici, il mio leggio e i miei portamatite.*

È stampato a caratteri piccoli, in un font vagamente edoardiano, su una carta dall’aria vecchiotta – anche se le imperfezioni del vetro senz’altro la fanno sembrare ancora più vetusta.  L’ho stampato e incorniciato io. Otto anni fa? Prima? Non ne ho la più pallida idea.

È un elenco di nove… chiamiamoli buoni principi di scrittura.

Sono in Inglese. Non ricordo dove li ho trovati, né se vengano tutti dalla stessa fonte o se li abbia raccolti qua e là, un poco per volta. Di sicuro un certo numero di anni fa mi è parso bello stamparli, incorniciarli e metterli bene in vista – almeno nelle intenzioni, visto com’è andata in realtà. Eccoli qui:

1. Ogni cosa dovrebbe svolgere più di una funzione.

2. Il finale dovrebbe essere presente nell’inizio, e l’inizio nel finale.

3. Qualche volta meno vale di più. qualche volta invece ci vuole proprio di più. È capire che cosa serve quando, che è complicato. E allo stesso modo…

4. Talvolta è necessario assassinare i propri prediletti, e talvolta è necessario assassinare tutto il resto. Anche se questo significa riscrivere tutta la dannata storia.

5. Non c’è una regola numero cinque. In realtà, non ci sono regole affatto.

6. Meno consapevolezza di sé ha un personaggio, più diventa facile da scrivere.

7. Il ritmo e il passo sono importanti quanto la semantica delle singole parole.

8. Infila tutto quel che puoi nel dialogo.

9. E piantala di taggare ogni singola dannata battuta di dialogo!

Ritrovamento bizzarro. Una specie di capsula del tempo, una lettera un tantino perentoria da parte di una Clarina di Otto Anni Fa, che ancora non aveva ricominciato a scrivere teatro, che evidentemente cominciava a scrivere in Inglese…

Be’, o Clarina Di Otto Anni Fa, che posso dire? I numeri 1, 2 e 4 ho imparato a metterli in pratica con ragionevole sicurezza, credo. Sul 3… be’, sul numero 3 sto ancora lavorando. Il n° 5… non dobbiamo commentarlo davvero, giusto? Del n° 6 confesso che non so troppo bene che cosa fare. Lo so, grazie. Adessi mi sembra più lapalissiano di quanto, evidentemente, mi sembrasse otto anni fa. E adesso che lo so? Sul n° 7 ho avuto una folgorazione un paio di anni fa, e adesso sono molto felice in proposito**. Per il n° 8, tornare a scrivere teatro è stato infinitamente istruttivo. E per il n° 9… ci sono giorni peggiori e giorni migliori, ma ho fatto notevoli progressi.

Progressi, già. È bello vedere che le cose sono cambiate. Che ho imparato qualcosa in questi ultimi otto anni. Ed è interessante vedere che cosa mi preoccupava otto anni fa, writing-wise. Tanto che sono tentata di rifarlo – ma questa volta deliberatamente. Potrei fare una lista di… principi? Obiettivi? Intenzioni? Desiderata? Poi chiudere la lista in una busta, indirizzarla a me stessa – tra otto anni. E vedere che cosa sarà cambiato per allora. Che cosa avrò imparato e che cosa richiederà altro lavoro. E se penserò ancora che le mie preoccupazioni attuali valgano la pena di preoccuparcisi e lavorarci sopra. Supponendo che tra otto anni sia ancora qui, a scrivere…

Fanciful? Può darsi, ma guardate come ha funzionato benino la prima volta – e non l’avevo nemmeno fatto apposta… Ne riparliamo nel 2022, volete?

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* Oh – e il temperamatite rosso a manovella. Non scordiamoci del temperamatite.

** Soprattutto in Inglese – ma questo è un altro discorso.

Bulgaritudini – Ovverosia, Il Ritorno Dell’Ammiraglio Fantasma

Z1683TurkVi ricordate di Sulejman Balta Oghlu, l’ammiraglio ottomano che sembrava non esserci, ma forse invece dopo tutto c’è?

Quindicesimo secolo, assedio di Costantinopoli, comandante della flotta ottomana, finito nei guai più per cattiva sorte che per colpa sua – e nessuno aveva l’aria di saperne un bottone, con l’eccezione di qualche fonte per lo più occidentale.

