Ott 13, 2017 - teatro    No Comments

Quer Pasticciaccio Brutto…

LocVia Merulana non è più quella che era: un tempo elegante, il quartiere mostra i segni del tempo e dei cambiamenti sociali – ma il N° 219, il “Palazzo degli Ori” secondo i pettegoli locali, resta un isola di sbiadito, placido benessere… Fino a quando un crimine non viene a scompigliare tanta tranquilla mediocrità.

Chiamati a investigare sulla rapina in un appartamento, il Commissario Ingravallo e i suoi uomini si trovano di fronte a una rete di reticenze e contraddizioni nel cuore della media borghesia romana. Tra contesse in disarmo, acide insegnanti e portinaie linguacciute, chi ha visto? Chi ha riconosciuto gli estranei? Chi ha sparato ‘è revorverate?

Quello che sembrava un semplice caso di furto si rivela più complicato del previsto – per poi passare in secondo piano quando un’inquilina dello stesso palazzo viene assassinata brutalmente. Presto le indagini rivelano attorno alla vittima un intrico di vicende familiari in cui nessuno è davvero innocente. Qual è la relazione tra i due crimini? Riuscirà la Polizia a individuare l’assassino tra inquilini ostili, eredi inattesi e uomini senza scrupoli?

A cavallo tra il celebre romanzo omonimo di Carlo Emilio Gadda e l’adattamento cinematografico diretto e interpretato da Pietro Germi, Quer Pasticciaccio Brutto combina giallo classico e studio di caratteri in uno spaccato impietoso della Roma dei tardi anni Cinquanta. Le indagini di Ingravallo, del Commissario Capo Fumi e dei loro uomini svelano non solo la trama omicida, ma anche i segreti, gli squallori e le meschinità grandi e piccole dei personaggi che popolano il 219 di Via Merulana e dintorni.

Il Gadda dell’Accademia Campogalliani debutta domani sera al Teatro d’Arco, con un favoloso cast e la raffinata regia di Mario Zolin – e c’è ancora qualche posto. Prenotate oggi e domani, tra le 17 e le 18.30, al numero 0376 325363, o via mail all’indirizzo biglietteria@teatro-campogallian.it, o direttamente in Teatrino.

Vi aspettiamo!

Ott 11, 2017 - libri, libri e libri    No Comments

In Un Libro

InsideaBookCi sono quei – più o meno rari, più o meno felici – momenti in cui ci si ritrova in una situazione descritta in un libro.

La faccenda può funzionare in due direzioni diverse. La più comune è quella in cui si legge qualcosa, una scena, una descrizione, un tratto di caratterizzazione, e si pensa “oh, anch’io!”: in pratica, si ritrova la propria esperienza narrata per iscritto. In realtà succede in continuazione, al punto che non ci si fa più nemmeno troppo caso, perché lo scrittore tende a descrivere la natura umana e l’umano comportamento in qualche grado di realismo proprio per consentire al lettore di identificarsi con i personaggi. Per lo più, il lettore se ne accorge in due tipi di situazione: quando questa specie di territorio comune manca – per scelta deliberata o per incapacità – e allora la caratterizzazione dei personaggi diventa illeggibile; oppure quando si ritrova descritto qualche tratto o esperienza che si credeva essenzialmente proprio, e invece è lì, scritto e stampato. Il secondo caso non è necessariamente una bella sorpresa: può dare un senso di appartenenza e riconoscimento – oppure… mi viene in mente la scena de La Santa Rossa, di Steinbeck, in cui Henry Morgan scopre che anche i suoi uomini desiderano Panama con la stessa intensità con cui lui la vuole. Morgan non è eccessivamente grato al suo secondo per la rivelazione e, come a lui, a tutti può capitare di storcere la bocca nello scoprirsi un po’ meno unici di quanto si credesse.

La seconda direzione è quella opposta, molto più nonsense, molto più straniante. Ci si trova in una situazione e, all’improvviso, ci si rende conto di averla già incontrata – in un romanzo. È straniante perché si legge sempre con l’incredulità sospesa, e quindi si distingue sempre ciò che sta tra le pagine di un romanzo e ciò che ci si aspetta d’incontrare nella realtà. Quando capita che le due dimensioni s’intersechino, un minimo di soprassalto è inevitabile.

