Set 16, 2016 - teatro    No Comments

Di Uomini e Poeti (Ovvero il Testamento di Virgilio)

LocVirgTeresiana16Tradizione vuole che, in punto di morte, Virgilio abbia chiesto con insistenza la distruzione della sua opera incompiuta, il poema epico che ancora non si chiamava Eneide. Ma Vario Rufo, poeta a sua volta e amico di Virgilio, non obbedì alla richiesta, e anzi ebbe da Augusto l’incarico di curare la pubblicazione dell’Eneide così come Virgilio l’aveva lasciata. È per una disobbedienza alla volontà di un amico defunto che l’Eneide è giunta a noi attraverso venti secoli, con l’occasionale verso imperfetto, con qualche incoerenza, con le sue asimmetrie narrative e con un eroe un nonnulla bidimensionale… I latinisti si sono interrogati a non finire sul brusco finale del Libro XII, e innumerevoli generazioni di studenti ginnasiali (me compresa) hanno storto il naso davanti al Pio Enea, più paradigma di obbedienza e abnegazione che essere umano.

Rileggendo il poema da adulta, mi sono trovata a meditare, più che sulle vicende di Enea e dei suoi, su ciò che Virgilio non ebbe tempo di compiere prima di morire. La tentazione di considerare la gelida caratterizzazione di Enea un difetto da prima stesura era irresistibile – e non ho resistito. Il mio Virgilio, che torna nei sogni di Vario Rufo per deciderlo a bruciare il manoscritto incompiuto, non si preoccupa tanto dell’imperfezione dei versi, quanto di non avere avuto il tempo di tratteggiare come avrebbe voluto personaggi e significati. Ma a complicare il dilemma di Vario, lacerato tra la lealtà e ammirazione, irrompono nel sogno i personaggi dell’Eneide – non l’eroe vincitore, ma gli sconfitti: Creusa, Turno e Amata, pieni di risentimento e certi che solo la distruzione del manoscritto li libererà dalla sorte cui Virgilio li ha condannati. E allora la lotta per il rogo dell’Eneide diventa una metafora per l’intrecciarsi di arte e vita, dovere e istinti primari, libero arbitrio e destino, amore, sconfitta, giustizia e memoria – in una parola, l’umanità.

Difficilmente la questione di che cosa davvero mancasse troverà una risposta inoppugnabile. Però dove storiografia e filologia non possono giungere,il teatro può tessere, con la richiesta di Virgilio, i dubbi di Vario e la volontà di Augusto, una riflessione sul rapporto tra l’autore e la sua opera, tra poesia e storia.

Il Testamento di Virgilio ritorna, sabato 1 ottobre alle ore 18.00, nella magnifica Sala dei Mappamondi alla Biblioteca Teresiana – per cominciare. L’ingresso è gratuito, ma i posti sono limitati. Prenotate al numero 0376338450. La locandina si può scaricare qui.

Dylan Thomas

dylan-thumb.jpgDylan Thomas era un poeta e drammaturgo gallese che si potrebbe definire eccentrico senz’alcun timore di esagerare.

Tra le altre cose, era ossessionato dal significato delle sue poesie: ogni singolo verso, diceva, era destinato ad essere compreso. Peccato che il suo stile fosse talmente criptico che mettere davanti a uno studente una poesia di Thomas e stare a vedere mentre il poveretto cercava inutilmente d’interpretarla era uno scherzo corrente tra i docenti universitari britannici e americani. Immagino che molta gente levasse un sopracciglio quando Thomas diceva (e lo ripeteva spesso assai) che all’inferno certi peccatori per contrappasso “leggeranno per tutta l’eternità i canti di Ezra Pound a un gruppo di diavoli furibondi”.

D’altro canto, Thomas era spesso in preda ai fumi dell’alcool, e aveva la cattiva abitudine di promettere a tutti (agenti, editori, redattori di riviste, la BBC…) opere che non aveva scritto e nemmeno aveva intenzione di scrivere. Alcuni erano progetti notevolmente squadrellati, come il “poema di massa” Wales. Ve lo immaginate un poema ottenuto mescolando casualmente i versi delle descrizioni poetiche di vari angoli del Galles prodotti da tutti i giornalisti di una rivista? Dylan Thomas se lo immaginava benissimo, e scrisse ad un amico per coinvolgerlo nella faccenda, sostenendo di avere già l’appoggio del direttore della rivista. La comunicazione doveva essersi inceppata a qualche punto, tuttavia, perché il direttore in questione non aveva mai sentito parlare di Wales in vita sua…Per_gynt_i_dovregubbens_hall

Un altro interessante episodio consiste nella traduzione del Peer Gynt di Ibsen, commissionata al nostro poeta dalla BBC. Non avete anche voi l’impressione che per tradurre Ibsen qualche conoscenza del Norvegese potrebbe essere d’aiuto? Dove e come Thomas l’avesse imparato is anyone’s guess, visto che non era mai stato in Norvegia e i suoi studi di qualsiasi tipo si erano interrotti quando aveva 16 anni. Apparentemente qualcuno si accorse della lacuna, o forse Thomas aveva soltanto il compito di mettere in bella forma la traduzione di qualcun altro, ma fatto sta che il Peer Gynt non andò mai in porto…

