Epifanie

A volte ci vogliono vent’anni, per capire.

Vent’anni e una notte semi-insonne a rileggere vecchi diari, a cercare di ricordarsi come si era da ginnasiali, che cosa si pensava, perché si piangeva come fontane davanti ai servizi da Berlino…

Ebbene, adesso – adesso so perché piangevo. Piangevo perché per la prima volta nella mia vita vedevo la storia fuori dai libri. La vedevo succedere intorno a me, ed era così piena di forza, e viva, e travolgente. Gli imperi crollavano davvero, e la folla cantava davvero nelle piazze, e abbatteva frontiere. Un conto era sapere in teoria che il mondo poteva cambiare in una notte, e tutt’altro era vederlo succedere…

E all’improvviso, tutto quello che avevo imparato, tutte le vicende remote che erano state solo carta e inchiostro prendevano vita, come se vederne accadere una le rendesse tutte più reali, infondesse loro respiro, soffiasse via tutta la polvere che le aveva ricoperte. La notte del 9 novembre 1989, mentre finiva la Guerra Fredda, mentre crollava la Germania Est, per me il mondo assunse un nuovo significato, un nuovo grado di realtà che contemplava cambiamento e movimento – tutto diventava più vivido, più profondo, cangiante, pieno di correnti. Era elettrizzante, era sconvolgente, era meraviglioso.

Doveva esserci un motivo se la caduta del Muro è l’avvenimento non strettamente famigliare che mi ha segnata di più nella mia vita. Adesso so perché.

 

Madame Sans-Gêne, lo Sbregaverze in gonnella

ptlavandiere_aa.jpgEbbene sì, ci sono anche le Sbregaverzesse. Quanto meno ce n’è una, e parliamo di Catherine Lefebvre, nata Huebscher, Marescialla di Francia, Duchessa di Danzica, meglio conosciuta come Madame Sans-Gêne.

Ora forse, bisognerebbe chiarire che MSG è esistita veramente, ma non si chiamava affatto così. La vera MSG era una sua contemporanea, una donna che si era arruolata in abiti maschili sotto il comando di Napoleone*, e che ha finito con l’essere quasi dimenticata, perché Sardou e Moreau hanno sottratto il sobriquet e l’hanno usato per il loro personaggio, che era ricalcato su Catherine Lefebvre. Morale, ci sono una vera-vera MSG e una falsa-vera MSG, e a noi interessa la seconda. Chiaro?

Comunque, sempre in era napoleonica siamo, e sempre in uniforme: Catherine, che faceva la lavandaia a Parigi (e a quanto pare aveva tra i suoi clienti uno squattrinatissimo tenentino còrso, tale Napoleone Buonaparte), sposò François Lefebvre, un bel sergente delle Guardie, e lo seguì al campo come vivandiera. Erano i tempi in cui un giovanotto cominciava con i galloni da sergente, e finiva con un bastone da Maresciallo, per non parlare di una corona ducale. Il tenentino còrso, che aveva fatto buona carriera a sua volta, e aveva la mania di distribuire titoli nobiliari, si tirò Lefebvre a corte, con la consorte al seguito. Ma, a differenza del resto della nuova nobiltà napoleonica, Catherine non aveva nessuna intenzione di fingersi diversa da quella che era: intelligente, sboccata, pronta di lingua e più franca di quanto fosse salutare, l’ex lavandaia non la mandava a dire a nessuno, men che mai alle sorelle dell’Imperatore, ed era una costante fonte d’imbarazzo per il marito, che tuttavia non volle mai sentir parlare di divorzio. Catherine aveva  a corte nemici (prime fra tutti Paolina ed Elisa, nées Bonaparte), estimatori (Tayllerand pare si divertisse moltissimo ad ingaggiare schermaglie verbali con l’abrasiva Duchessa) ed amici, il più importante dei quali era Napoleone in persona. Madame Sans-Gêne ripagò l’appoggio dell’Imperatore con una fedeltà a tutta prova, fino ai Cento Giorni, fino a Waterloo, e anche dopo.

marechale01.jpgFin qui la storia, e non è che Sardou e Moreau, una volta perpetrato il furto del nome, abbiano aggiunto granché. C’è un’amicizia con il Conte di Neipperg (ancor lungi dall’essere il secondo marito di Maria Luisa), le cui peripezie forniscono l’intrigo centrale della commedia**, insieme alle macchinazioni delle soeurs Bonaparte per imporre il divorzio al buon Lefebvre. La commedia è deliziosa, frizzante, vivace, e Catherine tiene sempre il centro della scena, prima lavandaia e poi duchessa, circondata da un profluvio di coprotagonisti, antagonisti e comprimari: l’elenco dei personaggi ne conta la bellezza di quarantotto, chi più chi meno vero. Napoleone è irritabile ma giusti; Paolina ed Elisa sono meschine; Lefebvre è coraggioso, geloso e un po’ ingenuo; Neipperg è del tutto privo di buon senso; Fouché è soave e sarcastico; Savary un idiota; Catherine è generosa, Catherine è imprudente, Catherine è sveglia, onesta nel profondo, leale e linguacciuta. Ed è una Sbregaverze. Appartiene alla varietà femminile della specie, e quindi non è del tutto identica ai suoi colleghi maschi, ma non c’è da sbagliarsi, cosa che ora procederò, siore e siori, a dimostrare scientificamente.

Ricordate quando abbiamo elencato in via preliminare le caratteristiche salienti dello Sbregaverze qui? Ebbene, ripercorriamole una ad una, per vedere come si applicano a Madame Sans-Gêne.

