Ott 21, 2009 - libri, libri e libri    No Comments

Promessi Sposi alla UTE

Perbacco, che vento e che gelo…

Mi cospargo di cenere il capo: avevo dimenticato di postare, quest’oggi. E’ chiaramente l’età che avanza.

Ad ogni modo, rientro adesso dall’inaugurazione della lettura integrale dei Promessi Sposi, avviata dall’Università della III Età di Mantova. Da qui a Pasqua, ogni mercoledì pomeriggio alle 18.00, commenteremo e leggeremo uno dei primi diciannove capitoli del Romanzo per eccellenza. Al commento ci alterneremo le professoresse Maria Luisa Cefaratti e Bona Boni, colonne dello storico Liceo Virgilio, il professor Mario Artioli, di cui ho già parlato, e io. I lettori verranno in buona parte dai ranghi della gloriosa Campogalliani, ma ci sarà qualche outsider.

Oggi, per cominciare, abbiamo letto noi commentatori, tanto per assumerci fin da subito le nostre responsabilità, eccezionalmente preceduti dal nostro Magnifico Rettore, il professor Rodolfo Signorini.

E proprio mentre ascoltavo il Rettore leggere l’inizio del falso scartafaccio secentesco, mi è balenata un’idea. Non meriterebbe almeno un racconto tutto suo, questo immaginario autore del XVII Secolo, con la sua retorica di gusto rozzo insieme e affettato, come dice Manzoni? Di lui non sappiamo granché, se non che era nella sua verde staggione nel 1628 e dintorni, che doveva avere quel tanto d’istruzione che serviva per infiorare la sua opera di citazioni classiche, figure retoriche e qualche eleganza spagnola, ma nessun talento letterario, e che forse aveva sentito raccontare la storia da Renzo in persona… E sappiamo anche che era un buon suddito del Re Cattolico, onesto nel cronacare i fatti, anche se discreto sui nomi, e doveva avere una mente abbastanza aperta da voler narrare per iscritto una historia capitata a gente meccaniche, e di piccol affare: contadini e filatori di seta…

Perché mai? Che cosa lo spingeva a voler scrivere questa s toria? Come conosceva Renzo? Come erano entrati in tanta confidenza, quest’uomo istruito e il filatore di seta?

Insomma, ecco: a me prude già la penna!!

D’Artagnan: Lo Sbregaverze Soldato

Volete la prova inconfutabile che D’Artagnan è uno sbregaverze? Guardatelo diciottenne, in viaggio verso Parigi, nel primo capitolo de I Tre Moschettieri:

Arrivée.jpgDon Chisciotte pigliava i mulini a vento per giganti e i montoni per eserciti, D’Artagnan prese ogni sorriso per un insulto e ogni sguardo per una provocazione. E così fu ch’egli ebbe sempre il pugno chiuso da Tarbes a Meung e che dieci volte a giorno portò la mano al pomo della spada; tuttavia il pugno non si abbatté su nessuna mascella e la spada non uscì dal fodero. Non che la vista del malavventurato giallo ronzino non facesse spuntare più di un sorriso sul volto dei passanti; ma siccome sopra la rozza tintinnava una spada di misura rispettabile e al di sopra di questa spada fiammeggiava un occhio più feroce  che altero, i passanti reprimevano la loro ilarità o, se l’ilarità aveva il sopravvento sulla prudenza, si sforzavano almeno di ridere da una parte sola, come le maschere antiche. D’Artagnan rimase dunque maestoso e intatto nella propria suscettibilità fino a quella disgraziata città di Meung.*

Visto? C’è proprio tutto: il raffronto con Don Chisciotte, la facilità ad offendersi, la scarsa pecunia**… E anche l’inclinazione a mettersi nei guai: nel paragrafo successivo a quello citato, il nostro giovanotto è già occupato ad accapigliarsi (del tutto per caso) con il malvagio Rochefort; nel corso di una pagina o due è già nei pasticci su vasta scala… e non siamo ancora a metà del I Capitolo.

Quello che succederà dopo lo sappiamo tutti: l’arrivo a Parigi, il colloquio con il signor de Tréville, la triplice sfida a duello… Non è un caso che sia una combinazione di atti di scarsissimo buon senso a procurare a D’Artagnan i suoi tre grandi amici. I quali, a loro volta – ma di questo parliamo poi.

Per ora cominciamo dal fatto che quando Dumas père trovò i settecenteschi Memoirs de D’Artagnan***, il cuore dovette gli fece un triplo salto carpiato con avvitamento. Caspita, dovette dirsi, qui c’è una miniera! Un moschettiere guascone, un secolo pittoresco, una situazione politica tempestosa… che può chiedere di meglio un romanziere? Non molto, in effetti. E l’irrefrenabile Dumas si gettò a pie’ pari nella creazione di una delle più celebri avventure di tutta la letteratura, prendendosi le libertà che servivano per renderla più pittoresca e fiammeggiante che si potesse.

Per esempio, sapete, tutta la faccenda col Cardinale di Richelieu, la storia che tutti noi adoriamo? Be’…no. No davvero.

