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Lug 25, 2014 - teatro, Vitarelle e Rotelle    No Comments

Sulla Potatura Dei Sonetti

Poti i Sonetti? Come sarebbe che poti i Sonetti? E com’è un sonetto potato? Oh, aspetta – lo so: “Dovrò paragonarti a un giorno d’estate? No, e questo è tutto.”

No, d’accordo – siamo seri. Col che non voglio dire che la conversazione qui sopra non sia accaduta veramente – ma c’è di più. C’è il fatto che il mio adattamento teatrale dei Sonetti di Shakespeare andrà in scena. Una versione ridotta a novembre, e poi per intero più avanti.

Però serviva la versione ridotta.

Bonsai-Pruning_2E così mi sono messa al lavoro, partendo da quattordicimila parole e rotte, e arrivando a poco più di ottomila – quel che serve per una serata dei Lunedì del D’Arco. E devo dire che non solo non è stato né lungo né doloroso, ma al contrario, potare è sempre un mestiere molto, molto istruttivo.

Per cominciare, ho ridotto a quattro il numero dei personaggi in scena, eliminando tutti gli interventi della Folla in numerose capacità e una Contessa Madre. Quest’ultima è una cosa che mi sarebbe dispiaciuta da morire, se non sapessi che è solo questione di pazienza e di tempo. In realtà la Contessa ricomparirà, così come la folla, quando L’Uomo dei Sonetti andrà in scena per intero, il che ha tolto, lo ammetto, molto pathos ai tagli.

Ma non bastava, e così ho cominciato a snellire la linea narrativa, a sfrondare tutte quelle che erano deviazioni decorative, a tagliare qualche angolo, a eliminare un liuto. Questo ha richiesto un paio di aggiustamenti qua e là, la modifica di un certo numero di battute per mantenere logico il susseguirsi dei sonetti e del dialogo, e l’aggiunta di alcuni commenti da parte di Will, per riassumere e legare. Adesso suona un pochino di più come se Will stesse raccontando a qualcuno l’intera faccenda – e per gli scopi immediati va bene così.

Come sempre accade in queste circostanze, ho costatato che alcuni tagli donano all’insieme – al punto che li manterrò anche alla versione lunga. Passaggi ingombranti, divagazioncelle, arzigogoli senz’altro scopo che d’infilarci l’uno o l’altro sonetto… Aiuta molto il fatto di riprendere in mano il lavoro dopo mesi, con la relativa obiettività del tempo passato. C’è decisamente un motivo, se tutti consigliano di lasciar passare un serio intervallo tra una stesura e l’altra. E aiuta anche l’aver già accarezzato e annotato qualche ideuzza di taglio in precedenza.

Alla fin fine, nel giro di due giorni e mezzo, la potatura ha prodotto una versione breve e praticabile, e una manciata di buone idee destinate a migliorare considerevolmente la stesura definitiva, rendendola più asciutta ed efficace.

Sono tentata di trarne un’indicazione di metodo da applicarsi anche ad altri testi: rivedere tutto immaginando di dover ridurre il conto-parole di un terzo… poi naturalmente alla fine non deve essere così – ma la possibilità di fare scoperte interessanti è elevata. Ci proverò.

E intanto, a novembre, i Sonettini. Vi saprò dire.

 

A Volte È Troppo

Tardissimo – scusate.

Eccomi qui. In corsa. *Pants a little*

Allora, post.

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Tutt’altro che male…

C’è questo libro ambientato a Parigi. Leggerlo non è stata una mia idea: è arrivato con il pacco della HNR. Mezza spanna di hardback bello fitto, di un’autrice che non ero troppo sicura fosse nelle mie corde. E invece… sorpresa. Scrittura molto piacevole, ambientazione men che consueta, ottimi personaggi, atmosfera amarognola, bei temi, trama interessante che procede per rivelazione progressiva di segreti su segreti. Tutt’altro che male.

Molto presto nella storia si capisce che c’è un’agnizione all’orizzonte. Ah well, ci sta. L’autrice l’ha preparata bene, e s’incastra alla perfezione con tutto il resto. E se noi lettori sospettiamo che, quando scoppierà, la bomba debba travolgere l’ignara protagonista in modi sgradevoli, ben presto un’altra rivelazione arriva – seconda agnizioncella minore di segno opposto – a rimettere tutto a posto.

Be', dài, ci sta...

Be’, dài, ci sta…

E noi non possiamo nemmeno storcere troppo il naso, perché, di nuovo, è congegnata piuttosto bene e ci sta – narrativamente, storicamente e psicologicamente. E quindi? Tutto bene?

Tutto benone, finché – poco, pochissimo più tardi, non ci troviamo indotti a sospettare che il personaggio che non è chi credeva di essere  sia in realtà il figlio perduto del Mezzosoprano in Disarmo…

E, per quanto mi riguarda, questo è il punto in cui questa storia va a sbattere contro un baobab – e a farsi male non è l’albero.

