Giu 19, 2017 - posti    No Comments

Dodici Pillole Maltesi

MaltaColours1. Il colore di Malta a prima vista – dal finestrino dell’aereo: oro pallido i campi coi muretti a secco, verdi le frange d’oleandri e fichi d’india e indaco il mare. Il colore giusto.

2. Sliema di pomeriggio – con le persiane azzurre, i balconi colorati, le bougainvillee che si arrampicano su per le facciate, i gatti che riposano all’ombra e i negozi chiusi – e non un’anima in giro.

3. Una granita al limone, tra sole e vento, sulla terrazza che guarda su Balluta Bay.

Manoel4. La fuga di mura e torri e bastioni e campanili color miele – l’Isola Manoel, Floriana, la Valletta – vista dalla marina di Msida.

5. La nuova porta cittadina della Valletta – opera di Renzo Piano – con la pietra moderna che si fonde così bene con quella antica, con la stessa impressione di forza duratura.

6. La commistione di lingue nelle strade della Valletta – la cantilena araba del Maltese, Inglese, Italiano, e poi Francese, Spagnolo e whathaveyou, come era di certo ai tempi dei Cavalieri.

CaravaggioStJohn

7. Il San Giovanni Decollato di Caravaggio nell’Oratorio della barocchissimissima concattedrale di San Giovanni – feroce e meraviglioso, e la luce… oh, la luce!

8. La finestrella delle scale di San Paolo del Naufragio, che guarda su una sagrestia semibuia, con un lampadario a gocce e un armadio scuro in cima al quale una parrucca da giudice inglese se ne sta appollaiata e polverosa come un uccello impagliato.

9. Il cortile medievale di Palazzo Falson,  cartolina di un Medio Evo siculo-normanno-bizantino di fantasia, reimmaginato dal Capitano Gollcher nella magnifica antica capitale Mdina.

Grand Harbour10. Una gloria di campane e colpi di cannone che si rispondono attraverso il Grand Harbour, tra la Valletta, Cospicua, Vittoriosa e Senglea a mezzogiorno.

11. Pastizzi maltesi per pranzo al bellissimo Caffè Cordina in Republic Street.

12. Forte Sant’Elmo, poderoso e opprimente – e in qualche modo desolato persino nella più luminosa e azzurra delle giornate – come ci si aggirassero ancora gli sfortunati difensori del 1565, i cavalieri di San Giovanni, morti dal primo all’ultimo per guadagnare un po’ di tempo ai loro confratelli a Sant’Angelo.

E poi gli autobus sobbalzanti dai tragitti incomprensibili, e gli orafi che lavorano la filigrana nelle botteguzze semibuie, e i magazzini dei fornitori navali lungo il porto, e adesso davvero non so più se a Malta devo assolutamente tornarci o se non devo tornarci mai più per non guastare le memorie felici e piene di luce di questo viaggio.

Bloomsday!

BloomsdayUn rapido post per segnalarvi il fatto che oggi è Bloomsday – il giorno in cui i joyciani-ulissiani si danno convegno a Dublino per discutere di letteratura, assistere a letture drammatizzate, ripercorrere i passi di Leopold Bloom e Stephen Dedalus, bere quantità inordinate di birra e giocare a giochi letterari – il tutto in abiti edoardiani, il tutto ispirato all’Ulisse. E se Dublino è la capitale di questo magnifico e lievemente folle festeggiamento letterario, anche il resto del mondo non scherza.

Anche in Italia facciamo la nostra parte: Trieste, com’è ovvio, ma anche Salerno e una certa quantità di altri posti

james joyce, ulisse, ulysses, bloomsdayPerché tutto ciò? Perché l’Ulisse si svolge tutto in un giorno, appunto il 16 giugno 1904. E perché il 16 giugno? Non è come se non ci si fosse disperati a cercare un significato: il 16 giugno 1904 è la data del primo appuntamento di Joyce con il suo grande amore, Nora Barnacle. Lo stesso giorno, vent’anni dopo, a Ulisse pubblicato, Joyce era in ospedale e annotò sul suo taccuino di avere ricevuto un mazzo di ortensie bianche e azzurre da degli amici. “Oggi 16 giugno 1924 – vent’anni dopo. Chissà se qualcuno si ricorderà di questa data.”

Si direbbe di sì – e d’altra parte si era preso la briga di immortalarla nel suo capolavoro…

Così, cento e tredici anni più tardi, si celebra ancora con grande entusiasmo e altrettanta fantasia. E per quanto debba confessare che in realtà Ulisse non mi piace particolarmente, adoro questa frenesia di celebrazione letteraria.

Concludo segnalandovi la pagina rilevante al Project Gutenberg. Happy Bloomsday!

Giu 12, 2017 - angurie    No Comments

Stagnum Habemus

be3b972893a74ee607920ea8a3c18a60Vi ricordate, o Lettori, del mio stagno letterario?

Non credo – perché sono passati due anni e non ne ho mai più parlato – benché avessi chiuso il post promettendo nuovi episodi in materia…

Ebbene, non ci crederete – e francamente dubito che vi siate rosicchiati le unghie nell’attesa – ma rieccoci qui: Lo Stagno Letterario, Parte II.

