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Solo Soletto e Luccicante

ShinyBlueChe poi, a dire il vero, quel che mi attira molto più delle conversazioni altrui al caffè, e anche dei mezzaloghi al telefono, è la Battuta di Dialogo Isolata. Quelle cose che si sentono passando sotto una finestra aperta, o attraversando in fretta uno scompartimento ferroviario, o quando qualcuno alza momentaneamente la voce sulla scala mobile che va nell’altro senso.

Una singola battuta, un richiamo, una domanda, un insulto, metà di una considerazione… E le domande partono, come uno sciame di scintille: chi è questa persona? Che cosa ha in mente? Perché ha detto così? A chi lo stava dicendo? Perché l’ha detto in quel modo? A che cosa stava reagendo? Che reazione ha provocato? Che cosa è successo prima? Che cosa è successo dopo? Che accento, che colore, che cadenza, che sottotesto, che implicazioni aveva la battuta? E se la estrapolassi dal contesto evidente e la spostassi in un altro tempo e luogo? Se non fosse una ragazzina in jeans a dirla, ma qualcun altro, altrove, altrimenti, in altro tempo? E via dicendo e – se non sto attenta – mi ritrovo con una storia tra le mani.

Oppure  la conversazione incidentale. shiny-objects

Succede nei film, qualche volta – e più spesso nella scrittura televisiva. Per dare l’impressione di un posto affollato o vissuto, due comparse di passaggio scambiano una battuta che non ha rilevanza per la trama. Oddìo, potrebbe anche averla, in teoria, ma è rischioso perché è difficile farlo in maniera sottile… Ad ogni modo, non importa. Per lo più la conversazione accidentale serve a caratterizzare l’ambiente. Alle corse dei cavalli si parlerà di scommesse, su un camminamento di ronda ci si scambiano parole d’ordine, in un bar si ordina un caffè, e cose così.  Non dovrebbe essere nulla su cui stropicciare i neuroni – e però non me lo so impedire. Sento una di queste frasi da buttar via, e comincio: chi è questa persona? Che cosa ha in mente? Perché ha detto così…?

Per dire, ho in mente questa scena – e non ho idea di che cosa fosse parte: la porta di un ascensore si apre, e ne escono due donne sulla trentina, una bionda e una bruna. “Io credo che dovremmo andare,” dice la bruna, mentre passa oltre con la sua amica muta, e i protagonisti (chiunque essi siano) salgono sull’ascensore, diretti a fare qualcosa di terribilmente rilevante. Magari a salvare il mondo, o a vincere una causa milionaria, o a uccidere – ma proprio non me ne ricordo. Quel che mi ricordo sono le due donne e quel frammento di conversazione: “Io credo che dovremmo andare.”

Shiny-Object-Ball-iStockPhoto-PPT-QualityDove dovrebbero andare? Un’udienza in tribunale? Un viaggio di lavoro? Un altro studio legale? Un cocktail party? Una conferenza internazionale? Un matrimonio? Una visita in ospedale? Perché la bionda non è d’accordo? O è soltanto incerta? Perché si stanno consultando? Che cosa dipende dal fatto che vadano o non vadano? Si tratta di andare entrambe o non andare affatto? In che rapporto sono queste due? Amiche? Parenti? Colleghe? Capo e sottoposta? Nemiche giurate? Rivali professionali? E quel pronome iniziale, “Io credo…” è un eccesso di zelo del traduttore o è davvero rilevante? Significa “Io, diversamente da te, credo che dovremmo andare” a vedere un’altra volta la scena del delitto, o è semplicemente “Credo che dovremmo andare…” se non vuoi perdere il discorso di saluto?

Ecco, visto? E non ho nemmeno cominciato con gli spostamenti di luogo e di tempo.

È la natura della Battuta Isolata. Se ne sta lì, sola soletta, e luccica in mezzo alla nebbia… Non ricamarci attorno una storia richiederebbe un tipo di forza d’animo che io, in tutta sincerità, proprio non possiedo.

 

 

Mag 30, 2016 - teorie, Vitarelle e Rotelle    No Comments

Ascoltando Senza Volere

street-cafeQualche giorno fa sono partita con l’intento di sperimentare una di quelle cose che si leggono nei libri – scrivere in un caffè – e ho finito per fare tutt’altro.

