Questioni di Naso

IMDb elenca 13  adattamenti cinematografici e televisivi del Cyrano (compresa una versione contemporanea in cui Cyrano è un vigile del fuoco), più un buon numero di riprese di rappresentazioni teatrali e un paio di riprese dell’opera di Alfano. Fior di attori vi si sono cimentati, a partire da Coquelin nel 1900 (anno, non secolo), e poi Jose Ferrer, Peter Donat, Christopher Plummer, Klaus Maria Brandauer, solo per citarne alcuni. Parlando di Italiani, aggiungerei Gigi Proietti, e anche la versione musicale di Modugno. E poi naturalmente, nel 1990, Gerard Depardieu. Quando questo film uscì, ero perplessa. Depardieu non mi sembrava adatto per Cyrano, figuratevi!

Poi, poi, poi…

 Ecco a voi, dall’Atto Primo, il Naso di Cyrano e il duello con il visconte di Valvert, con tanto di ballata estemporanea (rime in -ono e -accio). Duelli alla spada, ballate composte per l’occasione… ciò vi ricorda qualcuno, per caso? Come dire, più sbregaverze di così…

Il Questionario di Proust

Proust.jpgIl Questionario di Proust era un gioco di società in voga nei salotti del XIX Secolo, una specie di antenato dei test della personalità fatti per divertimento. Proust non l’ha inventato, lo ha solo reso celebre partecipando al gioco: qui ci sono le sue risposte, complete di riproduzione del foglio su cui le scrisse.

Perché lo tiro in ballo? Perché i casi, quando si crea un personaggio, sono in genere due: a) c’è una prima, meravigliosa fase di ebollizione in cui il nostro personaggio prende vita quasi da sé… poi bisogna strutturare tutto quello che è germogliato in un insieme coerente (almeno dal punto di vista dell’universo della finzione); oppure b) serve un personaggio che svolga una certa funzione ma, a parte la funzione, non se ne sa granché… solo che le funzioni pure e semplici non somigliano molto a della gente verosimile.

In entrambi i casi, per mettere ordine o per costruire, ci sono metodi peggiori di un questionario. Ci sono delle domande; si danno delle risposte; ci si chiede che cosa si sa del personaggio; si aggiunge/specula/teorizza/deduce quello che non si sa. E’ più facile restare coerenti davanti a una bella serie di domande scritte.

Ora, esistono centinaia di “schede personaggio” di varia provenienza, da quelle con decine di voci a quelle che si concentrano su pochi tratti salienti; da quelle puramente psicologiche a quelle che sembrano un formulario per la carta d’identità; da quelle asettiche a quelle in cui bisogna rispondere con la voce del personaggio… Tra l’altro, ogni insegnante di scrittura creativa ha la sua. Qualche volta ne posterò qualcuna, ma non è difficile trovarne su e giù per la rete.

Confesso di non averne una preferita: la mia prima scelta tende ad essere quella di Lajos Egri, perché è molto completa, ma quasi mai mi fermo lì: il più delle volte ne faccio un buon numero, più diverse che sia possibile, in modo che coprano aspetti diversi, sollecitino risultati differenti. E il Questionario di Proust tende ad essere utile: ci si cala nei panni del personaggio e via… Non è davvero esauriente e di certo non basta da solo (a meno che non lo si utilizzi per un personaggio secondario), ma costringe a pensare con la testa del personaggio, il che è sempre un esercizio utile. Lo si può anche tenere per i giorni di pioggia, quando si è bloccati: invece di incaponirsi davanti alla pagina vuota, invece di scagliare maledizioni seriali allo schermo bianco, si tira fuori il Q di P e ci si dà dentro. Nella migliore delle ipotesi si farà qualche scoperta utile (you never know the ways your subconscious mind will chose to tell you something), nella peggiore ci si sarà distratti per mezz’oretta dal ginepraio, ed è già qualcosa.annibale.jpg

A titolo d’esempio, voilà il mio Annibale alle prese con il Questionario:

Il tratto principale del mio carattere
L’intensità, la volontà feroce e inarrestabile. Ho perseguito ciò che volevo, sempre, al di là di ogni ragionevolezza e del mio stesso bene, e ho trascinato con me un esercito e una città interi.

La qualità che desidero in un uomo.
L’intelligenza: non ho pazienza per gli stupidi, non sopporto di averne attorno. A un uomo intelligente, d’altro canto, posso perdonare molti difetti.

La qualità che preferisco in una donna.
La comprensione. E poi la misura, il controllo: temo gli eccessi sentimentali più della punta di una spada.

Quel che apprezzo di più nei miei amici
La lealtà e l’intelligenza.

