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Ott 24, 2016 - teatro, Vitarelle e Rotelle    No Comments

Di Madri Single e di Zuccheriere

Loc4
Capita, per varie ragioni, che si venga a riparlare di Compagni d’Ombra/Bibi e il Re degli Elefanti, e “Ma questa bambina non ce l’ha un padre?” mi domanda M.

No, spiego che non ce l’ha. Era originariamente previsto, ma poi è stato cassato perché non c’era lo spazio né la necessità di portarlo in scena.
“Ma potevi almeno nominarlo,” insiste M. “Come si parla del nonno, perché non parlare anche del padre?”

In realtà no, non lo si poteva nominare. Se ci fosse, il padre dovrebbe essere lì quando fanno il trapianto di midollo a sua figlia, oppure avere delle ottime ragioni per non esserci – ragioni che andrebbero dettagliatamente spiegate.
“Magari lavora all’estero,” suggerisce M. – ma francamente non basta. Da che diamine di lavoro non può prendersi qualche giorno per il trapianto di sua figlia? Con M. ci siamo lanciati in speculazioni selvagge – piattaforma petrolifera? Stazione spaziale? Negoziati di pace? Spionaggio? – ma il fatto è che tanto la sua presenza quanto, in alternativa, le spiegazioni dell’assenza, appesantirebbero inutilmente la vicenda. I nonni, on the other hand…  Be’, ok: in origine non se ne vedeva nemmeno l’ombra, ed erano dove sono per l’ottimo motivo che un loro problema di salute costringe la madre di Bibi ad assentarsi la notte prima del trapianto: era un particolare importante che faceva procedere la storia, e al tempo stesso giustificava perfettamente il fatto che i nonni non si vedessero mai in scena.

Poi, quando si è trattato di aggiungere un quadro alla versione lunga, ho considerato l’ipotesi di aggiungere il padre, ma non l’ho fatto. Per quello che volevo fare la nonna funzionava meglio, e poi le questioni matrimoniali dei genitori avrebbero inevitabilmente spostato il baricentro della storia da dove volevo tenerlo… Così niente padre. Nessuno lo nomina mai, e il pubblico è libero di decidere se la madre di Bibi sia single, maldivorziata o vedova…

Dopodiché M. è professionalmente predisposta per considerare valido l’argomento del baricentro narrativo – e nondimeno, “Ma povera donna!” ha commentato “Figlia malata, madre con l’ictus e pure vedova da giovane?” Vero anche questo, per cui magari vedova no. Inclino per l’opzione madre single. Ma d’altra parte, diciamo la cinica verità: non ci dispiace ancora di più per lei, sapendo che non ha nemmeno un marito a cui appoggiarsi?*

Ricordo di avere letto che Renzo Tramaglino è orfano di entrambi i genitori, mentre nessuno – ma proprio nessuno – spende mai un pensiero per il padre di Lucia. Una genitrice su quattro è un personaggio favoloso e un caposaldo della trama; due (distribuiti in qualunque modo) avrebbero sollevato simmetrie o asimmetrie e conseguenti necessità di divagazioni; tre o quattro sarebbero stati d’ingombro. Manzoni ha scelto la soluzione più elegante, quella che giova meglio alla struttura del romanzo e che si spiega perfettamente con l’aspettativa di vita dell’epoca.PP
Infine, una rimembranza d’infanzia. Nel delizioso Penny Parrish, di Janet Lambert**, durante le prove di una commedia, il regista raccomanda alla protagonista eponima di non girare per il palco portando la zuccheriera a tutti i membri della famiglia. “A nessuno importa se la zia Carrie beve il caffè amaro, e andando da lei impalli un sacco di gente.” Lo zucchero della zia Carrie sarebbe un particolare realistico, ma è innecessario e nuoce alla scena? E allora lo zucchero della zia Carrie è destinato all’oblio – perché la logica interna della narrazione, se è abbastanza solida, diventa una specie di realismo interno, che (e tanto più a teatro) finisce per essere più importante del realismo assoluto.

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* E se è vero che tutto quel che è sulla pagina deve servire a tutti gli scopi possibili, mi piace proprio questo padre, che nemmeno c’è e serve ad aggiungere uno strato di ricatto morale… Che pessima gente questi scrittori, eh?
** Invece di parlarvi di Penny Parrish, vi rimando a questa recensione – che condivido in pieno (a parte il fatto che non ho più ripreso in mano PP da molto tempo). Tra l’altro, se non siete rabidly antiamerican, potete sorridere al commento con l’interpretazione complottista – la cui autrice, a decenni dal Piano Marshall, ci penserebbe bene prima di far leggere un libro simile a sua figlia…

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Pensieri Oxfordiani

Oxford1E rieccomi a casa.

Sotto certi aspetti (prima o poi ne parleremo) vorrei tanto essere rimasta sull’Isoletta – ma che ci si può fare? E vorrei esserci rimasta perché l’Isoletta è l’Isoletta, ma anche perché a Oxford ho avuto tre favolose, intense ed entusiasmanti giornate. Come dicevo, era la mia prima conference, e quindi non ho termini di paragone, ma posso dire che HNSOxford16 è stata organizzata alla perfezione, stimolante, varia, intelligente – e piacevolissima. Ho incontrato gente interessante, seguito conferenze e lezioni, imparato parecchio… e ho parlato del mio romanzo con due agenti letterari.