Per dire, ricordo una lunga camminata per Lavapiés in un tardo pomeriggio caldissimo, in cui il sole madrileno esaltava tutti gli odori, i rumori e le prossimità. La sensazione di essere in un romanzo di Perez-Reverte era straordinariamente forte. Bastava socchiudere gli occhi per ritrovarsi nel Seicento di Alatriste* , uno qualsiasi dei romanzi.

E già che ci siamo, potrei anche confessare che secoli fa, in Collegio, mi sono ritrovata nella corrente di una porta aperta. Indossavo una gonna lunga molto leggera, e l’aria la agitava facendo ondeggiare l’ombra nel quadrato di sole sul pavimento. Ero lì che contemplavo la mia ombra (e mi giravo cercando l’effetto migliore) quando mi sono sentita osservata e, girandomi, ho trovato la rettrice che mi guardava con le sopracciglia sollevate. Avete presente la scena de La Rivolta nel Deserto in cui Lawrence sta ammirando la propria ombra negli abiti arabi che Ali gli ha appena regalato, e viene sorpreso da Auda? Ecco…

Meno imbarazzante è stata la volta in cui, davanti al teatro Pergolesi di Jesi, mi sono ritrovata per la prima volta in mezzo a una compagnia di melomani, gente che si ritrova soltanto all’opera, chiama i cantanti per nome e ricorda la Traviata del ’71 a Parigi, il Lohengrin di Vienna e la Bohème di Torino, quando quel soprano bulgaro sbagliò il mi bemolle. Quando avevo letto Buio In Sala, di Camilla Salvago Raggi, avevo preso la descrizione dell’ambiente con il proverbiale grano di sale – grano di sale esploso con notevole botto a Jesi.

InsideaBook2Ora, tutto ciò non ha necessariamente molto a che fare con l’esperienza pratica: non molti di noi hanno accoltellato un re o persuaso il coniuge a farlo, ma tutti abbiamo familiarità con i terrori notturni, il rimorso, la disperata volontà di convincersi che tutto va bene e il terribile desiderio di poter tornare a un istante prima che le cose cambiassero irreparabilmente. Ergo, se stessimo parlando di tecniche narrative, anche nella più lontana e improbabile delle situazioni, reazioni e comportamenti dei personaggi dovrebbero essere tali da far vibrare in risposta qualche corda dell’animo del lettore – al momento o, semmai, più tardi.

E voi, o Lettori? Mai ritrovati dentro un libro?

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* E tutto sommato bastava riaprirli per decidere che un sacco di cose non sono poi cambiate troppo negli ultimi quattro secoli…

Ott 9, 2017 - grillopensante, musica    2 Comments

L’Orchestra Furiosa

È probabile che gli scrittori siano diversi dal resto della gente.

Il resto della gente, alla domanda “qual è stato il cOrchoncerto della tua vita?” pensano a qualche esecuzione perfetta ed emozionante…Gli scrittori si ricorderanno forse del meraviglioso Requiem di Britten (Santa Cecilia, Pappano, Hampson, Bostridge, soprano…?), ma poi dirottano su un certo concerto per l’anniversario della fondazione dello Stato d’Israele, con Shlomo Mintz nella doppia veste di solista e direttore d’orchestra.

Allora l’orchestra doveva essere, in origine, la Jerusalem Symphony, poi sostituita all’ultimo momento e senza spiegazioni dalla Bersheeba Sinfonietta. Entrano i professori, tutti di mezza età, tutti con aria truce. Non hanno l’aria di essere contenti. Se sono lì perché li si considera più spendibili della JSO in caso di problemi, li posso anche capire.

