Kit o non Kit?

[Questa è solo una piccola nota di servizio, perché in realtà sono in città alla lezione dimostrativa di un corso di Danze di Società dell’Ottocento. Quindi, mentre leggete qui, immaginatemi mentre saltello leggiadramente a tempo di polka. O di quadriglia. O di danze scozzesi, ancora non lo so.]

Allora, il mio dubbio feroce, come da titolo del post, è se includere o meno Christopher Marlowe nella mia Fenomenologia dello Sbregaverze… Non il Marlowe reale, s’intende, ma la sua versione letteraria ad opera di Anthony Burgess. Sì, lo stesso Burgess di Arancia Meccanica, ma era un signore estremamente eclettico: romanziere, librettista, drammaturgo, compositore, filologo, giornalista, traduttore… che posso dire? Chapeau! Comunque, il suo ultimo romanzo è il meraviglioso A dead man in Deptford, che racconta appunto vita e morte di Marlowe.

Marlowe,Christopher01_small.jpgIn realtà, di libri su Marlowe ce n’è a bizzeffe. E’ un soggetto molto amato dagli autori anglosassoni, e in tutte le salse, dalla biografia pura e semplice, al giallo, alla pièce teatrale, al romanzo storico propriamente detto, fino a un’abbondante produzione di fantasy storico.

La cosa non dovrebbe meravigliare: anche senza il tramite di un’interpretazione letteraria qualsiasi, il personaggio è notevole di per sé. Figlio di un calzolaio, studente a Cambridge, Master of Arts, il più grande drammaturgo elisabettiano dopo Shakespeare (e suo precursore, visto che il blank verse è una creazione di Marlowe), poeta, spia, eretico, frequentatore di circoli filosofici sospetti, attaccabrighe, duellatore, parlatore incauto, morto a 29 anni in una rissa da taverna in circostanze mooooolto dubbie.

E’ il personaggio perfetto, con quel tanto di mistero e d’incertezza che consente infinite speculazioni*, e anche, prima facie, uno Sbregaverze perfetto.  

Ma… c’è un ma. Uno dei primi criteri che ho adottato nella scelta dei miei Sbregaverze è la marginalità del personaggio reale in vita. Kit Marlowe non è stato marginale, perbacco!** E’ stato un grande, celeberrimo scrittore, persino più celebre di Shakespeare, per diversi anni. La sua produzione è limitata perché è morto giovane,*** ma di sicuro è una figura maggiore nella storia della letteratura mondiale. E questo è il motivo fondamentale per cui, invece di essere stato pescato dall’oscurità, ricreato e portato in vita da un singolo autore come una versione dello Sbregaverze archetipico, appare in molteplici vesti, in molteplici opere, ad opera di molteplici autori.

Quindi, davvero non so, e la questione è metodologica: Kit è uno Sbregaverze? Probabile. Uno dei miei Sbregaverze? Probabilmente no. Resisterò alla tentazione di fare uno strappo ai miei accuratamente stabiliti criteri? La questione va ponderata.

______________________________________________________________________________________________

* C’è un’infinità di gente pronta a giurare che la rissa a Deptford fu soltanto una messa in scena, e che Kit, fuggito sul Continente, condusse una vita lunga e piena, scrivendo, tra l’altro, tutte le opere che noi attribuiamo a Shakespeare. La teoria è talmente bislacca che è affascinante. Una volta o l’altra, posterò in materia.

** Si capisce tanto che ho un debole per Kit?

*** Facendo due calcoli, se Shakespeare fosse morto a 29 anni, di suo avremmo soltanto le tre parti di Enrico VI, Riccardo III, e I Due Gentiluomini di Verona. E non è nemmeno detto. Sarebbe ugualmente Il Bardo? Ho i miei dubbi.

Ultima nota, e sono stufa di asterischi: il ritratto qui sopra è generalmente identificato come Marlowe, ma in realtà non ci sono prove a sostegno, se non la coincidenza dell’età del soggetto, e il fatto che sia stato ritrovato a Corpus Christi College. Pura speculazione. Comunque, Marlowe avrebbe potuto somigliare a questo giovanotto…

Dello Sbregaverze in Generale: Brevi Cenni

Alcuni caratteri fondamentali della specie in esame, prima di passare ad analizzarne le varietà.

* Lo Sbregaverze svolge una professione di tipo guerresco. Non dico militare, perché non sempre indossa un’uniforme, ma di certo tende a portare una spada. I duelli tendono ad essere una componente rilevante della sua esistenza.

* Lo Sbregaverze prospera in tempo di guerra, rivoluzione, rivolta, instabilità sociale. Più fluida e pericolosa è la situazione, più lo sbregaverze vi nuota come un pesce.