Io al caffè ci sono andata: un grazioso posto in città con i tavolini all’aperto, con vista su una bella viuzza pittoresca e su un giardino pieno di rose. Essendosi una bella giornata, mi sono impadronita di un tavolino sotto gli ombrelloni bianchi, ho ordinato un tè al latte e mi sono messa al lavoro. E tutto andava molto bene per – forse – un quarto d’ora. Poi, nel tavolino alle mie spalle, sono venute a sedersi in due, una delle quali era appena stata lasciata dal moroso e aveva bisogno di sfogarsi…

E vi giuro che non avevo la minima intenzione di ascoltare. Io ero lì per scrivere – o quanto meno per revisionare, e sarei stata ben felice di restarmene nel Sedicesimo Secolo per il resto della mattinata… Ma l’Abbandonata parlava a voce altissima, e le sue vicende hanno cominciato a sovrapporsi a quelle del mio protagonista e così, senza volere, mi sono ritrovata a fare un’altra cosa da libri. Da libri – o seminari – di scrittura. Nel capitolo sul dialogo capita sempre: presto o tardi l’istruttore suggerisce di ascoltare la gente che parla sull’autobus, per strada o al caffè – per le storie, sì, ma anche e soprattutto per la maniera, il ritmo, il colore, gli usi colloquiali, le omissioni e, insomma, tutto quello che fa di una voce una voce. Listening

E in effetti, poco a poco, la narrazione dell’Abbandonata mi ha catturata. Non la storia – perché ci sono giorni in cui dubito un pochino che ogni famiglia infelice sia infelice a modo suo – ma il modo in cui era raccontata. C’era qualcosa, nel frasario da rivista femminile – o forse da talk show – e nel tono leggermente declamatorio e appena un po’ troppo alto… qualcosa di costruito. Di provato, ecco. Come se la signora avesse già raccontato tutto quanto in precedenza, ad altri o a se stessa. Forse ad alta voce e forse no, magari durante una notte solitaria e insonne, magari in macchina mentre guidava. Col che non intendo dire che non fosse sincera – ma di sicuro l’Abbandonata aveva speso tempo e pensieri nell’organizzare la storia così come io l’ho sentita. Solo che è rimasto, per dir così, l’eco delle prove.

È stato affascinante, a suo modo. Non userò mai la storia che ho sentito – ma il modo, il tono, e forse anche il registro, e quel che potevano implicare, sono un’altra faccenda. Ad esempio è proprio il tipo di cosa che il mio protagonista, attore di teatro con un’ossessione per le voci, potrebbe notare. Così adesso sono a caccia di una situazione in cui infilare qualcuno che parla in questo modo… E magari è un po’ tardi, a due terzi della terza stesura – ma ho ancora qualche scena da scrivere. Chi potrebbe avere l’eco delle prove nella parlata – e perché? E che cosa succede quando Ned se ne accorge?

È promettente.

E tutto sommato, tutti quegli istruttori avevano ragione: vale decisamente la pena di ascoltare.

Mezzaloghi

phone1.jpgC’è questa cosa che voglio provare da un sacco di tempo – solo che, per un motivo o per l’altro, non sono mai andata al di là di un tiepido tentativo defunto in culla.

Vediamo se scriverlo qui mi serve da sprone – e vediamo anche di che si tratta.

Allora, la faccenda è questa: qualche tempo fa un team di psicologi della Cornell University ha condotto uno studio che dimostra come sentire solo un lato di un dialogo (per esempio ascoltare qualcuno che parla al cellulare) catturi l’attenzione dell’ascoltatore molto più di un dialogo completo.

Ai soggetti dell’esperimento veniva assegnata una serie di compiti che richiedevano attenzione e concentrazione, poi il ricercatore avviava una registrazione che poteva essere un dialogo completo, un “mezzalogo”* o un monologo, e raccomandava al soggetto di non badare al rumore e concentrarsi su ciò che doveva fare. Abbastanza crudele, non trovate?

Ad ogni modo, i risultati peggiori (risposte errate o mancanti o altri errori) corrispondevano sempre ai casi in cui la distrazione era costituita dal mezzalogo.missing piece

E questo perché il cervello umano è irresistibilmente attratto dalle informazioni mancanti. Potendo scegliere fra una situazione in cui tutto è esplicito e una piena di buchi, le nostre Piccole Cellule Grigie (per dirla con Poirot) si gettano sulla seconda senza la minima esitazione: cercano di ricostruire le parti mancanti, fanno ipotesi, traggono conclusioni e, nel complesso, si comportano come bambini in un parco giochi. In un certo senso lo sapevamo già: basta pensare all’intramontabile successo di indovinelli, quesiti, misteri, gialli et caetera similia, dal mito della sfinge a Stieg Larsson, passando per l’irresistibile monologo al telefono di Gigi Proietti (che, adesso lo sappiamo, è in realtà un mezzalogo).

