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Junker, Agrifogli e Mongolfiere

Ogni tanto mi prende la curiosità di vedere per quali vie la gente arrivi a SEdS, e allora consulto l’apposita sezione delle statistiche dettagliate, là dove si elencano le parole chiave.

È, nella maggior parte dei casi, un affascinante esercizio, dal quale si scopre, ad esempio, che dall’inizio di novembre il 9,42% dei lettori giunti qui via motore di ricerca voleva lumi sull’agrifoglio.

Inclino a credere che il 9,42% abbia trovato quel che cercava, perché non me ne ricordavo più, ma in effetti, un paio d’anni fa, ho parlato di agrifoglio in un post dicembrino

E si vede proprio che siamo in novembre*, perché ai cercatori di agrifoglio vanno aggiunti i coristi che vogliono la partitura della Carol of the Bells (3,3%; buon lavoro! E sì, lo spartito c’è…) e uno 0,94% che ha dubbi sul concetto di albero di Natale – e di fatto ha cercato “albero di natale concetto”.

Poi c’è il Questionario di Proust, che non manca mai da quando qualcuno ha linkato il post dalla relativa pagina di Wikipedia. A dire il vero, il post è un’applicazione narrativa del questionario, per cui non so se sia davvero quello che un consultatore di enciclopedie può cercare, ma tant’è.

La gente che arriva cercando “chiara prezzavento” o “senza errori di stumpa” è chiaramente al posto giusto, e penso che chi era a caccia di “glenarvon”, “l’amico ritrovato variazioni di tipo narrativo” e, tutto sommato, “calvin e hobbes”, possa avere trovato quel che cercava. Per Giovanni Giustiniani Longo non saprei. Dipende, ma forse no. L’ho nominato qualche volta a proposito della caduta di Costantinopoli, ma nulla di più. Il che è quasi un peccato, perché tutto sommato è un personaggio interessante. Vedremo.

Poi cominciano le cose un tantino più esoteriche. O forse non del tutto, ma sono abbastanza affascinata dal navigatore che cerca “libro più bello di asimov”… C’è di buono che, nei commenti a questo post, avrà trovato un certo numero di ottimi consigli di lettura.

Peggio dev’essere andata a chi voleva notizie sugli “junker prussiani” e “frasi di cyrano de bergerac”. In fatto di Prussia, credo di ricordare soltanto una discussioncella – o forse due – sul Barone Rosso. E potrei sbagliarmi, ma doveva trattarsi più di commenti che di post. Al contrario, su Cyrano ho postato in abbondanza (tra l’altro, è uno degli Sbregaverze), ma temo che a frasi andiamo male. Che poi, SEdS non è uno di quei siti di citazioni, ma non posso fare a meno di domandarmelo: leggere il libro no?

E lo stesso vale per “palazzotto di don rodrigo descrizione”. Non so se il cercatore fosse uno studente alle prese con i PS, ma se lo è, temo che, invece della descrizione, abbia trovato un mezzo rant sulla perniciosa pratica di cercare queste cose su internet – anziché nel dannatissimo libro…

Chi invece voleva notizie della “mongolfiera dei fratelli montgolfier” doveva essere una persona paziente. È vero che più o meno due anni e mezzo fa ho postato sul mio primo (e unico, a dire il vero) volo in mongolfiera, ma perché Google connetta SEdS all’argomento bisogna arrivare in cima alla diciottesima pagina di risultati – e poi non è come se si trovasse granché: era, lo ammetto, un post di pura euforia da volo, in cui i celebri fratelli erano citati appena…

E tuttavia il Punto Interrogativo d’Oro questo mese spetta al motore di ricerca che ha spedito qui un innocente che cercava “attestato partecipazione corso dante alighieri”. In realtà sospetto che possiamo incolpare Adotta Una Parola e i relativi attestati, ma è evidente che, anche in rete, il percorso più breve fra due punti può finire con l’essere l’arabesco…

Però mi rendo conto che il tasso di bizzarria nelle ricerche verso SEdS è tristemente limitato. Il mio gusto per il nonsense non vi trova appagamento, di fronte alle meraviglie confessate da altri blogger. Non è un po’ malinconico che l’apice fiorito di SEdS, da questo punto di vista, si limiti ad essere una misteriosissima ma isolata “borsetta antiscippo”?

And do tell: dalle vostre parti per che sentieri arrivano i lettori?

