Ott 12, 2016 - teatro    No Comments

Campogalliani70 – Intervista a Maria Grazia Bettini

Rieccoci qui con la serie di interviste in celebrazione del settantesimo anniversario dell’Accademia Campogalliani, e alla scoperta di storia, avventure e meraviglie della più longeva e premiata compagnia amatoriale d’Italia. Oggi si parla di regia.

GraziaMaria Grazia Bettini, regista e direttore artistico, come sei approdata all’Accademia Campogalliani?

Ho iniziato a fare teatro come attrice in una piccola compagnia del paese dove sono cresciuta. Sognavo di fare l’attrice ma, come tanti, avevo i miei genitori che disapprovavano e mi chiedevano di rinviare a dopo gli studi classici. Terminata l’Università e prese altre strade, ho deciso di provare in una compagnia importante di Mantova e quindi ho chiesto al Direttore artistico della Campogalliani. Aldo Signoretti mi aveva visto recitare e aveva apprezzato una mia regia (Aspettando Godot di Becket), e dopo un’esperienza come attrice mi ha proposto di affiancarlo nella regia. La visione e l’entusiasmo sono schizzati alle stelle e non ho mai smesso in questa attività.

Il tuo spettacolo preferito in questi anni?

Ne ho molti, ma Gli Occhiali d’Oro, che Alberto Cattini ha ridotto dal romanzo di Giorgio Bassani, rimane nel mio cuore come il preferito. Avevo letto il romanzo e visto il film. La sceneggiatura era stata pubblicata proprio grazie al Professor Alberto Cattini, critico cinematografico, al quale ho proposto questa avventura teatrale. I temi di grande attualità (omosessualità, razzismo, prevaricazione, dittatura, etc.) potevano essere riproposti al pubblico con una nuova scrittura. Avevo gli attori perfetti (Mario Zolin, Diego Fusari, Andrea Flora, Rossella Avanzi e tutti gli altri), che mi hanno seguito nella costruzione di uno spettacolo fatto a flash, come lampi di vita e di memoria. Ho sentito più di altre volte di avere ottenuto un risultato che arrivava diretto al cuore e alla mente degli spettatori. Quello che desidera di più un regista!

 E il titolo che prima o poi vorresti proprio dirigere?

Ogni regista ha nel cassetto dei testi  “desiderati”, tra cui un Dracula , Rumori Fuori Scena, e Il Giardino Dei Ciliegi, ma con la Campogalliani molti sogno li ho realizzati.

Che cosa spinge un attore verso la regia?

Il controllo di tutti gli elementi dello spettacolo, perché ha una visione globale. Il regista interpreta il testo oppure ne fa una lettura fedele e quindi dirige gli attori e tutti i collaboratori verso la propria idea. Io tendo per carattere a provare soddisfazione proprio nell’esprimermi attraverso tutto lo spettacolo e non solo attraverso il personaggio. Leggere un testo e capire che lo si vuole veder vivere sulla scena come se prendesse vita nuova, rappresenta per un regista la realizzazione della propria immaginazione e fantasia artistica. Naturalmente il regista deve scegliere un testo se ha gli attori e le possibilità tecniche e di spazio, e non solo per il desiderio di farlo.

Tra le tante compagnie amatoriali italiane, che cosa rende la Campogalliani speciale – e così longeva?

La continuità, la longevità, la crescita dipendono solo dalle persone che compongono la compagnia e che mettono da parte le antipatie, gli asti, le invidie e anche solo i diversi modi di vedere le cose per l’obiettivo principale, che è fare teatro di qualità.

E adesso? Che cosa vi proponete per i prossimi settant’anni?

Sicuramente altri 70 anni, e questo significa far crescere nuovi artisti in tutti i campi. La Scuola che dirigiamo è pensata proprio per questo motivo: trovare attori, tecnici e anche semplici innamorati della Campogalliani, per farla continuare nel tempo.

