Ago 25, 2017 - teatro    No Comments

Volevo un Gatto Nero…

Rehearsals2No, non è vero: volevo un workshop.

Per carità, i gatti neri mi piacciono molto, ne ho avuto uno da bambina – una bella creatura ladra e molto snob – e non avrei obiezioni ad averne un altro, ma quel che volevo davvero era fare workshop in teatro. Lavorare su un testo con la compagnia, di stesura in stesura, modificando, affinando e adattando via via alla prova del palco, imparando dagli errori…

In un certo senso è andata così con Di Uomini e Poeti, se vogliamo – ma con dei limiti, su un arco di cinque o sei anni e, nel complesso, in una maniera un pochino solitaria: ho preso appunti durante il primo giro di repliche, ho riscritto dopo un sacco di tempo, e la versione nuova è andata in scena così come l’avevo riscritta, more or less.

Quel che volevo era qualcosa di più articolato, di più dinamico e, per usare una parola che trovo brutta come il peccato ma servirà alla bisogna, di più interattivo.

Ebbene, sta succedendo.

Il testo, in realtà, non è precisamente mio… a ben vedere non lo è su diversi livelli, perché si tratta di modifiche consistenti a un adattamento altrui di un romanzo di qualcun altro ancora – passando per una sceneggiatura cinematografica. Il che, se volete, è un nonnulla convoluto, ma tant’è. Non vi dico ancora di che si tratta: lo scoprirete presto e, spero, lo verrete a vedere a teatro. Intanto, però, c’è questo workshop continuo, in cui regista e attori provano, e io siedo in platea armata di taccuino e prendo appunti, e poi si discute e si modifica, e si riprova, e… e… e…

Ci lavoriamo dal principio dell’estate e, ben dopo la metà di agosto, il testo non è ancora definitivo. Be’, forse credevamo che lo fosse, ma ancora ieri sera, provando il secondo atto, ci siamo accorti che una successione di scene e passaggi temporali non scorreva bene. Sulla carta sì, ma una volta sul palco diventava macchinosa.

RhearsalWriting“Mi tirate il collo, se modifico queste tre scene?” ho chiesto agli attori. E gli attori hanno promesso di non tirarmi il collo, così sono tornata a casa e ho impiegato parte della notte a spostare una scena e combinarne due in una, e adesso l’inizio del secondo atto funziona molto meglio.

O almeno si spera, perché lo si vedrà davvero solo alla prossima prova.

E tutto ciò è bello e infinitamente istruttivo, ed è un po’ una disperazione dal punto di vista dei copioni da stampare, ed è tutto ancora molto fluido e in progress, e forse non si potrebbe fare davvero con una compagnia meno esperta – ma è meraviglioso. E per di più, succede tutto mentre lo spettacolo prende forma sotto una quantità di altri aspetti, mentre il regista modella i personaggi e modifica il progetto delle scene a seconda delle esigenze che emergono…

È complesso, è stimolante, è vivo.

E un giorno o l’altro spero di poterlo fare con un testo tutto mio, il workshop. Questa scrittura di scena. Questo rispondere e rimbalzare continuo di idee tra il quaderno e la scena…

Salva

Ago 23, 2017 - angurie    No Comments

Ritorno ai Cunicoli e ai Draghi?

dnd_manuale_scatoalrossa_littleMolti e molti – ma proprio molti – anni fa, F ci convocò in tre: A, A e me.

“Ho un gioco nuovo,” ci disse. “Un gioco fantastico. Diverso da tutti gli altri!”

Il sabato pomeriggio ci trovammo a casa di F, che ci mostrò una scatola rossa con un drago illustrato sul coperchio. C’erano fascicoli rilegati in rosso, e dadi strambi, e fogli di carta e matite…

“Si chiama Dungeons and Dragons,” ci informò F, da dietro una barricata di cartoncino. “Io sono il Dungeon Master. Adesso dovete scegliere un personaggio per ciascuno, e poi…”

E poi immaginatevi questi tredici-quattordicenni che si lanciano nel loro primo gioco di ruolo. Persi per sempre. Per me, all’inizio della mia fase Tolkien, fu l’alba di un’ossessioncella – ma anche gli altri, pur gente più sensata, si entusiasmarono alquanto. D’altra parte, come non entusiasmarsi? Avventure, foreste, tesori magici, draghi, incantesimi, città fortificate*, whatnot – il tutto da sperimentare in prima persona, in metaforici panni immaginari…