Il mio principale difetto.
La facilità alla collera e all’umor tetro. Il terrore di perdere il mio talento che a volte mi paralizza.

La mia occupazione preferita. 
Ideare una battaglia. Plasmare il terreno, la luce, gli uomini, la paura, le passioni, la tracotanza e il ferro in una vittoria perfetta.

Il mio sogno di felicità.
Non perdo tempo a sognare la felicità. Assaporo la gioia violenta del trionfo quando posso, la rimpiango quando non posso averla, ma non è un fine in sé. E amo l’intensità dei grandi sogni, il respiro delle imprese che occupano una vita intera.

Quale sarebbe, per me, la più grande disgrazia:
La sconfitta. O la vittoria: che sarebbe di me, chi sarei, se non avessi una guerra, un nemico, un sogno da inseguire?

Quel che vorrei essere.
Nessun altro che me stesso.

Il paese dove vorrei vivere.
La Cartagine felice della mia infanzia, forse. Ma nemmeno questo è vero: ho vagato troppo, in avanzata, in trionfo e in fuga, per sapere ancora dove vorrei vivere.

Il colore che preferisco.
Il colore cangiante e chiaro che ha il cuore delle fiamme.

Il fiore che amo.
I gigli d’acqua, come quelli che mia moglie portava nei capelli.

L’uccello che preferisco
Il falco: vigile, sanguinario e fedele.

I miei autori preferiti in prosa.
Ogni storico che sappia leggere l’animo di quelli di cui scrive.

I miei poeti preferiti.
L’Omero dell’Odissea.

I miei eroi nella finzione.
Ulisse, intelligente prima di ogni altra cosa.

Le mie eroine preferite nella finzione.
Non ne ho.

I miei compositori preferiti.
[talvolta capita che qualche domanda non si applichi a qualche tipo di personaggio…]

I miei pittori preferiti.
[…e allora si passa oltre, naturalmente]

I miei eroi nella vita reale.
Il Grande Alessandro e Pirro

Le mie eroine nella storia.
Elissa, la figlia del Re di Tiro, sulla cui nave i miei avi raggiunsero la costa che sarebbe diventata Cartagine.

I miei nomi preferiti.
I nomi ci sono cari a seconda di coloro che li portano. A mio figlio avevo dato quello di mio padre.

Quel che detesto più di tutto.
La stupidità.

I personaggi storici che disprezzo di più.
I Diadochi, che si contendevano brandelli d’impero mentre Alessandro moriva. E certi consoli romani come Longo e Varrone, se mai passeranno alla storia. E Filippo V di Macedonia… Temo di avere imparato a disprezzare la mediocrità, e a discernerla in molti, troppi uomini passati e presenti.

L’impresa militare che ammiro di più.
Le conquiste di Alessandro, le campagne di Pirro. Forse dovrei ammirare anche Scipione, che mi sconfisse.

La riforma che apprezzo di più.
Quella con cui volli attaccare gli speculatori di guerra a Cartagine, anche se mi costò l’esilio.

Il dono di natura che vorrei avere.
Tra i molti doni che ho avuto, mi è mancata la capacità di amare.

Come vorrei morire.
In battaglia.

Stato attuale del mio animo.
[questa domanda ci conduce a una questione interessante: quando? Ovviamente, l’Annibale venticinquenne all’inizio delle sue imprese risponderebbe ben diversamente dal vecchio Annibale esule in Siria. Ma questo si applica anche a diverse altre domande, in realtà… A volte è interessante fare il questionario più di una volta, immaginando che il personaggio risponda in varie fasi della sua vita, e studiare i cambiamenti. Per il momento, supporremo che a rispondere sia Annibale esule in Siria] L’amarezza, il risentimento, il rimpianto delle grandi cose che non ho potuto compiere.

Le colpe che mi ispirano maggiore indulgenza.
Non sono un uomo indulgente. Né con me stesso, né con gli altri.

Il mio motto: Persevero sempre.

A volte ritornano

Sì, sì, sì: ancora D’Artagnan. E’ più forte di me, che ci posso fare? E poi sono sicura che Cyrano non se la prende.

