Mag 15, 2017 - grilloparlante, Shakespeare    No Comments

Vi Dipingo il Suo Carattere

ShakespeareSannaIl carattere di chi? Di William Shakespeare, naturalmente – o almeno ci provo. O almeno almeno, provo a capire perché sia così difficile…

Perché nel Canone si trovano con una certa frequenza immagini “pittoriche”: ritratti, quadri, pittura, colori, immagini, specchi… Abbastanza da indurci a farci qualche domanda in proposito – e a notare quasi un paradosso, per l’uomo il cui ritratto – in immagini e a parole – è uno dei rebus letterari più complicati degli ultimi quattro secoli.

E, in occasione di Essere O Non Essere Shakespearela bellissima mostra di Alessandro Sanna, ne parliamo mercoledì 17 maggio alle 17.30 alla Biblioteca Teresiana:

ViDipingo

Si entra da Piazza Dante – e non occorre prenotare, ma vi consiglio di arrivare un pochino in anticipo, perché nella meravigliosa I Sala Teresiana i posti non sono tantissimi.

Vi aspetto!

 

Elogio (Pirandelliano) dell’Irrealtà

LocTeatrinoSmallDicevasi Pirandello, nevvero?

Dicevansi i Giganti della Montagna… Testo complicato sotto tanti aspetti, con questa piccola folla di personaggi dallo stralunato al semitragico al tragico tout court, con questa metafora dell’arte che percorre tutta la storia, col teatro nel teatro, con questo elemento fiabesco che ondeggia sempre  tra il sogno e l’illuminotecnica…

E forse, in tutto ciò, quel che preferisco è Villa Scalogna, la grande casa abbandonata (e infestata?) in cui il Mago Cotrone ha creato per i suoi squadrellati un’esistenza fatta di nient’altro che grazia e irrealtà:

Siamo qua come agli orli della vita… Gli orli, a un comando, si distaccano; entra l’invisibile: vaporano i fantasmi. È cosa naturale. Avviene, ciò che di solito nel sogno. Io lo faccio avvenire anche nella veglia. Ecco tutto. I sogni, la musica, la preghiera, l’amore… tutto l’infinito ch’è negli uomini, lei lo troverà dentro e intorno a questa villa.

Insomma, alla Scalogna non manca nulla – se non il conforto materiale, al di là di un tetto sulla testa… Ma d’altra parte, spiega Cotrone…

Non bisogna più ragionare. Qua si vive di questo. Privi di tutto, ma con tutto il tempo per noi: ricchezza indecifrabile, ebullizione di chimere. Le cose che ci stanno attorno parlano e hanno senso soltanto nell’arbitrario in cui per disperazione ci viene di cangiarle. Disperazione a modo nostro, badiamo! Siamo piuttosto placidi e pigri; seduti, concepiamo enormità, come potrei dire? mitologiche; naturalissime, dato il genere della nostra esistenza. Non si può campare di niente; e allora è una continua sborniatura celeste. Respiriamo aria favolosa. Gli angeli possono come niente calare in mezzo a noi; e tutte le cose che ci  nascono dentro sono per noi stessi uno stupore. Udiamo voci, risa; vediamo sorgere incanti figurati da ogni gomito d’ombra, creati dai colori che ci restano scomposti negli occhi abbacinati dal troppo sole della nostra isola. Sordità d’ombra non possiamo soffrirne. Le figure non sono inventate da noi; sono un  desiderio dei nostri stessi occhi.

Potrebbe esserci una vita più sontuosa di così? Alla fin fine, per essere (disperatamente) felici non serve altro che ritrovare un genere di fede di cui tutti abbiamo fatto esperienza almeno una volta:

Con la divina prerogativa dei fanciulli che prendono sul serio i loro giuochi, la maraviglia ch’è in noi la rovesciamo sulle cose con cui giochiamo, e ce ne lasciamo incantare. Non è più un gioco, ma una realtà maravigliosa in cui viviamo, alienati da tutto, fino agli eccessi della demenza.