ETDnDCome all’inizio di ET, gli adulti ci giravano attorno perplessi, domandando “chi vince?” a intervalli, mentre noi esploravamo il mondo e, occasionalmente, lo salvavamo. Pomeriggi interi, cene frettolose, lunghe serate e qualche volta, durante le vacanze, una gloriosa giornata intera, dal mattino a notte alta…

“Ma cos’è che fate, di preciso?” chiedeva ogni tanto un genitore – sempre più di rado, dopo avere scoperto che la domanda dava la stura a resoconti battuta per battuta dell’una o dell’altra scorribanda improbabile e/o spiegazioni di una meccanica di gioco obiettivamente complicata ad afferrarsi da “fuori”.GhostElf

E noi… gli anni passarono, acquisimmo un altro compagno di avventure, qualcun altro passò brevemente, ci disperdemmo in scuole diverse, io cominciai la scuola di teatro, poi venne l’università. E però non smettemmo di giocare finché qualcuno non cominciò a laurearsi. Solo allora abbandonammo i nostri cunicoli e i nostri draghi, interrompendo l’ultima avventura proprio mentre stavamo per fermare (o precipitare) Ragnarök***. No, davvero: il mio elfo fantasma** era in piedi su un espostissimo menhir, cercando di concludere un rituale complicato mentre i suoi compagni cercavano di impedire che una creatura malvagia ed enorme con le ali da pipistrello piombasse a impedirlo e… “Da-da-da-dum!” disse F. “Continua… Ci vediamo la prossima volta.”

Ma la prossima volta non venne più. E ci crediate o no, dopo vent’anni, quando capita che ci s’incontri, ne parliamo ancora. Adesso siamo gente adulta e serissima: ingegneri, insegnanti, editor, funzionari consortili, padri di famiglia – eppure discutiamo ancora dell’incantesimo che il mago stava per scagliare contro l’Ala Notturna. Però tu dovevi saltare giù, accidenti, non stare lì a farti alanotturnare! Ma come facevo a concludere il rituale…? E in genere concludiamo sperando che nessuno ci abbia sentito – e però sarebbe bello ritrovarci e portare a termine quell’avventura lì, salvare il mondo… chissà, magari, una volta o l’altra.

Ma son quelle cose che si dicono. In realtà piacerebbe molto a tutti e cinque, e tutti lo sappiamo benissimo – però non l’abbiamo mai fatto, né mai lo faremo.

Lex Arcana Prima edPerò la settimana scorsa ho avuto ospite per mezza giornata T, di anni quasi-dodici, e lui si è ricordato della mia scatola base di Lex Arcana – emersa, of all places, dalla pesca benefica del villaggio. E mai usata. E chissà, magari qualche volta. Se troviamo un master. Se troviamo qualcuno con cui giocare. E sembrava dover essere e restare un’altra di quelle cose che si dicono…

Ma T ha quasi dodici anni, non ha tempo per le cose che si dicono. “Che cosa ne dici se diamo un’occhiata a Lex Arcana? Solo un’occhiatina, eh?”

E poi naturalmente l’occhiatina si è trasformata in un’avventura in solitario e nella mia prima vaga esperienza da master (well, Demiurgo, che in effetti suona molto bene), e poi nella riesumazione delle mie vecchie schede di D&D, e in quella che una certa genitrice adesso definisce con un sospiro la nuova ossessione di suo figlio…

Perché adesso T si è entusiasmato, e quindi chissà. Forse ci saranno sviluppi. Forse – forse – sto tornando ai giochi di ruolo?

_________________________________

* Sì, lo so: suono terribilmente come Belle. Siete liberi di immaginarmi così mentre racconto questa storia.

** Lunga storia, come potete immaginare…

*** Decenni prima che diventasse di moda. Al nostro Master piaceva la mitologia nordica.

Ago 21, 2017 - angurie    No Comments

Giddup!

