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la Caratterizzazione è un Apostrofo di Colore a Scelta

Rieccomi, o Lettori! Direi che ho trovato le chiavi di casa – ma in realtà non ho idea di come sia successo: fino a ieri non c’era verso di fare il login, e invece oggi sì. Ah well, meglio così.

E visto che sono tornata, parliamo di personaggi, volete? Nicholl Lodger

Chi di noi non vorrebbe popolare i suoi libri di gente indimenticabile? È al tempo stesso una tecnica difficile da padroneggiare, un elemento chiave della buona scrittura e uno degli aspetti più complessi di quella malattia da scrittori che Tolkien chiamava il complesso della subcreazione: infondere la scintilla vitale nei propri personaggi, soffiare la vita nelle narici della creatura impastata con inchiostro e carta…

Curiosamente, ho trovato un affascinante bit of advice in proposito in un libro che non è né un manuale di scrittura né un romanzo, ma una curiosa specie di biografia. In The Lodger – Shakespeare on Silver Street, lo storico inglese Charles Nicholl concentra le sue prodigiosamente minuziose ricerche sul soggiorno di Shakespeare presso una famiglia di fabbricanti di acconciature di origine francese – e la parte da lui avuta in una causa civile tra due generazioni della famiglia.

Non è che Shakespeare faccia una gran figura nell’insieme, ma non è di lui che voglio parlare, bensì della sua padrona di casa, Marie Mountjoy, che era arrivata in Inghilterra da profuga ugonotta e aveva fatto tanta carriera nel suo campo da creare acconciature per la consorte di Re Giacomo VI e I, nientemeno.

simon-formanMarie, mercantessa agiata (e forse moglie adulterina, ma se suo marito era come appare dal lavoro di Nicholl c’è da capirla), a un certo punto consulta il Dottor Simon Forman, astrologo, medico e sapiente, nella speranza di recuperare un paio di anelli e del denaro che ha perduto. La pratica era comune all’epoca, e Forman uno dei praticanti più reputati nel suo campo. Tra l’altro, il dottore teneva annotazioni dettagliate dei suoi casi – annotazioni in buona parte sopravvissute. È nei suoi quaderni che Nicholl trova una serie di affascinanti particolari su Marie, compreso un piccolo elenco di tre personaggi che include Margery, una domestica di casa Mountjoy, “una ragazzotta alta e lentigginosa” nella descrizione della sua padrona. A tall and freckled wench.

Queste poche parole, annotate da Forman mentre parlava con Marie, sono qualcosa che mette i brividi: una voce di quattrocento anni fa registrata senza il tramite di elaborazioni letterarie o formule giuridiche e religiose. Nicholl coglie e sottolinea la meravigliosa immediatezza di questa piccola finestra aperta su un altro secolo: ogni volta che voglio ricreare Marie nella mia mente, la immagino mentre pronuncia lentigginosa con un accento francese*.Marie

Queste sono gioie nella vita di un ricercatore e di un romanziere. Provate a fare il piccolo esercizio d’immaginazione descritto da Nicholl: ecco Marie a trent’anni, protesa in avanti nella luce incerta delle candele di Forman, con la fronte corrugata sotto la cuffia e la bocca stretta in contenuta disapprovazione, con le mani serrate in grembo e la sua erre francese.

Vera, viva e vivida dopo quattrocento anni, e tutto per quelle tre parole dette all’astrologo, tre parole che conservano la traccia delle sue origini, della sua mentalità, delle sue credenze, della sua personalità.

A volte basta proprio poco per (ri)creare una persona.

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* “Whenever I try to conjure up a sense of Marie, I imagine her while she pronounces “freckled” with a French accent.”

Un Taccuino, Più Taccuini

Parlavasi nei commenti a questo post, con Lucius Etruscus, di taccuini – le gioie e le scomodità, il grado di Taccuinoprobabilità di ritrovare e utilizzare davvero un’annotazione, la comparativa comodità del computer… E io spiegavo che, se una parvenza di metodo c’è nel mio disordine in proposito, esso consta di una singola idea: non un solo taccuino, ma un certo numero di essi.

Perché il fatto è che mi ci è voluta mezza vita per arrivare alla conclusione che devo sempre avere con me un taccuino. Mezza vita, un sacco di frustrazione e l’occasionale lacrimetta versata su idee perdute, scampoli di dialogo o descrizione, riferimenti bibliografici e tutte quelle cose che non arrivavano mai a diventare annotazioni perché non avevo sottomano il mezzo per annotarle.