Nonostante tutto questo, era un poeta acclamato e un conferenziere di grande fascino e successo su entrambe le sponde dell’Atlantico, nonché un autore radiofonico. Forse la sua opera più nota è Under Milk Wood, un dramma radiofonico con abbastanza personaggi da equipaggiarci un sottomarino, nato sotto forma di poesie, poi riarrangiato e riscritto per la radio inglese e le scene americane. La BBC – che probabilmente aveva imparato la lezione con il Peer Gynt, mise alle costole dell’autore l’energica produttrice Stella Hillier, la Mary Poppins dei casi difficili che, a quanto pare, più di una volta trascinò via da un pub o dall’altro un Thomas allegro anzichenò, per metterlo a lavorare. Nonostante gli sforzi di Stella, la stesura di Under Milk Wood durò diversi anni – ma poco male, apparentemente, visto che Thomas aveva preso l’abitudine di leggerne stralci di qua e di là, alla radio, nelle università, in Inghilterra e in America.

Non pare che fosse attentissimo a quello che faceva dell’unica copia del suo manoscritto. C’è questa lettera del 1953, scritta a un amico dopo una lettura allo University College di Cardiff*, di cui riporto lo stralcio citato da Stuart Kelly:

Ricordi che avevo con me una valigia e una cartella e che, nel corso della serata, ho trasferito parte del contenuto della cartella nella valigia? Be’, a ogni modo, ho lasciato la cartella da qualche parte. Penso che sia al Park Hotel. Ho scritto al direttore – ma potresti, quando e se ci passi davanti, fare un salto dentro e vedere se è lì? È una questione molto urgente; l’unica copia al mondo di quella sorta di dramma, di cui leggo dei frammenti, si trova in quella cartella malconcia e senza cinghia, il cui manico è tenuto assieme da un pezzo di spago. Se la cartella non è lì, credi che potresti scoprire dove diavolo l’ho lasciata?**

under_800Non lasciatevi commuovere dal tono di falsa noncuranza misto a disperazione: perdere un manoscritto una volta è umano, ma la perseveranza che serve per smarrirlo un’altra volta in America e poi una terza a Londra è decisamente diabolica – oppure intenzionale a qualche livello di coscienza. Come il caso volle, Under Milk Wood fu ritrovato tutte e tre le volte e – cosa forse ancora più incredibile – completato. Chissà che cosa avrebbe visto Freud in tanta pervicace distrazione, ma chiaramente UMW non aveva intenzione di andare smarrito.

Dopo tutto questo, Dylan Thomas morì di polmonite a nemmeno quarant’anni. Prima di morire, però, aveva fatto in tempo a partecipare alla prima lettura teatrale americana di Under Wood Milk, in cui sostenne due ruoli. La rappresentazione venne registrata – quasi per caso. È per un colpo di fortuna, o per un’altra di quelle bizzarrie di cui abbonda la storia di questo dramma, se c’è un’incisione che conserva la voce di Thomas, impegnato a leggere il suo ultimo lavoro con leggero accento gallese.

_____________________________________________________________________________________

* Ci ho studiato anch’io, lì. E tutto sommato, dopo avere vissuto un anno intero in Galles, una non si stupisce poi troppo di Dylan Thomas.

** Stuart Kelly, Il Libro dei Libri Perduti, Rizzoli, 2006. Una delizia.

La Maschera di Rame (Atto III)

Ricordate? Il sipario si era chiuso sul ritorno di Alchemilla a una Clarina vaga e confusa, smarrita tra due direzioni di pensiero: mascheramascheramaschera e terrorpanico!

Quando le luci di scena si riaccendono, immaginate Alchemilla & Clarina sedute a un tavolo coperto di carte colorate, mascherette di plastica, nastri di raso, tubetti di colore e barattoli di colla, intente a strologare sulla dozzina di disparate idee di cui si diceva.

ea65fe86ec0a2c5e58c55b70ba08d7d6Color rame – e questo è assodato. La bacchetta… sì, la bacchetta serve assolutamente, perché la maschera deve essere gesticolabile. Ma allora la mezza maschera à la Phantom of the Opera confina l’uso a una mano soltanto. Right, niente Fantasma. Una maschera intera. Ma quanto intera? E sopra? E sotto? Deve arrivare al mento, altrimenti dove si attacca la bacchetta ambidestra? E alla fine, dopo molto rimuginar di filigrane, tagli, forme e massimi sistemi, si giunge alla conclusione di ispirarsi all’immagine che vedete qui di fianco – ma con il mento.

E si comincia. O meglio, Alchemilla comincia, mentre la Clarina guarda, porge forbici e taglierini, gira attorno e ritaglia foglie/fiamme di cartoncino.

E intanto il tempo scorre, e la prima si avvicina…

“E la maschera?” chiede G. ogni sera, vedendomi arrivare con la mascheretta provvisoria.

“Quasi pronta,” dico io – anche se, a dire il vero, qualche piccolo palpito d’ansia comincio ad averlo. 20160731_193410_resized

Ansia e anche un nonnulla di dubbio quando, al primo applicar di foglie/fiamme, la maschera assume un’aria un nonnulla lapina… “Sembrerò il Bianconiglio…” non posso fare a meno di mormorare. “Il Ramconiglio.”

