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Istruzioni Dal Passato

time-capsule-ideas-for-allÈ incorniciato – in senso stretto, con una graziosa cornice Anni Dieci, un dorso di cartone spesso fermato con i chiodini e un vetro vero e proprio. È chiaro che l’arnese, prima conteneva qualcosa d’altro. Una fotografia, direi.

Era scivolato dietro una fila di libri di consultazione in uno scaffale di testa della mia libreria. Da quanto tempo sia lì, non lo so davvero. Meno di otto anni, direi, perché sono otto anni che ho preso possesso di questo angolo dello studio con il mio computer, le mie lavagne di sughero, le mie cronologie, i dizionari e gli atlanti storici, il mio leggio e i miei portamatite.*

È stampato a caratteri piccoli, in un font vagamente edoardiano, su una carta dall’aria vecchiotta – anche se le imperfezioni del vetro senz’altro la fanno sembrare ancora più vetusta.  L’ho stampato e incorniciato io. Otto anni fa? Prima? Non ne ho la più pallida idea.

È un elenco di nove… chiamiamoli buoni principi di scrittura.

Sono in Inglese. Non ricordo dove li ho trovati, né se vengano tutti dalla stessa fonte o se li abbia raccolti qua e là, un poco per volta. Di sicuro un certo numero di anni fa mi è parso bello stamparli, incorniciarli e metterli bene in vista – almeno nelle intenzioni, visto com’è andata in realtà. Eccoli qui:

1. Ogni cosa dovrebbe svolgere più di una funzione.

2. Il finale dovrebbe essere presente nell’inizio, e l’inizio nel finale.

3. Qualche volta meno vale di più. qualche volta invece ci vuole proprio di più. È capire che cosa serve quando, che è complicato. E allo stesso modo…

4. Talvolta è necessario assassinare i propri prediletti, e talvolta è necessario assassinare tutto il resto. Anche se questo significa riscrivere tutta la dannata storia.

5. Non c’è una regola numero cinque. In realtà, non ci sono regole affatto.

6. Meno consapevolezza di sé ha un personaggio, più diventa facile da scrivere.

7. Il ritmo e il passo sono importanti quanto la semantica delle singole parole.

8. Infila tutto quel che puoi nel dialogo.

9. E piantala di taggare ogni singola dannata battuta di dialogo!

Ritrovamento bizzarro. Una specie di capsula del tempo, una lettera un tantino perentoria da parte di una Clarina di Otto Anni Fa, che ancora non aveva ricominciato a scrivere teatro, che evidentemente cominciava a scrivere in Inglese…

Be’, o Clarina Di Otto Anni Fa, che posso dire? I numeri 1, 2 e 4 ho imparato a metterli in pratica con ragionevole sicurezza, credo. Sul 3… be’, sul numero 3 sto ancora lavorando. Il n° 5… non dobbiamo commentarlo davvero, giusto? Del n° 6 confesso che non so troppo bene che cosa fare. Lo so, grazie. Adessi mi sembra più lapalissiano di quanto, evidentemente, mi sembrasse otto anni fa. E adesso che lo so? Sul n° 7 ho avuto una folgorazione un paio di anni fa, e adesso sono molto felice in proposito**. Per il n° 8, tornare a scrivere teatro è stato infinitamente istruttivo. E per il n° 9… ci sono giorni peggiori e giorni migliori, ma ho fatto notevoli progressi.

Progressi, già. È bello vedere che le cose sono cambiate. Che ho imparato qualcosa in questi ultimi otto anni. Ed è interessante vedere che cosa mi preoccupava otto anni fa, writing-wise. Tanto che sono tentata di rifarlo – ma questa volta deliberatamente. Potrei fare una lista di… principi? Obiettivi? Intenzioni? Desiderata? Poi chiudere la lista in una busta, indirizzarla a me stessa – tra otto anni. E vedere che cosa sarà cambiato per allora. Che cosa avrò imparato e che cosa richiederà altro lavoro. E se penserò ancora che le mie preoccupazioni attuali valgano la pena di preoccuparcisi e lavorarci sopra. Supponendo che tra otto anni sia ancora qui, a scrivere…

Fanciful? Può darsi, ma guardate come ha funzionato benino la prima volta – e non l’avevo nemmeno fatto apposta… Ne riparliamo nel 2022, volete?

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* Oh – e il temperamatite rosso a manovella. Non scordiamoci del temperamatite.

** Soprattutto in Inglese – ma questo è un altro discorso.

Elogio Dell’Espressiva Imperfezione

Questo post, a suo tempo, prendeva le mosse da un sacco di cose: parte di un articolo di Massimo Firpo sull’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore, una chiacchierata in proposito con G.S., una vecchia discussione con A., uno sconsolato commento dell’ex-Renzo e, per finire, uno scambio di vedute sulle scelte metriche in un paio di edizioni recenti del Boiardo.

Ingredienti eterogenei, ma vediamo un po’.

Con G.S. si parla spesso di lingue e linguaggi, perché l’argomento piace a entrambi, e così si commentava l’articolo di Firpo che (in risposta a un altro articolo di Sergio Luzzatto), tra l’altro distingueva fra la necessità di un Italiano accademico/scientifico più chiaro e la colpevole esterofilia congiuntivicida; tra la deliberata (e colpevole) nebbia verbale e l’eleganza della consecutio temporum.

Credo che l’ex-Renzo simpatizzasse con Firpo, mentre badava al laureando che, nella sua tesi, usava sistematicamente “è risultato essere” al posto del buon vecchio e semplice “è”… E ho ancora vivido in mente il ricordo del tutor gallese che mi dice come gli studenti italiani battano tutti nel farcire le tesine di costruzioni convolute ed espressioni idiomatiche inutili per raggiungere il wordcount prescritto.

