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La Scrittura Secondo Steinbeck

john steinbeck, the cup of gold, la santa rossa, consigli di scritturaE magari ve l’ho già detto, e non mi aspetto che sia del tutto sano, ma per me John Steinbeck è principalmente l’uomo de La Coppa d’Oro – o La Santa Rossa, che dir si voglia – romanzo storico singolarissimo, forse anche più singolare per storico.

Sono certa che la maggior parte dei lettori lo apprezza di più per altri titoli, come Furore, Uomini e Topi, la Valle dell’Eden… Che volete che vi dica? Mi rendo perfettamente conto che The Cup of Gold è lavoro da apprendista, con un sacco di orli un po’ ruvidi – ma la storia di Morgan, raccontata attraverso le bugie sempre più intricate e al tempo stesso sempre più trasparenti del protagonista, non finisce mai di incantarmi – e un giorno magari l’adatterò per il teatro.

Ma non è di questo che volevo parlare, bensì dell’intervista che Steinbeck rilasciò a The Paris Review nel 1975, e da cui sono tratti questi sei… consigli in fatto di scrittura, che adesso vi traduco – con chiose.

I. Abbandona l’idea di finire. Dimenticati delle quattrocento pagine e scrivi solo una pagina al giorno. È d’aiuto, e quando poi finisci è sempre una  sorpresa. 

(Il che non significa divagare come se non ci fosse un domani e ignorare la struttura narrativa dell’insieme, ma rifiutare di lasciarsi intimidire dalle dimensioni della vasta faccenda in cui ci si è imbarcati – e procedere un passo per volta.)

II. Scrivi con scioltezza e più rapidamente che puoi, e metti tutta la storia sulla carta. Mai correggere o riscrivere finché non è tutto sulla carta. Riscrivere a lavoro in corso, di solito, è solo una scusa per non andare avanti. E poi interferisce con quel flusso e quel ritmo che vengono solo da una specie di immedesimazione inconscia con quello che si sta scrivendo.

(Editare mentre si scrive è una delle principali cause di mortalità – e lo sappiamo. Poi l’immedesimazione inconscia è qualcosa che si può trovare più o meno desiderabile, più o meno allarmante, ma di sicuro flusso e ritmo soffrono sanguinosamente ogni volta che ci si ferma a decidere se le ciliegie ricamate sulla tovaglia della domenica siano rosse, scarlatte, vermiglie o che altro…)

III. Dimenticati il pubblico generale. In primo luogo, l’idea di un pubblico senza nome e senza faccia è terrificante – e poi non esiste nemmeno. A differenza del teatro, il pubblico di un libro è il singolo lettore. Trovo che qualche volta sia d’aiuto scegliere una singola persona – qualcuno che si conosce o una persona immaginaria – e scrivere per quella.

(Anche voi avete avuto una piccola epifania in proposito? Ok, ultimamente scrivo per lo più teatro – per il terrificante pubblico senza faccia e senza nome – e comunque è possibile che la socializzazione della lettura abbia cambiato un nonnulla la natura individuale del rapporto con il lettore tra il 1975 e oggi, ma l’idea di scrivere per un lettore singolo, di raccontare a un lettore singolo, mi piace molto. Figurarsi poi il concetto del lettore immaginario… Magari ne riparleremo.)

IV. Se con una scena o una sezione proprio non ce la fai, e però ti pare proprio di volerla, giraci attorno e vai avanti. Quando avrai finito, ci ritornerai – e forse allora scoprirai che se ti dava dei problemi è perché non doveva esserci affatto. 

(Perché, ricordiamoci, la prima stesura è una prima stesura, e ci sono problemi la cui soluzione si trova solo a storia ultimata.)

V. Attento alle scene a cui ti affezioni troppo, magari più che a tutto il resto. Di solito salta fuori che sono fuori sesto.

(Dopo sembro cinica, ma la faccenda è che… (roll of drums) il coinvolgimento emotivo non è neccessariamente una buona cosa…)

VI. Quando usi dialoghi, ripetili ad alta voce mentre li scrivi. È l’unico modo per farli suonare verosimili.

(Vale – inestimabilmente – anche per il teatro. E in realtà forse non vale solo per i dialoghi, but still. Poi trovo che un buon metodo alternativo sia quello di immaginarli pronunciati da qualcuno di specifico, con voce, cadenza, ritmo, vezzi… Ci s’immagina una faccia per i personaggi, giusto? E allora perché non anche una voce?)

E direi che per uno che una dozzina d’anni prima aveva dichiarato di non nutrire una gran fede in consigli, ricette o dritte da passarsi tra scrittori, il buon John dava suggerimenti tra l’ottimo e il folgorante – e tutti molto pratici e praticabili.   

Scusatemi Se Da Sol Mi Presento

jeff vandermeer, prologhi, shakespeare, marlowe, shaw, dickens, manzoni,  Magari l’avrete letto in qualcuno di quegli articoli o post del genere “dieci cose che gli editor non sopportano”, o “dodici modi sicuri per farsi respingere un manoscritto”…

A suo tempo, credo di averne fatto uno anch’io, ma adesso non ho tempo di andarlo a cercare.

Anyway, se avete letto anche solo una lista del genere, odds are che ci abbiate trovato il Prologo.

E sapete che cosa vi dico, tanto da editor quanto da lettrice?

Che è proprio vero: di prologhi non se ne può più.

Che poi, sia chiaro, il Prologo in sé non ha nulla di male. Espediente narrativo mutuato dal teatro*, in base al quale un piccolo non-capitolo introduce atmosfera, precedenti, informazioni che verranno buone poi, chiarimenti dell’autore, esche… cose così.