Allora, cominciamo col dire che ci sono voluti tempo, pazienza e una certa quantità di fede. Per lunga pezza, nonostante i miei sforzi, lo stagno non ha fatto grandi sforzi per somigliare alle polle e fontane del Giardino Segreto, o alla fontana nella storia delle Tre Melarance – e men che meno alla Serpentine in Peter Pan a Kensington Gardens, alla polla incantata di MacDonald, o al bacile divinatorio e boschivo di Tolkien. Figuriamoci poi alla Polla Sacra di Forster o ai laghetti di Henry James…

IMG-20160809-WA0004Il fatto si è che, per prima cosa e per quanto mi sforzassi, non c’era verso di sigillare in modo soddisfacente il buco nella vasca di terracotta, e lo stagno perdeva sempre. Ma con quello mi ero decisa a convivere, e i problemi erano decisamente altri. Tutti gli stagni, mi si dice, vanno attraverso cicli di acqua torbida e verdastra – e poi tornano limpidi, e poi tornano torbidi, e via dicendo. Il mio… mica tanto. E sì che ho provato, credete: ho aggiunto piante ossigenanti e giacinti d’acqua, mi sono procurata l’apposito chiarificante… Ma nulla da fare: tra le ninfee, i giacinti e le lenticchie d’acqua, lo stagno restava torbidiccio e non straordinariamente bello a vedersi.

“Prova a metterci dei pesci,” mi si diceva. “Mettici qualche pescetto e vedrai che lo stagno trova il suo equilibrio.”

Consiglio saggio, I’m sure – ma i gatti? Ci sono due gatti, qui – una anzianotta e, sospetto, ormai disinteressata, ma DSCN1175l’altra invece è provvista d’istinto venatorio in abbondanza e per di più affascinata dallo stagno persino quando è disabitato… figurarsi se ci fossero dentro dei pescetti!

E poi le ninfee… Oh, le ninfee. Non so, ma io mi aspettavo che le ninfee fiorissero. E invece no. Per due anni non han fatto che produrre foglie, foglie, foglie – ma nemmeno l’ombra di un fiore. Confesso che alle volte, just for colour’s sake, baravo e mettevo a galleggiare sull’acqua qualche zinnia decapitata…

Sigh.

Poi…

Dovete sapere che l’inverno passato lo stagno è rimasto all’aperto – il che è vero della maggior parte degli stagni, ma non avrebbe dovuto esserlo del mio, piccoletto e smantellabile nei mesi freddi… sennonché qui per anni di mesi freddi non ce ne sono stati, e smantellare lo stagno è una seccatura, e io sono pigerrima, e così ho continuato a procrastinare lo smantellamento finché il freddo non è arrivato per davvero e lo stagno si è ghiacciato irreparabilmente.

Hic jacet, mi sono detta, incerta se riprovarci a primavera. Dopo tutto era stato uno stagno un pochino deludente, giusto? Torbido, verdognolo, infiorente… diciamolo: bruttino.

20170612_094917Ma a primavera, ecco la sorpresa: giacinti e lenticchie e piante ossigenanti avevano reso l’anima – ma le ninfee e una delle piante da bordo erano ancora vive… Non ho avuto il coraggio di lasciarle morire. Mi sono procurata un’altra vasca – meno bella ma senza buchi – e delle nuove piante ossigenanti*, ho suddiviso, rinvasato e fertilizzato le ninfee, e…

E non lo so. In qualche modo devo avere fatto qualcosa di giusto, o devo avere compiaciuto la divinità delle polle domestiche: lo stagno prospera, e non è mai stato così bello. Acqua limpida, foglie vigorose e, soprattutto… fiori! La ninfea che vedete nelle foto è l’ultimo esempio – il terzo a partire dall’inizio della stagione e non l’ultimo, a giudicare dai boccioli. Bellino, non trovate?20170612_094923

Eugè.

Non so troppo bene che cosa ho fatto per meritarlo, ma finalmente ho uno stagno dall’aria quanto meno burnettian-melarancese. Di questo passo, forse, nel giro di un altro annetto o due, possiamo aspirare a qualcosa di forsteriano?

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* Avrei voluto anche dei nuovi giacinti, ma non ne ho trovato uno a prezzo d’oro. Qualcuno ha idea di dove possa trovare qualche giacinto d’acqua in quel di Mantova?

Burgess100 – 1917-2017

BurgessSiccome mi si accusa di occuparmi di anniversari letterari solo se sono elisabettiani, oggi dimostriamo che si tratta di una calunnia parlando di Anthony Burgess, nato a Manchester cent’anni fa.

E magari tutti conosciamo Burgess più che altro per Arancia Meccanica, ma lasciate che vi dica che non era soltanto l’uomo delle distopie feroci. In fact, era poeta, linguista, commediografo, traduttore, critico letterario, compositore (scrisse la sua prima sinfonia a diciotto anni), autore di libretti d’opera e romanziere abbastanza versatile da scrivere dozzine di romanzi diversissimi tra loro. Uno di questi – e decisamente il mio prediletto – è A Dead Man In Deptford , pubblicato nel 1993, in occasione del quattrocentesimo anniversario della zuffa fatale chez Mrs. Bull.