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* E però, a dire il vero, da giugno in qua non passa mese senza che qualcuno cerchi l’agrifoglio e/o la carola in questione. Solo che non novembre i numeri hanno cambiato dimensione…

L’Invasione Degli Ultra-Anacronismi

La mia fede nell’editoria anglosassone sta vacillando un nonnulla. Quando pensavo ai produttori di parallelepipedi over the Channel e Over the Pond, li facevo spudorati e spregiudicati quanto quelli nostrani, ma attenti. Accurati, se capite quel che intendo.

Ma la messe di anacronismi che ho mietuto nel corso dell’ultimo giro di recensioni per HNR mi lascia in una selva di angosciosi dubbi, almeno per quel che riguarda l’Isoletta. La messe copre senza pregiudizi e omissioni molte delle anacronocategorie possibili.

Pensieri: se siamo nel III Secolo a. C., se la narrazione è in terza persona limitata, se si suppone che il punto di vista sia quello di un giovane aristocratico cartaginese, può la Voce Narrante definire una particolare vicenda col medievalissimo termine “ordalia”? Ripetete con me: Bizmillah, no! Mamma mia, mamma mia!

Parole: non sarò certo io a negare che Annibale avesse ogni genere di straordinaria qualità, ma persino nella mia cieca adorazione dubito che fosse un veggente. O un precursore del Vangelo. Per cui, quando definisce il giovane protagonista scomparso e ricomparso un “figliol prodigo”, mi si allappano i denti. Davvero. Idem quando un ufficiale settecentesco parla di “serendipità” vari decenni prima che Horace Walpole nasca, cresca e conii la parola. Anacronismo a parte, poi, ce lo vedete l’ufficiale in questione che parla di “serendipità” con il suo sergente e una vivandiera – e quelli lo capiscono al volo? Ma questo è un peccato di plausibilità, non un anacronismo, per cui stiamo sconfinando. E però lasciatemi anche osservare che un ufficiale di carriera (specialmente uno particolarmente sveglio) non dovrebbe proprio confondere tattica con strategia…

Opere: scrivere un romanzo storico implica il disturbo di farsi un’idea degli usi sociali dell’epoca – e renderli in forma narrativa per il lettore. La gente nel Cinquecento non si presentava a casa della rispettabile giovane vedova conosciuta la sera prima portandole un cesto di frutta; non la conduceva pubblicamente da una sarta per regalarle un vestito nuovo; meno ancora la invitava a cena a casa propria per un tète à tète o la conduceva fuori città in una romantica gita a due. Non faceva nulla di tutto ciò se non intendeva comprometterla – e certo non se aveva intenzione di chiederla in moglie. Se poi la rispettabilità vera o presunta della signora in questione è uno dei cardini della vicenda, trattarne in questo modo disinvolto ottiene un risultato solo: spingere the discerning reader a dimandarsi perché, perché, perché ambientare a metà Cinquecento quella che in definitiva è una storia contemporanea…

Omissioni – as in “omissioni di ricerca”. Perché, nella Napoli del 1564, far mangiare ai protagonisti pomodori a tutti pasti e mettere il calico sugli scaffali dei mercanti di stoffe, quando entrambi non sono documentati nell’Italia meridionale prima del tardo Seicento? E perché mettere in mano a uno scriba del III Secolo a. C. una penna d’oca – svariati secoli prima che l’arnese venga in uso? Anche ammesso di non saperlo, non sono particolari difficili da scoprire…

L’unica cosa che manca (o quanto meno è largamente evitata) è il peccato mortale: quel genere di travesty in cui i personaggi che pensano period sono tutti malvagi e osteggiano l’eroina “appassionata e anticonvenzionale” e, in generale, tutti i buoni che pensano, agiscono e sentono come gente dei giorni nostri*. E questo è già qualcosa, ma non abbastanza. Bisognerebbe che gli autori fossero più attenti – anche se Clio sa che l’anacronismo è una bestiaccia subdola e facile a sfuggire. E però non c’è romanzo storico che non si concluda con una o più pagine di Acknowledgements, in cui l’autore ringrazia legioni di amici, altri scrittori, agnati e cognati, agenti letterari, editor, vecchi professori di storia, esperti, archivisti, bibliotecari e storici di varia natura – tutta gente che “ha letto il libro con lusinghiero entusiasmo e offerto preziose osservazioni.” Possibile che mai nessuno in questo diluvio di gente qualificata in vari gradi e a vari livelli, faccia caso al figliol prodigo o alla penna d’oca? 