In realtà, di Charles de Batz de Castelmore, conte d’Artagnan, non abbiamo una data di nascita precisa. C’è che lo fa nascere fra il 1611 e il portrait%20B&W%20jpeg.jpg1615, chi fra il 1615 e il 1618… in ogni caso, arrivare a Parigi nel 1625 e arruolarsi immediatamente nei moschettieri gli sarebbe stato un nonnulla difficile. In realtà, arrivò in qualche punto tra il 1630 e il 1640, con la seconda data resa più probabile dal fatto che nel corpo dei Moschettieri ci entrò nel 1644, (quando Richelieu era già defunto) con l’appoggio e la protezione del Cardinale Mazarino. Ma come? Mazarino? Quel Mazarino? Quello di Vent’Anni Dopo? Solo un po’ meno malvagio e molto più spregevole di Richelieu? Ebbene sì: tutta la carriera del D’Artagnan storico si svolse all’ombra del Cardinale italiano, che gli procurò incarichi di prestigio e lo aiutò a comprare il grado di Capitano**** in cambio di una fedeltà a tutta prova. Delusi? Se lo siete, siete in buona compagnia: anche a Dumas dovette sembrare che questa clientela si addicesse poco a un eroe guascone, e così aggiustò date e fatti a suo gusto, per la gioia di generazioni di lettori.

Ammettiamolo: D’Artagnan ci piacerebbe un po’ meno se fosse ossequioso con uno o più cardinali. Perché un’altra caratteristica dello Sbregaverze è quella di essere sempre in maggiore o minore urto con l’Autorità. Quand’anche non sia un fuorilegge per qualche motivo, è però sempre molto ansioso di mostrare che lui non piega la schiena davanti a nessuno, lui. E se questo è uno stereotipo romantico, tanto peggio. O tanto meglio, per dire la verità, perché a chi non piace una buona dose di stereotipi romantici, non foss’altro che nelle domeniche piovose? E quindi ecco che D’Artagnan si batte a duello nonostante la legge lo proibisca, e infilza un consistente numero di guardie del Cardinale (a cominciare dal celebre duello interrotto al convento dei Carmelitani), e alla fin fine vanifica i perfidi piani di Richelieu, che sarà anche malvagio, ma è pur sempre l’uomo più potente di Francia!

Siamo in pieno territorio sbregaverzesco: l’importante è difendere l’onore della regina e non macchiare il proprio, non cercare favori… Potete star certi che, se avesse ragionato così, Charles de Batz de Castelmore, conte d’Artagnan, non sarebbe mai diventato Capitano dei Moschettieri, governatore di Lilla, Maresciallo di Francia in pectore… Forse allora non sarebbe morto all’assedio di Maastricht, ma allora nessuno si sarebbe preoccupato di scrivere le sue memorie fittizie, e Dumas non avrebbe avuto la base storica del suo personaggio più amato e più celebre. Che ci sia un paradosso, qui? Un paradossino, almeno? Ma non divaghiamo: il fatto è che D’Artagnan fu celebre ai suoi tempi. Una celebrità minore ed effimera, ma sufficiente a giustificare la scena del Cyrano de Bergerac in cui un ormai maturo D’Artagnan onora il giovane Cyrano apprezzando la sua chiassata a teatro. Però non è casuale che l’episodio abbia senso alla luce della cronologia immaginaria di Dumas, e non di quella effettiva: a Rostand interessa il D’Artagnan da romanzo, lo Sbregaverze. Che se ne farebbe l’altrettanto Sbregaverze Cyrano dei complimenti di un buon cortigiano? Gioco di specchi, legittimazione letteraria a doppio senso di marcia, cammeo delizioso, omaggio a un autore ammirato… vedete un po’ voi. In ogni caso, questa è la materia di cui son fatti i sogni di un romanziere storico.

dartagnanmusketeers.jpgE per finire, vogliamo omettere del tutto i Moschettieri eponimi? Mais non, parbleu! Anche perché sarebbe un peccato, visto che Athos, Porthos e Aramis sono un raro caso di tre sideckicks al prezzo di uno. Athos, l’eroe romantico e tormentato con funzioni di mentore; Porthos, il gigante ottuso e fedele, permaloso e leale, pronto a seguire il suo Sbregaverze nel fuoco; e Aramis, la voce della ragione (politica), ma anche la mente fina quando serve. E sono storici anche loro, sapete? Dal primo all’ultimo, seppure ampiamente ritoccati: Armand de Sillègues d’Athos, Isaac de Portau e Henri d’Aramitz, tutti moschettieri, prima o poi. Caspiterina, meriterebbero quasi un post della Fenomenologia tutto per loro… Staremo a vedere. E non dimentichiamoci il servitore Planchet, il placido, rassegnato Sancio della situazione, ma sveglio quanto basta. Considerando che ogni moschettiere ha il suo servitore accuratamente coordinato alla personalità del padrone, abbiamo una situazione di sideckics multipli alla seconda. ‘Cidenti, signora Durrels!

Dimentico qualcosa? Ah sì: l’amour. Costanza Bonacieux. Siamo franchi: chi se ne stropiccia di Costanza Bonacieux? Chi si dispiace mai davvero quando muore avvelenata? Risposta: nessuno, e Dumas meno di tutti. Scommetto che l’avvelenamento, oltre a costituire l’ennesima riprova della malvagità di Milady (lei sì che è tosta!) e a dare a D’Artagnan motivi di vendetta personale, è stato un gran sollievo, per l’autore. Costanzina è fuori dai piedi una volta per tutte, et voilà: tre piccioni con una fava! Il che ci porta a identificare ancora un altro elemento caratteristico dello Sbregaverze: l’oggetto del suo amore può essere una donna ideale inseguita (invano) per decenni, un irrilevante plot device, o proprio nessuno. In ogni caso, di rado lo Sbregaverze quaglia in modo significativo. Di certo, nessuno penserebbe che Costanza sia l’influenza fondamentale nella vita di D’Artagnan*****: uno per tutti, tutti per uno, giusto?