Il feedback è stato molto, molto interessante. Per riassumere:

  • Il mio titolo è ottimo
    (Evviva)
  • La storia forse è un po’ blanda
    (ma potrebbe essere questione della sinossi)
  • La storia è molto interessante e promettente
    (Sì, lo so – ma sul serio. Non vi stupirete se vi dico che preferisco la seconda opinione – ma starò ben attenta alla prima – e senz’altro riscriverò la sinossi)
  • Ci sono troppi particolari descrittivi
    (Ouch… Questo sì che pizzica. I miei beneamati particolari! Ho dunque ecceduto in zelo? Parrebbe di sì…)
  • Il mio Inglese è troppo densamente elisabettiano
    (Ero stata avvertita – e non ho voluto dare ascolto. Ben mi sta, immagino)
  • Il mio Inglese è troppo difficileEnglish: Joseph Conrad

E quest’ultima, devo dire, mi ha sorpresa parecchio. Voglio dire, mi aspettavo che avessero da ridire sul mio Inglese, che lo trovassero inadeguato o che – ma troppo difficile? Tra parentesi, è quel che Conrad si sentiva dire all’inizio della sua carriera, e quindi sono intenzionata a trovarlo incoraggiante, in qualche contorta e obliqua maniera. D’altro canto, sono davvero sorpresa. E ho trovato molto lusinghiero che nessuno dei due agenti avesse sospettato dal materiale preliminare (sinossi e le prime 2000 parole) che non fossi madrelingua.

Insomma, ho detto che sarei andata a Oxford più per imparare che per cercare un contratto, giusto? E direi che ho imparato. Critiche costruttive, cose su cui posso lavorare nella prossima stesura. Anche solo questo varrebbe il prezzo del biglietto – e c’è stato così tanto di più…

Oxford, missione più che compiuta.

 

 

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Ago 24, 2016 - Vitarelle e Rotelle    No Comments

Non saprei da dove iniziare…

“Non saprei da dove iniziare,” disse Alice.

“Sciocchezze!,” disse la Regina di Cuori. “Non c’è nulla di più semplice: inizia dal principio e, quando sei arrivata alla fine, fermati.”

AliceandtheQueenQuesto è tratto (molto a memoria e, probabilmente, con scarsa precisione) dalle Avventure di Alice, di Lewis Carrol, ed è uno dei più solidi consigli che si possano dare o ricevere in fatto di narrazione. O lo sarebbe, se fosse sempre evidentemente qual è il principio di una storia. Il principio giusto. Invece, il mondo essendo quel che è, iniziare una storia è davvero un patema. Anche ad avere (o credere di avere) ben chiaro il punto preciso da cui si vuole iniziare, avete presente quello schermo bianco, quel cursorino che lampeggia…?

E la consapevolezza che l’inizio è fondamentale non è certo d’aiuto. E sì, sappiamo tutti che poi tanto l’inizio è l’ultima cosa che si scrive, che potremo sempre sistemarlo più avanti, che in tutta probabilità lo decapiteremo anyway… Tutti lo sappiamo, tranne la nostra Cinciallegra Interiore, che per tutto il tempo ci saltella su e giù nella testa, cinguettando nervosamente: Avanti, forza: scrivi la parola, la frase, il paragrafo da cui dipenderà il fato di tutto il racconto/saggio/romanzo! E che ci vorrà mai, in fondo?

Ebbene, parlando di solidi consigli, Lazette Gilford, in quel favoloso workshop permanente che è Forward Motion, suggerisce questa tecnica:

DOVE? CHE COSA? CHI? DIALOGO!

Prima di tutto, atmosfera

La luce della piena estate filtrava obliqua e dorata tra le fronde, e l’aria vibrava del brusio delle cicale.

Poi, qualcosa – qualcosa*:

L’ombra non era molto grande, e sarebbe parsa un capriccio della luce pomeridiana, se solo fosse stata ferma. Invece scivolava dietro i cespugli, si allungava dietro i tronchi caduti, sussurrava tra i rampicanti, pareva svanire nel folto degli alberi, e un istante dopo rieccola, agile e scura e liscia, appena giù dal sentiero.

