Set 11, 2009 - considerazioni sparse    1 Comment

Come oggi, otto anni fa

Come oggi, otto anni fa, facevo un altro lavoro, avevo un altro blog, scrivevo un altro libro.

Come oggi, otto anni fa, stavo vivendo le mie ultime ore in un mondo del tutto diverso. Come tutti, del resto.

 Ricordo la telefonata in ufficio, la prima di molte edizioni straordinarie del TG, lo sgomento, la paura, la rabbia. E questi ultimi otto anni, a sbirciare visi e copertine di passaporti nelle code al check-in, a sobbalzare alla vista di guardie armate nei teatri, a dubitare di ogni incidente, di ogni esplosione…

Ma quello che mi fa più impressione di tutto, forse, è che non ricordo più troppo bene come fosse prima.

Set 10, 2009 - Senza categoria    No Comments

Don’t try this at home!

980419.jpgLa citazione di qualche post fa era tratta da “Rupert di Hentzau”, che è il seguito de “Il Prigioniero di Zenda”. Non so voi, ma a suo tempo per me era stato uno choc scoprire che, prima di essere un film, IPdZ era un romanzo di Anthony Hope, tanto celebre da avere dato il suo nome a un (sotto)genere letterario: il Ruritarian Romance, incentrato sulle vicende di piccoli regni immaginari, colpi di stato, monarchie in pericolo et caetera similia. Vietato sghignazzare: ci si sono cimentati, seppur con intenti vari, anche Stevenson, G.B. Shaw e Nabokov, solo per citarne qualcuno.

Ad ogni modo, tutti abbiamo visto il film: la versione del 1952, con Stewart Granger e Deborah Kerr, che ricompare in televisione con una certa frequenza, è romantica, rutilante nel suo technicolor, e vagamente imparentata con il libro da cui è tratta. A parte l’allegra semplificazione della trama, a parte le spade e pallottole emostatiche (varia gente ci lascia le penne, ma non si vede mai una goccia di sangue), a parte il finale molto più lieto di quello originale, il malvagio Rupert von Hentzau è interpretato da James Mason, tremendamente fuori parte per temperamento e per età.

Perché nel libro, vedete, Rupert è un giovinastro traboccante fascino e cinismo, allegramente immorale, pronto a tradire re, patria, complici, famiglia, amanti, e anche un caso eclatante di pessima mira autoriale. Insomma, quando un co-antagonista è il personaggio meglio riuscito di tutto il libro, quando sovrasta in personalità non solo tutti i suoi meschini complici, non solo le brave persone, ma anche il coraggioso e leale protagonista, allora qualcosa non va.

“The Prisoner of Zenda” è narrato in prima persona dal protagonista, Rudolf Rassendyll, gentiluomo inglese quintessenziale; “Rupert of Hentzau”, il seguito, è narrato in prima persona dal fedele amico di Rudolf, Fritz von Tarlenheim, quintessenziale ufficiale&gentiluomo mitteleuropeo. (Tra parentesi, un cambiamento di questo genere tende a non promettere bene per l’ex narratore, e in effetti… ma non divaghiamo). Entrambi passano un terzo del loro tempo a commentare l’intelligenza, il coraggio, il fascino, l’astuzia, la bellezza, l’abilità a cavallo e con la spada del giovane Rupert. Sì, c’informano anche che Rupert è spregevole, bugiardo, sleale, che ha fatto morire di crepacuore sua madre, che ha dissipato la fortuna di famiglia, che bara a carte, che è passato nei letti di tutte le nobildonne di Ruritania (tranne l’insipida principessa Flavia e la fidanzata di Fritz, si capisce!). E in effetti lo vediamo anche all’opera, mentre tradisce ripetutamente (e qualche volta fatalmente) i suoi accoliti, mentre assassina il re, mentre si comporta slealmente durante un duello. Epperò le donne cadono ai suoi piedi, i suoi servitori si butterebbero nel fuoco per lui, il suo giovane cugino lo adora, Rassendyll e i suoi, pur detestandolo di cuore, lo trovano simpatico, e anche noi lettori lo troviamo simpatico. Subiamo il suo fascino persino quando Hope calca troppo la mano sul fascino in questione, il che è tutto dire…