* Lo Sbregaverze svolge una professione di tipo guerresco. Ebbene, l’abbiamo detto: Catherine fa la vivandiera. Check.

* Lo Sbregaverze prospera in tempo di guerra, rivoluzione, rivolta, instabilità sociale. A parte la promozione a Duchessa, dovreste vederla, nel prologo, affrontare senza paura il tumulto delle strade parigine il giorno della presa delle Tuileries, e tenere testa alle guardie nazionali che vogliono frugarle casa e bottega! Così si fa, ragazza!

* Lo Sbregaverze è realmente esistito, e ha giocato ruoli marginali nella storia del suo tempo. Già detto. Sardou e Moreau ne fanno una specie di amica di gioventù di Napoleone, ma è probabile che fosse un po’ lo spaventapasseri della corte.

* Lo Sbregaverze è abbastanza competente nel badare a se stesso e ad eventuali altri, ma mostra una spiccata tendenza a cacciarsi in guai della più diversa natura. Catherine deve i suoi guai principalmente a due fonti: la sua boccaccia e il suo buon cuore. Rispondere a tono alle Bonaparte non è una buona idea; dare asilo a giovani aristocratici feriti nemmeno; difendere amici in disgrazia, idem come sopra. E tuttavia, Catherine è furba e coraggiosa a sufficienza da togliersi per lo più da sola dai guai in cui si caccia. O in alternativa, è talmente in buona fede che chi dovrebbe/potrebbe punirla ci rinuncia.

* Lo Sbregaverze mostra un carattere complesso. Per dirla tutta, Catherine è molto più straightforward dei suoi colleghi maschi. Non rimugina, non alambicca, non strologa, non cerca vie traverse. Vuole qualcosa? Agisce per averla. Non vuole qualcos’altro? Si batte per evitarla. Qualcuno le sta sul gozzo? Lo dice candidamente (e pittorescamente). Also, Catherine non si fa vanto della sua neo-nobiltà, e non finge di disprezzare i titoli: essere duchessa le sta sul gozzo, piuttosto che altrimenti, proprio come lo strascico degli abiti da corte. E’ il sincero fastidio che si ha per un intralcio, non snobismo. Tutto molto, molto più semplice.

tomba-madame-sans-gene-.jpg* Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, lo Sbregaverze non è predestinato a una fine precoce. La Catherine storica ebbe quattordici figli, raggiunse la matura età di 83 anni ed è sepolta nel cimitero del Père Lachaise***. La Catherine della commedia è (prologo a parte) una donna matura che ricorda con nostalgia i tempi fiammeggianti della Rivoluzione e delle campagne militari, che rimpiange la sua lavanderia e il suo carro di vivandiera.

* Se c’è qualcosa a cui uno Sbregaverze non può resistere, è una causa perduta. Che cosa fa la fidanzata di un sanculotto, quando si vede piombare in bottega un contino austriaco ferito e braccato dagli amici del sanculotto stesso? Provate a indovinare. E quando lo stesso Austriaco, vent’anni dopo, ha di nuovo bisogno d’aiuto? Appunto.

* Lo Sbregaverze è sempre un outsider, in un modo o nell’altro. Una volta a Corte, Catherine è una outsider in tutti i modi possibili, e lo è con gran gusto e allegria. Bisogna vederla dare la baia ai maestri di etichetta, alle principesse e ai duchi, compreso suo marito.

* Lo Sbregaverze si offende con estrema facilità, vede insulti in ogni dove ed è pericolosamente pronto ad esigere riparazione. No, questo no. Catherine s’infiamma quando le circostanze lo richiedono, e allora risponde per le rime, e si difende quando l’attacco merita risposta. Sennò fa allegramente spallucce. Se c’è qualcosa che Catherine non ha, sono i complessi. Il nome di Madame Sans-Gêne non sarà suo, ma le sta a pennello.

* Con rarissime eccezioni, lo Sbregaverze ha un amico/assistente/compagno di qualche tipo, quello che in Inglese si chiamerebbe sidekick. lefebvre-2.jpgL’unico personaggio che potremmo considerare sidekick di Catherine è suo marito, il bravo, geloso, affezionato Lefebvre, ma ci discostiamo non poco dai canoni. Lefebvre non è un sottoposto adorante, però talvolta è la voce della ragione, e cerca di mediare tra Catherine e la corte. E’ anche, giusto per complicare un po’ le cose, l’oggetto dell’amore di Catherine. Oggetto ottenuto: a differenza dei suoi colleghi maschi, Catherine ottiene quel che vuole, anzi: ce l’ha fin dall’inizio.

* Lo Sbregaverze trabocca di fascino. E sì, suvvia: buona, generosa, coraggiosa, astuta, piena di risorse, onesta, spiritosa, gaffeuse irreprimibile, retta e leale… come si fa a non voler bene a Catherine Lefebvre, duchessa-lavandaia?