E adesso è davvero ora che compaia qualcuno:

Cappuccetto Rosso ebbe l’istinto di stringersi nella mantellina scarlatta, nonostante il caldo, ma si fermò e scrollò le spalle. Che sciocchezza avere paura del bosco in una giornata così bella, si disse. Strinse più forte il manico del cestino con le frittelle, e riprese il cammino con l’aria più baldanzosa del suo repertorio. Tutt’a un tratto, l’ombra uscì da un cespuglio di nocciolo, dieci passi avanti a lei, e si sedette accanto al sentiero, fissandola con occhi gialli e scintillanti. A Cappuccetto Rosso il cuore balzò fra i denti.little-red-riding-hood-tehrani-anthropology_73840_600x450

Infine, sentiamo qualche voce:

Che diamine, Messer Lupo!” sbottò la bambina. “È la maniera di arrivare addosso alla gente?” Il Lupo si passò la lingua sui denti affilati come rasoi. “Ti ho fatto paura, bambina?” domandò. “Manco un po’!” brontolò Cappuccetto Rosso. Il Lupo fece una smorfia, come se gli fosse andato qualcosa di traverso. “Ah, immagino che solo le bambine coraggiose se ne vadano in giro per il bosco da sole,” disse. Cappuccetto Rosso aprì la bocca per rispondere, e poi la richiuse. Si era appena ricordata che Mamma le aveva raccomandato di non parlare con nessuno. Il Lupo non ebbe l’aria di prendersela, e dondolò pigramente la coda un paio di volte, come per scacciare le mosche. “E chissà dove va di bello, questa bambina coraggiosa?” mormorò, alla maniera di chi rivolge a sé stesso una domanda oziosa. Capuccetto Rosso serrò la bocca ancora più forte, fece una piccola riverenza, perché aveva buone maniere con tutti, e riprese la sua strada.

Ad essere sinceri, mi sono sempre chiesta che bisogno avesse il Lupo di fare conversazione con CR, lasciarla andare, correre dalla Nonna e montare la sciarada che si sa… Ma sorvoliamo su questa spinosa questione e notiamo invece che, senza parere, abbiamo iniziato una storia. Se volessimo fare le cose per bene, finiremmo la scena con qualche abile domanda del Lupo, e con CR che, pur credendo di mantenere la sua consegna del silenzio, si lascia sfuggire la sua destinazione… ma fa lo stesso, credo che il principio sia chiaro, a questo punto: se proprio non si sa da dove iniziare, un posto, un qualcosa**, un personaggio e una chiacchieratina possono servire al caso.

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* Come qualcuno (mi pare che sia il Sergente, ma potrebbe essere anche un soldato) dice al Capitano nordista in The Gray Sleeve di Stephen Crane.

** Forse vale la pena di specificare che questo qualcosa, in definitiva, corrisponde all’introduzione del conflitto…

Non Sappia Il Ver

In questo periodo di prove frenetiche (ne parleremo) mi capita spesso di ascoltar musica in automobile – ed è così che mi è ritornato in mano un vecchio CD , un’edizione ungherese del Gianni Schicchi, uno dei primi dischi d’opera che mi sia comprata, quand’ero una fanciullina diciassettenne in gita scolastica a Budapest, of all places. Adoro il Gianni Schicchi – musica e libretto…

Vi ho già detto, credo, che ho questa incoercibile predilezione per i libretti d’opera, vero? Ho cominciato a leggerne prima di avere cominciato ad ascoltare opere – il che probabilmente è un’eccentricità, ma tant’è. Trovo che i libretti d’opera contengano spesso gemme di nonsense sublime, ottimi nomi per gatti e, nel caso dell’opera buffa, cose genuinamente spassose – e scritte per essere tali.

gianni schicchi, puccini, giovacchino forzano, libretti d'opera, dante, divina commediaCome il libretto del Gianni Schicchi, scritto per Puccini da Giovacchino Forzano. La storia è un’incantevole combinazione di Divina Commedia e Commedia dell’Arte – of all things – con qualche frecciatina ai danni di quel terribile snob che era il gran padre Dante. Lo sapevate che Dante l’aveva a morte con Schicchi, che non solo usciva dalle file della gente nuova, ma aveva anche truffato in grande i Donati – famiglia di sua moglie? Oh well, Gianni Schicchi non è il primo né l’unico che Dante piazza all’inferno per antipatia personale e petty vengeance. Ricordarsi di cose del genere aiuta a mantenere un senso dell’umorismo quando si ha a che fare con la Commedia…

Ma non divaghiamo. Opera. Puccini. Forzano. Libretto.

E in particolare l’irresistibile uso che Forzano fa di quell’utile e simpatico meccanismo narrativo per cui un personaggio ignora qualcosa di vitale – che il lettore conosce.

Allora: il vecchio Buoso Donati è morto, diseredando i parenti a favore di un ordine religioso. Furia generale. Enter Gianni Schicchi, rimescolatore di carte professionale, che accetta di impersonare Buoso e dettare un altro testamento davanti a notaio e testimoni. Ma, proprio mentre i Donati assicurano a Gianni che nessuno sa che “Buoso ha reso il fiato”, si bussa alla porta. È Maestro Spinelloccio, il dottore.

“Guardate che non passi. Ditegli qualche cosa. Che buoso è migliorato e che riposa!” ordina Schicchi, prima di sparire tra le cortine del letto a baldacchino.

E i Donati fanno entrare l’ignaro medico in un coro di “Buongiorno, Maestro Spinelloccio. Va meglio! Va meglio! Va meglio!”

“Ha avuto il benefissio?” domanda con accento bolognese il nuovo venuto, Balanzone in tutto tranne che nel nome.