E sapete perché? Perché ad Anthony Hope per primo non importava un bottone dell’inglesissimo Rassendyll, della palliduccia Flavia, del leale (e non troppo sveglio) Fritz… no, a lui importava di Rupert. Rupert ha più vitalità di tutti gli altri messi insieme, ha le battute di dialogo migliori, ha i momenti di caratterizzazione più azzeccati, “un sorriso che sembra un raggio di sole”, e il senso morale di un attaccapanni… Tutto ciò crea un personaggio favoloso e un libro narrativamente squilibrato. Lo ripeto: quando un personaggio fa scomparire tutti gli altri, c’è qualcosa che non va; quando questo personaggio non è nemmeno il protagonista, allora siamo davvero nei guai.

Poi, a riprova del fatto che tutto è relativo, e consolandomi con il fatto che Hope non è Tolstoj: vorrei davvero che Hope avesse potato Rupert in favore di un maggiore equilibrio narrativo? No, che diamine! Vorrei solo che la MGM avesse pensato a qualcuno di più adatto al ruolo!

Set 8, 2009 - grilloleggente    No Comments

Cicli

A me queste cose capitano, ogni tanto. E ricapitano. E quando capitano, durano a lungo. E quando la famiglia è fortunata, si tratta di un libro, e non di un’opera.

Questa volta la famiglia è fortunata.

E’ decisamente, assolutamente, completamente, irrimandabilmente ora che io rilegga Lord Jim.

Fino alle orecchie

Avvicinandosi il momento di archiviare l’estate, ho fatto un po’ di conti sulla parte di 2009 che mi rimane, e questa è la mia lista di Cose da Fare:

– 3 prime stesure da revisionare (comprendenti: un romanzo da 120000 parole, uno da 82000 che dovrà contarne 90000 prima della fine, e una lunga novella da 42000 e rotti. Per un totale che fluttua attorno alle 250000 parole. Tuuuuuutte da revisionare).

– 2 commissioni: una per una novella e una per un atto unico, entrambe da consegnare a novembre.

– la promozione di Somnium Hannibalis, con almeno quattro presentazioni prima di Natale.

– una lista di libri da leggere (e/o studiare) lunga come il mio braccio.

– la lettura dei Promessi Sposi alla UTE, che è uno sforzo collaborativo, ma c’è.

– 2 racconti in corso che meriterebbero proprio di essere finiti, perché non sono male, if I say so myself

– E non è come se il lavoro fosse magicamente sparito. Proprio no.

Lo confesso: ci sono momenti in cui mi sento un nonnulla sopraffatta. Ne riparliamo il 31 dicembre.

Ago 29, 2009 - scribblemania    No Comments

Software, software…

Un tempo scrivevo a mano.

“Computer? Giammai! Davanti a una tastiera, non riesco a pensare…” Ero di quelli lì.

Poi le cose sono cambiate, figurarsi. Adesso uso per lo più MS Word, più che altro per abitudine, ma ci sono parecchi altri writing software, pensati specificamente per la scrittura creativa. Alcuni sono spartanamente semplici, altri sono superaccessoriati. Tutti vengono presentati come “intuitivi”, ma francamente alcuni lo sono più di altri. Alcuni costano un’ira, altri sono gratuiti, oppure offrono versioni demo perfettamente ragionevoli.

Questi sono, a mio avviso, i più interessanti e sensati tra quelli gratuiti:

Q10, prima di tutto. Programma leggerissimo, e per forza, visto che non ha nulla a parte uno schermo completamente nero, su cui si scrive in colori vintage (ambra, verdino, e altre sfumature reminiscenti del paleolitico DOS). Ha pochissimi accessori, tra cui un timer e un sistema di conteggio parole multiplo. L’aspetto format/edit è inesistente (salva in Plain Text, e poi bisogna convertire), e non è certo adatto per il lavoro di fino, ma quando si vuole scrivere -scrivere -scrivere! eliminando tutte le distrazioni, è perfetto. Una specie di mulo da soma per le prime stesure. Tra l’altro, quando si scrive, fa il rumore di una macchina da scrivere.