In bocca al lupo per i prossimi settant’anni, allora – e grazie. Campogalliani70 torna la settimana prossima, e sarà la volta di un attore…

Passa Il Pacchetto

The History BoysA un certo punto di The History Boys, Alan Bennet – sul quale si può sempre contare per qualcosa di straordinariamente acuto, spiritoso e struggente al tempo stesso – fa dire all’eccentrico insegnante Douglas Hector che a volte, con la grande letteratura, ti capita di imbatterti in…

…un pensiero, una sensazione, un modo di vedere che avevi creduto speciale e solo tuo. E invece eccolo lì, scritto da qualcun altro, qualcuno che non hai mai conosciuto, qualcuno che magari è morto da un sacco di tempo. Ed è come se quella persona saltasse fuori e ti prendesse per mano.*

A chi non è mai capitato? Si sta leggendo ed ecco che… capita in modi diversi: un senso di familiarità, come ritornare in un posto dove si era stati tanto tempo fa, oppure una folgorazione: ma sono io! Posso anche confessare un momento del genere particolarmente vivido con L’Ussaro Sul Tetto di Giono, quando Angelo cammina nei boschi e sente una musica di provenienza incerta e per un istante pensa che sia lì per lui** e rimane quasi deluso nello scoprire un soldato che suona su uno strumento saccheggiato…
Ma non è questo il punto.

Il punto è che ho ritrovato un’annotazione (a proposito di  DigVentures, credo) in cui quest’idea era applicata alla storia – e in particolare all’archeologia, con la differenza che è l’archeologo ad allungare la mano verso il passato, nella forma un frammento di vaso o della traccia lasciata dalla lama di un’ascia.bread-burial-plate-flat-nk

E in effetti… Non vi è mai capitato, in un museo egizio, di commuovervi di più davanti a una pagnottella pietrificata che davanti a tutti i sarcofagi e alle maschere d’oro, perché nella pagnottella si concentrava tutto quello che non è mai cambiato troppo? Perché avevate la sensazione che chiunque avesse impastato e cotto quella pagnottella ve la stesse in qualche modo allungando attraverso i millenni?
Oppure le bolle di consegna. Quegli involucri sigillati che i mercanti sumeri mandavano insieme alla merce: arnesi panciuti di argilla, dentro i quali c’erano delle specie di gettoni a forma di pecora, pesce, rotolo di stoffa, orcio, sacco di granaglie… E chi riceveva era in grado di controllare che la spedizione fosse integra – anche se non sapeva leggere. Bolle di consegna.

Capita di riconoscere in un oggetto un gesto, una necessità, una pratica, una piega della natura umana, e sono queste gemme di parentela lontana che il romanziere storico, il biografo, l’insegnante, il divulgatore, l’archeologo cercano e usano nello sforzo di gettare ponti tra il lettore/studente/ascoltatore e ciò che è successo in un passato più o meno lontano.

Come Gianni Granzotto, che nelle sue ricerche su Annibale trova Himilce, la bella e nobile moglie di cui si sa poco più che il nome, in un paio d’orecchini d’oro provenienti da una necropoli andalusa.

O come i miei implumi, che cominciarono ad appassionarsi a Dickens scoprendo che, con i suoi ritmi di pubblicazione settimanali, lavorava come un autore televisivo dei nostri giorni.

O come Bryher, che decanta come somma felicità della ricerca quella di ritrovarsi tra le mani un pezzetto di quella che era la verità agli occhi di un Elisabettiano – minuscola tessera di un rompicapo destinato ad essere sciolto forse da qualcuno che non è ancor nato.

English: portrait of Alan BennettE questo ci riporta di nuovo a Bennet e a Douglas Hector che, nel congedarsi definitivamente dai suoi allievi in un momento à la Dead Poets Society, li esorta a “passare il pacchetto”***.

A volte è tutto quello che potete fare. Prendetelo, sentitelo, e poi passatelo. Non per me, non per voi stessi, ma per qualcuno, da qualche parte, un giorno. Passate il pacchetto, ragazzi. Ecco il gioco che voglio che impariate. Passatelo.*

Mi piace pensare che anche i romanzieri storici giochino a questo gioco – o che, quanto meno, possano giocarci. Credo che per giocarci debbano impacchettare la gemma in molti strati di storie fittizie, licenze narrative, fatti inclinati a 45° e tinti di violetto – perché essendo romanzieri, raccontano storie, e se le cose che raccontano non sono storie funzionanti, non sono più romanzieri. Però credo anche che non possano giocare barando. Se invece di ritrarre un periodo con i suoi splendori e le sue brutture, le sue credenze, le sue paure e la sua forma mentis, scelgono di presentare gente contemporanea in costume intenta a scintillare in mezzo ai retrogradi e meschini pregiudizi del tempo – e soprattutto se annegano qualsiasi senso del periodo nell’ansia di offrire protagonisti politically correct – allora non stanno più giocando al gioco di  Bryher.