E mi viene subito in mente una manciatina di prologhi teatrali che adoro –  lo shakespeariano O for a muse of fire dell’Enrico V, oppure l’orgogliosa rivendicazione del Tamerlano senza burle di Marlowe, o le  meditazioni di Shaw in fatto di storia prima di Cesare e Cleopatra…

Quanto a prologhi narrativi… scommetto che non vi stupirete se cito Dickens: it was the best of times, it was the worst of times… E lo scartafaccio secentesco dei Promessi Sposi. O la brevissima, folgorande invocazione agli spiriti che apre Entered from the sun. E, a dire il vero, poco di più.

Perché il fatto è che non è comunissimo trovare un prologo che faccia quel che deve fare: afferrare il lettore per la collottola e trascinarlo dentro la storia – possibilmente con una manciata di domande in tasca. E ciò benché i prologhi siano tornati di gran moda, soprattutto nelle storie di genere.

Non avete idea di quanti prologhi mi siano capitati fra le mani, con una protagonista narratrice che, mentre scappa o si nasconde, ritenendosi in punto di morte, comincia a ripensare a come è arrivata fin lì… Effetto Twilight, naturalmente – e sembra difficile convincere gli (o più spesso le) aspiranti che, qualsiasi cosa si pensi dei vampiri luccicanti, la cosa è già stata fatta, ripetutamente. E quindi adesso, quando vedo un prologo del genere, non sono più catturata, non mi domando che cosa ne sarà della nostra eroina, come ha fatto a trovarsi lì, chi la sta inseguendo… mi limito a levare gli occhi al cielo.

E lo stesso vale per i prologhi incomprensibili e/o aulicissimi, e magari drasticamente diversi dal primo capitolo. E tanto più se poi (e capita, oh se capita) la rilevanza del prologo rispetto alla storia si rivela labile o nulla…

Ho detto che voglio esserci trascinata, nella storia – ma con la forza, non con l’inganno.

E quindi? E quindi un tempo avevo fede nel prologo, e adesso non l’ho più. E quindi, quando sono tentata di iniziare una storia con un prologo, ci penso su due volte. E in genere decido che il prologo in realtà può benissimo diventare un primo capitolo. O, in alternativa, può essere capitozzato senza remore.

Ma se proprio non potessi farne a meno? Se avessi un antefatto che succede troppo tempo prima rispetto all’inizio della storia vera e propria? Se non povressi far funzionare la storia senza stabilire una premessa, seminare un indizio, preparare una sorpresa? Be’, allora credo che terrei presente la rana pescatrice dell’illustrazione lì in cima** (che, tra parentesi, è di Jeremy Zerfoss e viene da Wonderbook: The Illustrated Guide to Creating Imaginative Fiction di Jeff VaderMeer), e baderei bene a concepirlo come un’esca, il prologo: appetitoso, luminescente e irresistibile – proprio davanti alle fauci spalancate della mia storia.

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* E se andate a vedere il dizionario Treccani, difatti, ci trovate solo definizioni di ordine teatrale o figurato – ma nulla di narrativo, se non a margine della sezione “estens. non com.” del lemma.

** Cliccate (orrida parola) per vedere il pescione in tutto il suo istruttivo splendore.

Ott 11, 2013 - teatro, Vitarelle e Rotelle    3 Comments

L’Età Dei Titoli

bibi e il re degli elefanti,titoli,accademia teatrale campogallianiDomenica scorsa Bibi ha avuto successo.

Gli interpreti sono sempre più bravi e più intensi ogni volta che li vedo, il teatro era pieno nonostante piovessero cani e gatti, un sacco di gente si è commossa e tutto è andato molto bene.

Ma…

“Cambia il titolo,” mi ha detto Capitan Grace, la regista. “Cambia titolo, perché così com’è penalizza lo spettacolo.”

E sapete una cosa? Capitan Grace ha ragione.

Bibi & il Re degli Elefanti

È un titolo da fiaba.

Un titolo da bambini.

E Bibi, ne abbiamo già parlato, è una storia di bambini e ha una seria componente fiabesca, ma non è una storia per bambini. Non solo per bambini.

Mi si dice che è difficile da collocare, mi si fanno paragoni lusinghierissimi, non passa replica senza che qualcuno arrivi a proporre di farla girare per i reparti di pediatria – ad uso dei genitori e del personale, non meno che dei pazienti*…

Però.

Però c’è un sacco di gente che guarda la locandina, storce il naso e commenta che ah, ma è una cosa da bambini. E questo restringe preliminarmente il pubblico, limita l’interesse degli altri teatri, induce pregiudizi nelle commissioni dei concorsi e nuoce al play in generale.

Così sono a caccia di un titolo nuovo.

Avrei dovuto cominciare prima – anche perché, a dirla tutta, il dubbio ce l’avevo. Che poi, chiariamo: il titolo è opera mia, e andava bene nel contesto per cui avevo scritto – ma poi il play ha cominciato a camminare con le sue gambe al di là della commissione originaria, è cresciuto (letteralmente), e il titolo gli è diventato stretto.

E allora sono a caccia di un titolo nuovo – un titolo più adulto, che renda giustizia al lato grownup di Bibi, senza perdere del tutto di vista la fiaba. Un titolo iridescente e versipelle, se vogliamo, come sarebbe bello che tutti i titoli fossero – ma questo è un altro discorso.

Per cui adesso è questione di brainstorming, di liste, di taccuini, di penne di più di un colore, di lavagne di sughero, di consultazioni balenghe**… Il che, a parte tutto, è un gran bel gioco.

Vi farò sapere. 

 

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* E guardate, non è che noi (as in la compagnia e io) ci si tiri indietro. Saremmo felicissimi di girare per i reparti di pediatria: chiamateci e parliamone.