* Lo Sbregaverze è realmente esistito, e di solito ha giocato ruoli marginali nella storia del suo tempo. Il suo autore, nell’adottarlo, modifica il suo carattere e la sua importanza relativa, facendone in genere un personaggio più rilevante, spesso anche molto più gradevole dell’originale. Se per ottenere questo deve tradire un poco la realtà dei fatti, l’autore non se ne preoccupa soverchiamente.

* Lo Sbregaverze è abbastanza competente nel badare a se stesso e ad eventuali altri, ma mostra una spiccata tendenza a cacciarsi in guai della più diversa natura.

* Lo Sbregaverze mostra un carattere complesso. A una vanità, una spavalderia e un orgoglio fiammeggianti, unisce squarci di profondità inattesa, molta umanità e quasi sempre un po’ di malinconia. E’ pieno di risorse e ingenuo al tempo stesso, ama i bei gesti, è generoso e onorevole (o, nei casi peggiori, si crede tale pur non essendolo troppo).

* Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, lo Sbregaverze non è predestinato a una fine precoce. Gli dei non amano abbastanza gli Sbregaverze per prenderli con sé quando sono giovani? Piuttosto, l’autore dello Sbregaverze è di solito abbastanza smaliziato da dargli una vecchiaia più o meno triste, in cui rimpiangere il fuoco degli anni giovanili, le promesse tradite, le occasioni perdute, le cause finite in nulla…

* Se c’è qualcosa a cui uno Sbregaverze non può resistere, è una causa perduta. Anche una donna in difficoltà, un amore impossibile, la parola data e la fedeltà a un amico conducono lo Sbregaverze ad imprese dissennate e sforzi eroici.

* Lo Sbregaverze è sempre un outsider, in un modo o nell’altro. Per mancanza di buon senso, per allergia al compromesso, per appartenenza alla categoria sociale o religiosa sbagliata, per pura incapacità rispetto alle normali interazioni umane, per intervento dell’autore, e talvolta per una combinazione di tutto ciò, lo Sbregaverze è sempre in conflitto con l’ambiente che lo circonda.

* Lo Sbregaverze si offende con estrema facilità, vede insulti in ogni dove ed è pericolosamente pronto ad esigere riparazione. Pericolosamente per l’offensore (vero o supposto), mai per lo Sbregaverze stesso.

* Con rarissime eccezioni, lo Sbregaverze ha un amico/assistente/compagno di qualche tipo, quello che in Inglese si chiamerebbe sidekick. Come Don Chisciotte (che sarebbe in cima al mio elenco, se non avessi ristretto il campo ai personaggi realmente esistiti) ha il suo Sancho, così Cyrano ha Le Bret, Alan ha David, Morgan ha Coeur-de-Gris e così via. Il Sidekick è talvolta la voce della ragione, talvolta il narratore, talvolta la finestra dello Sbregaverze sul mondo normale, talvolta tutte e tre le cose. Lo Sbregaverze vive nella poco confortevole incertezza se il Sidekick non lo capisca abbastanza o lo capisca fin troppo bene. Tra i due, ad ogni modo, esiste un forte legame di amicizia, affetto, comprensione e lealtà, e i salvataggi reciproci non sono infrequenti.

* Lo Sbregaverze trabocca di fascino. Non è necessariamente simpatico in senso stretto, e talvolta si crea molti nemici con i suoi eccessi, il suo pessimo carattere, la sua facilità ad offendersi… E tuttavia, è un conquistatore di amici, seguaci, ammiratori. Se l’autore sa quel che fa, il suo Sbregaverze sarà anche un conquistatore di lettori. In caso contrario, l’autore sarà molto impegnato a ripetere il concetto all’infinito, e il lettore dovrà credergli sulla parola. Oppure cercarsi un altro libro.

Abbiamo trasmesso: lo Sbregaverze in Dieci Punti. Nella prossima puntata, Alan Breck Stewart.

Ott 8, 2009 - grilloleggente    3 Comments

Fenomenologia dello Sbregaverze

300px-Merton_College_library_hall.jpgUna delle meraviglie dello scrivere narrativa a sfondo storico, è andarsi a pescare un personaggio minore, minorissimo, e farne il nostro protagonista. Si può fare tutt’altro, si può incentrare tutto sulla figura di primo piano (Idi di Marzo di Thornton Wilder ha per eroe Giulio Cesare, Memorie di Adriano della Yourcenar e Io, Claudio di Robert Graves hanno titoli autoevidenti, come pure La Regina Margot di Dumas); oppure si può scegliere un personaggio fittizio e piazzarlo in mezzo a eventi e/o personaggi storici (I Promessi Sposi, per citare un esempio eclatante, ma anche Barnaby Rudge di Dickens, Guerra e Pace di Tolstoj, La Guardia Bianca di Bulgakov…). Entrambe le possibilità hanno dato origine a capolavori ed orroretti, entrambe si prestano a variazioni interessanti, ma non divaghiamo.