E niente, si torna alla realtà… BTW_01_web

E sia ben chiaro: non è affatto una realtà di cui mi lamenti – anzi! – ma è quel senso di lunedì, you know. Tutto quel che si è accumulato mentre io navigavo e galoppavo beatamente in altri secoli e altri luoghi – e adesso mi aspetta in fila non particolarmente indiana. Sapete cosa? Magari l’anno prossimo organizzo la Reading Week in modo da ricominciare di martedì.

Ah well.

Realtà, si diceva.

Editing, traduzioni, storia locale, revisioni, lampade, la pesca benefica del villaggio, teatro, una mini visita guidata, ancora teatro…

Come dicevo: assolutamente nulla di cui lamentarsi. Credo che sia, più che altro, l’eco della memoria della vita precedente, quando dopo le ferie o le vacanze non c’era nulla di così interessante e piacevole a cui tornare. O il chiudersi dell’estate. O/E un filo di difficoltà nello strapparsi dai velieri, dai duelli e dalle battaglie. O il generale senso di lunedì di cui dicevasi…

Oh, piantala, Clarina: al lavoro!

E voi, o Lettori? Com’è il ritorno alla realtà?

Salva

Ago 18, 2017 - libri, libri e libri    No Comments

Piccolo Bollettino di Lettura II

ACDtWC

Questo forse mi spiace un pochino di non averlo scoperto quando avevo undici o dodici anni ed ero nella mia fiammeggiante fase medievale…

Ah well, è piacevolissima lettura anche adesso, sia chiaro.  Estivissima. Makebelieveish. E (naturalmente non ci sono nell’ebook, ma si trovano facilmente nella Reticella) le illustrazioni di Wyeth aiutano.

Ago 14, 2017 - libri, libri e libri    No Comments

Reading Week

ReadingWeekOh, non so – ma credo che mi prenderò una settimana di lettura.

Niente lavoro, solo libri.

Non ho programmi particolari, perché è una decisione improvvisa, presa ieri sera guardando le perseidi tardive. Un po’ di Sabatini e un po’ di Sutcliff, immagino, perché è quel che ci vuole d’estate. E, sempre per lo stesso motivo, il Pitta trovato secoli orsono su una bancarella a Bologna e poi mai più letto. E forse uno dei due grossi tomi che devo recensire per la HNR, ma vedremo. Oh – e Patricia Finney, forse?

ReadingWeek2E ci sarebbe sempre The White Company – preceduto o seguito da Sir Miles, perché è lì da secoli che aspetta proprio un’occasione come questa…

E poi…

E poi farò bene a fermarmi, perché una settimana è una settimana, e comunque facciamo così: niente liste precise, eh? Un giringiro libresco in direzioni a trovarsi…

Vi farò sapere – ma forse non subito. Non prometto di postare regolarissimamente, questa settimana.

Intanto felice Ferragosto, o Lettori – e a presto.

 

Nomi Letterari

whatnameE poi ci sono le volte in cui un autore inventa un nome – per significato, per suono, per caso – e poi il nome diventa di uso più o meno comune.

A volte si tratta di un’invenzione pura e semplice, come Pamela… e adesso tutti pensiamo a Richardson e al romanzo omonimo. Ma in realtà prima di Richardson venne Sir Philip Sidney, fiore della cavalleria nell’Inghilterra elisabettiana, poeta, cortigiano e soldato che a fine Cinquecento coniò il nome (probabilmente nel senso di Tutta Miele) per un personaggio secondario del suo The Countess Of Pembroke’s Arcadia. Poi nel 1740 o giù di lì venne Richardson – seguito da Fielding con la sua biliosa parodia Shamela) – ma fu nel XX secolo che il nome diventò davvero popolare, prima nel mondo anglosassone e poi da noi.