Tuttavia, sospirava G.S., citando Firpo, “sarebbe stato meglio se non avessi detto” non è tanto più bello di “era meglio se non dicevi”?

Temo di avere risposto “secondo le circostanze,” cominciando col distinguere non solo tra lingua parlata e lingua scritta, ma anche tra lingua scritta accademica (nella quale corretezza grammaticale e chiarezza dovrebbero essere priorità gemelle) e lingua scritta narrativa, che sullo stesso gradino della chiarezza mette l’efficacia espressiva. E questo mi ha riportato in mente una discussione vecchia di lustri, in cui A. sosteneva una versione estrema del sospiro qui sopra: “era meglio se non dicevi” è un crimine linguistico che andrebbe punito con impiccagione, annegamento e squartamento. La faccenda era resa ancor più drastica dal fatto che ero stata io a usare un certo numero di orrori del genere in un dialogo all’interno di un romanzo. A. era un purista molto tosto, e disapprovava con foga, incurante del fatto che la mia intenzione fosse quella di riprodure la lingua parlata di un gruppo di contadini vandeani.

“Neanche il parlato dovrebbe essere così,” tuonava A. back in the day, e anche lui aveva in mente l’eleganza della consecutio temporum.

Ma il fatto è che la lingua si evolve continuamente, che la lingua parlata si evolve più in fretta di quella scritta, che la tendenza è verso la semplificazione, che esistono arnesi come i registri linguistici, e che i registri bassi e informali semplificano più degli altri.

Nessuno tiene il discorso sullo stato della nazione nello stesso registro che impiega durante una partita a briscola* – per fortuna. E quando si scrive narrativa, la diversificazione dei registri, delle inflessioni e degli accenti è un mezzo espressivo potente. Queste variazioni servono a rendere il tono alla narrazione, a caratterizzare la voce narrante e i singoli personaggi nel dialogo, a ricreare un luogo o un’epoca, a sfondare la quarta parete, a richiamare una fonte, una convenzione o un genere… e mi viene in mente almeno un caso in cui costituisce il meccanismo della trama – Pygmalion, di G.B. Shaw, incentrato sulla trasformazione fonetica, grammaticale e sintattica di Eliza da fioraia Cockney a plausibile principessa morganatica.

Mi viene in mente anche Stevenson, che creò scalpore dando a Kidnapped un protagonista narrante che parlava Scots English invece dell’Inglese standard. La sua deliberata infrazione a una regola non scritta delle convenzioni letterarie e a un certo numero di regole grammaticali, sintattiche e fonetiche, costituì una svolta epocale rispetto a molti secoli di tradizione che confinavano l’uso letterario delle imperfezioni linguistiche a personaggi minori – spesso con funzioni di comic relief – e aprì molte strade espressive**, alcune delle quali ancora adesso non piacciono troppo agl’irriducibili del Regsitro Unico.

O lei, Barbuto Spettatore che, dopo una rappresentazione di Bibi E Il Re Degli Elefanti, cercò l’autrice e, avendola trovata, la invitò in tutta serietà a stare più attenta ai suoi congiuntivi***, mi creda: l’avevo fatto apposta. La mia esperienza di bambine di otto anni può essere limitata, ma credevo e credo ancora che una di loro, sul punto di piangere e frenetica nel tentativo di non lasciar andare il suo elefante immaginario, non si preoccupi molto della consecutio. Credevo e credo ancora che la bimba dica “Hai detto che non mi lasciavi sola,” e non “hai detto che non mi avresti lasciata sola.”

Col che non voglio dire che la sciatteria linguistica sia una bella cosa, naturalmente – cosa di cui pure mi accusò il Barbuto Spettatore, e per questo sento l’ansia di precisarlo: si spera sempre che sia possibile distinguere tra l’uso approssimativo dell’idioma e l’imperfezione deliberata.

L’imperfezione deliberata è espressiva, è significativa, serve a qualcosa, sta bene dov’è, perché c’è stata messa con uno scopo. Anche se sembra che a volte, quando passano i secoli, non sia più ben chiaro quale fosse questo scopo. E sto pensando a un’imperfezione metrica in particolare, certi endecasillabi dubbi nell’Orlando Innamorato che, a quanto pare, endecasillabi non sono. Qualche anno fa Cristina sentii Montagnani, dell’Università di Ferrara, proporre una soluzione che trovo ancora affascinantissima: con la “sillaba vuota” infilata qua e là per il poema, Boiardo avrebbe voluto richiamare la tradizione canterina, ovvero quei Libri di Battaglia – diciamo una versione pop dei romanzi cavallereschi – che del poema costituivano in parte i precedenti. Nei versi di questi poemi era comune la presenza di sillabe vuote che, come ancora fanno i pupari siciliani, i narratori riempivano battendo le mani o il piede, in una specie di accento non verbale.

A quanto pare, quando lo suggerì nella sua edizione critica nel 1999, la Montagnani fu metaforicamente lapidata da un buon numero di italianisti, che giudicarono l’idea dissennata. Che devo dire? A me piace immaginare un poeta quattrocentesco occupato a lardellare i suoi versi d’imperfezioni metriche nella metaletteraria intenzione di strizzare l’occhio a un genere minore, proponendo la versione colta della versione popolare dei poemi cavallereschi.

Perché la sillaba vuota non può essere ur-metaletteratura? Basterebbe a canonizzare San Matteo Maria Boiardo come patrono degl’infrangitori volontari di regole a fini espressivi.

