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Dic 30, 2015 - cinema, Vitarelle e Rotelle    No Comments

Stessa Trama, Altra Storia

the artist, stage beautyIeri sera ho rivisto The Artist. Adoro The Artist. Insomma, un metafilm muto in bianco e nero, ambientato durante la transizione dal muto al sonoro, con un cast strepitoso, una colonna sonora perfetta, tante citazioni cinematografiche da riempirci un fienile e stile da vendere… E poi è un film muto! Ve l’ho mai detto quanto voglio fare un film muto?

E tuttavia, pur perdutamente innamorata, non mi sfugge il fatto che la trama è presa pari pari da un altro film. No, non È Nata Una Stella – cui pure somiglia un po’ – e nemmeno Cantando Sotto La Pioggia, con cui ha in comune l’epoca del passaggio dal muto al sonoro…

No, il film gemello di The Artist è Stage Beauty, l’adattamento cinematografico di Compleat Female Stage Beauty, un lavoro teatrale di Jeffrey Hatcher di cui abbiamo già parlato.

E quando parlo di film gemello, intendo l’espressione piuttosto letteralmente. State a vedere… Ok, no: se non avete visto uno qualsiasi dei due film, se intendete vederlo e se vi irrita da morire quando vi rovinano la trama in anticipo, allora fermatevi qui, perché questo non è il post per voi.

Se fa lo stesso, allora ecco le due trame comparate:

THE ARTIST STAGE BEAUTY
1927. George Valentin è la stella indiscussa del cinema muto – il più grande interprete di film avventurosi del momento. Peppy Miller è un’aspirante ballerina cui l’incontro con Valentin apre le porte di Hollywood. 1660. Ned Kynaston è la stella indiscussa dei teatri londinesi – il più grande interprete di ruoli femminili della sua generazione. Maria è la sua assistente e recita clandestinamente nonostante la legge che impedisce alle donne di esibirsi su un palcoscenico.
Il sonoro incombe, ma Valentin, giudicandolo una moda passeggera, rifiuta di adeguarsi alla novità – al contrario di Peppy, che fa carriera con i film musicali. Carlo II elimina il veto contro le donne in scena – e proibisce invece agli uomini di interpretare parti femminili.  Maria è la prima attrice a interpretare Desdemona.
Valentin decide di produrre da sé un nuovo film muto – che fa fiasco in concomitanza con il trionfo del nuovo film sonoro di Peppy (e con la crisi del ’29). Ned s’intrufola a Corte e affronta il Re per perorare la sua causa e, invitato ad interpretare Otello, fallisce miseramente e scappa con la reputazione a pezzi.
Cacciato di casa dalla moglie, indebitato, e senza scritture, Valentin si riduce a vivere in un appartamentino – cui, in un momento di furia e autocommiserazione, dà fuoco rischiando di morire. Ostracizzato dai teatri, in cattiva salute e abbandonato dal suo aristocratico amante, Ned si riduce ad esibirsi come travestito in una bettola di quart’ordine.
Peppy recupera Valentin dall’ospedale e si prende cura di lui – fino quando Valentin scopre che Peppy ha acquistato i suoi beni messi all’asta. Maria recupera Ned dalla bettola e si prende cura di lui – fino quando Maria si rende conto che Ned la biasima per il suo declino.
Peppy ritrova Valentin appena in tempo per impedirgli di suicidarsi, e impone al suo produttore di scritturarlo per un musical al suo fianco. Scritturata per recitare a Corte e terrorizzata, Maria supplica Ned di insegnarle a superare la pura e semplice imitazione del suo stile. Ned accetta a patto di recitare Otello accanto a lei.
Valentin e Peppy danzano insieme in un film sonoro – con successo trionfale. Ned e Maria recitano insieme Otello per il Re, con successo trionfale.*
The End The End

 

Capito che cosa intendo?the artist, stage beauty

Con una leggera differenza a livello di meccanica del secondo punto di svolta, la trama è praticamente la stessa: un uomo al vertice della sua arte, una giovane aspirante innamorata, la fine di un’era, crisi, declino e redenzione…

Dopodiché, The Artist è una commedia metacinematografica e sentimentale, nonché un meraviglioso omaggio al film muto, mentre Stage Beauty è metateatro più cerebrale di quanto sembri a prima vista, incentrato com’è su questioni d’identità, arte, imitazione, sincerità – ed è anche meno lieto, perché nemmeno per un momento dubitiamo che l’amore possa non trionfare tra Valentin e Peppy, mentre il destino di Ned resta incerto fino alla fine – e, a dire il vero, anche dopo, e non è affatto chiaro se l’amore di Maria prometta poi troppo bene. Ma d’altra parte, segnala inequivocabilmente Hatcher, l’amore non è affatto il punto in questione…

E dunque? E dunque niente. Niente di male, intendo. Io seguito ad adorare The Artist – e in buona parte anche Stage Beauty. Vero, la trama è così simile che è davvero difficile credere a una coincidenza, e non so quanto Hatcher ne sia stato felice. Ma è vero anche che certe trame sono così perfette, così significative e così rilevanti che sarebbe un po’ più – o un po’ meno – che umano non volerle prendere, inclinarle a 45 gradi, tingerle di violetto e farne qualcosa di diverso.

E in fondo è così che funziona, e non da oggi: non è dalla notte dei tempi che l’umanità si racconta le stesse storie – con colori diversi?

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* Con un improbabilissima dimostrazione di metodo ur-realistico, ma fa nulla.

Belle Parole

Pile-of-wordsE cito: “Oh, santo cielo – ma sei ossessionata dalle parole, tu!”