Anche Cora è una creazione letteraria a partire da radice greca: James Fenimore Cooper lo coniò a partire da Kore (fanciulla) per un personaggio secondario de L’Ultimo Dei Mohicani, la sorellina minore che nel romanzo sopravvive e si marita felicemente con l’ufficiale inglese.

la_figlia_di_iorio_1914__243Categoria non del tutto dissimile per l’italiano Ornella, creato da D’Annunzio per La Figlia Di Jorio: piccolo faggio. Il Vate era un creatore e ripescatore di nomi seriale – con varia fortuna. Pensate solo alle sorelle di Ornella, nomate Splendore e Favetta…

D’altra parte, non sempre i nomi inventati sono fatti per essere presi sul serio. Per qualche ragione, non scommetterei granché sul sense of humour di D’Annunzio, ma Dickens ci dice Mrs. Kenwig, personaggio minorissimo in Nicholas Nickleby, ha inventato personalmente il nome Morleena per la sua primogenita, e ne è così compiaciuta che la chiama molto più spesso di quanto sia necessario – con scarsa soddisfazione dell’interessata. Morleena è concepito per avere un suono romantico e vagamente irlandese – e pertanto esotico – in risposta alle pretese di raffinatezza della madre.Cadenus_and_Vanessa._A_Poem_-_Jonathan_Swift

Serissima è invece la storia di Vanessa, creato come un omaggio personale: nel 1713 scrisse Cadenus and Vanessa, un poema autobiografico. L’eroina semieponima portava un collage dei nomi dell’amante di Swift cui era ispirata: Esther (detta Essa) Vanhomrigh. Di nuovo, perché il nome diventasse di uso comune* ci vollero il XX secolo e Sir Michael Redgrave, che lo scelse per la sua primogenita – futura celebre attrice. Se ve lo state chiedendo, la faccenda delle farfalle è opera di un entomologo tedesco nel 1806.

Wendy ha una duplice storia – prima e dopo Peter Pan. Era un vezzeggiativo di Gwendolen prima che Barrie ne facesse un nome in proprio, prendendolo dal modo in cui non so più quale bambino dalla erre moscia chiamava i suoi amichetti: Friendy, in teoria, ma pronunciato Fwendy, donde Wendy – che dunque vorrebbe significare “piccola amica”.

506873Shirley era un nome maschile (e in qualche caso un cognome**) prima che Charlotte Brontë lo affibbiasse alla sua eroina, figlia unica di gentiluomo desideroso di figli maschi. Il nome maschile della nostra fanciulla (intesa da Charlotte come ritratto idealizzato di Emily) è in effetti oggetto della curiosità, dell’esasperazione, dell’ammirazione e/o dello scandalo di molti personaggi nel romanzo.

Coraline esisteva prima di Neil Gaiman, femminile, normale ma trascurato. Un giorno Gaiman stava battendo al computer e, invece di Caroline, scrisse per errore Coraline. Gli piacque tanto da battezzarci una protagonista – per poi scoprire che il nome esisteva già, seppure in uso sporadico.250px-Imogen_-_Herbert_Gustave_Schmalz

Poi ci sono gli errori di cui l’autore è innocente. Imogen, nome shakespeariano dal Cymbeline, in tutta probabilità doveva essere Innogen, nome celtico dal significato di “fanciulla”. Dopodiché, sapete come andava in epoca elisabettiana: la gente non aveva mai del tutto chiaro lo spelling del proprio nome, figurarsi quello di un personaggio letterario. Il misprint si diffuse e così fece il nome, e la morale si è che nel mondo anglosassone un sacco di gente si chiama Imogen grazie a un errore di stumpa.

D’altra parte Shakespeare era un altro attivissimo creatore di nomi: altri suoi parti sono Jessica, la figlia del Mercante di Venezia, e Miranda, offerta alla generale ammirazione nella Tempesta.

Sabrina-Fair-1954-FCUn caso del tutto diverso è quando l’autore ripesca un nome vecchio come le colline ma pressoché dimenticato e lo rende famoso. Prendiamo Sabrina, per esempio, antico nome gallese legato alla prevedibilmente truce leggenda di una principessa illegittima affogata nel fiume Severn e trasformata in ninfa. La versione celebre della storia era quella di Goffredo di Monmouth, ripresa poi da Milton nel 1634 in Sabrina Fair, ma francamente il nome rimase alquanto raro finché il commediografo S.A. Taylor non lo scelse per la protagonista di una certa commedia – il cui adattamento cinematografico conosciamo tutti. Ricordate la scena in cui la signora Larrabee domanda spazientita come fa un autista a chiamare la figlia Sabrina e Linus/Larry le risponde “E come doveva chiamarla, Volante?” In realtà l’autista Fairchild era stato molto letterario e molto inglese.Fiona

Nel 1760 James MacPherson tentò per far passare per un caso del genere il nome Fiona, supposta antichità celtica. Ma d’altra parte, in una specie di prescienza dell’arte del caso letterario, MacPherson stava cercando (con un certo successo) di far passare per antichità celtiche tutta la sua poesia ossianica, per cui forse possiamo considerare Fiona un peccatuccio minore. Mi si dice che negli ultimi anni il nome si stia diffondendo in Germania come se piovesse. Merito di MacPherson, mi domando, o merito di Shrek?