Chiudiamo con la fine (la Regina di Cuori sarebbe orgogliosa di me!). In questo, Dumas non si è discostato troppo dalla realtà: dopo una vita da soldato, D’Artagnan muore da soldato, ucciso da una cannonata****** all’assedio di Maastricht. Ma se il vero D’Artagnan morì con il rimpianto di non essere stato creato Maresciallo di Francia, Dumas si prende la libertà di concedere al suo eroe il riconoscimento del Re di Francia. D’Artagnan lo riceve, il prezioso bastone, che va in pezzi sotto la stessa palla di cannone che uccide il fresco Maresciallo: il premio è arrivato, ma è arrivato troppo tardi. Non sia mai che uno Sbregaverze muoia lieto ed appagato, godendo il giusto guiderdone dei suoi servigi: proprio non si fa, che diamine!

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* Edizione Oscar Mondadori del 1970; bella traduzione Anni Cinquanta di Antonio Beltramelli.

** Sì, lo Sbregaverze non naviga mai nell’oro. Il D’Artagnan storico, detto per inciso, non se la cavava poi troppo male, ma sono dettagli.

*** Pubblicati nel 1700 a Colonia da Gatien de Courtilz de Sandras. Dumas lo prese in prestito nella biblioteca di Marsiglia e gli piacque tanto che non lo rese più. Ahi, ahi! Alexandre! Non si fa…

**** Niente di strano, niente d’illegale per l’epoca: in molti eserciti, i gradi da ufficiale si compravano e vendevano ancora fino al XIX Secolo. E costavano anche un’ira, se si voleva un reggimento alla moda.

***** Il D’Artagnan storico divorziò nel 1665 dalla moglie che gli aveva dato due figli. Tutt’altro che inaudito, ma nemmeno del tutto comune per l’epoca.

****** Un colpo di moschetto alla gola, alla realtà. Non so se Dumas ignorasse il particolare o se una palla di moschetto gli sembrasse insufficiente per il suo Moschettiere. Inclino per la seconda ipotesi (anche perché bisognava pur distruggere anche il bastone…)

E per finire, il trailer dell’irresistibile versione cinematografica del 1948. Quanto a fedeltà al testo, dubito che sia peggio di tante altre, ma lo spirito è senz’altro quello giusto. Il technicolor, i duelli che sembrano balletti, il Richelieu di Vincent Pryce… Dumas l’avrebbe adorato!

 

 

E se ne andò di qua e di là

Nei corsi di scrittura americani possono succedere cose bizzarre, a volte. Come per esempio, dover realizzare un video di due minuti che illustri uno specifico problema di scrittura. Cose che capitano. Così come capita, scrivendo, di partire con un’idea, dipartirsene poi per la tangente (o per la tangenziale, come mi disse una volta un muratore) e ritrovarsi… be’, non dove ci si aspettava di arrivare. Il che può essere una piacevole sorpresa oppure un disastro.

Cattiva notizia: è più spesso un disastro che una piacevole sorpresa. Buona notizia: quasi tutto si può sistemare; è a questo che servono revisioni e seconde stesure.

Questo è il mio piccolo video in proposito. Si capisce tanto che mi piacciono i film muti?

 

Ott 16, 2009 - considerazioni sparse    No Comments

Virgilio in Pillole

Ieri, 15 ottobre, era il cosiddetto Compleanno di Virgilio.

L’Accademia Nazionale Virgiliana di Scienze, Lettere e Arti ha celebrato la ricorrenza con un convegno in Santa Maria della Vittoria, e la Clarina era là, nonostante debba confessare una simpatia limitata per il poeta in questione. O forse questa è un’ingiustizia, perché in realtà tutto si risolve nel fatto che la Clarina proprio non regge il Pio Enea. Una volta o l’altra ne parleremo.

Ad ogni modo, il convegno ha avuto tra i suoi meriti quello di occuparsi di Virgilio in modo inconsueto, scegliendo temi poco frequentati, come la storia delle traduzioni virgiliane in Russia, la duplice (e polemica) traduzione dell’Eneide del letterato e diplomatico mantovano Ercole Udine, e la traduzione delle Bucoliche in dialetto alto-milanese di Edoardo Zuccato.

Spero di non suonare irriverente se condenso qui alcune pillole tra le molte cose interessanti che si sono dette.

– Dopo ventuno secoli di letture, riletture e interpretazioni, a quanto pare, non siamo ancora sicurissimi sul significato di certi versi virgiliani. E d’altro canto, abbiamo perso definitivamente la conoscenza di come i Romani pronunciassero effettivamente il Latino. Sono, come si diceva altrove, alcune di quelle cose che non sapremo mai. Ma ciò non impedisce di continuare a cercare. 

– Il mito non si propone come affermazione di verità, ci ha spiegato il Professor Dario Cosi (Storia delle Religioni, Brescia-Bologna), ma come strumento d’interpretazione della realtà. In fondo, pare a me, il mito è si comporta in modo più filosofico/scientifico che religioso…

– Tanto nella Russia zarista quanto poi nell’Unione Sovietica, ci ha spiegato l’ex sindaco di Mantova Vladimiro Bertazzoni, si studiava e traduceva Virgilio. Non molto, ma abbastanza perché Puskin lo citasse in mezzo al bagaglio culturale di dubbia utilità di Onegin, e perché nel XVI secolo il poeta fosse raffigurato tra i precursori  della Cristianità sulle pareti della Chiesa dell’Annunciazione a Mosca. Mi affascina sempre scoprire come parti del nostro paesaggio culturale vengano percepite altrove.