Morale? Direi che ci siamo. Catherine fits the bill sotto la maggior parte degli aspetti, discostandosi dal canone solo là dove è una questione di pragmatismo: quando si viene al dunque, le donne sono più pragmatiche degli uomini, e questo è quanto. 🙂 E non è nemmeno bella. Sì, a teatro è stata incarnata da Réjane, al cinema dalla Loren, ma lei… visto il ritratto in cima al post? Ecco. Ci si può chiedere dove sia la malinconia di Madame Sans-Gêne . Non è triste, lei? Non ha aspirazioni inappagabili? Ne ha, ne ha… Ho detto, poco più sopra, che Catherine ottiene quel che vuole, ma forse sarebbe meglio dire che all’inizio ha quello vuole. Poi lo perde. A lei piace fare la lavandaia, ama il suo sergente così com’è, e se segue l’Armée è per restargli accanto. Non ha chiesto di diventare Duchessa, e certo non le piacciono le conseguenze. Rimpiange il mondo più semplice e più diretto in cui stirava camicie (senza farsi pagare dai tenentini còrsi), o distribuiva gamelle di zuppa tra le cannonate, e poteva dire quel che le pareva senza che nessuno la guardasse storto. Nella Rue Sainte Anne, Catherine è popolare ed apprezzata proprio per la sua franchezza e il suo candido coraggio. Non la vediamo sui campi di battaglia, ma possiamo scommettere che è la beniamina di tutti i soldati. Una volta a Corte, ogni gesto e ogni parola di Catherine sono intrisi di nostalgia per la semplicità e la libertà della sua giovinezza, libertà e semplicità che, e lo sa bene, non riavrà mai più. Catherine potrebbe essere un simbolo della Rivoluzione: la lavandaia diventata Duchessa. E non è felice. Ecco, quindi, la malinconia di Madame Sans-Gêne, che talora, quasi controvoglia, il Napoleone di Sardou mostra di condividere: bisognerebbe essere cauti con i sogni di gloria e le ambizioni. Una volta afferrato il premio, è tutto finito. Tranne, s’intende, la nostalgia, i rimpianti e la disillusione.

Volete vedere che, alla fin fine, è più fortunato chi il premio non lo afferra?

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* Capitava. Anche al di fuori dai romanzi. Si arruolavano facendosi passare per maschi, e alle volte mi domando dove avessero gli occhi i reclutatori… Ma è pur vero che quando c’è bisogno di gente non si va per il sottile. Lasciatemi citare, benché c’entri fino a un certo punto, Renée Bordereau, detta Langevin, soldato nell’Armata Cattolica e Reale di Vandea, di cui tutte le fonti, per qualche motivo, si affrettano sempre a dire che era brutta.

** Personalmente ho un’edizione BUR del 1961, quando ancora si italianizzavano i nomi di autori (Vittoriano Sardou ed Emilio Moreau) e personaggi (Caterina, Giuseppe e via dicendo). Traduzione vivace di Giacomo Falco. Il libro, trovato alla già citata Libreria Parnaso di Pavia, ha un ex-libris che recita così: Scampato all’alluvione del Ticino 7 novembre 1994.

*** Prima che qualcuno chieda: no, non ci sono statue. C’è solo la lapide riprodotta lì sopra.

Dove eravate?

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Dov’eravate, vent’anni fa, come stasera?
Io incollata alla televisione, con i miei genitori. “Guarda bene,” disse mio padre, con gli occhi lucidi. “Guarda, perché non te lo dimenticherai più.”

Io avevo quindici anni, e mio padre aveva ragione. A cena i miei genitori mi raccontarono i loro ricordi di quando il muro era stato costruito, e poi brindammo ai Berlinesi, ai Tedeschi, a Gorbaciov, alla fine di un’era, all’inizio di un’altra. Era un mondo nuovo.

E voi?

Piccoli Recensori Crescono

hnrmay09cover.jpgLasciatemi fare un annuncio: da oggi faccio ufficialmente parte del team della Historical Novels Review, rivista di recensioni e mercato editoriale della Historical Novel Society.

HNS è un’associazione internazionale (d’accordo, principalmente angloamericana) di scrittori, editori e lettori di romanzi storici, e HNR è una delle sue riviste. Qualche tempo fa ne avevo parlato qui. Hanno recensori su entrambe le sponde dell’Atlantico ma, per quanto ne so, la sottoscritta è l’unica non madrelingua. Da oggi faccio parte della squadra, alle dipendenze della redazione inglese. Naturalmente mi aspetta della gavetta, per cominciare (recensire i libri che nessun altro vuole, a quanto pare), ma ne  vado molto orgogliosa…

Il sogno, naturalmente, è che prima o poi qualcuno dei miei nuovi colleghi recensisca un mio romanzo. Campa cavallo, lo so, ma ehi! can’t blame a girl for dreaming!

Questioni di Naso

IMDb elenca 13  adattamenti cinematografici e televisivi del Cyrano (compresa una versione contemporanea in cui Cyrano è un vigile del fuoco), più un buon numero di riprese di rappresentazioni teatrali e un paio di riprese dell’opera di Alfano. Fior di attori vi si sono cimentati, a partire da Coquelin nel 1900 (anno, non secolo), e poi Jose Ferrer, Peter Donat, Christopher Plummer, Klaus Maria Brandauer, solo per citarne alcuni. Parlando di Italiani, aggiungerei Gigi Proietti, e anche la versione musicale di Modugno. E poi naturalmente, nel 1990, Gerard Depardieu. Quando questo film uscì, ero perplessa. Depardieu non mi sembrava adatto per Cyrano, figuratevi!

Poi, poi, poi…

 Ecco a voi, dall’Atto Primo, il Naso di Cyrano e il duello con il visconte di Valvert, con tanto di ballata estemporanea (rime in -ono e -accio). Duelli alla spada, ballate composte per l’occasione… ciò vi ricorda qualcuno, per caso? Come dire, più sbregaverze di così…

Il Questionario di Proust

Proust.jpgIl Questionario di Proust era un gioco di società in voga nei salotti del XIX Secolo, una specie di antenato dei test della personalità fatti per divertimento. Proust non l’ha inventato, lo ha solo reso celebre partecipando al gioco: qui ci sono le sue risposte, complete di riproduzione del foglio su cui le scrisse.