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* In realtà questa è una specialità più diffusa al di fuori del mondo anglosassone – ma non sconosciuta over the Channel & over the Pond. Purtroppo l’idiozia da politically correct è un morbo che non conosce confini.

Elogio Del Taccuino

appunti,scrittura creativa,processi mentali,taccuini,kafka,leopardi,chatwin,fogazzaro, henry james, moleskineIl bigliettino salta fuori da un libro che non prendevo in mano da un po’ di tempo. Scivola di tra le pagine e plana a terra con vago errore, come i petali del Petrarca.

Foglio quadrettato di un notes pubblicitario – residuato della vita precedente – con orrido logo fuxia e nero e un diluvio di numeri telefonici, di segreteria, di fax…

Ma sopra ci sono delle annotazioni in vari colori:

1) a biro blu, uno snippet di dialogo in Inglese. Kit Marlowe che dice qualcosa a Thomas Walsingham. Non mi dispiace affatto: ci si sentono la voce beffarda, l’intento di provocare e, al tempo stesso, il fondo di leggera ansia del figlio del calzolaio che non ha ancora imparato fin dove può spingersi con il suo aristocratico mecenate – coetaneo in adorazione del poeta di genio, ma pur sempre quello che ha in mano i cordoni della borsa.

2) ancora a biro blu, tre righe di descrizione – e neanche queste mi dispiacciono del tutto. Marlowe-related a loro volta, sospetto, a giudicare dalle candele e dalla stanza rivestita a pannelli di quercia.

3) penna a inchiostro gel viola: un’idea per un post. Neanche del tutto indecente. Ve la ritroverete qui, un momento o l’altro.

3b) con la stessa penna viola, un adolescenzialmente entusiastico LIKE THESE!!! con tre punti esclamativi e tanto di freccette in direzione del dialogo e della descrizione. Arrossisco.

4) penna a inchiostro gel verde: altra idea per un altro post. Anche questo verrà un giorno e – tanto perché lo sappiate – con i nomi non abbiamo ancora finito.

5) biro blu diversa dalla prima: scrawl scarabocchiato in condizioni un tantino estreme, si direbbe, e in tutt’altra direzione rispetto agli altri. THE COMPANY, dice. Non so, mi par di ricordare che sia un film che parla di una compagnia di danza classica… vi dice nulla?

Sono sproporzionatamente felice di avere ritrovato questi appunti. Li userò tutti, in un modo e nell’altro, ma avrei potuto sopravvivere anche senza. E tuttavia inciampare in questa carotatura di pensieri volanti, ideuzze e noterelle misti assortiti mi è piaciuto da matti.

È anche un sostegno alla teoria secondo cui tenere sempre a portata di mano qualcosa su cui scrivere è una sana, produttiva e soddisfacente idea per uno scrittore – teoria provata dalla quantità di scrittori che la pratica(va)no.

Fogazzaro aveva sempre un quadernetto in tasca. Lo si sapeva, ma si credeva che ne fossero rimasti pochi o nessuno. Di recente ne sono saltati fuori parecchi, pieni di annotazioni, appunti e rimuginamenti – pietruzze grezze che poi si ritrovano lucidate e incastonate nelle opere finite.

Di Leopardi vogliamo parlare? Lo Zibaldone è forse IL taccuino letterario per eccellenza. Secondo Iris Origo, biografa classica del Giacomo, l’idea gli fu suggerita dall’abate Antonio Vogel, secondo cui ogni letterato avrebbe dovuto avere un piccolo caos per iscritto, un taccuino di sottiseries, adrersa, excerpta, pugillares, commentaria… una riserva da cui potesse uscir letteratura come il sole, la luna e le stelle erano emerse dal caos.

I Quaderni Azzurri di Kafka forse non erano precisamente dei taccuini, ma di sicuro erano più piccoli dei suoi abituali diari e, che se li portasse dietro o meno, ci annotava aforismi, appunti e strologamenti filosofici.