– Ercole Udine ha tradotto l’Eneide non una, ma due volte. E disapprovava Annibal Caro con tutta l’anima sua. Caro è così profondo nell’interpretare l’Eneide, dice Udine, che ci vede cose che nessun altro può arrivare a vederci. (Sottinteso: perché infatti non ci sono per niente. Prendi, incarta e porta a casa, Annibal). Molto più occupato a confutare il Caro, dice la mia amica Elena Coppini (Università di Padova) che a tradurre sul serio. Comincio a pensare che sarebbe un buon personaggio, narrativamente parlando.

I Bucoligh in dialetto alto-milanese, di Edoardo Zuccato, non sono sempre di facilissima comprensione per i non alto-milanesi (nemmeno per un esperto di dialetti come il professor Mario Artioli), ma sono una delizia. Confesso che al sentire le Muse apostrofate come “Bei gagiòt dal Piero”* è stato difficile mantenere un contegno serio e decoroso.

Buon compleanno, Virgilio!

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* Le belle Pieridi, figlie di Pierio, che potrebbero essere le Muse oppure no (be’, secondo Virgilio sì, evidentemente), che forse avevano gli stessi nomi oppure no… Secondo una versione del mito, tentarono di fare le scarpe alle Muse e non ci riuscirono. Secondo altre, furono le vere madri dei figli delle Muse. A scelta e a piacere di ciascuno.

Noterella

Dunque, mi si chiedono notizie della trasposizione televisiva di Kidnapped citata nel post su Alan.kilt2.jpg

Personalmente sono certa, più che certa, certissima che lo sceneggiato (allora si chiamavano così) sia stato trasmesso anche in Italia. Dalla RAI, ovviamente, nei primissimi anni Ottanta. Andava in onda all’ora di cena. O forse, date le abitudini di casa mia, a un’ora che potrebbe essere considerata “subito dopo cena”. Solo che, a quanto pare, me ne ricordo soltanto io. Lo sceneggiato fantasma: io sola l’ho visto, e persino la RAI, interpellata in proposito, nega che sia mai avvenuto alcunché di simile. Però io me ne ricordo benissimo, e non posso essermi sognata delle scene intere, inquadratura per inquadratura, giusto? Per non parlare della colonna sonora… Se qualcun altro ne ha memoria, please, fatemelo sapere. Mi sarebbe di grande consolazione.

Ad ogni modo, di adattamenti cinematografici e televisivi di Kidnapped se ne contano a decine… be’, no, non esageriamo: se IMDb è degno di fiducia, se ne contano 13 fra il 1917 e il 2005. Di questi 13 ne ho visti (in parte o totalmente) 6, e lo sceneggiato di cui parlo, produzione anglo-tedesca del 1978, pur avendo quell’inevitabile Seventish feel, è piuttosto fedele e piuttosto curato. I punti di forza sono la fotografia, la colonna sonora e David McCallum nel ruolo di Alan. Concesso: McCallum è troppo “carino” per il ruolo (altra caratteristica dello Sbregaverze: non è mai bello in senso convenzionale), ma oltre ad avere il vantaggio di un accento scozzese autentico, trovo che catturi molto bene l’irascibilità, la volubilità e lo spirito sardonico di Alan. Può darsi che sia un pochino carente nel dipartimento “dancing madness”, ma che vogliamo fare? E comunque, ha quell’aria da bantam da combattimento che associo ad Alan, senza diventare caricaturale. E’ un rischio che chiunque interpreti uno sbregaverze corre, e non sempre il risultato è ideale. Per esempio, Iain Glen nei panni di Alan è, per usare la definizione della mia amica Victoria, “più Jack Sparrow che Stevenson.” Ugh. Delusione nera: mi aspettavo di meglio da Glen. Ma d’altro canto, benché Michael Caine sia uno dei miei attori preferiti, non l’ho mai visto tanto fuori parte come nell’interpretare Alan. Caine magari erra nell’altro senso: talmente rigido ed inespressivo! E anche Peter Finch… no, no, no.

Un’altra cosa che mi piace di questa produzione, è che fa uno sforzo per definire il background di Alan, anche se per farlo deve discostarsi dal romanzo.* Per esempio, il Nostro ci viene mostrato alla battaglia di Culloden, forse in un ruolo un po’ più centrale di quello che sarebbe toccato persino all’Alan fittizio, ma efficacemente brusco e combattivo. Più tardi, lo vediamo alla non-corte francese di Bonnie Prince Charlie (che non esce troppo bene da questa sceneggiatura), mentre legge invece di partecipare a una partita di qualche sport. Anche questa è una scena che non esiste nel libro, ma fa riferimento alla pagina in cui Stevenson, attraverso David, parla delle molteplici perfezioni artistiche e intellettuali di Alan. Tutto ciò nel romanzo è detto e non mostrato, con l’eccezione dell’abilità nel suonare la cornamusa; lo sceneggiatore fa uno sforzo per mostrarlo, anziché dirlo. Nello stesso contesto, ci viene mostrato anche che Alan non è un buon cortigiano, che ha poca pazienza per le esitazioni del principe, e non ne ha affatto per le frivolezze dell’entourage. Se ne può dedurre che la Causa non abbia soverchie speranze, e che Alan lo sappia fin troppo bene. Ma tutti sappiamo, nevvero? che la Causa Persa è per lo Sbregaverze come il miele per l’ape.