Ecchediamine: tre agnizioni – non solo nello stesso libro, ma all’interno dello stesso gruppo famigliare (di due), e nel giro di poche settimane? Il fatto che ne avessi ingoiate due va a pieno credito dell’abilità dell’autrice – ma tre? A meno che l’autore non sia defunto da un centinaio d’anni o non si tratti di una parodia di genere, mi rifiuto di prendere sul serio una storia con tre agnizioni…

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Ok, Ms. B. – mi hai persa per strada…

Fosse dipeso da me, avrei abbandonato la lettura. Siccome era lavoro, sono andata avanti, con il sopracciglio levato e il sorrisetto cinico,  trovandoci molto meno gusto di quanto avrei potuto…

Fino a dieci pagine dalla fine, quando la terza agnizione si sgonfia, la prima recede in secondo piano, l’equilibrio della storia si raddrizza e tutto si annoda in un finale dolceamaro e soddisfacente.

Un finale che non avrei mai raggiunto, se non avessi dovuto recensire il libro per lavoro. Non l’avrei raggiunto perché quello che sembrava un abuso di cliché aveva fatto franare a valle la mia sospensione dell’incredulità prima di pagina centocinquanta. Per cui sì, il rovesciamento del cliché a pagina trecentoquaranta è un grazioso coniglio da tirar fuori dal cilindro – ma ne valeva davvero la pena?

Valeva la pena di farmi credere di leggere un libro ridicolmente sovraccarico per poi sorprendermi alla fine con l’equivalente narrativo di un “Ci avevi creduto, eh? Sciocchina…”

A meno che, in realtà, l’agnizione n° 1 non dovesse rimanere nascosta, e diventare palese soltanto dopo che la n° 3 era implosa? E magari l’ho notato troppo presto perché sono un’iperanalizzatrice troppo presa dai meccanismi per godersi il giocattolo?

Può darsi – e questo è il motivo per cui non vi dico di che libro si tratti – caso mai vi capitasse in mano, così com’è o quando e se verrà tradotto.

E tuttavia, non posso fare a meno di trovare una morale in tutto questo: a volte, voler essere troppo in gamba rischia di non pagare…

Sul Crinale Tra Due Lingue

LocVirgdArco12Quando ho letto questo post su Karavansara, mi sono ricordata della prima, infelicissima stesura di Di Uomini E Poeti.

Sapevo che genere di storia stavo scrivendo, sapevo dove volevo andare a parare, e avevo le idee chiare sul tipo di tono che mi serviva. Solo che non funzionava, non funzionava e non funzionava a nessun patto. La storia più o meno c’era, ma i dialoghi… oh, i dialoghi. Gonfi, rigidi, un tantino arcaici- e così maledettamente seri…

Li provavo ad alta voce, e mi veniva da piangere. Li immaginavo con le voci degli attori, ed era una cosa da sbattere la testa contro il muro.

Infelicità completa.

Anche perché non è come se, in teatro, i dialoghi fossero qualcosa su cui si può sorvolare. Eppure, lo ripeto: avevo perfettamente chiaro il tono che ci voleva – a mezza via tra Robert Bolt e George Bernard Shaw, quella specie di naturalezza amarognola, con le voci ben distinte e, qua e là un lampo di ironia…

E dunque immaginate la Clarina che fissa corrucciata lo schermo, si morde il labbro inferiore e comincia a pensare di avere commesso un errore maiuscolo nell’accettare questa commissione – finché…

Folgorazione!

“E se lo scrivessi in Inglese?”

E adesso figuratevi la Clarina che scrive indefessa e sollevata. Nel giro di un giorno e una notte, la prima stesura era finita – e funzionava molto, molto, molto meglio, e i dialoghi scorrevano, e le voci, e il tono, e tutto era come doveva essere.

Peccato che per metà fosse nella lingua sbagliata, e peccato ancor più maiuscolo che a funzionare fosse soltanto la metà scritta nella lingua sbagliata. Cominciava proprio a sembrare che la mia folgorazione non fosse stata poi delle più brillanti… Ma alla fin fine non c’era molto da fare, se non ricominciare daccapo e riscrivere anche la prima parte – in Inglese. Non tradurre, badate, ma riscrivere – col risultato di ritrovarsi con una stesura e mezza, tutta nella lingua sbagliata. E poi la traduzione, perché non incomprensibilmente committente e compagnia si aspettavano un atto unico in Italiano. E poi le stesure successive. E poi le prove, e poi il debutto, e poi la pubblicazione, e poi il resto più o meno lo sapete.