Perché lo tiro in ballo? Perché i casi, quando si crea un personaggio, sono in genere due: a) c’è una prima, meravigliosa fase di ebollizione in cui il nostro personaggio prende vita quasi da sé… poi bisogna strutturare tutto quello che è germogliato in un insieme coerente (almeno dal punto di vista dell’universo della finzione); oppure b) serve un personaggio che svolga una certa funzione ma, a parte la funzione, non se ne sa granché… solo che le funzioni pure e semplici non somigliano molto a della gente verosimile.

In entrambi i casi, per mettere ordine o per costruire, ci sono metodi peggiori di un questionario. Ci sono delle domande; si danno delle risposte; ci si chiede che cosa si sa del personaggio; si aggiunge/specula/teorizza/deduce quello che non si sa. E’ più facile restare coerenti davanti a una bella serie di domande scritte.

Ora, esistono centinaia di “schede personaggio” di varia provenienza, da quelle con decine di voci a quelle che si concentrano su pochi tratti salienti; da quelle puramente psicologiche a quelle che sembrano un formulario per la carta d’identità; da quelle asettiche a quelle in cui bisogna rispondere con la voce del personaggio… Tra l’altro, ogni insegnante di scrittura creativa ha la sua. Qualche volta ne posterò qualcuna, ma non è difficile trovarne su e giù per la rete.

Confesso di non averne una preferita: la mia prima scelta tende ad essere quella di Lajos Egri, perché è molto completa, ma quasi mai mi fermo lì: il più delle volte ne faccio un buon numero, più diverse che sia possibile, in modo che coprano aspetti diversi, sollecitino risultati differenti. E il Questionario di Proust tende ad essere utile: ci si cala nei panni del personaggio e via… Non è davvero esauriente e di certo non basta da solo (a meno che non lo si utilizzi per un personaggio secondario), ma costringe a pensare con la testa del personaggio, il che è sempre un esercizio utile. Lo si può anche tenere per i giorni di pioggia, quando si è bloccati: invece di incaponirsi davanti alla pagina vuota, invece di scagliare maledizioni seriali allo schermo bianco, si tira fuori il Q di P e ci si dà dentro. Nella migliore delle ipotesi si farà qualche scoperta utile (you never know the ways your subconscious mind will chose to tell you something), nella peggiore ci si sarà distratti per mezz’oretta dal ginepraio, ed è già qualcosa.annibale.jpg

A titolo d’esempio, voilà il mio Annibale alle prese con il Questionario:

Il tratto principale del mio carattere
L’intensità, la volontà feroce e inarrestabile. Ho perseguito ciò che volevo, sempre, al di là di ogni ragionevolezza e del mio stesso bene, e ho trascinato con me un esercito e una città interi.

La qualità che desidero in un uomo.
L’intelligenza: non ho pazienza per gli stupidi, non sopporto di averne attorno. A un uomo intelligente, d’altro canto, posso perdonare molti difetti.

La qualità che preferisco in una donna.
La comprensione. E poi la misura, il controllo: temo gli eccessi sentimentali più della punta di una spada.

Quel che apprezzo di più nei miei amici
La lealtà e l’intelligenza.

Il mio principale difetto.
La facilità alla collera e all’umor tetro. Il terrore di perdere il mio talento che a volte mi paralizza.

La mia occupazione preferita. 
Ideare una battaglia. Plasmare il terreno, la luce, gli uomini, la paura, le passioni, la tracotanza e il ferro in una vittoria perfetta.

Il mio sogno di felicità.
Non perdo tempo a sognare la felicità. Assaporo la gioia violenta del trionfo quando posso, la rimpiango quando non posso averla, ma non è un fine in sé. E amo l’intensità dei grandi sogni, il respiro delle imprese che occupano una vita intera.

Quale sarebbe, per me, la più grande disgrazia:
La sconfitta. O la vittoria: che sarebbe di me, chi sarei, se non avessi una guerra, un nemico, un sogno da inseguire?

Quel che vorrei essere.
Nessun altro che me stesso.

Il paese dove vorrei vivere.
La Cartagine felice della mia infanzia, forse. Ma nemmeno questo è vero: ho vagato troppo, in avanzata, in trionfo e in fuga, per sapere ancora dove vorrei vivere.

Il colore che preferisco.
Il colore cangiante e chiaro che ha il cuore delle fiamme.

Il fiore che amo.
I gigli d’acqua, come quelli che mia moglie portava nei capelli.

L’uccello che preferisco
Il falco: vigile, sanguinario e fedele.

I miei autori preferiti in prosa.
Ogni storico che sappia leggere l’animo di quelli di cui scrive.

I miei poeti preferiti.
L’Omero dell’Odissea.

I miei eroi nella finzione.
Ulisse, intelligente prima di ogni altra cosa.

Le mie eroine preferite nella finzione.
Non ne ho.

I miei compositori preferiti.
[talvolta capita che qualche domanda non si applichi a qualche tipo di personaggio…]

I miei pittori preferiti.
[…e allora si passa oltre, naturalmente]

I miei eroi nella vita reale.
Il Grande Alessandro e Pirro

Le mie eroine nella storia.
Elissa, la figlia del Re di Tiro, sulla cui nave i miei avi raggiunsero la costa che sarebbe diventata Cartagine.