Vero.

Verissimo. Ma d’altra parte, le parole… ah, le parole.

Avendo incautamente prestato, e mai più rivisto, La Trilogia del Ritorno di Fred Uhlman, adesso sono costretta a citare sparsamente e a memoria il punto di Un’Anima Non Vile in cui Konradin Von Hohenfels, parlando di Grecia, cita Alicarnasso, non so più a quale proposito.

“A-li-car-nas-so. Ho sempre amato i bei nomi.”

E questo è uno dei motivi per cui mi piace tanto Konradin: il suo genere d’immaginazione. Posso capire un uomo che ama i bei nomi, che fantastica sui ritratti di famiglia, che preferirebbe essere fucilato anziché impiccato, perché davanti al plotone d’esecuzione potrebbe “immaginare di assaltare una fortezza imprendibile”…

Ma non divaghiamo: tutto ciò era per parlare della bellezza intrinseca delle parole. Non tanto del modo in cui vengono usate in frasi, periodi e paragrafi, quanto per le immagini che contengono di per sé, da sole o due a due, nel loro suono o nella combinazione di suono e significato.

Ci sono parole, nomi ed espressioni la cui bellezza è una combinazione di suono e significato. Non si tratta solo di come suonano, ma anche di quello che evocano. Forse, se Konradin non fosse tanto appassionato di grecitudini assortite, il nome di Alicarnasso non gli apparirebbe altrettanto bello. E qui adesso entriamo in un campo del tutto arbitrario, ma diciamolo: Costantinopoli, sonoro, solido e solenne, non è un nome perfetto per una città con tanta storia e una fine così tragica e grandiosa? Tuttavia, il modo in cui evoca colonne di marmo bianco, folle multicolori e foreste di alberi di navi nei bacini di pietra ha principalmente a che fare con la storia che si associa al nome. Bizantino, (che non si usava in epoca e ambito bizantini), nell’Italiano moderno ha assunto connotazioni negative di tortuosità e di intrigo, eppure a me piace tanto. Lo associo ai meravigliosi mosaici ravennati, alla corte imperiale in clamidi bianche e cinture incrostate di gemme. E di per sé è una parola che suona come un gioiello: bi-zan-ti-no. Anche senza considerare il significato, il suono parte solido e poi si affila, come la lama di uno stiletto. Continuando su questa strada, Generali Bizantini* è un’espressione musicale di per sé, con quella combinazione sinuosa di consonanti, e poi evoca immagini di battaglie in piane polverose, di avamposti sperduti, di intrighi di palazzo…

Poi invece ci sono parole dal suono bellissimo che perdono tutto il loro fascino appena si guarda il significato. Che delusione, al Ginnasio, scoprire che glirium, dal suono così liquido e lucente, in realtà era solo il genitivo plurale di glis, vale a dire ghiro. Per non parlare del fatto che i selevìnidi, anziché una dinastia persiana, sono topini dei deserti asiatici, che mutano pelle e pelo insieme. Ugh. E palamìta è una specie di sarda, quando suonerebbe così bene per un fante scelto o per il seguace di un culto…

Ecco, sotto un certo aspetto, scrivere è una continua caccia a queste bellezze. Sia in poesia che in prosa, suono, ritmo e capacità evocativa sono fondamentali, e può capitare di passare ore a cercare la parola perfetta per il particolare nodo nell’arazzo che si sta tessendo – e tanto meglio se ogni parola riesce ad assolvere più di una funzione: sono certa che quando Verga ha infilato in Mastro Don Gesualdo il suo meraviglioso “cielo di smalto”, lo ha fatto non soltanto per l’immagine, ma anche per quel suono liscio, lucido e duro, che evoca senza nominarlo un blu intenso e leggermente metallico. E che dire di “quello spirto guerrier ch’entro mi rugge”, con quella feroce allitterazione ripetuta, ostinata, imprigionata dalla doppia -g in fine di verso? E d’Annunzio, ne Gli Idolatri: “La gran piazza sabbiosa scintillava come sparsa di pomice in polvere”, tutto suoni asciutti e sibilanti, così che pare di vederla, questa piazza bianca, calcinata dal sole. Due pagine dopo abbiano il sole mutato in una “gran plaga vermiglia”: non suona torbido, lento, malato? Stiamo pur certi: questa giornata non finirà affatto bene.

Per una volta mi sono limitata ad esempi italiani, visto? Non sembro nemmeno io. Ma la conclusione per oggi è questa: certo che sono ossessionata dalle parole. Uno scrittore dovrebbe essere ossessionato dalle parole. O quanto meno, con la ricchezza meravigliosa, la bellezza, le possibilità espressive della lingua, uno scrittore non ha davvero nessuna scusante per la sciatteria. Non c’è storia tanto buona che non possa essere resa ancora migliore raccontandola in parole belle, significative e pertinenti.

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* C’è anche un problema informatico così chiamato, lo sapevate? Intricato, questo sì. Incomprensibile – per me. Se sia bello come dovrebbe essere con un nome del genere… questo non saprei proprio dire, ma lumi in proposito sono benvenuti.

Questione di Chimica

ChemistryA volte sta tutto in due personaggi.