Villa ScalognaYes, well – nessuno ha detto che fosse una maniera di vita troppo sana. Nemmeno Cotrone stesso. Ma d’altra parte, quando gli attori girovaghi rifiutano le sognanti lusinghe di Villa Scalogna e vanno a cercarsi una misura di realtà, non è come se le cose andassero a finir bene…

Pirandello è Pirandello: non lo si legge certo per la sua carica di ottimismo, giusto? E però c’è qualcosa di infinitamente attraente nel fascino color crepuscolo di Villa Scalogna, qualcosa che induce a sospettare, anche solo per il tempo di un monologo, che la realtà sia soppravvalutata… Chi lo sa? Forse, al posto della Contessa e dei suoi, mi sarei fermata.

Per una visita al mondo di Cotrone, perché non vi unite a noi per l’ultimo incontro pirandelliano de Il Palcoscenico di Carta? Ci troviamo martedì 16, alle ore 18, alla Libreria IBS+Libraccio di Via Verdi. E c’è ancora qualche parte scoperta… Il testo da scaricare e il form per iscrivervi li trovate qui.

Parole, Parole, Parole…

Cloud 3Che prima di essere una canzone, era una citazione shakespeariana, you know… Amleto.

E tutto sommato il Bardo è un buon nume tutelare per questa cosa che The Guardian ha fatto qualche tempo fa, prendendo una dozzina di scrittori e ponendoo loro una domanda: qual è la vostra parola preferita?

No, sul serio. Ed è una buona idea, perché gli scrittori con le parole ci lavorano, ne usano tante, ne conoscono di specificissime, di inconsuete, di eccentriche, sono abituati a considerarne le sfumature e le implicazioni…

Il risultato è questo articolo, che vale la pena di leggere, perché è una piccola miniera di scoperte linguistiche, e perché ci si coglie il gusto di questa gente per la lingua.

Per questo dico che Shakespeare è un buon nume tutelare qui… In realtà gli studi recenti hanno un po’ ridimensionato il numero di parole che si attribuivano a lui, ma questo non toglie proprio nulla al suo vertiginoso e versicolore* uso di una lingua che ai suoi tempi era ancora in costruzione. Provate a leggere incantesimi e battibecchi fatati nel Sogno di Una Notte di Mezz’Estate**: ci si sente una vera e propria gioia del linguaggio.

E questo è qualcosa che si cerca – e, alas, non sempre ci si riesce – di inculcare negli allievi: è davvero difficile scrivere senza avere il gusto delle parole. Senza volerci giocare e sperimentare. Senza perdere l’occasionale nottata in cerca della sfumatura giusta… Tutto considerato, comincio a credere che questo articolo figurerà nei miei corsi, in futuro. Almeno in via di principio, perché le parole stesse sono spesso intraducibili anzichenò, ma il gusto evidente con cui questa gente gioca con parole perdute, idiotismi, onomatopee e lessici famigliari dovrebbe proprio servire da ispirazione per un paio di paragrafi in materia… Futuri allievi, aspettatevi qualcosa del genere.MNDFairies

Per esempio, a me le parole piacciono per il modo in cui combinano suono, significato e connotazioni. Onomatopea e iconicità sono rilevanti. Scintilla, con quel suono saltellante e quella desinenza luminosa. O fiammeggiante, che l’abbondanza di accenti e doppie consonanti fa davvero danzare. E poi sesquipedale, lunga e complessa a sufficienza per suggerire un’enormità che incombe e traballa appena. E che dire di esecrabile? Quel gruppo -cr si mastica così bene che usarlo in un diverbio è di soddisfazione estrema. E bizantino, dal suono elegante e multicolore come un mosaico ravennate. Lanzichenecco, irto di punte all’inizio, e ben corazzato alla fine. È sempre una questione di colori, di consistenza, di suono…

Ma il fatto è che non so troppo bene quale sia la mia parola preferita in assoluto. Liste come questa, dizionari, glossari e repertori, elenchi di nomi, guide del telefono e titoli di coda dei film mi fanno sentire come una bambina in un negozio di giocattoli. Non so scegliere, e questo è quanto.