“Altroché. Altroché.” cinguettano i Donati, e Spinelloccio va in sollucchero.

“A che potensa l’è arrivata la siensa. Be’, vediamo, vediamo.”Gianni Schicchi - Opera San Jose

Momento di panico.

“No! No, riposa,” parano i Donati.

“Ma io…” insiste il brav’uomo, ansioso di ammirare l’effetto della sua siensa.

“Riposa…” I Donati si schierano tra lui e il letto, ma il medico avanza, e tutto pare perduto, quando…

“No, no, Maestro Spinelloccio,” interviene una voce tremula di tra le cortine. “Ho tanta voglia di riposare. Potreste ritornare questa sera? Son quasi addormentato.”

Ai parenti per poco non prende un coccolone, ma il medico desiste.

“Sì, Messer Buoso. Ma va meglio?”

“Da morto son rinato,” assicura Schicchi/Buoso, con un’ombra di risata nella voce. “A stasera.”

“A stasera.” E qui Maestro Spinelloccio potrebbe ancora salutare i Donati e uscire con la sua dignità di medico più o meno intatta. Ma allora che gusto ci sarebbe? “Anche alla voce sento che è migliorato,” dichiara. E poi, non contento: “Eh, a me non è mai morto un ammalato. Non ho delle pretese. Il merito l’è tutto della scuola bolognese.”

“A stasera, Maestro,” salutano i Donati in un’ondata di euforico sollievo – e quasi lo spingono fuori dalla porta senza che il brav’uomo abbia capito nulla. Dopodiché i Donati sono un po’ densi e credono di averla soltanto fatta franca, ma Schicchi ha visto nell’episodio la prova che il suo piano funziona… eccetera.

Noi ci fermiamo* e osserviamo come l’ironia della situazione derivi quasi tutta dal fatto che il pubblico sa che Buoso è già morto – e Maestro Spinelloccio no. I Donati che tentano freneticamente di liberarsi del medico e il medico che si vanta a sproposito non sarebbero divertenti se non sapessimo che cosa c’è dietro. Sapendolo, capiamo le intenzioni nascoste e ci divertiamo mentre il povero dottore si loda e s’imbroda.

Il meccanismo funziona anche in contesti meno buffi – e allora mette ansia seguire qualcuno che cammina allegramente in una trappola reale o metaforica. Mi vengono in mente Robert Moore che, in Shirley, avanza verso il punto in cui sappiamo che è appostato l’uomo con la pistola, o il Marchese di Posa che entra nella cella di Don Carlos – forse non del tutto inconsapevole dello sgherro in attesa – o Tosca (dramma, non opera) che si precipita a fare una scenata di gelosia senza sapere che Scarpia l’ha fatta seguire, o Henry Morgan che racconta versioni sempre più improbabili della sua vita a gente che ha buoni motivi per non credergli…

Che si tratti di creare tensione, aggiungere strati di significato o rendere buffa una situazione, il personaggio all’oscuro di tutto funziona sempre, in tutte le sue varianti semplici o sofisticate.

L’importante è che a differenza del lettore qualcuno, come usa dire all’opera, non sappia il ver.

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* Se volete leggere il resto del libretto, lo trovate qui.

Giu 12, 2016 - Vitarelle e Rotelle    No Comments

Alla Ghigliottina!

Mail:

[…C]osa vuol dire che in realtà, in via di principio, propendi per la decapitazione?

RedQueenE ammetto che, detto così, suona decisamente male – ma in realtà è una cosa saggia e sensata.  Una volta superato lo shock. E lo shock, ammetto anche questo, può essere notevole.

Lo so perché la prima volta che qualcuno mi ha consigliato di decapitare quello che avevo scritto, sono scoppiata a piangere. La mia attenuante è che avevo quattordici anni, tenevo da morire al giudizio del mio interlocutore e a doversi decapitare erano quelli che, con il candore degli adolescenti, consideravo i primi tre capitoli del mio primo romanzo.

Ci avevo messo tanta cura, nella mia prima pagina… Tre paragrafi di descrizione di un bosco all’alba, con i raggi del sole nascente, le gocce di rugiada sulle foglie, il cinguettio degli uccelletti, il profumo della resina…

“Decapitalo. Elimina i primi tre paragrafi.”

E giù singhiozzi.

Il fatto è, tuttavia, che una volta smaltita la crisi di pianto, una volta smaltito lo shock, una volta smaltiti i tre paragrafi, mi sono accorta che M.Guillotin aveva ragione. Invece di cominciare con l’alba, i lamponi, la rugiada e l’aria fresca, la mia storia cominciava con il mio protagonista su tutte le furie perché non voleva che il suo precettore se ne andasse.

E indovinate un po’? Era un inizio molto migliore.