Non in uno solo, ma in due. La loro interazione, il modo in cui funzionano insieme, in cui discutono, bisticciano, lavorano… È quella cosa che, a ovest della Manica, chiamano chemistry – e può assumere la forma di un’amicizia, di una storia d’amore, di una collaborazione professionale, di una rivalità…

A volte è l’elemento forte di una storia. Tanto forte, a volte, che uno dei due personaggi prende vita solo in presenza dell’altro. David Balfour, che in assenza di Alan Breck è di una noia mortale, diventa un personaggio quasi accettabile appena Alan entra in scena a interagire con lui. E questo è un caso singolarmente sbilanciato, perché Alan funziona benissimo anche senza David – ma di solito la faccenda è più equilibrata, ed entrambi i personaggi soffrono dell’assenza dell’altro. pharisienne

Ora, la mia timida impressione è che questo genere di fenomeno si produca più spesso nella narrativa di genere. Non solo – ma in modo più… organico. Mi spiego: avete presente come, ne La Pharisienne, Louis Pian diventi più vivido in presenza di Jean de Mirbel? O come, ne Il Velocifero, capiti un po’ lo stesso al narratore Renzo quando attorno c’è il suo amico Gianni? Ma questo è un effetto deliberatamente cercato da Mauriac e da Santucci, per mostrare come l’amico incarni una serie di aspirazioni, idee, necessità e vaghezze assortite del protagonista, tutte cose che si risvegliano e poi prendono forma e diventano più o meno consapevoli in presenza e/o sotto l’azione dell’altro.

Quello che ho in mente è diverso. Parlo di due personaggi creati per funzionare insieme, per combinare quasi a incastro capacità e punti di vista diversi, per bisticciare con efficacia… Per esempio il protagonista/investigatore di un giallo e il suo sidekick.

In particolare, ho in mente un paio di serie di gialli di ambientazione storica, in cui parte del conflitto – oltre all’irrinunciabile delitto – viene dalla contrapposizione di mondi diversi, e il sidekick fornisce al protagonista una finestra tra i due. Il che di solito si sviluppa in qualche tipo di amicizia riluttante.

ham2È il caso delle indagini di Abigail Adams, per esempio. Sì, quella Abigail Adams – ma prima che diventi first lady. Barbara Hamilton ambienta le sue storie nella Boston immediatamente prerivoluzionaria, in cui Abigail indaga con l’aiuto del giovane Maggiore Coldstone. Coldstone è inglese e ovviamente considera se stesso l’investigatore, e questa bizzarra signora coloniale l’assistente – ma è abbastanza intelligente da vedere che lei non solo è molto aguzza, ma conosce Boston e i Bostoniani in un modo che a lui è precluso. Per parte sua, Abigail è pronta a collaborare con questo oppressore dalla mente aperta e, se qualche volta ne sfrutta l’accesso al lato inglese delle cose, ne apprezza la lealtà e il senso di giustizia. Il tutto si sviluppa ben presto nell’amicizia riluttante che si diceva: Abigail diventa quasi materna nei confronti di questo giovanotto pieno di nostalgia per l’Inghilterra, e Coldstone apprezza un volto amico tra i Coloniali – e tutto funziona molto bene, perché lei è intuitiva e lui analitico, lui ha le risorse ufficiali e lei i canali ufficiosi… Poi però, al terzo volume, la Hamilton decide di mandare Abigail in trasferta da sola, e di darle un altro sidekick, e… tutto si affloscia. Il nuovo aiutante è un Coloniale a sua volta e per giunta un nipote acquisito. Sveglio, sì – ma, una volta sparite la tensione, il margine di inconciliabilità, la difficoltà di fidarsi completamente, le lealtà contrastanti e la disapprovazione dei rispettivi ambienti, la storia si fa convenzionale e noiosetta. Abigail da sola non funziona – o almeno, non funziona altrettanto bene. airtreas

Idem – se non peggio, con i Carey Mysteries di P. F. Chisholm. Ve ne avevo già parlato, ricordate? Forse anche più di una volta. I gialli di ambientazione anglo-scoto-elisabettiana, con Sir Robert Carey a caccia di cattivi con l’assistenza dell’irrepressibile Sergente Dodd. Ebbene, quando l’elegante Carey arriva a vicegovernare una marca del Border – il turbolento confine tra Inghilterra e Scozia – Dodd si ritrova a dovergli inculcare qualcosa che somigli alla versione Borderer del buon senso. Quando entrambi scendono a Londra, è Carey a tradurre la capitale in termini che Dodd possa digerire. Il modo in cui questi due uomini passano dalla mutua incomprensibilità e sfiducia a un’altra riluttante amicizia è una delle meraviglie di questa incantevole serie. Peccato che nel sesto volume, An Air of Treason, Chisholm (che è poi Patricia Finney) abbia deciso di separare i nostri eroi e mandarli ciascuno per le proprie, seppur connesse, avventure. Risultato? Né Carey né Dodd funzionano granché, e la storia, il ritmo e il colore ne soffrono enormemente.

Apparentemente, Dodd non è fatto per andarsene attorno senza Carey a esasperarlo, né Carey senza Dodd. Così come Abigail Adams perde interesse senza Coldstone – e non ho dubbi che Coldstone sarebbe noiosissimo senza Abigail. La caratterizzazione di ciascuno dei quattro dipende in buona parte dall’interazione con il rispettivo “altro”. Questa chimica narrativa ne fa degli ottimi personaggi in coppia – ma li rende poco adatti a starsene per conto proprio.