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* Anche se mi si narra di un anziano avvocato che, in un momento di selvaggio abbandono in una tribuna di stadio, si unì ai tifosi che insultavano cordialmente un attaccante e gridò “Ma perdio, gliela passi, quella palla!” E d’altronde, un’anziana suora del mio collegio universitario, quando perdeva veramente le staffe, ululava “Furore tremendo!” come l’eroina di una tragedia greca…

** A dire il vero, aprì anche la strada a una quantità di irritanti eccessi: non vi mette una certa furia penare su pagine intere di trascrizione fonetica di chissà quale dialetto? Non che sia colpa di Stevenson…

*** Giuro: “Sa, il testo potrebbe essere anche carino, ma non ci s’improvvisa scrittori. Se non ci riesce da sola, può farsi aiutare da qualcuno che le controlli i testi, prima di darli a una compagnia.” Giuro.

Ott 15, 2014 - Vitarelle e Rotelle    4 Comments

Quasi Come Scrivere

DuelRRThen a cry rang out, clear and merry with the fierce hope of triumph:

“Nearly! Nearly!”

She knew the voice for Rupert of Hentzau’s, and it was the King who answered calmly:

“Nearly isn’t quite.”

(Anthony Hope, Rupert of Hentzau)

E ciò che vale nei duelli all’arma bianca, vale anche per la scrittura, trovo: “quasi” non basta. Negli anni ho sviluppato un’allergia violenta nei confronti del Quasi.

Un allievo di recente mi ha detto che gli ho trasmesso un tale terrore nei confronti della povera paroletta, che non riesce a usarla in conversazione senza mordersi la lingua… Il che va a mostrare come sia facile sbagliarsi, o ingenuo allievo. Perché Quasi non è una povera paroletta – è qualcosa di tanto subdolo quanto malvagio.

Giratela come volete, ma non c’è niente da fare: dire che qualcosa è “quasi” come qualcos’altro non è una sfumatura, è solo impreciso e sfocato. Se voglio proprio usare una figura retorica, dopo essermi accertata che non sia troppo logora, farò bene ad andare fino in fondo – senza annacquarne l’effetto con dei “quasi”, delle “specie di”, degli “un po’ come”…

Di fronte a questi metodi, nella migliore delle ipotesi il lettore ne riporterà un’impressione meno vivida di quanto potrebbe; nella peggiore, si domanderà perché diamine Piotr Ilic senta “quasi una trafittura/come una trafittura/una specie di trafittura”: che cosa sente in realtà? L’autore non lo sa? O non si è disturbato a cercare qualcosa di più calzante? O sta cercando di essere vago apposta? O crede che io non abbia abbastanza neuroni e consapevolezza linguistica per capire che la trafittura è metaforica? E mentre si fa tutte queste domande, mentre è tentato di irritarsi – ecco che è già uscito dalla storia.

E noi non vogliamo che esca dalla storia, giusto?

Considerando che il mestiere dello scrittore consiste per metà nel tenere il lettore catturato a colpi di efficacia e vividezza, si vede come “quasi” e compagnia siano una forma sottile di suicidio autoriale.

E sì: sappiamo tutti benissimo che in realtà Piotr Ilic non sente nessunissima trafittura fisica, che è solo un uso metaforico per spiegare l’effetto della risposta sprezzante di Nastja Petrovna, ma perbacco, lo sa anche il lettore! Lasciamo che Piotr senta la sua trafittura, e l’immagine sarà più appuntita. E il lettore si morderà il labbro inferiore in simpatia, invece di farsi domande inopportune.

Perché noi siamo gente pessima, siamo manipolatori, siamo metatorturatori: al lettore non vogliamo descrivere il funzionamento di un oggetto acuminato – vogliamo proprio pungerlo. E lo vuoi anche lui, sapete? Otherwise, perché diamine leggerebbe narrativa?

Ago 29, 2014 - Vitarelle e Rotelle    4 Comments

Compagnia Di Repertorio

Che sembra – ma non è – un altro post sul teatro. Almeno non del tutto. In realtà parliamo di scrittura in generale, e cominciamo con Gore Vidal. Gore Vidal diceva che…

“Ogni scrittore nasce con una compagnia di repertorio in mente. Shakespeare ne ha una ventina, Tennessee Williams più o meno cinque, e Samuel Becket uno – e un possibile clone di quell’uno. […] L’abilità nell’assegnare i ruoli è qualcosa che migliora con la maturità.”*

Immagine1Non so voi, ma personalmente la trovo un’idea meravigliosa – per le implicazioni teatrali (tutta la narrativa è teatro e lo scrittore diventa anche regista…) e per la faccenda in sé: non personaggi ricorrenti, badate, ma tipi di personaggi. Ruoli. Archetipi personali, se volete, che naturalmente dipendono dalle intenzioni, dai temi prediletti, dal gusto, dalla formazione, dalle paure, dai desideri e dalle ossessioni dell’autore – ma anche dal genere in cui scrive e dal contesto storico, letterario e culturale in cui legge, pensa, lavora.

Gente che ritorna.

La fanciulla preternaturalmente perfetta di Dickens, memoria della defunta cognata Mary Hograth, ripetut(issim)amente idealizzata nelle varie Nell, Rose, Emma, Florence, e con lei l’Orfanello/a, il Padre Inutile, il Giovane di Belle Speranze Intralciato dai Postumi di un’Infanzia Infelice, l’Amico Inaffidabile… Poi c’è l’ambizioso di umili origini, inarrestabile e amorale, di Marlowe, combinazione di autoritratto e wishful thinking. Il marinaio sradicato e inquieto di Conrad, sempre affiancato da una donna che cerca di ancorarlo a sé e da un amico-mentore-figura semipaterna.  Il byroniano bello, spregiudicato e tragico della giovane Charlotte Brontë, cui fanno da contrappunto da un lato il professore spigoloso e intelligente modellato sul suo amore impossibile, e dall’altro l’essenziale mascalzone che occupa sempre il centro nelle storie di suo fratello Branwell…