Henry James usò i taccuini per tutta la sua carriera, annotandoci idee, possibilità, tratti di caratterizzazione per i suoi personaggi, nomi e indirizzi, osservazioni personali, commenti, impegni, e ogni genere di minuzia anche solo vagamente letteraria – tra l’altro la sua solenne decisione di abbandonare per sempre il teatro dopo il fiasco di Guy Domville. Sono un documento affascinante e se ne può leggere qualcosina qui. appunti,scrittura creativa,processi mentali,taccuini,kafka,leopardi,chatwin,fogazzaro, henry james, moleskine

Bruce Chatwin era un consumatore seriale di taccuini – e li voleva tutti di un particolare tipo: quelli che poi, usciti di produzione e ripresi da una ditta italiana, sarebbero diventati i Moleskine. E non si capisce fino in fondo perché i Moleskine debbano essere conosciuti universalmente come “i taccuini di Hemingway”, quando in realtà erano quelli di Chatwin.

Insomma si direbbe che la storia della letteratura sia piena di taccuinatori compulsivi, e non è particolarmente strano. Da un lato un taccuino, con quelle pagine che sembrano supplicare “riempimi! riempimi!” è un magnifico incentivo a scrivere. E poi, più seriamente, più si è esercitati a cogliere idee in ogni dove (e lo scrittore medio lo fa tutto il tempo), più le idee si presentano. Ma essendo creature dispettose, temperamentali e di pessimo carattere, le idee arrivano a tradimento, germogliano irrepressibilmente e, se non si è pronti a dar loro retta, si offendono e si dileguano. Non c’è modo di dire a un’idea “aspetta, ne riparliamo fra dieci minuti – quando non starò guidando/facendo la spesa/facendo yoga/calcolando un tetto/trapiantando le begonie/prendendo sonno.” L’idea va catturata immediatamente e imprigionata, altrimenti è perduta. E spesso e volentieri l’unico modo per riuscirci è l’immemorabile tradizione del taccuino – da portarsi sempre dietro.

Perché, come dice MacNair Wilson, “Tutto quel che vale la pena di essere ricordato, vale la pena di essere scritto.”

Serendipità Storica

assedio di costantinopoli, mehmed secondo, romanzi storici, diana gabaldonÈ successo di nuovo.

Vi ricordate del mio romanzo/due romanzi/trilogia sull’assedio di Costantinopoli, eterno work in progress? E vi ricordate del mercante d’olio?

Ebbene ieri sera, nel corso di una di quelle campagne notturne a caccia di informazioni oscure, mi è capitato sotto il mouse un articolo di una rivista americana a proposito di Ciriaco da Ancona. Ora, Ciriaco da Ancona era un erudito quattrocentesco, forse precettore del sultano Mehmed e forse no, ma quello che mi ha dato la pelle d’oca è stato trovare, in una nota all’articolo, un riferimento a un segretario greco, al servizio di Mehmed durante l’assedio, di nome Dimitrios Apocaucos Kiritzis. 

Perché il fatto è che la mia prima stesura contiene un segretario greco di nome Demetrios – solo che di Kiritzis non sapevo nulla. A quanto pare è una figura molto oscura, citata in un paio di fonti di scoperta relativamente recente, e non se ne parla in nessuno dei miei autori di riferimento. Il mio Demetrios era del tutto fittizio – o così credevo.

Per cui sì, è remotamente possibile che ne abbia letto di sfuggita in qualche tomo di storia ottomana o bizantina. E poi invece è possibile che sia successo di nuovo quello che Diana Gabaldon chiama historical serendipity, ovvero particolari fittizi che, ex post facto, si rivelano non solo plausibili, ma, in qualche misteriosa maniera, veri.

E se è così, è la seconda volta che succede. E se è la seconda volta che succede, si direbbe che questo libro voglia proprio essere scritto. E se questo libro vuole proprio essere scritto, chi sono io per ignorare tutti questi segni del destino?

E sì, lo so: mi sto incartando in discorsi dalle allarmanti sfumature new age… è che non capita tutti i giorni questa gradevole sensazione di essere sulla giusta strada. Non capita spesso che la storia dia di queste strizzatine d’occhio. Non capita spesso di incappare in serendipità siffatte. Lasciate che mi ci crogioli un po’.