Può darsi che stia ancora giocando a quello di Bennet – può darsi che il lettore, scartando pagina dopo pagina, ritrovi frammenti di se stesso, se non frammenti di contatto attraverso i secoli.

Ma se è davvero bravo e intenzionato a farlo, il romanziere storico dovrebbe saper impacchettare nella sua storia premi che luccicano in entrambi i modi.

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* Traduzione mia.

** Essendo un ussaro napoleonico, non pensa in termini di colonna sonora personale, ma quella è l’idea…

*** Ecco, e qui la cosa perde un po’ d’impatto perché Passare il Pacchetto è un gioco diffuso nel mondo anglosassone – o se esiste anche da noi, non ne ho mai sentito parlare. I giocatori sono seduti in cerchio e, a suon di musica, si passano un premio avvolto in numerosi strati di carta. Ogni volta che la musica si ferma, chi si ritrova in mano il pacchetto rimuove uno strato di carta – trovando qualche volta una citazione, qualche volta una penitenza, qualche volta uno scherzo, qualche volta un premio minore, qualche volta nulla. Quando la musica riprende si ricomincia, e chi toglie l’ultimo strato vince il premio.

Ott 7, 2016 - teatro    No Comments

Campogalliani70 – Intervista a Francesca Campogalliani (parte II)

MrsHE rieccoci con Francesca Campogalliani, proprio ieri sera deliziosa Signora Higgins nella ripresa al Teatro Sociale del fortunatissimo Pigmalione diretto da Grazia Bettini.  Abbiamo parlato della nascita e dell’evoluzione dell’Accademia, e di una felicissima carriera iniziata come regalo di maturità, sotto minaccia materna d’interruzione alla prima bocciatura universitaria – bocciatura che non venne mai, per fortuna. Ma questa madre che non minacciava a vuoto mi ha incuriosita…

La sua mamma non era coinvolta nelle attività dell’Accademia?

Assolutamente no. Mia mamma aveva due lauree in materie scientifiche ed era del tutto estranea al mondo dell’arte. I miei hanno avuto una vita bellissima, per loro stessa ammissione, anche perché non sono mai entrati troppo l’uno nel lavoro dell’altro. In casa c’erano ruoli molto definiti: mia mamma era un’organizzatrice perfetta, e mio padre non sapeva niente della vita pratica, e sono andati  benissimo così. Lui ha potuto svolgere il suo lavoro a un metro da terra perché mia mamma glielo ha permesso. Non si è mai fatto una valigia, non ha mai prenotato un aereo – e come stessero le cose si è visto fin dal primo appuntamento, quando è andato a prendere mia madre nella farmacia sbagliata. Da parte sua, mia mamma lo ha seguito nelle sue attività, ma per lo più non distingueva un baritono da un tenore.  In casa si è sempre detto che in due facevano una persona completa.

E chissà se una complementarità di caratteri ben assortiti non sia anche uno dei segreti della vostra ottima e lunga riuscita. Se non sbaglio, settant’anni fanno di voi la più longeva compagnia amatoriale d’Italia: che cosa è cambiato in questi decenni, e cosa è rimasto immutato?

Sono rimasti i principi secondo i quali l’Accademia è stata fondata. Nessuno di noi viene remunerato in alcun modo. Se uno di noi occupa un posto regolare paga il suo biglietto. C’è una grande correttezza reciproca su cui nessuno ha mai discusso. Non è cambiato l’impegno, e non è cambiata la passione… Quel che è cambiato è che tutto è diventato più intenso e impegnativo. La qualità è sempre quella, ma un tempo – prima che questo teatrino fosse un teatrino – una commedia si faceva una volta o due al Sociale, poi si andava una volta a Pesaro, a Montecarlo, a Vichy – e tutto finiva. Non c’era la stagione che si è andata consolidando e allungando nel tempo, e c’era per lo più un regista unico, Aldo Signoretti. Adesso, con due registi e numerosi attori, possiamo diversificare i cast e fare tre o quattro titoli nuovi ogni stagione – e naturalmente insieme all’impegno si sono moltiplicate le necessità organizzative e di comunicazione. La sostanza non è cambiata – ma i modi sì. Gli ideali della fondazione sono rimasti intatti – e non è cosa da poco.