In realtà, e non se siamo spaventosamente sorpresi, non furono pochi i romanzi marloviani pubblicati quell’anno – ma questo… ah, questo!

BurgessDeadManQuesto è pieno di meraviglie e di sorprese, a partire dal linguaggio… pseudoelisabettiano? Semielisabettiano? Metaelisabettiano? Whatever, ma non immaginatevi una di quelle legnose, faticosissime collezioni di calchi, per favore. Au contraire, il linguaggio di Burgess è ricco, vivido, efficace, scintillante, denso… e non so quanto di tutto ciò vada perso se leggete la traduzione – perché, per una volta, la traduzione* c’è: Un Cadavere A Deptford, pubblicato da Garzanti e disponibile su Amazon.it. E poi, linguaggio a parte… be’, non troppo a parte, se vogliamo, in un romanzo a proposito di Kit Marlowe scritto da Anthony Burgess – ma linguaggio a parte, che dire della meravigliosa voce narrante, che esordisce presentandosi come inaffidabile e del tutto incurante della fiducia del gentile (o non troppo) lettore? O della famiglia Marlowe a Canterbury, dapprima così orgogliosa del figlio/fratello destinato a prendere gli ordini, e poi via via dubbiosa, spiazzata e poi scandalizzata da quel che Kit diventa? O della progressione delle illusioni di Kit a proposito di sé stesso, dell’arte, di Tom Walsingham e del mondo in generale? O del dialogo con (forse) Dio nella Cattedrale di Reims?

Ecco, il dialogo con (forse) Dio è una di quelle cose meravigliose che si leggono, rileggono e rileggono ancora, in reverente ammirazione per la combinazione di voci perfette, aerea leggerezza e vertici di acutezza e profondità. Una di quelle pagine che si vorrebbe tanto saper scrivere una volta nella vita…BurgessIT

Ma insomma, si è capito che questo libro mi piace proprio tanto, vero? Naturalmente, il fatto che ci si parli di Marlowe aiuta, ma è davvero una gemma di romanzo storico – magistrale nella narrazione, superlativo nella caratterizzazione dei personaggi e brillante nel linguaggio.

A mio timido avviso, se dovete leggere un solo romanzo e mai più su Marlowe (o, for that matter, sull’Inghilterra elisabettiana), leggete questo.

Ecco, visto? Un anniversario letterario non elisabettiano – a riprova del fatto che qui a SEdS siamo capaci, capacissimi di occuparci di cose non elisabettiane. Che cosa credete, o gente di poca fede? Tsk!

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* E dico che non so che cosa vada perduto perché non la conosco affatto… magari mi documenterò e vi saprò dire.

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La Bambinaia Spagnola?

E questo è il Giovane Inglese di Tiziano - ma è così che ho sempre immaginato Rodrigo.

E questo è il Giovane Inglese di Tiziano – ma è così che ho sempre immaginato Rodrigo.

Discutevasi di Don Carlos, e a un certo punto L. mi dice questo: “Ma tu, che ce l’hai tanto con le Bambinaie Francesi e gli anacronismi psicologici, dimmi una cosa: e il tuo beneamato Marchese di Posa?”

E io sussulto un pochino, perché…

Potrei obiettare che il Marchese di Posa, pur baritono, non è più tanto il mio beneamato Marchese di Posa, e che da anni la mia simpatia va a Re Filippo – ma non non lo faccio. E potrei anche obiettare, con più pertinenza, che ai tempi di Schiller l’anacronismo non era una preoccupazione, e l’idea di anacronismo psicologico nemmeno esisteva – ma il punto che sollevava L. non è questo. Il punto è, immagino, la percezione dal nostro lato: è dunque Rodrigo, Grande di Spagna, Cavaliere di Malta, campione del libero pensiero, amico del cuore dell’ineffabile Carletto e figlio immaginario di Re Filippo, nient’altro che una ur-Bambinaia Francese? Verdi stesso ha tutta l’aria di pensarlo, e lo dice in una lettera – se non mi sbaglio – a Ricordi:

Posa, essere immaginario, che non avrebbe mai potuto esistere sotto il regno di Filippo.

E in effetti, tutto si può dire, ma non che il giovanotto pensi, senta e agisca come un convincente nobiluomo spagnolo di metà Cinquecento. Rodrigo è chiaramente l’alter-ego e portavoce di Schiller, un uomo del tardo Settecento. Lo dice bene H.W. Nevinson, nella sua Life of Friedrich Schiller:

In Posa sembra di vedere prefigurati i grandi leader della Gironda nella Francia rivoluzionaria: come loro è nobile e vocato al martirio, come loro è eloquente ed amabile – e come loro è del tutto inefficace.

Oppure così: Thomas Hampson

Oppure così: Thomas Hampson

E dunque? Un Girondino in farsetto di velluto è o non è l’equivalente settecentesco della Bambinaia?