E però…

Nonostante tutto, il finale di questa storia non è, temo, terribilmente incoraggiante. Almeno da un punto di vista linguistico. Perché resta il fatto che la versione inglese continua a piacermi più di quella tradotta, e il tono che andava così bene in originale, nella traduzione ha perso smalto. I dialoghi son tornati a irrigidirsi un po’, l’ironia è evaporata un nonnulla… è come se non riuscissi a scrivere di Virgilio e di Eneide in Italiano senza ritrovarmi addosso una patina di arcaismo e seriosità.

Scrivere il play in Inglese è stato di qualche soddisfazione. Scriverlo in Inglese e poi tradurlo in Italiano è stato un esercizio un nonnulla frustrante e, in definitiva, di incompleta utilità. Certo, le cose sono migliorate attraverso i passaggi – ma non quanto avrei voluto, e comunque ho mandato in scena una traduzione.

Che devo dire? Da un lato, non è da oggi che voglio rimettere mano a Di Uomini E Poeti – e presto o tardi lo farò. Dall’altro, comincio a pensare che abitare writing-wise sul crinale tra due lingue non sia la più confortevole né la meno frustrante delle soluzioni.

 

 

 

 

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Apr 2, 2014 - Vitarelle e Rotelle    4 Comments

Finale Misto Assortito

wordsmithvSo che abbiamo già parlato abbondantemente di finali, del loro come e del loro perché, ma l’argomento è saltato fuori – with a vengeance – durante Gente Nei Guai II, e la faccenda è stata interessante.

Dato l’entusiasmo del gruppo per l’argomento, ho avviato un po’ di discussione in proposito, nella forma di questa domanda: che finali vi piace leggere, e che finali scrivete?

Si è rivelato uno di quei momenti-millepiedi, in cui s’inciampa in qualcosa che non si era mai consapevolmente considerato prima – riassunto nella risposta di B.:

Quando leggo esigo, proprio esigo il lieto fine, ma quando scrivo… er…

Dal fatto che B. avesse appena scritto un paio di storie dal finale estremamente truce, tutti abbiamo dedotto che le sue esigenze di lieto fine non si estendessero alla scrittura.

D’altra parte, questo è stato uno dei gruppi più sanguinari con cui mi sia capitato di scrivere, per cui non mi sono stupita di scoprire che diverse altre allieve condividevano l’idea di B. Magari non tutte esigevano il lieto fine nelle loro letture, ma condividevano la tendenza a scrivere finali men che gioiosi.

Quel che mi ha fatto levare un sopracciglio, semmai, è stata la motivazione ricorrente:

È che il lieto fine suona sempre… un po’ banale.

E prima che collassiate tutti in convulsi di risate, esclamando che sono allieve mie e le ho tirate su ciniche e narrativamente diabetiche, vi ricordo che sono adulte, e hanno avuto tutto il tempo di formarsi la loro personale intolleranza allo zucchero prima di cadere sotto la mia perniciosa influenza.

Se tutto ciò prova qualcosa, è che non sono un caso del tutto isolato… Oh, avanti – piantatela di sghignazzare.

Poi naturalmente abbiamo discusso di temi e messaggi e convinzioni personali e il modo in cui si traducono nella nostra scrittura e del non voler essere originali per amore dell’originalità*, e le posizioni si sono sfumate e diversificate, ma si direbbe che il dubbio sia rimasto – e di nuovo, a dar voce al dubbio è stata B.:

Come si fa a scrivere un lieto fine senza cadere nella banalità?

Ecco, la mia teoria in proposito è che, se proprio si vuole scrivere un lieto fine, lo si può temperare.

Antonio, Bassanio e Porzia finiscono in gloria, ma non possiamo fare a meno di dispiacerci per Shylock. Ned Kynaston torna ad essere la stella dei palcoscenici londinesi, ma tutte le sue certezze sono ancora in frantumi – e difficilmente le recupererà mai. Jane Eyre sposa Mr Rochester, ma lo sposa cieco e senzatetto. David Balfour recupera nome ed eredità, ma Alan resta un fuorilegge destinato all’esilio perpetuo per una causa persa. William Dobbin sposa finalmente Amelia – solo per rendersi conto di averla idealizzata oltre ogni ragionevolezza. Henry Morton sposa Edith, ma sotto l’ombra della morte di Lord Evandale. Jean Valjean muore sereno, benedicendo Cosette e Marius – ma nondimeno muore. Su Dickens non cominciamo nemmeno, perché come screzia i finali lui…

Ma il fatto è proprio questo: se proprio vogliamo la luce in fondo, luce sia – ma non soltanto. Un po’ d’ombra, please. Un prezzo da pagare per tutta questa felicità e questo zucchero. Un prezzo serio, che metta in rilievo il valore di questa felicità conquistata.

Sarà meno banale, B. Sarà anche più vero. Sarà soddisfacente da un punto di vista narrativo. E, pur essendo lieto, farà spargere qualche lacrimetta – o almeno qualche sospiro – al lettore, e questo non guasta mai.