QuestionMeglio metterci tutti a scrivere gialli, allora? Oddìo, forse è un campo più redditizio di tanti altri – ma in realtà il principio si può applicare a tutti i generi, perché l’informazione incompleta è sempre materia di conflitto – e il conflitto, lo sappiamo, è la materia prima di cui son fatte le storie – o, nella più blanda delle ipotesi, di curiosità. Per cui è spesso un’ottima cosa lasciare il lettore all’oscuro di qualche particolare, e lo è sempre lasciare uno o più personaggi all’oscuro di qualcosa che il lettore sa – o crede di sapere. E in realtà, perché non tenere all’oscuro i personaggi e anche il lettore, dandogli però modo di trarre conclusioni sbagliate per poi sorprenderlo? Questo era, tra l’altro, il metodo di Agatha Christie.

E per far passare informazioni incomplete o fuorvianti, un mezzalogo è un buon sistema. Non è nemmeno detto che serva un telefono: un confessionale? Una porta chiusa? Un corridoio molto rumoroso? Solo metà di un epistolario? Un compagno immaginario? Le possibilità non mancano. E dite la verità: non vi viene voglia di provare a raccontare una storia tramite un mezzalogo?

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* Halfalogue, in originale…

 

Maestri di Carta

YodaQualche tempo fa si parlava con un allievo di influenze, divinità e maestri – di quella gente che non s’incontra mai se non per lettura, eppure ha una parte fondamentale nel fare di noi quello che siamo. Almeno dal punto di vista della scrittura. Col che non voglio dire che non succeda anche in altri campi, ma diciamo che gli altri campi son fatti di ciascuno, e limitiamoci al rapporto tra scrittore e scrittore a mezzo libro. Tra l’altro, è precisamente quello di cui si discuteva con l’allievo in questione.

“Scommetto che ci fai un post,” egli disse a conclusione – e io non dissi né sì né no, ma insomma, sappiamo tutti come  vanno a finire queste cose. E soprattutto sappiamo che quando si tratta di SEdS la mia capacità di resistenza è prossima a nulla… Sappi, o Allievo, che se c’è voluto tutto questo tempo è solo perché mi era passato di mente… 

Ma eccoci qui, alla fin fine: sette maestri sette. Sette perché sì – e in un vago ordine cronologico di apprendistato consapevole*.

I. G. B. Shaw. Perché quando avevo dodici anni e mi chiedevano “che cosa vuoi fare da grande?” io rispondevo “la commediografa”. E rispondevo così solo perché allora studiavo francese e non sapevo che esistesse la parola playwright, che mi piace tanto di più – ma non divaghiamo. Volevo tanto, ma in quella maniera informe, you know. Non era che non ci provassi, ma non avevo troppo idea. Poi, nell’estate dei miei tredici anni, entra in scena Shaw, nella forma delle Quattro Commedie Gradevoli, edizione Anni Sessanta, BUR con la copertina rigida – di mia madre. Folgorazione. In particolare Cesare e Cleopatra e L’Uomo del Destino. Teatro a sfondo storico – proprio quello che volevo fare. E la costruzione dei dialoghi, e l’uso delle fonti, e il tratteggio dell’ambientazione storica, e il funzionamento teatrale…

II. Joseph Conrad. In un sacco di modi. La profondità cui si poteva spingere l’indagine psicologica. Le possibilità infinite dei punti di vista. La possibilità di raccontare una storia attraverso l’accumulo di prospettive. La cesellatura di un personaggio centrale. I dubbi e le domande senza risposta. L’intensità. E poi l’uso della lingua – e di una lingua appresa. È in buona parte per via di Conrad che scrivo in Inglese.

III. Patrick Rambaud. Rambaud non se lo ricorda più nessuno, credo. A un certo punto ha letto nella corrispondenza di Stendhal di un romanzo mai scritto. Allora ha preso l’ambientazione (una battaglia napoleonica), ha preso Stendhal in persona, ha preso una manciata di personaggi storici e ne ha cavato un bel romanzo. Nulla d’immortale, solo una buona storia ben raccontata, fedele alle fonti e romanzesca quanto bastava. All’epoca in cui mi trastullavo con l’idea di scrivere romanzi storici ed ero paralizzata dall’incertezza dei confini tra fonti e immaginazione, Monsieur Rambaud è stato piuttosto fondamentale.

IV. R. L. Stevenson. Ah, i narratori di Stevenson, inaffidabili anche quando sembra che non lo siano, sottilmente minati nella loro attendibilità, irragionevoli, opinionated, a volte nemmeno terribilmente intelligenti… O Lettore, a te il delizioso mestiere di trarre conclusioni. E poi Alan Breck e l’Appin Murder – un personaggio minorissimo e un processo celebre ripresi, rivoltati come guanti, dipinti a colori irresistibili e avventurosi là dove in origine si trattava di un figuro losco e di una vicenda cruda e grigia. Ah, saper indurre il lettore a voler credere a me – persino quando sa benissimo di non poterlo fare…

V. Rodney Bolt. Quando uno scrittore mi fa entrare da una porta saggistico-divulgativa con qualche pretesa, poi mi fa sospettare che si tratti di una parodia accademica, e infine mi scodella in pieno romanzo, quando fa tutto ciò con grazia, sottigliezza e intelligenza, quando mi conduce pei prati in questa maniera e non mi irrita nemmeno un po’, tutto quel che voglio è imparare a barare così a mia volta.