Nel complesso e dopo accurati rimuginamenti, direi di no. In primo luogo, il grado di storicità del Don Carlos non solo è abissale – ma è anche, in tutta evidenza, l’ultima delle preoccupazioni del giovane Schiller: davvero vogliamo impuntarci sugli anacronismi psicologici in una tragedia che fa coincidere la morte di Carlos (1568) con il disastro dell’Armada (1588) e il fidanzamento della principessa di Eboli con Ruy Gomez (1553)…? Ecco, appunto. Se Schiller avesse avuto il minimo interesse in proposito, forse avrebbe cominciato a leggere un po’ di storia spagnola prima di pubblicare i primi due atti della tragedia su una rivista, giusto? Il che magari ci induce a domandarsi che cosa avesse in testa Goethe, quando fece il diavolo a quattro per procurare al suo amico Fridrich una cattedra di storia all’Università di Jena…

Ma questa è un’altra faccenda: è chiaro che nel Don Carlos Schiller non vuole insegnarci la storia spagnola. Questa Spagna di mezza fantasia – tutta intrighi, giardini e solitudini calcinate dal sole – è uno sfondo perfetto per le idee che gli stanno a cuore e che mette in bocca al suo Spagnolo immaginario.DonCarlos

Spagnolo immaginario che, badateci bene, alla fine soccombe. Con tutti i suoi altissimi ideali, la sua eloquenza appassionata e il suo coraggio, Rodrigo alla fine precipita in una macchinazione goffamente suicida – e del tutto inutile, neutralizzata prima di subito dal supposto beneficiario… E non cominciamo nemmeno a proposito del fallimento in alta politica, e del tradimento della fiducia del re, volete? Per uno che parla per l’Umanità e per i Secoli Futuri, il ragazzo non fa una gran figura…

E infine non dimentichiamoci che il pubblico per cui Schiller scriveva sapeva benissimo a che gioco si stesse giocando, ed era un gioco del tutto diverso: pochi si preoccupavano della mentalità della Spagna filippina, e nessuno andava a teatro aspettandosi d’impararla – ma d’altra parte Schiller non era partito con l’intento deliberato di dare una lettura fuorviante dell’epoca.

Quindi, no: se il carattere distintivo della Bambinaia Francese è quello di un personaggio che l’anacronistico perseguimento di valori “moderni” rende moralmente superiore ai personaggi “period” direi che Rodrigo di Posa, eroe romantico confuso e alla fin fine fallimentare, does not fit the bill. Schiller ci chiede di considerarlo un giovanotto di nobili ideali e scarso senso della realtà, il benintenzionato campione di idee destinate a soccombere. Possiamo commuoverci quando si fa uccidere per salvare il suo amico – ma dobbiamo davvero credere che l’amico in questione sia la speranza della Spagna e delle Fiandre?

E lo ripeto: a Schiller non sarebbe mai passato per la mente di porsi il problema dell’anacronismo psicologico – ma persino noi, in epoca di Bambinaie Francesi, possiamo dire che siamo davanti a un cavallo (spagnolo) di tutt’altro colore.

 

Giu 5, 2017 - angurie    2 Comments

E lo Spirito di Giugno (per non parlar del tè)

TeacupsÈ una ventosa mattina di tarda primavera e la Clarina, tanto per fare qualcosa di originale, siede al computer e traffica su traduzioni, articoli, scene aggiuntive e altre cose che altra gente, altrove, sta attendendo. Per motivi di varia natura, la Clarina sta ascoltando colonne sonore di film shakespeariani di Branagh. Patrick Doyle, avete presente?

Non nobis, Domine Domine… ♫

Ecco, così.

Entra R. stage left e…

R. – Ti sei già procurata un secondo tè?

la Clarina (vaghissima e distratta) – Eh?

R. – Ti sei già procurata un secondo tè?

C. (dedicando qualche neurone in più alla faccenda – ma non molti…) – Se mi sono già procurata un “secondo me”? In che senso?

R. – No, non un “secondo te”, un secondo tè. Tazza di tè. Quella cosa che si beve, you know. Che tu bevi serialmente…

La Clarina collassa sulla tastiera in una crisi di cachinni. In realtà il secondo tè l’ha già preso, ma non ha né la forza né la volontà di fermare R. che interpreta la reazione a modo suo e parte per procurare altro tè. In fondo il concetto di “troppo tè” non ha nulla a che fare con la realtà come la conosciamo, giusto?

SdKE mentre la Clarina cachinna, odesi voce disincarnata.

Lo Spirito di Kit – Ma guardati! Guarda in che condizioni. Ed è solo giugno… I primi di giugno.

C. (guarda su) – Giugno…?

SdK – Sì, quel mese che viene quando maggio finisce completamente.

C. – So che cosa è giugno, grazie.

SdK – E allora? Ti eri persa qualche giorno?

C. – Può essere. Giugno, dear me. Di già. E il mission statement. E gli articoli. E le scene aggiuntive. E il piano del corso, e la recensione, e il gruppo di scrittura…

SdK – E il romanzo…

C. – E il romanzo!

SdK – E hai per caso controllato se è uscito il bando per il concorso della Historical Novel Society?

C. – Uh… no!

SdK – E nel caso, ce l’avresti un racconto pronto?

C. – No…

SdK – E i due plays e mezzo che hai in coda?