 

Giu 20, 2011 - Poesia, Utter Serendipity    No Comments

Lucciole, Poeti e Qualche Rana – ovvero Qualcosa Per Il Solstizio

lucciole, eclissi, solstizio d'estate, ippolito nievo, attilio bertolucci, gerolamo fontanella, kobayashi issa, robert frost, corrado govoniQualche sera fa, mentre tornavamo da una riunione del comitato promotore per le manifestazioni del 150° (non avete idea!) con S. ci siamo fermati in aperta campagna per vedere quel che si poteva dell’eclissi. La luna stava ricomparendo – una fetta sempre più larga, in quella maniera che hanno le eclissi – ma temo di non avere badato alle sue mattane quanto avrei dovuto, perché a un certo punto Enter a Firefly. E poi un’altra… lucciole! Erano secoli che non vedevo le lucciole, almeno non più di una per volta, ed erano sempre state lucciole di terra, rese anemiche dalle luci del giardino. Ma lucciole vere che volavano sui campi di notte… ah! E proprio allora, come se la notte avesse avuto la precisa intenzione di farmi felice, nel fosso vicino una rana piuttosto baritonale ha cominciato a gracidare. Anche le rane non si sentono più, non certo in paese, per cui sono andata in estasi quando qualcuno di batracesco ha gracidato un paio di volte e poi si è tuffato. Ho sentito distintamente il “pluf” nell’acqua*. E poi c’erano i grilli, e un enorme pioppo cipressino, e persino quel tanto di brezza che serviva per far stormire le fronde del pioppo senza coprire grilli e rane… Se non fosse stato per le zanzare sarebbe stato assolutamente perfetto, ma anche così era di una perfezione rara – e mi sono ripromessa di postarci su.

Lo faccio oggi, perché la vigilia del solstizio d’estate mi sembra in qualche maniera appropriata a un po’ di sdilinquimento sull’atmosfera delle notti estive. Sdilinquimento in versi.

A partire da Alla Lucciola (con brusco risveglio) del barocco Girolamo Fontanella: lucciole, eclissi, solstizio d'estate, ippolito nievo, attilio bertolucci, gerolamo fontanella, kobayashi issa, robert frost, corrado govoni

Mira incauto fanciul lucciola errante

Di notte balenar tremola e bella,

Che di qua, che di là, lieve e rotante,

Somiglia in mezzo al bosco aurea fiammella.

Va tra le cupe ed intricate piante,

Stende la man pargoletta** e bella,

E credendo involar rubino o stella

Va de la preda sua ricco e festante.

Ma poi che ‘l nostro orror l’alba disgombra,

Quel che pria gli parea gemma fatale,

Di viltà, di stupor gli occhi l’ingombra.

Così bella parea cosa mortale!

Ma vista poi che si dilegua l’ombra,

altro al fine non è ch’un verme frale.

Poi Le Lucciole, di Ippolito Nievo – che riesce sempre a infilarci un che di patriottico:

Lucciolette che ronzate

Pei crepuscoli ideali,

Care stelle forviate

Da vostr’orbite immortali,

Forse ancor del ciel natio

Affaticavi il desio?

Io vi sciolgo l’ali al volo,

Lucciolette cattivelle;

Ite pur lambendo il suolo

Colle timide fiammelle,

Giacché i cieli a voi contese

Legge improvvida e scortese.

Ai romiti casolarilucciole, eclissi, solstizio d'estate, ippolito nievo, attilio bertolucci, gerolamo fontanella, kobayashi issa, robert frost, corrado govoni

Nel silenzio dei villaggi

Pei giardini solitari

Seminate i vostri raggi,

Fra le tenebre dei chiostri

Seminate i raggi vostri.

Pei tumulti delle feste

Melanconiche volate,

Sol palesi all modeste

Ciglia e all’alme addolorate,

Onde vengan esse poi

Meditando dietro a voi.

A chi stanco si risente

Della stolida allegria

Rischiarate santamente

L’annebbiata fantasia,

Perché al cor gli venga e al viso

D’altro oprar più maschio riso.

Lucciolette, anco un momento,

Ed il pugno che vi accoglie

Vi darà libere al vento.

Vinto han già le vostre doglie

Il ritroso animo mio.

Lucciolette addio, addio!…

Poi Il Giardino del futurista Corrado Govoni

Presto tutto il giardino formicolerà di lucciole

piccoli lampi di magnesio per fare la fotografia

ai volti ipnotici e medianici dei fiori.

E’ notte: fa fresco: cadono le prime gocce di stelle:

si rientra.

E Attilio Bertolucci: lucciole, eclissi, solstizio d'estate, ippolito nievo, attilio bertolucci, gerolamo fontanella, kobayashi issa, robert frost, corrado govoni

 

Come lucciola allor ch’estate volge

All’ardor di luglio, stanca posa

Sull’erba che la vide errare quando

Più temperate sere il cielo invia,

Dov’è caduta luce tramortita

E fioca, e così sola nella notte,

Così l’anima giace poi che il curvo

Giro degli anni a suo fine declina.