200px-Lets_make_love.jpga) Vi ricordate un film dei primissimi Anni Sessanta chiamato “Let’s Make Love”? Be’, a un certo punto Yves Montand (milionario in incognito) dice a Marylin Monroe (attrice molto svampita) di chiamarsi Alexandre Dumas. “Oooh,” cinguetta lei. “Come il tizio che ha scritto I Tre Moschettieri per la MGM! Non sarai mica tu, vero?”

  b) Dalla voce “The Three Musketeers” di Wikipedia (traduzione mia):

Influenza su opere successive

Nel 1939, l’autrice americana Tiffany Thayer pubblicò un romanzo intitolato Three Musketeers (Thayer, 1939). Si tratta di una rinarrazione della storia, ricreata con le parole dell’autrice, fedele alla trama originale, ma raccontata in un ordine differente e con punti di vista ed enfasi differenti rispetto all’originale. Per esempio, il libro si apre con una scena della gioventù di Milady e la storia della sua marchiatura a fuoco, in modo da sviluppare di più il suo personaggio e rendere più credibili e comprensibili le sue azioni e macchinazioni successive. La Thayer ttratta l’aspetto sessuale della storia in modo molto più esplicito rispetto alle traduzioni inglesi dell’originale, ciò che ha creato occasionali episodi di costernazione nei casi in cui il suo libro è finito per errore negli scaffali di letteratura per l’infanzia e nelle biblioteche scolastiche.

c) e infine, come potevo non citare Nizza e Morbelli? Spero di non infrangere i diritti di nessuno, se riporto qui l’entrata in scena del loro D’Artagnan che, nottetempo, bussa fragorosamente alla porta della taverna “Al Gatto Melanconico”:

– Olà, apri, cane di un oste, apri, se hai cara la vita!

i_quattro_moschettieri.jpgQuella voce era ben nota. Aveva rintronato secca e tagliente come una lama in tutti i crocicchi, sui ponti, ovunque c’erano il pericolo e la strage. Quella voce apparteneva ad un giovane cavaliere dal cappello piumato, alti stivali alla moschettiera, giustacuore di velluto cremisino, ampio colletto di pizzo d’Anjou, sguardo fiero e lampeggiante, capelli castani, baffi e pizzo stesso colore, altezza m .1.80, torace 90, dentatura sana, segni particolari: un neo sulla guancia destra. Quella voce apparteneva ad un Moschettiere del Re che – pur di nobiltà cadetta – aveva saputo conquistarsi con la spada e la cortesia larga rinomanza a corte: gran danzatore di pavana, goloso bevitore da taverna, appassionato in amore. I cuori  di tutte le donne di Parigi, dalle contesse alle fantesche, dalle trinaie alle forosette battevano per lui (ah, quando passava sul baio nei giorni di parata!)

D’Artagnan, ça va sans dire, non è da solo, ma con i suoi tre sodali. E insieme a loro si presenta cantando così*:

Noi siamo i prodi figli di Dumasse;

della paura, chi se ne impipasse?

Chiunque, non appena ci guardasse,

vedresse che noi siamo i Moschettier.

Dumasse nel romanzo ve lo scrisse

e poi svariate volte ve lo disse

che noi siam Athos, Portos e Aramisse

e il quarto del terzetto è D’Artagnan.

Da Nizza&Morbelli, I Quattro Moschettieri, 1935.

(*La canzone sarebbe da cantarsi sull’aria di “TRE” di Mascheroni, e io ve lo dico per dovere di cronaca, ma quanto a chi fosse Mascheroni e come fosse l’aria di “TRE”… eh!)

E con questo ho chiuso con D’Artagnan. Davvero.

Nov 5, 2009 - musica, pennivendolerie    No Comments

Martucci in Accademia

Martucci_image_01.jpgOggi, in occasione del centenario della morte, l’Accademia Nazionale Virgiliana di Scienze, Lettere e Arti dedica al compositore napoletano Giuseppe Martucci una giornata al Teatro Bibiena di Mantova. Convegno oggi pomeriggio, iniziando all 17.00, e concerto alle 21.00, tutto in omaggio all’autore della Canzone dei Ricordi, l’unico ciclo di lieder del panorama musicale italiano.

Ho smarrito il mio invito con programma, e quindi non sono in grado di essere terribilmente precisa, ma quello che posso dire con certezza è che, durante il convegno, Francesca Campogalliani, dell’Accademia Teatrale Campogalliani, leggerà “I Ricordi della Canzone”, novella martucciana di Chiara Prezzavento. Essì, credevate che fosse un post informativo, e invece è spudorata autopromozione…

Per redimermi, almeno parzialmente, qui c’è un sito dedicato a Giuseppe Martucci, IL compositore sinfonico del secondo Ottocento italiano (vale a dire, l’unico a non scrivere nemmeno un’opera…)

Adesso mi piacerebbe inserire un video di musica martucciana, ma YouTube non me lo consente: tutti i pezzi di Canzone che ci sono (la scelta è fra Mirella Freni e Violeta Urmana) portano la dicitura “incorporamento disattivato su richiesta dell’utente”. Vuol dire che dovrete andarli a cercare qui.