C. – Oh povera me…

SdK – E magari qualcosa che porti in scena me, anziché lo Spirito del Bardo? Perché noto che per mettere in scena lui il tempo l’hai trovato…

C. – Oh, fa silenzio. A te non scrivo mai nulla, vero? Solo… what? Tre racconti, tre romanzi, un play e mezzo e un quarto*, un monologo, una traduzione…

SdK – Ay well, in uno dei romanzi non sono nemmeno il protagonista, uno l’hai abbandonato definitivamente e l’altro è fermo a metà da… quant’è, due anni? E comunque non divagare. Il punto è che sei indietro sul ruolino di marcia. Indieterrimo, considerando che l’estate è dietro l’angolo e–

C. – In realtà è già qui… Ti ho mai parlato delle mie stagioni personali che non hanno nulla a che fare con solstizi&equinozi – o almeno non molto? E, a ben pensarci, ci ho mai postato su?

SdK – Reitero il concetto: non divagare. Sono i primi di giugno, hai oceani interi di cose da fare e guarda come sei messa: ti perdi i mesi, ti dimentichi tutto, non capisci quel che ti si dice…

C. – Non esageriamo, vuoi? È solo… Probabilmente è una situazione momentanea dovuta alla carenza di tè. teac

Right on cue, entra R., stage left.

R. – Secondo me non è il secondo tè – ma ecco qui.

La Clarina domina un secondo convulso d’ilarità, prende il suo terzo tè e R. esce. Nel frattempo lo Spirito di Kit è uscito dal fondo, come (fortunatamente) ha l’abitudine di fare ogni volta che arriva qualcuno. Tuttavia, prima di sparire del tutto…

SdK (offstage) – E hai bisogno di ascoltare proprio questa musica?

C. – Da domani, Boito & Gounod, vuoi?

E siccome il Mefistofele e il Faust son tratti da Goethe, lo SdK non si degna nemmeno di rispondere – e possiamo considerarlo definitivamente uscito. La Clarina sorseggia tè e intanto scrive con una mano sola. Il gruppo di scrittura, il piano del corso, la recensione, le scene aggiuntive, gli articoli, il mission statement… Sarà bene che la Clarina si dia da fare, don’t you think?

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* E no, non è la stessa cosa che uno e tre quarti.

Realtà à la Dumas

818.jpgParlavasi di irrealtà, ricordate? Di quella villa metafisica che Pirandello popola di graziosi squinternati occupati a costruirsi e vivere una realtà tutta loro… Ebbene, immaginate che il Mago Cotrone, invece di rifugiarsi a Villa Scalogna, scappi di casa, porti la sua gigantesca immaginazione a Parigi e se ne serva per modellarsi attorno un mondo di suo gusto – nella più pubblica delle maniere – e chi abbiamo? Ma Alexandre Dumas Père, che per tutta la vita non fece altro che galoppare una lunghezza avanti alla realtà – per l’ottimo motivo che non gli piaceva. Non gli pareva abbastanza pittoresca e avventurosa. Il suo stesso figlio diceva di lui che la vita di suo padre era stata tutta un romanzo storico, e in effetti è difficile dargli torto.DumaasYoung

Immaginiamocelo adolescente, l’ineffabile Alexandre, che, tanto per cominciare, si sottrae al destino deciso per lui. Altro che giovane di studio da un notaio di provincia! Il nostro ragazzo scappa di casa con un amico (un cavallo in due) e fugge a Parigi, dove per prima cosa va a fare omaggio al vecchio Talma, l’attore più osannato dell’epoca, e gli racconta tutti i suoi sogni. Talma, divertito, battezza Alexandre nel nome dell’Arte, e gli consiglia di tornarsene a casa: se è Destino, allora l’Arte si farà viva…

DumasIllustrMa no, naturalmente: Alexandre decide di andarsela a cercare, l’Arte. Torna a Parigi, cerca di rimediare un duello la prima sera, si fa passare per marchese col titolo del nonno, comincia nel più disastroso dei modi, scrive, frequenta i salotti, corteggia le fanciulle, adora i poeti, raggiunge il successo, pubblica, scrive per il teatro, ricrea meravigliosi personaggi, scrive romanzi storici prendendosi ogni genere di licenza narrativa, colleziona amanti, ci scrive sopra dei drammi, viaggia, naviga, segue Garibaldi, fonda giornali, si arricchisce e si rovina ripetutamente, si fa costruire un castello falso-rinascimentale (con annesso castelletto falso-medievale per ritirarcisi a scrivere), si sposa, divorzia, cucina, vuole un seggio all’Académie Française – o, in alternativa, in Senato – tratta principescamente collaboratori che poi gli si rivoltano contro… E alla fine muore povero e dimenticato, lasciandosi dietro delle monumentali memorie in trentotto volumi – a cui non si sa mai se credere fino in fondo.DumasIf

Ho il vago sospetto che Dumas Père fosse un tantino insopportabile, di persona. A wee bit overwhelming, maybe? E tuttavia suo figlio aveva ragione: Le Grand Alexandre non si limitò a scrivere un diluvio di romanzi storici, ma mise ogni cura nel costruirsene uno attorno, vivendolo con inesausto entusiasmo – e facendone vivere di riflesso vasti squarci a tutti noi da un secolo e mezzo a questa parte. Ci sono modi peggiori per sfuggire alla realtà che crearsene una a proprio gusto, non credete?