Quel romanzo poi non l’ho mai scritto, ma la lezione l’ho imparata. Nove volte su dieci, eliminare la testa (e il termine può indicare una porzione compresa tra la prima frase e il primo capitolo) non è una crudeltà né un atto di misericordia: è la folgorante differenza tra un inizio così così e un inizio travolgente.guillotine

C’è tutta una serie di ragioni, per questo. L’inizio è il punto in cui conosciamo meno la nostra storia, in cui ancora non padroneggiamo la voce narrante, in cui ci stiamo guardando attorno con aria interrogativa, in cui non abbiamo ancora preso confidenza con i nostri personaggi, in cui ci stiamo ancora scaldando, in cui siamo così maledettamente preoccupati di dire un sacco di cose che non diciamo quelle importanti, in cui ci pare di dovere sempre cominciare da un po’ più indietro.

Non ricordo più chi dicesse che l’inizio è l’ultima cosa che si dovrebbe scrivere in un romanzo, ma doveva essere qualcuno di saggio. L’inizio non è una passatoia rossa che conduce verso la storia; l’inizio è la storia stessa che afferra il lettore per il collo e lo inghiotte, con tanta forza da non lasciarlo andare fino alla fatidica paroletta di quattro lettere… È davvero una buona idea scriverlo quando la storia non è ancora ben salda sulle gambe?

Perciò adesso non mi preoccupo più troppo dell’inizio, se non dopo la fine, quando torno indietro e mi ci metto sul serio. Decapito quello che ho scritto, lo rendo più incisivo e vivido che posso, lo trascino in medias res, più spesso che no lo riscrivo daccapo. E poi, naturalmente, decapito ancora.

E spesso è il miglior servizio che posso rendere alle mie storie.

Solo Soletto e Luccicante

ShinyBlueChe poi, a dire il vero, quel che mi attira molto più delle conversazioni altrui al caffè, e anche dei mezzaloghi al telefono, è la Battuta di Dialogo Isolata. Quelle cose che si sentono passando sotto una finestra aperta, o attraversando in fretta uno scompartimento ferroviario, o quando qualcuno alza momentaneamente la voce sulla scala mobile che va nell’altro senso.

Una singola battuta, un richiamo, una domanda, un insulto, metà di una considerazione… E le domande partono, come uno sciame di scintille: chi è questa persona? Che cosa ha in mente? Perché ha detto così? A chi lo stava dicendo? Perché l’ha detto in quel modo? A che cosa stava reagendo? Che reazione ha provocato? Che cosa è successo prima? Che cosa è successo dopo? Che accento, che colore, che cadenza, che sottotesto, che implicazioni aveva la battuta? E se la estrapolassi dal contesto evidente e la spostassi in un altro tempo e luogo? Se non fosse una ragazzina in jeans a dirla, ma qualcun altro, altrove, altrimenti, in altro tempo? E via dicendo e – se non sto attenta – mi ritrovo con una storia tra le mani.

Oppure  la conversazione incidentale. shiny-objects

Succede nei film, qualche volta – e più spesso nella scrittura televisiva. Per dare l’impressione di un posto affollato o vissuto, due comparse di passaggio scambiano una battuta che non ha rilevanza per la trama. Oddìo, potrebbe anche averla, in teoria, ma è rischioso perché è difficile farlo in maniera sottile… Ad ogni modo, non importa. Per lo più la conversazione accidentale serve a caratterizzare l’ambiente. Alle corse dei cavalli si parlerà di scommesse, su un camminamento di ronda ci si scambiano parole d’ordine, in un bar si ordina un caffè, e cose così.  Non dovrebbe essere nulla su cui stropicciare i neuroni – e però non me lo so impedire. Sento una di queste frasi da buttar via, e comincio: chi è questa persona? Che cosa ha in mente? Perché ha detto così…?

Per dire, ho in mente questa scena – e non ho idea di che cosa fosse parte: la porta di un ascensore si apre, e ne escono due donne sulla trentina, una bionda e una bruna. “Io credo che dovremmo andare,” dice la bruna, mentre passa oltre con la sua amica muta, e i protagonisti (chiunque essi siano) salgono sull’ascensore, diretti a fare qualcosa di terribilmente rilevante. Magari a salvare il mondo, o a vincere una causa milionaria, o a uccidere – ma proprio non me ne ricordo. Quel che mi ricordo sono le due donne e quel frammento di conversazione: “Io credo che dovremmo andare.”

Shiny-Object-Ball-iStockPhoto-PPT-QualityDove dovrebbero andare? Un’udienza in tribunale? Un viaggio di lavoro? Un altro studio legale? Un cocktail party? Una conferenza internazionale? Un matrimonio? Una visita in ospedale? Perché la bionda non è d’accordo? O è soltanto incerta? Perché si stanno consultando? Che cosa dipende dal fatto che vadano o non vadano? Si tratta di andare entrambe o non andare affatto? In che rapporto sono queste due? Amiche? Parenti? Colleghe? Capo e sottoposta? Nemiche giurate? Rivali professionali? E quel pronome iniziale, “Io credo…” è un eccesso di zelo del traduttore o è davvero rilevante? Significa “Io, diversamente da te, credo che dovremmo andare” a vedere un’altra volta la scena del delitto, o è semplicemente “Credo che dovremmo andare…” se non vuoi perdere il discorso di saluto?