Alchemilla ride e mi rassicura e procede – come se avesse maneggiato teatranti nervosi per tutta la vita. D’altra parte è stata una teatrante nervosa a sua volta, in tarda fanciullezza: un’idea di come funziona la specie, dopo tutto, ce l’ha. E se entrambe abbiamo l’impressione che la maschera, di per sé, abbia dei lineamenti un tantino alieni, le cose cambiano incredibilmente all’aprirsi di occhi e bocca, e poi man mano che la plastica sparisce sotto gli strati di carta di riso… Intanto A. il Consorte Paziente offre consiglio e aiuto, e io rivesto la bacchetta (oh, biadesivo – dove sei stato per tutta la mia vita?!) e faccio pensieri ad alta voce su due sfumature di color rame, e fingo di non agitarmi perché il tempo passa e passa.

“E la maschera?” chiede G., alla prova generale.

“Pronta domani,” rispondo allegramente. È bellissima.”

E forse G. crede che voglia farle una sorpresa – oppure metterla davanti a un fatto compiuto – ma non è affatto così. La maschera è ancora chez Alchemilla, in attesa del color rame. Quasi pronta, e nel corso del pomeriggio l’ho tenuta in mano con tanto di bacchetta, ma non era ancora pronta quando me ne sono andata per fuggire direttamente alle prove…

E la prova generale va fin troppo liscia, e la notte sogno facce color rame che mi guardano con disapprovazione, e poi è il giorno della prima.

“È pronta,” mi informa Alchemilla in tarda mattinata.

20160805_182428_resizedE nel pomeriggio, prima della prova tecnica, vado a ritirare la maschera.

E la maschera, nella sua custodia blu e rame, è meravigliosa e perfetta. La prendo in mano, ed è giusta: né troppo pesante, né troppo leggera, bilanciata che è una bellezza. La guardo in faccia – e lei mi guarda a sua volta: bellissima, enigmatica, un nonnulla inquietante. La provo, e mi sento antica, e onnisciente… mi sento il Coro. Sono il Coro. Qui dietro niente può andare meno che bene, penso. È perfetta.

E la rimetto nella custodia, e parto, e vado a Ostiglia, e non ho più molto tempo per pensarci, perché la prova tecnica va come vanno le prove tecniche, e finiamo tardissimo, e c’è a malapena il tempo di fuggire a indossare il costume – e allora, e solo allora, sfodero la mia maschera, nella luce rossiccia dietro le quinte che non sono quinte affatto. E G. è incantata – si vede benissimo – e tutti lo sono.Chorus

E mi sistemo dietro una colonna, pronta per il mio ingresso – e guardo la maschera, e la maschera guarda me. Sono il Coro. Sono il Coro. La giga riempie l’aria, le luci si accendono, e io entro in scena – dietro la mia maschera.

La maschera di rame.

“Oh, aver qui una musa di fuoco…”

Sipario. Il resto è un’altra storia.

 

Pensieri Oxfordiani

Oxford1E rieccomi a casa.

Sotto certi aspetti (prima o poi ne parleremo) vorrei tanto essere rimasta sull’Isoletta – ma che ci si può fare? E vorrei esserci rimasta perché l’Isoletta è l’Isoletta, ma anche perché a Oxford ho avuto tre favolose, intense ed entusiasmanti giornate. Come dicevo, era la mia prima conference, e quindi non ho termini di paragone, ma posso dire che HNSOxford16 è stata organizzata alla perfezione, stimolante, varia, intelligente – e piacevolissima. Ho incontrato gente interessante, seguito conferenze e lezioni, imparato parecchio… e ho parlato del mio romanzo con due agenti letterari.

Il feedback è stato molto, molto interessante. Per riassumere:

  • Il mio titolo è ottimo
    (Evviva)
  • La storia forse è un po’ blanda
    (ma potrebbe essere questione della sinossi)
  • La storia è molto interessante e promettente
    (Sì, lo so – ma sul serio. Non vi stupirete se vi dico che preferisco la seconda opinione – ma starò ben attenta alla prima – e senz’altro riscriverò la sinossi)
  • Ci sono troppi particolari descrittivi
    (Ouch… Questo sì che pizzica. I miei beneamati particolari! Ho dunque ecceduto in zelo? Parrebbe di sì…)
  • Il mio Inglese è troppo densamente elisabettiano
    (Ero stata avvertita – e non ho voluto dare ascolto. Ben mi sta, immagino)
  • Il mio Inglese è troppo difficileEnglish: Joseph Conrad

E quest’ultima, devo dire, mi ha sorpresa parecchio. Voglio dire, mi aspettavo che avessero da ridire sul mio Inglese, che lo trovassero inadeguato o che – ma troppo difficile? Tra parentesi, è quel che Conrad si sentiva dire all’inizio della sua carriera, e quindi sono intenzionata a trovarlo incoraggiante, in qualche contorta e obliqua maniera. D’altro canto, sono davvero sorpresa. E ho trovato molto lusinghiero che nessuno dei due agenti avesse sospettato dal materiale preliminare (sinossi e le prime 2000 parole) che non fossi madrelingua.

Insomma, ho detto che sarei andata a Oxford più per imparare che per cercare un contratto, giusto? E direi che ho imparato. Critiche costruttive, cose su cui posso lavorare nella prossima stesura. Anche solo questo varrebbe il prezzo del biglietto – e c’è stato così tanto di più…

Oxford, missione più che compiuta.

 

 

Salva

Una Piccola Storia di Libri

Oggi vi racconto una piccola storia che mi è stata raccontata tempo fa in una biblioteca accademica, e che ho sempre trovato molto graziosa. Una piccola storia di libri – anzi, di un libro in particolare.