Con gli anni sono diventata marginalmente più saggia, e mi sono provvista di un taccuino. Un taccuino, con la sua matita al seguito – e l’idea generale era di portarlo sempre con me e annotare felice e contenta per sempre. Sennonché, mi si potrebbe descrivere, senza troppi sforzi d’immaginazione, come un tantino distratta – e Un Taccuino aveva la pessima abitudine di essere spesso al piano di sotto quando io ero a letto, oppure sul mio comodino quando ero fuori casa…

Notebook Paper MugE siccome però era evidente che un’idea non annotata è un’idea persa, ho cominciato ad annotare tutto e sempre – dove capita, come capita – con la vaga intenzione di trasferire poi le annotazioni sull’Un Taccuino. Cosa che evidentemente non ho mai imparato a fare, a giudicare dalla quantità di biglietti ferroviari o del teatro, vecchie buste, volantini, quadratini di cartone e whatnot che  continuano a saltar fuori da tutte le parti, magari coperti di annotazioni per cose che ho pubblicato, rappresentato o venduto da anni… Una volta ho trovato due battute di dialogo scritte su uno di quei tovagliolini da bar con quella che ha tutta l’aria di essere una matita per occhi blu – e io non uso la matita blu…taccuini

Finché non mi è albeggiata in mente la soluzione – una soluzione di una semplicità luminosamente lapalissiana: non ho bisogno di Un Taccuino, ma di più taccuini.

Così adesso ho Più Taccuini:

– Un Moleskine classico, con la copertina rigida e le pagine non rigate. Questo è quello ufficiale, quello su cui, in teoria, dovrei trascrivere le annotazioni randagie – o almeno quelle rilevanti.. Qualche volta se ne viene in giro con me, qualche volta no – ma questo non è terribilmente importante, perché poi ci sono…

– Un taccuino più piccolo che risiede stabilmente sul mio comodino. Perché non importa quanto sia sicura di ricordarmelo domattina, l’esperienza mi ha insegnato che è sicurezza mal riposta. Però adesso ho imparato, ed è diventato del tutto normale accendere la luce nel cuore della notte per prendere appunti.

taccuini2– Un taccuino ancora più piccolo per la borsetta. In realtà di questi ce ne sono diversi, sparsi tra le mie numerose borsette. È vero che ho fatto progressi da questo punto di vista, e in genere quando cambio borsetta il taccuino è la prima cosa che sposto – ma non si sa mai…

– Un taccuino davvero piccolo per borsettine da sera, tasche e marsupi. Perché è facile dirsi oh che diamine, che può mai venirmi in mente di così vitale mentre cammino/ceno/ballo/scio/sono a teatro… e se avete mai scritto alcunché, sapete fin troppo bene come vanno a finire queste cose.

Ecco. Che altro? Oh sì: quando viaggio mi porto sempre dietro due taccuini, e naturalmente ciascuno ha sempre al seguito due penne o matite – perché non c’è nulla di peggio che avere idea e carta, e niente per annotare. O di avere una penna sola che rende l’anima all’improvviso. Avete mai provato a graffire qualcosa con una biro defunta, a mo’ di stilo, come uno scriba antico? Io sì, e posso dirvi che, otlre a non essere facile, tende ad accendere bizzarri sospetti negli occhi di eventuali osservatori. TakingNotes

E questo è tutto, direi. Significa che non mi perdo più nessuna idea? Alas, no – però è d’aiuto.

Tutto ciò che vale la pena di essere ricordato, vale anche la pena di essere annotato, dice McNair Wilson – e a mio timdo avviso, è proprio vero. E questo significa taccuini, taccuini e ancora taccuini.

Parole, Parole, Parole…

Cloud 3Che prima di essere una canzone, era una citazione shakespeariana, you know… Amleto.

E tutto sommato il Bardo è un buon nume tutelare per questa cosa che The Guardian ha fatto qualche tempo fa, prendendo una dozzina di scrittori e ponendoo loro una domanda: qual è la vostra parola preferita?