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* O se volete, nel mio triste caso, per orrore della banalità

 

E Di Che Cosa Parla Il Tuo Libro?

Questo procede direttamente da ieri sera, dalla vivacissima quarta lezione di Gente nei Guai 2. Perché come dicevo alle mie deliziose ragazze…

Prima o poi ve lo chiedono, oh se ve lo chiedono.

Ve lo può chiedere l’amica di un amico a cui è stato detto che “scrivete”, oppure ve lo può chiedere il vicino di posto in aereo, vedendo che per tutto il tempo scribacchiate nel vostro taccuino. Oppure, ve lo chiede lo scrittore che tiene il seminario sulla caratterizzazione, o l’editor incontrato alla fiera del libro…

E allora voi annaspate, e cominciate a dire che sì, er… è unAnnibalea storia… in pratica, ecco, c’è Annibale Barca. Insomma, si può dire che sia una rinarrazione della II Guerra Punica vista… dunque, premessa: quando Annibale fugge da Cartagine… ah, perché stiamo parlando di dopo Zama, molto dopo Zama, e quindi… er… fugge da Cartagine e Antioco III gli offre asilo… Antioco III è il re seleucide di Siria, no?

E a questo punto vi siete già persi l’interlocutore per strada – lo capite dall’occhio vitreo e/o dal fatto che la domanda successiva è se pensate che quell’aperitivo verde al buffet sia analcolico.

D’altro canto, neanche rispondere laconicissimamente “Annibale Barca. II Guerra Punica,” è l’ideale per avvincere l’interesse del prossimo.

E allora?

Se lo chiedete a un Anglosassone, vi dirà che bisognerebbe saper riassumere il proprio libro in trenta parole – mantenendone il sugo e l’unicità distillati in una sola frase. Più facile a dirsi che a farsi, naturalmente. E però, prendendo il limite delle trenta parole per quello che è, resta l’incontrovertibile fatto che con una frase sola è difficile annoiare un interlocutore o perderlo. Senza parlare del fatto che una singola  frase compatta, vivida e brillante tende a colpire più di una conferenza estemporanea sugli equilibri politico-militari del Mediterraneo alessandrino.

Holly Lisle chiama questa sinossi iperconcentrata The Sentence, e fa notare anche un altro particolare non trascurabile: The Sentence è uno strumento promozionale perfetto, a cominciare dalla lettera accompagnatoria del manoscritto. Ed essendo Holly, offre anche una formula pratica per costruire The Sentence in tutti i suoi aspetti fondamentali:

Protagonista + Antagonista + Conflitto + Ambientazione + Tratto Singolare.

Tenete conto del fatto che l’Antagonista non deve necessariamente essere una specifica persona cattiva, che uno o più elementi (tranne il Protagonista) possono essere impliciti e che il Tratto Singolare è ciò che caratterizza la storia e la rende unica.little-red-riding-hood-tehrani-anthropology_73840_600x450

Una bambina disobbediente sfida le astuzie di un lupo malvagio per soccorrere la nonna all’altro capo della foresta.

Ecco che la mia ossessione per Cappuccetto Rosso torna a galla… Allora, la nostra Protagonista è la bambina disobbediente; l’Antagonista, va da sé, è il Lupo Malvagio e astuto; il Conflitto è così concepito: CR vuole arrivare dalla nonna e il Lupo vuole divorare entrambe; l’Ambientazione è la foresta; il Tratto Singolare è implicito nell’antagonista-animale parlante e nella disobbedienza della bambina: abbiamo a che fare con un exemplum fiabesco.

Una capricciosa bellezza del Sud mente, ruba, truffa e uccide in una disperata ricerca di felicità, amore e sicurezza nel turbine della Guerra di Secessione.

Via Col Vento non ha un antagonista umano: Rossella (Protagonista) lotta con le unghie e coi denti per salvare sé stessa, i suoi, il suo tenore di vita e la sua felicità (Conflitto) mentre tutto le crolla intorno a causa della guerra (Antagonista). L’Ambientazione è il Sud confederato, e il Tratto Singolare consiste nel fatto che Rossella non è una tenera eroina, ma una piccola belva spregiudicata, egoista e manipolatrice. Il suo fascino, la sua vulnerabilità e l’universalità delle sue esigenze drammatiche fanno sì che il lettore possa identificarsi in lei anche se non è particolarmente simpatica: chi non vuole felicità, amore e sicurezza?

Il vecchio esule Annibale Barca manipola un riluttante Re di Siria per spingerlo ad unirsi alla sua lunga guerra contro la potenza schiacciante della Roma repubblicana.

Dove si vede che la formula può essere adattata: i livelli sono due con alcuni elementi in comune: un Protagonista (Annibale) due Antagonisti (Re Antioco e Roma), due Conflitti (la manipolazione e la guerra), un’Ambientazione (il Mediterraneo del II Secolo a.C.) e un Tratto Singolare: la narrazione in III persona è la cornice e la chiave della narrazione in I persona di Annibale, così come il Conflitto B (Annibale/Roma) è la chiave del Conflitto A (Annibale/Antioco).