BersheebaTant’è. Cominciano con gli inni nazionali. Il nostro. Bene. Il loro. Non so se avete presente: Ha Tikva è una melodia che strappa il cuore, e loro la suonano come se fosse l’ultima volta. Tutti ci predisponiamo a una serata notevole. Invece poi accompagnano Mintz in un concerto per violino e orchestra di Beethoven. Mintz è in stato di grazia – l’orchestra no. Assente, meccanica, freddina. Quand’è che ce ne andiamo tutti in albergo? Poi è la volta di un paio di salmi musicati da un compositore israeliano: nuova metamorfosi! Partono con un pianissimo degli archi, impalpabile, trasparente, perfetto e continuano divinamente… Ma allora sanno suonare, questi qui! Salvo che poi, con l’Italiana di Mendelsshon, i nostri orchestrali tornano a pensare alla cena. Col trascorrere dei movimenti, Shlomo Mintz si fa sempre meno olimpico, smette di sorridere e guarda i suoi orchestrali come se volesse sgozzarli personalmente uno a uno con il suo archetto. Alla fine, prima di girarsi a raccogliere i (tiepidi) applausi, si china a sibilare qualcosa al primo violino, poi si scusa con il pubblico in Inglese e in Italiano e ricomincia il IV movimento daccapo. Ed è un altro mondo, perché la Bersheeba Sinfonietta si sveglia e la musica torna ad essere viva e brillante. Che diamine…Applausi più convinti, e tutti ce ne andiamo perplessi.Shlomo Mintz

Eppure questo è stato il concerto della mia vita: la volta in cui qualcosa che non so ha scostato il sipario invisibile che divide sempre esecutori e pubblico, mostrando qualcosa d’incomprensibile e affascinante. C’era tutto un sobbollire di malumori e di baruffe lì, di cose non dette e di ripicche – e l’orchestra sbagliata. Per una volta non era solo questione di bella musica, c’era anche una fetta di quella vita che gira attorno alla musica – e musica in tempo di guerra, for that matter. C’era una storia, lì. Una storia che probabilmente non conoscerò mai davvero per come è successa, ma che varrebbe la pena di essere immaginata, ricostruita e scritta. Una storia che si presterebbe a essere interpretata, caricata di simboli e caratteri. Una storia da leccarsi i baffi.

E sì, è davvero probabile che gli scrittori siano diversi dal resto della gente: vanno a teatro in cerca di un buon Beethoven come tutti gli altri, ma poi sono più contenti se possono venirsene via con una buona storia.

E voi, o Lettori? Qual è stato il concerto della vostra vita?

 

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La Fine Del Mondo Come Lo Conosciamo

Kynaston.jpgThe Compleat Female Stage Beauty, di Jeffrey Hatcher, è un’intensa commedia che esplora questioni di identità e sessualità, persona e personaggio, teatro e realtà, arte e bellezza attraverso la vicenda (peraltro reale) di Ned Kynaston, l’ultimo grande interprete di personaggi femminili nella Londra del secondo Seicento*. Addestrato fin da bambino a coltivare in se stesso una femminilità artificiale, Ned ha qualche comprensibile incertezza riguardo alla sua identità, che si traduce in una perenne insicurezza artistica a dispetto dell’enorme successo. Se aggiungiamo il fatto che il suo amante, il Duca di Buckingham, non solo non è per niente d’aiuto, ma è anche in procinto di sposarsi, potremmo credere di avere già conflitto in abbondanza, ma Hatcher ha fatto qualcosa di meglio. In fondo, avrebbe potuto esplorare tutti i temi connessi a questa storia con un altro protagonista: il fatto che non tutti gli attori bambini, crescendo, riuscissero a passare con successo dai ruoli femminili a quelli maschili dovrebbe bastare a rendere notevoli i pochi che ci riuscivano, per esempio Nathan Field… Invece Hatcher ha scelto Kynaston per un motivo preciso: nei primi Anni Sessanta del Seicento cadde la secolare proibizione per le donne di recitare in pubblico, e i ruoli femminili vennero tolti ai cosiddetti boy players. In realtà la cosa non accadde dal giorno alla notte, e si sa che Kynaston, poco più che ventenne all’epoca, recitava già ruoli tanto maschili quanto femminili. Dopo l’avvento delle attrici, continuò per la sua strada per un’altra quarantina d’anni. Hatcher rende tutto più teatrale: Carlo II rivoluziona il teatro con un singolo editto, ammettendo le donne sul palcoscenico e proibendo tassativamente agli uomini di interpretare ruoli maschili. Non è storicamente vero, ma funziona. A rendere interessante la faccenda per il lettore/spettatore è il fatto che Ned si ritrovi improvvisamente disoccupato, umiliato. Il suo mondo, il mondo teatrale in cui è cresciuto e diventato una stella, non esiste più e lui non sa adattarsi al cambiamento – ed ecco che tutti i nodi interiori vengono al pettine. Adesso sì che la posta in gioco è alta. Se la caverà il nostro giovanotto? A che cosa dovrà rinunciare, che cosa dovrà imparare per recuperare il favore del re e del pubblico? Scarlett.jpg