** “Dimmi un aggettivo, possibilmente di due sillabe, che suggerisca X e Y al tempo stesso – e magari anche un tocco di Z, ma in una maniera obliqua… Oh, e senza troppe consonanti nasali.”

Letture Miste Assortite

Dunque, vediamo un po’. Questo è un post di segnalazioni varie.

bride of the  swamp god, davide mana, com'è facile scrivere difficile, alessandro forlani, the circle reviewCominciamo con Bride of the Swamp God, di Davide Mana – avventurosissima novella storico/fantastica, in cui si fa conoscenza con l’incauta ma tosta principessa egizia Amunet e l’energico centurione romano Sesto Cornelio Aculeo. Stregoneria, tradimenti, mappe del tesoro, ingenui disertori, precettori greci, un sacco di tentacoli, coccodrilli… c’è proprio tutto in questa che promette di essere la prima in una serie di storie. E speriamo davvero in un seguito, perché vicenda, atmosfera e personaggi sono di quelli che catturano al primo colpo.

bride of the  swamp god, davide mana, com'è facile scrivere difficile, alessandro forlani, the circle review

 

Poi passiamo a Com’è facile scrivere difficile, il prontuario di scrittura creativa di Alessandro Forlani. Alessandro sa di che cosa parla, e lo fa con garbo, intelligenza e ironia. Strutture, dialoghi, personaggi, punto di vista… il prontuario è svelto, puntuale e, cosa fondamentale, gradevolissimo a leggersi. Che siate neofiti della penna, narratori veterani o lettori curiosi, non perdete l’occasione di leggere Messer Forlani talking shop.

 

CircleRevIII.JPGE chiudiamo con il terzo numero di The Circle Review, la rivista letteraria de Il Circolo delle Arti, diretta e curata da Lorenzo V. (@arteletteratura). Questo numero è ricchissimo e vario, pieno zeppo di narrativa, poesia, teatro e saggi. Io ci sono con le prime pagine de Lo Specchio Convesso e con un piccolo divertissement marloviano* – e vi segnalo anche Operazione Manuzio, un’avventura inedita del Cristoforo Marlowe (non quel Marlowe) di Lucius Etruscus.


Col che, direi, avete di che leggere per tutto il finesettimana – o almeno per metà.

Infine, una comunicazioncella di servizio: mi si dice che commentare su SEdS è diventato ancora più complicato di quanto fosse – per non dire impossibile. Ne ho fatto esperienza a mia volta, e sto cercando di risolvere la magagna, ma ancora non approdo a nulla. Costernata e seccatissima, posso solo chiedervi di avere pazienza e, per il momento, di inviare domande, commenti, rants e tutto quanto via mail a laclarina@gmail.com. Si spera di ripristinare i commenti q.p.

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* Non inorridire troppo, Cily: te l’avevo detto che il gioco a volte è irresistibile…

Scrivendo Teatro: Dieci Considerazioni Di Ordine Pratico

Sì, lo so: ve l’ho già detto ieri sera.

Ho fatto un PB apposta per mettervi a parte del fatto che ho finito il mio play-che-non-è-un-play.

Quindi questo post non è un annuncio, però contiene un po’ di considerazioni in fatto di scrittura, stupidità generale, piccole perfezioni, scoperte, Pinterest, le morte stagioni e la presente e il lavello di cucina.

Cominciamo?

1) Una volta di più, non c’è niente di basso, materiale e meschino nelle commissioni – anzi. Non solo le commissioni non sono il Male, ma nella maggior parte dei casi offrono magnifiche possibilità. Vi si chiede di scrivere qualcosa su cui non siete certi di avere granché da dire, o su un argomento a cui non avete mai dedicato molta ginnastica neuronale, o in un genere/campo che non v’interessa molto o non vi piace nemmeno granché*… Voi accettate per una o più buone ragioni e poi, o mentre ci strologate su o mentre state già scrivendo, vi albeggia in mente che diamine! questa è l’occasione per parlare di quel tema che avevate in mente da tempo, o per esplorare quella tale tecnica, o per introdurci quel personaggio che v’intriga ma non avete mai saputo dove piazzare… E in linea di massima, più credete di essere fuori dalle vostre corde, più scoperte fate.

2) Parallelismi, simmetrie, giochi di prospettiva, tagli inattesi, specularità, rifrazioni, strati di sottotesto e complessità strutturali e concettuali di varia natura non sempre si presentano al primo appello. Però in compenso si divertono un mondo a saltare su a danze iniziate – proprio dove servivano, proprio dove nemmeno sapevate di volerle, e perfette oltre ogni dire. E sì, lo so, è il subconscio che lavora per bene, e se dice che ci vuole Salgari è molto probabile che abbia ragione, per poco che a me Salgari piaccia. Sto imparando a lasciarli fare a lui, gli inviti.**

3) Al mare si scrive bene. Ma proprio bene. O forse era solo questione di essere via da casa per qualche giorno. Perché mi rendo conto che è perfettamente ridicolo scapicollarsi a scrivere “via” da un’enorme casa fresca, silenziosa e provvista di un’abbondanza di alberi… e però non c’è niente da fare. Qui non riesco a nessun patto a scrivere come ho scritto al mare. Be’, c’è sempre il problema di Internet, che è un pozzo di informazioni e una dannazione al tempo stesso. Ma c’è anche la vita quotidiana che fa del suo meglio per sconfinare. E magari non è che al mare non riesca a raggiungervi, ma non ci riesce altrettanto bene.