Ad ogni modo, dubito molto che lo sceneggiato sia reperibile, men che meno in Italiano. Se qualcuno avesse voglia di dare un’occhiata comunque (non fosse altro che per sentire la bella colonna sonora), se ne può avere un assaggio su YouTube. Digitando “Kidnapped Stevenson” nella search box, si arriva a questa pagina, dove si trovano varie cose, tra cui un po’ di clip di questa versione** qualche pezzetto di una versione del 1938 (in bianco e nero, terribilmente holliwoodiana e solo vagamente imparentata con il libro), il video di un blogger che ha sgambato per tutte le Highlands ricostruendo il viaggio di Alan e David*** e anche, credo, qualche scena dalla versione con Michael Caine.

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* So perfettamente che cosa avete pensato, là dove c’era l’asterisco. Avete levato gli occhi al cielo, e vi siete detti: figurarsi se, trattandosi di Alan, la Clarina non perdona l’infedeltà al testo! Fosse stato qualunque altro personaggio, fosse stato il povero David (Idiota Ottuso), figurarsi gli alti lai! Vero che l’avete pensato? 🙂 

** Sotto il nome di “Kidnapped, aka David Balfour”, oppure “Fo Bhruid”, che è Gaelico per “Rapito”.

*** Sì: c’è gente strana, a questo mondo…

 

Ott 14, 2009 - blog life    No Comments

What It Says On The Tin

Mi si dice che se voglio che i miei post siano più utili dal punto di vista di un motore di ricerca, devo darci un taglio, con i titoli criptici. Non devo fare la spiritosa, non devo lasciarmi andare alla mia anglofilia, devo scrivere un titolo che abbia davvero attinenza con quello di cui parla il post. Questo ha senso, persino io lo capisco: Google non è programmato per divinare che un post intitolato, che so, “Tempeste Cerebrali” parli di brainstorming applicato alla scrittura creativa.

Quindi, mi si dice, per il futuro sarà meglio che intitoli i miei post più sul genere “Brainstorming applicato alla scrittura creativa”.

Per il bene di Senza Errori di Stumpa, mi si dice.

*Sigh*

Non lo so. Giuro che ho capito il principio, ma davvero: non lo so. Vedremo.

Alan Breck Stewart: Lo Sbregaverze Quintessenziale

Cominciamo da Alan, con il quale sarebbe forse più logico finire, perché Alan è la pietra di paragone su cui ho modellato l’intera categoria, ma fa lo stesso. Quando ho scoperto che Henry James ha definito Alan “il personaggio più perfetto della letteratura inglese” mi si è allargato il cuore. Perché adoro Alan.

statuevert.jpgAlan entra in scena a pagina 83* di “Rapito”, di R.L. Stevenson, balzando a bordo di un brigantino da una barca speronata nella nebbia e, da quel momento in poi, ruba la scena a tutti gli altri, compreso il protagonista nominale. Sgombriamo subito il campo, qui: il protagonista semi-eponimo e narratore è David Balfour, ma David, ci viene fatto capire, è un ragazzino singolarmente ottuso, il cui ruolo effettivo è quello di sidekick. Non c’è rischio che David (o chiunque altro nel libro, se è per questo), possa competere con Alan, che ripete a chiunque voglia o non voglia sentire che lui porta “un nome regale”, che si compone da sé una ballata per celebrare un duello ben riuscito, e che ha occhi nei quali brilla “una specie di luce danzante un po’ folle che attirava e allarmava nello stesso tempo.”**

Ora, questo Alan è largamente una creatura dell’immaginazione di Stevenson, perché l’originale storico era meno attraente.  

Ailean Breic Stuibhairt, per citare la versione gaelica del nome, era il nipote orfano di un capo di seconda schiera all’interno del clan Stewart di Appin, nelle Higlands scozzesi. Per qualche motivo si arruolò nell’esercito inglese (non oso immaginare cosa avranno pensato di lui i suoi parenti…), da cui disertò nel 1745, alla battaglia di Prestonpan, per unirsi ai Giacobiti scozzesi. I Giacobiti erano Scozzesi cattolici, per lo più delle Highlands, che sostenevano le rivendicazioni al trono di Scozia (e già che c’erano, anche d’Inghilterra) da parte degli Stewart esiliati dopo la Glorious Revolution. Nel 1745, appunto, il principe Charles Edward Stewart sbarcò in Scozia per guidare una sollevazione. Non andò a finire bene. Sconfitto a Culloden, Bonnie Prince Charlie dovette tornarsene in Francia armi e bagagli, con un vasto seguito di ex insorti, tra cui Alan. Una volta in Francia, Alan si arruolò in un reggimento scozzese del Re di Francia, tornandosene in Scozia in incognito, di quando in quando, a raccogliere/estorcere il tributo dei clan per il sovrano in esilio. Fatto si è che, durante uno di questi suoi passaggi in patria, nel 1752, un agente scozzese del Re d’Inghilterra venne assassinato ad Appin. Alan non godeva di buona fama: era violento, collerico e imprudente, e persino il suo padre adottivo lo descriveva come “uno sciocco furioso”. Per di più, aveva dichiarato in pubblico sentimenti poco affettuosi nei confronti della vittima… Per farla breve, Alan fu accusato di omicidio, ma riuscì a scappare, e al suo posto venne impiccato il padre adottivo, come mandante. Fine.