E voi? Quali sono le vostre parole preferite? E perché?

_________________________

* Oh, eccone una che mi piace proprio tanto… versicolore!

** O, se è per questo, la descrizione dell’esercito di Tamerlano, o il catalogo delle ricchezze dell’Ebreo di Malta… è chiaro che Marlowe era un altro che con le parole ci andava a nozze.

Mag 8, 2017 - angurie, tecnologia    2 Comments

Rieccomi!

BackRieccomi, o Lettori…

Mi credevate svanita nel nulla, vero? E invece no – è solo che l’Innominatino, povero piccolo computer, ha reso l’anima. Però non l’ha fatto in maniera ragionevolmente drastica, tutto d’un colpo. Gli è parso bello, piuttosto, defungere come si fa all’opera: in maniera protratta, drammatica e con un paio di lunghe romanze nel mezzo…

Ah well, ma alla fine, e benedetto sia San G. il Tecnico, è arrivato il successore: Tiglath Pileser Cum Innominatino – e siano benedette anche le memorie esterne. E quindi, come dicevasi, rieccomi qui.

Ma non pensate che siano state due settimane di ozio e oblio, perché sono successe varie cose. Per cui, riepilogando:

SHAKESPEARE-cover-web_m– Il 26 di aprile, alla Biblioteca Teresiana, si è inaugurata la bellissima mostra Essere o non essere Shakespeare, tavole di Alessandro Sanna e shakespeariana varie – e si è anche presentato l’omonimo libro, edito da Corraini. È, lasciate che ve lo dica, un libro favoloso: bellissimo a vedersi, pieno di idee, di esperimenti – e un modo nuovo di considerare Shakespeare. D’altra parte ormai si sa: Alessandro Sanna è una garanzia. E collateralmente alla mostra anch’io sarò alla Teresiana, mercoledì 17, alle 17.30, con una conversazione a proposito di Shakespeare, ritratti, specchi e immagini, chiamata Vi Dipingo il Suo Carattere. LocTeatrinoSmall

– È tornato il Palcoscenico di Carta, con una lettura in celebrazione dell’Anno Pirandelliano. Domani alle ore 18 leggeremo la seconda parte de I Giganti della Montagna – che si sta rivelando una lettura… soprendente. Tanto diverso da Shakespeare quanto è possibile, e non meno affascinante. Leggeranno con noi attori dell’Accademia Campogalliani e di Hic Sunt Histriones. Raggiungeteci alla libreria IBS+Libraccio, al n° 50 di Via Verdi a Mantova, volete?

Chorus– Con Hic Sunt Histriones porteremo Shakespeare in Words a Poggio Rusco (MN). Venerdì 19 maggio daremo una rappresentazione per le scuole, e sabato 20, alle 21, una per il pubblico generale. Versione ampliata, by the way – e con nuovi esperimenti dal punto di vista musicale. Il che significa che siamo nel pieno delle prove, del fervore, delle variazioni dell’ultimo minuto, delle incertezze, dei tentativi… Alla fin fine, è sempre come il trapezio senza rete – ma altrimenti, dove sarebbe il gusto di farlo? 18033837_846681858818412_5431282186727641827_n

– E infine, l’ultimo aperitivo letterario della rassegna Inchiostro & Vino è stato spostato martedì 23 maggio. Parleremo di vino all’opera e fuori nell’Ottocento. Prenotate presto, perché i posti sono limitati!

E a dire il vero non è nemmeno strettamente tutto – ma per ora basta così.

Ah, è bello essere tornati.