VI. Josephine Tey. Anche lei scriveva teatro in una maniera che mi piace molto, ma non è questo il punto. Il punto è La Figlia del Tempo, che è una riflessione sulla storia, il modo in cui si costruiscono, mantengono e smantellano le leggende nere e un sacco di questioni che mi stanno a cuore – ed è scritto nella forma di un giallo originalissimo, popolato di personaggi ben fatti che parlano in dialoghi scintillanti. Tecnica impeccabile, idee, spirito – e soprattuto il modo di raccontare le storie.

VII. Jeffrey Hatcher. Ci voleva qualcuno che mi scrollasse fuori dalla maniera di Shaw, ed è stato Hatcher, che scrive un teatro d’ambientazione storica vivido, spigoloso e pieno di ritmo, appeso a un cambiamento epocale per rendere tutto più irreparabile, thank you very much.

E poi sono sempre la solita che si dà dei numeri e non riesce a tenerli neppure per sbaglio, per cui lasciate che aggiunga ancora Emily Dickinson. E no, non scrivo poesia, ma la densità e iridescenza del linguaggio… non si può scrivere prosa in questo modo, ma il principio mi piace proprio tanto.

E voi, o Lettori? Chi sono i vostri mentori di carta?

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* E niente autori di manuali… Quella è un’altra faccenda. La prossima volta, magari.

Qualcosa di Vecchio, Qualcosa di Nuovo…

rewritingddPer varie ragioni… No, in realtà la ragione è una – e di quelle ottime e felici. E quindi per un’ottima e felice ragione ho ripreso in mano una cosa “vecchia”, e la sto rimaneggiando.

È qualcosa che volevo fare da anni – a dire il vero, dall’epoca in cui fu rappresentata per la prima volta. Da un lato, all’epoca ero molto inesperta, e dall’altro non avevo idea del concetto di workshop, per cui di un sacco di magagne mi resi conto solo nel vedere la faccenda in scena per la prima volta. Non tutte erano catastrofette, sia chiaro. È solo che, ne abbiamo parlato tante volte, ci sono cose che sulla carta funzionano e sul palcoscenico no, ed è qualcosa che all’epoca non sapevo.

O forse lo sapevo soltanto in teoria, perché ripeto: fin da allora volevo rimetterci le mani. Ricordo che un amico con cui ne avevo parlato reagì con molta perplessità: ma è stato rappresentato… è stato pubblicato! Come puoi volerlo modificare?

E io gli dissi che non c’è una sola delle mie cose rappresentate e pubblicate che non voglia modificare in qualche modo. Perché col passare del tempo, per fortuna, s’impara. Si continua a leggere, a scrivere, a studiare, ad andare a teatro, a sperimentare, a rileggere, ad avere di quei momenti Come, Come, Come Ho Potuto Scrivere Questo?…

E adesso mi capita questa magnifica occasione per riscrivere – almeno in parte – questa cosa. E credo che sia un bene farlo adesso e non averlo fatto prima. Non averlo fatto allora, quando sapevo di dover fare qualcosa, ma non avrei saputo cosa fare di preciso né come farlo. Adesso… Adesso ho più esperienza, più tecnica, più maturità – e avrò un workshop, a quanto pare. A mio timido avviso, le cose promettono bene.Rewriting-Race-in-Admissions

E quindi ho ritrovato i miei appunti di allora (un po’ fortunosamente, a dire il vero – perché non solo sono disordinata oltre ogni dire, ma ho anche un’immaginazione cui degli appunti piace romanticizzare forma, quantità e collocazione) e mi sono messa al lavoro. Ed è un bizzarro ritrovarsi con i miei personaggi di allora, con la storia e con questa Clarina di Cinque Anni Fa… Soprattutto con lei, che ritrovo così acerba e inesperta…

Ah well, è istruttivo. Davvero tanto.

E così siamo al lavoro, la Clarina Di Cinque Anni Fa e io, attorno ai blocchi del play in fieri. Non era più in fieri – era decisamente finito, quando l’ho consegnato alla compagnia. Però adesso è di nuovo in fieri, e il fatto si è che mi piace. Mi piace enormemente spingere a posto qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di (tecnicamente) prestato… Non credo che ci sia qualcosa di blu, ma fa lo stesso. Finalmente a posto.