Colta in castagna!

Ahi, ahi, Clarina! Colta in castagna sulle statue un’altra volta…

Ecco qui la statua di Cyrano a Bergerac, in Dordogna:

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Sì, lo so: ho detto che non era un guascone, e in fatti non lo era. La sua famiglia era parigina, ma per via di matrimonio, a qualche punto, aveva acquisito la signoria di Bergerac, in Dordogna. E il cognome gli piaceva, ed era guascone quanto bastava per i Cadetti delle Guardie, e suonava debitamente gentilizio…

Anche D’Artagnan se l’era aggiunto da sé, il cognome, che dopo tutto apparteneva alla famiglia di sua madre. Parentele migliori, più utili a corte. E anche Alan passa un quinto del libro a ripetere a chiunque voglia ascoltarlo (e a un certo numero di persone che non ci tengono particolarmente) che lui porta un nome da re. Quindi sì: gli Sbregaverze sono ossessionati dal proprio cognome.

Sarà per questo che non ci sono Sbregaverze islandesi?

Già che ci siamo, ecco un altro ritratto (non tremendamente lusinghiero, if you ask me) del Cyrano storico.180px-Cyrano_de_Bergerac.jpg

E’ un’incisione del XVII Secolo, e quindi possiamo quasi considerarla una fonte primaria. Decisamente poco eroica: il Nostro ha tutta l’aria di essere in vestaglia e berretto da notte, occupato a scrivere. Decisamente dissimile dalla nostra idea di Cyrano, nevvero? Voglio dire, la penna e lo scrittoio vanno benone, ma dove sono la spada e il pennacchio, sacrebleu?

Tra l’altro, questo ci porta a un’altra questioncella: questa ed altre incisioni contemporanee ci mostrano un Cyrano dal naso pronunciato, ma non precisamente mastodontico. E’ pur vero che certa ritrattistica tendeva a minimizzare i difetti fisici, ma insomma, il celebre naso è decisamente esagerato da Rostand a fini drammatici. Ebbene sì: un naso drammatico, chi l’avrebbe mai detto?

Cyrano de Bergerac, lo Sbregaverze Poeta

cyrano.jpgDirei che, subito dopo D’Artagnan, Cyrano è lo sbregaverze più celebre nella sua incarnazione letteraria. Quanto meno, tutti una volta nella vita abbiamo citato, più o meno seriamente, il celeberrimo “apostrofo rosa tra le parole t’amo”. Perbacco, un tempo c’era persino nei Baci Perugina! E nell’immaginario di tutti c’è Cyrano nasuto che, nascosto sotto il balcone di Rossana, incanta la fanciulla a forza di parole e poi guarda il bel Christian salire a raccogliere il premio…

Sul Cyrano storico, forse c’è un po’ più di confusione, ma tutto sommato non è grave, perché Cyrano fu, forse più di tutti gli altri, uno Sbregaverze anche in vita.

Voglio dire: benché non fosse affatto guascone, Hercule Savinien de Cyrano, entrò a vent’anni come cadetto nelle Guardie perché gli piaceva menar la spada e perché non aveva un soldo. Aveva fatto buoni studi, aveva già un (proibitissimo) duello al suo attivo, e si era appropriato senza troppo diritto del cognome di Bergerac. La sua vita militare non durò a lungo: si fece onore, oppure si fece notare, che non è necessariamente la stessa cosa, all’assedio di Arras, e guadagnò qualche ferita. Cyr.jpgDopodiché se ne ritornò a Parigi a studiare, duellare, corteggiare le Preziose*, impicciarsi di politica e scrivere. La casacca delle Guardie l’aveva portata per un paio d’anni in tutto. Scrivere, dicevamo, e nulla di tranquillo o di normale. Poesia bizzarra, lettere assai barocche, tragedie, commedie (una fu persino plagiata da Molière!), un trattato di fisica non finito, della satira prima ai danni e poi in difesa del Cardinal Mazarino, e due “romanzi fantastici”: chi l’avrebbe mai detto? Coi suoi viaggi immaginari sulla luna e sul sole, Cyrano fu il padre della fantascienza. Va da sé che non conduceva una vita sanissima sotto nessun punto di vista. Cambiare spesso d’opinione in fatto di donne, politica e protettori non era inaudito, nel XVII Secolo, ma conduceva a conseguenze sgradevoli. Come parecchi nemici, raccolti nell’uno e nell’altro lato durante le sollevazioni della Fronda, e come la sifilide, allora chiamata con eufemismo significativo “il mal francese”. Poi, sia chiaro: Cyrano non era un personaggio importante, era solo un autore squattrinato con sporadici lampi di popolarità, senza alcuna influenza al di fuori di certi ambienti colti… I suoi nemici non avevano bisogno di fare granché. La mancanza di un protettore, di commissioni letterarie, di vero e proprio successo, bastavano a renderlo innocuo. Cyrano continuò con la sua vita di disordini e di letteratura, ma cercò la protezione di un duca e, abbandonate le satire politiche, si ridugiò in territori meno arrischiati, come la fisica e un secondo romanzo fantastico (che ebbe molto meno successo del primo). Morì davvero per le ferite causategli dal crollo di una trave, ma non nel chiostro di un convento, tra le braccia di Rossana e Le Bret, bensì, molto più prosaicamente, a casa di un suo cugino. Aveva 36 anni.