O meglio, “fine” se non fosse per R.L.Stevenson, che ebbe modo di leggere le carte del processo e si appassionò alla vicenda, tanto da costruire il suo “Kidnapped” attorno all’omicidio di Appin, e all’innocenza di Alan. Peccato che l’Alan storico non andasse molto bene. Insomma, siamo onesti: chi è che vuole uno sciocco furioso per eroe?

Ed ecco allora entrare in campo la sbregaverzizzazione.

Alan è l’opposto di tutto ciò che è stato inculcato al nostro narratore ottuso. Mentre David è un buon protestante e un buon suddito, allevato nella massima sobrietà morale e materiale, Alan è un cattolico, un fuorilegge, allegramente spavaldo nei suoi abiti sgargianti, pronto di lingua e di spada, pronto a mentire, rubare, truffare e uccidere per il suo re in esilio – a patto che il suo onore non debba soffrirne. Però, quando il capitano del brigantino (buon protestante e whig, lui, ma non proprio di specchiata onestà) decide di assassinare il nuovo venuto per impadronirsi dell’oro che porta, David non impiega molto a decidere da che parte stare. E noi lettori impieghiamo ancor meno.

Questo è il primo di molti episodi in cui David è costretto a rivedere le sue convinzioni (e noi siamo costretti ad ammettere che anche le migliori %7B8C264151-BB67-4059-85CF-F841B174DFB1%7DImg100.jpgconvinzioni possono essere riviste). Per diciotto anni si è sentito ripetere che i Giacobiti sono gente pericolosa, eretica e immorale, e certo Alan non è molto rassicurante, con la sua enorme spada, il carattere irascibile e la luce un po’ folle negli occhi… ma si rivela onorevole, leale e generoso, ed è uno contro nove!

Segue scena di battaglia nel castello di poppa, che forgia questa bizzarra amicizia tra due uomini che non potrebbero essere più diversi. D’altra parte, si può capire David: chi potrebbe resistere a un nuovo amico che, appena ricacciati indietro i nemici in schiacciante superiorità numerica, vuole subito sapere se è o non è uno spadaccino tosto?*** Ed è qui che Alan si compone la ballata… scena meravigliosa. Perché Alan, dice David, “se apprezzava il coraggio negli altri uomini, lo ammirava soprattutto in Alan Breck.”

Poi, sia chiaro: Stevenson sa il suo mestiere, per cui non c’è nulla di manicheo. David rimane riluttante, e Alan è tutt’altro che immune da difetti: vanesio, irascibile, occasionalmente irresponsabile, insopportabilmente orgoglioso, e con un codice morale un tantino tortuoso, che a noi non fa troppo effetto, ma doveva sconcertare non poco i contemporanei di Stevenson. Eppure, il successo di “Kidnapped” fu enorme fin dal principio, a riprova del fatto che Stevenson sapeva far amare e ammirare Alan con tutti i suoi difetti, prima tra tutti la tendenza a vedere offese ovunque. Notatelo bene, questo tratto, perché lo ritroveremo. Oh, se lo ritroveremo…

Ma non c’è nulla di caricaturale, in Alan. Stevenson, attraverso David, ci informa che Alan non è affatto un soldataccio zotico o un avventuriero da quattro soldi: oltre ad essere un buon tiratore e l’eccellente spadaccino che sappiamo, ha viaggiato molto, parla diverse lingue, ha letto molti libri in Inglese e Francese, suona diversi strumenti ed è un buon poeta. Un uomo colto e un artista.

Stevenson non si è limitato a cucire una personalità completamente fittizia su un nome trovato in un vecchio atto processuale, e non ha tentato di farne un “bravo ragazzo” a tutti i costi. Invece, ha preso le caratteristiche negative dell’Alan storico, ci ha mescolato una manciata di buone qualità del tutto fittizie, e le ha modellate in un insieme a tutto tondo. La facilità alla collera, la mancanza di buon senso, la diserzione a Prestonpan, gli abiti sgargianti, l’arroganza, la propensione alla violenza dell’originale (e francamente, chi non pensa che fosse un individuo sgradevole, alzi la mano), vengono rivoltati come guanti in altrettanti tratti di caratterizzazione, la cui somma è ben diversa dall’intero da cui eravamo partiti: un Alan Breck Stewart talmente affascinante, che vogliamo a tutti i costi credergli, quando sostiene di essere innocente. Vogliamo credergli perché si affeziona a David non superando le differenze, ma nonostante le differenze; e perché è così ostinatamente, irragionevolmente fedele al suo Re Oltre il Mare; e perché regala a David uno dei suoi bottoni d’argento come salvacondotto per Appin (“come se fosse stato un principe, con un esercito ai suoi ordini”), e il bottone funziona; e perché dopo avere perduto in una notte di vino e di carte tutto il denaro proprio e di David è terribilmente contrito, ma troppo orgoglioso per ammetterlo; e perché non avrebbe nessun bisogno di David, ma lo aiuta per buon cuore… e per un’infinità di altre ragioni.