Prima accennava al teatrino. Come ci siete arrivati?about_2

Nei primi anni Cinquanta la marchesa d’Arco ha ceduto questa, che era la scuderia. Il pavimento era tutto a livello del palcoscenico, e noi l’abbiamo presa in carico come sala prove. Poi pian piano, a nostre spese, abbiamo fatto scavare il pavimento e aggiunto le sedie, abbiamo acquisito i camerini, i servizi, la parte di sopra e, dopo varie fasi a seconda delle necessità e del gusto, nei primi anni Settanta era già tutto più o meno come lo si vede adesso. E tengo a dire che l’abbiamo sempre tenuto perfettamente a norma – un impegno non da poco. Noi troviamo che abbia un calore e un’atmosfera particolari. C’è un rapporto speciale tra palco e platea, qui. Addirittura, quando siamo in un teatro grande il pubblico ci sembra così lontano…

Posso dire che vale anche dal punto di vista del pubblico: venendo qui molto spesso mi sono abituata a quel calore tra palco e platea di cui parla – e ne sento la mancanza in teatri più grandi. E credo di non essere la sola: tutta Mantova ha un rapporto speciale con la Campogalliani.

st_014_05Ogni anno vengono qui più di quattromila spettatori. Un discreto numero, perché qui i posti sono 64, e quindi significa tante serate a platea piena. D’altra parte, la Campogalliani è stata parte del tessuto culturale cittadino in modo continuativo fin dal ’46 – anche perché a suo tempo ha raccolto in sé le filodrammatiche che c’erano prima della guerra. Il contatto con la vita culturale cittadina c’è sempre stato. Le istituzioni non si sono sempre occupate di noi, devo dire. Ma c’è di buono che questo ci ha resi liberi, ci ha dato facoltà di fare qui quello che volevamo e vogliamo – nella scelta dei testi, dei tempi, della programmazione… in tutto. Però abbiamo collaborato con il comune e con tante associazioni – non soltanto in questo anno così particolare – e l’abbiamo sempre fatto con piacere. Io ho una grande nostalgia della collaborazione davvero esemplare con l’Accademia Virgiliana, durante la presidenza del professor Zamboni. Oltretutto c’erano degli intenti comuni, un senso di servizio fatto alla città che non sempre si trova. Giorgio parlava della necessità di unire le forze per creare di più. Noi non avremmo mai fatto D’Annunzio, se non fosse stato per lui – e forse avevamo qualche dubbio in partenza, ma fin dalla prima prova il testo ci ha sedotto. E il pubblico ha risposto davvero molto. E poi c’è stato Bibi e il Re degli Elefanti, e Di Uomini e Poeti… Secondo me Giorgio Zamboni vedeva lontano, e chissà con che cosa avremmo continuato. Un bell’esempio di collaborazione tra istituzioni – ammesso che noi possiamo considerarci un’istituzione.

Senza dubbio un’istituzione di fatto, come minimo…

Sì, direi che con la Campogalliani Mantova ha un bell’esempio di quello che possono la passione, la volontà, la cultura teatrale in mano a persone che veramente sanno ricreare e diffondere gli onori del palcoscenico. Abbiamo sempre perseguito un’opera di diffusione culturale, e il pubblico di Mantova e provincia ha sempre riconosciuto il nostro impegno. Questo è fondamentale, perché il pubblico per noi è l’altra metà del cielo, e ci ha sempre, ma proprio sempre gratificati e seguiti – e non è cosa da poco. Credo che un po’ ce lo siamo meritato. Lo dico senza falsa modestia, perché la falsa modestia è un peccato quasi capitale. Ci siamo fatti un nome e un seguito – e qui si sperimenta una vita particolare, sembra di vivere due volte.

E con questo abbiamo finito. Grazie, Francesca, e buon lavoro nell’intensissima stagione, nelle celebrazioni del settantennale e negli eventi di Mantova Capitale. A prestissimo. E la settimana prossima tocca a Maria Grazia Bettini.