Visto? Tutto sommato, non c’era bisogno d’inventare molto: c’era già quasi tutto. Cyrano era già un personaggio perfetto, e l’abilità di Rostand sta nell’avere raccolto tutta l’abbondanza di dettagli, e averli usati magnificamente**.

Ne ha fatto un Guascone, questo sì. D’altra parte, era quasi necessario: ce lo vedreste un non-Guascone a intonare la tirata dei Cadetti di Guascogna? Certe volte, al diavolo la veridicità storica! A parte questo, la maggior parte della gente che entra in scena è assolutamente vera. Dall’attore contestato Montfleury, al poeta avvinazzato Lignières, a Carbon de Castel Jaloux, capitano delle Guardie, fino al pasticciere Ragueneau: tutti veri. Curiosamente, non è vero l’antagonista: il Conte de Guiche, ricco e potente, imparentato con Richelieu, rivale in amore e comandante sul campo, Guascone a sua volta, quando decide di ricordarsene, e nemico quasi pentito al quint’atto, è un personaggio di fantasia. Ma è un caso quasi isolato.

Prendiamo il sidekick di Cyrano, il buon Le Bret. Le Bret vorrebbe tanto essere la voce della ragione, ci prova… stavo per scrivere “con tutte le sue forze”, ma non è vero. Alla fin fine, Le Bret si lascia trascinare dall’irragionevolezza e dall’elan di Cyrano. Lo rimprovera per il suo orgoglio smisurato, la sua prodigalità, la sua abilità nel farsi nemici, ma lo ammira troppo per fare sul serio. Le Bret cerca sempre di riparare alle conseguenze, ma non è in grado di agire sugli effetti. Pallido sidekick, in realtà. Leale, fiaccamente prudente, un pochino ottuso… quasi non ci accorgeremmo di lui, se non fosse per la luce riflessa da Cyrano: “Ecco Le Bret che brontola***”, commenta il nostro, con affettuosa esasperazione, ogni volta che l’amico cerca di fargli intendere ragione. Salvo poi non dargli affatto retta. E comunque, un Le Bret c’era davvero: amico d’infanzia e fratello d’armi di Cyrano, dice l’edizione Flammarion del 1989****.

cyrano_de_bergerac_1989_reference.jpgD’altra parte, alcune funzioni del sidekick sono dirottate su Christian. Christian, come tutti sanno, è un bel ragazzo. E’ anche un po’ bète, e di suo Cyrano lo mangerebbe a colazione, tagliato a fettine sottili e tostato con il pane. Ma Rossana ci mette lo zampino, e Cyrano si trasforma in mentore per il ragazzo. Poi, Christian ha delle qualità: è coraggioso, leale, e non è del tutto stupido. Ci mette un po’, ma alla fine si rende conto che non è lui che Rossana ama… E a questo punto la prende nelle costole, come suol dirsi, sennò non potremmo avere il quint’atto che fa tanto piangere la Clarina. Quindi sì, senz’altro Christian muove la trama molto più di Le Bret, ed è lui l’ottuso che Cyrano svezza. Ciò ne fa almeno mezzo sidekick. E anche lui è esistito veramente: barone Christophe de Neuvillette, morto durante l’assedio di Arras.