La terza via è quella di cui si diceva prima: personaggio minore. Il personaggio minore ha tutta una serie di pregi, in genere. Si sa che è esistito, si sa che ha avuto un ruolo preciso, magari si sa qualcosa dei suoi spostamenti, contatti, vita, morte e miracoli. Molto più facile da situare di un personaggio fittizio… Perché diciamocelo: mettere un segretario/amico/scudiero/seguace/confessore/domestico/fratello illegittimo fittizio al fianco, diciamo, di Lorenzo de’ Medici, offre senz’altro all’autore un favoloso punto di vista sulla congiura dei Pazzi, ma al tempo stesso stiracchia non poco la sospensione dell’incredulità del lettore. Ma se invece il nostro segretario/amico/scudiero/seguace/confessore/domestico fosse esistito veramente, magari citato di straforo in una fonte o due, se sapessimo di lui soltanto che era al posto giusto in una o due occasioni e che aveva un braccio offeso da una caduta da cavallo, avremmo il nostro personaggio, un abbozzo di carattere e tutto lo spazio di manovra che si può desiderare…

E’ così che sono nati parecchi memorabili personaggi letterari. Sto pensando agli esempi da elencare e, per qualche motivo, tutti quelli che mi vengono in mente ricadono sotto una categoria particolare, una categoria del tutto personale, quella dello Sbregaverze.

Piccola precisazione semantica: sbregaverze, purtroppo, non è Italiano. E’ l’italianizzazione di una parola mantovana, composto del verbo sbregare (dialettale per lacerare, rompere, di origine germanica, dice il Dizionario Treccani) e di… be’, tutti sappiamo cosa sia una verza, credo. Dico “purtroppo” perché trovo che sia una parola meravigliosamente espressiva. Se il senso è affine a “rodomonte”, “spaccamonti”, “sbruffone”, “fanfarone”, o “gradasso”, bisogna però ammettere che l’immagine di qualcuno che, per tutta dimostrazione di possanza, spacca delle verze, è meravigliosa.

Non so se abbiate mai provato ad accoltellare una verza… Io sì: certe volte è più facile, certe volte meno, ma in tutti i casi fa un gran rumore.

Ecco, a casa mia il termine Sbregaverze (con la S rigorosamente maiuscola) è scivolato a indicare una certa categoria di personaggi letterari caratterizzati appena sopra le righe, fiammeggianti, barocchi nella costruzione, nelle avventure, nel modo in cui si presentano e parlano di sé. Di sicuro non è dispregiativo e non implica nulla di male sull’efficacia, sull’appeal o sul carattere morale dei personaggi stessi…

Ne ho in mente un certo numero: D’Artagnan e i suoi amici, Cyrano de Bergerac, Alan Breck Stewart, l’Ammirabile Critonio, Madame Sans-Gène, Henry Morgan… tutti esistiti realmente, tutti figure minori del loro tempo, tutti abbondantemente ritoccati dai loro autori a fini narrativi, tutti flamboyants, almeno nella loro versione letteraria. E ciascuno di loro rappresenta una sfaccettatura particolare del genere Sbregaverze.

Sono personaggini, è vero, gente di non troppo conto al loro tempo, cui qualcuno in un altro secolo ha tentato di regalare, con esiti di varia natura, una fettina d’immortalità per iscritto. Comincio a credere che dedicherò un post a ciascuno di loro… Oh, sì! Una galleria di Sbregaverze a seguire…

Ott 7, 2009 - blog life    No Comments

Caro Babbo Natale…

Caro Babbo Natale,

                               siamo solo in ottobre, lo so. Tuttavia…

Potresti rendere MyBlog più ragionevole, facendo in modo che non ne resti chiusa fuori per mezze settimane alla volta senza poter postare? Potresti far sì che il login funzioni al primo colpo, almeno ogni tanto? O almeno al secondo? Tutto considerato mi accontenterei anche del terzo: dopo tutto, lo vedi, non sono irragionevole. Potresti fare in modo che non debba aggiornare la pagina quarantadue volte prima di visualizzare il mio blog in maniera leggibile?

E sì, lo so: la gente normale per queste cose scrive all’assistenza, non a Babbo Natale, ma vedi…

Io l’ho fatto, di scrivere all’assistenza. Più di una volta. Sono molto gentili. Seguitano a dirmi che devo cambiare browser. Seguitano a dirmi che Firefox funziona benissimo con MyBlog. Fantastico. Peccato che Firefox non funzioni affatto bene con me. Io uso MSIE. Uso MSIE da molti anni. Mi trovo molto bene con MSIE. Non ho mai avuto il minimo problema con MSIE. Mai. Solo con MyBlog.