No, sul serio. Ed è una buona idea, perché gli scrittori con le parole ci lavorano, ne usano tante, ne conoscono di specificissime, di inconsuete, di eccentriche, sono abituati a considerarne le sfumature e le implicazioni…

Il risultato è questo articolo, che vale la pena di leggere, perché è una piccola miniera di scoperte linguistiche, e perché ci si coglie il gusto di questa gente per la lingua.

Per questo dico che Shakespeare è un buon nume tutelare qui… In realtà gli studi recenti hanno un po’ ridimensionato il numero di parole che si attribuivano a lui, ma questo non toglie proprio nulla al suo vertiginoso e versicolore* uso di una lingua che ai suoi tempi era ancora in costruzione. Provate a leggere incantesimi e battibecchi fatati nel Sogno di Una Notte di Mezz’Estate**: ci si sente una vera e propria gioia del linguaggio.

E questo è qualcosa che si cerca – e, alas, non sempre ci si riesce – di inculcare negli allievi: è davvero difficile scrivere senza avere il gusto delle parole. Senza volerci giocare e sperimentare. Senza perdere l’occasionale nottata in cerca della sfumatura giusta… Tutto considerato, comincio a credere che questo articolo figurerà nei miei corsi, in futuro. Almeno in via di principio, perché le parole stesse sono spesso intraducibili anzichenò, ma il gusto evidente con cui questa gente gioca con parole perdute, idiotismi, onomatopee e lessici famigliari dovrebbe proprio servire da ispirazione per un paio di paragrafi in materia… Futuri allievi, aspettatevi qualcosa del genere.MNDFairies

Per esempio, a me le parole piacciono per il modo in cui combinano suono, significato e connotazioni. Onomatopea e iconicità sono rilevanti. Scintilla, con quel suono saltellante e quella desinenza luminosa. O fiammeggiante, che l’abbondanza di accenti e doppie consonanti fa davvero danzare. E poi sesquipedale, lunga e complessa a sufficienza per suggerire un’enormità che incombe e traballa appena. E che dire di esecrabile? Quel gruppo -cr si mastica così bene che usarlo in un diverbio è di soddisfazione estrema. E bizantino, dal suono elegante e multicolore come un mosaico ravennate. Lanzichenecco, irto di punte all’inizio, e ben corazzato alla fine. È sempre una questione di colori, di consistenza, di suono…

Ma il fatto è che non so troppo bene quale sia la mia parola preferita in assoluto. Liste come questa, dizionari, glossari e repertori, elenchi di nomi, guide del telefono e titoli di coda dei film mi fanno sentire come una bambina in un negozio di giocattoli. Non so scegliere, e questo è quanto.

E voi? Quali sono le vostre parole preferite? E perché?

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* Oh, eccone una che mi piace proprio tanto… versicolore!

** O, se è per questo, la descrizione dell’esercito di Tamerlano, o il catalogo delle ricchezze dell’Ebreo di Malta… è chiaro che Marlowe era un altro che con le parole ci andava a nozze.

Apr 24, 2017 - Vitarelle e Rotelle    No Comments

Fotografie Verbali

Travel journalCercando tutt’altro, mi è ricapitato per le mani un vecchio articolo in cui Beth Erickson racconta di una sua fiamma di gioventù che, avendo smarrito la macchina fotografica durante un viaggio in Europa, ovviava all’inconveniente disegnando. Beth lo invidiava molto, perché aveva l’aria di scegliere e assorbire ciò che immortalava con molta più cura di chi si limitava a scattare una fotografia. Avrebbe voluto imitarlo, ma non sapeva disegnare e così cominciò a fare fotografie verbali, sviluppando negli anni dall’abitudine una tecnica che, a suo dire, ha giovato infinitamente alle sue capacità descrittive, oltre a provvederla di una galleria di descrizioni a cui attingere in cerca di dettagli, atmosfera, ispirazione…TravelDesk

Siccome appartengo alla genia di quelli che viaggiano con un quaderno in mano (“quei matti che siedono sul bordo della fontana di Trevi, si guardano attorno e scribacchiano, scribacchiano e si guardano attorno”, nella pittoresca descrizione del mio Avvocato), mi piace vedere la faccenda sistematizzata in una serie di tips.

Ecco il procedimento che Beth consiglia per una buona fotografia verbale:

1) Sedetevi davanti a ciò che volete descrivere con il vostro taccuino in mano (o portatile in grembo).

travelwriter2) Studiate accuratamente il vostro soggetto, cercando di assorbire tutti i possibili dettagli: che cosa vedete? che cosa sentite? che cosa annusate, immaginate, provate? Prendete in considerazione tutti i sensi e badate all’atmosfera. Concedetevi tutto il tempo che serve.