Col che non voglio dire che tutti costoro scrivano sempre la stessa storia o lo stesso personaggio – anzi. Guardate Tamerlano, Barabbas e Faustus: sono personaggi molto diversi tra loro, ma incarnano diversamente un certo tipo di preoccupazioni, una certa visione dell’umanità, un certo attrito con un ambito sociale e culturale. Una voce. E se cito Marlowe non è perché Marlowe sia una mia ossessione… Oh, d’accordo – anche per quello, ma il fatto è che Marlowe è perfetto per illustrare il tema, perché è meno condizionato di altri dalle convenzioni di genere, e perché i tre personaggi in questione furono interpretati per la prima volta dallo stesso attore – Edward Alleyn – in un elegante parallelismo tra metafora e realtà. 55105408

Il fatto che Shakespeare invece di questi “attori” ne abbia a decine, ce lo fa immaginare meno ossessionato da se stesso e dalla sua vita, più interessato di altri all’osservazione dell’umanità at large. Una compagnia talmente numerosa e variegata che l’autore sparisce e si confonde tra i suoi attori…

Così adesso ho deciso di mettermi a fare un piccolo inventario, e vedere chi ho nei camerini del mio teatro immaginario. Chi è che mando in scena e come. Magari ne parleremo. E intanto, ditemi, o Lettori: da chi è costituita la vostra compagnia di repertorio?

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* E a dire il vero mi è capitato d’incontrare anche un’altra versione, in cui gli “attori” di Shakespeare sono ben cinquanta, e ad averne uno solo è Hemingway… sospetto che sia inaccurata, ma la cito lo stesso, seppure in nota, perché mi piace la parte su Hemingway.

Di Portafogli Rubati E Amori Impossibili

paoloAllora, questo post è in primo luogo per L.- e lo inizierò raccontandovi che qualche mese fa – non il secolo scorso – a mia madre hanno scippato il portafogli in città. Il mattino successivo è stato ritrovato in un cestino dei rifiuti a due passi dal luogo del furto, vuoto di denari ma completo di documenti, fotografie e carta di credito. Fine della storia.

O almeno così credevo fino a ieri, quando F. mi ha raccontato la versione della faccenda che gira al villaggio: mia madre è stata scippata qui in paese, da persona conosciuta e notoriamente poco raccomandabile, e il portafogli è stato ritrovato al campo nomadi dai Carabinieri che hanno fatto una retata, e tra la refurtiva recuperata c’era anche il maltolto della madre della Clarina…

Bisogna ammettere che così è più pittoresca – ed è precisamente per questo che, di bocca in bocca, le tinte della faccenda si sono caricate. Ad ogni passaggio, qualcuno ha aggiunto qualcosa di suo, magari senza nemmeno rendersene conto, perché la storia, in qualche modo, non sembrava abbastanza… non so, narrabile?

È per questo che l’idea che Shakespeare sia stato soltanto il prestanome di qualcun altro attira molta più attenzione dell’ovvia, placida e piatta alternativa. Ed è per questo che in narrativa, all’opera, al cinema, a teatro e nei fotoromanzi gli amori sono sempre impossibili, per un motivo o per l’altro: altrimenti, che gusto c’è?

E non sempre è questione di Romeo e Giulietta. D’accordo, le famiglie nemiche sono un gran bel motivo per non doversi amare – e, di conseguenza, volerlo ancora di più, perché come Kit Marlowe fa dire al Duca di Guisa, non c’è niente che si voglia come quel che non si può avere… Ma di ostacoli più o meno insormontabili ce ne sono a bizzeffe. Per esempio un coniuge di mezzo, vedansi i casi Tristano e Isotta o Lancillotto e Ginevra, complicati oltretutto da questioni di lealtà nei confronti del marito di troppo. Il che, a mio timido avviso, dovrebbe valere anche per il povero Gianciotto e per il povero Renato del Ballo in Maschera, ma tutti hanno tanta simpatia per i fedifraghi Paolo e Francesca e Riccardo e Amelia… salim

Poi c’è la differenza sociale, più o meno pronunciata – e si va da Mr. Rochester e Jane Eyre, fino al caso estremo di Salim e Anarkali, in cui un principe imperiale smuove cielo e terra per sposare la sua bella popolana, e non ci riesce. Talvolta la differenza è solo apparente – come nella maggior parte delle favole, dove le pastorelle si rivelano principesse, e i soldatini figli di re. Oppure all’opera, dove Aida sarà anche momentaneamente schiava, ma è pur sempre principessa d’Etiopia – il che, a ben pensarci, in tutta probabilità la rende più nobile di Radames, ma di questo nessuno ha l’aria di preoccuparsi…

Occasionalmente ci si mettono di mezzo niente meno che la morte e/o gli dei, come per Orfeo ed Euridice, o Catherine e Heathcliff o, se proprio vogliamo, Ulisse e Penelope. A volte è un braccio di mare come per Ero e Leandro, o un leone, la mancanza di puntualità e una discreta dose di sfortuna – poveri (e scemi) Piramo e Tisbe…

E volendo si può considerare insormontabile anche il buon vecchio amore non corrisposto, come nella buona vecchia storia della Belle Dame Sans Merci, come il Roger Carbury di Throllope, o come Cyrano di Bergerac.