Una stellata notte allor consoli

Nostra tremante quiete, quale questa

Che s’apre dolce e silente

Su te, lucciola morente.

Dopodiché abbandoniamo l’ordine cronologico e l’Italia, e passiamo all’estero in ordine sparso con un haiku di Kobayashi Issa***:

 

Inciampa

guardando le lucciole:

eccone una!

E finiamo con Fireflies In The Garden, di Robert Frost

Here come real stars to fill the upper skies,
And here on earth come emulating flies,
That though they never equal stars in size,
(And they were never really stars at heart)
Achieve at times a very star-like start.
Only, of course, they can’t sustain the part.

Ecco qui. Complessivamente non è che i poeti associno immagini gioiosissime alle lucciole, vero? C’è quasi sempre qualcosa di smarrito, d’ingannevole e caduco associato a queste fiammelline vaganti e vive… Che posso farci? Per una volta dovrò essere in disaccordo con la maggior parte dei poeti, e quindi credete: è un auspicio felice che faccio nell’augurare a tutti voi e a me stessa un’estate piena di lucciole.

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* E sì: “pluf”. Il tuffo di una piccola rana nell’acqua di un fosso non è assolutamente un “plop”. E’ un “pluf”.

** Sì, visto? Non ho proprio idea…

*** Traduzione di NeveSottile

 

 

Chi Ha Detto Che Deve Essere Facile?

Era una notte buia e tempestosa, tornavo dalle prove di Somnium Hannibalis ed ero di umor tetro, perché la regista latitava causa bronchite e le prove erano andate… vogliamo dire così-così? Diciamolo pure, ma è la più spudorata sottovalutazione di un disastro impellente che si possa immaginare. All’improvviso, la mia posizione di aiuto-regista si era fatta assai meno teorica, ed ero terrorizzata. Altrettanto all’improvviso, la compagnia mostrava una limitata propensione a darmi retta, e naturalmente mancavano pochi giorni al debutto, eravamo tutto fuorché pronti, mancavano dei costumi, mancava una persona e l’uomo delle luci non si era fatto vedere per la terza sera di fila…

Così mi preparai una tazza di tè (deteinato) al bergamotto, mi piazzai davanti al computer e cominciai a controllare un po’ di posta, senza badarci nemmeno troppo. Era stata proprio una pessima giornata, a teatro le cose erano andate come erano andate e, per di più, non avevo scritto un bottone, e il progetto in corso si mostrava riottoso alle mie intenzioni.

Mentre sorseggiavo il tè sentendomi doomed & gloomy, l’occhio mi cadde sulla mail di un’amica americana che cantava le lodi del blog di McNair Wilson, uno di quei personaggi difficili da catalogare, scrittore, autore teatrale, regista, attore, imagineer per la Disney e chi più ne ha più ne metta. “E poi gli piace il tè al bergamotto,” commentava H. “Devi assolutamente vedere il suo blog!”

E che avevo mai da perdere? Diedi un’occhiata al suo blog, Tea With McNair* – e per prima cosa vidi che aveva promesso di non postare più e invece postava ancora. Cominciamo bene. E poi, mentre saltellavo di qua e di là, m’imbattei in questa affermazione: It’s supposed to be hard. It’s art. Ovvero: “Deve essere difficile: è arte.”

Folgorazione.

E’ vero, è vero, è vero – e non parlo solo, e non tanto, di SH: chi ha detto che deve essere facile? Non deve affatto essere facile. Se fosse facile, se venisse fuori quasi da sé, se non richiedesse sforzo, e pensiero, e fatica, e rigore, non sarebbe arte. Se non rendesse necessario pretendere tanto da sé e dagli altri, se non comportasse una ricerca continua, se non svegliasse nel cuore della notte per annotare un’altra idea, se ci si potesse accontentare, se non fosse il lavoro e la quest di tutta una vita, allora non sarebbe arte. Se trovasse sempre tutti d’accordo, se non andasse difeso con le unghie e con i denti, se non implicasse miracoli di manipolazione, bellicosità e diplomazia, allora non sarebbe arte.