4) Quando ho cominciato a rimuginare questo progetto, una delle prime cose che ho fatto è stato di creare una bacheca su Pinterest. E sì, l’avevo già fatto in precedenza, ma questa volta ha funzionato meglio. Non so se ho lavorato meglio io o se il progetto fosse più adatto, o se abbia trovato immagini migliori – ma fatto sta che è stata utile. Quanto meno, alcune idee da decenti a buone sono zampillate mentre appuntavo immagini, suggestioni, colori e l’occasionale citazione. Il che, a ben pensarci, è un terrificante alibi per la peggior forma di procrastinazione – quella che vi dà l’impressione di fare qualcosa di non del tutto inutile – but still.

5) Sono, sappiatelo, sei tipi di idiota. Sei tipi misti assortiti. E la cosa peggiore è che non imparo mai. Domenica pomeriggio, in un momento di idiozia pura, sono riuscita a cancellare 5500 delle 8000 e qualcosa parole della seconda stesura. Lo ripeto: avevo quasi finito la seconda stesura e ne ho cancellato più di due terzi. Non sono ancora praticissimissima di Scrivener, e quindi non so nemmeno troppo bene come ho fatto – il che è allarmante in un modo tutto suo – però mi si dice che potrei lavorare per i Servizi, perché come cancello del testo io non è cosa di tutti i giorni. E naturalmente non è come se avessi fatto il backup. L’ultimo risaliva al completamento della prima stesura… Immaginatevi: gloom, doom, despair, furore tremendo, riscossa, pasti saltati, notti in bianco, improperi&imprecazioni, molte ore di duro lavoro, et multa caetera similia. Per fortuna ho una famiglia comprensiva e una buona memoria. 
Adesso come adesso salvo continuamente e faccio backup due o tre volte al giorno, ma mi conosco: quanto durerà? Sei tipi d’idiota, remember? E dei sei, almeno uno è l’idiota patologicamente recidivo.***

6) A un certo punto, dando la caccia a una citazione, ho finito col rileggere le prima sessanta o settanta pagine di Lord Jim. E, come tutte le volte, mi ha bouleversée. Cosicché all’avvilimento dovuto all’incidente del n° 5, si è aggiunta una di quelle crisi, sapete come funziona: Che Diavolo Credo Di Fare? Come Se Potessi Mai Pensare Di Raggiungere Questi Vertici Di Intensità E Finezza – O Almeno Qualcosa Di Simile! E dopo sapete come prosegue: ci si grogiola un pochino  in una crisi di Dubbi, ci si fa un’altra tazza di tè, ci si rannicchia nella poltrona adatta, a sospirare semitragicamente con la tazza di tè in mano e la musica adatta. E la musica è importante, perché quando raggiunge il suo climax, ci si morde un labbro, si appoggia la tazza, si riprende il computer e ci si rituffa nel duro lavoro.

7) Musica, dicevo. Ah, la musica adatta. Sono abbastanza abituata ad ascoltare musica mentre scrivo, ma stavolta – come per Pinterest – per qualche motivo ha funzionato meglio del consueto. Una combinazione di Debussy, Vaughan-Williams, Britten e Roylance. Tutto molto marinaro, tutto molto appropriato. Ha fatto da sfondo, da luci e da musica di scena per le prove nel Teatro Immaginario. E non credo proprio che la cosa avrà alcun seguito pratico quando il play andrà in scena per davvero, ma fa parte di quelle cose che non vanno tradotte tra la pagina e il palcoscenico. E anzi, forse vale la pena di chiarire che…

8) Il Teatro Immaginario non è un’eccentricità – e, per una volta, nemmeno una forma di procrastinazione. È una tecnica che personalmente trovo piuttosto efficace, e che consiste nel immaginare in scena quel che si scrive. Immaginarlo nel modo più concreto possibile, completo di voci, regia, luci, costumi e, se del caso, musica. Tenendo ben presente che, nella maggior parte dei casi, poi non è affatto così che succederà. E per lo più è un bene. Oh, e funziona molto bene anche con la narrativa – per la quale si può scegliere tra teatro immaginario e cinema immaginario.

9) Per andare da Oràtow (nell’Ucraina polacca) a Marsiglia nel 1878, usando una combinazione di carrozze e treni, si impiegavano cinque o sei giorni. A scoprire che per andare da Oràtow (nell’Ucraina polacca) a Marsiglia nel 1878, usando una combinazione di carrozze e treni, si impiegavano cinque o sei giorni si possono impiegare parecchie ore ma poi, internet essendo ciò che è, ci si arriva. Il guaio è quando ci si accorge, dopo averci impiegato tutte quelle ore, che la battuta che contiene l’informazione appesantisce inutilmente il dialogo. Non serve. E vi dite che avreste potuto pensarci prima di impiegarci tutte quelle ore, e che adesso lo sapete ed è un peccato non metterne a parte il pubblico… Ma in realtà al pubblico non interessa un bottone sapere quanto ci si mettesse ad andare da Oràtow a Marsiglia nel 1878. Al pubblico interessa che i dialoghi funzionino bene – o, più ancora, il pubblico si accorge benissimo di quando l’orario ferroviario interferisce con il funzionamento dei dialoghi. E allora si taglia spietatamente la battuta e si mette da parte la durata del viaggio. Magari servirà altrove. Magari nell’altra versione…

10) Quale altra versione, o Clarina? Eh… Il fatto si è che questo play non è davvero un play. Serve per una lettura drammatica e, di conseguenza, è molto parlato. Però questa storia potrebbe essere raccontata molto diversamente, con abbondanza di Cose Che Accadono In Scena. È il motivo per cui, dopo avere finito la mia prima stesura, mi sono messa di buzzo buono e, in un giorno, ho buttato giù tre scene complete di… be’, di un’altra versione. Una versione in cui le Cose Accadono In Scena. Segno che, come tende ad accadermi, con questa storia non ho ancora finito.