Ebbene, le mie ricerche in proposito avevano condotto a… pochino. Dopo avere dato il tormento a docenti universitari, giornalisti, storici militari, storici e basta, mezzo corpo diplomatico e consolare turco e autorità museali, ero riuscita ad avere – da qualcuno del Museo della Marina di Istanbul, anonima e gentilissima creatura che ancora ricordo con gratitudine e affetto – un riferimento…

La faccenda sembrava promettente – ma poi si rivelò essere un articolo scritto in Bulgaro.

Da un autore bulgaro.

Su una rivista storica bulgara.

Il che ha senso, considerando che Sulejman Bey sembra essere stato di origine bulgara – ma è di scarso aiuto per me, che non solo non so il Bulgaro, ma non conosco nessuno che lo conosca.

O almeno, non conoscevo nessuno, perché adesso forse – forse – ci siamo.

Salta fuori che M., Dio la benedica, ha un’amica bulgara. Una signora in grado di assistermi non solo nella lettura dell’articolo in questione, ma anche nel recupero dell’articolo stesso.

E quindi adesso bisognerà vedere, ma la caccia riprende. E so che, dopo la faccenda del Museo Navale, avevo scritto di potermi considerare soddisfatta, di avere un’idea abbastanza chiara di quel che c’era o non c’era da sapere, di poter fare con quello che avevo scoperto… Tutto molto ragionevole – ma nondimeno, quando M. mi ha fatto balenare davanti la possibilità, non è stato niente di meno di un regalo di Natale. E sì, probabilmente per il romanzo* potrei benissimo fare con quel che so, ma che devo dire? È più forte di me.

L’indovinello, la caccia al tesoro, il piccolo mistero… Se c’è anche soltanto l’ombra di un modo, devo, devo e devo saperlo.

Staremo a vedere. Forse è la volta buona. Forse è solo un altro episodio dell’avventura… Vi farò sapere.

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* No, non quello che, se piace agli dei della narrativa, conto di inziare con l’anno nuovo. Un altro. I know, I know…

 

Serendipità Marittima

Non è la prima volta che succede – e ogni volta mi solleva da terra.

Avevamo già parlato di quella che Diana Gabaldon chiama historical serendipity, ricordate? Ne avevamo parlato in fatto di mercanti d’olio e segretari greci.

E la serendipità storica è quel fenomeno per cui si piazza in un romanzo storico qualcosa di fittizio ma plausibile e poi, in qualche modo, si scopre che poi così fittizio non era.

Si scopre che il nostro immaginario mercante d’olio c’era davvero, e che il segretario greco si chiamava davvero con il nome che credevamo di avergli inventato…

È una faccenda di estrema soddisfazione. Mette dei gradevoli brividini giù per la schiena, e la sensazione di essere in qualche modo sulla strada giusta. Di avere capito almeno un po’ questo secolo e questa gente su cui si sta lavorando. Per un istante si apre una finestra e si ha l’impressione di avere toccato qualcosa.

Ecco, è successo ancora.

Teatro, questa volta.

Acqua Salata & Inchiostro, ricordate? O comunque debba finire per chiamarsi.

Ebbene, c’è di mezzo John Masefield, di cui abbiamo parlato più di una volta. E sapevo che John Masefield aveva scritto un poema narrativo intitolato Dauber, che sarei stata molto curiosa di leggere, perché lo sospettavo parecchio autobiografico – almeno fino a un certo punto. Solo che non riuscivo a trovarlo.

Oh well, pazienza.

E invece poi l’ho trovato, a prima stesura pressoché finita. E l’ho letto, contando di trovarci qualcosa da aggiungere alla mia caratterizzazione del personaggio.

E…

E che diamine, un sacco di pensieri che Masefield attribuisce al suo protagonista erano… non c’è altro modo di dirlo: erano già nel mio play. Erano cose che il “mio” Masefield dice e pensa.

Al limite della parafrasi.

E vi dirò: è stato davvero piuttosto eccitante scoprire che ci ho preso da vicino. Che la Serendipità Storica ha colpito ancora.

Immaginatemi a un certo numero di centimetri da terra.