È un punto di forza, ma anche un problema potenziale per quando l’autore ha l’uzzolo di cercare nuove strade. Che sia per questo che, dopo Sup with the Devil, nel 2011, di Abigail Mysteries non ne sono più arrivati? Speriamo che non capiti altrettanto a Carey&Dodd – ma il fatto che il settimo volume sia incentrato su lady Widdrington anziché sui nostri eroi, non mi rassicura terribilmente…

La Lista Quotidiana (ovvero, Lotta alla Procrastinazione in Cinque Facili Punti…)

procrProcrastinazione, procrastinazione…

Male diffuso, si sa – e che si presenta in numerose varietà. Mi si dice che pochi scrittori ne vadano immuni, il che è quasi carino, se ci pensate: ci si può dire che no, non si sta gettando via del tempo in maniera vergognosa, è solo un occupational hazard, un effetto collaterale della scrittura. Roba da scrittori.

Nelle buone cattive giornate si riesce persino quasi a convincersi.

Io ne soffro da anni e, per effetto drammatico, mi piace descrivermi come procrastinatrice cronica e refrattaria a qualsiasi cura, metodo e palliativo… Ma in realtà posso anche confessare che non è del tutto vero. In realtà negli anni sono giunta alla conclusione che la cura – o almeno il contenimento – della procrastinazione è qualcosa che funziona in modo molto diverso da pessimo individuo a pessimo individuo.

E allora ho deciso di mettervi a parte dell’unico metodo che abbia l’aria di funzionare per me. Almeno vagamente.

Il mio scanner è orribile...

Il mio scanner è orribile…

E questo metodo, o Lettori, è la Lista Quotidiana.

La LQ è proprio quel che s’immagina dal nome: un elenchino di cose da farsi per la giornata.

“Capirai!” mi pare di sentirvi dire – e lo ammetto: detto così, dopo tutta questa introduzione, sembrerà il bathos del secolo. Però che devo dire? Per me funziona ragionevolmente, e magari può funzionare anche per qualcun altro, per cui… here goes.

I. L’elenchino si fa per iscritto – meglio se a mano. Metà del punto è proprio lì, credo. C’è un che di irrevocabile in ciò che si scrive. Una volta che è sulla carta, implica una certa quantità di responsabilità, un impegno preso. Scripta manent. Carta canta. E quant’altro. Un tempo lo facevo su foglietti volanti, poi ho cominciato a trovare più pratico e più efficace l’uso di un taccuinetto piccolo piccolo che abita sul mio tavolo.

List2037II. L’elenchino deve essere realistico. Compilare liste di quindici o venti voci è del tutto inutile e molto frustrante. Tre, quattro voci – qualche volta cinque. Almeno per cominciare. L’idea non è quella di fabbricarsi la leva e sollevare il mondo entro sera. Una quantità affrontabile di cose fattibili. E so benissimo che tutti facciamo ben più di quattro o cinque cose al dì, ma nella lista vanno quelle proprio irrinunciabili, quelle che ci si vuole costringere a fare, quelle significative e/o inconsuete.

III. Ogni volta che si conclude qualcosa, lo si segna sulla lista. Io faccio un pallino arancione attorno al puntino della voce relativa – e lasciate che ve lo dica: c’è un che di molto soddisfacente in ogni singolo pallino, e nel veder crescere i pallini nel corso della giornata. Fatto. Fatto. Fatto. Puerile? Può darsi. Efficace? Per me sì.

IV. Ogni tanto, in periodi particolarmente intensi o quando decido di essere efficiente, ogni domenica o lunedì compilo anche una lista settimanale, da suddividersi poi in liste quotidiane. Qualche volta funziona, qualche volta no – ma alla fin fine è pù una faccenda organizzativa che altro.

Revisione oggi pomeriggio...

Revisione oggi pomeriggio…

V. E se a sera qualche voce resta senza pallino arancione… pazienza. Niente tragedie. Si trasferisce la voce nella lista del giorno dopo, e si ricomincia. Il fatto che più pallini arancione siano più soddisfacenti di meno pallini arancione è un buon motivo per essere realistici al punto II. Non stiamo parlando di nulla di terribilmente razionale o elaborato, sapete. Si tratta soltanto di imbrogliare la propria cinciallegra interiore e indurla a un minimo di concentrazione ed efficacia…

Per me, come vi dicevo, tende a funzionare. O quanto meno, funziona un po’ meglio di altre cose. Provate, se vi va – e sappiatemi dire.

 

 

 

Sottotesto al caffè

subtVe li ricordate quei vecchi spot di Nespresso – quelli con George Clooney… Yes well, Nespresso ha fatto un sacco di spot con George Clooney – ma ne ho in mente uno in particolare, che un capolavoro in miniatura di uso del sottotesto, e che uso ancora nei miei corsi di scrittura a titolo di esempio – perché il sottotesto non la più immediata e intuitiva delle tecniche, e trovare un minuto e mezzo di testo che ne concentri in quantità è qualcosa da festeggiare.

E prima che qualcuno protesti, ho detto ancora che la pubblicità è scrittura, vero? Ottima scrittura, quando funziona sul serio – il che non succede precisamente tutti i giorni, ma lo spot che ho in mente era un gioiellino. E allora, una volta premesso che per sottotesto s’intendono i significati che non sono espressi verbalmente, ma implicati dal contesto, dalle azioni, oppure per allusione, analogia, eccetera, analizziamo il gioiellino.

George sta uscendo dal negozio con una macchina da caffè nuova quando, in una scena molto subt4wilcoyotesca, guarda in su e vede un pianoforte a coda in caduta libera sopra di lui. Fade to white. George si ritrova a salire una scalinata bianca in mezzo a una distesa di nuvole ancora più bianche. In cima lo sta aspettando un personaggio vestito di bianco e provvisto di barbetta bianca (che, incidentalmente, è John Malkovich).