Però ho finito per il momento. Così ieri sera ho festeggiato con un gelato a lume di lanterna (una lanterna decorata a velieri), e poi ho riguardato il musical de Le Due Città, just because. Adesso lascio riposare per qualche giorno, poi dò un’ultima lucidatina e poi consegno alla compagnia.

Ed è allora che il gioco comincia per davvero…

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* Quest’ultimo non era assolutamente il caso, stavolta, ma è capitato.

** Essì, insalata di metafore. Non è come se stanotte avessi dormito un numero sufficiente di ore…

*** Magari una volta o l’altra vi racconterò le mie catastrofi miliari.

L’Azione Rapita

Qualche mese fa parlavamo dell’Azione Orfana, ovvero quella tecnica narrativa in base alla quale il romanziere storico affibbia ai suoi personaggi fittizi le parti non assegnate della storia.

romanzo storico, alexandre dumas, arthur conan doyle, francesco domenico guerrazzi, r. l. stevenson, rafael sabatini Parlavamo, a titolo d’esempio, di D’Artagnan e compagnia, gente semifittizia – nel senso che degli originali storici Dumas conservò poco più che nomi e professione – infilata in circostanze (forse) storiche ma nebulose.

Insomma, supponendo che La Rochefoucauld non lavorasse di fantasia citando la faccenda dei puntali di diamanti della Regina, qualcuno li avrà pur trafugati, giusto? E qualcun altro li avrà pur recuperati… E allora, perché non rispettivamente Milady e i Moschettieri?

Parlavamo di tutto ciò, e concludevamo che, non pur non essendo inciso nella pietra che si debba far così, si tratta di un metodo efficace – anche perché, per la duratura fortuna dei romanzieri storici, la storia pullula di buchi interessanti.

Ma non è detto che si debba far così – e infatti si fa (e soprattutto si faceva) anche in altri modi. romanzo storico, alexandre dumas, arthur conan doyle, francesco domenico guerrazzi, r. l. stevenson, rafael sabatini

C’è il Posto in Prima Fila, ovvero un protagonista fittizio che è segretario/scudiero/amico d’infanzia/amante/prole illegittima/sarta//confessore/whatnot del personaggio storico che fa le cose interessanti. E perché debba proprio venirmi in mente per primo Rogiero, il fittizio figlio illegittimo di Manfredi di Svevia ne La Battaglia di Benevento di Guerrazzi, proprio non lo so – ma tant’è. E poi mi viene in mente l’Ascanio dumasiano, apprendista di Benvenuto Cellini. Ma per un esempio migliore, suppongo di poter citare David Balfour, che assiste all’Omicidio di Appin molto da vicino e poi scappa per le brughiere con il principale sospettato.

romanzo storico, alexandre dumas, arthur conan doyle, francesco domenico guerrazzi, r. l. stevenson, rafael sabatini Poi c’è lo Scippo d’Azione, il cui re incontrastato è probabilmente Arthur Conan Doyle con il suo Gérard. Il fittizio Gérard è ampiamente ispirato al reale Marbot, ufficiale di cavalleria, aiutante di campo e memorialista – di cui gli vengono assegnate d’ufficio varie vicende e prodezze. Come pure vicende e prodezze di varia altra gente, in una collezione di elevata improbabilità e notevole spudoratezza… Ma in realtà fa tutto parte del gioco, perché dato il tono generale e l’ottima, ma proprio ottima opinione che Gérard ha di sé, il lettore è di fatto invitato a leggere con un sopracciglio levato e il costante dubbio di avere a che fare con un contafrottole di prima forza.

E infine c’è l’Azione Rapita Con Spudorato Flair, il cui esempio più fulgido si trova, a mio timido avviso, in Captain Blood. Ora, vedete, da un lato Peter Blood è ispirato almeno in parte alla vita di Henry Morgan e alla sua pittoromanzo storico, alexandre dumas, arthur conan doyle, francesco domenico guerrazzi, r. l. stevenson, rafael sabatini resca, eminentemente seicentesca carriera da schiavo a governatore della Giamaica. Dall’altro lato Sabatini si dà qualche pena per stabilire una voce narrante che finge di comportarsi da storico. Ogni tanto, tra una scena e l’altra, il narratore cita e compara fonti, ricostruisce, opina, dubita… Oh, è tutto molto tongue-in-cheek, ma quello è il gioco a cui si gioca. E poi, mentre Peter Blood si prepara a prendere Maracaibo, ecco che il narratore esce allo scoperto.

È vero, c’informa, che la presa di Maracaibo è attribuita a Morgan dal suo (ostile) biografo Esquemeling*, ma Jeremy Pitt, navigatore, amico e memorialista di Blood, ce la conta diversamente nei suoi dettagliatissimi e affidabili registri. Tant’è vero che…

Io sospetto che Esquemeling— anche se non arrivo a immaginare come o dove —debba avere messo le mani su questi registri, e che ne abbia tratto le corolle brillanti di più di un’impresa per infiorarne la storia del suo protagonista, il Capitano Morgan. Questo lo dico in via incidentale, prima di passare a narrare le vicende di Maracaibo, per mettere in guardia quelli tra i miei lettori che, conoscendo il libro di Esquemeling, potrebbero rischiar di credere che Henry Morgan abbia davvero compiuto quelle azioni che invece qui si attribuiscono veritieramente a Peter Blood. E tuttavia credo che, quando avranno avuto modo di valutare le motivazioni che spingevano tanto Blood quanto l’Ammiraglio spagnolo a Maracaibo, e di considerare come l’evento s’inserisca logicamente nella storia di Blood – mentre rimane nulla più che un incidente isolato in quella di Morgan – i miei lettori giungeranno alle mie stesse conclusioni riguardo a chi tra i due autori abbia commesso plagio.**

Et voilà! Carte ribaltate. Fonte storica riconosciuta, citata, rivoltata come un calzino e ridotta a plagio. Non sul serio, ma in un gioco non del tutto implausibile, perché Exquemelin è davvero inaffidabile nella sua ansia di annerire quanto può la fama di Morgan, e la faccenda di Maracaibo sembra davvero un po’ uscita dal blu…

Un gioco quasi ucronistico, un piccolo atto di pirateria pittoresco, spudorato ed elegante – perfetto per la storia in cui è inserito.