Apr 24, 2017 - Vitarelle e Rotelle    No Comments

Fotografie Verbali

Travel journalCercando tutt’altro, mi è ricapitato per le mani un vecchio articolo in cui Beth Erickson racconta di una sua fiamma di gioventù che, avendo smarrito la macchina fotografica durante un viaggio in Europa, ovviava all’inconveniente disegnando. Beth lo invidiava molto, perché aveva l’aria di scegliere e assorbire ciò che immortalava con molta più cura di chi si limitava a scattare una fotografia. Avrebbe voluto imitarlo, ma non sapeva disegnare e così cominciò a fare fotografie verbali, sviluppando negli anni dall’abitudine una tecnica che, a suo dire, ha giovato infinitamente alle sue capacità descrittive, oltre a provvederla di una galleria di descrizioni a cui attingere in cerca di dettagli, atmosfera, ispirazione…TravelDesk

Siccome appartengo alla genia di quelli che viaggiano con un quaderno in mano (“quei matti che siedono sul bordo della fontana di Trevi, si guardano attorno e scribacchiano, scribacchiano e si guardano attorno”, nella pittoresca descrizione del mio Avvocato), mi piace vedere la faccenda sistematizzata in una serie di tips.

Ecco il procedimento che Beth consiglia per una buona fotografia verbale:

1) Sedetevi davanti a ciò che volete descrivere con il vostro taccuino in mano (o portatile in grembo).

travelwriter2) Studiate accuratamente il vostro soggetto, cercando di assorbire tutti i possibili dettagli: che cosa vedete? che cosa sentite? che cosa annusate, immaginate, provate? Prendete in considerazione tutti i sensi e badate all’atmosfera. Concedetevi tutto il tempo che serve.

3) Cominciate a scrivere e descrivete minutamente la scena. In un secondo momento potrete voler stilizzare, selezionare i dettagli, elaborare la descrizione… Per adesso siate fotografici e tanto completi quanto potete, cercate di non ignorare e di non tralasciare nulla.Moleskine

Posso aggiungere che, essendo una persona impaziente, ho sempre alternato osservazione e scrittura, procedendo in un certo senso per strati – ma alla prima occasione sperimenterò il metodo di Beth. E posso aggiungere ancora che questo è un esercizio da fare viaggiando da soli – o con qualcuno di rassegnato e comprensivo. Non è divertente essere interrotti in continuazione o doversi affrettare perché il gruppo deve procedere, la guida passa oltre, il pullman aspetta, bisogna essere in albergo per l’ora di cena. Motivo in più per evitare i viaggi organizzati, direi, ma questa è un’altra storia.

E Stavolta, Pirandello

LocSmallMaggio torna e il PdC rimena…

Yes, well – I know, ma non mi sono trattenuta. E comunque è del tutto vero: torna il Palcoscenico di Carta, e questa volta festeggiamo il centocinquantesimo anniversario della nascita di Luigi Pirandello.

Dal 2 al 16 maggio, alla libreria IBS+Libraccio di Via Verdi a Mantova, leggeremo I Giganti della Montagna, dramma incompiuto a cavallo tra fiaba e teatro nel teatro…

Per il PdC è un altro esperimento: per la prima volta ci avventuriamo  fuori dal repertorio elisabettiano – come d’altra parte ci eravamo sempre ripromessi di fare. Una volta di più, ci saranno gli attori dell’Accademia Campogalliani e quelli di Hic Sunt Histriones, e un’abbondanza di parti, grandi e piccole, per chiunque voglia lanciarsi e leggere con noi.15193449_1104584129658135_891963327258587953_n

Perché questa è l’idea del PdC: leggere teatro ad alta voce, in gruppo, sperimentando in modo diverso testi che non si vedono tutti i giorni…

Volete provare? E allora iscrivetevi usando il form che trovate a questo link. Vi assegneremo una parte e vi manderemo il testo. Se invece volte ascoltare (e magari decidere di provare la prossima volta, perché le parti vengono riassegnate a ogni lettura), dovete solo raggiungerci in libreria – martedì 2, 9 e 16 maggio, appena prima delle 18.