[Noi abbiamo già fatto 2+2, ovviamente: grosso pianoforte, luogo bianco e luminoso…]

“Hello, George!” saluta allegramente il Personaggio in Bianco.

subt3“Where am I?” chiede George.

[Se i film sono da prendere sul serio, è la domanda classica di chi riprende conoscenza, ma qui non c’è sottotesto, se non quello che George è comprensibilmente confuso. E ha ancora, notalo bene, o Spettatore, la sua macchina da caffè]

“Make an educated guess,” dice il Personaggio in Bianco, ovvero “Prova a indovinare.”

[Sottotesto alla seconda: a) “Sei morto”; e poi b) “Non essere ottuso, George!” – Notate che, di per sé, la battuta non significherebbe nulla di tutto ciò, se non fosse per il contesto. Inoltre, questo modo di non rispondere, caratterizza il Personaggio in Bianco e abbozza la relazione tra lui e George. Tutto questo in 4 parole!]

“It’s not my time!” protesta George: “Non è la mia ora!”Subt1

[Nulla di particolare: George non è presentato come una figura di particolare sfavillio intellettuale. Non è lui a portare il peso del messaggio.]

“Maybe we could make an arrangement,” dice John Malkovich, occhieggiando significativamente la macchina da caffè.

[Eccoci giunti al nocciolo. Ancora una volta, il PiB non risponde direttamente a George, e dice invece qualcosa che ha senso solo nel contesto, e che implica il significato di tutta la piccola scena che abbiamo visto. Primo livello, significato letterale “Se non vuoi essere morto, dammi la tua macchina da caffè.” Secondo livello, significato implicito: “Queste macchine da caffè sono abbastanza spettacolari da tentare Dio in persona.” Terzo livello: “Questa è un’iperbole ironica, un raffinato effetto comico destinato a un pubblico intelligente.”]

George, a bocca aperta, gira uno sguardo incredulo dal PiB alla macchina da caffè e di nuovo al PiB, il quale annuisce con aria tra birichina e lievemente colpevole. Fade to white. George, ritrovandosi davanti al negozio senza macchina da caffè, gira sui tacchi e torna dentro, salvandosi dalla caduta del pianoforte.

Ecco qui: ci hanno magnificato l’appeal, la desiderabilità sociale e la qualità del prodotto, ci hanno strappato un sorriso, ci hanno strizzato l’occhio dicendoci che gente in gamba come noi compra questo genere di cose, tutto in cinque piccole battute (19 parole), e senza che nessuno menzionasse una macchina da caffè nemmeno per sbaglio. Dal punto di vista della scrittura, questa io la chiamo classe.

The Name Game

whatnameQuando me ne hanno parlato ho sollevato un sopracciglio. C’è un autore, mi si dice, che pesca i nomi dei suoi personaggi dalla casella antispam della sua posta elettronica. Sapete, quei messaggi spam che offrono… oh, non so, di tutto: dal metodo infallibile per guadagnare un milione di dollari in 72 ore, ai fitomedicinali canadesi; da un’eredità ricevuta in Africa, alle miracolose bacche dimagranti… appunto, di tutto. E, detto tra parentesi, già su quello ci sarebbe da riflettere: chi è la gente che si lascia ammaliare da queste cose? Soggetto per una storia, non c’è dubbio… ma non divaghiamo. I nomi, dicevo. Ebbene, scettica ma incuriosita, ho dato un’occhiata alla mia casella: ora, non credo che battezzerei i miei personaggi nelle acque limacciose dello spam, ma devo ammettere che i nomi, là dentro, hanno delle suggestioni. Adesso annoto i nomi più promettenti prima di cancellare tutto, e attorno a qualcuno provo ad abbozzare un personaggio…

NamePNPatricia Nielsen, per esempio, è una ricercatrice universitaria, per la precisione un’entomologa (ugh!), con una passione per i viaggi avventurosi. Una di quelle persone che leggono Bruce Chatwin e portano i capelli raccolti a coda di cavallo. E anche una di quelle persone che si ritrovano coinvolte in misteri e ricerche in compagnia di improbabili estranei.

NameBDBarry Dean, invece, è stato un divo radiofonico negli Anni Cinquanta. Naturalmente è un nome d’arte, quello con cui ha interpretato il protagonista di una soap opera che teneva incollate alla radio milioni di casalinghe americane. In seguito ha tentato il teatro, ma non è andata molto bene. Il cinema… nemmeno a parlarne, perché vedete: Barry ha una voce d’oro, ma ha l’aria più incolore e ordinaria che si possa immaginare.

E Francis Staples? Oh, lui è un impiegato della East India Company a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo. nameFSViene da una vecchia famiglia di mercanti caduta in disgrazia, ed è molto impaziente delle sue circostanze. Essendo irrequieto e dotato di troppa immaginazione, credo proprio che s’inguaierà quando il Parlamento tenterà di arginare lo strapotere della Compagnia… Spionaggio commercial-politico nella City di Londra, per Francis.

Visto? Non si tratta di cercare ispirazione: solo di abituarsi a costruire circostanze, gente e trame. Oltre ad essere divertente, è un buon esercizio.

E se poi, per caso si dovesse trovare anche qualche nome perfetto, tanto di guadagnato.

Ago 19, 2015 - Vitarelle e Rotelle    No Comments

ABDCE

vitrotOggi vitarelle e rotelle.