In generale, quando non si riesce ad individuare il Protagonista, l’Antagonista e il Conflitto di una storia è il caso di preoccuparsi almeno un pochino, ma ci sono libri che non si prestano a questo trattamento, semplicemente perché non sono concepiti per avere un protagonista, un antagonista e un conflitto. E’ il caso di molte opere metaletterarie, che decostruiscono deliberatamente gli schemi narrativi. Lasciatemi essere di nuovo autoreferenziale: ne Gl’Insorti di Strada Nuova, la storia risorgimentale di fondo ha sì tutti i suoi ammenicoli narratologici, ma non sono l’aspetto rilevante del libro. Potrei dire che:

PreBozzaNella Pavia del 1848 tre giovani universitari mettono in gioco le loro vite nello sfortunato moto di ribellione contro la dominazione asburgica,

ma sarei ben lontana dall’avere descritto il libro, il cui punto focale è la piccola folla di lettori… E allora, quando mi chiedono di che cosa parli Gl’Insorti ho imparato a rispondere qualcosa come:

I moti antiaustriaci nella Pavia del 1848 sono narrati obliquamente attraverso le reazioni di venti lettori alla lettura di altrettanti capitoli di un romanzo storico fittizio.

Qui probabilmente Holly Lisle (e con lei ogni singolo insegnante di scrittura creativa) mi bacchetterebbe per avere incentrato la mia Sentence su una forma verbale passiva… Oh, va bene, allora:

Venti lettori immaginari – ma tanto veri – leggono, immaginano, ricostruiscono, raccontano, adorano e detestano un romanzo storico fittizio, tragica storia di studenti ribelli ed oppressori austriaci nella Pavia risorgimentale.

E alla fin fine, guardate un po’, ci risiamo: c’è un Protagonista (gli studenti), c’è un Antagonista (gli austriaci), c’è un conflitto (oppressione & ribellione), c’è un’ambientazione (Pavia risorgimentale), e la mia struttura metanarrativa diventa il fondamentale, unico, irripetibile Tratto Singolare. Tra parentesi: 28 parole, somiglia al mio libro e c’è qualche seria possibilità che incuriosisca l’interlocutore.

Vale la pena di spenderci qualche pensiero prima della prossima volta in cui ve lo chiederanno: di che cosa parla il vostro libro?

 

 

 

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Scrivi Ciò Che Conosci?

E un po’ è colpa di questo post su strategie evolutive…

E sì, una volta o l’altra parleremo anche d’ispirazione – ma oggi, abbiate pazienza, vorrei scoprire brevemente l’acqua calda. Dopo tutto è lunedì, bear with me.

Perché Scrivi Ciò Che Conosci lo troverete in tutte maiuscole con assillante frequenza più o meno ovunque si parli di scrittura – e non so voi, ma a me è sempre venuto da chiedermi se sia davvero una buona idea. Perché francamente, se posso/devo scrivere soltanto di ciò che conosco, mi troverò più o meno chiusa da qualche parte. Mi precluderò un sacco di interessanti possibilità da esplorare. Dovrò rinunciare in via di principio a scrivere di tutto quello di cui non ho avuto esperienza personale, tutto quello che non conosco già.

Ecco, a mio timido avviso, è proprio qui il punto, proprio qui il fraintendimento. E non so se questo sembrerà terribilmente eterodosso o terribilmente banale, ma dubito che chiunque abbia formulato la prescrizione avesse in mente proprio di relegare ogni singolo scrittore ai campi che conosce già.

Per quanto si scriva “Scrivi Ciò Che Conosci”, niente mi leverà dalla testa che si debba leggere all’altra maniera: Conosci Ciò Che Scrivi.

Fa’ i compiti. Studia. Documentati. Capisci quel che c’è in ballo. Prendi ragionevolmente sul serio quello di cui scrivi e i lettori che lo leggeranno.

Almeno quanto basta ai fini della storia. Conosci – e poi scrivi.

Per cui, no: non è una preclusione, è un invito ad esplorare e a fare sul serio – e in questa luce mi piace molto di più.

Ecco. Vi avevo detto che sarebbe stato breve e che avrei scoperto l’acqua calda, giusto?

Dic 9, 2013 - Vitarelle e Rotelle    No Comments

Mattone Dopo Mattone

brickbybrick1Oggi post breve – abbiate pazienza, dicembre è un mese così. Il mio mese prediletto, per carità – ma così.

Però è un post significativo, perché se non lo conoscete già, vi presento Stephen McCranie con il suo blog a fumetti Doodle Alley.

Stephen è un fumettista, e anche il tipo che riflette su come si fanno le cose, perché si fanno le cose e il il modo in cui il rapporto tra le due domande influenza la nostra arte. Fumetti, pittura, scrittura, scultura – you name it.