Apr 19, 2017 - Storia&storie    2 Comments

Il Povero Filippo

FilippoTiziano.jpgHo i prodromi di una Crisi da Don Carlos. Un tempo erano crisi semestrali, e come tali si indicavano. Con gli anni si sono ridotte, ma non estinte. Le crisi arrivano quando ne hanno voglia, a intervalli irregolari e non necessariamente per un buon motivo, e si manifestano in ascolti, riletture, visioni, indagini, ricerche…

Magari una volta o l’altra ne parleremo – ma quel che volevo dire oggi è che non c’è nulla da fare: crisi dopo crisi, la mia simpatia va sempre al povero Filippo, el Rey Prudente.

Che posso dire? Trovo che sia uno di quei personaggi storici maltrattati più di quanto sia giusto dalla propaganda ostile, dalla letteratura e dalla posterità in genere.

Perché in fondo… state a sentire.

Filippo II era figlio di Carlo V e nipote di Giovanna la Pazza. Vogliamo chiamarla un’eredità famigliare un tantino ingombrante? Era anche il Re di Spagna, un uomo pio e coscienzioso alla sua maniera, un sovrano efficiente e un amante delle arti.

Era anche il pilastro dell’Inquisizione, il tormento delle Fiandre e l’uomo che tentò di dare una sonora lezione all’Inghilterra – quell’isoletta presuntuosa ed eretica.

Era anche un vedovo plurimo e il padre di Don Carlos – oltre che di altri sette tra figli e figlie, pochi dei quali raggiunsero l’età adulta.

Nel corso della sua vita ebbe modo di diventare una figura simbolo del cattolicesimo controriformista più feroce, e i suoi nemici (soprattutto quelli protestanti – ma non solo) crearono attorno a lui la cosiddetta Leyenda Negra, un raccapricciante catalogo di misfatti che includevano l’eliminazione di Don Carlos per motivi dinastici.

Il povero Carletto - nella versione idealizzata

Il povero Carletto – nella versione idealizzata

Il fatto che Carlos fosse uno psicopatico violento che maltrattava brutalmente i servitori e si divertiva a torturare a morte i cavalli non impedì ai detrattori di Filippo di dipingerlo come uno sfortunato giovinotto dalle buone intenzioni e dall’indole triste e ribelle, soppresso da un padre che temeva di essere detronizzato…

Libellisti fiamminghi e inglesi a parte, questa versione della storia cominciò a farsi strada assai presto in letteratura. Nei primi Anni Settanta del Seicento la troviamo nella Nouvelle Galante et Historique dell’Abate di Saint-Réal, secondo il quale Carlos, sventurato ragazzo, non solo è incompreso dal suo gelido e crudele padre, ma ha anche la sfortuna di innamorarsi della sua giovanissima matrigna, la francese Elisabetta di Valois.

La faccenda è ripresa pari pari pochi anni più tardi dal drammaturgo inglese Thomas Otway, che essendo un tragediografo secentesco, calca la mano sulla crudeltà omicida di Filippo, a tutto beneficio degli sfortunati e casti amanti.

Perché la costante è questa: Carlos e la bella regina si amano da lontano, sospirano, scambiano sguardi, ma non infrangono mai de facto i vincoli coniugali di lei. Di solito questo avviene più per l’animo elevato di Elisabetta che per il buon senso di Carlos, ma non sottilizziamo – e tanto più perché, al contrario, il gelosissimo e sospettosissimo Filippo tradisce la sua tenera consorte con la principessa di Eboli, bella e amorale quanto si può esserlo.

Più o meno è quello che succede anche nel Filippo di Alfieri che, come dice il titolo, si concentra sulla ferocia del tiranno: il padre snaturato elimina sistematicamente qualsiasi ombra di affetto o di amicizia attorno a Carlos, e gode nel farlo, non tanto perché veda nel figlio un rivale politico, ma per intrinseca malvagità. Il re di Alfieri è grandioso e tragico, ma del tutto privo di sfumature: non un personaggio vero e proprio, ma un simbolo della tirannide più bieca.