Ott 5, 2016 - teatro    No Comments

Campogalliani70 – Intervista a Francesca Campogalliani

LogoInizia oggi una serie di post in celebrazione dei settant’anni dell’Accademia Teatrale “Francesco Campogalliani”, storica compagnia amatoriale mantovana. In una serie di interviste incontreremo attori, registi, tecnici, allievi e spettatori, che ci racconteranno la “loro” Campogalliani.

Naturalmente io sono di parte: collaboro con l’Accademia dal 2010, cosa che sognavo da fare fin da bambina, e da anni non perdo uno spettacolo delle loro ricchissime stagioni e dei loro Lunedì… Quindi è con amicizia e affetto che ho intervistato questa squadra di appassionati cultori di teatro.

Cominciamo con Francesca Campogalliani, figlia del fondatore, nipote e namesake del dedicatario, presidente, attrice, costumista e spesso anche cuoca nelle cene in cima al Teatrino d’Arco…

Cara Francesca, per cominciare ci racconta com’è nata l’Accademia? Francesca

L’Accademia Teatrale “Francesco Campogalliani” è nata nel 1946 per volere di mio padre Ettore. È nata sicuramente dal momento storico, dai fermenti vitali del dopoguerra – ma anche da ragioni familiari, e non è un caso se porta il nome di mio nonno. La mia è una famiglia di tradizione teatrale. I miei avi sono stati burattinai fin dal 1775, e uno dopo l’altro hanno condotto questa attività a dignità d’arte. Il padre di mio nonno ha portato la baracca dei burattini dalle piazze nelle sale, e mio nonno l’ha portata dalle sale nei teatri veri e propri – senza perdere del tutto le piazze, perché questa è la caratteristica dell’attività del burattinaio. E l’arte burattinesca richiede anche di saper recitare, tant’è vero che tra gli spettatori di mio nonno c’erano regolarmente attori come Ermete Zacconi ed Ermete Novelli, con tutta la compagnia, ammirati dalla sua capacità attoriale. Per di più mio nonno era stato direttore artistico di una filodrammatica “Ermete Novelli”, nella quale mio padre debuttò a sedici anni, nel 1919, recitando un canto di Dante, per non smettere più. Sua compagna di palcoscenico, ad esempio, era Nella Maria Bonora, che proprio mio nonno avviò alla professione. Quindi c’era una tradizione vivissima in famiglia. Mio padre raccontava che mio nonno era un magnifico attore, non solo con i burattini, ma anche in persona, come si diceva allora. E con lui recitavano la nonna Maria, sua moglie – che da sarta, per amore, era diventata burattinaia – e lo zio Carluccio, cioè Carlo Campogalliani, il regista cinematografico. Da tanta tradizione e passione per la prosa, forse non poteva non saltare fuori questa accademia… Mio padre in realtà si era instradato allo studio della musica, perché pur desiderando fare il burattinaio sapeva di non poter mai diventare bravo come il nonno, e quindi aveva scelto un altro ramo – sia pur sempre in campo artistico. Ma in realtà era anche un magnifico attore, di grande classe, bravura e naturalezza – anche se non sapeva mai le parti. E quindi la felice di combinazione di  tradizione familiare, passione, e momento storico hanno prodotto quasi naturalmente questa accademia nel 1946.

Se le chiedessi tre momenti fondamentali che hanno segnato l’evoluzione della Campogalliani?