Ma d’altra parte, come si vede nello scambio di battute in Sabrina, un nome eccentrico è un nome eccentrico – e ho il sospetto che le prime Pamela, Vanessa e Jessica/Gessica siano state accolte con lo stesso genere di scetticismo e incredulità assortiti che oggi riserviamo ai nomi da gossip o da soap opera. Con la differenza che, se lo sa, la bimba*** può stupire tutti annunciando che il suo è un nome letterario, thank you very much.

______________________________________________

* Comunissimo negli Stati Uniti, dove resiste saldamente tra i cento nomi più diffusi dal 1977 a oggi.

** Per dire, Anna dai Capelli Rossi di cognome fa Shirley.

*** Perché avrete notato trattarsi di nomi femminili…

Ago 9, 2017 - musica, tradizioni    No Comments

Catch a Cockney Star ♪♪♪

58bcb18e44b4cb5161ccf33f95e93aa2--winnie-the-pooh-nursery-disney-quotesDomani, a dire il vero – e a dirlo ancor di più, la mia perseide minima e non negoziabile quest’anno l’ho già vista, bellissima e con settimane di anticipo, e in luogo misericordiosamente disinfestato.

Se in queste sere si riuscirà a sistemarsi in giardino a naso in su è ancora tutto da vedersi…

Ma insomma, è (quasi) San Lorenzo, e quindi, quanto meno, eccoci qui con la canzone di rito. Questa volta è il turno di Gary Holton, con questo fantastico accento cockney:

Ecco qui, o Lettori. Felice caccia alle perseidi.

 

Ago 7, 2017 - posti, Storia&storie    No Comments

Imperi Perduti – Una Collezione

Questo, abbiate pazienza, è un post vagamente sentimentale. Ma il fatto è che l’altro giorno si parlava con C. d’imperi – imperi che finiscono, imperi di cui resta l’ombra, imperi che si sfanno in polvere –  e la discussione mi ha portata a rimuginare sulla mia personale collezione d’Imperi Perduti – o quanto meno sulle ombre che ne ho trovato, in loco, talvolta molto altrove, e tra le pagine dei libri.

lisbon-cathedral.jpgLisbona è una città bizzarra. Triste, grandiosa e trascurata, costellata ancora di rovine del terremoto del 1746, con la sua torre sul Tago, l’Alfama afosa e sudicia aggrappata attorno al rudere del castello, e caravelle dappertutto. Caravelle nei musei, ex voto in miniatura nelle chiese, giostre per i bambini, stilizzate nei marchi, nei simboli – ovunque. L’impressione è di orgoglioso abbandono, come se tutta la città sussurrasse di continuo: che importa? Lasciate che tutto crolli: l’Impero è perduto, che importa, ormai?

A Londra invece si passeggia per lo Strand circondati da edifici dai nomi come Australia House, Zimbabwe House, High Commission of India, Commonwealth Secretariat, Quebec Government Office… e benché sia passato più di un secolo da quando Kipling scrisse il suo Recessional, nei negozi di tè si trovano ancora sacchetti che portano tutti i nomi del mondo, Tuvalu nel Pacifico rifiuta pervicacemente di avere altro sovrano che la Regina d’Inghilterra, le università pullulano dei figli del buon vecchio Commonwealth, e tutta la città pulsa e ferve ancora con l’aria di deliberata alacrità che si confà al cuore di un mondo intero. Se è svanito dagli atlanti, l’Impero qui è vivo in spirito.Komsomolskaya_Square.jpg