3) Cominciate a scrivere e descrivete minutamente la scena. In un secondo momento potrete voler stilizzare, selezionare i dettagli, elaborare la descrizione… Per adesso siate fotografici e tanto completi quanto potete, cercate di non ignorare e di non tralasciare nulla.Moleskine

Posso aggiungere che, essendo una persona impaziente, ho sempre alternato osservazione e scrittura, procedendo in un certo senso per strati – ma alla prima occasione sperimenterò il metodo di Beth. E posso aggiungere ancora che questo è un esercizio da fare viaggiando da soli – o con qualcuno di rassegnato e comprensivo. Non è divertente essere interrotti in continuazione o doversi affrettare perché il gruppo deve procedere, la guida passa oltre, il pullman aspetta, bisogna essere in albergo per l’ora di cena. Motivo in più per evitare i viaggi organizzati, direi, ma questa è un’altra storia.

Mar 27, 2017 - Poesia, Vitarelle e Rotelle    No Comments

Post Versicolore, in cui si parla di Poesia e di Rilevanza

SeamusQuando mi si chiede chi sono i miei poeti preferiti*, in genere rispondo: Seamus Heaney, e poi Emily Dickinson, Kipling, Gozzano.**

E naturalmente Heaney è Heaney – ma oggi lasciate che ci concentriamo sugli altri tre, volete? Per un motivo che è solo tangenzialmente poetico. Emily Dickinson, Kipling e Gozzano – e l’ordine in cui si trovano è dovuto a un paio di ragioni. In primo luogo, in questa successione, i tre nomi suonano quasi come un endecasillabo, e se con questo pensate che io spinga la ricerca del bel suono al limite dell’eccentricità, probabilmente avete ragione. In secondo luogo, questa è la versione dell’elenchino che ha meno probabilità di creare reazioni bizzarre, e ciò si deve a Kipling in seconda posizione. Mi vergogno un po’ ad ammettere che non sempre ho voglia di dibattere sui pregiudizi cristallizzati attorno a Kipling e alla sua opera, ma resta il fatto che, in un elenco di tre elementi, quello in mezzo è destinato ad attrarre meno attenzione.

English: Daguerreotype of the poet Emily Dicki...

È una legge di rilevanza, e non vale soltanto per le serie di tre: il primo elemento colpisce l’attenzione proprio perché arriva per primo, e perché il lettore/interlocutore è portato ad attribuire questa posizione a una ragione specifica. Naturalmente, la ragione non deve necessariamente essere evidente: ci sono carrettate di ragioni legittime per aprire un elenco con un elemento piuttosto che con un altro, inclusa quella pura e semplice d’incuriosire il lettore. La posizione di coda è, semmai, ancora più efficace, perché l’ultimo elemento è quello che più facilmente resterà in mente al lettore, quello che gli sarà temporalmente più vicino una volta girata la pagina o cambiato l’argomento. E’ sempre possibile contrastare questo sbilanciamento ponendo in coda un elemento più debole di quello iniziale. In un certo senso la più celebre Emily Dickinson e il quasi ignoto Guido Gozzano funzionano così – a meno che il nome poco noto non stimoli più curiosità, o che all’altro capo della comunicazione ci sia qualcuno che ama poco ED.

387px-Rudyard_KiplingTutto quello che sta in mezzo a questi due picchi è, per forza di cose, vallata. E sì, lo ripeto, mi vergogno, perché adoro Kipling, e non voglio certo lasciarlo a fondovalle… recupero qualche punto se dico che è più un tentativo di proteggere la mia predilezione che di nasconderla? Parlando seriamente, tuttavia, se il mio pantheon poetico contenesse sei nomi anziché tre, la rilevanza si applicherebbe allo stesso modo, con il primo e l’ultimo poeta in evidenza e tutto ciò che è in mezzo a rischio di oblio. E questo è il motivo per cui inserire nella scrittura lunghi elenchi è sempre a tricky matter: se proprio lo si vuole fare, è meglio essere sicuri di saper bilanciare bene l’allascamento della rilevanza con il peso inerente di ogni singolo elemento.