E quando di ostacoli davvero insormontabili non ce ne sono, qualcuno degli innamorati provvede a crearsene da solo. Come il giovane Werther, che avrebbe tutto il tempo di chiedere in sposa Lotte, e invece deve aspettare che sia fidanzata e poi sposata ad Albrecht per rendere tutti infelici. O Rossella O’Hara, che potrebbe proprio ricambiare Rhett Butler se non fosse troppo occupata a credersi innamorata di Ashley Wilkes e troppo orgogliosa e testarda. O come Mr. Darcy ed Elizabeth Bennet, intralciati da dosi massicce di orgoglio e pregiudizio (e cosa, sennò?) prima che da qualsiasi disparità sociale…

la-belleE d’altra parte, siamo onesti: se Lancillotto e Ginevra fossero leali a Re Artù, se Akbar Moghul facesse spallucce quando il figlio gli porta a casa la morosa senza sangue blu, se la lampada di Ero non si spegnesse, se Werther, Rossella, e Lizzie fossero ragionevoli, dove sarebbe il conflitto? Dove sarebbero gli ostacoli da superare o non superare? Dove sarebbero le storie? Perché una storia d’amore non contrastata, una felicità che non sia conquistata a caro prezzo o intravista e perduta, un portafogli scippato e ritrovato senza scosse vanno benissimo nella vita reale, thank you very much – ma in una storia, francamente, ce ne infischieremmo.

Lug 25, 2014 - teatro, Vitarelle e Rotelle    No Comments

Sulla Potatura Dei Sonetti

Poti i Sonetti? Come sarebbe che poti i Sonetti? E com’è un sonetto potato? Oh, aspetta – lo so: “Dovrò paragonarti a un giorno d’estate? No, e questo è tutto.”

No, d’accordo – siamo seri. Col che non voglio dire che la conversazione qui sopra non sia accaduta veramente – ma c’è di più. C’è il fatto che il mio adattamento teatrale dei Sonetti di Shakespeare andrà in scena. Una versione ridotta a novembre, e poi per intero più avanti.

Però serviva la versione ridotta.

Bonsai-Pruning_2E così mi sono messa al lavoro, partendo da quattordicimila parole e rotte, e arrivando a poco più di ottomila – quel che serve per una serata dei Lunedì del D’Arco. E devo dire che non solo non è stato né lungo né doloroso, ma al contrario, potare è sempre un mestiere molto, molto istruttivo.

Per cominciare, ho ridotto a quattro il numero dei personaggi in scena, eliminando tutti gli interventi della Folla in numerose capacità e una Contessa Madre. Quest’ultima è una cosa che mi sarebbe dispiaciuta da morire, se non sapessi che è solo questione di pazienza e di tempo. In realtà la Contessa ricomparirà, così come la folla, quando L’Uomo dei Sonetti andrà in scena per intero, il che ha tolto, lo ammetto, molto pathos ai tagli.

Ma non bastava, e così ho cominciato a snellire la linea narrativa, a sfrondare tutte quelle che erano deviazioni decorative, a tagliare qualche angolo, a eliminare un liuto. Questo ha richiesto un paio di aggiustamenti qua e là, la modifica di un certo numero di battute per mantenere logico il susseguirsi dei sonetti e del dialogo, e l’aggiunta di alcuni commenti da parte di Will, per riassumere e legare. Adesso suona un pochino di più come se Will stesse raccontando a qualcuno l’intera faccenda – e per gli scopi immediati va bene così.

Come sempre accade in queste circostanze, ho costatato che alcuni tagli donano all’insieme – al punto che li manterrò anche alla versione lunga. Passaggi ingombranti, divagazioncelle, arzigogoli senz’altro scopo che d’infilarci l’uno o l’altro sonetto… Aiuta molto il fatto di riprendere in mano il lavoro dopo mesi, con la relativa obiettività del tempo passato. C’è decisamente un motivo, se tutti consigliano di lasciar passare un serio intervallo tra una stesura e l’altra. E aiuta anche l’aver già accarezzato e annotato qualche ideuzza di taglio in precedenza.

Alla fin fine, nel giro di due giorni e mezzo, la potatura ha prodotto una versione breve e praticabile, e una manciata di buone idee destinate a migliorare considerevolmente la stesura definitiva, rendendola più asciutta ed efficace.

Sono tentata di trarne un’indicazione di metodo da applicarsi anche ad altri testi: rivedere tutto immaginando di dover ridurre il conto-parole di un terzo… poi naturalmente alla fine non deve essere così – ma la possibilità di fare scoperte interessanti è elevata. Ci proverò.

E intanto, a novembre, i Sonettini. Vi saprò dire.

 

A Volte È Troppo

Tardissimo – scusate.

Eccomi qui. In corsa. *Pants a little*

Allora, post.

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Tutt’altro che male…

C’è questo libro ambientato a Parigi. Leggerlo non è stata una mia idea: è arrivato con il pacco della HNR. Mezza spanna di hardback bello fitto, di un’autrice che non ero troppo sicura fosse nelle mie corde. E invece… sorpresa. Scrittura molto piacevole, ambientazione men che consueta, ottimi personaggi, atmosfera amarognola, bei temi, trama interessante che procede per rivelazione progressiva di segreti su segreti. Tutt’altro che male.

Molto presto nella storia si capisce che c’è un’agnizione all’orizzonte. Ah well, ci sta. L’autrice l’ha preparata bene, e s’incastra alla perfezione con tutto il resto. E se noi lettori sospettiamo che, quando scoppierà, la bomba debba travolgere l’ignara protagonista in modi sgradevoli, ben presto un’altra rivelazione arriva – seconda agnizioncella minore di segno opposto – a rimettere tutto a posto.

Be', dài, ci sta...

Be’, dài, ci sta…

E noi non possiamo nemmeno storcere troppo il naso, perché, di nuovo, è congegnata piuttosto bene e ci sta – narrativamente, storicamente e psicologicamente. E quindi? Tutto bene?