E quindi sì: si può fare diversamente, si può eccome – a patto di farlo con la giusta combinazione di eleganza e faccia tosta, e magari strizzando l’occhio al lettore.

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* O, com’è più comunemente conosciuto, Exquemelin.

** Traduzione mia.

Come La Prendi?

Sono curioso di sapere come prendi il fatto che questa cosa prenda vita in modi non completamente controllabili, o forse del tutto incontrollabili. Sembra che tu la prenda bene,

scriveva A. in un commento a questo post in cui si parlava di Bibi & il Re degli Elefanti e si traevano conclusioni sul recente giro di repliche – e “questa cosa” era l’interpretazione registica dei miei plays.

E il commento mi ha dato da pensare. In effetti, come prendo il fatto che quel che si vede sul palcoscenico finisca quasi sempre con l’essere diverso da quel che avevo immaginato?

Come prendo il fatto che registi e attori afferrino le mie parole e le trascinino in direzioni inattese?

Come prendo questa cosa nuova che germoglia, tridimensionale e variopinta là dove prima c’erano soltanto parole sulla carta? 

Ah, well…

Credo di voler cominciare citando Shaw che, nella prefazione alle Tre Commedie per Puritani, raccontava di avere tirato infiniti accidenti ai pur bravi regista e primattore di una fortunata produzione londinese de Il Discepolo del Diavolo, colpevoli di avere stravolto le sue intenzioni al punto di indurre il pubblico a credere che Dick Dudgeon fosse innamorato di Judith.

Da bambina, quando leggevo Shaw e, a chi mi chiedeva cosa intendessi fare da grande, rispondevo “la commediografa”, la consideravo una specie di cautionary tale, e mi immaginavo a tirare accidenti a registi e attori colpevoli di fraintendimento deliberato e grave…

Ma, a distanza di un quarto di secolo e dopo diversi plays prodotti, devo dichiararmi fortunata: nessuno ha mai stravolto nulla di mio in scena. 

E nonostante questo, e nonostante abbia avuto la fortuna di lavorare sempre con registi bravissimi, se dicessi che è sempre facile, mentirei.

Perché non c’è nulla da fare: nello scrivere del teatro non si può fare a meno di metterlo in scena nel proprio teatro immaginario. Si elucubrano voci, movimenti, scene, luci, costumi e regia completa… E a lavoro finito, quando si consegna il tutto alla compagnia, quel che rimane è un’idea piuttosto precisa del tipo di vita che lo spettacolo dovrebbe assumere.

Solo che poi, nella maggior parte dei casi, non funziona così.

E voi non andate a vedere le prove, perché la regista preferisce non avere autori tra i piedi, e usa motivazioni diplomatiche tipo “non c’è, credimi, nulla di bello come la sorpresa la sera della prima.” Oppure “Voglio che tu veda lo spettacolo solo quando è completo.”

Solo che, ogni tanto, la regista stessa o l’uno o l’altro membro del cast si lasciano sfuggire un particolare…

Ed è diversissimo, ma diversissimo da qualsiasi cosa voi aveste immaginato – e siete così tentati di dirlo… ma in linea generale non lo fate.

A dire il vero, la prima volta non lo fate solo e soltanto perché non vi par vero di scrivere per questa gente, e non avete il coraggio di mettere becco… Però avete misgivings. Temete molto che non sarà come voi credete che dovrebbe essere.

Però poi…

Poi viene la sera della prima, e scoprite che la regista aveva ragione e voi avevate torto – e forse è un bene che non siate mai andati alle prove. Scoprite che il vostro mestiere è fornire la storia, le parole, e soprattutto le occasioni perché gli attori possano comportarsi in modo significativo. Il comportamento significativo, i colori e la magia in generale sono affare della compagnia.

Sono loro a portare in vita quel che avete scritto – e che diamine! Loro lo fanno da decenni, hanno le idee chiare su che cosa produrrà quali effetti sul pubblico. Sanno come cavare il meglio teatrale da quello che avete scritto. Sanno come tradurre in tre dimensioni il vostro linguaggio.

Lo sanno così bene che quello che hanno fatto finisce col prendere completamente il posto di quello che avevate immaginato.

Sul serio: mi ricordo a malapena il Bogus-ombra, serioso e un po’ solenne, che avevo immaginato scrivendo Bibi. E dapprincipio ero davvero perplessa nello scoprire che il mio impalpabile elefante sarebbe stato un attore in scena, con un costume di panno e la proboscide… E invece è perfetto, e il play ha tutto da guadagnare dal Bogus buffo e tenero e concreto, perché il mio era l’elefante immaginario visto da un’adulta – ma in scena è andato il compagno immaginario di una bambina. Infinitamente più teatrale ed efficace.

Magnifico, no? 

E molto istruttivo. E appagante – non avete idea di quanto.

E così, credo che alla fin fine la risposta sia questa, A.

La prendo con qualche trepidazione ogni volta, perché si tratta di lasciare ad altri il compito di soffiare nelle narici delle mie statuine d’argilla. E la prendo con infinito entusiasmo, perché – per quanto mi piaccia scrivere romanzi – credo che nulla batta l’aprirsi del sipario e il veder succedere quello che si è creato.