Ci sono un sacco di modi per strutturare una storia, e guai se non fosse così. Ce ne sono sessantanove, dice Kipling – e ciascuno di essi è quello giusto. Tuttavia, gli sviluppi dell’arte narrativa nella civiltà occidentale ci hanno abituati ad aspettarci certe cose da una narrazione, senza le quali la storia non appare compiuta, non sembra risolta. E’ principalmente una questione di forme: forma mentis e categorie di pensiero, e forme narrative… Non solo narrative, se vogliamo: non posso fare a meno di pensare a quella scena de I Buddenbrook in cui il giovanissimo Hanno improvvisa/compone al pianoforte, e ritarda la conclusione della frase musicale per il gusto della sospensione, dell’attesa. Il gioco gli riesce e lo gratifica perché c’è un modo in cui le frasi musicali “devono” risolversi perché le sentiamo complete.vitrotstructurure

Ecco, allo stesso modo, l’uomo occidentale struttura le sue storie in un arco narrativo, che parte da un punto, raggiunge un culmine e da lì discende verso un altro punto di arrivo, diverso da quello iniziale.  Aristotele lo aveva già teorizzato un buon numero di secoli fa, individuando una serie di elementi comuni alla struttura di tutte le storie: esposizione, complicazione, azione ascendente, crisi, climax, azione discendente, risoluzione. E infine morale.

Ovviamente, nei secoli con questa struttura è stato fatto, tentato e sperimentato di tutto ma, se è vero che l’esposizione iniziale e la morale alla fine sono alquanto cadute in disuso, è vero anche che l’arco narrativo di base è ancora un ottimo metodo per raccontare una storia.

ABDCE (a suo tempo scoperto leggendo Lazette Gilford) è una forma molto semplificata dell’arco aristotelico, che inverte la posizione di alcuni elementi, ne sfronda altri e ne accorpa altri ancora. Personalmente la trovo ottima per la traccia di base dei racconti brevi. Dopo si varia, si sposta, si aggiunge, si sottrae… Oppure si lascia tutto com’è e si è certi di avere una storia che, se non altro, funziona.

Vediamo un po’.

vitrotredridinghoodAction, ovverosia l’azione. Lo diceva già Omero di cominciare in medias res. Tanto per fare un esempio… “Capuccetto Rosso* fece un ultimo saluto con la mano a Mamma, e s’inoltrò correndo nel folto del bosco. Finalmente una giornata di vacanza, si disse, e infilò una mano sotto il tovagliolo a quadri che proteggeva il cestino. Nonna non si sarebbe nemmeno accorta della mancanza di una sola, piccola ciambella.”

Background. Adesso che abbiamo mostrato al lettore la nostra protagonista in azione, è ora di frenare un attimo, e fornirgli qualche spiegazione. Non troppe, giusto perché sappia in che compagnia è finito. “A volte non era facile essere figlia unica di madre vedova, e tanto meno vivendo sul margine di un bosco… Mamma aveva un bel dire, ma a che ti serve un bosco, se non puoi mai metterci piede? Era una gran fortuna che Nonna abitasse giusto all’altro lato, e che avesse bisogno di ciambelle, ogni tanto…”

Development. Ok, la scena è pronta. Adesso è il momento di sviluppare la nostra storia, di far succedere qualcosa o, in termini tecnici, di introdurre il conflitto. “Il Lupo comparve con l’aria di chi vuol fare conversazione, ma CR non gli diede retta. Tutti sapevano che non bisogna dare confidenza agli sconosciuti. – Non posso fermarmi a ciarlare, Herr Wolf, – disse la bambina. – Nonna aspetta le sue ciambelle. Tante belle cose. – E, fatta una mezza riverenza, passò oltre. Se si fosse guardata indietro, avrebbe visto il Lupo sorridere sotto i baffi (hanno i baffi, i lupi?). Invece non si voltò, e non si fermò più, se non per raccogliere qualche margherita qua e là, fino a che non arrivò a casa di Nonna. Casa che, a dirla tutta, suonava stranamente silenziosa…”vitrotgrannywolf

Climax. Pronti? Siamo al culmine della storia. Adesso la nostra eroina si mette proprio nei guai e deve darsi da fare per uscirne. E’ il momento dei fuochi d’artificio. “Nonna era a letto, e non aveva un bell’aspetto. Proprio no. – Che occhi grandi che hai! E che orecchie! E che bocca! – Con un luccichio famelico negli occhi, il Lupo si gettò su CR a zanne spalancate. – Per mangiarrrrrrrti meglio! – CR strillò a tutte tonsille e gettò cestino, tovagliolo, ciambelle, margherite e tutto quanto sul muso di quella che incontestabilmente non era Nonna. – Soccorso! All’assassino! – Con una risata di gola particolarmente malvagia, il Lupo atterrò su CR con tutte e quattro le zampe.”

Ending. E infine risolviamo i guai che abbiamo creato. Oddìo, potremmo anche non risolverli, e lasciar annegare la nostra eroina nelle conseguenze della sua stupidità (una che dice al Lupo dove sta andando, difficilmente verrà candidata al Nobel per la Fisica), ma per stavolta seguiamo la tradizione. “BANG! Il lupo si irrigidì e stramazzò di lato. CR si rialzò tremante, e vide sulla soglia della porta un cacciatore con lo schioppo fumante tra le mani. – Hai buoni polmoni, piccola, – disse l’uomo, e tese una mano per aiutare la ragazzina a rialzarsi. Insieme liberarono Nonna dall’armadio in cui il Lupo l’aveva chiusa. Poi CR raccolse le ciambelle da terra e le spolverò con cura, Nonna prese il sidro dalla credenza, e tutti e tre festeggiarono la felice risoluzione con una buona merenda, perché il pericolo mette una gran fame.”