Tutto benone, finché – poco, pochissimo più tardi, non ci troviamo indotti a sospettare che il personaggio che non è chi credeva di essere  sia in realtà il figlio perduto del Mezzosoprano in Disarmo…

E, per quanto mi riguarda, questo è il punto in cui questa storia va a sbattere contro un baobab – e a farsi male non è l’albero.

Ecchediamine: tre agnizioni – non solo nello stesso libro, ma all’interno dello stesso gruppo famigliare (di due), e nel giro di poche settimane? Il fatto che ne avessi ingoiate due va a pieno credito dell’abilità dell’autrice – ma tre? A meno che l’autore non sia defunto da un centinaio d’anni o non si tratti di una parodia di genere, mi rifiuto di prendere sul serio una storia con tre agnizioni…

Doubtful-smiley-raised-eyebrow

Ok, Ms. B. – mi hai persa per strada…

Fosse dipeso da me, avrei abbandonato la lettura. Siccome era lavoro, sono andata avanti, con il sopracciglio levato e il sorrisetto cinico,  trovandoci molto meno gusto di quanto avrei potuto…

Fino a dieci pagine dalla fine, quando la terza agnizione si sgonfia, la prima recede in secondo piano, l’equilibrio della storia si raddrizza e tutto si annoda in un finale dolceamaro e soddisfacente.

Un finale che non avrei mai raggiunto, se non avessi dovuto recensire il libro per lavoro. Non l’avrei raggiunto perché quello che sembrava un abuso di cliché aveva fatto franare a valle la mia sospensione dell’incredulità prima di pagina centocinquanta. Per cui sì, il rovesciamento del cliché a pagina trecentoquaranta è un grazioso coniglio da tirar fuori dal cilindro – ma ne valeva davvero la pena?

Valeva la pena di farmi credere di leggere un libro ridicolmente sovraccarico per poi sorprendermi alla fine con l’equivalente narrativo di un “Ci avevi creduto, eh? Sciocchina…”

A meno che, in realtà, l’agnizione n° 1 non dovesse rimanere nascosta, e diventare palese soltanto dopo che la n° 3 era implosa? E magari l’ho notato troppo presto perché sono un’iperanalizzatrice troppo presa dai meccanismi per godersi il giocattolo?

Può darsi – e questo è il motivo per cui non vi dico di che libro si tratti – caso mai vi capitasse in mano, così com’è o quando e se verrà tradotto.

E tuttavia, non posso fare a meno di trovare una morale in tutto questo: a volte, voler essere troppo in gamba rischia di non pagare…

Sul Crinale Tra Due Lingue

LocVirgdArco12Quando ho letto questo post su Karavansara, mi sono ricordata della prima, infelicissima stesura di Di Uomini E Poeti.

Sapevo che genere di storia stavo scrivendo, sapevo dove volevo andare a parare, e avevo le idee chiare sul tipo di tono che mi serviva. Solo che non funzionava, non funzionava e non funzionava a nessun patto. La storia più o meno c’era, ma i dialoghi… oh, i dialoghi. Gonfi, rigidi, un tantino arcaici- e così maledettamente seri…

Li provavo ad alta voce, e mi veniva da piangere. Li immaginavo con le voci degli attori, ed era una cosa da sbattere la testa contro il muro.

Infelicità completa.

Anche perché non è come se, in teatro, i dialoghi fossero qualcosa su cui si può sorvolare. Eppure, lo ripeto: avevo perfettamente chiaro il tono che ci voleva – a mezza via tra Robert Bolt e George Bernard Shaw, quella specie di naturalezza amarognola, con le voci ben distinte e, qua e là un lampo di ironia…

E dunque immaginate la Clarina che fissa corrucciata lo schermo, si morde il labbro inferiore e comincia a pensare di avere commesso un errore maiuscolo nell’accettare questa commissione – finché…

Folgorazione!

“E se lo scrivessi in Inglese?”

E adesso figuratevi la Clarina che scrive indefessa e sollevata. Nel giro di un giorno e una notte, la prima stesura era finita – e funzionava molto, molto, molto meglio, e i dialoghi scorrevano, e le voci, e il tono, e tutto era come doveva essere.

Peccato che per metà fosse nella lingua sbagliata, e peccato ancor più maiuscolo che a funzionare fosse soltanto la metà scritta nella lingua sbagliata. Cominciava proprio a sembrare che la mia folgorazione non fosse stata poi delle più brillanti… Ma alla fin fine non c’era molto da fare, se non ricominciare daccapo e riscrivere anche la prima parte – in Inglese. Non tradurre, badate, ma riscrivere – col risultato di ritrovarsi con una stesura e mezza, tutta nella lingua sbagliata. E poi la traduzione, perché non incomprensibilmente committente e compagnia si aspettavano un atto unico in Italiano. E poi le stesure successive. E poi le prove, e poi il debutto, e poi la pubblicazione, e poi il resto più o meno lo sapete.

E però…

Nonostante tutto, il finale di questa storia non è, temo, terribilmente incoraggiante. Almeno da un punto di vista linguistico. Perché resta il fatto che la versione inglese continua a piacermi più di quella tradotta, e il tono che andava così bene in originale, nella traduzione ha perso smalto. I dialoghi son tornati a irrigidirsi un po’, l’ironia è evaporata un nonnulla… è come se non riuscissi a scrivere di Virgilio e di Eneide in Italiano senza ritrovarmi addosso una patina di arcaismo e seriosità.

Scrivere il play in Inglese è stato di qualche soddisfazione. Scriverlo in Inglese e poi tradurlo in Italiano è stato un esercizio un nonnulla frustrante e, in definitiva, di incompleta utilità. Certo, le cose sono migliorate attraverso i passaggi – ma non quanto avrei voluto, e comunque ho mandato in scena una traduzione.