È, se ci pensate, lo stesso meccanismo di Via Col Vento: Rossella ha il suo conflitto personale nel fatto che tutti la corteggiano tranne l’uomo che lei vuole, l’affascinante idiota che sta per sposare un’altra – nonché un conflitto interiore nel divario tra una vernice di buone maniere (povera Mamy!) e una natura selvaggiamente acquisitiva. Interessante? Sssssì, ma… perché non infilare questa ragazza nel bel mezzo di una guerra civile che distrugge l’amatissimo mondo della nostra eroina? Rossella non perde di vista i suoi rovelli amorosi, ma deve farlo mentre tutto ciò che conosce e ama le crolla attorno. Deve rimboccarsi le maniche, sopravvivere, raccogliere i cocci. E, cosa molto rilevante, impiegherà molte, molte pagine a imparare che quel che è perduto non si può avere indietro, per quanto ci si sforzi. In fondo è per questo che a tutti piace Rossella: è egoista, arrogante, manipolatrice, superficiale, ma così umana nella sua lotta contro un nemico molto più grande di lei!

kapuzinergruft.jpgE lo stesso vale per Franz Trotta de La Cripta dei Cappuccini. C’interesserebbe davvero la sua vicenda di buono a nulla in vaga e tortuosa ricerca di se stesso, con il suo matrimonio fallito, le sue tiepide esperienze di guerra e i suoi interminabili pomeriggi nei caffè viennesi, se non fosse per quel che gli capita attorno? Ma Franz è un membro della generazione perduta, uno di quegli uomini che rimpiangono di non essere morti in guerra, aggrappati al relitto di un impero che crolla, alle ombre di un mondo destinato a non tornare mai più. E allora la sua vicenda assume una luce di tragedia e di desolazione insieme, con quel finale che strappa il cuore e l’ultimo Gott erhalte! gridato nel buio della notte viennese.

Quindi, per ricapitolare: il conflitto personale e/o il conflitto interiore vanno benissimo, ma piazziamo il nostro protagonista in un punto di rottura irreversibile, diamogli una fine del mondo, condanniamolo a una perdita irrecuperabile. La sua storia guadagnerà treni merci interi di profondità e complessità.

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* Ne hanno tratto un film, Stage Beauty, con Billy Crudup, Claire Danes e Rupert Everett. A suo tempo era stato pubblicizzato come “il nuovo Shakespeare in love”, uno di quei casi in cui il marketing rende un cattivo servizio, perché SB is anything but e merita attenzione di per sé.

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Gazzellese E Lingua Franca

Seamus5Una conversazione, ieri pomeriggio, mi ha riportato in mente una cosa che diceva Seamus Heaney a proposito dell’apprendimento delle lingue, e del modo in cui ciascuno parla (e scrive) una sua lingua, e delle sovrapposizioni di queste lingue individuali. E, naturalmente, della poesia…

Torniamo a qualche anno fa, all’ultima visita di Heaney a Mantova, e a uno splendido incontro con gli studenti. Quando un liceale gli chiese lumi sul suo modo di riempire di significato poetico ogni genere di parola quotidiana, Heaney rispose che doveva cominciare con le gazzelle.

seamus heaney, poesia, linguaggio, semanticaLe gazzelle che brucano in branco nel Veldt sudafricano. Brucano placide finché, per un motivo qualsiasi, una gazzella smette di brucare e alza la testolina bianca. E allora le altre gazzelle intorno a lei alzano la testa, e poi quelle intorno a loro, e in men che non si dica il movimento si diffonde concentricamente: tutto il branco leva la testa e si mette in ascolto. E mentre il branco agisce così, ogni singola gazzella si sente il branco. Si sente la Gazzella universale.