Era anche davvero il marito di Rossana. La quale era davvero una Preziosa, e persino davvero cugina di Cyrano. E una volta vedovata trascorse davvero il resto della sua vita in convento. Non ci fu mai nessuna storia d’amore con Cyrano (che, tra l’altro, era più giovane di lei di dieci anni), ma in fondo conta davvero? Quel che conta è ciò che Rostand ha fatto di lei. Rossana è una creatura deliziosa, modaiola e frivola, pronta ad andare in deliquio per una frase ben tornita, innamorata delle idee, della bellezza, della poesia. E’ candidamente convinta che Christian, essendo bello, non possa non essere intelligente, colto e raffinato. Kalòs kaì agathòs in nastri e merletti. E Cyrano coltiva questa sua illusione al di là di ogni buon senso, perché così può parlar d’amore alla sua bella cugina e, al tempo stesso, illudersi a sua volta di proteggere Rossana. Perché Rossana va protetta: è ingenua a modo suo, l’abbiamo detto, non vuole saperne di sentirsi dire “ti amo” in due parole, perché per lei l’amore è un ricamo dialettico, e si confonde all’idea di un bacio. Versi e orazioni vanno bene, ma quando si tratta di passare alla realtà, ci vuole tutta l’eloquenza di Cyrano… Sapete una cosa? Tutto questo gioco tra Christian e Cyrano sembrerebbe quasi una beffa crudele ai danni della ragazza, e tanto più quando Rossana, che (nemmeno lei) è del tutto stupida, si rende conto di amare non tanto la bellezza di Christian, ma la sua anima. E la sua anima, noi lo sappiamo è di qualcun altro. Non è un caso che, a questo punto, sia Christian a volere che tutto venga svelato. Non Cyrano: Cyrano, dipendesse da lui, manterrebbe il segreto, continuerebbe a nascondersi dietro la bellezza di Christian. E anzi, lo fa, seppur nascondendosi dietro la sua morte… Si vergogna un po’ dell’inganno? O non si sente adeguato? O teme che Rossana dopo tutto non pensi ciò che dice? O gli va bene così, alla fin fine? Perché Rossana è, fra gli amori degli Sbregaverze, forse la più brillante, ma di fatto, Cyrano fa ben poco per averla davvero. Dopo la morte di Christian, aspetta quindici anni per confessare la verità, e lo fa solo in punto di morte, quando è troppo tardi…

A parte il fatto che ciò non depone a favore dell’acume di Rossana, volete vedere che abbiamo individuato un altro tratto dello Sbregaverze? Cyrano scrive e sogna di viaggi sulla luna; potrebbe avere successo cercando protezione, ma preferisce restare libero e sconosciuto*****; ama una donna che potrebbe avere, ma preferisce restare nell’ombra; compie imprese mirabolanti come una battaglia contro cento avversari, di cui il giorno dopo tutti parlano senza che nessuno l’abbia vista… Cyrano è l’eroe delle occasioni perdute, ma non è il solo. Alan si danna per la sua causa, ma la causa, lo sappiamo tutti e lui per primo, è condannata. D’Artagnan riceve il suo bastone da Maresciallo e la cannonata fatale insieme… cyranoroxane1.jpg

Lo Sbregaverze non arriva mai ad ottenere ciò che vuole, eppure il suo non è un fallimento. E’ una malinconia di tutta una vita, ma non un difetto. Nessuno di noi ne vuole allo Sbregaverze perché non consegue il suo scopo, anzi: lo amiamo ancora di più per questo. Lo scopo non è importante in sé, Rossana, il bastone da Maresciallo, il ritorno degli Stewart sul trono, non contano davvero. Volere e lottare per tutta una vita, questo è quello che ci fa appassionare e commuovere. Alla fin fine, è questo slancio che ha fatto di noi quello che siamo: il tendere a qualcosa appena (o molto) oltre la nosta portata è uno dei tratti più nobili dell’umanità, ed è proprio questa tensione che ritorna in tutti gli Sbregaverze. Non può essere un caso.

Se Cyrano sposasse Rossana, ne sono certa, non c’importerebbe poi troppo di lui. Cyrano che si crede troppo brutto per l’amore, Cyrano che alla realizzazione concreta preferisce il desiderio e il rimpianto e la fedeltà a un ideale, è la dimensione eroica di tutte le nostre aspirazioni inappagate e inappagabili. Di quel bisogno di sognare che, alla fine fine, è più forte di tutto il resto, se solo glielo consentiamo. Ed è per questo che lo amiamo.

 Sul fatto che forse Cyrano preferisca la “sua” Rossana idealizzata alla Rossana vera, e questo a prezzo della felicità di tutti quanti, lui compreso, preferiamo non soffermarci troppo. Almeno, non tutti i giorni.

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* Oh, d’accordo: non soltanto le Preziose…

** Ha cassato la sifilide ma, onestamente, come dargli torto?

*** “Voilà Le Bret qui Grogne.” Tanto lo sapevate che un pezzettino dell’originale da qualche parte dovevo ficcarcelo! E comunque, il Le Bret storico aveva le sue, di velleità letterarie: ha persino scritto una (fantasiosa, per la verità) biografia del suo amico Cyrano.