Guido GozzanoAd ogni modo, certi giorni (o a certa gente) capita che dia risposte diverse. Kipling, Emily Dickinson e Gozzano è come il primo tiro di una forcella d’artiglieria, quando intendo invitare la discussione. Oppure Gozzano, Emily Dickinson e Kipling conta come un crescendo, con l’effetto di far sobbalzare gli interlocutori politically correct. Gozzano in mezzo non lo lascio quasi mai, confesso: sarebbe quasi come non nominarlo affatto, anche se devo ammettere che Emily Dickinson, Gozzano e Kipling ha una sua sonorità non disprezzabile.

Se poi il mio interlocutore se ne infischia dei miei giochini di rilevanza, evita di esclamare inorridito che Kipling era un Bieco Imperialista, Colonialista e Razzista, e si mette a discutere davvero di poeti e di poesia, questa è la reazione ideale.

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* Ebbene sì, c’è ancora gente che ti chiede di punto in bianco chi sono i tuoi poeti preferiti. D’altra parte, ho scoperto stasera che ci sono ancora cinema che replicano i film “a grande richiesta”… la vita è piena di sorprese.

** Yes, well – e Marlowe, e Shakespeare… ma diciamo in contesto non teatral-elisabettiano.

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Cliffhanger Rusticano

scrittura creativa, passo narrativo, opera, cavalleria rusticana, libretto, placido domingoMi è capitato in questi giorni di riascoltare la Cavalleria Rusticana, nell’edizione Domingo-Obraztsova-Bruson diretta da Pretre. Ridendo e scherzando, l’edizione in questione va per i trentacinque anni, ma non è questo il punto.

Il punto è che non avevo mai notato come Targioni-Tozzetti e Menisci fossero narrativamente scafati. Voglio dire, di solito dai librettisti ci si aspettano versi turgidi, vocaboli desueti, storia macellata e improbabilità multiple. TT&M no. TT&M non solo usano linguaggio asciutto, narrazione stringata e logica impeccabile, ma appendono anche il melomane (e l’ostessa) alla scogliera.

Pensate all’inizio. Dopo la serenata offstage di Turiddu, dopo che contadinelli e contadinelle hanno lietamente inneggiato alla primavera e alla Pasqua, Santuzza giunge all’osteria di Mamma Lucia con la faccia di chi non porta buone nuove. Chiede di Turiddu, che dovrebbe essere altrove e invece è stato visto in paese (lo sappiamo anche noi: poco fa se ne andava attorno cantando in vernacolo locale – e non per Santuzza) e spiega di non poter entrare in casa altrui perché è scomunicata.

Adesso sì che Mamma Lucia comincia ad allarmarsi.

E che ne sai del mio figliolo? indaga.

Santuzza si torce le mani: Quale spina ho in core!

E adesso vuoterà il sacco, giusto? Che diamine ha questa ragazza? Perché non può fare la comunione il giorno di Pasqua? Perché Mamma Lucia all’inizio era così brusca con lei? Avanti, Santuzza, dicci tutto…

E invece no. scrittura creativa, passo narrativo, opera, cavalleria rusticana, libretto, placido domingo

La musica compie una virata angolare, odonsi tinnir di campanelle e schiocchi di frusta, entra in scena Compar Alfio, sanguigno e compiaciuto di sé, accompagnato da una frotta di paesani cinguettanti. O che bel mestiere fare il carrettiere! Tanto più che a casa lo aspetta Lola, che l’ama e lo consola…

E perché mai le comari fanno “oh”? E poi Lola? La stessa lola bianca e rossa come una ciliegia della serenata di Turiddu?

Ahi…

E mentre la scena prosegue in pasquale gaiezza e poi pasquale devozione, noi sappiamo che qualcosa non va, cominciamo a sospettare la natura della spina di Santuzza, e ci sa tanto che non sarà la più lieta delle giornate per tutta questa gente. E, detto per inciso, se prima eravamo curiosi di sentire che cos’ha da dire la ragazza, adesso lo siamo di più, e con una certa ansia. E se siamo ansiosi noi, figuriamoci Mamma Lucia!

Eccoci tutti appesi a una scogliera tardo-ottocento. E, mentre aspettiamo che Santuzza e Lucia si liberino del carrettiere soddisfatto, potremmo anche meditare sull’accorgimento narrativo: abbiamo una rivelazione rilevante da fare? Magari proprio quella che mette in movimento la trama? Be’, potremmo fare di peggio che servirla in più fasi – con interruzione rilevante. Perché se c’è qualcosa che fa felice il lettore è un significativo e bel crescendo di tensione.