 

Giu 14, 2013 - cinema, Vitarelle e Rotelle    4 Comments

Il Dialogo – Quando È Frizzantino

scrittura creativa,dialoghi, paris when it sizzles, william holden, audrey hepburnAvete mai visto Paris When It Sizzles? È un film anni Sessanta, assolutamente delizioso. Un po’ metacinema, un po’ parodia, un po’ commedia sofisticata. Mi pare che in Italia sia tradotto come Insieme A Parigi (meh…), e ogni tanto lo ridanno – in genere d’estate, alle due del pomeriggio o dopo mezzanotte, you know

E c’è persino una comparsata di Noël Coward. Quel Noël Coward. No, davvero.

Se vi capita e non l’avete mai visto, vale la pena. Questa però non è una recensione. È una faccenda di vitarelle e rotelle. Dialoghi, per la precisione.

Perché dovete sapere che, proprio all’inizio di PWIS, Audrey Hepburn irrompe nella suite di William Holden, armata del suo fascino e di una gabbia contentente canarino a nome Richelieu, per assumere le sue funzioni di dattilografa. Lui, sceneggiatore talentuoso, pigro, alcolizzato e non poco eccentrico, l’accoglie con una serie di istruzioni e raccomandazioni strambe.

“E soprattutto, non risponda mai a una domanda con un’altra domanda. Ha capito bene?”

“Perché?” cinguetta Audrey. “L’ho fatto?”

Inutile dire che lo sceneggiatore diventa sarcastico e i due cominciano a battibeccare adorabilmente, mettendo subito in vetrina il tipo di dialogo brillante, sofisticato e appena nonsense che costituisce un terzo del fascino di questo film.

Ecco, questa è un’abitudine leggermente irritante nella vita reale, ma una meravigliosa tecnica nello scrivere dialoghi. E lo è perché: a) crea conflitto*; b) consente di usare badilate di sottotesto, perché ovviamente tutte le domande successive alla prima sottintendono la mancata risposta e le ragioni della mancata risposta; c) permette di caratterizzare efficacemente varie tipologie di personaggio. Possono esserci varie ragioni per rispondere a una domanda con un’altra domanda: ingenuità, curiosità iperattiva, sovrana indifferenza alle esigenze altrui, tortuosità più o meno machiavellica, sfida, menzogna, evasività, provocazione scherzosa… you name it. E diversi modi per farlo; d) consente di produrre scambi (e battibecchi) incisivi, efficaci e pieni di ritmo.

Per dire, in teatro… ecco.

Poi naturalmente, come tante cose, è da usarsi come il curry – ovvero con cautela. Ma considerando che il dialogo dovrebbe sempre caratterizzare il personaggio o far avanzare l’azione/conflitto (e possibilmente entrambe le cose insieme), direi che questo fits the bill.

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* Fate un piccolo esperimento: al lavoro o in famiglia, scegliete qualcuno di moderatamente nervoso e provate a rispondere con una domanda a ogni domanda che vi viene rivolta. Fatelo due o tre volte, non una sola, e poi sappiatemi dire se genera conflitto oppure no…

Gazzellese E Lingua Franca

Quando un liceale gli ha chiesto lumi sul suo modo di riempire di significato poetico ogni genere di parola quotidiana, Seamus Heaney ha risposto che doveva cominciare con le gazzelle.

seamus heaney, poesia, linguaggio, semanticaLe gazzelle che brucano in branco nel Veldt sudafricano. Brucano placide finché, per un motivo qualsiasi, una gazzella smette di brucare e alza la testolina bianca. E allora le altre gazzelle intorno a lei alzano la testa, e poi quelle intorno a loro, e in men che non si dica il movimento si diffonde concentricamente: tutto il branco leva la testa e si mette in ascolto. E mentre il branco agisce così, ogni singola gazzella si sente il branco. Si sente la Gazzella universale.

Ecco, dice Heaney, per ciascuno di noi c’è una lingua che funziona come un branco di gazzelle. È il linguaggio che non impariamo consapevolmente, quello in cui parole, espressioni e modi idiomatici hanno un senso che è proprio della famiglia, dell’ambiente, del paese o del quartiere in cui si cresce. E non lo si impara affatto. A un certo punto siamo consapevoli di una parola – ed è la prima gazzella. E poi le parole-gazzelle sollevano la testa, una dopo l’altra, finché tutto il branco è in movimento nella nostra consapevolezza. Senza averlo imparato, dappiamo di sapere, parlare e pensare nella nostra peculiare ed unica sfumatura di Gazzellese. È quello che, mi sembra, in Italiano chiameremmo ginzburghianamente Lessico Famigliare. seamus heaney, poesia, linguaggio, semantica

E poi c’è la Lingua Franca, quella della scuola, quella che si standardizza nell’incontro con altri gruppi, quella in cui un topo è un piccolo roditore grigio cui i gatti danno la caccia, e non il mouse del computer, non il cagnolino più piccolo della cucciolata, non un sinonimo di errore di battitura…

Così, per tutta la vita, noi sediamo metaforicamente a cavallo tra Gazzellese e Lingua Franca – per non parlare del fatto che assorbiamo parte del Gazzellese altrui, e che creiamo consapevolmente altri linguaggi con ciascun gruppo di cui facciamo parte. E mi viene da domandarmi se creare un linguaggio via via che si condividono esperienze non sia, per restare in ambito animalier, come allevare alpache? E allora quel che ne esce è Alpachese?

seamus heaney, poesia, linguaggio, semanticaMa sento che mi sto avviando per una brutta china. Torniamo a noi, torniamo a Seamus Heaney, secondo il quale il poeta crea cerniere tra il proprio Gazzellese e la Lingua Franca usando parole quotidiane in posizioni e funzioni che ne segnalano profondità semantiche diverse, parallele o perpendicolari a quelle della Lingua Franca.