Ecco, diceva Heaney, per ciascuno di noi c’è una lingua che funziona come un branco di gazzelle. È il linguaggio che non impariamo consapevolmente, quello in cui parole, espressioni e modi idiomatici hanno un senso che è proprio della famiglia, dell’ambiente, del paese o del quartiere in cui si cresce. E non lo si impara affatto. A un certo punto siamo consapevoli di una parola – ed è la prima gazzella. E poi le parole-gazzelle sollevano la testa, una dopo l’altra, finché tutto il branco è in movimento nella nostra consapevolezza. Senza averlo imparato, sappiamo di sapere, parlare e pensare nella nostra peculiare ed unica sfumatura di Gazzellese. È quello che, mi sembra, in Italiano chiameremmo ginzburghianamente Lessico Famigliare. seamus heaney, poesia, linguaggio, semantica

E poi c’è la Lingua Franca, quella della scuola, quella che si standardizza nell’incontro con altri gruppi, quella in cui un topo è un piccolo roditore grigio cui i gatti danno la caccia, e non il mouse del computer, non il cagnolino più piccolo della cucciolata, non un sinonimo di errore di battitura…

Così, per tutta la vita, noi sediamo metaforicamente a cavallo tra Gazzellese e Lingua Franca – per non parlare del fatto che assorbiamo parte del Gazzellese altrui, e che creiamo consapevolmente altri linguaggi con ciascun gruppo di cui facciamo parte. E mi viene da domandarmi se creare un linguaggio via via che si condividono esperienze non sia, per restare in ambito animalier, come allevare alpache? E allora quel che ne esce è Alpachese?

seamus heaney, poesia, linguaggio, semanticaMa sento che mi sto avviando per una brutta china. Torniamo a noi, torniamo a Seamus Heaney, secondo il quale il poeta crea cerniere tra il proprio Gazzellese e la Lingua Franca usando parole quotidiane in posizioni e funzioni che ne segnalano profondità semantiche diverse, parallele o perpendicolari a quelle della Lingua Franca.

Affascinante idea, non trovate? Perché non c’è fine alle complessità stratificate e versicolori del linguaggio, e perché il poeta non è quello che si apre le coronarie e ne versa il contenuto sulla carta. Il poeta, oltre a molte altre cose, è il genere di persona che riflette e lavora molto sul significato e sulla funzione delle parole – in teoria e in pratica, forgiando e intessendo la lingua in tutta consapevolezza, facendola più fitta, più iridescente e più ricca con ogni verso che scrive.

Ott 2, 2017 - Londra, Shakespeare, teatro    No Comments

Il Globe, Dicevamo…

globe-todayOh sì – Londra.

Avevo promesso di raccontarvi di Londra, nevvero? Del Globe in particolare…

Ah, il Globe!

Al Globe c’ero già stata. L’avevo visitato un paio di volte, il che è una gran bella esperienza di per sé – ma, per un motivo o per l’altro, non c’ero mai stata per vedere uno spettacolo. Be’, uno dei motivi è il clima: bisogna andarci nella stagione giusta, e nella giusta parte della stagione giusta, perché – com’è fin troppo chiaro – non possiedo la robusta costituzione degli spettatori elisabettiani, che potevano starsene fermi all’aperto per le tre ore dello spettacolo senza pregiudizio. Un altro motivo è che non è carino trascinare compagni di viaggio non angloparlanti a sorbirsi tre ore di Shakespeare in originale, né abbandonarli al proprio destino per le tre ore in questione…

Ma insomma, questa volta la stagione era ragionevolmente giusta ed ero in compagnia della genitrice da cui ho ereditato la mia passione per la letteratura inglese, per cui Globe è stato – e in particolare Much Ado About Nothing. Molto Rumor per Nulla, forse la commedia prediletta di entrambe.