Non so voi, ma a me l’idea che a padroneggiare una forma d’arte si arrivi mattone dopo mattone  piace davvero tanto.Ebbene, DA è pieno di buone idee, riflessioni e spunti in proposito – con una sana ma non esclusiva enfasi su applicazione, metodo, perseveranza, rigore e duro lavoro – presentati in forma di fumetto, con una grafica semplice e accattivante… .

E volendo c’è anche il libro (operazione finanziata via Kickstarter).

Cinque Pensieri Di Fine Corso

ja09_books_creative_writingIeri sera ho terminato una versione in sei lezioni di Gente Nei Guai a Porto Mantovano.

Mi è spiaciuto congedarmi dai miei quattordici studenti – un gruppo vivace, simpatico e motivato – ma c’è di buono che probabilmente proseguiremo a primavera con un corso avanzato. E sarà interessante, perché – ripeto –  si tratta di un ottimo gruppo.

Dopodiché, ogni corso è, per forza di cose, una faccenda a sé – ma  ho costatato una volta di più alcune costanti, di cui vi metto a parte.

I. Fino a quindici partecipanti va tutto bene. Di più e, anziché un gruppo, vi ritrovate una classe – il che può andare ragionevolmente bene finché parlate voi, ma non funziona granché per la discussione e  gli esercizi pratici. Può essere un problema, perché a volte gli organizzatori hanno tante richieste, e supplicano di accettarne ancora uno, e ancora uno, e per favore un altro… Ma vale la pena di esercitare fermezza: il corso ne guadagnerà.

II. Non c’è nulla da fare: l’impatto con la tecnica sconcerta sempre, almeno un pochino. C’è chi è curioso, c’è chi si sorprende nello scoprire l’esistenza di tecnica&teoria in un campo in cui non se li aspettava, c’è lo scettico blu, certo (in gradi variabili) che la Scrittura, in quanto Arte e Ispirazione, non possa sottostare a regole… Ad ogni modo, l’impatto è quasi sempre quello del millepiedi di Kipling. Questa volta, l’ho detto, avevo un ottimo gruppo di gente che partiva già bene e gente che ha fatto progressi drastici nel corso delle sei settimane, ma è sempre di soddisfazione veder sperimentare le tecniche, di settimana in settimana, e raccogliere un certo numero di “Ehi, funziona!”

III. La mortalità è inevitabile. A parte i malanni di stagione e gli imprevisti, qualcuno si perde sempre per strada – e su un gruppo limitato le sedie vuote si vedono molto. Le prime volte andavo in crisi – col tempo ho imparato che non è possibile accontentare tutti. Ci sarà sempre qualcuno che dopo tutto si annoia, o che decide che la tecnica non è la sua tazza di tè, o che non apprezza le vostre teorie… Di nuovo, questo gruppo sembrava intenzionato a farmi felice, e la scarsissima mortalità (al netto dell’influenza e degl’impegni di lavoro) si è manifestata solo all’ultima lezione. Però capita – e bisogna tenerne conto. Una cosa che si può fare è interrogare i superstiti attorno a metà corso – sentire impressioni, mugugni e desiderata. Non per questo si cambia la natura del corso, ma è sempre possibile correggere il tiro.

IV. I compiti a casa sono di quelle cose. Prima di tutto, evviva la posta elettronica, che semplifica indicibilmente la vita. In genere se ne preoccupa un numero limitato di partecipanti. Il resto si divide tra quelli che fanno gli esercizi ma non ve li mandano per un motivo o per l’altro, e quelli che proprio non ci provano nemmeno. Tra i diligenti, poi, ci sono inevitabilmente quelli che fraintendono l’esercizio. Per quanto crediate di esservi espressi chiaramente, rassegnatevi: succederà. Un po’ – specialmente all’inizio – perché non sono abituati a pensare alla scrittura nei termini tecnici che voi intendete. Un po’ perché qualcuno è talmente ansioso di impressionarvi con il racconto/romanzo/poema in pentametri trocaici che ha nel cassetto, che ve ne contrabbanderà  una fetta – qualche volta tout court, qualche volta fingendo che sia l’esercizio. Aggiungere “Non Speditemi Cose Che Avete Già Scritto – Svolgete L’Esercizio” può funzionare oppure no. Così come porre dei limiti, come un massimo di parole per esercizio, o un giorno entro cui spedirvi i lavori… Potete provarci – ma spesso vi ritroverete più che altro una fenomenologia dell’interpretazione elastica…

V. Alla fin fine, un sacco di buone domande, settimana dopo settimana, è quello che rende davvero felici. Non volete davvero una platea zitta e prigioniera – non siete a teatro. Quando cominciano a volerne sapere di più, a cercare approfondimenti, a chiedere titoli, a discutere sul serio, a trarre conclusioni (che non sono necessariamente le vostre), allora significa che il corso sta funzionando.