 

La Mittente Che Non C’è – Una Storia di Fantasmi Postal-Libreschi

And just who is Irene Gualtieri?” chiede M. in una mail, qualche mese fa. 

E io sobbalzo un pochino, perché è estremamente improbabile che dall’Irlanda M. possa avere idea de Gl’Insorti di Strada Nuova… Dubito di averle anche solo raccontato della ripubblicazione e, se l’ho fatto, è stato di sicuro nei termini più generici.

Così rispondo spiegando un pochino chi è Irene (o meglio chi non è) e chiedo dove ha sentito parlare di lei. Salta fuori che M. ha ricevuto posta da Irene. No, in realtà la mail era mia, ma sembrava provenire dall’indirizzo di Irene…

E poi, più di recente, L. mi contatta per un mio articolo che ha intenzione di ripubblicare* e, a un certo punto dello scambio e-epistolare, mi chiede se mi chiamo ancora Chiara “Clarina” Prezzavento. Perché, spiega, le ultime mail le ha ricevute da una certa Irene Gualtieri… Quale dei due è lo pseudonimo? 

Ed è solo allora che, silly me, faccio due più due.

E mi sovvien che al tempo della ripubblicazione non mi ero accontentata di piazzare anche Irene sul sito alla pagina “L’Autrice“. Giusto per rendere le cose più interessanti, le avevo messo insieme anche un blog chiamato Irene, Writing. Ed era stato molto divertente, ma per aprirlo serviva un account Google – e così Irene aveva acquisito anche quello.

E non ho mai più usato blog né account, ma si direbbe che quell’identità, come una versione sporadica della macchia di sangue del Fantasma di Canterville, si diverta a riemergere in superficie di quando in quando. Finora solo M. e L. sono stati visitati dall’ectoplasmatica presenza postale di Irene La Vivaista – o forse solo M. e L. me ne hanno chiesto notizie… Qualcun altro, a proposito?

Mi chiedo se devo trovarlo un nonnulla inquietante. Voglio dire, un personaggio che prende una vita propria – e interferisce con la mia posta… Uh. Che poi, a ben pensarci… È forse una storia quella che vedo davanti a me? Un’altra metastoria, quasi che Strada Nuova non fosse già abbastanza meta di suo? Questa cosa comincia a piacermi.

Un metaromanzo con un’appendice meta, sul legame tra l’autrice del romanzo e quella del romanzo nel romanzo. Sì, lo so, messa così sembra orribilmente convoluto, ma…

E no, non ho tempo di scriverlo adesso, non finché sono occupata con certi altri fantasmi, but still. E nel frattempo me ne resto qui, in attesa di ulteriori manifestazioni.

E poi la pianto qui, prima di cominciare a sentirmi come Nicole Kidman in The Others

Che poi anche questo apre altre possibilità, perché– Ma basta, basta e ancora basta.Seguirà storia. Stop.

Oh, e se per caso Irene vi è apparsa o vi appare per posta, me lo dite?

 

 

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* Se tutto va bene, avrete notizie in proposito…

Il Pitta Ritrovato

alfredo pitta, romantica mondiale sonzogno, libri di seconda manoUn paio di settimane fa ero a Bologna e, a tre passi dalla stazione, mi sono imbattuta in un gruppo di bancarelle di libri usati.

E sapete tutti come funzionano queste cose. Ci s’infila con l’intenzione di dare soltanto un’occhiatina, e poi ci si perde tra le enciclopedie vecchie, i fondi di magazzino, le scatole di volumini grigi della vecchia BUR, gli arnesi illustrati che pesano come una piastra di ghisa…

Ed ero in questa felice condizione quando l’occhio mi è caduto su un volume Anni Cinquanta della Romantica Mondiale Sonzogno.alfredo pitta, romantica mondiale sonzogno, libri di seconda mano

No – aspettate a sghignazzare.

Con questo nome allarmante, la RMS era una collana di avventure miste assortite – assortitissime. Ci si trovavano abbondanti dosi di Sabatini, Orczy, London e Zane Grey, un po’ di Ridder Haggard, i Libri della Giungla di Kipling, l’occasionale Stevenson, Conan Doyle o Sienckiewicz (purché ci fossero spade), una discreta quantità di Conrad, Le Quattro Piume di Mason, Cappa e Spada* di Achard… Insomma, vi fate un’idea, giusto?