Per cui, caro Babbo Natale, se potessi avere una renna volante, anche part-time, forse potrei mandare i post in modo un po’ più regolare ed efficace…? La tratterei molto bene. Mi piacciono, le renne. E le permetterei di usare il browser che preferisce.

Grazie grazie. Con affetto, tua

                                                  Clarina

 

P.S. questo post è stato scritto ieri sera alle 10, quando ero riuscita ad accedere e ho pensato di cogliere l’attimo e prepararne qualcuno per il futuro… Perché qui, in mancanza di renne, non si sa mai quando sarà la prossima volta!

Tempeste Cerebrali

Ricordo di avere già accennato alle meraviglie del brainstorming in qualche protopost, ai tempi in cui questo blog era un tentativo ancora molto sperimentale. Oggi vorrei essere più specifica e segnalare qualche strumento utile che si può reperire in rete.

Per cominciare, confesso che sono una scettica convertita. Quando la meravigliosa Holly Lisle cominciò a parlarci del brainstorming come una delle tecniche più utili che uno scrittore potesse imparare, ricordo di avere sollevato un sopracciglio. Cosa? Pensiero disorganizzato per risolvere i problemi? Immaginatemi con un’espressione da we-are-not-amused. Salvo poi capire che lo facevo già, senza nemmeno saperlo, nella maniera istintiva e priva di tecnica che in genere porta risultati insufficientemente cotti. 

Per anni, quando scoprivo di avere incasinato me stessa, la trama e i personaggi, il mio metodo è consistito nello sdraiarmi al buio con le cuffie del lettore cd nelle orecchie, ed esaminare il ginepraio da tutti i possibili punti di vista. Posso aggiungere che la musica che utilizzavo per queste sessioni era invariabilmente Five Variants of Dives and Lazarus di Vaughan-Williams, e che la cosa aveva una certa tendenza a funzionare, se non alla prima, alla seconda o alla terza volta…

Quindi, in definitiva lo facevo, il brainstorming. Solo che lo consideravo una tecnica d’emergenza, tipo respirazione artificiale, da usarsi ad un solo scopo e solo in casi disperati.

Adesso che sono più vecchia e più saggia ho scoperto che non è così. Le tempeste cerebrali (suona semi-epico in Italiano, vero?) sono uno strumento utilissimo e versatile. Sciogliere un nodo della trama, caratterizzare un personaggio, ideare un titolo, individuare un finale, definire una sottotrama, legare tra loro varie sottotrame, pescare l’aggettivo perfetto… non c’è praticamente limite a quello che si può fare con una buona tempesta. L’importante è non farlo come se fosse un compito in classe: lo scopo non è produrre tabelle perfette o cinque paragrafi di prosa squisita, ma piuttosto stimolare il cervello a cercare soluzioni alternative, associazioni nuove, idee inaspettate.

I metodi sono vari.

Musica e buio – a patto di usare sempre la stessa musica ben conosciuta (deve fare da sfondo e aiutare la concentrazione, non provvedere l’esperienza d’ascolto della vita) e di poter accendere la luce e prendere appunti in qualsiasi momento. E sia chiaro, lo cito qui come citerei la mongolfiera tra i mezzi di locomozione: bello e pittoresco, ma non si è affatto sicuri di arrivare dove si vuole (o da qualche parte affatto).

Clustering – per gente visually oriented. Si disegna un rettangolo in mezzo al foglio e ci si scrive dentro la domanda o il problema, e poi si comincia a buttar giù quello che viene in mente. Tutto – ma proprio tutto – va bene. Singole parole, idee, domande, pensieri compiuti, schizzi, disegnini… Chiudere ogni singolo articolo in un ovale aiuta a limitare la confusione. E poi si tracciano collegamenti, paralleli, ramificazioni, e da ciascun ovale si può ripartire con altre associazioni, e via così… L’importante è procedere, procedere, procedere… magari darsi un tempo limite, diciamo dieci minuti, e per quei dieci minuti continuare senza pensarci troppo, seguendo anche le direzioni più strambe, senza preoccuparsi di ortografia, grammatica e logica. Funziona bene con carta e penna (e magari qualche pennarello colorato per stabilire visivamente certe parentele o gerarchie), ma è meglio usare fogli grandi. Per chi vuole provare a farlo al computer, ci sono, crederci o no, software appositi. Il più celebre è Buzan’s iMindMap, ma esistono buone alternative gratuite. Una è Freemind, piuttosto semplice da usare e senza particolari fronzoli; oppure c’è Cayra, molto colorato, e con il non trascurabile vantaggio di poter rendere le mappe virtualmente tridimensionali, ma un po’ macchinoso nell’uso. Personalmente preferisco carta e penna (forse non ho mai imparato come si deve a usare Cayra), con una notevole eccezione. A suo tempo avevo scaricato la versione gratuita di ConceptDraw Mindmap, che sembrerebbe semplicemente un mindmapping software un pochino scarno se non fosse per la funzione “brainstorming”: c’è un timer e c’è una box in cui si digita, come detto sopra, tutto quello che viene in mente. Ogni volta che si schiaccia invio, il programma crea un ovale nuovo nella mappa. A tempo terminato, si può procedere a sistemare, spostare, collegare… E’ così che sono arrivata al titolo del mio ultimo romanzo. Il link conduce al sito ufficiale, dove si può scaricare la versione completa per 30 giorni di prova gratuita… mi par di ricordare che, trascorsi i 30 giorni, rimanga solo la versione limitata gratuita, ma sinceramente non mi ricordo: non c’è altro che provare, temo.