Che devo dire? Da un lato, non è da oggi che voglio rimettere mano a Di Uomini E Poeti – e presto o tardi lo farò. Dall’altro, comincio a pensare che abitare writing-wise sul crinale tra due lingue non sia la più confortevole né la meno frustrante delle soluzioni.

 

 

 

 

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Apr 2, 2014 - Vitarelle e Rotelle    4 Comments

Finale Misto Assortito

wordsmithvSo che abbiamo già parlato abbondantemente di finali, del loro come e del loro perché, ma l’argomento è saltato fuori – with a vengeance – durante Gente Nei Guai II, e la faccenda è stata interessante.

Dato l’entusiasmo del gruppo per l’argomento, ho avviato un po’ di discussione in proposito, nella forma di questa domanda: che finali vi piace leggere, e che finali scrivete?

Si è rivelato uno di quei momenti-millepiedi, in cui s’inciampa in qualcosa che non si era mai consapevolmente considerato prima – riassunto nella risposta di B.:

Quando leggo esigo, proprio esigo il lieto fine, ma quando scrivo… er…

Dal fatto che B. avesse appena scritto un paio di storie dal finale estremamente truce, tutti abbiamo dedotto che le sue esigenze di lieto fine non si estendessero alla scrittura.

D’altra parte, questo è stato uno dei gruppi più sanguinari con cui mi sia capitato di scrivere, per cui non mi sono stupita di scoprire che diverse altre allieve condividevano l’idea di B. Magari non tutte esigevano il lieto fine nelle loro letture, ma condividevano la tendenza a scrivere finali men che gioiosi.

Quel che mi ha fatto levare un sopracciglio, semmai, è stata la motivazione ricorrente:

È che il lieto fine suona sempre… un po’ banale.

E prima che collassiate tutti in convulsi di risate, esclamando che sono allieve mie e le ho tirate su ciniche e narrativamente diabetiche, vi ricordo che sono adulte, e hanno avuto tutto il tempo di formarsi la loro personale intolleranza allo zucchero prima di cadere sotto la mia perniciosa influenza.

Se tutto ciò prova qualcosa, è che non sono un caso del tutto isolato… Oh, avanti – piantatela di sghignazzare.

Poi naturalmente abbiamo discusso di temi e messaggi e convinzioni personali e il modo in cui si traducono nella nostra scrittura e del non voler essere originali per amore dell’originalità*, e le posizioni si sono sfumate e diversificate, ma si direbbe che il dubbio sia rimasto – e di nuovo, a dar voce al dubbio è stata B.:

Come si fa a scrivere un lieto fine senza cadere nella banalità?

Ecco, la mia teoria in proposito è che, se proprio si vuole scrivere un lieto fine, lo si può temperare.

Antonio, Bassanio e Porzia finiscono in gloria, ma non possiamo fare a meno di dispiacerci per Shylock. Ned Kynaston torna ad essere la stella dei palcoscenici londinesi, ma tutte le sue certezze sono ancora in frantumi – e difficilmente le recupererà mai. Jane Eyre sposa Mr Rochester, ma lo sposa cieco e senzatetto. David Balfour recupera nome ed eredità, ma Alan resta un fuorilegge destinato all’esilio perpetuo per una causa persa. William Dobbin sposa finalmente Amelia – solo per rendersi conto di averla idealizzata oltre ogni ragionevolezza. Henry Morton sposa Edith, ma sotto l’ombra della morte di Lord Evandale. Jean Valjean muore sereno, benedicendo Cosette e Marius – ma nondimeno muore. Su Dickens non cominciamo nemmeno, perché come screzia i finali lui…

Ma il fatto è proprio questo: se proprio vogliamo la luce in fondo, luce sia – ma non soltanto. Un po’ d’ombra, please. Un prezzo da pagare per tutta questa felicità e questo zucchero. Un prezzo serio, che metta in rilievo il valore di questa felicità conquistata.

Sarà meno banale, B. Sarà anche più vero. Sarà soddisfacente da un punto di vista narrativo. E, pur essendo lieto, farà spargere qualche lacrimetta – o almeno qualche sospiro – al lettore, e questo non guasta mai.

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* O se volete, nel mio triste caso, per orrore della banalità

 

E Di Che Cosa Parla Il Tuo Libro?

Questo procede direttamente da ieri sera, dalla vivacissima quarta lezione di Gente nei Guai 2. Perché come dicevo alle mie deliziose ragazze…

Prima o poi ve lo chiedono, oh se ve lo chiedono.

Ve lo può chiedere l’amica di un amico a cui è stato detto che “scrivete”, oppure ve lo può chiedere il vicino di posto in aereo, vedendo che per tutto il tempo scribacchiate nel vostro taccuino. Oppure, ve lo chiede lo scrittore che tiene il seminario sulla caratterizzazione, o l’editor incontrato alla fiera del libro…

E allora voi annaspate, e cominciate a dire che sì, er… è unAnnibalea storia… in pratica, ecco, c’è Annibale Barca. Insomma, si può dire che sia una rinarrazione della II Guerra Punica vista… dunque, premessa: quando Annibale fugge da Cartagine… ah, perché stiamo parlando di dopo Zama, molto dopo Zama, e quindi… er… fugge da Cartagine e Antioco III gli offre asilo… Antioco III è il re seleucide di Siria, no?

E a questo punto vi siete già persi l’interlocutore per strada – lo capite dall’occhio vitreo e/o dal fatto che la domanda successiva è se pensate che quell’aperitivo verde al buffet sia analcolico.

D’altro canto, neanche rispondere laconicissimamente “Annibale Barca. II Guerra Punica,” è l’ideale per avvincere l’interesse del prossimo.

E allora?