Affascinante idea, non trovate? Perché non c’è fine alle complessità stratificate e versicolori del linguaggio, e perché il poeta non è quello che si apre le coronarie e ne versa il contenuto sulla carta. Il poeta, oltre a molte altre cose, è il genere di persona che riflette e lavora molto sul significato e sulla funzione delle parole – in teoria e in pratica, forgiando e intessendo la lingua in tutta consapevolezza, facendola più fitta, più iridescente e più ricca con ogni verso che scrive.

Sei, Sette, Otto – Ovvero, Teso Con Finezza

kate morton, the forgotten garden, tecniche narrative, tensioneSto leggendo The Forgotten Garden, di Kate Morton – che è un massiccio librone e un’ottima lettura, ben scritto, con una struttura interessante, personaggi attraenti,  vivide ambientazioni (plurale), misteri e segreti che si svelano lentamente e varie storie interconnesse a molti livelli.

E per una volta, udite udite, si trova anche in traduzione italiana, come Il Giardino dei Segreti, facilmente reperibile su Amazon.it.

Ma questa non è una recensione. Quella semmai verrà dopo, quando l’avrò finito.

Oggi volevo parlare di tecnica, perché Kate Morton è un’autrice sottile, e usa tutta una varietà di maniere per tenere desta la curiosità del lettore, per generare sospensione e per tenere tesa la storia.

Una tecnica che mi piace particolarmente è l’uso dell’interruzione. Si dà l’impressione di fare qualcosa, si monta un qualche grado di tensione e poi, mentre il meccanismo si avvia alla sua conclusione naturale, lo si interrompe con qualcosa di diverso – qualcosa che distrae il lettore, ma lascia aperta la questione originale. E naturalmente la questione originale tornerà in superficie in seguito, e il lettore si batterà la fronte nel vedersi compiere qualcosa che era rimasto sottilmente irrisolto, e mormorerà tra sé: ah, diavoletto di una scrittrice! 

A titolo di esempio, lasciate che vi descriva una scena in cui apparentemente non succede granché.

La piccola Cassandra, una delle tre protagoniste di questa storia, è stata… be’, forse abbandonata non è la parola giusta. La sua bellissima, svagata e risposata madre l’ha lasciata senza cerimonie a casa di una nonna che Cass conosce a malapena. Gliel’ha lasciata per un tempo indefinito. Certo, mamma ha parlato di una settimana, o forse due, ma i precedenti non sono incoraggiantissimi, e Cassandra si sente abbandonata a tutti gli effetti.kate morton, the forgotten garden, il giardino dei segreti, tecniche narrative, tensione

Non aiuta il fatto che tutto ciò sia capitato come un fulmine a ciel sereno, con un bagaglio minimo fatto di nascosto e contrabbandanto nel bagagliaio, e con il pretesto di una visita alla nonna… E per di più, nella fretta di mettere in atto il suo piano, mamma non ha nemmeno messo in valigia lo spazzolino da denti.

A sera, nella sua camera di fortuna, Cassandra se ne sta rannicchiata sotto le coperte, sperando che il temporale lontano non scoppi, e che mamma torni presto. La casa e la via sono silenziose. Si sentono i tuoni in lontananza e, ogni tanto, una macchina sulla strada. A un certo punto, Cassandra fa uno di quei piccoli rituali: se riesce a contare fino a dieci prima che passi un’altra automobile, sarà un segno che tutt è destinato ad aggiustarsi, compreso il temporale e il ritorno di mamma.

Cass comincia a contare. Conta lentamente, non ha intenzione di barare per non compromettere il responso.* Per un paio di paragrafi, seguiamo il conteggio e il batticuore della bambina. Arriviamo a cinque (metà strada e tutto va bene!), a sei, a sette (ci siamo quasi, ci siamo quasi…), a otto…

E a questo punto Cassandra si ricorda di colpo che la sua borsa da viaggio ha delle tasche. Magari mamma non si è dimenticata affatto. Magari lo spazzolino è in una delle tasche.

Dimentica del suo giochino oracolare, Cass balza dal letto e, alla luce dei lampi,** si precipita a frugare nelle tasche della borsa da viaggio, in cerca di quello spazzolino da denti che è diventato così significativo.

Dopodiché la scena vira in un’altra direzione, e la domanda di Cass – si sistemerà tutto? – rimane senza risposta. Sarà un buon segno? si domanda il lettore. La mancata risposta è un sì o un no? In realtà, a questo punto, il lettore può credere di avere già parte della risposta, ma è solo una parte, e può molto darsi che non sia nemmeno la parte giusta.

Risposte più complesse cominciano ad apparire solo molte, molte pagine più tardi, e al punto in cui sono è chiaro che è tutt’altro che finita.

E quindi, ecco qualcosa che si può fare: prendere una tecnica classica per creare tensione, e interrompersi a un passo dal compimento – per far succedere qualcosa d’altro, e ritardare il compimento. Quando la faccenda rispunterà, molte pagine più avanti, quando quella tensione interrotta, se saremo stati bravi, avrà assunto un altro colore e un altro significato, il lettore si batterà la fronte nel vedersi riannodato il filo narrativo irrisolto, e mormorerà tra sé: ah, diavoletto di uno scrittore!

O magari non mormorerà nulla, e non si accorgerà di come funziona il giocattolo – ma lo troverà di grande soddisfazione, e proseguirà avidamente la lettura, in cerca di altre sorprese a orologeria.

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* Incidentalmente, questo pezzettino di caratterizzazione tornerà, in tutt’altra veste e in tutt’altra luce, per un altro personaggio. Come diceva George Eliot a proposito di Daniel Deronda, in questo libro tutto è connesso a tutto il resto.

** Un’altra cosa destinata a riemergere…