Stevenson credeva nell’innocenza dell’Alan storico. Ci credeva tanto da creare un Alan fittizio che ha trascinato generazioni di lettori a condividere la sua certezza. Studi recenti sembrano dargli ragione, ma onestamente, non credo che abbia molta importanza. Quello che conta è l’Alan di Stevenson, che fugge attraverso le Highlands trascinandosi dietro David, che si cruccia di non essere un po’ più alto, che si costringe a perdere con buona grazia una tenzone di cornamusa, che porta un nome regale, musicista, poeta occasionale, spadaccino, soldato di una causa persa e buon amico: il più perfetto degli Sbregaverze.

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* Edizione BUR del 1982, traduzione di Piero Gadda Conti (non da morirci sopra, ma con più meriti che colpe)

** Nell’originale: [His eyes had] a dancing madness in them, that was both engaging and alarming.

*** Nell’originale: “Am I no a bonnie fighter?”, frase che trovo intraducibile nel suo senso più sbregaverzesco e più scozzese. Ok, giuro che mi tratterrò da ulteriori citazioni dall’originale.

In compenso, ecco qui un filmatino da una trasposizione televisiva di Kidnapped della fine degli Anni Settanta. E’ piuttosto accurata e fedele, e secondo me David McCallum è il migliore Alan dello schermo. Notare: a 2.25: “Oh David, I love you like a brother!” e subito dopo, a 2.28: “Am I no a bonnie fighter?” [E credete che quell’idiota di David gli dica di sì? Andiamo, o stoccafisso! Ti ha appena salvato la vita…]

 

Ott 12, 2009 - pennivendolerie    No Comments

Così impari!

Una volta, al Ginnasio, mi hanno assegnato un tema che diceva più o meno così: “l’ira è un vento maligno che spegne la lampada della ragione.”

Vero. Peccato che non sempre me ne ricordi. Almeno, non al momento giusto.

Let me explain.

Ti commissionano un pezzo. Tu scrivi il pezzo e, trovando che sia tutt’altro che male, lo consegni entro il termine pattuito. E tutti vissero felici e contenti? Non proprio. Ti telefona il committente. “Ho letto,” dice in tono giulivo. “Molto carino. Però, avrebbe obiezioni a fare qualche modifica?” Ah. “Che genere di modifica, di preciso?” domandi tu, che non hai obiezioni serie, ma ti senti arruffare le penne quando il tuo lavoro viene definito carino. Il committente, in tono ilare, si lancia in un elenco di desiderata. Oh, cose da nulla: in definitiva si tratta solo di lobotomizzare il pezzo, stravolgendone il finale in modo da levargli ogni originalità e ogni barlume di significato. “Si può fare, vero?” conclude il committente. “Cerrrrto,” ringhii tu. “E’ mortalmente banale, così, ma si può fare.” Il committente si fa una bella risata. “Vuol dire che ci adatteremo a questa banalità,” annuncia compiaciuto. “Me la manda sistemata entro la settimana?” Facile per lui, che non avrà il suo nome stampato sotto il pezzo. Concludi la telefonata tanto civilmente quanto riesci, e poi dài sfogo alla tua furia. Ma come, tu scrivi loro una piccola riflessione sull’arte, e loro invece vogliono un pezzo d’occasione, calligrafico, carino* e perfettamente vacuo? Furore tremendo, come diceva una delle suore benedettine del mio collegio universitario a Pavia…

Mentre sei ancora in preda all’ira funesta, ti arriva una mail. Ti offrono un lavoro di traduzione. Si aspettano un livello più che ottimo per varie ragioni che condividi. C’è la possibilità che la cosa conduca ad una collaborazione di lunga durata, per cui, ti si dice, sii debitamente grata, e non badare al fatto  che il compenso è ridicolmente basso. Per capirci: meno di metà dell’assoluto minimo della tariffa abituale. Il tono è di estrema sufficienza, patronising e irritante oltre misura. Tu, che in momenti di calma potresti essere abbastanza lungimirante da abbozzare per amor della collaborazione a lungo termine, prendi fuoco. Rispondi, dicendo che per lavorare a una cifra del genere hai bisogno di un incentivo migliore della remota possibilità di una collaborazione… Pessima mossa. Loro ti rispondono dicendo che non si abbassano a contrattare**, che ti stanno già facendo un grosso favore, che non hai capito nulla della vita, ed altre amenità del genere, calcolate precisamente per farti perdere il poco che ti rimane in fatto di staffe. E anche per metterti in una posizione da cui non puoi più accettare senza ammaccature massicce al tuo ego. “Mettere la coda tra le gambe e accettare grati e riverenti?” strepita il tuo tirannosauro interiore. “Giammai!” Rispondi che non hai bisogno di favori, grazie tante, e lo fai in termini inequivocabilmente sarcastici, anche. Cyrano de Bergerac sarebbe orgoglioso di te. Non incomprensibilmente, non ottieni il lavoro, e puoi considerare irreparabilmente sfumata qualunque possibilità di collaborazione ci fosse all’orizzonte.

Ops…

Dopo averci dormito su, ti senti sei tipi diversi d’idiota, ma ormai è fatta. Così addomestichi il pezzo su commissione, seguendo alla lettera le istruzioni e cercando di limitare i danni. Adesso sì che è carino. Carino, calligrafico, vacuo e perfettamente inutile, ma ehi! è così che lo vuole il committente, giusto? Se non altro, il committente è soddisfatto. Tu no, nemmeno un po’, ma per questa volta fa lo stesso. Abbozzi e te ne vai, con la sensazione di avere riacceso il tuo lumino appena in tempo.