SignorettiDomanda difficilissima. Come quando ti chiedono che cosa vorresti portare sull’isola deserta… Come si fa a scegliere? Ma uno è sicuramente l’ingresso di Signoretti dopo due o tre anni dalla fondazione. Aldo Signoretti è stato la nostra guida, l’anima della Campogalliani. Mio padre era il fondatore, ma non aveva nessun senso pratico. Invece Aldo aveva il piglio del regista, la sicurezza di una cultura teatrale vastissima, una grande passione e una grande fedeltà agli ideali di amatorialità – se mi si passa il termine – con cui l’Accademia era stata fondata. Ha condotto dapprima un manipolo di coraggiosi, e poi un gruppo sempre più numeroso di attori bravi, volonterosi, capaci di sacrificio e appassionatissimi, fino ai traguardi che abbiamo raggiunto.
Poi l’ingresso di tante altre persone, in particolare Maria Grazia Bettini, succeduta Aldo come direttore artistico e regista. Lui stesso l’ha scelta, perché vedeva in lei non solo le capacità ma anche l’autorevolezza che è indispensabile per questi ruoli.
E poi certe trasferte memorabili che punteggiano la nostra attività, confermando i successi mantovani e premiandoci con tanti riconoscimenti e belle critiche lusinghiere – senza che ci sia mai stato regalato nulla. Ricordo per esempio il Festival di Montecarlo nella seconda metà degli anni Cinquanta e, più memorabile di tutte, la trasferta in America, ad Albany e New York, nel 1988. È stato uno dei nostri apici, e ci ha fatto crescere molto – persino nella considerazione di noi stessi. Dopo tutto, non molte compagnie amatoriali possono vantare qualcosa di simile. Abbiamo recitato gli Innamorati di Goldoni, nostro spettacolo storico, rimasto in piedi per decenni. Non voglio usare il termine avventura, perché gli Americani ci hanno organizzati in modo molto preciso e accurato e noi siamo stati, direi, all’altezza delle loro aspettative. Quindi non un’avventura, ma una trasferta straordinaria. Abbiamo trovato un’accoglienza perfino affettuosa, con molto riguardo per l’Italia. Noi avevamo inserito nello spettacolo qualche battuta in Inglese, e loro ci hanno usato attenzioni come i programmi di sala bilingui, e un professionalissimo staff a nostra disposizione dietro le quinte. Ci hanno davvero riconosciuto un valore. Avevamo un pubblico di Italoamericani, ma non solo. Dopo ogni recita si incontrava il pubblico, e chi parlava meglio l’Inglese se la cavava meglio – ma c’erano anche tanti spettatori che parlavano e ricordavano l’italiano. Abbiamo incontrato anche alcune scolaresche che studiavano la lingua. Un’esperienza molto densa di emozioni e soddisfazioni.

Veniamo a lei, rampolla di tanta dinastia teatrale: ha sempre voluto recitare? Come ha cominciato?

Ho sempre voluto. Non ho mai pensato di fare la professionista – non credo di averne le qualità né il carattere – però ho sempre chiestoThe-Man-Who-Came-to-Dinner-1939-FE ai miei di farmi recitare. E come regalo per la maturità ho avuto una piccolissima parte in Quel Signore che Venne a Pranzo, di Kauffman, in cui recitava anche mio padre. Facevo la parte della vecchia, e ahimè, da allora ho fatto spessissimo la parte della vecchia. Però ho fatto anche parti molto belle, con grande soddisfazione. Kauffman è stato l’inizio, e poi non ho mai più smesso, se non quando sono nati i miei figli. Quando ho iniziato l’università mia madre mi ha detto: al primo esame che sbagli, ricordati che smetti di recitare – ma io non ne ho sbagliato neanche uno. Forse qualcuno l’avrei sbagliato senza la minaccia – ma sapere che madre l’avrebbe senz’altro mantenuta è stata un’ottima motivazione allo studio. Poi riconosco di non essere mai stata in grado di raggiungere la bravura di mio nonno e di mio padre, ma ho cercato di dare quello che potevo, quello che sapevo – e stare in palcoscenico con mio padre e con tutti i nostri bravi attori mi ha insegnato molto. Io sono una persona timida – pochi ci credono, ma è la verità – ma sul palcoscenico mi sento a casa. Mi ritrovo una faccia tosta che nella vita normale mi pare di non avere, e mi sento veramente a mio agio.

Per oggi ci fermiamo qui, ma non è finita. Venerdì si continua a parlare con Francesca del Teatrino d’Arco, del’evoluzione della compagnia nei decenni e del suo rapporto con la città.

 

Un Regno per Scenario – ovvero, lo Spirito dei Luoghi

 

2PTeresianaParlavamo qualche tempo fa del potere degli oggetti di scena, vero?

Ebbene, Il Testamento di Virgilio alla Teresiana, sabato pomeriggio, mi ha ricordato con una certa energia che il potere dei luoghi non è affatto da meno. E questa volta non sto pensando ai luoghi ricreati dallo scenografo – quella è un’altra faccenda. No, ho in mente i luoghi in cui si recita.

I teatri prima di tutto, s’intende. I teatri sono luoghi deputati a contenere rappresentazioni, pensati e costruiti per essere funzionali a quella specifica attività – e fin qui siamo tutti d’accordo. Poi ci si può dividere sul fatto che alcuni teatri siano più teatri di altri, o quanto meno su quali lo siano di più. A volte è una questione di antica tradizione, a volte invece di atmosfera, consuetudine, pubblico, chimica – o magari di quelle cose che ci sono in cielo e in terra, più che in tutta la filosofia. E immagino anche che per lo più sia una questione molto soggettiva.