I miei nomi preferiti.
I nomi ci sono cari a seconda di coloro che li portano. A mio figlio avevo dato quello di mio padre.

Quel che detesto più di tutto.
La stupidità.

I personaggi storici che disprezzo di più.
I Diadochi, che si contendevano brandelli d’impero mentre Alessandro moriva. E certi consoli romani come Longo e Varrone, se mai passeranno alla storia. E Filippo V di Macedonia… Temo di avere imparato a disprezzare la mediocrità, e a discernerla in molti, troppi uomini passati e presenti.

L’impresa militare che ammiro di più.
Le conquiste di Alessandro, le campagne di Pirro. Forse dovrei ammirare anche Scipione, che mi sconfisse.

La riforma che apprezzo di più.
Quella con cui volli attaccare gli speculatori di guerra a Cartagine, anche se mi costò l’esilio.

Il dono di natura che vorrei avere.
Tra i molti doni che ho avuto, mi è mancata la capacità di amare.

Come vorrei morire.
In battaglia.

Stato attuale del mio animo.
[questa domanda ci conduce a una questione interessante: quando? Ovviamente, l’Annibale venticinquenne all’inizio delle sue imprese risponderebbe ben diversamente dal vecchio Annibale esule in Siria. Ma questo si applica anche a diverse altre domande, in realtà… A volte è interessante fare il questionario più di una volta, immaginando che il personaggio risponda in varie fasi della sua vita, e studiare i cambiamenti. Per il momento, supporremo che a rispondere sia Annibale esule in Siria] L’amarezza, il risentimento, il rimpianto delle grandi cose che non ho potuto compiere.

Le colpe che mi ispirano maggiore indulgenza.
Non sono un uomo indulgente. Né con me stesso, né con gli altri.

Il mio motto: Persevero sempre.

A volte ritornano

Sì, sì, sì: ancora D’Artagnan. E’ più forte di me, che ci posso fare? E poi sono sicura che Cyrano non se la prende.

200px-Lets_make_love.jpga) Vi ricordate un film dei primissimi Anni Sessanta chiamato “Let’s Make Love”? Be’, a un certo punto Yves Montand (milionario in incognito) dice a Marylin Monroe (attrice molto svampita) di chiamarsi Alexandre Dumas. “Oooh,” cinguetta lei. “Come il tizio che ha scritto I Tre Moschettieri per la MGM! Non sarai mica tu, vero?”

  b) Dalla voce “The Three Musketeers” di Wikipedia (traduzione mia):

Influenza su opere successive

Nel 1939, l’autrice americana Tiffany Thayer pubblicò un romanzo intitolato Three Musketeers (Thayer, 1939). Si tratta di una rinarrazione della storia, ricreata con le parole dell’autrice, fedele alla trama originale, ma raccontata in un ordine differente e con punti di vista ed enfasi differenti rispetto all’originale. Per esempio, il libro si apre con una scena della gioventù di Milady e la storia della sua marchiatura a fuoco, in modo da sviluppare di più il suo personaggio e rendere più credibili e comprensibili le sue azioni e macchinazioni successive. La Thayer ttratta l’aspetto sessuale della storia in modo molto più esplicito rispetto alle traduzioni inglesi dell’originale, ciò che ha creato occasionali episodi di costernazione nei casi in cui il suo libro è finito per errore negli scaffali di letteratura per l’infanzia e nelle biblioteche scolastiche.

c) e infine, come potevo non citare Nizza e Morbelli? Spero di non infrangere i diritti di nessuno, se riporto qui l’entrata in scena del loro D’Artagnan che, nottetempo, bussa fragorosamente alla porta della taverna “Al Gatto Melanconico”:

– Olà, apri, cane di un oste, apri, se hai cara la vita!

i_quattro_moschettieri.jpgQuella voce era ben nota. Aveva rintronato secca e tagliente come una lama in tutti i crocicchi, sui ponti, ovunque c’erano il pericolo e la strage. Quella voce apparteneva ad un giovane cavaliere dal cappello piumato, alti stivali alla moschettiera, giustacuore di velluto cremisino, ampio colletto di pizzo d’Anjou, sguardo fiero e lampeggiante, capelli castani, baffi e pizzo stesso colore, altezza m .1.80, torace 90, dentatura sana, segni particolari: un neo sulla guancia destra. Quella voce apparteneva ad un Moschettiere del Re che – pur di nobiltà cadetta – aveva saputo conquistarsi con la spada e la cortesia larga rinomanza a corte: gran danzatore di pavana, goloso bevitore da taverna, appassionato in amore. I cuori  di tutte le donne di Parigi, dalle contesse alle fantesche, dalle trinaie alle forosette battevano per lui (ah, quando passava sul baio nei giorni di parata!)

D’Artagnan, ça va sans dire, non è da solo, ma con i suoi tre sodali. E insieme a loro si presenta cantando così*:

Noi siamo i prodi figli di Dumasse;

della paura, chi se ne impipasse?

Chiunque, non appena ci guardasse,

vedresse che noi siamo i Moschettier.

Dumasse nel romanzo ve lo scrisse

e poi svariate volte ve lo disse

che noi siam Athos, Portos e Aramisse

e il quarto del terzetto è D’Artagnan.

Da Nizza&Morbelli, I Quattro Moschettieri, 1935.

(*La canzone sarebbe da cantarsi sull’aria di “TRE” di Mascheroni, e io ve lo dico per dovere di cronaca, ma quanto a chi fosse Mascheroni e come fosse l’aria di “TRE”… eh!)