E noi vogliamo sempre far felice il lettore, giusto? Felice in quella maniera che lo spinge a mangiarsi le unghie, ma felice.

In Timida Lode della Procrastinazione Tattica

ProcrastinITParlavasi di procrastinazione, giusto?

E nei commenti, con L., rimuginavasi di diagnosi, guarigioni e cose così. Il che però mi ha dato da pensare – e oggi bisogna proprio che faccia qualcosa che sembrerà un po’ un’inversione a U. O almeno…

Parliamo di scadenze, volete? Vere o artificiali. Qualche tempo fa, nell’intento di finire una stesura in termini ragionevoli, mi imposi di scrivere 1500 parole di romanzo al dì in mezzo a una certa quantità di altre cose – un numero più che ragionevole per i miei ritmi. E in effetti funzionò, come mi aspettavo perché mi conosco e so di lavorare meglio con una scadenza. E tuttavia…

Il fatto è che passavo un sacco di tempo a spostare virgole, cercare immagini di finestre Tudor, farmi una tazza di tè dopo l’altra, controllare la posta, far piani per quello che avrei scritto fra una stesura e l’altra, consultare il beneamato Historical Thesaurus, eccetera eccetera, fino a che non mi restava meno di un’ora prima delle prove/lezione/appuntamento/ora di cena/… E allora, in quell’oretta scarsa, mi riscuotevo e buttavo giù otto o novecento parole di cui non ero troppo dispiaciuta. E poi ripetevo più tardi – di solito a notte fonda fondissima – e finivo col superare le millecinquecento parole quotidiane, ma sempre a forza di frenetiche orette all’ultimo momento…

Ecco, questa a me piace chiamarla Microprocrastinazione, o meglio ancora Procrastinazione Tattica. E non si può negare che in qualche modo funzioni, anche se questo non lo rende necessariamente il più razionale o il più sano dei metodi. Però che devo dire? Funziona – tanto che faccio così anche a livello strategico. A voi non è mai capitato di avere mesi davanti prima di una scadenza – e ridurvi all’ultima settimana per consegnare? Mi si dice che sia una condizione piuttosto comune. Poi l’umanità si divide tra quelli per cui funziona e quelli per cui produce disastri. Io sono di quelli per cui funziona – e infatti continuo a farlo. Talvolta mi chiedo vagamente: e se invece, per una volta, provassi a usare davvero tutto il tempo di cui dispongo? Talvolta ci provo perfino, ma alla fin fine il fatto è che per lo più lavoro meglio sotto pressione, e quando la pressione non c’è la creo artificialmente. Procrastinando.

E magari è solo un’altra di quelle gradevoli illusioni – come l’utilità immaginaria e il nome di multitasking – con cui rivestire le ore passate a cercare finestre Tudor, ma se invece, dopo tutto, non tuttissima la procrastinazione venisse per nuocere?

 

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Le Gioie del Freewriting (Parte IV)

Parte quarta, per l’appunto – e, per come pare adesso, ultima. Un’ultima domanda di D. a proposito dei prompts di cui parlavamo lunedì :

E, volendoli usare, dove si trovano questi prompts?

promptsOh, ovunque. Soprattutto in Inglese, devo dire – ma la più superficiale delle ricerche su Google alla voce “writing prompts” produrrà un gazillione di risultati. Dopodiché non tutti sono altrettanto buoni e non tutti saranno adatti a voi. Alcuni saranno troppo dettagliati o specifici, alcuni troppo generici… Può volerci qualche tentativo per trovare quello che fa al caso vostro. Per dire, per errori e tentativi ho scoperto che mi annoio rapidamente di quelli costituiti da una sola parola – che trovo inconsistenti – e che, per quanto possano essere belli, di quelli visivi non so troppo bene che fare… Sì, perché esistono anche collezioni di prompts visivi – e se è così che funzionate, potete trovarne all’infinito su Google o su Pinterest. Ma personalmente, quando vedo un’immagine, sono per lo più indotta a raccontare la storia di cui può fare parte – e non è quel che cerco dalle sessioni di Freewriting. Dopodiché, se invece questo genere di cose è la vostra tazza di tè, go ahead: insisto nel dire che la pratica funziona tanto meglio quanto più la si adatta alle proprie esigenze. Io mi trovo molto bene con A Writer’s Book of Days, di Judy Reeves – che offre un sacco di idee, istruzioni e chiarimenti sul FW, ma soprattutto prompts giornalieri che riescono ad essere vari in natura ed argomento, stimolanti e abbastanza duttili da poter essere adattati a quel che si vuole. E un altro metodo che mi piace è quello di aprire il dizionario a caso e pescarne due parole – per esempio la prima della prima pagina e l’ultima della seconda… Fate voi. Due, non una: sono l’accostamento e le connessioni a produrre possibilità, idee ed eventuali bizzarrie…