900000001133Il libro che ho in mente era un’edizione anni Cinquanta di Lirici Greci – quella storica curata da Ugolini e Setti per Le Monnier, e aveva un piccolo ex-libris, perché il giovane G., classicista in erba, ai suoi libri ci teneva molto. G. aveva quel genere di passione – tanto per i libri in generale quanto per i classici greci in particolare – per cui non vedeva modo migliore di corteggiare una ragazza che prestarle i suoi amati Lirici.

La fanciulla in questione era molto graziosa, ma non soverchiamente interessata – né ai Lirici né a G. O forse era più interessata ai Lirici che a G., perché a un certo punto perse deliberatamente di vista il ragazzo, ma si tenne il libro. Cose che succedono, direte. E in effetti, col tempo, G. giunse a considerare la perdita dei Lirici l’aspetto più grave della faccenda. Si laureò in Lettere Classiche, s’innamorò di nuovo, si sposò felicemente – e se mai gli capitava di ripensare alla fanciulla, era solo per dolersi di essere stato troppo timido per chiedere indietro il suo libro…

Gli anni passarono, e passarono i decenni. G. fece carriera all’Università, ed era ormai prossimo alla pensione quando, un giorno di maggio, s’imbatté in una bancarella di libri usati. Si capisce che non era il tipo d’uomo che può resistere al richiamo di una bancarella di libri usati. Si accostò e cominciò a curiosare, con quello spirito di pesca al tesoro che tutti conosciamo così bene, vero? E  a un certo punto, che cosa  vide G. tra le coste color crema, se non i Lirici Greci di Le Monnier? book

“Oh, che bellezza!” si disse, impadronendosi del volume. C’era qualcosa di poetico nel rimpiazzare, a un passo dalla pensione e in questo modo fortuito, il libro che aveva perduto da studente… G. sorrise alla copertina ingiallita e si trattenne dal soffiar via la polvere dal taglio di testa – quello l’avrebbe fatto a casa, prima che sua moglie potesse vedere e inorridire. In quello che gli parve l’apice della perfezione, G. notò che si trattava proprio della stessa perduta edizione anni Cinquanta…

Ma questo gli pareva l’apice della perfezione soltanto perché l’umana fiducia nella serendipità è limitata. Quando finalmente sollevò la copertina, che cosa credete che trovasse, incollato con cura sul risguardo? Il suo ex-libris.

Il cerchio si era chiuso in modo più che simbolico, e G. se ne tornò a casa felice col suo bottino – e nel sacchetto di carta della bancarella gli pareva di avere un vecchio amico ritrovato, e anche un rettangolino di giovinezza restituita.

 

Salva

Sulla Via di Oxford

HNSOxford16bSignori, vado alla mia prima writer’s conference.

Tra dieci minuti parto per l’aeroporto, con destinazione Oxford per il convegno annuale della mia beneamata Historical Novel Society. Si tratta di tre intensi giorni di conferenze, lezioni, workshop, incontri, una cena di gala con musica d’epoca e sfilata in costume, e la possibilità di sottoporre un proprio lavoro a due agenti letterari – il tutto dedicato al romanzo storico.

Non è favoloso?

Non so se questo genere di cose esista davvero in Italia, su questa scala e così specializzato. Nel mondo anglosassone la writer’s conference è abitudine diffusa, e ce ne sono di generali o specifiche per genere. Ho sempre pensato di trovarmene una cui andare, prima o poi – quando avessi avuto un romanzo pronto. Adesso ci siamo: il romanzo è pronto, e Oxford16 mi aspetta.

Confesso che la faccenda degli agenti letterari mi agita un pochino. Avrò a disposizione sette minuti – sette! – con ciascuno dei due – ma questo lo sapevo già. Quel che è successo è che di recente ho cominciato a leggere articoli e post in proposito, e ho scoperto che più di un agente detesta questo genere di sessioni. Ouch. Se già il pensiero di convincere un estraneo che ho scritto un gran bel libro – in sette minuti e in una lingua che non è la mia – mi agita alquanto, se l’estraneo in questione deve anche essere annoiato/seccato/desideroso solo di veder finire le benedette sessioni… ecco, al sol pensiero voglio iperventilare.

Forse, se avessi saputo tutto ciò l’anno scorso in ottobre, quando ho prenotato il mio posto alla Conference, avrei lasciato perdere le pitch sessions. E sarebbe stato un peccato, perché ci devono essere agenti che non odiano incontrare gli autori in questo modo (altrimenti, perché continuare a farlo?) e in ogni caso sarà interessante e istruttivo. Il mio primo contatto diretto con questa curiosa specie – agens literarius, della varietà inglese.*

E così parto, armata del mio romanzo, di un Moleskine con gli appunti sugli agenti, sui workshop e sugli autori, e di un vestitino per la cena di gala. Non mi aspetto che la Conference mi cambi la vita e mi catapulti nelle elette schiere degli autori pubblicati sull’Isoletta. Però mi aspetto di imparare parecchio, d’incontrare gente della mia stessa tribù. Mi aspetto che sia interessante, istruttivo, stimolante e anche divertente.

Oxford, arrivo!