E con questo ho chiuso con D’Artagnan. Davvero.

Nov 5, 2009 - musica, pennivendolerie    No Comments

Martucci in Accademia

Martucci_image_01.jpgOggi, in occasione del centenario della morte, l’Accademia Nazionale Virgiliana di Scienze, Lettere e Arti dedica al compositore napoletano Giuseppe Martucci una giornata al Teatro Bibiena di Mantova. Convegno oggi pomeriggio, iniziando all 17.00, e concerto alle 21.00, tutto in omaggio all’autore della Canzone dei Ricordi, l’unico ciclo di lieder del panorama musicale italiano.

Ho smarrito il mio invito con programma, e quindi non sono in grado di essere terribilmente precisa, ma quello che posso dire con certezza è che, durante il convegno, Francesca Campogalliani, dell’Accademia Teatrale Campogalliani, leggerà “I Ricordi della Canzone”, novella martucciana di Chiara Prezzavento. Essì, credevate che fosse un post informativo, e invece è spudorata autopromozione…

Per redimermi, almeno parzialmente, qui c’è un sito dedicato a Giuseppe Martucci, IL compositore sinfonico del secondo Ottocento italiano (vale a dire, l’unico a non scrivere nemmeno un’opera…)

Adesso mi piacerebbe inserire un video di musica martucciana, ma YouTube non me lo consente: tutti i pezzi di Canzone che ci sono (la scelta è fra Mirella Freni e Violeta Urmana) portano la dicitura “incorporamento disattivato su richiesta dell’utente”. Vuol dire che dovrete andarli a cercare qui.

Colta in castagna!

Ahi, ahi, Clarina! Colta in castagna sulle statue un’altra volta…

Ecco qui la statua di Cyrano a Bergerac, in Dordogna:

450px-Cyrano_de_Bergerac_%28statue%29.jpg

 

Sì, lo so: ho detto che non era un guascone, e in fatti non lo era. La sua famiglia era parigina, ma per via di matrimonio, a qualche punto, aveva acquisito la signoria di Bergerac, in Dordogna. E il cognome gli piaceva, ed era guascone quanto bastava per i Cadetti delle Guardie, e suonava debitamente gentilizio…

Anche D’Artagnan se l’era aggiunto da sé, il cognome, che dopo tutto apparteneva alla famiglia di sua madre. Parentele migliori, più utili a corte. E anche Alan passa un quinto del libro a ripetere a chiunque voglia ascoltarlo (e a un certo numero di persone che non ci tengono particolarmente) che lui porta un nome da re. Quindi sì: gli Sbregaverze sono ossessionati dal proprio cognome.

Sarà per questo che non ci sono Sbregaverze islandesi?

Già che ci siamo, ecco un altro ritratto (non tremendamente lusinghiero, if you ask me) del Cyrano storico.180px-Cyrano_de_Bergerac.jpg

E’ un’incisione del XVII Secolo, e quindi possiamo quasi considerarla una fonte primaria. Decisamente poco eroica: il Nostro ha tutta l’aria di essere in vestaglia e berretto da notte, occupato a scrivere. Decisamente dissimile dalla nostra idea di Cyrano, nevvero? Voglio dire, la penna e lo scrittoio vanno benone, ma dove sono la spada e il pennacchio, sacrebleu?

Tra l’altro, questo ci porta a un’altra questioncella: questa ed altre incisioni contemporanee ci mostrano un Cyrano dal naso pronunciato, ma non precisamente mastodontico. E’ pur vero che certa ritrattistica tendeva a minimizzare i difetti fisici, ma insomma, il celebre naso è decisamente esagerato da Rostand a fini drammatici. Ebbene sì: un naso drammatico, chi l’avrebbe mai detto?

Cyrano de Bergerac, lo Sbregaverze Poeta

cyrano.jpgDirei che, subito dopo D’Artagnan, Cyrano è lo sbregaverze più celebre nella sua incarnazione letteraria. Quanto meno, tutti una volta nella vita abbiamo citato, più o meno seriamente, il celeberrimo “apostrofo rosa tra le parole t’amo”. Perbacco, un tempo c’era persino nei Baci Perugina! E nell’immaginario di tutti c’è Cyrano nasuto che, nascosto sotto il balcone di Rossana, incanta la fanciulla a forza di parole e poi guarda il bel Christian salire a raccogliere il premio…

Sul Cyrano storico, forse c’è un po’ più di confusione, ma tutto sommato non è grave, perché Cyrano fu, forse più di tutti gli altri, uno Sbregaverze anche in vita.