E per finire – e ricapitolare – tre domande in una da parte di A.:

Funziona davvero? Funziona sempre? Funziona per tutti?Unicure

Per funzionare davvero, funziona eccome. Per una quantità di cose diverse, dalla prima stesura di una scena agli esperimenti su una voce, un colore o una modalità narrativa, dal riscaldamento prima di una sessione di scrittura, al superamento del blocco dello scrittore – quella cosa che tutti i manuali ci assicurano essere puramente mitologica, epperò capita. E con un’infintà di altri usi in mezzo, comprese – ne sono certa – un sacco di possibilità che non mi è mai capitato o venuto in mente di provare. At the very least, serve da esercizio quotidiano: Nulla dies sine linea, sapete. E il fatto che Plinio il Vecchio parlasse di pittura, non significa che il principio non si applichi anche alla scrittura. Che funzioni sempre, non è detto: non è come prendere un analgesico o infilare la monetina nel distributore automatico. Una cosa però è certa: quanto più lo si fa, tanto meglio funziona. Questione di allenamento, se volete. Quanto al funzionare per tutti… Che devo dire? Probabilmente no. Credo che nulla funzioni sempre per tutti in assoluto – e di certo non necessariamente nello stesso grado. Quello che posso dire è che, quando funziona, i benefici e i risultati sono tali che vale la pena di provarci. Di provarci con qualche impegno, e non una volta sola. Di sperimentare, adattare e cambiare e perseverare. Male di certo non vi farà.

Le Gioie del Freewriting (Parte III)

E niente, questa faccenda è partita per essere un post – e invece sta diventando una serie intera… Oggi continuiamo con le domande di D., ma prevedo almeno un altro post successivo.

Allora: eravamo rimasti al dilemma scrivere a mano/scrivere al computer, giusto? Ebbene…

Ma bisogna farlo proprio tutti i giorni?

everydayEh, sì. Per una serie di ragioni – cominciando dal fatto che scrivere tutti i giorni almeno un pochino è un’ottima cosa per esercitare la muscolatura mentale che serve per scrivere… Il che sembra lapalissiano – e lo è, ma non per questo è meno vero. Considerate un’attività fisica: più spesso la praticate, meglio vi riesce, giusto? Ebbene, lo stesso vale per la scrittura in generale, e per questo esercizio in particolare. Per il primo giorno, e poi anche il secondo, il terzo, e probabilmente il quarto, avrete l’impressione che non succeda granché. Va bene, non importa. Perseverate. Ci vuole un po’ di tempo per sbloccarsi, per imparare a non filtrare troppo – o almeno non tutto il tempo. I benefici sono proporzionali alla pratica. Davvero. Dopodiché, se si salta un giorno non è il caso di sentircisi in colpa, e meno che meno una ragione per smettere. Avete saltato un giorno? Pazienza: domani si ricomincia.

Che vuol dire senza mai fermarsi?

Vuol dire senza mai fermarsi. Ci saranno volte in cui non saprete che cosa scrivere, proprio non ne avrete idea, HorseBetterdetesterete il prompt o proprio non saprete che cosa farvene. Ebbene, cominciate a scrivere che non sapete che cosa scrivere, che detestate il prompt, che non sapete che cosa farvene, che il mattino ha l’oro in bocca… Well, magari quello no – è pericoloso. Ma scrivete perchè detestate il prompt, o perché non avete voglia di fare l’esercizio oggi, o che grilli deve avere per la testa la Clarina per consigliare una pratica così dissennata… l’importante è che scriviate scriviate scriviate, cavalcando lo slancio. Prima o poi qualcosa si sbloccherà. E se non lo fa oggi, lo farà domani – ma non vi fermate.