_____________________________________________________________

* Non in assoluto, perché un’agente italiana l’ho avuta, a suo tempo – ma… per ora stendiamo un tulle misericorde. Magari una volta o l’altra ne parleremo.

Pesca al Libro

RanePescatriciIn questi giorni, insieme a un gruppo di anziane signore, meno anziane signore e ragazzini volonterosi, dò una mano con la pesca  benefica del villaggio. Sposto notevoli quantità di oggetti di vetro e ceramica, batto al computer tabelle excel contenenti lunghe liste di premi e la sera, seminascosta dietro una pianta verde, sto di sentinella alla Posizione Huston*. Un tempo aiutavo con la distribuzione – ma è una cosa che richiede – a parte una combinazione di fermezza, sense of humor e faccia tosta – molta, ma molta più pazienza di quanta io ne possieda. Per cui, da qualche anno in qua, faccio il Risolutore di Problemi, e tutti viviamo più felici. Ogni anno è una settimana abbondante di lavoro a tempo pressoché pieno: è faticosetto, ma ridiamo un sacco e raccogliamo fondi per una buona causa.

Ora, tra i premi c’è un certo numero di libri – bizzarramente assortiti, lo ammetto – e una delle cose divertenti è vedere le reazioni del pescatore medio alla vista di un parallelepipedo di carta. Dal repertorio di ieri sera:

– Quarantenne abbronzatissimo, di fronte a La Ricerca della Felicità: La vacca! Ho vinto un libro? E che cosa me ne faccio, signorina? E poi guardi, sono già fin troppo felice così.

– Madre di famiglia: Me lo cambia, per favore? Con quello che vuole, magari con qualche spugna, che quelle sono sempre utili.

– Anziana signora, di fronte a La Vita di Madre Teresa: Ma non ce l’ha Padre Pio? No? Solo questo? Allora, magari, una vita dell’altro Papa? Ah no? Solo Madre Teresa? Peccato. E della Madonna di Lourdes?

– Giovane coppia in attesa della prima bambina, di fronte a Il Diario di Anna Frank: Oh, che bello, il primo libro per Aurora…

– Giovane madre, davanti a una versione a fumetti de Le Avventure del Barone di Munchausen: Guarda, amore**! Il barone di Mànchiusen!

E il più pittoresco di tutti:

– Signore di mezz’età dall’aria rustica anzichenò (in idioma locale): Be’, e questo che cos’è?!    Fanciullo che gli ha appena messo davanti un libro***: Un libro…

Naturalmente sto tralasciando tutta la gente che invece è felice di vincere un libro, oppure finge in modo più o meno convincente di esserlo, oppure non lo è e non finge, però non protesta – ma quelli non sono pittoreschi.

Chiuderò dicendo che anche noi dello staff compriamo sempre qualche biglietto (sperando di non vincere i premi importanti, perché non farebbe un bel vedere). In fatto di libri, la pesca di mia madre e mia quest’anno è stata magrolina:

– Borges, Il Manoscritto di Brodie. Raccolta di racconti tardi. Forse alcuni li possiedo già – ma non è detto. Se sono fortunata, magari, è una traduzione diversa. Non ho ancora controllato.

– Stout, Un Natale di Paura, se ben ricordo. Ogni tanto un po’ di Nero Wolfe si legge volentieri.

In più c’è un volumetto illustrato dal titolo Annibale Vincitore, più o meno la II Guerra Punica spiegata ai fanciulli. Mi piacerebbe dire che l’ho pescato e che è un chiarissimo segno del destino, ma in realtà le mie adorabili compagne di pesca l’hanno tenuto da parte per me. Dite che sia un brutto segno se metà del villaggio comincia ad essere a conoscenza delle mie ossessioni?

____________________________________________________________________________

* As in “Abbiamo un problema…”

** Il mio avvocato dice che adesso i bambini si chiamano tutti Amore. In effetti, ieri sera ce n’erano proprio tanti, di Amore…

*** Dalla Postazione Huston, che – come dicevasi, è parzialmente nascosta dietro un’enorme pianta verde, non sono riuscita a capire di che libro si trattasse – e, interrogato in proposito un po’ più tardi, il fanciullo lapalissiano non ricordava. Per cui non so dire se autore e titolo fossero rilevanti rispetto alla reazione. Peccato…

 

Salva

Ago 26, 2016 - gente che scrive    No Comments

Ritratti Per Iscritto – E Altri Disastri

Credo che uno dei modi più efficaci e sicuri di mandare al naufragio vecchie amicizie e inacidire rapporti famigliari sia ritrarre qualcuno per iscritto.

charlotte brontë, jane eyre, shirley, elizabeth gaskell, juliet barker, george richmondPerché in teoria l’idea di ritrovarsi in un romanzo può sembrare lusinghiera, ma in pratica nessun personaggio è sospeso nel vuoto e lo scrittore medio ha questa sciagurata tendenza a modellare i suoi ritratti sulle necessità narrative. Prendere con equanimità le proprie caratteristiche e intenzioni ritagliate per accomodare il gioco di contrappesi e funzioni all’interno di un romanzo è un esercizio che richiede sense of humour e sicurezza di sé in dosi industriali. Dosi non diffusissime, a quanto pare, nell’Inghilterra di Charlotte Brontë…

Ma d’altra parte, possiamo anche dire che Charlotte (di cui, tra parentesi, quest’anno ricorre il bicentenario della nascita) possedeva un talento raro per questo genere d’incidenti – un talento coltivato per tutta la sua carriera di scrittrice con una pervicacia che dà davvero da pensare.