E lo ripeto un’ultima volta e poi chiudo: o Portesi, mi avete resa davvero felice sotto tutti gli aspetti – e con un’abbondanza di domande. Se tutto va bene, ci vediamo a primavera.

 

C’era Una Volta, Tra Neanche Troppo Tempo…

E poi magari sembrerà che copi i post altrui, ma che posso fare?

Era un po’ che volevo raccontarvi del mio MOOC.

the future of storytelling, MOOC, university of applied sciences PotsdamUn MOOC è – come ho scoperto di recente – un Massive Open Online Course. C’è questa piattaforma che si chiama Iversity, ci sono corsi tenuti via video, e c’è la Fachhoch Schule di Potsdam, con il suo MOOC chiamato The Future of Storytelling.

Mi ci sono iscritta perché mi pareva bello trovarmi un altro impegno in più, ma soprattutto perché la faccenda m’interessa. È tutta la storia che le innovazioni tecnologiche influiscono sul modo in cui si raccontano le storie. In principio fu un gruppo di persone attorno a un fuoco, e le pitture murali, e il passaggio dalla tradizione orale alla scrittura, e la stampa, e il cinema, e la televisione…

Sì, la sto prendendo balzellon balzelloni, ma avete capito che cosa intendo: ogni stadio della storia della comunicazione umana ha modificato profondamente la maniera di raccontare. E adesso ci sono nuovi mezzi dalle potenzialità enormi e – forse – idee non troppo chiare su come questo possa cambiare le modalità della narrazione.

Probabilmente è tutto a posto, sapete: dubito che tutti i successivi cambiamenti siano stati vissuti con  troppa consapevolezza. C’erano nuove possiblità, qualcuno le sperimentava, qualcuno le rifiutava, ci si accapigliava e si facevano tentativi, e poi, col tempo e con la paglia…

Ma il fatto è che adesso il tempo è più scarso della paglia, le innovazioni si susseguono a notevole velocità, e con le innovazioni i cambiamenti – possibili ed effettivi. Quindi magari farsi un’idea non è male. the future of storytelling, MOOC, university of applied sciences Potsdam

E allora, ecco il MOOC. Siamo alla terza settimana, siamo in settantacinquemila, sparsi per tutto il mondo, e l’esperienza è interessante. Ci sono le lezioni in video, che esplorano l’evoluzione delle forme narrative in pratica, quello che ha funzionato, quello che sta succedendo e anche quelle che sembravano ottime idee e poi si sono afflosciate. C’è un’abbondanza di materiale collaterale per approfondire o chiarire. Ci sono i forum per le discussioni – che per ora non sono terribilmente maneggevoli, ma sembrano essere in via di miglioramento. C’è l’equivalente di una volta e mezzo la popolazione di Mantova in compagni di classe provenienti dalle esperienze più diverse, con cui discutere a piacimento. E ci sono i compiti a casa, creative tasks di varia natura.

Quello della settimana passata consisteva nel costruire un personaggio – e fin qui nulla di particolarmente originale – e poi creargli una vita online. Un blog, un profilo su FaceBook o su Twitter, un account su YouTube… non c’erano limiti alle possibilità. E poi l’idea era che questi personaggi interagissero tra loro.

Devo confessare di avere nutrito qualche perplessità. Sia chiaro: è stato divertente creare Emma e il suo piccolo blog*, ma non avevo tempo per far nulla di più elaborato, né per interagire troppo con gli altri studenti. A dire il vero, credevo che Emma  sarebbe rimasta lì, sola soletta, a raccontarsi le cose da sé**

E invece ieri mattina è successo: una sconosciuta MOOCer ha contattato Emma per chiederle notizie di una conoscenza comune, ed è saltato fuori che di conoscenze in comune potrebbe essercene un’altra, e… capite? Né Emma né la sconosciuta né le due conoscenze comuni esistono minimamente: sono tutti personaggi, creati da persone diverse, che si incontrano in modo ben poco programmato, e iniziano una storia. Che è parte di una storia più articolata, che una piccola popolazione sta scrivendo.

Bello, vero? E diverso. E promettente, non tanto per questa storia – che è del tutto accidentale – quanto come dimostrazione di quel che si può fare. Di come si può raccontare.

Vi farò sapere come prosegue.

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* Il fatto che, nei suoi tre giorni di vita, Emma abbia scoperto un paio di cose che a me erano sfuggite per anni, è… vagamente allarmante? Ok, le ho scoperte io mentre mettevo in piedi il blog di Emma – ma resta il fatto che le ho scoperte dopo avere assunto il punto di vista di Emma. Magari una volta o l’altra parleremo di personaggi che assumono una vita propria.