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Il Risorgimento Narrato Ai Fanciulli

ts954v5-101.jpg“Hai qualche romanzo per ragazzi sul Risorgimento da consigliarmi per la prole?” mi domanda D., la cui prole, dopo una visita al Museo del Risorgimento di Torino, ha manifestato la lodevole intenzione di leggere in proposito durante l’estate…

E io rimugino, e vado a ripescare letture d’infanzia e bibliografie di vecchi progetti, e constato che in effetti c’è una certa quantità di narrativa storica per fanciulli a sfondo risorgimentale, romanzi e non romanzi che, a partire dal famigerato Cuore fino alla (in realtà limitata) recrudescenza anniversaria del 2011, si preoccupano di narrare ai pargoli l’intera epoca o un fatto particolare in termini accattivanti. E proprio questo è il punto – accattivanti: è evidentissimo che, nel corso degli anni, ciò che è cambiato è il concetto di quale particolare ingrediente dovesse rendere la storia appetibile per i lettori implumi.Cuore

Partiamo da De Amicis, che nel 1889 inserisce nella sua cronaca di un anno scolastico una serie di “racconti mensili”, storie edificanti da cui ci si aspetta che il fanciullo tragga esempio. Personalmente trovo che Cuore sia il genere di letteratura che andrebbe proibito ai diabetici per eccesso di zucchero – e davvero non lo consiglio alla prole di D. – ma non posso negare che le due figure risorgimentali presenti, il Tamburino Sardo e, ancor di più, la Piccola Vedetta Lombarda, siano entrati nell’immaginario popolare con la prepotenza dell’oleografia ben riuscita. O almeno ci erano entrati e ci sono saldamente rimasti per generazioni, incollati lì con il ricatto sentimental-emotivo, che in queste cose è molto più efficace del bostik. Si parla di ragazzini semplici e coraggiosi, vivaci, svegli, di buon cuore. Sono patriottici per sentimento e per istinto, perché sentono nel loro cuore che l’Italia è cosa buona e giusta. Vale la pena di lasciarci le penne anche a non sapere troppo bene che cosa sia.

51swy6IrQgLI bambini di Olga Visentini, diversi decenni più tardi, sono piccoli patrioti più consapevoli, si direbbe: per sentimento, per tradizione famigliare e per melassa, sembrano tutti possedere una preternaturale lungimiranza storica. Detestano i Tedeschi oppressori e combattono perché vogliono l’Italia unita… La Visentini, prolificissima autrice per bambini, per il Centenario del 1961 produsse tutta una serie di storie, libri e racconti accomunati da una visione edulcorata e favolistica dei fatti risorgimentali. Ragazzi del Risorgimento è una raccolta di bozzetti biografici di piccoli eroi più o meno conosciuti. Si va dall’infanzia di Mazzini e Garibaldi ai Martinitt delle Cinque Giornate, dalla figlioletta di Finzi al piccolo amico muto di Pellico allo Spielberg, passando per i tamburini di Garibaldi e una piccola straccivendola mantovana. Tutti questi bambini sono buonissimi, coraggiosissimi, fierissimi, prontissimi al sacrificio – e sempre bellissimi. Notatelo questo. Anche la PVL di De Amicis era un bellissimo bambino, ma qui la faccenda si fa più evidente, perché di bambini ne vediamo tanti, e tanto quelli quanto i cospiratori son sempre bella gente dai grandi occhi luminosi e ispirati, volti angelici, portamento fiero, voce musicale… In un tripudio di kaloskaiagathos, se c’è qualcuno di brutto state pur certo che è un bieco oppressore! Le cose vanno, se possibile, ancor peggio con Chiardiluna, romanzo in cui due fratellini brianzoli, figli di un medico cospiratore, fuggono a Milano giusto in tempo per le Cinque Giornate, incocciando in una rete di cospiratori, in una contessina paralitica che, pur figlia di un segretario dell’Arciduca Ranieri, dirige di nascosto una specie di rete di soccorso per i patrioti incarcerati. E’ una di quelle storie in cui i salvataggi avvengono all’ultimo minuto, i contatti si prendono ai balli mascherati, i messaggi sono nascosti sotto piccoli paesaggi dipinti da sciogliere con l’acido e nessuno capisce bene come succedano le cose… Anche qui i Buoni sono angelicamente generosi, coraggiosi e belli, mentre i Malvagi sono proprio malvagissimi, oltre che brutti. Ma la cosa peggiore, forse, è che il romanzo finisce con il Tricolore issato sul Duomo, le campane che suonano a festa e Milano liberata. Non è proprio così che finisce la storia? Gli Austriaci tornano in forze e Radetzky reprime con una certa qual energia? Fa niente, o Fanciulli: di quello non occorre che vi preoccupiate.Angelo Nero

Un po’ meglio va con Maria Rosaria Berardi che, nel 1968, pubblica Angelo Nero, altro romanzo milanese, ma ambientato nel 1820. Gabriele, piccolo spazzacamino giunto dal Lago di Como, mentre cerca notizie di suo padre si ritrova nel bel mezzo della cospirazione dei Federati di Confalonieri, Porro e compagnia. Diventerà la loro staffetta, ritroverà il babbo e tornerà a casa. Qui a essere bellissimi non sono tanto i bambini, quanto i cospiratori, presentati come esseri meravigliosi e nobilissimi, e se gli oppressori sono malvagi, c’è tuttavia tra loro qualche genere di distinzione. Ci sono guardie bonarie anche tra gli Austriaci, il padrone milanese di Gabriele è crudele senza essere un amico degli Austriaci, e il governatore Conte di Strassoldo è disgustato dai metodi dell’Attuario di Polizia Bolza. Tra l’altro, non tutto va a finire in gloria: Gabriele torna a casa maturato dalle sue avventure, e dalla consapevolezza che i suoi amici sono finiti per lo più in carcere.