All’inizio probabilmente era una combinazione di candore e fiducia malriposta negli pseudonimi. Sapete che Jane Eyre vide la luce sotto lo pseudonimo semi-maschile di Currer Bell, e per qualche tempo i critici scandalizzati attribuirono il tutto a qualche ineducato giovanotto del nord, magari un operaio con notions above his station.

Poi un giorno la servetta di casa Brontë se ne arrivò paonazza e scombussolata, con la notizia che il villaggio era in tumulto, scosso dalla notizia che Miss Charlotte su alla canonica aveva scritto Jane Eyre!

Charlotte cadde nel panico – e non aveva tutti i torti. All’improvviso parecchia gente di Haworth, Keighley e dintorni si scoprì con scarso divertimento tra le pagine del libro, per non parlare della scuola di Cowan Bridge, ritratta in modo assai men che lusinghiero sotto il nome di Lowood School. Fu un mezzo scandalo, seppur di portata locale. Saluti tolti, chiacchiere, lettere furibonde… tutte cose che Charlotte non era fatta per ignorare allegramente.

Verrebbe da pensare che dovesse imparare la lezione – e invece no. charlotte brontë, jane eyre, shirley, elizabeth gaskell, william thackeray, juliet barker, george richmond

In realtà, la dedica della seconda edizione di JE fu senz’altro un incidente, ma bastò a surgelare sul nascere la sua nuova amicizia con William Thackeray. Thackeray, scrittore che Charlotte ammirava enormemente, aveva fatto del suo meglio per introdurre in società la timidissima nuova stella letteraria. Il successo era stato men che moderato, ma Charlotte era grata – e per dimostrarlo gli dedicò la seconda edizione di JE.

Peccato che anche Thackeray avesse una moglie pazza e rinchiusa – come Bertha Mason, se si esclude il fatto che tutta Londra lo sapeva. E tutta Londra pensò che Charlotte si fosse ispirata a Mrs. Thackeray per Bertha. E poi tutta Londra, con una certa dose di malignità, fece qualche genere di duepiùdue: ma allora, se Thackeray era Mr. Rochester, e Charlotte era Jane…

Ops.

Imbarazzo sesquipedale per tutti quanti, nonché raffreddamento artico dei rapporti con il dedicatario e la sua famiglia. E se è vero che Charlotte poteva non saperne nulla, viene da domandarsi a che cosa pensasse il suo editore George Smith, quando le permise di aggiungere la dedica senza spiegarle perché non era una buona idea…

Ma forse Charlotte era più tetragona di quanto pensiamo, perché due anni dopo, con Shirley, rieccola lì a recidivare. Probabilmente, se non fosse morta durante la stesura, Emily non avrebbe avuto nulla da ridire sull’adorante ritratto idealizzato che Charlotte le aveva dedicato nella protagonista – anche se, trattandosi di Emily, non si sa mai… Chi ci rimase male fu l’amica d’infanzia Mary Taylor, al cui padre era ispirato l’industriale Hiram Yorke. Né si divertirono particolarmente i curati dei dintorni, satirizzati con velenosa sottigliezza sotto il trasparentissimo velo di un cambio di nomi.

charlotte brontë, jane eyre, shirley, elizabeth gaskell, william thackeray, juliet barker, george richmondNon è dato sapere che cosa pensasse di tutto ciò il più scritto e riscritto tra i modelli di Charlotte, l’adorato e immancabile professore belga Constantin Héger. Se Mr. Rochester è un incrocio tra l’eroe gondaliano Zamorna e qualche tratto hegeriano, Louis Moore, William Crimsworth e Paul Emmanuel sono tutti ritratti – da poco a pochissimo adulterati, mano a mano che Charlotte matura oltre la necessità di avere un protagonista maschile bello.

In Villette, poi, la faccenda torna ad assumere proporzioni altamente imbarazzanti. C’è un professore belga piccoletto, fiammeggiante e carismatico – Héger to a tee. Poi c’è la direttrice della scuola, una donna fascinosa e intrigante, decisa a tenere per sé il professore, che pure è innamorato dell’Inglesina autobiografica – e questa è la moglie di Héger, trasformata in strega cattiva. E poi c’è il giovane e bel medico inglese di cui l’Inglesina crede di infatuarsi per un po’ – e qui torna in scena George Smith, il giovane e bell’editore di Charlotte, più che un po’ preso della sua autrice. Forse vi ho già raccontato di come Smith seguisse con trepidazione la stesura di Villette, raccomandando caldamente di far convolare la protagonista e il dottore. E Charlotte? Charlotte tenne il povero Smith sulla corda per mesi, con una serie di lettere che erano capolavori di finta-falsa-timidezza, e con un’abbondanza di tormenti psicologici e ripensamenti della protagonista Lucy Snowe. Poi alla fine mandò il dottore all’altare con un’altra fanciulla di carta, non prima di avere dato a Lucy ottime ragioni per rimanere fedele al (forse defunto) professor Emmanuel.charlotte brontë, jane eyre, shirley, elizabeth gaskell, william thackeray, juliet barker, george richmond