Non importa che cosa sia: scrivere, suonare, comporre, dipingere, mettere in scena, scolpire – non fa differenza, ma non è, non può essere, non deve essere una passeggiata per praterelli fioriti: è una truculenta, appassionante, faticosa, infinita, splendida battaglia. Non deve affatto essere facile: è arte.

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* Di cui per il momento Steno mi costringe a passarvi il link in questa maniera incivile: http://www.teawithmcnair.typepad.com/tea_with_mcnair/#tp

 

Nov 30, 2010 - Utter Serendipity    No Comments

Del Surreale Nel Quotidiano (di Provincia)

A volte, in un posto o nell’altro, ti capita di sfogliare un quotidiano di provincia e l’occhio ti cade su un titolo, e ti domandi: a) ma come li recluta questa gente i titolisti? b) non ce l’hanno un redattore capo che si accorga di certe sublimi fioriture? E poi li annoti, i titoli in questione, perché alla loro maniera sono meravigliosi, sono folgoranti, ti mettono quasi in soggezione nella loro sfavillante assurdità.

Vi metto a parte di un paio di perle della mia collezione – titoli autentici, giuro: non ho aggiunto nemmeno una virgola.

Cominciamo con SI GETTA NEL FOSSO E LO SALVA

Salva chi? Salva cosa? Il fosso? Parrebbe, visto che, teoricamente, un pronome si riferisce all’ultimo sostantivo precedente… E a questo punto ditemi che non state proiettando un film mentale in cui il Protagonista si tuffa ad angelo in quaranta centimetri d’acqua fangosetta, gridando a tutti polmoni “Fosso! Fosso! Resisti, arrivo!” In una versione idro-agricola di Julia Hill, magari: ricordate la ragazza americana che viveva appollaiata sulla sequoia per impedire che fosse abbattuta? Ecco: il nostro Protagonista è uno così, un idealista amante dei piccoli ecosistemi che si oppone alle mire di un Bieco Consorzio di Bonifica intenzionato a sopprimere un vecchio fosso ormai desueto – un piccolo paradiso in cui pescetti, germani, ranocchie e garzette convivono in gaio idillio tra i fior di loto, le lenticchie d’acqua e le foglie di papiro. (C’è il papiro nei fossi? Non lo so: dalle mie parti i fossi sono molto fangosi e infestati dai gamberoni della Louisiana…) E che può fare il Bieco Consorzio di Bonifica? Interrare un fosso con un omino dentro? Hm… cattiva pubblicità, signori. E allora tecniche di dissuasione – tipo getti d’acqua, fari e musica ad alto volume di notte – ma il nostro eroe resiste, la sua storia comincia a richiamare l’attenzione dei media nazionali… eccetera eccetera, fino all’obbligatorio lieto fine.

Storia più triste: TRADITO DAL CANE SI SPARA A UN PIEDE

Altro che migliore amico dell’uomo! Questo voltagabbana di un rottweiler abbadona il suo pur affettuoso e attento padrone per… chi? Un macellaio? Un dirigente di banca con villa e tre ettari di parco? Un’anziana signora di manica larga coi biscotti? Una veterinaria bionda che fa jogging tutte le mattine? Il migliore amico del Protagonista? Anyway, il Protagonista… Che fai davanti al tradimento? Se ti tradisce l’amore della tua vita e sei incline ai gesti estremi, ti butti dal Pont Neuf nelle gelide acque della Senna; se ti tradiscono i tuoi alleati nella battaglia decisiva, imprechi un po’, offri retoricamente il tuo regno in baratto per un cavallo e poi ti getti nella mischia mulinando la spada; se ti tradisce il cane, forse una pallottola nella tempia è un tantino eccessiva: facciamo un piede, e non se ne parli più. In realtà, leggendo l’articolo, si scopre che il Protagonista è un cacciatore che, inciampando nel suo segugio, ha lasciato cadere il fucile, facendo accidentalmente partire un colpo – ma volete mettere?

Ecco, annoto questo genere di meraviglie perché sono notevoli di per sé e perché, se scrivessi questo genere di cose, potrei cavarne delle storie surreali. Come dire: non si sa mai dove si può pescare un’idea – ma certi titolisti fanno del loro meglio per venire in contro agli scrittori.

Oh, e by the way: idee alternative?

 

Libri d’Infanzia

lullabyeland1.jpgUna spedizione in soffitta ha riportato alla luce il libro più amato della mia prima infanzia: Mimmo nel Paese della Ninna Nanna.