 

Mar 2, 2016 - Vitarelle e Rotelle    2 Comments

Strati

Mail:

Ho fatto leggere il mio romanzo a un’amica, e lei mi ha detto, in mezzo ad altre cose, che parla di una cosa sola. Ok, le ho detto, è una cosa buona. Invece salta fuori che lei non voleva lodare la mia bella storia coerente, ma dire che è un po’ smunta, un po’ pochina. Io le ho tirato dietro un cuscino, però adesso mi viene da pensare, perché mi sono sforzata proprio tanto di tenere la mia storia lineare, di focalizzarmi sulla mia trama, di non confondere il lettore, e invece sta’ a vedere che ho sbagliato tutto?

Onegin1Well… Dipende. Dipende da un sacco di cose – tra cui le dimensioni della storia. In un racconto, soprattutto un racconto breve, concentrare tutto attorno a un’idea tende ad essere una scelta saggia. Ma qui parliamo di un romanzo, giusto? E allora forse per un romanzo una singola idea rischia di avere il fiato corto. Il che non significa assolutamente confondere il lettore, ammassare temi e sottotrame come se piovesse, infilarci dentro tutto tranne il secchiaio di cucina…

Quel che intendo è diverso – e mi viene in mente in proposito una discussione, tanto tempo fa, a proposito dell’Evgeni Onegin. Si usciva da un teatro dopo avere visto l’opera di Tchaikovskji d’après Pushkin, e si discuteva se si tratti o meno di una storia di presunzione punita.

Sì, naturalmente, perché Evgeni – per ennui o poco meglio – rifiuta con supponenza l’amore della giovane e ingenua Tatjana quando la conosce in campagna, ma poi, ritrovandola maturata, raffinata e principessa a Mosca, è lui a innamorarsi e lei a rifiutarlo. Evgeni capisce troppo tardi che sono proprio le qualità della ragazzina di campagna a fargli amare la principessa, ma lei adesso è la moglie leale di un altro uomo. Per cui sì: lui si credeva molto dappiù, ed è punito proprio quando si rende conto del suo errore.

E tuttavia l’Onegin è anche una storia d’amore, anzi, più d’una considerando anche Olga e Lenskij; ed è anche una storia di amicizia (Evgeni e Lenskij), di rimorso, di peso delle convenzioni sociali, di rinuncia, di maturazione, di occasioni perdute…

Le buone storie tendono a non essere mai storie di una cosa sola. La complessità che fa di una storia un piccolo mondo nasce dalla stratificazione di temi diversi e correlati, dall’incrociarsi e intralciarsi – vicendevole e più o meno volontario – degli scopi contrastanti di diversi personaggi, e dal modo in cui ciascun aspetto illumina o modifica parzialmente gli altri.Onegin3

Il povero Lenskij è un poeta e sogna un idillio campagnolo con Olga, la sorella allegra di Tatjana. Nel primo atto Evgeni non sa troppo bene che cosa vuole, ma la sua annoiata vaghezza di propositi finirà per scontrarsi tragicamente con il sogno di Lenskij. Tatjana, considerata una specie d’intellettuale da amici e vicini, appare ad Evgeni come il prototipo della piccola provinciale cresciuta a romanzi. Il fatto che Evgeni incarni l’uomo ideale che Tatjana ha atteso e sognato rende ancora più amaro il gelido rifiuto di lui… E via dicendo, in un continuo intersecarsi di prospettive. Ed è questo che fa dell’Onegin una buona, soddisfacente, ricca e commovente storia.

Non tutte le storie complesse sono necessariamente belle, ma di sicuro una storia di cui, alla domanda “di che cosa parla?” si può rispondere con una parola soltanto, faticherà molto di più a catturare il cuore del lettore – e a tenerlo prigioniero per due o trecento pagine.

Blocco dello Scrittore II

NnovelI. mi fa notare che questo post è carino, ma non molto utile. “Qualsiasi cosa va bene, grazie tante! Ma se il problema è che uno proprio non sa neanche da dove cominciare?”

Incasso il rimprovero, chino contrita il capino, e cerco di essere più specifica e più utile. Comincio intanto col dire che quel che funziona per una persona bloccata non necessariamente funzionerà per tutti – e non necesariamente in tutte le circostanze.