E francamente non si stenta a capire perché Smith ci rimanesse men che bene. Chissà se fosse una vendetta per l’incidente Thackeray… Di sicuro, se non era una vendetta deliberata, era una nemesi poetica piuttosto feroce: Smith aveva lasciato che Charlotte s’imbarazzasse pubblicamente per iscritto con Thackeray, ed eccolo rifiutato nella più pubblica delle maniere e presentato a legioni di lettori come un giovanotto fascinoso ma, alla fin fine, egocentrico e fatuo…

E in realtà, agli occhi di noi posteri lettori di biografie, non ne esce troppo bene nemmeno Charlotte, con la sua ossessione più che decennale, a meta strada tra la mania e lo stalking. E davvero, sarebbe interessante sapere che cosa ne pensassero gli Héger, marito e moglie.

charlotte brontë, jane eyre, shirley, elizabeth gaskell, william thackeray, juliet barker, george richmondComunque, alla fin fine, Charlotte si liberò dei suoi fantasmi belgi – almeno quanto bastava per sposarsi. È bizzarro pensare che lo sposo, Arthur Bell Nichols, curato del reverendo Brontë, era stato forse l’unico personaggio ritratto in Shirley a non prendersela affatto. Anzi, si riportano storie di stentoree risate provenienti dalla sua stanza durante la lettura dei capitoli sui curati… E magari è una di quelle leggende brontiane fiorite grazie alla biografia fantasiosa di Mrs. Gaskell, ma mi piace pensare che sia vero, e che Nichols avesse quella sicurezza e quel sense of humour di cui dicevamo prima.

Forse era quello che ci voleva per sposare una creatura complicata come Charlotte Brontë.

E voi, o Lettori? Scrivete “dal vivo”? E vi piace(rebbe) essere ritratti per iscritto?

Salva

Ago 24, 2016 - Vitarelle e Rotelle    No Comments

Non saprei da dove iniziare…

“Non saprei da dove iniziare,” disse Alice.

“Sciocchezze!,” disse la Regina di Cuori. “Non c’è nulla di più semplice: inizia dal principio e, quando sei arrivata alla fine, fermati.”

AliceandtheQueenQuesto è tratto (molto a memoria e, probabilmente, con scarsa precisione) dalle Avventure di Alice, di Lewis Carrol, ed è uno dei più solidi consigli che si possano dare o ricevere in fatto di narrazione. O lo sarebbe, se fosse sempre evidentemente qual è il principio di una storia. Il principio giusto. Invece, il mondo essendo quel che è, iniziare una storia è davvero un patema. Anche ad avere (o credere di avere) ben chiaro il punto preciso da cui si vuole iniziare, avete presente quello schermo bianco, quel cursorino che lampeggia…?

E la consapevolezza che l’inizio è fondamentale non è certo d’aiuto. E sì, sappiamo tutti che poi tanto l’inizio è l’ultima cosa che si scrive, che potremo sempre sistemarlo più avanti, che in tutta probabilità lo decapiteremo anyway… Tutti lo sappiamo, tranne la nostra Cinciallegra Interiore, che per tutto il tempo ci saltella su e giù nella testa, cinguettando nervosamente: Avanti, forza: scrivi la parola, la frase, il paragrafo da cui dipenderà il fato di tutto il racconto/saggio/romanzo! E che ci vorrà mai, in fondo?

Ebbene, parlando di solidi consigli, Lazette Gilford, in quel favoloso workshop permanente che è Forward Motion, suggerisce questa tecnica:

DOVE? CHE COSA? CHI? DIALOGO!

Prima di tutto, atmosfera

La luce della piena estate filtrava obliqua e dorata tra le fronde, e l’aria vibrava del brusio delle cicale.

Poi, qualcosa – qualcosa*:

L’ombra non era molto grande, e sarebbe parsa un capriccio della luce pomeridiana, se solo fosse stata ferma. Invece scivolava dietro i cespugli, si allungava dietro i tronchi caduti, sussurrava tra i rampicanti, pareva svanire nel folto degli alberi, e un istante dopo rieccola, agile e scura e liscia, appena giù dal sentiero.

E adesso è davvero ora che compaia qualcuno:

Cappuccetto Rosso ebbe l’istinto di stringersi nella mantellina scarlatta, nonostante il caldo, ma si fermò e scrollò le spalle. Che sciocchezza avere paura del bosco in una giornata così bella, si disse. Strinse più forte il manico del cestino con le frittelle, e riprese il cammino con l’aria più baldanzosa del suo repertorio. Tutt’a un tratto, l’ombra uscì da un cespuglio di nocciolo, dieci passi avanti a lei, e si sedette accanto al sentiero, fissandola con occhi gialli e scintillanti. A Cappuccetto Rosso il cuore balzò fra i denti.little-red-riding-hood-tehrani-anthropology_73840_600x450

Infine, sentiamo qualche voce:

Che diamine, Messer Lupo!” sbottò la bambina. “È la maniera di arrivare addosso alla gente?” Il Lupo si passò la lingua sui denti affilati come rasoi. “Ti ho fatto paura, bambina?” domandò. “Manco un po’!” brontolò Cappuccetto Rosso. Il Lupo fece una smorfia, come se gli fosse andato qualcosa di traverso. “Ah, immagino che solo le bambine coraggiose se ne vadano in giro per il bosco da sole,” disse. Cappuccetto Rosso aprì la bocca per rispondere, e poi la richiuse. Si era appena ricordata che Mamma le aveva raccomandato di non parlare con nessuno. Il Lupo non ebbe l’aria di prendersela, e dondolò pigramente la coda un paio di volte, come per scacciare le mosche. “E chissà dove va di bello, questa bambina coraggiosa?” mormorò, alla maniera di chi rivolge a sé stesso una domanda oziosa. Capuccetto Rosso serrò la bocca ancora più forte, fece una piccola riverenza, perché aveva buone maniere con tutti, e riprese la sua strada.