Bisogna aspettare Schiller perché al povero Filippo venga riconosciuta qualche ragione. Il Re in salsa romantica è duro per necessità, sacrifica ogni cosa alla Spagna, ma se stesso prima degli altri. Non ama suo figlio perché non ci riesce – non perché non voglia, ed è molto angosciato dalla scarsa affidabilità di Carletto come successore. In compenso si affeziona subito al giovane marchese di Posa (peccato non avere lui per figlio!), nonostante le perniciose idee quasi protestanti del ragazzo. Alla fine avrà il cuore spezzato in parti uguali dal possibile tradimento della regina e dal tradimento certo del marchese – ed entrambi per amore di Carletto!

DKNousétionsfrèresI librettisti di Verdi sono molto pronti a cogliere questo aspetto e al diavolo l’eponimia! Si può discutere su chi sia il vero protagonista di Schiller, ma nell’opera non c’è da dubitare: è Re Filippo a prendere il centro della scena. Duro, angosciato, paterno, incapace di farsi amare, risentito, costretto a soffocare ogni slancio del suo animo sotto i dettami della fede e della ragion di stato, Filippo è quello per cui dispiacersi. Quando si affanna perché la regina non ricambia il suo amore, quando il figlio di sangue lo sfida stupidamente a ogni passo, quando il figlio d’elezione lo inganna e tradisce, quando il Grande Inquisitore gli forza la mano, quando la vendetta inconsulta gli lascia l’amaro in bocca – è con il Re che la musica ci conduce a identificarci. Anche Verdi, come i suoi predecessori, calca sulla veneranda età di Filippo: in realtà il Re aveva trentadue anni quando prese in moglie la principessa di Francia, ma dipingergli un “crin bianco” aggiunge all’infelicità della giovane Elisabetta e, di rimbalzo, alla sua…

Per cui, avanti pure. Il Filippo di Schiller e di Verdi è ancora il tiranno della Leyenda Negra, ma è anche quello che si trova nelle vere sale del vero Escorial: quello che amava i pittori fiamminghi delle scene luminose e quotidiane, quello che si faceva preparare un salone dalle cui finestre potesse guardare il tramonto con i suoi figli, quello che riempiva i suoi palazzi di opere d’arte, quello che si appassionava ai problemi architettonici. E se, tra un ritratto tizianesco, un’orazione e un concio di pietra, ha fatto eliminare figlio e moglie… oh well, ci sussurrano tragediografo e compositore, sono particolari che ne fanno una figura ancor più tragica e possente.

 

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Apr 17, 2017 - Poesia    No Comments

Alexandros

Head ofE siccome è festa, oggi poesia, o Lettori. Ed è molto ma molto Pascoli, e quindi in teoria non dovrebbe essere il mio genere – ma che posso dire? ha qualcosa… qualcosa. Fu una piccola folgorazione quando la scoprii privatamente sul tomo di Letteratura in IV Ginnasio. Una folgorazione che imparai a memoria per conto mio, e che dopo quasi tra decenni ricordo ancora, e ancora s’intrufola – a scampoi e a luccichii – in occasioni inaspettate. Si capisce: il fatto che vi si parli di storia e di rimpianti aiuta…

Oh, Clarina, che cosa allegra da propinare al prossimo il Lunedì dell’Angelo, quando si dovrebbe pensare alle scampagnate, alle quiches agli asparagi, alle biciclette e a pomeriggi di letture vacanziere! E insomma, invece oggi va così. Vi accontentate, o Lettori, degli auguri e di una poesia piuttosto blu?

I

 – Giungemmo: è il Fine. O sacro Araldo, squilla!

Non altra terra se non là, nell’aria,

quella che in mezzo del brocchier vi brilla,

 o Pezetèri: errante e solitaria

terra, inaccessa. Dall’ultima sponda

vedete là, mistofori di Caria,

 l’ultimo fiume Oceano senz’onda.

O venuti dall’Haemo e dal Carmelo,

ecco, la terra sfuma e si profonda

 dentro la notte fulgida del cielo.

   

II

 Fiumane che passai! voi la foresta

immota nella chiara acqua portate,

portate il cupo mormorìo, che resta.

 Montagne che varcai! dopo varcate,

sì grande spazio di su voi non pare,

che maggior prima non lo invidïate.