Nei commenti al post di lunedì c’è chi ha suggerito un metodo che non vedo l’ora di provare alla prossima occasione… Er, no. Detto così non suona bene. Ovviamente non è che non veda l’ora di ritrovarmi nella necessità di provare il metodo in questione. Chi è che non vede l’ora di impigliarsi? E dico “impigliarsi” perché il Metodo D. mi sembra più adatto agli impigli che ai blocchi… Ma questo non sta né qui né lì – e farò bene a tornare in carreggiata prima che I. mi sgridi. prompts

Allora, mettiamola così: qui, di fronte al granitico, inscalfibile, indigesto Blocco, è dove si parrà l’utilitate di tutti quegli esercizi di scrittura che a volte suonano francamente dissennati. I cosiddetti writing prompts. Di solito li si guarda e ci si domanda perché una persona sana di mente dovrebbe voler scrivere cose simili… Quando si è Bloccati, tuttavia, ecco che la cosa assume una prospettiva diversa: per rimettersi a scrivere dopo lunga siccità, uno stimolo eccentrico può essere più efficace di un’oretta di buoni propositi.

Questo per vari motivi – non ultimo il fatto che è liberatorio: ok, non sto cercando affannosamente di aggiungere 200 parole all’opera della mia vita, è solo un gioco, solo una quisquilia che butto giù per… be’, per buttarla giù. Posso rilassarmi. Ed è qui che le parole ricominciano a fluire.

dictionaryUno dei miei giochi preferiti, sotto questo aspetto, consiste nel prendere il mio beneamato Gabrielli (Dizionario dei Sinonimi e dei Contrari), aprirlo a caso e tirare giù la prima e l’ultima parola della pagina. Tipo:

Grifagno – Guadagnare

Ossame – Ostendere

Sartia – Saviezza

Adesso l’ho fatto tre volte a titolo d’esempio, ma parte del sugo della faccenda sta nel fermarsi alla prima coppia di parole e fare con quella, qualunque cosa sia. Fare cosa? Programmare un timer perché suoni dopo dieci minuti e scrivere. Scrivere qualsiasi cosa l’associazione tra le due parole faccia saltare in mente. Scrivere e basta, senza fermarsi a rivedere, senza censurarsi, senza preoccuparsi troppo di quello che salta fuori.Who Said...? "To see him act is like reading Shakespeare by flashes of lightning."

Supponiamo di scegliere la prima coppia (comunque è quella che mi piace di più fra le tre) e di cominciare: credo che partirei con delle suggestioni shakespeariane o marloviane… sì, lo so che quello del moneylender ebreo e grifagno è un luogo comune, ma è il luogo comune su cui si dà il caso che Marlowe eShakespeare abbiano costruito rispettivamente Barabbas e Shylock. Quindi forse sarei spinta a immaginarmi l’incontro tra uno dei due – diciamo Marlowe* – e l’originale del suo usuraio. Non in Inghilterra, magari. Reims, perché no? Vicoli grigi, giornata piovosa e un’improvvisa necessità di denaro. Può capitare a una spia di avere bisogno di denaro, no? E se dapprima avevo pensato a qualcosa nel punto di vista di Marlowe, dopo tutto cambio idea: perché non Marlowe La Spia Inglese come appare agli occhi dell’usuraio, invece? Un usuraio di mezza età, sagace, disincantato, grifagno (ça va sans dire), abituato a vedersi passare davanti gli agenti di Walsingham, avvezzo ai pregiudizi dei cristiani, e ansioso di convincersi che non gl’importa. Che cosa cambia a lui, dopo tutto, cattolici o protestanti? L’importante è guadagnarci. Ma al lettore arriva l’amarezza dell’uomo, così come il suo giudizio sul giovane Marlowe…

E adesso è meglio che mi fermi, sennò mi ritrovo con una storia intera. Visto? Non so quante parole siano, e certo non ci ho messo dieci minuti, e non ho scritto nessun particolare capolavoro. Però ho disseppellito un’idea che, se avessi voglia di lavorarci, si potrebbe evolvere in un racconto.

Gentile-Bellini-263956Poi ci si può complicare un po’ la vita associando il tutto a un argomento preciso (studio di carattere di un personaggio, contesto di una storia, svolta della trama…) oppure no. Chiariamo: non si tratta di scrivere un pezzo di quello che si stava scrivendo quando ci si è Bloccati, solo di lavorarci attorno e, magari, cavarne qualche buona idea. Se avessi dovuto applicare Guadagnare-Grifagno alla Mela Rossa,** credo che mi sarei concentrata sul mercante d’olio. Credo che avrei fatto provare al Sultano un certo stupore davanti all’apparenza insignificante e giovanile del traditore. Il Sultano si sarebbe aspettato un’aria più malevola e grifagna per un uomo che guadagna e specula sulla pelle dei suoi correligionari e, non contento, li vende proprio al nemico… d’accordo, adesso mi fermo di nuovo, ma intanto questa è un’idea che mi annoterò. Non so se la userò, ma stiamo a vedere.pen

Ecco, se si è molto Bloccati magari è meglio iniziare sul semplice e aspettare un po’ prima di tornare a lavorare (anche solo indirettamente) sul romanzo/racconto/play su cui è precipitato il Blocco. All’inizio l’importante è perseverare: due parole e dieci minuti al dì. Tanto si può essere certi che succederà da sé, prima o poi: la storia abbandonata tornerà a fare capolino – e quello sarà un gran buon segno.