Freewriting – e questo è il mio preferito, perché ho stabilito da lungo tempo che non sono una persona visiva (o visuale? mah…), ma trovo che scrivere sempre d’aiuto. In un certo senso è più intuitivo del clustering, un po’ come pensare per iscritto. Ci si pone una domanda, e si cerca di rispondere, anche se lo si fa con altre domande. Perchè? Che cosa? Chi? Come? e soprattutto, l’impareggiabile, insostituibile, meravigliosa E se invece…? accompagnata da suo cugino germano Oppure? La regola è sempre la stessa: sono solo appunti che nessuno vedrà, quindi non stiamo a preoccuparci di ortografia, grammatica e sintassi. Per dirla tutta, non stiamo nemmeno a preoccuparci soverchiamente della logica, per il momento. L’importante è buttar giù idee, principii di idee, idee potenziali… qualcosa di buono nel mucchio si trova sempre. Spesso e volentieri più di qualcosa. Qualche volta lo faccio in forma di dialogo, qualche volta lo faccio in Inglese, spesso mi ritrovo con più opzioni di quante me ne servano, e allora segue la deliziosa agonia di scegliere fra due (o più) possibilità, tutte allettanti, tutte promettenti… può essere difficile, ma è cieli interi al di sopra di non sapere come continuare! Naturalmente, l’opzione prima è di farlo con carta e penna (su un quaderno apposito, magari rilegato in pelle, fa tanto artista al lavoro…). Personalmente, la maggior parte delle volte lo faccio al computer. E siccome mi secca avere file di Word disseminati per tutto l’hard disk, ho scaricato My Simple Friend, un journaling software che salva da sé quello che scrivo e che tiene tutto insieme, facilitando il reperimento e la consultazione di appunti, tempeste cerebrali, annotazioni, esperimenti e qualsivoglia altro straccetto di scrittura estemporanea. Tutto nello stesso posto: chiunque sia disordinato come lo sono io capirà il pathos della faccenda.

Sembra fumoso? Lo è meno di quanto sembri, ed è maledettamente utile. Siete scettici? Lo ero anch’io, finché non ho provato. O meglio, finché non ho imparato a farlo con qualche rilassatezza. Come detto più sopra, non c’è altro che provare.

Cose che non sapremo mai

In teoria, la fedeltà alle fonti storiche è il primo articolo del mio credo di autrice. Voglio dire: in un mondo perfetto, il mestiere del romanziere storico consisterebbe nel ricreare quello che non sappiamo sulla base ed entro i limiti di ciò che sappiamo.

Il mondo non essendo perfetto, alle volte il confine tra ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo è un tantino confuso, e anche ciò che sappiamo non è poi così certo.

Il mondo non essendo perfetto, inoltre, i romanzieri storici hanno una certa tendenza a non razzolare tanto bene quanto predicano. O almeno io ce l’ho. Sia chiaro: faccio sempre del mio dannato meglio per non contraddire nessuna fonte certa, per attenermi ai fatti, per essere tanto precisa quanto posso con date, luoghi e persone…

E tuttavia, se esistono versioni differenti, fonti che riportano diversamente lo stesso avvenimento, la stessa battaglia, lo stesso personaggio? Non è colpa mia, giusto? E succede, sapete? Forse non avete idea di quanto spesso succeda… E che cosa può fare in questi casi una povera ragazza? *makes cocker spaniel eyes*

Be’, questa povera ragazza ha raggiunto un compromesso con se stessa e con la Storia: in caso di fonti non uniformi o contrastanti, sceglie sempre la versione che le fa più comodo dal punto di vista narrativo…

Sì, sì, questa ragazza sa perfettamente che esistono gerarchie delle fonti e criteri per stimarne, se non proprio stabilirne, l’affidabilità affidabilità, ma al tempo stesso, ringrazia spesso il Cielo che, per le sue vie e ragioni imperscrutabili, l’ha condotta a scrivere narrativa anziché saggistica.