"Stai barando, Clarina?" Essì. Non trovo una singola immagine della copertina...

“Stai barando, Clarina?” Essì. Non trovo una singola immagine della copertina…

Le cose paiono continuare ad evolversi con gli Anni Ottanta. I Cannoni di Venezia, di Lino Piccolboni, racconta l’assedio e la caduta di Venezia del 1849 in tono molto più disincantato. Vero, il protagonista Marco Oliboni è più adulto e più consapevole, ma l’autore non risparmia a lui e ai lettori nulla delle tragedie e delle amarezze della sconfitta. Marco parte per un’avventura e torna avendo visto cadere la città, morire il suo migliore amico e appassire molti ideali. Piccolboni canta con molto affetto l’eroismo dei Veneziani, dei Napoletani e dei Piemontesi che difendono una causa già perduta, ma non rifugge dalle realtà più dure della vicenda.Venezia 1849

Qualche anno più tardi, Laura Guidi riprende essenzialmente la stessa storia in Venezia 1849, incentrando però la trama su due protagonisti dodicenni, il nobile Marco e il popolano Zuanin, che iniziano la loro avventura al servizio della Serenissima con l’incoscienza dell’infanzia, ma maturano di fronte al pericolo e alla sofferenza. Come Piccolboni, la Guidi scrive per i ragazzini delle scuole medie e, come lui, sembra avere cambiato radicalmente atteggiamento rispetto a una Olga Visentini: nessuno dei due cerca più di contrabbandare ai giovanissimi lettori il Risorgimento per la favola che non fu.

LeviEra una buona e lodevole evoluzione, ma nel 2002 troviamo una specie d’inversione – almeno parziale – con il pur grazioso Un Garibaldino di nome Chiara, di Lia Levi. E’ chiaro che il politically correct si è fatto strada nel frattempo, e bisogna dare spazio alle bambine. E non basta più nemmeno, come faceva la Visentini, metterle a ricamare, dolci e coraggiose, o a dipingere o ad assistere trepidanti mentre i ragazzini combattevano. La mia omonima del titolo, a undici anni, si aggrega ai Mille, vestita da maschio ma neppure troppo di nascosto, visto che è il padre capitano dei Cacciatori a portarsela dietro. Chiara/Corrado non combatte veramente (la Levi affida il punto di vista delle battaglie al quattordicenne Simone mentre la fanciullina resta nelle retrovie), ma resta un personaggio anacronistico sotto l’egida dell’anticonvenzionalità – sua e della famiglia – questo orribile esantema che sembra risparmiare ormai ben poca narrativa per fanciulli.

Insomma, non è che non si trovino buoni libri in materia, ma bisogna cercare con cura, in uno slalom faticoso tra retorica, zucchero, melassa e anacronismi psicologici. E non sono affatto sicura che le buone intenzioni degli Anni Ottanta siano state raccolte in tempi più recenti, alas.

Mag 29, 2017 - grilloleggente    6 Comments

E Come Va A Finire? (Spoilers Ahead)

spoiler-4e440ba-intro-thumb-640xauto-24554.pngOra, cominciamo col dire che con aNobii ho avuto, a suo tempo, una breve relazione – e poi ho smesso, perché ho deciso che il tempo passato su aNobii era tempo sottratto alla lettura.  Però ho fatto in tempo, nel mio periodo di zelo, a scrivere qualche recensione – tra cui una del Gattopardo. E una signora commentò la mia recensione protestando severamente contro lo spoiler non segnalato.

E sapete perché?* Perché la recensione accennava alla principessina Concetta “sconfitta e altera”. O almeno immagino che quella fosse la ragione, perché non c’era altro che potesse qualificarsi come spoiler. E confesso che la cosa mi aveva divertita molto: come se si leggesse Il Gattopardo per sapere come va a finire Concetta…

Ma evidentemente sì: c’è chi lo legge per sapere come va a finire, e io sono una snob e non dovrei sogghignare su quella che in fondo è un’esigenza tutto sommato legittima e certamente diffusa. In fondo basta gettare l’occhio più distratto a qualsiasi sito di recensioni per vedere che la pratica di indicare preventivamente gli spoilers è universale. Persino quella scanzonata miniera narratologica che è TVtropes**, pur irriverente come pochi nei confronti delle aspettative del lettore/spettatore, ha un sistema anti-spoiler, che consente di calare tendine bianche su tutto ciò che possa qualificarsi come tale. Potrei dire per inciso che lo trovo irritante oltre ogni dire, il sistema anti-spoiler, perché si attiva per default ogni volta che manco per un po’ dal sito, e non mi ricordo mai dove devo andare per toglierla di mezzo. E potrei anche dire che non capisco fino in fondo il gusto o lo scopo di leggere decostruzione narrativa sbianchettata come una lettera dal fronte, ma tant’è: una volta di più, si vede che l’esigenza è diffusa – o i Tropers non ci si sarebbero disperati, direi.