Ecco, visto? E non ho nemmeno cominciato con gli spostamenti di luogo e di tempo.

È la natura della Battuta Isolata. Se ne sta lì, sola soletta, e luccica in mezzo alla nebbia… Non ricamarci attorno una storia richiederebbe un tipo di forza d’animo che io, in tutta sincerità, proprio non possiedo.

 

 

Mag 30, 2016 - teorie, Vitarelle e Rotelle    No Comments

Ascoltando Senza Volere

street-cafeQualche giorno fa sono partita con l’intento di sperimentare una di quelle cose che si leggono nei libri – scrivere in un caffè – e ho finito per fare tutt’altro.

Io al caffè ci sono andata: un grazioso posto in città con i tavolini all’aperto, con vista su una bella viuzza pittoresca e su un giardino pieno di rose. Essendosi una bella giornata, mi sono impadronita di un tavolino sotto gli ombrelloni bianchi, ho ordinato un tè al latte e mi sono messa al lavoro. E tutto andava molto bene per – forse – un quarto d’ora. Poi, nel tavolino alle mie spalle, sono venute a sedersi in due, una delle quali era appena stata lasciata dal moroso e aveva bisogno di sfogarsi…

E vi giuro che non avevo la minima intenzione di ascoltare. Io ero lì per scrivere – o quanto meno per revisionare, e sarei stata ben felice di restarmene nel Sedicesimo Secolo per il resto della mattinata… Ma l’Abbandonata parlava a voce altissima, e le sue vicende hanno cominciato a sovrapporsi a quelle del mio protagonista e così, senza volere, mi sono ritrovata a fare un’altra cosa da libri. Da libri – o seminari – di scrittura. Nel capitolo sul dialogo capita sempre: presto o tardi l’istruttore suggerisce di ascoltare la gente che parla sull’autobus, per strada o al caffè – per le storie, sì, ma anche e soprattutto per la maniera, il ritmo, il colore, gli usi colloquiali, le omissioni e, insomma, tutto quello che fa di una voce una voce. Listening

E in effetti, poco a poco, la narrazione dell’Abbandonata mi ha catturata. Non la storia – perché ci sono giorni in cui dubito un pochino che ogni famiglia infelice sia infelice a modo suo – ma il modo in cui era raccontata. C’era qualcosa, nel frasario da rivista femminile – o forse da talk show – e nel tono leggermente declamatorio e appena un po’ troppo alto… qualcosa di costruito. Di provato, ecco. Come se la signora avesse già raccontato tutto quanto in precedenza, ad altri o a se stessa. Forse ad alta voce e forse no, magari durante una notte solitaria e insonne, magari in macchina mentre guidava. Col che non intendo dire che non fosse sincera – ma di sicuro l’Abbandonata aveva speso tempo e pensieri nell’organizzare la storia così come io l’ho sentita. Solo che è rimasto, per dir così, l’eco delle prove.

È stato affascinante, a suo modo. Non userò mai la storia che ho sentito – ma il modo, il tono, e forse anche il registro, e quel che potevano implicare, sono un’altra faccenda. Ad esempio è proprio il tipo di cosa che il mio protagonista, attore di teatro con un’ossessione per le voci, potrebbe notare. Così adesso sono a caccia di una situazione in cui infilare qualcuno che parla in questo modo… E magari è un po’ tardi, a due terzi della terza stesura – ma ho ancora qualche scena da scrivere. Chi potrebbe avere l’eco delle prove nella parlata – e perché? E che cosa succede quando Ned se ne accorge?

È promettente.

E tutto sommato, tutti quegli istruttori avevano ragione: vale decisamente la pena di ascoltare.

Mezzaloghi

phone1.jpgC’è questa cosa che voglio provare da un sacco di tempo – solo che, per un motivo o per l’altro, non sono mai andata al di là di un tiepido tentativo defunto in culla.

Vediamo se scriverlo qui mi serve da sprone – e vediamo anche di che si tratta.

Allora, la faccenda è questa: qualche tempo fa un team di psicologi della Cornell University ha condotto uno studio che dimostra come sentire solo un lato di un dialogo (per esempio ascoltare qualcuno che parla al cellulare) catturi l’attenzione dell’ascoltatore molto più di un dialogo completo.

Ai soggetti dell’esperimento veniva assegnata una serie di compiti che richiedevano attenzione e concentrazione, poi il ricercatore avviava una registrazione che poteva essere un dialogo completo, un “mezzalogo”* o un monologo, e raccomandava al soggetto di non badare al rumore e concentrarsi su ciò che doveva fare. Abbastanza crudele, non trovate?

Ad ogni modo, i risultati peggiori (risposte errate o mancanti o altri errori) corrispondevano sempre ai casi in cui la distrazione era costituita dal mezzalogo.missing piece

E questo perché il cervello umano è irresistibilmente attratto dalle informazioni mancanti. Potendo scegliere fra una situazione in cui tutto è esplicito e una piena di buchi, le nostre Piccole Cellule Grigie (per dirla con Poirot) si gettano sulla seconda senza la minima esitazione: cercano di ricostruire le parti mancanti, fanno ipotesi, traggono conclusioni e, nel complesso, si comportano come bambini in un parco giochi. In un certo senso lo sapevamo già: basta pensare all’intramontabile successo di indovinelli, quesiti, misteri, gialli et caetera similia, dal mito della sfinge a Stieg Larsson, passando per l’irresistibile monologo al telefono di Gigi Proietti (che, adesso lo sappiamo, è in realtà un mezzalogo).