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* Mai, mai, MAI dire all’autore che quello che ha scritto è carino. E’ una specie d’insulto particolarmente sanguinoso. A meno che non si tratti di un autore per l’infanzia, forse, ma non saprei dire. Altra tribù.

** Fanfaluche: tolto il caso delle agenzie, il prezzo di una traduzione è sempre frutto di una contrattazione. E comunque tengo a precisare, per amor di cronaca, che non ho chiesto un centesimo in più…

Ott 11, 2009 - considerazioni sparse    No Comments

Will You Be There

Oh, be’, è domenica. Per oggi niente di impegnativo, solo una delle mie canzoni preferite. Confesso di non essere mai impazzita per Michael Jackson, ma questa, questa…

 

Ho ricordi bellissimi, benché agrodolci, legati a questa canzone. Amiche di sempre (be’ no, magari non di sempre, ma da tanto quanto conta), un posto molto amato, e uno di quei rari momenti perfetti in cui si riesce a fare finta che ci siano solo bei ricordi, niente rimpianti, niente nostalgie… si riesce a far finta che andrà tutto bene, che i sogni si realizzeranno, che si sarà giovani per sempre…

Oh, basta, prima di diventare indebitamente sentimentali. Enjoy the song, e buona domenica a tutti.

Kit o non Kit?

[Questa è solo una piccola nota di servizio, perché in realtà sono in città alla lezione dimostrativa di un corso di Danze di Società dell’Ottocento. Quindi, mentre leggete qui, immaginatemi mentre saltello leggiadramente a tempo di polka. O di quadriglia. O di danze scozzesi, ancora non lo so.]

Allora, il mio dubbio feroce, come da titolo del post, è se includere o meno Christopher Marlowe nella mia Fenomenologia dello Sbregaverze… Non il Marlowe reale, s’intende, ma la sua versione letteraria ad opera di Anthony Burgess. Sì, lo stesso Burgess di Arancia Meccanica, ma era un signore estremamente eclettico: romanziere, librettista, drammaturgo, compositore, filologo, giornalista, traduttore… che posso dire? Chapeau! Comunque, il suo ultimo romanzo è il meraviglioso A dead man in Deptford, che racconta appunto vita e morte di Marlowe.

Marlowe,Christopher01_small.jpgIn realtà, di libri su Marlowe ce n’è a bizzeffe. E’ un soggetto molto amato dagli autori anglosassoni, e in tutte le salse, dalla biografia pura e semplice, al giallo, alla pièce teatrale, al romanzo storico propriamente detto, fino a un’abbondante produzione di fantasy storico.

La cosa non dovrebbe meravigliare: anche senza il tramite di un’interpretazione letteraria qualsiasi, il personaggio è notevole di per sé. Figlio di un calzolaio, studente a Cambridge, Master of Arts, il più grande drammaturgo elisabettiano dopo Shakespeare (e suo precursore, visto che il blank verse è una creazione di Marlowe), poeta, spia, eretico, frequentatore di circoli filosofici sospetti, attaccabrighe, duellatore, parlatore incauto, morto a 29 anni in una rissa da taverna in circostanze mooooolto dubbie.

E’ il personaggio perfetto, con quel tanto di mistero e d’incertezza che consente infinite speculazioni*, e anche, prima facie, uno Sbregaverze perfetto.  

Ma… c’è un ma. Uno dei primi criteri che ho adottato nella scelta dei miei Sbregaverze è la marginalità del personaggio reale in vita. Kit Marlowe non è stato marginale, perbacco!** E’ stato un grande, celeberrimo scrittore, persino più celebre di Shakespeare, per diversi anni. La sua produzione è limitata perché è morto giovane,*** ma di sicuro è una figura maggiore nella storia della letteratura mondiale. E questo è il motivo fondamentale per cui, invece di essere stato pescato dall’oscurità, ricreato e portato in vita da un singolo autore come una versione dello Sbregaverze archetipico, appare in molteplici vesti, in molteplici opere, ad opera di molteplici autori.

Quindi, davvero non so, e la questione è metodologica: Kit è uno Sbregaverze? Probabile. Uno dei miei Sbregaverze? Probabilmente no. Resisterò alla tentazione di fare uno strappo ai miei accuratamente stabiliti criteri? La questione va ponderata.

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* C’è un’infinità di gente pronta a giurare che la rissa a Deptford fu soltanto una messa in scena, e che Kit, fuggito sul Continente, condusse una vita lunga e piena, scrivendo, tra l’altro, tutte le opere che noi attribuiamo a Shakespeare. La teoria è talmente bislacca che è affascinante. Una volta o l’altra, posterò in materia.

** Si capisce tanto che ho un debole per Kit?

*** Facendo due calcoli, se Shakespeare fosse morto a 29 anni, di suo avremmo soltanto le tre parti di Enrico VI, Riccardo III, e I Due Gentiluomini di Verona. E non è nemmeno detto. Sarebbe ugualmente Il Bardo? Ho i miei dubbi.

Ultima nota, e sono stufa di asterischi: il ritratto qui sopra è generalmente identificato come Marlowe, ma in realtà non ci sono prove a sostegno, se non la coincidenza dell’età del soggetto, e il fatto che sia stato ritrovato a Corpus Christi College. Pura speculazione. Comunque, Marlowe avrebbe potuto somigliare a questo giovanotto…