** No, non del tutto. Per varie ragioni, troppo lunghe da spiegare in dettaglio qui e adesso, Emma non è sola soletta e ha qualche genere di futuro narrativo – ma non volevo annacquare il paragrafo.

La Scrittura Secondo Steinbeck

john steinbeck, the cup of gold, la santa rossa, consigli di scritturaE magari ve l’ho già detto, e non mi aspetto che sia del tutto sano, ma per me John Steinbeck è principalmente l’uomo de La Coppa d’Oro – o La Santa Rossa, che dir si voglia – romanzo storico singolarissimo, forse anche più singolare per storico.

Sono certa che la maggior parte dei lettori lo apprezza di più per altri titoli, come Furore, Uomini e Topi, la Valle dell’Eden… Che volete che vi dica? Mi rendo perfettamente conto che The Cup of Gold è lavoro da apprendista, con un sacco di orli un po’ ruvidi – ma la storia di Morgan, raccontata attraverso le bugie sempre più intricate e al tempo stesso sempre più trasparenti del protagonista, non finisce mai di incantarmi – e un giorno magari l’adatterò per il teatro.

Ma non è di questo che volevo parlare, bensì dell’intervista che Steinbeck rilasciò a The Paris Review nel 1975, e da cui sono tratti questi sei… consigli in fatto di scrittura, che adesso vi traduco – con chiose.

I. Abbandona l’idea di finire. Dimenticati delle quattrocento pagine e scrivi solo una pagina al giorno. È d’aiuto, e quando poi finisci è sempre una  sorpresa. 

(Il che non significa divagare come se non ci fosse un domani e ignorare la struttura narrativa dell’insieme, ma rifiutare di lasciarsi intimidire dalle dimensioni della vasta faccenda in cui ci si è imbarcati – e procedere un passo per volta.)

II. Scrivi con scioltezza e più rapidamente che puoi, e metti tutta la storia sulla carta. Mai correggere o riscrivere finché non è tutto sulla carta. Riscrivere a lavoro in corso, di solito, è solo una scusa per non andare avanti. E poi interferisce con quel flusso e quel ritmo che vengono solo da una specie di immedesimazione inconscia con quello che si sta scrivendo.

(Editare mentre si scrive è una delle principali cause di mortalità – e lo sappiamo. Poi l’immedesimazione inconscia è qualcosa che si può trovare più o meno desiderabile, più o meno allarmante, ma di sicuro flusso e ritmo soffrono sanguinosamente ogni volta che ci si ferma a decidere se le ciliegie ricamate sulla tovaglia della domenica siano rosse, scarlatte, vermiglie o che altro…)

III. Dimenticati il pubblico generale. In primo luogo, l’idea di un pubblico senza nome e senza faccia è terrificante – e poi non esiste nemmeno. A differenza del teatro, il pubblico di un libro è il singolo lettore. Trovo che qualche volta sia d’aiuto scegliere una singola persona – qualcuno che si conosce o una persona immaginaria – e scrivere per quella.

(Anche voi avete avuto una piccola epifania in proposito? Ok, ultimamente scrivo per lo più teatro – per il terrificante pubblico senza faccia e senza nome – e comunque è possibile che la socializzazione della lettura abbia cambiato un nonnulla la natura individuale del rapporto con il lettore tra il 1975 e oggi, ma l’idea di scrivere per un lettore singolo, di raccontare a un lettore singolo, mi piace molto. Figurarsi poi il concetto del lettore immaginario… Magari ne riparleremo.)

IV. Se con una scena o una sezione proprio non ce la fai, e però ti pare proprio di volerla, giraci attorno e vai avanti. Quando avrai finito, ci ritornerai – e forse allora scoprirai che se ti dava dei problemi è perché non doveva esserci affatto. 

(Perché, ricordiamoci, la prima stesura è una prima stesura, e ci sono problemi la cui soluzione si trova solo a storia ultimata.)

V. Attento alle scene a cui ti affezioni troppo, magari più che a tutto il resto. Di solito salta fuori che sono fuori sesto.

(Dopo sembro cinica, ma la faccenda è che… (roll of drums) il coinvolgimento emotivo non è neccessariamente una buona cosa…)

VI. Quando usi dialoghi, ripetili ad alta voce mentre li scrivi. È l’unico modo per farli suonare verosimili.

(Vale – inestimabilmente – anche per il teatro. E in realtà forse non vale solo per i dialoghi, but still. Poi trovo che un buon metodo alternativo sia quello di immaginarli pronunciati da qualcuno di specifico, con voce, cadenza, ritmo, vezzi… Ci s’immagina una faccia per i personaggi, giusto? E allora perché non anche una voce?)

E direi che per uno che una dozzina d’anni prima aveva dichiarato di non nutrire una gran fede in consigli, ricette o dritte da passarsi tra scrittori, il buon John dava suggerimenti tra l’ottimo e il folgorante – e tutti molto pratici e praticabili.   

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