Voglio dire: benché non fosse affatto guascone, Hercule Savinien de Cyrano, entrò a vent’anni come cadetto nelle Guardie perché gli piaceva menar la spada e perché non aveva un soldo. Aveva fatto buoni studi, aveva già un (proibitissimo) duello al suo attivo, e si era appropriato senza troppo diritto del cognome di Bergerac. La sua vita militare non durò a lungo: si fece onore, oppure si fece notare, che non è necessariamente la stessa cosa, all’assedio di Arras, e guadagnò qualche ferita. Cyr.jpgDopodiché se ne ritornò a Parigi a studiare, duellare, corteggiare le Preziose*, impicciarsi di politica e scrivere. La casacca delle Guardie l’aveva portata per un paio d’anni in tutto. Scrivere, dicevamo, e nulla di tranquillo o di normale. Poesia bizzarra, lettere assai barocche, tragedie, commedie (una fu persino plagiata da Molière!), un trattato di fisica non finito, della satira prima ai danni e poi in difesa del Cardinal Mazarino, e due “romanzi fantastici”: chi l’avrebbe mai detto? Coi suoi viaggi immaginari sulla luna e sul sole, Cyrano fu il padre della fantascienza. Va da sé che non conduceva una vita sanissima sotto nessun punto di vista. Cambiare spesso d’opinione in fatto di donne, politica e protettori non era inaudito, nel XVII Secolo, ma conduceva a conseguenze sgradevoli. Come parecchi nemici, raccolti nell’uno e nell’altro lato durante le sollevazioni della Fronda, e come la sifilide, allora chiamata con eufemismo significativo “il mal francese”. Poi, sia chiaro: Cyrano non era un personaggio importante, era solo un autore squattrinato con sporadici lampi di popolarità, senza alcuna influenza al di fuori di certi ambienti colti… I suoi nemici non avevano bisogno di fare granché. La mancanza di un protettore, di commissioni letterarie, di vero e proprio successo, bastavano a renderlo innocuo. Cyrano continuò con la sua vita di disordini e di letteratura, ma cercò la protezione di un duca e, abbandonate le satire politiche, si ridugiò in territori meno arrischiati, come la fisica e un secondo romanzo fantastico (che ebbe molto meno successo del primo). Morì davvero per le ferite causategli dal crollo di una trave, ma non nel chiostro di un convento, tra le braccia di Rossana e Le Bret, bensì, molto più prosaicamente, a casa di un suo cugino. Aveva 36 anni.

Visto? Tutto sommato, non c’era bisogno d’inventare molto: c’era già quasi tutto. Cyrano era già un personaggio perfetto, e l’abilità di Rostand sta nell’avere raccolto tutta l’abbondanza di dettagli, e averli usati magnificamente**.

Ne ha fatto un Guascone, questo sì. D’altra parte, era quasi necessario: ce lo vedreste un non-Guascone a intonare la tirata dei Cadetti di Guascogna? Certe volte, al diavolo la veridicità storica! A parte questo, la maggior parte della gente che entra in scena è assolutamente vera. Dall’attore contestato Montfleury, al poeta avvinazzato Lignières, a Carbon de Castel Jaloux, capitano delle Guardie, fino al pasticciere Ragueneau: tutti veri. Curiosamente, non è vero l’antagonista: il Conte de Guiche, ricco e potente, imparentato con Richelieu, rivale in amore e comandante sul campo, Guascone a sua volta, quando decide di ricordarsene, e nemico quasi pentito al quint’atto, è un personaggio di fantasia. Ma è un caso quasi isolato.

Prendiamo il sidekick di Cyrano, il buon Le Bret. Le Bret vorrebbe tanto essere la voce della ragione, ci prova… stavo per scrivere “con tutte le sue forze”, ma non è vero. Alla fin fine, Le Bret si lascia trascinare dall’irragionevolezza e dall’elan di Cyrano. Lo rimprovera per il suo orgoglio smisurato, la sua prodigalità, la sua abilità nel farsi nemici, ma lo ammira troppo per fare sul serio. Le Bret cerca sempre di riparare alle conseguenze, ma non è in grado di agire sugli effetti. Pallido sidekick, in realtà. Leale, fiaccamente prudente, un pochino ottuso… quasi non ci accorgeremmo di lui, se non fosse per la luce riflessa da Cyrano: “Ecco Le Bret che brontola***”, commenta il nostro, con affettuosa esasperazione, ogni volta che l’amico cerca di fargli intendere ragione. Salvo poi non dargli affatto retta. E comunque, un Le Bret c’era davvero: amico d’infanzia e fratello d’armi di Cyrano, dice l’edizione Flammarion del 1989****.

cyrano_de_bergerac_1989_reference.jpgD’altra parte, alcune funzioni del sidekick sono dirottate su Christian. Christian, come tutti sanno, è un bel ragazzo. E’ anche un po’ bète, e di suo Cyrano lo mangerebbe a colazione, tagliato a fettine sottili e tostato con il pane. Ma Rossana ci mette lo zampino, e Cyrano si trasforma in mentore per il ragazzo. Poi, Christian ha delle qualità: è coraggioso, leale, e non è del tutto stupido. Ci mette un po’, ma alla fine si rende conto che non è lui che Rossana ama… E a questo punto la prende nelle costole, come suol dirsi, sennò non potremmo avere il quint’atto che fa tanto piangere la Clarina. Quindi sì, senz’altro Christian muove la trama molto più di Le Bret, ed è lui l’ottuso che Cyrano svezza. Ciò ne fa almeno mezzo sidekick. E anche lui è esistito veramente: barone Christophe de Neuvillette, morto durante l’assedio di Arras.