Piccolo esempio illuminante: visitando il palazzo dell’Ajuntament a Barcellona, ci si ritrova a un certo punto nel Salò des Cròniques, dove nel 1929 Josep Maria Sert ha dipinto un ciclo di affreschi che narrano le vicende di Roger de Flor, cavaliere senza macchia e senza paura, che dopo aver generosamente salvato l’Impero Bizantino da qualche tipo di Turchi, viene ricompensato con l’inganno, il tradimento e l’omicidio. Che pessima gente sono questi Bizantini… Ebbene, più guardavo gli affreschi, più mi sembrava che ci fosse qualcosa di strano. Ero certa di avere ricordi in proposito: i nomi erano quelli, il secolo era quello, eppure la storia non quadrava. Poi, folgorazione! Ma certo, Roger de Flor, ex Templare, pirata e capitano della Compagnia Catalana, una delle più costose, pericolose e celebri compagnie mercenarie del XIII secolo! A sentire i bizantinisti anglosassoni (gente come Norwich e Runciman), il suo “generoso aiuto” veniva ad un prezzo astronomico, che comprendeva, tra molte altre cose, la mano di una principessa imperiale), e una volta respinti i Turchi, i Catalani si erano rivelati il classico rimedio peggiore del male, scatenandosi in saccheggi, incendi, stupri e distruzioni miste assortite in giro per l’Impero… E allora i Bizantini, che non andavano tanto per il sottile, avevano adottato la sperimentata tecnica tradimento-assassinio. Quando si dice a mali estremi… con quel che segue.

Rogerelaprincipessa.jpgInsomma, due storie diametralmente opposte. A sentire Norwich, Roger era un pessimo soggetto; i Catalani hanno l’aria di pensarla diversamente. A Barcellona c’è una Calle Roger de Flor. Ci sono monumenti, hotel, istituti intitolati a lui. Ci sono siti web celebrativi… Una rapidissima ricerca su Google rivela almeno una trilogia di romanzi storici che ha Roger e i suoi Catalani, o Almogàvares, per eroi, ma non mi stupirei se ce ne fossero altri.

E tuttavia, se io volessi scrivere un romanzo i cui protagonisti ed eroi fossero gli Imperatori Paleologi, Andronico II e Michele, intenti a salvare il loro impero da quello stormo di cavallette, gli Almogàvares, capitanati dal crudele, esoso ed infingardo Roger? Il bello è che potrei! Anzi, non sono nemmeno certa che qualcuno non l’abbia già fatto – di sicuro le fonti lo consentirebbero senza eccessivi patemi d’animo.

La morale di tutto questo è varia. In primo luogo, un romanziere storico può fare pressoché di tutto anche conservando una coscienza decente; e questo è cosa buona e giusta per la letteratura, se non proprio per il fegato degli storici. In secondo luogo, ma in realtà questo è il punto fondamentale, non da oggi penso che la Storia abbia un quid d’inafferrabilità. I contemporanei la narrano con un’ottica deformata dalla loro posizione al suo interno; i posteri la interpretano da distanze cronologiche e culturali che non possono non essere deformanti a loro volta. Aggiungiamo a questo che i documenti vanno perduti, o sopravvivono in modo parziale, o vengono trascurati, e che il peso relativo dei fattori di valutazione cambia attraverso i secoli… E’ inevitabile: come dice Gianni Granzotto nel suo Annibale, “ci sono cose che non sapremo mai. Cose che non sappiamo più”.

E questo è forse uno degli aspetti più affascinanti della Storia. Per gli storici, sono vuoti da riempire cercando e ricercando, e per i romanzieri è un’iridescenza (o un’opacità, a seconda dei casi) da raccontare ancora e ancora, da ricreare, da immaginare. E non sempre nello stesso modo, anzi.

Alla fin fine, la forza vitale di tutte le cose risiede sempre in ciò che ancora non sappiamo.

 

Set 30, 2009 - grilloleggente    3 Comments

La Pistola di Checov

Secondo P. non godo più nulla di quello che leggo o guardo. Libri, film, telefilm, tutto rovinato dalla mia tendenza all’iperanalisi.

La discussione è nata durante una cena a tarda ora, avvenuta casualmente davanti ad un telefilm poliziesco.

A un certo punto, un personaggio dall’aria di comparsa ha posto una domanda sul delitto, e uno dei protagonisti gli ha risposto.

“Hm…” ho mormorato, con una forchettata di paella a mezz’aria. “Lo vedi quello lì? Quello lì ha la Pistola di Checov.”