QuestionMeglio metterci tutti a scrivere gialli, allora? Oddìo, forse è un campo più redditizio di tanti altri – ma in realtà il principio si può applicare a tutti i generi, perché l’informazione incompleta è sempre materia di conflitto – e il conflitto, lo sappiamo, è la materia prima di cui son fatte le storie – o, nella più blanda delle ipotesi, di curiosità. Per cui è spesso un’ottima cosa lasciare il lettore all’oscuro di qualche particolare, e lo è sempre lasciare uno o più personaggi all’oscuro di qualcosa che il lettore sa – o crede di sapere. E in realtà, perché non tenere all’oscuro i personaggi e anche il lettore, dandogli però modo di trarre conclusioni sbagliate per poi sorprenderlo? Questo era, tra l’altro, il metodo di Agatha Christie.

E per far passare informazioni incomplete o fuorvianti, un mezzalogo è un buon sistema. Non è nemmeno detto che serva un telefono: un confessionale? Una porta chiusa? Un corridoio molto rumoroso? Solo metà di un epistolario? Un compagno immaginario? Le possibilità non mancano. E dite la verità: non vi viene voglia di provare a raccontare una storia tramite un mezzalogo?

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* Halfalogue, in originale…

 

Maestri di Carta

YodaQualche tempo fa si parlava con un allievo di influenze, divinità e maestri – di quella gente che non s’incontra mai se non per lettura, eppure ha una parte fondamentale nel fare di noi quello che siamo. Almeno dal punto di vista della scrittura. Col che non voglio dire che non succeda anche in altri campi, ma diciamo che gli altri campi son fatti di ciascuno, e limitiamoci al rapporto tra scrittore e scrittore a mezzo libro. Tra l’altro, è precisamente quello di cui si discuteva con l’allievo in questione.

“Scommetto che ci fai un post,” egli disse a conclusione – e io non dissi né sì né no, ma insomma, sappiamo tutti come  vanno a finire queste cose. E soprattutto sappiamo che quando si tratta di SEdS la mia capacità di resistenza è prossima a nulla… Sappi, o Allievo, che se c’è voluto tutto questo tempo è solo perché mi era passato di mente… 

Ma eccoci qui, alla fin fine: sette maestri sette. Sette perché sì – e in un vago ordine cronologico di apprendistato consapevole*.

I. G. B. Shaw. Perché quando avevo dodici anni e mi chiedevano “che cosa vuoi fare da grande?” io rispondevo “la commediografa”. E rispondevo così solo perché allora studiavo francese e non sapevo che esistesse la parola playwright, che mi piace tanto di più – ma non divaghiamo. Volevo tanto, ma in quella maniera informe, you know. Non era che non ci provassi, ma non avevo troppo idea. Poi, nell’estate dei miei tredici anni, entra in scena Shaw, nella forma delle Quattro Commedie Gradevoli, edizione Anni Sessanta, BUR con la copertina rigida – di mia madre. Folgorazione. In particolare Cesare e Cleopatra e L’Uomo del Destino. Teatro a sfondo storico – proprio quello che volevo fare. E la costruzione dei dialoghi, e l’uso delle fonti, e il tratteggio dell’ambientazione storica, e il funzionamento teatrale…

II. Joseph Conrad. In un sacco di modi. La profondità cui si poteva spingere l’indagine psicologica. Le possibilità infinite dei punti di vista. La possibilità di raccontare una storia attraverso l’accumulo di prospettive. La cesellatura di un personaggio centrale. I dubbi e le domande senza risposta. L’intensità. E poi l’uso della lingua – e di una lingua appresa. È in buona parte per via di Conrad che scrivo in Inglese.

III. Patrick Rambaud. Rambaud non se lo ricorda più nessuno, credo. A un certo punto ha letto nella corrispondenza di Stendhal di un romanzo mai scritto. Allora ha preso l’ambientazione (una battaglia napoleonica), ha preso Stendhal in persona, ha preso una manciata di personaggi storici e ne ha cavato un bel romanzo. Nulla d’immortale, solo una buona storia ben raccontata, fedele alle fonti e romanzesca quanto bastava. All’epoca in cui mi trastullavo con l’idea di scrivere romanzi storici ed ero paralizzata dall’incertezza dei confini tra fonti e immaginazione, Monsieur Rambaud è stato piuttosto fondamentale.