Era anche davvero il marito di Rossana. La quale era davvero una Preziosa, e persino davvero cugina di Cyrano. E una volta vedovata trascorse davvero il resto della sua vita in convento. Non ci fu mai nessuna storia d’amore con Cyrano (che, tra l’altro, era più giovane di lei di dieci anni), ma in fondo conta davvero? Quel che conta è ciò che Rostand ha fatto di lei. Rossana è una creatura deliziosa, modaiola e frivola, pronta ad andare in deliquio per una frase ben tornita, innamorata delle idee, della bellezza, della poesia. E’ candidamente convinta che Christian, essendo bello, non possa non essere intelligente, colto e raffinato. Kalòs kaì agathòs in nastri e merletti. E Cyrano coltiva questa sua illusione al di là di ogni buon senso, perché così può parlar d’amore alla sua bella cugina e, al tempo stesso, illudersi a sua volta di proteggere Rossana. Perché Rossana va protetta: è ingenua a modo suo, l’abbiamo detto, non vuole saperne di sentirsi dire “ti amo” in due parole, perché per lei l’amore è un ricamo dialettico, e si confonde all’idea di un bacio. Versi e orazioni vanno bene, ma quando si tratta di passare alla realtà, ci vuole tutta l’eloquenza di Cyrano… Sapete una cosa? Tutto questo gioco tra Christian e Cyrano sembrerebbe quasi una beffa crudele ai danni della ragazza, e tanto più quando Rossana, che (nemmeno lei) è del tutto stupida, si rende conto di amare non tanto la bellezza di Christian, ma la sua anima. E la sua anima, noi lo sappiamo è di qualcun altro. Non è un caso che, a questo punto, sia Christian a volere che tutto venga svelato. Non Cyrano: Cyrano, dipendesse da lui, manterrebbe il segreto, continuerebbe a nascondersi dietro la bellezza di Christian. E anzi, lo fa, seppur nascondendosi dietro la sua morte… Si vergogna un po’ dell’inganno? O non si sente adeguato? O teme che Rossana dopo tutto non pensi ciò che dice? O gli va bene così, alla fin fine? Perché Rossana è, fra gli amori degli Sbregaverze, forse la più brillante, ma di fatto, Cyrano fa ben poco per averla davvero. Dopo la morte di Christian, aspetta quindici anni per confessare la verità, e lo fa solo in punto di morte, quando è troppo tardi…

A parte il fatto che ciò non depone a favore dell’acume di Rossana, volete vedere che abbiamo individuato un altro tratto dello Sbregaverze? Cyrano scrive e sogna di viaggi sulla luna; potrebbe avere successo cercando protezione, ma preferisce restare libero e sconosciuto*****; ama una donna che potrebbe avere, ma preferisce restare nell’ombra; compie imprese mirabolanti come una battaglia contro cento avversari, di cui il giorno dopo tutti parlano senza che nessuno l’abbia vista… Cyrano è l’eroe delle occasioni perdute, ma non è il solo. Alan si danna per la sua causa, ma la causa, lo sappiamo tutti e lui per primo, è condannata. D’Artagnan riceve il suo bastone da Maresciallo e la cannonata fatale insieme… cyranoroxane1.jpg

Lo Sbregaverze non arriva mai ad ottenere ciò che vuole, eppure il suo non è un fallimento. E’ una malinconia di tutta una vita, ma non un difetto. Nessuno di noi ne vuole allo Sbregaverze perché non consegue il suo scopo, anzi: lo amiamo ancora di più per questo. Lo scopo non è importante in sé, Rossana, il bastone da Maresciallo, il ritorno degli Stewart sul trono, non contano davvero. Volere e lottare per tutta una vita, questo è quello che ci fa appassionare e commuovere. Alla fin fine, è questo slancio che ha fatto di noi quello che siamo: il tendere a qualcosa appena (o molto) oltre la nosta portata è uno dei tratti più nobili dell’umanità, ed è proprio questa tensione che ritorna in tutti gli Sbregaverze. Non può essere un caso.

Se Cyrano sposasse Rossana, ne sono certa, non c’importerebbe poi troppo di lui. Cyrano che si crede troppo brutto per l’amore, Cyrano che alla realizzazione concreta preferisce il desiderio e il rimpianto e la fedeltà a un ideale, è la dimensione eroica di tutte le nostre aspirazioni inappagate e inappagabili. Di quel bisogno di sognare che, alla fine fine, è più forte di tutto il resto, se solo glielo consentiamo. Ed è per questo che lo amiamo.

 Sul fatto che forse Cyrano preferisca la “sua” Rossana idealizzata alla Rossana vera, e questo a prezzo della felicità di tutti quanti, lui compreso, preferiamo non soffermarci troppo. Almeno, non tutti i giorni.

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* Oh, d’accordo: non soltanto le Preziose…

** Ha cassato la sifilide ma, onestamente, come dargli torto?

*** “Voilà Le Bret qui Grogne.” Tanto lo sapevate che un pezzettino dell’originale da qualche parte dovevo ficcarcelo! E comunque, il Le Bret storico aveva le sue, di velleità letterarie: ha persino scritto una (fantasiosa, per la verità) biografia del suo amico Cyrano.

**** Comprata in una libreria alle Halles di Parigi durante gli anni del Liceo, e letta un’infinità di volte. Posso anche confessarlo: quando studiavo teatro, con un mio amico avevamo deciso di mettere in scena il Cyrano. Naturalmente lui (16 anni) avrebbe fatto Cyrano, e io (17) Rossana… Non è meravigliosa la criminale incoscienza degli adolescenti? Poi, fortunatamente, la nostra insegnante aveva più buon senso di noi.

***** Anzi, possiamo dire di più: quando, nel quinto atto *tears up a bit* Raguenau gli fa notare il plagio di Molière ai suoi danni (ciò che è, tra parentesi un anacronismo, visto che la commedia in questione fu rappresentata qualcosa come quindici anni dopo la morte del plagiato), Cyrano sospira che “Molière ha del genio, e Christian era bello.” Come se lui, avendo solo del talento ed essendo brutto, non avesse meritato la gloria letteraria e l’amore. E come se, non potendoli avere nel pieno splendore della perfezione, Cyrano fosse tutto sommato soddisfatto di rinunciare all’una e all’altro. E continuare a sognarli/rimpiangerli, anziché averne una versione minore…