RoughDraft è tutta un’altra cosa. A vedersi somiglia molto a MS Word, ma elimina tutto quello che non serve a scrivere, sostituendo invece una serie di funzioni molto interessanti, come dei dizionari estesi e personalizzabili (anche in Italiano, con un download aggiuntivo), un Trova&Sostituisci davvero tosto, meraviglie dal punto di vista format/edit, la possibilità di convertire in documento html per la pubblicazione web e, soprattutto, il backup istantaneo di tutti i file aperti (fino a 100!) nella destinazione prescelta. Chiunque abbia mai perso del lavoro in un computer crash apprezzerà debitamente…

PageFour consente di aggiungere outlines di trama e schede personaggio, e organizzare il tutto in modo ordinato ed efficiente, anche quando si stia lavorando su più progetti contemporaneamente. La funzione di backup è presente, anche se più lasca di quella di RoughDraft, così come la possibilità di stampare lo stesso documento in differenti formati, cosa che può tornare assai utile. La versione demo è limitata a tre gruppi di files per volta, ciascuno con un massimo di 20 pagine… ideale per chi scrive racconti; restrittivo per chiunque altro.

yWriter, oltre ad organizzare i files (capitoli e scene) in modo efficiente, tenere un registro giornaliero e offrire una funzione di backup personalizzabile, consente di organizzare uno storyboard che tiene conto di linee narrative multiple, punti di vista, personaggi e luoghi. Utilissimo in fase di progettazione, e impagabile quando si vuole rivoluzionare tutto. Uovo di Colombo: questo programma, non solo sposta scene e capitoli mentre si riordina lo storyboard, ma rinumera automaticamente i capitoli! Sono gioie che chi scrive romanzi apprezza sul serio.

Writer’s Cafè è la demo gratuita di una versione più fancy del precedente. Molto colorato, con pretese di stile e una quantità di funzioni, compresi i suggerimenti giornalieri, una vasta scelta di esercizi di scrittura, un sistema di brainstorming, un sistema di importazione, raccolta e archiviazione di materiale (foto comprese), un diario/agenda, un generatore di nomi… come ho detto: fancy. Ha una funzione di progettazione “Storylines”, che però nella demo gratuita è limitata a 20 schede. Pochine per un romanzo, ma adeguate per un racconto o una novella.

Insomma, ce n’è per tutte le esigenze e per tutti i gusti. Difficile sapere quale sia il più adatto finché non si è provato. L’unica è sperimentare…

Ago 24, 2009 - grillopensante    1 Comment

Troppete Troppete

Questo sito è fantastico. Come entrare nella caverna dei Quaranta Ladroni. E poi, nel mio caso, restarci tutto il fine settimana, mentre Gente Più Saggia di Me ululava che uscissi a godermi la prima temperatura decente da mesi a questa parte…

“Di che cosa diamine parli, Chiara?”

Er… sì, scusate. Il luogo in questione si chiama TV tropes, vale a dire, più o meno, Tropi Narrativi Televisivi. A dire il vero potrebbe anche chiamarsi Topoi Narrativi Televisivi, o Funzioni Narrative Televisive, perché il contenuto si presta a definizioni elastiche, ma non divaghiamo. E non facciamoci nemmeno sviare dalla parte “Televisivi”, perché non rende del tutto giustizia.

Diciamocelo: non capita tutti i giorni di trovare un archivio sterminato di meccanismi narrativi, tipi di personaggi, trame, finali, luoghi comuni, variazioni sugli stessi… Immaginatevi una specie di versione web delle Funzioni di Propp, solo enorme e piena di esempi…

Ok, ammetto che per la maggior parte gli esempi sono presi da serie anime, telefilm americani, libri di fantascienza, (video)giochi e, sa il cielo perché, dal wrestling. D’altra parte, sull’etichetta c’è scritto TV tropes, nevvero? E a dire il vero c’è anche qualche esempio letterario e cinematografico classico, ma la parola operativa qui è qualche.