E servono proprio i prompts?

PrompterDi nuovo: magari no, però aiutano. Perché c’è un certo fattore sorpresa nello scoprire il prompt del giorno un secondo prima di cominciare a scribacchiare – e questo può spingere in direzioni inaspettate, costringere ad esplorare prospettive che altrimenti non si prenderebbero in considerazione, far germogliare idee inattese… Dopodiché si può interpretare il prompt con un minimo di latitudine. Ricordo la volta in cui usavo questa pratica per la prima stesura del romanzo di ambientazione elisabettiana – e mi ritrovai un prompt che mi piazzava in una stanza di motel. Er… Così tradussi “motel” in “locanda”, e avanti così. E poi considerate che è di molto aiuto avere da subito una direzione precisa in cui muoversi. Niente crisi da “e oggi su che cosa scrivo?” Suggerirei di provarci, almeno.

E per oggi ci fermiamo qui. A mercoledì, con l’ultima (I think) puntata.

 

Le Gioie del Freewriting (Parte II)

Oh sì – parlavamo di Freewriting, giusto? E avevo promesso cose pratiche… E giusto perché non me ne dimenticassi, ci ha pensato D. a scrivermi una lista di domande molto sensate. Per cui adesso vediamo di rispondere – e grazie, D.

Perché proprio 10 minuti?

TIMEDWRIn realtà non è scritto da nessuna parte che debbano essere dieci. Dico dieci (oppure tre pagine di taccuino/quaderno) perché è una quantità di tempo ragionevole. In cinque minuti non si va granché da nessuna parte, e quindici o venti magari intimidiscono, o sembrano troppi da dedicare quotidianamente a un esercizio – e di conseguenza lo rendono più facile da rimandare a domani, a domenica mattina, al mese prossimo… Dopodiché, se per caso alla fine del decimo minuto o della terza pagina, siete in piena corsa, non c’è motivo per fermarsi. Niente impedisce di continuare fino ad esaurimento dell’idea in corso.

 

E il timer?

La prima volta che ho fatto fare questo esercizio a una classe di scrittura, mi sono Kitchen timerportata da casa un timer da cucina, uno di quelli a forma di gallina, che suonava con la grazia delicata di un allarme antincendio. Allo scadere del decimo minuto, quando eravamo tutti concentrati e presissimi… Rrrrrrrring! Non v’immaginate i sobbalzi – e persino uno strillo. Quindi capisco che possa non essere il genere di delizia quotidiana che si desidera nella propria vita. Per fortuna esistono timer più gentili, e ormai non c’è più telefono che non offra tutta una serie di allarmi… Detto ciò, confesso che personalmente il timer non lo uso. Ho constatato che tre pagine di quaderno sono una buona quantità, e il mio riferimento è quello, con i caveat che dicevamo. E dico tre pagine, ma si capisce che molto dipende da quaderno, dimensioni e rapidità della scrittura e cose così. Fate qualche tentativo.

Perché proprio a mano?

writtAnche questo non è precisamente inciso nella pietra, però che devo dire? Io trovo che sia d’aiuto. C’è qualcosa nel gesto di scrivere a mano, nella meccanica della faccenda, che funziona bene con la necessità di non pensare troppo, non editare e non censurarsi. Ho provato nell’uno e nell’altro modo, ma trovo che, per questo tipo di esercizio, carta e penna sblocchino meglio. E guardate, non sono di quelli che guardano dall’alto in basso la scrittura su tastiera, che non riescono a pensare con una tastiera… Anzi, se volete, ammetto senza difficoltà che senza questa meravigliosa invenzione, i software di scrittura, non avrei combinato nulla, writing-wise. Detto questo, vi consiglio di procurarvi una penna o due che scrivano fluidamente e un taccuino sulla cui carta le penne in questione scorrano bene, e di provare a farlo a mano. E non una volta sola. Provate per una settimana o due, quotidianamente – e poi fate le vostre considerazioni.

E adesso mi fermo qui (anche perché SEdS sta attraversando una crisi di vapori e mi sta facendo disperare), ma non abbiamo finito. Altre domande di D. e altre risposte in proposito la settimana prossima. Se nel frattempo avete curiosità a vostra volta, ci sono i commenti o, in alternativa, il form di contatto qui sotto a destra.

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