Ad essere sinceri, mi sono sempre chiesta che bisogno avesse il Lupo di fare conversazione con CR, lasciarla andare, correre dalla Nonna e montare la sciarada che si sa… Ma sorvoliamo su questa spinosa questione e notiamo invece che, senza parere, abbiamo iniziato una storia. Se volessimo fare le cose per bene, finiremmo la scena con qualche abile domanda del Lupo, e con CR che, pur credendo di mantenere la sua consegna del silenzio, si lascia sfuggire la sua destinazione… ma fa lo stesso, credo che il principio sia chiaro, a questo punto: se proprio non si sa da dove iniziare, un posto, un qualcosa**, un personaggio e una chiacchieratina possono servire al caso.

_____________________________________________________________________________________________

* Come qualcuno (mi pare che sia il Sergente, ma potrebbe essere anche un soldato) dice al Capitano nordista in The Gray Sleeve di Stephen Crane.

** Forse vale la pena di specificare che questo qualcosa, in definitiva, corrisponde all’introduzione del conflitto…

Ago 22, 2016 - teatro    No Comments

La Maschera di Rame (Atto II)

Untitled 3Ci eravamo lasciati sulla bocciatura della povera maschera veneziana, ricordate? Con G. che vuole una maschera greca e la Clarina che non è per niente d’accordo…

“Il pubblico deve capire che sei un coro greco!”

“Ma è proprio questo, il punto! Non sono affatto…”

Eccetera, eccetera, eccetera.

E, se la prima fiammeggiante reazione è “e allora niente maschera”, poi mi metto a strologarci su. Perché in realtà G. ha ragione, e l’idea della maschera mi piace più di quanto sia disposta ad ammettere. Ma non greca. Semmai voglio una maschera enigmatica, tra l’atemporale e il vagamente elisabettiano… Come si fa in questi casi, mi metto a caccia su e giù per la Rete, e trovo un’infinità di cose bellissime e niente di straordinariamente pratico. Tre conclusioni però le raggiungo: voglio che sia color rame, voglio che copra solo parte del viso (à la Phantom of the Opera) e voglio che sia montata su una bacchetta.

Ed è a questo punto che entra in scena Alchemilla.Untitled 16

Alchemilla, come R., come F., come tutto il mio immediato circolo di amici e famigliari, è una santa. Tutti costoro hanno sopportato con allegra pazienza i mesi di avvicinamento a SiW, gli alti e bassi, le mie crisi di terrore, le prove, i litigi e tutto il resto. Per cui, quando over tea le racconto dei miei guai con la maschera, Alchemilla sa da dove arriviamo. E, meraviglia delle meraviglie, ha le idee più chiare di me su dove andare.

“Una maschera si fa,” mi rassicura. E comincia a meditare di forme, di carte speciali, di colori acrilici… Io annuisco e intanto penso che non ce la farò mai, perché – con la misteriosa eccezione di dicembre – ho la manualità di un paguro. Alchemilla osserva, sorride e viene in soccorso degli afflitti.

Untitled 1“Tu procurati il materiale e cerca qualche immagine,” dice. “Quando torno dalla montagna ti aiuto io.”

E mentre lei sgambetta su e giù pei declivi erbosi, io metto insieme una mascheruolina provvisoria – carta colorata in doppio spessore e una cannuccia ricoperta di nastrino – e comincio a portarmela alle prove, e… Ora, non so se ve l’avessi detto, ma questo per me era un ritorno alle scene dopo molti, molti anni. Fino a qualche anno fa mi capitava ogni tanto di coprire qualche ruolettino minorissimo in caso di necessità, ma poi avevo smesso anche quello – e comunque, ridendo e scherzando, erano vent’anni che non recitavo una parte vera e propria. Per cui ero terrorizzata, malcerta e rigida come un rastrello, e niente affatto certa di non bloccarmi… Ma, nel momento in cui ho cominciato a usare la mascheruola provvisoria, ecco il miracoletto: il Coro trova se stesso, e io comincio a sentirmi più sicura.

Evviva – e nel frattempo  continuo a cercare immagini a diritta e a mancina – nell’idea di accogliere 2-trifaccia-dipinta-maskAlchemilla, al suo ritorno, con delle idee ragionevolmente chiare.  Solo che poi… sappiamo tutti com’è la rete, vero? Quando Alchemilla ridiscende a valle, la mia collezione  comprende una dozzina abbondante di possibilità che più diverse tra loro non potrebbero essere – dalla maschera trifronte alla colombina classica, passando per il Fantasma dell’Opera  e le filigrane… e alla prima manca meno di una settimana.

E… fine dell’atto secondo.

Riuscirà Alchemilla a venire a capo delle incertezze della Clarina? A tradurre i suoi voli pindarici in qualcosa di umanamente realizzabile – mentre il tempo scorre e la prima si avvicina? Non perdete il terzo e ultimo atto de… La Maschera di Rame!

Pagine:«1...78910111213...180»