A Mosca c’è la piazza Komsomolskaja, su cui si affacciano tre enormi stazioni ferroviarie più una: quella Primi Novecento della linea per Sanpietroburgo, quella a forma di yurta della Transiberiana e la stazione dall’aspetto asiatico della ferrovia di Kazan, a cui si aggiunge un capolinea della metro in stile neoclassico. La piazza è enorme, affollatissima, e a tutte le ore brulica di gente in partenza e in arrivo. Non so se sia ancora così, ma una quindicina di anni fa le halls colossali erano stipate di Russi ed ex-Sovietici di ogni possibile etnia, inverosimilmente carichi di bagagli, rumorosi, seduti per terra, occupati a spingere, a sgomitare e a litigare tra di loro in una babele di lingue. Anche se l’impero è franato ormai ripetutamente, ha lasciato dietro di sé, quanto meno, un centro nevralgico vivo nella Komsomolskaja.

Sbarcando a Sanpietroburgo, poi, si trova (o almeno si trovava quei quindici anni orsono) quel bizzarro fenomeno per cui, persino sulla Nevskij Perspektiv, le facciate dei palazzi sono meravigliose, ma guai a muovere un passo oltre la soglia: dietro tutto è abbandonato e sudicio. L’intera città, con le sue prospettive perfette, Santa Maria di Kazan come una San Pietro nera, i giorni lunghissimi e gli scorci incantevoli, sembra una quinta teatrale: magnifica e fasulla. Viene da chiedersi se l’Impero, quello che intendeva Pietro il Grande, sia mai esistito per davvero.

baalbek-Temple-of-Jupiter.jpgÈ quasi un paradosso che l’Impero di Roma io l’abbia visto per la prima volta in Libano. No, non è vero, naturalmente: ogni volta che torno a Roma me ne innamoro un po’ di più, e però ogni tanto, mentre ammiro i Fori, o la Basilica di Massenzio, o una qualsiasi altra meraviglia, non posso fare a meno di domandarmi – con uno stringimento di cuore – che effetto farebbe la città a un antico Romano che potesse vederla adesso. E la risposta non è confortante: un disperato smarrimento nel vedere i ruderi di ciò che aveva creduto solidamente immutabile*. Forse è per questa malinconia che non penso troppo volentieri all’Impero, quando sono a Roma. Per paradosso, come dicevo, la sensazione è stata tutt’altra quando a Baalbek mi sono trovata di fronte i colossali templi della periferia, dov’era più importante che mai lasciare impronte possenti. All’ombra di quelle formidabili affermazioni di pietra, la possenza di Roma mi ha colpita con una forza sconcertante. Là dove non mi appare smussato dalla storia successiva, l’Impero ha lasciato dietro di sé fantasmi molto solidi, molto indubitabili.

Vienna è sotto molti aspetti un’adorabile città, ma dopo avere letto Joseph Roth non l’ho più vista con gli stessi occhi. L’Impero di Roth, degli Asburgo, delle molteplici etnie raccolte sotto un’idea, l’Impero della mia nonna friulana** che dava a suo figlio i nomi del penultimo imperatore, quell’Impero Cripta.jpgelefantiaco, multilingue, ordinato nel suo disordine, austero, lento e immutabile è morto con Franceso Giuseppe e si è decomposto con la Prima Guerra Mondiale. Certo non è nelle vetrine delle pasticcerie in forma di sacher-torten o pasticcini serviti a legioni di turisti, non è nelle onnipresenti mozartkuegeln, non è nelle figuranti in abito da Sissi che si fanno fotografare nelle piazze e nei parchi, non è nelle canzoni sentimentali che i violinisti suonano nei ristoranti. Dell’Impero Vienna ha sposato un’oleografia edulcorata, consolante per il carattere nazionale e buona per il turismo, tradendo l’idea sovrannazionale, antichissima e variamente sacra. Di quella resta soltanto la Cripta dei Cappuccini nel Neue Markt.