Globe+Full+ColourMa cominciamo con il Globe stesso, e una certa qualità da viaggio nel tempo di tutta la faccenda. Si comincia camminando verso il teatro per le vie affollate di Southwark nel primo pomeriggio, in una maniera che, tolte le macchine fotografiche al collo del turisti giapponesi, non può essere troppo diversa da come andavano le cose quattro secoli orsono… È per questo che, alla fin fine, abbiamo scelto Much Ado invece della pur ugualmente attraente alternativa – un King Lear che però, nei giorni rilevanti, andava in scena soltanto di sera.

E invece volevo uno spettacolo pomeridiano, com’erano tutti nell’epoca delle playhouses all’aperto. Così siamo arrivate a teatro, abbiamo aggirato la coda dei groundlings, gli spettatori da un penny che se ne stanno in piedi nella platea, abbiamo aggirato i venditori di nocciole (se ce ne fossero anche di salsicce, arance e birra non li ho visti…) – ma non quelli di cuscini. Ciascuna con un cuscino sotto il braccio, ci siamo arrampicate su per le scale di legno, fino alla seconda galleria, e ci siamo sistemate sulle panche, con i gomiti sulla balaustra per guardare il palco e la calca di sotto… Oh, non avete idea di quanto fosse emozionante già così.

E poi lo spettacolo.

MuchAdo2“Sarà una produzione tradizionalissimissima,” aveva detto N. nel sentire della mia spedizione… In realtà non ci si può più aspettare nulla del genere da quando la direzione artistica è stata affidata a Emma Rice, un’innovatrice se mai ce ne fu una… magari riparleremo di lei e del Globe, perché è una storia interessante – ma per ora limitiamoci a dire che, ben lungi dall’essere una produzione tradizionale, questo Much Ado diretto da Matthew Dunster era ambientato durante la rivoluzione messicana, e quasi un musical, pieno di musica, danze e canzoni.

MuchAdo7Mi domandavo, a dire il vero, come avrebbe funzionato la trasposizione messicana del quintessenzialmente elisabettiano Globe… ebbene, la mia impressione è che funzioni più o meno come avrebbe funzionato ai tempi di Shakespeare, quando per spostarsi ad Atene, in Illiria o a Venezia bastavano un fondale dipinto, un cartello e un verso in bocca a un personaggio. E quando, va detto, cambiare d’ambientazione una storia era faccenda di ordinaria amministrazione.

Facciamo che eravamo in Messico, e Don Pedro e Leonato erano due capi rivoluzionari, e il fratello malvagio era in realtà Doña Juana, la sorella malvagia… Un pezzo di glorioso make-believe, e lo ripeto: funziona. Funziona in una maniera vivace, colorata, piena di idee, mantenendo l’allegria della commedia e aggiungendoci un filo di famelica malinconia da tempo di guerra.MuchAdo6

Nemmeno del testo abbondantemente riaggiustato sono disposta a lamentarmi. Che Messina diventi Monterrey è quasi obbligatorio nelle circostanze, ma anche le vaste potature e gli aggiustamenti non mi sono parsi terribilmente scandalosi. Di nuovo: non è nulla che le compagnie elisabettiane non facessero praticamente ogni giorno, ed è probabile che quel che ci è arrivato in forma di First Folio non somigli troppo da vicino a quel che andava veramente in scena…

MuchAdoAggiungete ottimi attori (prima tra tutti la favolosa Beatrice di Beatriz Romilly), bei costumi e bella musica, e l’atmosfera specialissima del Globe – e immaginatevi una Clarina felice. Filologico? Nemmeno un po’, ma la filologia sta bene nelle aule universitarie, non sul palcoscenico. A mio timido avviso, il teatro è molto come il diritto internazionale: quel che funziona va bene ed è bello. E Questo Much Ado messicano funziona, eccome.

E io lo sospettavo già da prima, ma adesso lo so con certezza: se fosse appena possibile, passerei felicemente metà della mia vita al Globe, ecco.