Se lo chiedete a un Anglosassone, vi dirà che bisognerebbe saper riassumere il proprio libro in trenta parole – mantenendone il sugo e l’unicità distillati in una sola frase. Più facile a dirsi che a farsi, naturalmente. E però, prendendo il limite delle trenta parole per quello che è, resta l’incontrovertibile fatto che con una frase sola è difficile annoiare un interlocutore o perderlo. Senza parlare del fatto che una singola  frase compatta, vivida e brillante tende a colpire più di una conferenza estemporanea sugli equilibri politico-militari del Mediterraneo alessandrino.

Holly Lisle chiama questa sinossi iperconcentrata The Sentence, e fa notare anche un altro particolare non trascurabile: The Sentence è uno strumento promozionale perfetto, a cominciare dalla lettera accompagnatoria del manoscritto. Ed essendo Holly, offre anche una formula pratica per costruire The Sentence in tutti i suoi aspetti fondamentali:

Protagonista + Antagonista + Conflitto + Ambientazione + Tratto Singolare.

Tenete conto del fatto che l’Antagonista non deve necessariamente essere una specifica persona cattiva, che uno o più elementi (tranne il Protagonista) possono essere impliciti e che il Tratto Singolare è ciò che caratterizza la storia e la rende unica.little-red-riding-hood-tehrani-anthropology_73840_600x450

Una bambina disobbediente sfida le astuzie di un lupo malvagio per soccorrere la nonna all’altro capo della foresta.

Ecco che la mia ossessione per Cappuccetto Rosso torna a galla… Allora, la nostra Protagonista è la bambina disobbediente; l’Antagonista, va da sé, è il Lupo Malvagio e astuto; il Conflitto è così concepito: CR vuole arrivare dalla nonna e il Lupo vuole divorare entrambe; l’Ambientazione è la foresta; il Tratto Singolare è implicito nell’antagonista-animale parlante e nella disobbedienza della bambina: abbiamo a che fare con un exemplum fiabesco.

Una capricciosa bellezza del Sud mente, ruba, truffa e uccide in una disperata ricerca di felicità, amore e sicurezza nel turbine della Guerra di Secessione.

Via Col Vento non ha un antagonista umano: Rossella (Protagonista) lotta con le unghie e coi denti per salvare sé stessa, i suoi, il suo tenore di vita e la sua felicità (Conflitto) mentre tutto le crolla intorno a causa della guerra (Antagonista). L’Ambientazione è il Sud confederato, e il Tratto Singolare consiste nel fatto che Rossella non è una tenera eroina, ma una piccola belva spregiudicata, egoista e manipolatrice. Il suo fascino, la sua vulnerabilità e l’universalità delle sue esigenze drammatiche fanno sì che il lettore possa identificarsi in lei anche se non è particolarmente simpatica: chi non vuole felicità, amore e sicurezza?

Il vecchio esule Annibale Barca manipola un riluttante Re di Siria per spingerlo ad unirsi alla sua lunga guerra contro la potenza schiacciante della Roma repubblicana.

Dove si vede che la formula può essere adattata: i livelli sono due con alcuni elementi in comune: un Protagonista (Annibale) due Antagonisti (Re Antioco e Roma), due Conflitti (la manipolazione e la guerra), un’Ambientazione (il Mediterraneo del II Secolo a.C.) e un Tratto Singolare: la narrazione in III persona è la cornice e la chiave della narrazione in I persona di Annibale, così come il Conflitto B (Annibale/Roma) è la chiave del Conflitto A (Annibale/Antioco).

In generale, quando non si riesce ad individuare il Protagonista, l’Antagonista e il Conflitto di una storia è il caso di preoccuparsi almeno un pochino, ma ci sono libri che non si prestano a questo trattamento, semplicemente perché non sono concepiti per avere un protagonista, un antagonista e un conflitto. E’ il caso di molte opere metaletterarie, che decostruiscono deliberatamente gli schemi narrativi. Lasciatemi essere di nuovo autoreferenziale: ne Gl’Insorti di Strada Nuova, la storia risorgimentale di fondo ha sì tutti i suoi ammenicoli narratologici, ma non sono l’aspetto rilevante del libro. Potrei dire che:

PreBozzaNella Pavia del 1848 tre giovani universitari mettono in gioco le loro vite nello sfortunato moto di ribellione contro la dominazione asburgica,

ma sarei ben lontana dall’avere descritto il libro, il cui punto focale è la piccola folla di lettori… E allora, quando mi chiedono di che cosa parli Gl’Insorti ho imparato a rispondere qualcosa come:

I moti antiaustriaci nella Pavia del 1848 sono narrati obliquamente attraverso le reazioni di venti lettori alla lettura di altrettanti capitoli di un romanzo storico fittizio.

Qui probabilmente Holly Lisle (e con lei ogni singolo insegnante di scrittura creativa) mi bacchetterebbe per avere incentrato la mia Sentence su una forma verbale passiva… Oh, va bene, allora:

Venti lettori immaginari – ma tanto veri – leggono, immaginano, ricostruiscono, raccontano, adorano e detestano un romanzo storico fittizio, tragica storia di studenti ribelli ed oppressori austriaci nella Pavia risorgimentale.

E alla fin fine, guardate un po’, ci risiamo: c’è un Protagonista (gli studenti), c’è un Antagonista (gli austriaci), c’è un conflitto (oppressione & ribellione), c’è un’ambientazione (Pavia risorgimentale), e la mia struttura metanarrativa diventa il fondamentale, unico, irripetibile Tratto Singolare. Tra parentesi: 28 parole, somiglia al mio libro e c’è qualche seria possibilità che incuriosisca l’interlocutore.

Vale la pena di spenderci qualche pensiero prima della prossima volta in cui ve lo chiederanno: di che cosa parla il vostro libro?

 

 

 

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