Per dire, adoro la Scala, Covent Garden, L’Opera di Roma e quella di Vienna e, contro ogni aspettativa, l’Arcimboldi, mentre l’Opera di Torino e quella di Firenze mi lasciano freddina, e detesto di cuore l’Opernhaus di Zurigo – nonostante ci abbia visto un magnifico Onegin. Ricordo con affetto il New Theatre di Cardiff e il Noël Coward a Londra, e al Romano di Verona sono ambientati alcuni tra i miei più meravigliosi e miliari ricordi teatrali.3750945359

Posso soltanto immaginare che funzioni come, in piccolo, funziona per me con tre teatri di Mantova e Provincia: il Bibiena è bellissimo a vedersi, in teoria una cornice perfetta per quasi tutto – ma non posso  e non ho mai potuto fare a meno di trovarlo un pochino freddo. Il Teatro all’Antica di Sabbioneta è un altro posto incredibile – ma ho due ricordi soltanto: un recital di lirica con un pubblico distratto e disattento, e un mio son-et-lumière con nessuno in platea se non genitori, zii, coniugi, figli e gente che ci eravamo portati da casa. Il posto era magnifico, ma ci sentivamo attorno la Sonnetscompleta indifferenza degli indigeni… Not nice. E poi invece il minuscolo Teatrino d’Arco, ricavato nelle scuderie di un palazzo, strettino e intimo, ha qualcosa-qualcosa. Sarà che palco e platea si guardano negli occhi sarà che è la sede di una storica compagnia e ne ha assorbito lo spirito… Potreste sospettare che io sia di parte, ma credo di non essere l’unica mantovana a sentire la differenza di temperatura teatrale e ideale tra il d’Arco e il Bibiena…Hannibal

E poi ci sono i posti fuori. Quelli che non sono, tecnicamente parlando, teatri – ma sono così perfetti, così ideali. Si fondono con il testo e con l’interpretazione, aggiungono colore e personalità… Ho avuto fortuna, e me ne sono capitati diversi. La Sala Teresiana, l’altra sera, con i suoi scaffali altissimi pieni di tomi antichi, la galleria, i globi del XVII secolo, le teche e i banchi… perfetto per questa storia di ciò che resta  scritto, e ciò che resta otherwise. E Shakespeare in Words nell’Esedra – che non solo è bella ma, essendo rinascimentale e classicheggiante, calza come un guanto alla Roma di Shakespeare. E, qualche anno fa, il Somnium Hannibalis alla Rotonda di San Lorenzo, che non ha richiami storico-ideali con il testo, ma è una cornice di bellezza straordinaria. E molti anni fa, un angolo di cortile in un collegio pavese, con una pergola d’uva e una porticina dalla ringhiera di ferro battuto, che sembrava fatta apposta per l’Uomo del Destino di Shaw…

13912691_10205166157872777_3639161210640259264_nPoi ci sono state le cose non fatte – più di tutto un certo cortile rinascimentale illuminato di taglio a luce ramata, con un palcoscenico per metà smontato. Se avessi potuto scegliere, se fosse stato sicuro, se tante cose – è lì che avrei voluto il mio Somnium. E  ci sono le cose che vorrei fare. Ormai amici e famigliari hanno imparato a riconoscere il luccichio matto che mi compare negli occhi alla vista di un posto, un cortile, uno scalone, una piazza, una facciata, una sala, un tratto di mura che secondo me…

“Sì, sì – teatro. Che meraviglia sarebbe farci qualcosa,” sospirano – e portano pazienza, perché sono rassegnati all’idea che è così che si diventa: si vedono storie e teatro dappertutto.

 

Prismi Narrativi

dilemmaCi sono storie, periodi o personaggi a cui ci si appassiona al punto che raccontarli una volta sola non basta. Ci sono casi in cui la scelta delle forme narrative è quasi un’amputazione. Adottare un taglio, un punto di vista, un tipo di finale esclude necessariamente una quantità di altre possibilità alternative.