E per finire, ho avuto il dubbio ma indimenticabile privilegio di vedere il crollo di un impero, quello sovietico. Non parlo tanto delle immagini televisive – nemmeno dell’ultimo ammainabandiera della falce e martello dal Cremlino – ma di qualcosa di più piccolo che ho visto di persona: gli sconsolati soldati sovietici in quella che, nell’agosto del 1990, era ancora la Germania Est, naufraghi di uno stato che non aveva di che riportarli a casa né pagare loro uno stipendio. A Lipsia pattugliavano pro forma la stazione, una manciata di Caucasici con le uniformi disordinate e il passo stanco di chi non sa bene che cosa sta facendo. A Dresda, giovanissimi e macilenti, sedevano in fila sulle panchine davanti alla Pinacoteca, inseguendo il sole o l’ombra a seconda dell’ora, perché non avevano dove altro andare nelle ore di libera uscita. A Berlino si sporgevano da dietro la garitta del monumento al Milite Ignoto Sovietico, implorando i turisti (in Inglese molto approssimativo) di comprare una mostrina, una bustina, un paio di guanti… i brandelli del loro Impero in sfacelo. È qualcosa che non dimenticherò mai.

In tutta la sua gloria di ricordi veri e propri, polvere di biblioteca e wishful imagining, questa è la mia collezione. Che volte farci? Ciascuno è sentimentale a modo suo.

E voi? Voi ne avete d’imperi perduti?

____________________________________________________________________________

* Mutatis mutandis, non posso fare a meno di pensare alla scena de Il Pianeta Delle Scimmie in cui Charlton Heston scopre sulla spiaggia un frammento della Statua della Libertà. IPdS, e quella scena in particolare, ha dato origine a molti incubi della mia infanzia.

** Friulana e un po’ slovena, truth be told. Ma lei, a detta di suo figlio, si considerava asburgica.

Di Nomi, D’Estate E Di Discendenze Imperiali

agosto,augusto,lingue,impero romano,impero britannicoMentre non guardavo, mentre ero immersa nella frenetica preparazione di Shakespeare in Words, Agosto è piombato su di me a tradimento…

Vogliamo parlarne, di agosto?

Agosto è nato sesto mese – Sextilis – poi diventato ottavo, poi ha preso il suo nome da Augusto, che se lo scelse come mese celebrativo.

Avete idea di quante lingue abbiano conservato o assorbito almeno una traccia, un’eco o una radichetta del nome latino? E ovviamente non sto parlando soltanto di lingue neolatine – o non varrebbe la pena di menzionare la faccenda. State a sentire:

In Afrikaans si dice augustus

In Albanese Gusht

In Arabo, accanto ad altre forme, أغسطس, che si trascrive ʾUġusṭuṣ

In Azero Avqust.

In Basco Abuztua.

In Bosniaco Avgust.

In Bulgaro Август che, sulla base della mia limitata conoscenza del Cirillico, si trascrive Avgust.

In Catalano agost

In Cingalese අගෝස්තු (agostu)

In Danese August

In Dhivehi (che è la lingua parlata alle Maldive) Augastu

In Olandese augustus

In Estone august

In Filippino agosto

In Francese août

In Galiziano Agosto

In Georgiano Agvist’os

In Tedesco August

In Greco Αύγουστος (Avgoustos)

In Ebraico Ogust – e il mese parallelo nel calendario ebraico si chiama Av (אב)

In Ungherese augusztus

In Islandese Ágúst

In Indonesiano Agustus

In Italiano, ovviamente, agosto

In Lettone Augusts

In Lituano rugpjūtis

In Malese Ogos

In Maltese Awissu

In Persiano اوت و آگوست (Agust)

In Portoghese agosto

In Rumeno august

In Russo, come in Bulgaro, авгуcт, ovvero avgust

In Samoano aukuso

In Serbo di nuovo авгуcт (avgust)

In Sloveno Avgust.

In Spagnolo agosto

In Swahili Agosti

In Svedese augusti

In Turco Ağustos

In Gallese Awst

Dove non sono arrivati né l’Impero Romano né Cirillo&Metodio, apparentemente, è arrivato l’Impero Britannico, in quella che mi piace considerare un’ulteriore stampella a supporto della mia pet theory secondo cui gli Inglesi sono stati i Romani del mondo moderno, conquistando mezzo mondo e lasciandoci la loro lingua, i loro ponti e le loro leggi ben dopo che se n’erano andati. E questo piccolo elemento di continuità mi piace assai.

Mi pare che fosse Kipling a dire che un impero si estende fin dove arriva la forza delle sue parole. Di sicuro, un impero, nel defluire lascia molte pietruzze ben piantate nel terreno.

Buon agosto a tutti.

Salva