 Azzurri, come il cielo, come il mare,

o monti! o fiumi! era miglior pensiero

ristare, non guardare oltre, sognare:

 il sogno è l’infinita ombra del Vero.

 

III

 Oh! più felice, quanto più cammino

m’era d’innanzi; quanto più cimenti,

quanto più dubbi, quanto più destino!

 Ad Isso, quando divampava ai vènti

notturno il campo, con le mille schiere,

e i carri oscuri e gl’infiniti armenti.

 A Pella! quando nelle lunghe sere

inseguivamo, o mio Capo di toro,

il sole; il sole che tra selve nere,

sempre più lungi, ardea come un tesoro.

 

IV

 Figlio d’Amynta! io non sapea di meta

allor che mossi. Un nomo di tra le are

intonava Timotheo, l’auleta:

 soffio possente d’un fatale andare,

oltre la morte; e m’è nel cuor, presente

come in conchiglia murmure di mare.

O squillo acuto, o spirito possente,

che passi in alto e gridi, che ti segua!

ma questo è il Fine, è l’Oceano, il Niente…

e il canto passa ed oltre noi dilegua. –

 

V

 E così, piange, poi che giunse anelo:

piange dall’occhio nero come morte;

piange dall’occhio azzurro come cielo.

Ché si fa sempre (tale è la sua sorte)

nell’occhio nero lo sperar, più vano;

nell’occhio azzurro il desiar, più forte.

Egli ode belve fremere lontano,

egli ode forze incognite, incessanti,

passargli a fronte nell’immenso piano,

come trotto di mandre d’elefanti.

 

 VI

 In tanto nell’Epiro aspra e montana

filano le sue vergini sorelle

pel dolce Assente la milesia lana.

A tarda notte, tra le industri ancelle,

torcono il fuso con le ceree dita;

e il vento passa e passano le stelle.

Olympiàs in un sogno smarrita

ascolta il lungo favellìo d’un fonte,

ascolta nella cava ombra infinita

le grandi quercie bisbigliar sul monte.

 

Apr 16, 2017 - Poesia    No Comments

Buona Pasqua

Uova_cesto.jpgAuguri, o Lettori. Auguri di serenità, per quanto possibile in questo momento dagli orizzonti così scuri e incerti… E a titolo di augurio, qui c’è una Pasqua gozzaniana, grigia e piovosa, ma rischiarata in modo inatteso. Come trovare mistero, meraviglia e chissà, anche speranza nelle minuzie più quotidiane.

Che è poi quello che fanno i poeti, giusto?

Pasqua

A festoni la grigia parietaria
come una bimba gracile s’affaccia
ai muri della casa centenaria.
Il ciel di pioggia è tutto una minaccia
sul bosco triste, ché lo intrica il rovo
spietatamente, con tenaci braccia.
Quand’ecco dai pollai sereno e nuovo
il richiamo di Pasqua empie la terra
con l’antica pia favola dell’ovo.

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Apr 14, 2017 - musica, tradizioni    No Comments

Venerdì

Venerdì santo – e ormai sapete che SEdS segue le tradizioni anche quando non ha poi tutto questo senso…* Diciamo che non tutte le tradizioni hanno bisogno di avere senso?

Diciamolo.

È per via di certe processioni d’infanzia, di tredici anni nel coro parrocchiale (il secolo scorso, quando era polifonico), e per via di quel certo romanzo fiume sulle Guerres de Vendée – che probabilmente non vedrà mai la luce… E perché in fondo, e forse comincio a dirvelo troppo spesso, ciascuno è sentimentale a modo suo.

Ma insomma, eccoci qui: Vexilla Regis, cantata dal Coro della Cappella Sistina diretto da Domenico Bartolucci, attorno al 1959.

Alla peggio, prendetela come atmosfera, volete?

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* Una volta o l’altra vi racconterò di una certa discussione di teologia spicciola e incostanza del meteo, avvenuta ad ore antelucane, una mattina di venerdì santo…

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