IV. R. L. Stevenson. Ah, i narratori di Stevenson, inaffidabili anche quando sembra che non lo siano, sottilmente minati nella loro attendibilità, irragionevoli, opinionated, a volte nemmeno terribilmente intelligenti… O Lettore, a te il delizioso mestiere di trarre conclusioni. E poi Alan Breck e l’Appin Murder – un personaggio minorissimo e un processo celebre ripresi, rivoltati come guanti, dipinti a colori irresistibili e avventurosi là dove in origine si trattava di un figuro losco e di una vicenda cruda e grigia. Ah, saper indurre il lettore a voler credere a me – persino quando sa benissimo di non poterlo fare…

V. Rodney Bolt. Quando uno scrittore mi fa entrare da una porta saggistico-divulgativa con qualche pretesa, poi mi fa sospettare che si tratti di una parodia accademica, e infine mi scodella in pieno romanzo, quando fa tutto ciò con grazia, sottigliezza e intelligenza, quando mi conduce pei prati in questa maniera e non mi irrita nemmeno un po’, tutto quel che voglio è imparare a barare così a mia volta.

VI. Josephine Tey. Anche lei scriveva teatro in una maniera che mi piace molto, ma non è questo il punto. Il punto è La Figlia del Tempo, che è una riflessione sulla storia, il modo in cui si costruiscono, mantengono e smantellano le leggende nere e un sacco di questioni che mi stanno a cuore – ed è scritto nella forma di un giallo originalissimo, popolato di personaggi ben fatti che parlano in dialoghi scintillanti. Tecnica impeccabile, idee, spirito – e soprattuto il modo di raccontare le storie.

VII. Jeffrey Hatcher. Ci voleva qualcuno che mi scrollasse fuori dalla maniera di Shaw, ed è stato Hatcher, che scrive un teatro d’ambientazione storica vivido, spigoloso e pieno di ritmo, appeso a un cambiamento epocale per rendere tutto più irreparabile, thank you very much.

E poi sono sempre la solita che si dà dei numeri e non riesce a tenerli neppure per sbaglio, per cui lasciate che aggiunga ancora Emily Dickinson. E no, non scrivo poesia, ma la densità e iridescenza del linguaggio… non si può scrivere prosa in questo modo, ma il principio mi piace proprio tanto.

E voi, o Lettori? Chi sono i vostri mentori di carta?

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* E niente autori di manuali… Quella è un’altra faccenda. La prossima volta, magari.

Qualcosa di Vecchio, Qualcosa di Nuovo…

rewritingddPer varie ragioni… No, in realtà la ragione è una – e di quelle ottime e felici. E quindi per un’ottima e felice ragione ho ripreso in mano una cosa “vecchia”, e la sto rimaneggiando.

È qualcosa che volevo fare da anni – a dire il vero, dall’epoca in cui fu rappresentata per la prima volta. Da un lato, all’epoca ero molto inesperta, e dall’altro non avevo idea del concetto di workshop, per cui di un sacco di magagne mi resi conto solo nel vedere la faccenda in scena per la prima volta. Non tutte erano catastrofette, sia chiaro. È solo che, ne abbiamo parlato tante volte, ci sono cose che sulla carta funzionano e sul palcoscenico no, ed è qualcosa che all’epoca non sapevo.

O forse lo sapevo soltanto in teoria, perché ripeto: fin da allora volevo rimetterci le mani. Ricordo che un amico con cui ne avevo parlato reagì con molta perplessità: ma è stato rappresentato… è stato pubblicato! Come puoi volerlo modificare?

E io gli dissi che non c’è una sola delle mie cose rappresentate e pubblicate che non voglia modificare in qualche modo. Perché col passare del tempo, per fortuna, s’impara. Si continua a leggere, a scrivere, a studiare, ad andare a teatro, a sperimentare, a rileggere, ad avere di quei momenti Come, Come, Come Ho Potuto Scrivere Questo?…

E adesso mi capita questa magnifica occasione per riscrivere – almeno in parte – questa cosa. E credo che sia un bene farlo adesso e non averlo fatto prima. Non averlo fatto allora, quando sapevo di dover fare qualcosa, ma non avrei saputo cosa fare di preciso né come farlo. Adesso… Adesso ho più esperienza, più tecnica, più maturità – e avrò un workshop, a quanto pare. A mio timido avviso, le cose promettono bene.Rewriting-Race-in-Admissions

E quindi ho ritrovato i miei appunti di allora (un po’ fortunosamente, a dire il vero – perché non solo sono disordinata oltre ogni dire, ma ho anche un’immaginazione cui degli appunti piace romanticizzare forma, quantità e collocazione) e mi sono messa al lavoro. Ed è un bizzarro ritrovarsi con i miei personaggi di allora, con la storia e con questa Clarina di Cinque Anni Fa… Soprattutto con lei, che ritrovo così acerba e inesperta…

Ah well, è istruttivo. Davvero tanto.

E così siamo al lavoro, la Clarina Di Cinque Anni Fa e io, attorno ai blocchi del play in fieri. Non era più in fieri – era decisamente finito, quando l’ho consegnato alla compagnia. Però adesso è di nuovo in fieri, e il fatto si è che mi piace. Mi piace enormemente spingere a posto qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di (tecnicamente) prestato… Non credo che ci sia qualcosa di blu, ma fa lo stesso. Finalmente a posto.

 

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