“Quello lì ha cosa?” ha chiesto P.

L’espressione “Pistola di Checov” si usa per indicare qualcosa che viene introdotto presto nella narrazione, e in modo apparentemente casuale. La sua importanza si rivelerà nel dénouement, e se la cosa è fatta in modo intelligente, conduce a quei felici momenti epifanici in cui il lettore si batte la fronte e ridacchia tra sé, commentando cose del tipo “come ho fatto a non capire prima? Eppure era lì in bella vista… diavolo di uno scrittore!”

Nel caso in questone era fatto in modo un po’ ovvio. O almeno a me pareva ovvio…

“La Pistola di Checov,” ho spiegato. “Che cosa scommetti che è lui l’assassino?”

“Hmf,” ha detto P.

Abbiamo continuato con la paella e con il telefilm, e alla fine l’assassino era proprio il mio Pistolero di Checov.

“Visto?” ho chiesto, con aria compiaciuta.

L’aria di P. era assai meno compiaciuta.

“L’avevi già visto?” ha domandato sospettosamente.

“Certo che no! Ma si capiva, si capiva benissimo dal fatto che il tizio avesse più battute di una comparsa… è come quando, nel libro che ti ho prestato, la protagonista incontra Tr…”

E qui P. mi ha bloccata. Non lo voleva sapere. Lo sta ancora leggendo, il libro, e avere rovinato il telefilm era già più che sufficiente.

“E poi, scusa tanto: la protagonista incontra Tr… a pagina 12. Questo significa che da pagina 12 tu sapevi già come sarebbe andata a finire?”

“Be’… no. Però sapevo chi era l’assassino. Aveva la Pistola di Checov…”

Ecco. Secondo P. non è possibile che mi sia goduta il libro. Troppo impegnata a strologare sulla struttura, e la scrittura, e la caratterizzazione, e la verosimiglianza storica…

“Come fai a leggere, con le rotelline che fanno tutto quel rumore?”

Set 28, 2009 - Vita da Editor    No Comments

Et surtout, pas trop de zèle

A volte la vita è dura.

Lavoro di traduzione. Noto una data che mi sembra sbagliata. Controllo e ri-controllo, e contro-controllo anche, ed è sbagliata. Stiamo parlando della data di pubblicazione di un libro, non di una battaglia minore dell’ottavo secolo avanti Cristo, su cui ci possano essere dei dubbi. Tuttavia, quando scrivo al cliente segnalando il problema, lo faccio con tutto il tatto di cui sono capace: “è possibile che mi sbagli, ma ho qualche dubbio su questa data… questa e quest’altra fonte la riportano diversamente… vuole controllare anche lei?”

Per tutta risposta, vengo severamente redarguita. Ma come mi permetto? Che stia al mio posto e non mi impicci del contenuto. Io sono solo la traduttrice!

Il fatto che avessi ragione, evidentemente, è del tutto secondario.

Set 28, 2009 - considerazioni sparse    No Comments

Gatti II

Piccola appendice a Gatti, ispirata dalla mia amica Lina Morselli, con la quale, una volta o l’altra, mi piacerebbe fare una lettura congiunta di felinerie assortite.

1) Gatto: animale che in tempi remoti è stato una divinità, e non se n’è mai dimenticato del tutto.

1.b) I gatti non si sono accorti di non essere più dei, più di quanto gl’Inglesi si siano accorti di non avere più un Impero.

2) Gatto: animale che si trova sempre dal lato sbagliato della porta.

3) Gatto: creatura molto obliqua – ti consente di crederti il padrone di casa, a patto che tu ti mostri occasionalmente consapevole che non è affatto così.

4) Gatto: creatura che vede al buio, ha tre nomi, raggiunge acuti astronomici e c’era quando i Faraoni commissionarono la Sfinge (a sentire T.S. Eliot)

5) Gatto: animale che ti permette il brivido di tenere una tigre in casa, con conseguenze un po’ (ma solo un po’) meno cruente.

6) Gatto: animale molto, molto, molto più malizioso di quanto possa mai esserlo un cane (a sentire la mia mamma).

7) Gatto: animale cui le intenzioni altrui interessano molto relativamente.

8) Gatto: maestro sopraffino di ricatto morale, ritirata sull’Aventino, espressione supplichevole, dispetto mirato, gratificazione imprevista ed altre tecniche di manipolazione del prossimo, particolarmente il prossimo a due zampe.

9) Gatto: creatura ineffabilmente determinata – se lo cacci dalla poltrona quarantasei volte, torna a salirci una quarantasettesima.

10) Gatto: animale con un serio talento per il disastro su larga scala.

E si potrebbe andare avanti a lungo. Invece giusto perché, some more Solange:

9cl-27.gif

 E… Cats!!