 

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Contenere I Danni

Mail:

Conosci i Consigli a un giovane conferenziere, di Paolo Rossi?

angellis-pieter-1685-1734-fran-a-market-square-with-a-man-add-1532524No, non li conosco – e dunque seguo il link contenuto nella mail, e raggiungo un vecchio articolo sul sito del Sole 24 Ore, e leggo… e, ad essere del tutto franchi, inorridisco un pochino. O quanto meno mi chino a recuperare il mio mento da terra. O se volete – e potreste volere, ed avreste anche ragione, perché mi piace pensare di essere the un-dramatic type – levo un sopracciglio.

Perché, vedete, questo Decalogo scritto da un attempato studioso per il giovane studioso che va a fare una conferenza o a leggere una relazione a un congresso, insegna proprio questo: a leggere una conferenza.

A leggerla.

A sedersi davanti a una platea con un rigoroso massimo di quindici cartelle da 2000 battute ciascuna, e leggere. A leggere lentamente, a voce alta, senza false civetterie nei confronti del microfono, senza mangiarsi le citazioni e impegando pause sapienti – così che la platea non si addormenti indipendentemente dalla qualità del contenuto.

Se poi si riesce a leggere dando l’impressione di non leggere affatto, tanto meglio – ma questo è qualcosa che solo pochi grandi sanno fare.

Insomma, capite, il distillato della saggezza italiana in fatto di arte di parlare in pubblico, sfornato da uno storico delle idee e proposto quasi con reverenza dall’inserto culturare del Sole, non è altro che un solido, sensato, equanime, garbato e ragionevolissimo esercizio di contenimento dei danni.

Nemmeno un accenno al fatto che in realtà leggere una conferenza dovrebbe essere proprio l’extrema ratio, se per disgrazia non si può fare altrimenti. Che in realtà sarebbe meglio provare, ripetere, sperimentare ed esercitarsi fino ad essere in grado di dirla, la conferenza – e non leggerla.  Perché nulla riesce a dare l’impressione di non leggere come… be’, come non leggere affatto. speaker

E adesso non vorrei sembrare la solita anglomane, ma non so bene come evitarlo: provate a cercare su google qualcosa di equivalente – in Inglese.* Vedrete che ogni singolo decalogo per conferenzieri vi raccomanderà di non leggere, di ripetere e provare finché non riuscite a gestire il vostro materiale come se fosse una conversazione, di sentire la reazione del pubblico e comportarvi di conseguenza – e soprattutto, ancora, di non, non, non leggere.  Perché  siamo sinceri: provate a ripensare all’ultima conferenza cui avete assistito. Odds are che, se il relatore leggeva, vi siate annoiati a morte anche se l’argomento vi interessava.

Sì, vero?

Lo immaginavo.

E poi non è che un relatore che non legge sia garanzia assoluta di una conferenza stellare – quella è tutta un’altra faccenda – e di certo preparare una conferenza così è faticoso, richiede un sacco di lavoro e di tempo in più e un pizzico di senso del teatro… Però tende ad essere infinitamente più interessante sia per chi parla che per chi ascolta, e non avete idea di quanto diminuisca il rischio di incrociare l’occhio vitreo della signora in prima fila e sapere con raggelante certezza che, mentre finge di ascoltare, sta compilando a mente la lista del supermercato.

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* Oppure qui trovate una traduzione dei TED Commandments – spediti a chiunque venga invitato a tenere una conferenza TED. E no, “Non Leggere” non c’è – perché davvero, a nessuno salterebbe in mente di leggere una conferenza TED…

Set 27, 2017 - teatro    No Comments

Campogalliani 71

about_2Al volo per dirvi che il sipario sta per alzarsi: è stata presentata ieri la settantunesima stagione dell’Accademia Campogalliani, con l’ormai consueta stimolante commistione di antico, moderno e contemporaneo…

Si debutta con Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana, adattamento teatrale del romanzo di Carlo Emilio Gadda. Poi a dicembre torna Il Fantasma di Canterville, per chi non è riuscito a vederlo la scorsa primavera, e anche per chi vuole tornare, perché troverà una versione arricchita. Il Fantasma sarà anche lo spettacolo di fine d’anno. Seguirà un altro ritorno trionfale – il Trigamo, da Piero Chiara – e infine la stagione si chiuderà con Non Sparate sul Postino, esilarante commedia molto British, del contemporaneo Derek Benfield.