Visto? Una storia! E se volete un passatempo del pari economico e istruttivo, provate a badare a quante favole, racconti, film, miti, telefilm, articoli di giornale e servizi del TG seguono questo schema, con limitate variazioni. Sarete sorpresi.

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* Mi si dice che uso sempre Cappuccetto Rosso per i miei esempi. Guilty as charged: è proprio vero. Nemmeno mi piace, Cappuccetto Rosso – ma bisogna ammettere che va bene per queste cose.

E Si Riparte

keep-calm-and-start-revisingCi siamo. Oggi comincio la revisione. Il mese è passato, e ormai il paio d’occhi nuovi dovrebbe essere cresciuto.

Sono stata bravina – nel senso che per un mese non ho sfiorato la prima stesura nemmeno con l’orlo della veste. Non mi credevo capace di resistere tutto un mese, e invece sì.

Bravina e niente di più, perché mi ero riproposta di scrivere altro durante la pausa, e invece non ho fatto granché. Però in compenso ho collezionato idee. Non è il passatempo ideale, nelle circostanze, ma ho mezzo quaderno di appunti su due idee e mezzo completamente nuove e un paio di vecchie cose che tornano a farsi sentire… Not good. O meglio: ciò è bello in senso assoluto, ma rischia di essere un po’ d’impiccio al momento…  Ma – e questo è più incoraggiante, ho raccolto fecola per la seconda stesura.

Sì, fecola, you know. Quella specie di farina di patate che si usa per addensare le creme e i sughi. Ebbene, intendo fecola linguistica e descrittiva, e un paio di idee per la mia voce narrante. Idee che non mi dispiacciono affatto, if I say so myself.

E quindi oggi si comincia. L’intenzione è di cominciare raccogliendo appunti e annotazioni, facendo qualche piano e cominciando a rileggere la prima stesura. Vorrei anche rispolverare How To Revise Your Novel, il corso di Holly Lisle che avevo seguito qualche anno fa. Non tutto si adatta alle mie esigenze, ma ci sono parecchie idee e suggerimenti che ho trovato ottimi nel corso di altre revisioni. revise

E comunque è del tutto inutile che stia qui a strologarci su e a far piani sui piani che farò. Il fatto si è che mentre da un lato non vedo l’ora di ricominciare dall’altro sono un po’ in ansia. Ned mi è mancato nel corso di questo mese – e ciò è bello – ma iniziare la seconda stesura è… impegnativo. Il senso di galoppo e di vacanza della I stesura, la necessità di buttar giù la storia prima di tutto… tutto ciò è passato. Adesso è questione di tirare le fila, di dare una forma precisa, di definire i particolari, le voci, i posti, le vie, i SOMETHING che ho disseminato per strada. Per non parlare del finale… C’è un che di definitivo, nell’idea di una seconda stesura, e…

Oh well. Non c’è niente come cominciare, giusto?

E allora, al lavoro.

Seconda stesura.

Vi farò sapere.

 

Di Fanciulle, Rilevanza & Pasticcini

DemelO Fanciulla Che Vuole Scrivere, tu che mi tormenti perché legga qualcosa di tuo, e poi ti offendi quando ti faccio notare che Voler Scrivere non basta… E non dire che non ti sei offesa, per favore: se gli sguardi potessero fulminare, io adesso sarei un toast. Mai sottovalutare la lunga esperienza di una editor in fatto di fulmini oculari… O in fatto di pensieri del genere “Non-ha-capito-niente-che-cosa-c’entra-la-tecnica-questo-è-il-contenuto-del-mio-cuore-e-il-frutto-della-mia-ispirazione-e-questa-mi-parla-di-uso-della-lingua-l’importante-è-il-contenuto-non-la-forma…”

No, o Fanciulla: non leggo nel pensiero – è l’umana natura.

E ho tutta la simpatia possibile, sai? Ci sono passata prima di te, tutti ci siamo passati. Solo che tu te la sei presa a morte e sei scappata via salutando a metà, prima che potessi raccontarti una piccola storia.  È un istruttivo aneddotino in fatto di consapevolezza, pesi e contrappesi, che potresti applicare con qualche soddisfazione in una nuova stesura del tuo racconto… Ebbene, nell’improbabile caso in cui tu dovessi decidere di dare un’altra occhiata da queste parti, eccoti una storia del secolo scorso – quando non ero molto più grande di quanto tu sia adesso:

“La Rilevanza è tutto,” mi fa Victoria, e lo dice in un tono che implica la maiuscola per Rilevanza. E poi, siccome vede che io sorrido e annuisco, siccome siamo sedute al tavolino di una konditorei a Vienna, siccome si fa tardi, leva gli occhi al cielo e decide di lasciar perdere.

Però Victoria è persistente e, una volta che ciascuna è tornata a casa propria, mi manda una mail piuttosto oracolare, il cui contenuto, tradotto, suona più o meno così:

Alcesti è intelligente ma non s’impegna. Bradamante non s’impegna ma è intelligente.

Tutto qui, ma basta perché la folgore si abbatta sui miei neuroni appisolati e li galvanizzi in attività: è vero, la rilevanza è tutto!

Perché, diciamocelo: Alcesti è quasi un caso disperato, e per intelligente che sia non giungerà mai da nessuna parte, se non impara ad impegnarsi. Ispira persino poca simpatia, che diritto ha la gente sveglia di non impegnarsi? Bradamante, invece, è tutta un’altra questione. Bradamante, è vero, non s’impegna, ma la sua intelligenza incoraggia a sperare che lo farà. È troppo intelligente per non capire l’importanza dell’impegno e, nel frattempo, è di quelle simpatiche persone piene di potenzialità. Lasciamo solo che maturi…

E chi l’avrebbe mai detto? Il più elementare dei tricks di rilevanza ha un afflato pseudo-evangelico: quello che viene dopo conta di più.