**** Comprata in una libreria alle Halles di Parigi durante gli anni del Liceo, e letta un’infinità di volte. Posso anche confessarlo: quando studiavo teatro, con un mio amico avevamo deciso di mettere in scena il Cyrano. Naturalmente lui (16 anni) avrebbe fatto Cyrano, e io (17) Rossana… Non è meravigliosa la criminale incoscienza degli adolescenti? Poi, fortunatamente, la nostra insegnante aveva più buon senso di noi.

***** Anzi, possiamo dire di più: quando, nel quinto atto *tears up a bit* Raguenau gli fa notare il plagio di Molière ai suoi danni (ciò che è, tra parentesi un anacronismo, visto che la commedia in questione fu rappresentata qualcosa come quindici anni dopo la morte del plagiato), Cyrano sospira che “Molière ha del genio, e Christian era bello.” Come se lui, avendo solo del talento ed essendo brutto, non avesse meritato la gloria letteraria e l’amore. E come se, non potendoli avere nel pieno splendore della perfezione, Cyrano fosse tutto sommato soddisfatto di rinunciare all’una e all’altro. E continuare a sognarli/rimpiangerli, anziché averne una versione minore…

Amazon Kindle disponibile in Europa

Edizione straordinaria: ho appena trovato il mio regalo di Natale!

Da secoli voglio un Amazon Kindle, ma non era possibile comprarlo fuori dagli Stati Uniti… adesso sì!

Kindle è, per la cronaca, un lettore di eBooks. Ora, sia ben chiaro: sono e sempre sarò l’ultima a negare il fascino insostituibile di un buon libro di carta, un libro vero, un libro che fruscia fra le dita quando lo si sfoglia, un libro che profuma di colla e di inchiostro tipografico, oppure di carta vecchia e di polvere, un libro in cui infilare un segnalibro di raso… Però.

Però c’è il problema di leggere cose introvabili, che si possono reperire solo su internet. C’è il mal di testa che viene a furia di leggere dallo schermo. C’è il fatto che casa mia è stracolma di libri, e mia madre ogni tanto pone l’ultimatum: o altri libri, o io… E c’è il fatto di portarseli dietro in viaggio, i libri. E c’è anche il mio hard-disk che trabocca di files PDF. Francamente, benché sia tanto tradizionalista quanto si può esserlo, l’idea di potermi trascinare al seguito 1500 libri in meno di tre etti di peso mi affascina oltre ogni dire. Provate a immaginare Farenheit 451 all’epoca di Kindle!

Poi, ho appena passato una mezz’oretta felice scegliendo fra i vari tipi di copertine porta-kindle, in cerca di qualcosa che lo faccia sembrare un libro vero… Sono incerta: 41eUaVviNsL__SL110_.jpg

Questa viola e verticale? Sarebbe in tono con il mio cellulare e con i miei guanti di pelle nuovi.

 

 

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Questa dall’aria molto classica? Decisamente il mio genere.

 

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O questa con le rane, che per qualche motivo si chiama “Jane Austen”? Certo, se ci fosse con gli elefanti…

 

 

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Oppure, potrei fare una follia e sceglierla rossa. Pare che così sia più facile reperire il Kindle al primo colpo in una borsa molto piena…

 

Ok, lo ammetto: sono andata. E’ che, per quanto nella sezione FAQ ci fosse una vaga promessa di un Kindle internazionale, non ci credevo davvero, e invece lo voglio davvero tanto, e trovarselo così, quando manca così poco tempo a Natale… Morale della storia, qualora non si fosse capito: non vedo l’ora!

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A parte i miei sdilinquimenti personali, Kindle costa 259 USD più spese di spedizione, e ha anche altre funzioni interessanti, come scaricare libri freschi di stampa da Amazon a poco prezzo (9,99 USD) in wireless, la possibilità di abbonarsi a vari quotidiani e riviste americani, la compatibilità con molti formati di file (tra gli altri, a me sembrano particolarmente interessanti PDF, e .doc), un dizionario interno e un arnese che legge ad alta voce il testo. Credo che legga anche i file MP3, seppure in via sperimentale, ma se dicessi di essermene interessata alla follia, mentirei. Per ulteriori particolari tecnici, meglio vedere qui che contare sulla sottoscritta. E’ molto probabile che la prossima versione faccia anche il caffè, anche se credo che per un espresso decente bisognerà aspettare ancora qualche anno…

Mica solo io…

E torniamo ad occuparci di Sbregaverze, dopo questa piccola vacanza impromptu. Ricominciamo segnalando un sito, a dimostrazione del fatto che non sono l’unica a soffrire di questa malattia.

graphics%20web%20page%20art%203.jpgLa gente di questo sito, The Swashbuckling Press, ha una sua idea di Sbregaverze (decisamente più ampia della mia), e fa le cose in grande stile. C’è di tutto un po’, ed è divertente bighellonare di link in link.