Per quel che posso vedere, in tutto ciò di autori italiani ne compaiono due soltanto. Uno è il principe Valerio Pignatelli della Cerchiara – pittoresco personaggio di suo, soldato, diplomatico, spia, avventuriero e autore di diversi romanzi di cappa-e-spada incentrati sull’antenato e dragone napoleonico Andrea Pignatelli. 

alfredo pitta, romantica mondiale sonzogno, libri di seconda manoL’altro è Alfredo Pitta, traduttore attivissimo, autore di gialli sotto lo pseudonimo di Norman Charger e, per l’appunto, di almeno una mezza dozzina di cappa-e-spada dai titoli pittoreschi come I Cinque Falchi, Santajusta, Fior di Sogno, Castelmalo, Il Liberatore, La Scala Vermiglia… E dico almeno perché i primi cinque titoli li ho trovati via OPAC, ma il sesto non risulta semplicemente perché non fa parte delle collezioni di nessuna biblitoeca, ma esiste. È la mia trouvaille bolognese.

Trecentosedici pagine di avventure di alfredo pitta, romantica mondiale sonzogno, libri di seconda manoSigismondo “Cordifoco” Malatesta, a iniziare con una di quelle scene in cui i mercenari tedeschi progettano il rapimento di una donna e imprecano pittorescamente e si dicono l’un l’altro cose che dovrebbero già sapere come nella prima scena di un’opera**. Il tutto rilegato in brossura rosso vermiglio, con una sovraccoperta illustrata*** e, alas, malandatella.

Confesso di avere dato soltanto un’occhiatina per ora, e magari sarà una lettura da vacanze natalizie, ma il ritrovamento in sé è stato una piccola delizia. Autore di cui sapevo e seguito a saper pochino, finestrella su un’altra era del romanzo storico italiano****, bancarella, serendipità, di-chi-sarà-stato-questo-libro…

alfredo pitta, romantica mondiale sonzogno, libri di seconda manoPotrei sospirare un poco sul fatto che, come adesso, tanto negli Anni Trenta quanto negli Anni Cinquanta l’autore italiano di avventure storiche era una bizzarra e rara specie aviaria. Sì, potrei sospirare – ma per questa volta diciamo di no, e limitiamoci a compiacerci delle gioie molteplici delle bancarelle di libri di seconda mano.

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* Leggenda vuole che da questo romanzo abbia preso nome il genere. Come la maggior parte di queste storie, non è proprio così. Il coniatore fu in realtà Ponson du Terrail, ma Achard e il suo editore avevano un miglior senso del marketing.

** Il paragone non è casuale. Lo scorso anno, sempre a Bologna e in circostanze non del tutto dissimili, ho comprato il libretto di una sconosciutissima opera dei primi del Novecento, la cui prima scena era piena di mercenari tedeschi che imprecavano pittorescamente e progettavano il rapimento di una donna…

*** L’intenzione è di aggiungere un’immagine – quando il mio scanner risuscita o si reincarna. Luci di taglio, conci di pietra, il protagonista e il suo sidekick feriti – o forse moribondi? Gasp! – lunghe ombre a proseguire sulla costa e, sul retro, la scala del titolo, giù per la quale corre un rivolo di sangue… Credo che l’illustratore debba essere Guizzardi.

**** O quanto meno d’avventura storica. Mi par di capire che il buon Pitta non esca poi troppo di strada, ma potrei sbagliarmi. Semmai ne riparleremo a lettura avvenuta. E l’era è proprio un’altra, visto che si tratta di una riedizione di un romanzo del 1937.

_________________________________________alfredo pitta, romantica mondiale sonzogno, libri di seconda mano

Ah, una nota d’altra natura: qualche tempo fa, un lettore occasionale mi scrisse una mail in cui chiedeva lumi su Pitta. Risposi che non avevo gran lumi… Ecco, questo è un lumicino nuovo, unitamente al fatto che credevo Pitta solo un traduttore di gialli e cappa e spada, ma apparentemente ha tradotto anche una certa quantità di Conrad… Se ripassa di qui, o Lettore Occasionale di cui non possiedo più l’indirizzo, ecco che la metto a parte.

 

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