La meraviglia delle sfumature: con un minimo spostamento di parole si ribalta la sostanza del giudizio contenuto in una frasettina. Questa non è matematica: spostando l’ordine dei fattori il risultato cambia, oh se cambia!

Doppia morale: da Demel fanno dei pasticcini oltre ogni descrizione; e la rilevanza (pardon: Rilevanza) è, se non tutto, parecchio.

Se non fai sul serio, o Fanciulla, è lo stesso. Ma se davvero Vuoi Scrivere, allora prova: comincia con questo – in fondo è una cosa piccola. Rileggi e riscrivi badando alla rilevanza. All’interno della coppia di aggettivi (se proprio devi usarli a coppie…), della frase, del paragrafo, della pagina, della storia intera. E poi rileggi ancora, possibilmente ad alta voce, e bada alla differenza.

E non farmi sapere – non serve. Dovrebbe importare molto più a te che a me.

Cari auguri.

La Clarina Di Buridano

55327_girl-writing_lg-1Se c’è qualcosa che tutti i manuali, tutti gli articoli, tutti gli insegnanti di scrittura raccomandano di non fare, è editare mentre si scrive la prima stesura.

Finite la prima stesura, dicono tutti. Non state a disperarvi sulle minuzie a questo stadio. Poi tanto tornerete a lavorarci, a sistemare, a rifinire, ad aggiustare tutto quello che non va… Adesso buttate giù la storia. Non interrompete il flusso, sfruttate la forza propulsiva – e se vi manca qualcosa, se avete incertezze, dubbi, imperfezioni, girateci attorno. Segnatele, e lasciatele dove sono: ci tornerete.

E la cosa ha un suo perché, sapete?

A parte tutto il resto, flusso o non flusso, sapere che la prima stesura non deve essere perfetta è molto liberatorio, e un ottimo modo abbattere la mortalità infantile dei romanzi. Perché diciamo la verità: quante volte si comincia una storia e poi si traffica sui primi capitoli fino a perdere interesse o a scoraggiarsi? E quante volte invece si lavora di cesello e poi, a tre quarti dalla fine, ci si rende conto che dell’infanzia del protagonista non c’interessa un bottone, e i primi sei capitoli si possono tranquillamente cassare? E c’è anche da dire che, quando la necessità di modifiche drastiche si presenta, si è molto più riluttanti a farle quando riguardano qualcosa che si è – o si crede di avere – già levigato con ogni cura. Una prima stesura rough and tumble, onestamente, la si tagliuzza, decapita e stravolge con ogni disinvoltura.

E quindi sì: l’idea di non editare mentre si scrive, di finire la prima stesura e poi si vedrà, ha senso in tutta una serie di modi.

E nondimeno…tumblr_m0hyaviUSk1r1fzbqo1_500

Nondimeno la sto ignorando bellamente. Magari non ci avete fatto caso – non credo che passiate il tempo a sorvegliare il mio contaparole – ma, di fatto, il contaparole è fermo da quasi una settimana. E sapete perché? Perché ho editato quello che credevo essere un capitolo, e invece sono i primi due e l’inizio del terzo. E l’ho editato in due maniere diverse, ciascuna con una sua serie di modalità narrative, tra cui non mi so decidere. E per di più, alla classica domanda “ci sono parti della storia, più avanti, che starebbero meglio narrate in uno dei due modi?” la scoraggiante risposta è, per una volta, “E come no? Per l’uno e per l’altro…”

Eh.

Credevo che vedendole in parallelo, entrambe scritte, scegliere sarebbe stato più facile – e invece no. Mi piacciono tutte e due, damnit, ma non è solo questo. È che ciascuna ha un suo notevole vantaggio narrativo che è incompatibile con l’altra. E ho cercato di combinarle insieme, sapete – il che farebbe quasi una terza versione, se non mi fossi fermata appena mi sono accorta che non funzionava.

E quindi adesso ho due capitoli e un pezzettino – in due versioni, e due LS che ci danno un’occhiata per dirmi che cosa ne pare loro. E ieri sera una dei due mi ha annunciato che ancora non sa per certo, ma ha l’impressione che le piacciano entrambe.

“Non sono sicura di saper scegliere,” mi ha detto.  “È difficile.”

Sapesse…

Be', senza il teschio, magari - ma ci siamo capiti.

Be’, senza il teschio, magari – ma ci siamo capiti.

Morale? E non lo so. Non riesco a continuare senza avere preso una decisione in proposito – né, mi pare, sarebbe terribilmente sensato farlo.  Sono poco oltre un decimo della prima stesura: vale davvero la pena di rischiare di scrivere tutto il resto in una modalità sbagliata?

E quindi prendo appunti, strologo scene e collegamenti, provo dialoghi ad alta voce, ricerco colori araldici, opere perdute, transazioni commerciali e altre minuzie – e aspetto. Aspetto che i LS si pronuncino in maniera utile. Aspetto che la notte porti consiglio. Aspetto che mi cada in testa un’illuminazione… Non lo so, che cosa aspetto. Forse aspetto solo di prendermi per esasperazione e sfinimento, ricominciare a scrivere, finire la prima stesura e al diavolo – sperando che in qualche modo il problema si risolva da solo.