Non per caso sulla loro homepage c’è l’immagine che vedete qui a sinistra. E il sottotitolo del sito è tutto un programma: “Questo è il solo modo in cui la storia dovrebbe essere raccontata!”

Ci sono, oltre al resto, varie pagine dedicate a Dumas, ai Moschettieri e al vero D’Artagnan e ci sono indici di libri e di autori di genere più o meno sbregaverzesco. Come molte risorse amatoriali in rete, mescola allegramente lampi di accuratezza storica, speculazioni selvagge, generalizzazioni, costumi in vendita e bizzarrie varie assortite, ma è molto colorato e pieno zeppo di immagini.

Per i finesettimana piovosi e le notti insonni, insieme a una tazza di cioccolata calda e qualche biscotto.

Ott 29, 2009 - libri, libri e libri    2 Comments

I libri altrui

Una volta, anni fa, ero seduta nella sala d’attesa della stazione ferroviaria di Nantes, aspettando una coincidenza particolarmente scomoda, ed ero immersa nella lettura di una biografia di Henri de La Rochejaquelein. Ero tanto presa, in effetti, da impiegare una vita ad accorgermi di qualcuno accovacciato sul pavimento a poca distanza dalle mie ginocchia, intento a frugare in una borsa sportiva. E frugare. E frugare. E frugare…

Alla fine, getto un’occhiatina surrettizia e vedo un ragazzo occhialuto, su per giù mio coetaneo, che finge di frugare nella sua borsa, ma di fatto cerca disperatamente di vedere che cosa la sottoscritta stia leggendo. Allora, con un gran sorriso, sollevo il libro in modo da mostrargli la copertina… lui, colto sul fatto, sobbalza, arrossisce, afferra la sua borsa aperta e scappa via correndo di traverso. Ma prima di scappare, getta uno sguardo al titolo. Dalla mia fila di sedie e da quella di fronte si leva un coro di risatine, e io torno alla mia lettura.

Fine dell’aneddoto.

Però, sapete? Il ragazzo francese non aveva nessun motivo di sobbalzare e scappare: anch’io non posso fare a meno di cercar di vedere che cosa legge il prossimo in treno, in aereoporto, nella sala d’aspetto del veterinario. E’ più forte di me. Mi giro senza parere, fingo di allacciarmi una scarpa, rischio di slogarmi i bulbi oculari, assumo interessanti sfumature di carminio quando vengo presa in castagna… Ieri, sull’aereo da Berlino, il mio vicino di sinistra leggeva un libro illustrato sulla caduta del Muro. E poi c’era una ragazza che leggeva Checov in Tedesco. Visto? Lo faccio tutto il tempo.

Curiosità? Sì e no. La tentazione di inquadrare una persona sulla base di ciò che legge è forte. E so benissimo che un singolo libro non è significativo, meno ancora in una situazione di passaggio… voglio dire, in viaggio a volte si leggono strane cose: i libri che abbiamo comprato per regalarli a qualcun altro, o l’unica cosa decente che abbiamo trovato al Duty Free, o il libriccino piccolo che stava nel bagaglio a mano, o un prestito di un compagno di viaggio… oppure no. Non è detto. Non è significativo. Eppure lo si fa. E si traggono conclusioni: il mio vicino di sinistra, che aveva l’età per ricordare il 1989, era venuto a Berlino per tutt’altre ragioni ma poi, camminando per la città e vedendo le installazioni in Alexanderplatz e le fotografie nei caffè, i ricordi sono riemersi. Vecchi telegiornali, titoloni concitati a cinque colonne, magari qualche telefonata agli amici tedeschi, Rostropovich che suona davanti al Muro… “Sciocchezze!”, si è detto più di una volta. Ma alla fine non ha resistito, e prima di imbarcarsi ha comprato il libro, e durante il viaggio… E via pindareggiando in questo modo.

Io, per la cronaca, stavo leggendo “A Dagger For Two”, un romanzo storico su Christopher Marlowe scritto negli Anni Sessanta. Libro di seconda mano, edizione tascabile un po’ logora… chissà che cosa ne ha dedotto di me. Perché ha guardato che cos’era, oh se ha guardato! E senza parere, ho voltato la copertina in modo che potesse leggere. Anche lui era della stessa tribù, dopo tutto. Come il ragazzo francese a Nantes, tanti anni fa. Quelli Che Guardano I Libri Altrui.