Così va meglio, I.?

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* Sorpresi, ain’t you? 

** Sì, lo so – storia vecchia. Ma mi perdonerete se non ho voglia di giocare ad essere Bloccata con la revisione-in-corso. Scampi&liberi, in fact.

Blocco dello Scrittore

writer'sbRicevo questa mail che dice, tra l’altro:

Trovi tutti questi siti che dicono che il blocco dello scrittore non esiste, che è solo un mito. Sarà, ma io è da settembre che non scrivo un cacchio. Vorrei tanto, ho questo racconto che mi piace, e mi pare anche una buona idea, e non è che non ci provi. Però non mi viene proprio: mi siedo lì, guardo il foglio, giocherello con la biro, disegno un alberello in un angolo, poi un gatto sotto l’alberello, e poi, visto che faccio pure schifo a disegnare, mi metto a giocare a filetto da sola. Quindi, per riassumere, il blocco dello scrittore è un mito, e io si vede che ho il mito, ma in forma grave.

Sì, li ho visti anch’io, i siti che sfatano il “mito”. Siti e libri in abbondanza. E allora diciamo pure che il blocco non esiste, ma esistono i momenti/giornatacce/lunghi mesi in cui dai inutilmente la caccia a qualche idea, ne catturi solo di asfittiche e comunque fa lo stesso, perché non riesci a metterle giù nemmeno a piangere in Cinese. I momenti in cui giochi a filetto da sola. Io un tempo giocavo al solitario del computer, a dire il vero – poi ho disinstallato tutti i giochi dal computer. Quindi adesso, quando ho quella cosa che non esiste, vado per le vaste praterie di Internet a caccia della versione elisabettiana di un toponimo che forse – forse – mi servirà fra venti o ventidue capitoli… Oppure ci sono sempre Pinterest e TVtropes… Writer'sblC&H

E comunque li ho visti anch’io, quei siti lì, e li detesto un pochino. Vogliamo dire che il Blocco non esiste? Diciamolo pure, ma questo non cambierà il fatto che è capitato a tutti, a tutti capita e capiterà sempre. Di solito è una fase che passa* , ma stare ad aspettare che passi non è divertente. Magari è come il raffreddore che, dicono gli Inglesi, se non lo curi passa in una settimana. E se lo curi? Ah well, allora passa in una settimana.

Confesso di avere sempre aspettato che passasse, smaniando, lacrimando e rendendo variamente infelice la famiglia, fino a quando non ho trovato un libro che diceva che il blocco esiste eccome, e l’unico modo per uscirne è riprendere a scrivere.

Writer'sblockGrazie tante, Monsieur de La Palice, ho pensato – però il libro era in prestito, e non ho potuto scaraventarlo contro la parete più vicina. Il che è stato un bene, perché poi dava consigli un tantino più concreti su come riprendere a scrivere. Il più sensato di tutti, quello che mi è tornato utile un’infinità di volte, è questo: porsi un piccolo obiettivo quotidiano, concreto e fattibile, tipo cinquecento parole al giorno. Non è tanto, due o tre paragrafi, mezza pagina circa in TNR corpo 12. O anche solo duecento, basta che sia un obiettivo da raggiungere. E poi non è detto che debba essere parte del romanzo o racconto o play, o qualunque cosa si stesse scrivendo prima del blocco. Una descrizione, un abbozzo di personaggio, qualche battuta di dialogo, una pagina di diario, qualsiasi cosa va bene, e se poi sono più di cinquecento parole, tanto meglio, ma una volta raggiunte le cinquecento, din don dan! Per oggi ho scritto.

Sembra una sciocchezza, ma intanto si rimette in piedi l’abitudine, la disciplina alla scrittura e, presto o tardi, il filo del discorso che si era perduto torna a farsi vivo e, quasi senza accorgersene, si è ripreso a scrivere.

No, questa era una bugia: non succede quasi senza accorgersene. Succede per volontà, determinazione, per disciplina e per passione. Perché chi dice che per scrivere (o per praticare qualsiasi forma di arte, se è per questo) serve solo l’ispirazione e non la disciplina, mente come chi dice che il blocco dello scrittore è solo un mito.

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* Oddìo, c’è il caso di Edwin che, in New Grub Street, di blocco dello scrittore finisce per morire, ma non credo che capiti spessissimo.

Circhi, Sipari e Strozzature

Parlavamo del sipario della conoscenza, ricordate?