Per quanto mi riguarda, non rimprovererò mai nessuno per avermi spoiled una storia. Oddìo, forse sì, in caso di gialli, perché sapere chi è l’assassino toglie un certo qual gusto alla lettura di un libro costruito attorno alla domanda “Chi Sarà Mai l’Assassino?” Eppure confesso di avere riletto un buon numero di gialli di Agatha Christie per il gusto delle sue descrizioni della vita inglese, e per studiare il modo in cui Aunt Agatha costruisce i suoi meccanismi. Ma forse non faccio testo, perché sono una rilettrice compulsiva, perché smontare i meccanismi delle storie è una delle gioie della mia vita, e perché otto volte su dieci scrivo a partire dal finale. Detto questo, ammetto che ci sono storie in cui la sorpresa finale è stata concepita dall’autore come sorpresa finale, e quindi potrebbe non essere una cattiva cosa leggerle almeno una volta secondo le intenzioni di chi le ha scritte…

Poi c’è la mia amica F. che sistematicamente legge per prima cosa le ultime cinque o sei pagine, così poi è “libera di apprezzare il libro senza l’ossessione di scoprire come va a finire.” E anche questa è una teoria. Vastamente condivisa, tra l’altro, e forse anche scientificamente fondata: in questo post, Jonah Lehrer – che legge con lo stesso metodo di F. – racconta di essersi sentito un lettore squadrellato finché non si è imbattuto in uno studio della University of California in materia. Due ricercatori hanno fatto leggere alle loro cavie una dozzina di racconti di vario genere – compresi quattro piccoli gialli – svelando in anticipo il finale a una parte dei lettori e registrando il gradimento di ciascuna storia. E, sorpresa sorpresa, undici storie su dodici (compresi i gialli – l’eccezione è Cechov) sono piaciute di più a chi sapeva in anticipo come sarebbe andata a finire.

Che se ne deduce? Che F. non ha poi tutti i torti. Che il finale a sorpresa è sopravvalutato. Lehrer individua due meccanismi diversi: da un lato la predilezione della mente umana per la rassicurante prevedibilità rispetto alle sorprese, dall’altro il fatto che conoscere il finale rende ancora più interessante la scoperta di come al finale si arrivi.
In effetti molta letteratura di genere poggia saldamente su schemi prevedibili: l’assassino verrà smascherato, l’eroina convolerà a giuste nozze con l’uomo del suo cuore, l’Eletto salverà il mondo dal potentissimo malvagio di turno, il cowboy con il cappello bianco cavalcherà vittorioso verso il tramonto… Un sovvertimento troppo audace è il genere di mossa che può rovinare una carriera – o un matrimonio, a giudicare dalle vicende del Capitan Fracassa e della strettamente evitata crisi coniugale in casa Gautier.***

D’altro canto, invece, un minacciato sovvertimento funziona alla meraviglia: una tecnica narrativa viepiù diffusa è quella di cominciare con un flashforward del Nostro Eroe più o meno letteralmente appeso per i polpastrelli a ciò che resta di un ponte in fiamme, e poi lasciarlo lì per tornare a due settimane prima, quando il Nostro Eroe stava bevendo il tè con la moglie e i tre figli nel giardino della sua magione di campagna nello Shropshire. Ma badate bene, è un sovvertimento solo apparente, perché la domanda di fondo a questo punto diventa non tanto Il Nostro Eroe Se La Caverà? bensì Come È Arrivato Il Nostro Eroe Dallo Shropshire Al Ponte In Fiamme? E il fascino della storia continua a poggiare sull’implicita certezza che il Nostro Eroe se la caverà eccome, seppure all’undicesimissima ora.

Ma alla fin fine****, resta il fatto che l’ossessione per gli spoilers c’è, e resta la deliziosa ansia di non sapere quello che succederà, e resta il gusto dell’umanità per le sorprese e gli indovinelli, e resta anche la soddisfazione che gli scrittori provano nel congegnare sviluppi imprevisti e imprevedibili, per cui la varietà è probabilmente la chiave della faccenda: dal lato del lettore, ciascuno può avere con i finali il rapporto che preferisce, mentre dal lato dello scrittore, è proprio la diffusione del finale canonico a dar sale al finale imprevisto.

E voi, o Lettori? L’ultima pagina prima di tutto o la lenta scoperta? E avete mai staccato la testa a morsi a qualcuno che vi aveva anticipato un finale?

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* Oh, e naturalmente fermatevi qui, se non volete ritrovarvi con Il Gattopardo spoiled.

** E per chi ha sempre creduto di non poter godere di TVtropes per barriere linguistiche, scopro stamattina che ne esiste una versione italiana.

*** Hm… storia interessante anche questa. Ne parleremo in un altro post, eh?

**** So very apt, isn’t it?

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