E naturalmente ci saranno i Lunedì del D’Arco, dedicati quest’anno al tema “Mito e Psiche” – un accostamento di tragedia greca e psicanalisi moderna…

E non è tutto qui – ma potete trovare ulteriori particolari, date e informazioni pratiche sul sito dell’Accademia.

Torneremo a parlarne di spettacolo in spettacolo. Intanto, felice stagione!

Set 25, 2017 - angurie, Londra    No Comments

Sigh…

SnoopyFlu2E naturalmente, essendo una mozzarella con un sistema immunitario da operetta, tre giorni a Londra – pur con bel tempo generale e la più leggera e breve delle pioggerelle – devo pagarla con la prima infreddatura della stagione. Bronchite, forse.

Tosse, raffreddore, mal di gola, febbre…

Immaginatemi ottusa, languida e molliccia, con la testa imbottita di cotone idrofilo, biglie di vetro e prosciutto cotto. Immaginatemi spiaggiata sul divano, avvilita, impaziente, con la sola consolazione della Meraviglia Soriana Minore (che prende molto sul serio il suo ruolo di gatto terapeutico) e di molte tazze di tè. Immaginatemi mentre non riesco nemmeno a leggere per più di dieci minuti di fila senza che mi venga il mal di testa. Immaginatemi tossibonda, rabbrividente e tutto quanto – e, di conseguenza, portate pazienza se non scrivo nulla di significativo.

Vi racconterò di Londra, del Globe, di una certa quantità di altre cose… Ve ne racconterò quando sarò di nuovo in grado di connettere.

Portate pazienza.

Torno a sprofondarmi sul divano.

See you.

 

Set 22, 2017 - musica    No Comments

Autunno in Musica

jessie-willcox-smith-autumn-leavesC’erano una volta gli equinozi… No, d’accordo – gli equinozi ci sono ancora, ma quel che intendo è che, un tempo, gli equinozi cadevano il 21. Ventuno di marzo, di giugno, di settembre, di dicembre… o no? Personalmente ho questi ricordi. Il 21 dei mesi in questione, il maestro dava istruzioni di fare il relativo disegno… Giugno no, chè si era già in vacanza, ma gli altri, soprattutto primavera e autunno: fiori, agnellini, farfalle (ugh!), sole giallo nel cielo azzurro et similia, oppure le foglie gialle e rosse… cose così. E il ventuno. Adesso? Adesso non so voi, ma io quando siano gli equinozi non lo so più: venti, ventuno, ventidue…

E questo è il motivo per cui ho aspettato oggi, per fare questo post, quando ormai dovrebbe essere autunno al di là di ogni possibile dubbio.

E quest’anno, musica, perché è un sacco di tempo che non posto un po’ di musica – e quindi adesso non un brano, ma tre.

Prima di tutto Gerald Finzi e The Fall of the Leaf, perfetto da ascoltare al crepuscolo, con una tazza di tè in mano…

E poi un paio di cose non espressamente scritte per descrivere l’autunno (se avessi voluto, c’era il buon Vivaldi), ma altra musica che qualcun altro ha associato, più o meno indelebilmente, ad immagini autunnali. Sempre per il crepuscolo, si può fare di peggio che ascoltare La Petite Fille de la Mer di Vangelis, guardando immagini di autunno d’oro, nuvole che passano e nebbia che sale agl’irti colli:

E per finire, l’autunno fiabesco di Disney, che in realtà sarebbe il Walzer dei Fiori ne Lo Schiaccianoci, ma si adatta così bene alle fatine impegnate nel cambio di stagione… C’è gente che sposta abiti e coperte negli armadi, e c’è Piccola Gente che invece cambia colore alle foglie.

Be’, magari neve per adesso no, grazie… un’atmosfera per volta, ciascuna a suo tempo. Felice autunno, o Lettori.

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