Ebbene, per gentile concessione dello scrittore e insegnante di scrittura creativa Larry Brooks, il papà del favoloso sito Story Fix, ecco a voi la traduzione di un’interessante variazione sulla struttura narrativa aristotelica. Struttura in due Punti Trama, due Strozzature e uno Snodo Centrale.

A parte il fatto che è presentata a forma di tenda da circo (a tre piste), la struttura non è diversissima da Tre Atti & Tre Disastri, ma lo schema è pieno di acute osservazioni sulla progressione della storia. Personalmente sono affascinata in particolare dallo Snodo centrale – quel terremoto nella comprensione del protagonista di cui, per l’appunto, parlavamo lunedì – e dalle due Strozzature, aperture sul punto di vista dell’Antagonista.

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LEGENDA:

I Punto Trama: è il singolo evento più importante di tutta la storia, è ciò che guida o spinge il protagonista attraverso tutti gli alti e bassi a seguire. E’ dove la storia inizia, dove il conflitto principale fa la sua comparsa in scena. Dovrebbe arrivare circa a un quarto dall’inizio, alla fine della fase di preparazione.

I Strozzatura: qualcosa di semplice e rapido, mostrato al lettore dal punto di vista dell’antagonista, per ricordargli che l’antagonista è là fuori, con cattive intenzioni nei confronti del protagonista. Circa a 3/8 della storia.

Snodo Centrale: è dove il sipario della conoscenza si scosta per il protagonista e/o il lettore. A cambiare non è tanto la storia, quanto la comprensione di ciò che sta accadendo da parte del protagonista e/o del lettore. Se è messo a parte dell’epifania, il protagonista passa qui dall’atteggiamento di reazione a quello di attacco.

II Strozzatura: attorno ai 5/8 della storia, è il momento di dare un’altra occhiata al punto di vista dell’antagonista, per mostrare al lettore che ci sono buone o cattive sorprese in serbo per il protagonista.

II Punto Trama: è l’ultimo momento utile per aggiungere alla storia informazioni che consentiranno al protagonista di fungere da catalizzatore per la conclusione della storia. Dopo questo punto – attorno ai 3/4 della storia, non c’è più posto per ulteriore esposizione: si usano solo informazioni e personaggi già in campo.

È logico, non si tratta di prescrizioni tassative, ma dell’esposizione di una serie di principi che si sono solidificati in millenni di narrazione. Per di più, è un’esposizione originale, intelligente e più percettiva della media, piena di buone domande che, nel progettare la struttura di un romanzo, sarebbe salutare porsi prima o poi.

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Qui potete vedere – e scaricare – il PDF originale, opera della grafica Rachel Savage.

Il Sipario della Conoscenza

curtainNon lasciatevi spaventare dal titolo – è una faccenda di vitarelle e rotelle.

E della revisione, anche.

Sì – la mia revisione, ricordate? In proposito ci eravamo lasciati ai primi di dicembre – con poche speranze di finire la seconda stesura entro l’anno. E in effetti non solo non l’ho finita affatto – ma, dopo quell’ultimo bollettino ci ho lavorato ben poco. C’è stato dicembre, c’è stata una bronchite, c’è stato altro, c’è stato Natale, c’è stata una commissioncella di cui avrete notizie…

Ma adesso ho ricominciato – e, benché forse non lo meritassi del tutto, ho cominciato che meglio non si sarebbe potuto. Ho cominciando trovando quello che Larry Brooks chiama lo Snodo Centrale – quella scena cruciale in cui si scosta il postonimo* sipario della conoscenza. Quel centro che dovrebbe capitare a metà del secondo atto. Il momento in cui non è che la storia cambi necessariamente – ma cambia il modo in cui la vede il protagonista. E – se tutto va bene – anche il lettore…

È uno di quei punti che tutti sappiamo di dover mettere in una storia. E io avevo una scena graziosa ma un nonnulla insipida e una rivelazione vagante e non correlata. E quando le due si sono improvvisamente incastrate l’una nell’altra… Bang! La scena ha improvvisamente acquisito vita, conflitto e una serie di radici sparse per i primi sette capitoli – e la rivelazione, per parte sua, è andata a cadere esattamente a metà della storia. snake

E badate – non è un caso e non è un miracolo: è il segno che la storia sta prendendo la giusta forma, ha un arco ragionevole e rispetta le leggi della fisica narrativa. Non negherò che la cosa comporti un certo grado di soddisfazione.

On the other hand, questo significa che è quasi la fine di gennaio e io sono solo a metà della seconda stesura – e questo non è particolarmente bello. Posso trovare consolazione nel fatto che, apparentemente, sto andando nella direzione giusta.

Evviva.

E adesso al lavoro, perbacco.

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* Che devo dire? “Eponimo” sembrava un po’ troppo, nelle circostanze…