Comunque non importa più di tanto: ogni trope* è descritto in modo dettagliato e riconoscibile (e con una buona dose di humor, che non guasta mai), cosicché è estremamente istruttivo, e talvolta sorprendente, constatare quanti tropes differenti compaiano in ogni libro o racconto di nostra conoscenza, e come siano combinati.

Sì, d’accordo, questo genere di esercizio è l’equivalente letterario dello smontare il giocattolo per vedere come funziona. Sapere come funzionano i meccanismi toglie un po’ di suspense alla lettura, ma apre botole inaspettate sugl’ingranaggi della struttura narrativa… non desideriamo forse tutti di fare un giro dietro le quinte a vedere come funzionano le macchine di scena?

Ecco, considerate TV tropes una guida piuttosto irriverente al backstage tour della letteratura. Da prendersi, magari in combinazione con questo (saltando la convoluta e insopportabile sezione intitolata Forster-Harris), una volta al dì, prima o dopo i pasti.

 

*Nota a pie’ di Post: seguito a chiamarli tropes non perché sia un’orrida esterofila°, ma perché nell’accezione vaga che ho detto il termine diventa difficile da tradurre.

° Ok, sì, magari un po’. E poi no: “anglomane incurabile”, semmai… E’ diverso. Sì, lo è. E invece sì.

Ago 21, 2009 - grilloleggente    4 Comments

Nizza e Morbelli

Ieri ho citato “I Quattro Moschettieri” di Nizza e Morbelli, e ho ricevuto (non via commento… mai via commento! Ma perché? Perché? Perché?) richieste di delucidazione.

Dunque, Nizza e Morbelli erano due splendidi autori radiofonici d’antan.

Nel 1934, la loro prima irresistibile parodia dumasiana, “I Quattro Moschettieri”, appunto, fu trasmessa dall’allora EIAR, abbinata al concorso delle figurine Perugina-Buitoni (quelle del Feroce Saladino, per capirci). Fu un successo travolgente. Tutta l’Italia faceva ressa intorno alle radio per ascoltare le avventure dei Moschettieri (il gagà Aramis era particolarmente popolare) e del loro servitore Arlecchino, tra battute fulminanti, completo nonsense, divagazioni artistico-letterarie e parodie di canzoni alla moda…

4mosc.gifNel 1935, la Perugina pubblicò i testi in volume, con le illustrazioni di Angelo Bioletto, e nel ’37 2anni.gifuscì l’altrettanto delizioso seguito, “Due Anni Dopo”.

Ho la fortuna di possedere entrambi i volumi in edizione originale, ma sono diventati rari. Ho scoperto che qui e qui è possibile acquistarne una riproduzione anastatica digitale, che tuttavia costa come o più di una copia originale in buono stato su eBay, e non avrà mai il fascino della vecchia carta. (Vero è che le coste non rischieranno mai di sbriciolarsi, ma… sarebbe un discorso lungo).

Infine, su questa pagina del sito di RadioRai, alla fine del paragrafo dedicato agli “Anni ’30”, è possibile ascoltare un brano della trasmissione originale – da non perdere.

Questi libri sono una lettura incantevole e spassosissima, un pezzo di storia minore italiana, una finestra su un mondo che non c’è più, la testimonianza di un modo di fare intrattenimento che era popolare e raffinato al tempo stesso, una chicca per chi ama Dumas… si era capito che li adoro?

 

 

Ago 21, 2009 - pennivendolerie    No Comments

In Brodo di Giuggiole

Antonio G. Della Rocca, raffinato romanziere e poeta triestino, mi ha regalato, con una nota su FaceBook, la prima recensione di Annibale, dicendone cose molto belle, paragonando il romanzo a una battaglia e facendomi in generale molto felice.

Per chi non bazzica FB, la recensione si può leggere qui.