Il libro era già vecchio quando io ero piccina: prima che mio era stato di mia madre e di mio zio, che avevano colorato con le matite le illustrazioni in bianco e nero. Fra tutti e tre dobbiamo avergli fatto fare parecchio servizio, povero librino: ha perduto la costa e la copertina posteriore, ma la rilegatura cucita era di buona qualità, visto che è perfettamente solida. Non so dire quale sia stato il mio ruolo in tutto questo tear&wear, ma mi pare di ricordarlo così fin da allora, quando mi sembrava un libro enorme e abitava in uno scaffale specialissimo della libreria…

Ero affascinata dall’atmosfera sognante e surreale, dai colori meravigliosi dei cieli stellati e delle colline di coperte imbottite, e forse più di tutto dall’Uomo del Sonno, che faceva addormentare tutti con la sabbia magica del suo sacco. Fosse stato per me, me lo sarei fatto leggere e rileggere (e poi l’avrei letto e riletto) all’infinito.

Per fortuna, la mia meravigliosa nonna aveva idee diverse: al Paese della Ninna Nanna si accedeva soltanto in occasioni particolari, lontane tra loro, alcune rituali (attorno al mio compleanno, per esempio), altre del tutto inaspettate, in premio per qualcosa, quando c’era bisogno di consolazione o magari per coronare una giornata perfetta. Nonna aveva molti talenti, tra cui quello di rendere unici posti, situazioni, momenti e… libri. Era lei a popolare il nostro giardino e gl’immediati dintorni di personaggi fiabeschi (per esempio, lo sapevate che l’Uomo del Sonno si procurava la Sabbia Magica nel nostro orto, nell’aiuola dei carciofi, e solo nel breve periodo in cui Nonna ne lasciava fiorire qualcuno?), era lei a mescolare, intrecciare e cambiare le storie che mi raccontava, e a incoraggiarmi a fare altrettanto, era lei a trasformare persino un’attesa dal veterinario in un’avventura, era lei a insegnarmi che sono l’unicità e la caducità a rendere preziose le cose. E’ stata lei – con l’attiva collaborazione dell’allora non ancora Colonnello – a fare di me una scrittrice.

Ma torniamo a Mimmo nel Paese della Ninna Nanna. Ho fatto qualche piccola ricerca in rete, scoprendo che il libro, originariamente una Silly Simphony di Walt Disney, è stato edito in Italia da Mondadori nel 1944*. Non sono riuscita a scoprire l’autore della deliziosa, tenera traduzione, e sarei grata a chi me lo sapesse segnalare. Ci sono trentotto illustrazioni, circa un terzo delle quali a magnifici colori. Quelle in bianco e nero sono state colorate a matita – suppongo da mio zio e mia madre, perché io sono sempre stata incapace di colorare “dentro i bordi”. Ci sono anche alcune canzoni con musica e testo – tratti, suppongo dal cartone animato originale.

Ho sfogliato per bene, riletto da cima a fondo, guardato le illustrazioni una per una, ritrovato l’Albero dei Piumini da Cipria, Fido il Cane di Pezza, il Giardino Proibito, i braccialetti tintinnanti della mamma e naturalmente il mio vecchio amico: l’Uomo del Sonno. Adesso il libro prenderà posto in uno scaffale della libreria, da cui uscirà molto raramente, in obbedienza ai vecchi e saggi principi. Perché sono certa che, se tanti anni fa avessi avuto il permesso di guardarlo ogni giorno, ritrovare questo libro adesso sarebbe stato molto meno emozionante.

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* Il che implica un piccolo mistero famigliare, visto che una pagina riporta un’annotazione di una cugina, datata 28 marzo 1937!

Personaggi In Fieri

Dalla Provincia Granda, e oggi niente musica, ma personaggi.

Troppo lungo spiegare come mi ci sono imbattuta, ma questo post del blog di Harald Siepermann, animatore della Disney, è una lunga serie di disegni, schizzi e abbozzi di personaggi, in vari stadi di compiutezza.

Alcuni li riconoscerete, altri no (una delle cose affascinanti è che non tutti appartengono a progetti andati in porto, e alcuni sono fasi preliminari e abbandonate di progetti in corso), ma badate al fantastico lavoro di caratterizzazione che emerge dalle serie di schizzi successivi. Quest’uomo è un genio.

Oh, come vorrei saper disegnare, gente!

Buona domenica a tutti.

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