 

Set 27, 2009 - pennivendolerie    1 Comment

Alti e Bassi

Cronache di vita da autore.

Cominciamo con gli alti, ma alti himalayani.

All’Accademia Virgiliana è andato tutto meravigliosamente bene.

A dire il vero, quando sono entrata in Accademia e ho incrociato sul portone Zichichi che andava a tenere la sua conferenza su Galileo al Teatro Bibiena (portone accanto, per i non Mantovani), mi è caduto un po’ lo stomaco nelle scarpe. E anche quando alle cinque la sala non era piena nemmeno per metà. E vogliamo parlare di quando ho abbattuto il cavalletto della telecamera? O di quando è arrivata la Matta delle Conferenze? Costei è una signora dai capelli rossi che s’intrufola a tutti gli eventi culturali della città, purché abbiano un rinfresco alla fine. In genere si limita a far man bassa di pasticcini e vol-au-vent, ma nelle brutte giornate è capace d’inveire contro il malcapitato di turno con un’energia notevole. Una volta (presentazione dello Specchio alla UTE) mi è capitato di essere oggetto delle sue gentili attenzioni: non un’esperienza che si desideri ripetere. Quando è arrivata furibonda e mugugnando che la sicurezza del Bibiena non le aveva consentito di entrare da Zichichi, lo stomaco mi è sceso ancora un po’ di più, diciamo nel gommino dei tacchi alti…
Poi però la sala si è riempita come un uovo, e questo era molto incoraggiante. Csì abbiamo cominciato, rinunciando a metà del quarto d’ora accademico. Il Professor Zamboni, Presidente dell’Accademia Virgiliana, ha detto cose molto belle (forse più di quanto io meritassi…) di me e dei miei libri, e non si è trattenuto dal punzecchiarmi con “la speranza che presto o tardi Chiara si abbandoni al cuore e non solo all’intelletto”.
Poi il relatore, Professor Mario Artioli, Accademico, poeta e critico letterario, ha detto alcune cose belle e acute dei miei libri precedenti e di Annibale, e a questo punto sarebbe stata ora di mostrare il book trailer e le mie accuratamente preparate mappe delle battaglie, se il vetusto PC dell?Accademia non avesse deciso, lì e allora, di entrare in sciopero. Panico, segretarie che arrivano in corsa, battutine per tentar di alleggerire il momento, sguardi terrorizzati al relatore… “Passiamo oltre?”
Quando si è accorto che stava per essere bypassato, il pc ha avuto un sussulto d’orgoglio ed è tornato in vita. Morale: ho mostrato tutto quanto, ho parlato, ho spiegato che persona eccezionale fosse Annibale, di quel genere di eccezionalità che attraversa i secoli.
Poi il Prof. Artioli ha ripreso la parola, parlando in modo molto lusinghiero dello stile, del linguaggio, dei personaggi, della trama del libro, facendomi arrossire più di una volta, e abbiamo concluso alternandoci alla lettura di alcuni brani.
Applausi torrenziali, abbracci, strette di mano, dediche, fiori, qualcuno mi ha messo in mano un bicchiere di vino, complimenti, baci, e ieri mattina un pezzo sulla Gazzetta di Mantova. Voglio dire: non capita tutti i giorni di essere citata sulla stampa nello stesso articolo in cui si parla di Zichichi…
Seguiranno foto quanto prima.
Tutt’altra musica a Belgioioso, alas, e qui veniamo ai bassi. Ma bassi abissali.
Sono arrivata al castello a mezzogiorno e ho vagato per la fiera semideserta fino alle 6, quando alla mia presentazione si è presentato un totale di 7 persone, di cui:
– n° 3 parenti (mamma + 2 zii)
– n° 1 cliente con moglie = 2
– n° 2 sconosciuti, che avrei potuto baciare in fronte…
E’ vero, tutti dicono di non avere mai visto la Fiera di Belgioioso così vuota, c’è la crisi, è un anno particolare, l’editoria arranca… Tuttavia non posso fare a meno di chiedermi se un po’ di pubblicità in più non potesse migliorare la situazione. Non so, anche solo un cartello informativo fuori dalla sala? O presso lo stand del mio editore? Perché vi assicuro, quando si ha davanti una platea tanto scarna, la sola definizione che viene in mente è “disastro”…
My agent has more than some ‘splaining to do.
Poi, però si pensa alla favolosa faccenda di venerdì, ci si ricorda che una volta Franz Liszt si è trovato così pochi spettatori a una pomeridiana che dopo il concerto li ha invitati tutti a prendere il tè in una pasticceria, si riacquista un po’ di sense of humour e si spera nel futuro…
Come dice il mio saggio zio pasticciere: non tutte le ciambelle vengono col buco.