Qualche volta ci sono solide ragioni narrative che rendono scelte ed esclusioni quasi necessarie, altre volte si riescono a salvare punti di vista alternativi complicando la struttura della narrazione – altre volte ancora la scelta deve essere netta per l’economia del racconto, ma le alternative sono tutte ugualmente solide o quanto meno ugualmente attraenti.

Che cosa si fa allora? Nella maggior parte dei casi si rimpiange un pochino e si passa oltre; qualche volta si rielaborano le possibilità scartate in altri contesti e altre storie; e infine, caso più raro, si racconta la stessa storia più di una volta.

Non sto parlando dell’avere individuato una nicchia di successo e riscrivere lo stesso libro ancora e ancora finché il pubblico divora – intere carriere letterarie sono state costruite così, ma quello che intendo è diverso. Ci sono scrittori che non riescono a staccarsi da una storia, e dopo averla scritta una volta, magari a distanza di anni, la riprendono in mano ed esplorano i lati che hanno dovuto scartare in precedenza.Reunion

Un caso celebre e viscerale è la Trilogia del Ritorno di Fred Uhlman, composta di tre volumi che, a distanza di anni l’uno dall’altro, raccontano tre volte la stessa storia – con variazioni.

1971 – L’Amico Ritrovato: Hans Schwarz, Ebreo tedesco e alter ego dell’autore, trova e perde il grande amico della sua giovinezza, in una vicenda di affinità elettive, pregiudizi e storia che marcia senza badare a chi e cosa calpesta. L’epilogo è dolceamaro: a distanza di anni Hans scopre che Konradin, che si era allontanato da lui per simpatie naziste, è stato condannato a morte per avere partecipato a una congiura contro Hitler.

1979 – Niente Resurrezioni, Per Favore: anche Simon Elsas, come Hans (e come Fred) torna in Germania dopo un lungo esilio negli Stati Uniti e ritrova i compagni di classe e persino il suo antico amore, l’aristocratica Charlotte. Ma con nessuno di loro Simon riesce a superare il risentimento generato dai ricordi delle umiliazioni che avevano segnato la sua adolescenza. Simon è un Hans più disincantato e il finale non offre consolazioni di sorta.

1987 – Un’Anima Non Vile: è la volta di Konradin von Hohenfels, l’amico perduto, che, prima di salire al patibolo, scrive una lunga lettera a Hans, ricordando con rimpianto la loro amicizia e con rimorso il fatto di non averla saputa difendere. Prima di morire, Konradin cerca di riconciliarsi con Hans, non per giustificarsi, ma per chiedere di essere perdonato delle sue debolezze di ragazzo. Sembrerebbe di essere tornati alla parabola consolante del primo romanzo, se non fosse che il padre di Konradin contravviene alla richiesta del figlio e non recapita la lettera ad Hans.

Non ho mai letto una biografia vera e propria di Uhlman – nulla di più approfondito delle note biografiche sulla mia edizione Guanda (prestata e mai più rivista *sigh*), per cui ne so giusto abbastanza da essere certa che la vicenda esplorata nella trilogia è autobiografica.

Uhlman2Se dovessi azzardare un’ipotesi, tuttavia, direi che Uhlman ha scritto L’Amico Ritrovato per esorcizzare e risanare. La storia è dolorosa, la ferita aperta, ma la scoperta del fato di Konradin cambia tutto, perché l’amico perduto si è riscattato. Per scrivere questo piccolo romanzo, Uhlman ha dovuto scegliere tra il desiderio di redenzione e compimento e le vecchie amarezze non cicatrizzate – perché non tutto “si aggiusta”, non dopo un dramma devastante come la perdita di tutto un mondo. Niente Resurrezioni raccoglie le domande che non sono destinate a trovare risposta, l’irreparabilità e l’imperdonabilità, e offre un contraltare desolato all’atto di speranza dell’Amico Ritrovato. E Un’Anima Non Vile? Ho l’impressione di vederci due cose: da un lato, il punto di vista di Konradin meritava di essere esposto – dal punto di vista narrativo e in una forma tutta particolare di perdono. Dall’altro, la trilogia aveva bisogno di una chiusura, e non è così amara come potrebbe sembrare. Preso da solo, il terzo romanzo ha tutta l’aria di una sconfitta: il padre di Konradin, che aveva sempre disapprovato l’amicizia del figlio con un Ebreo, riesce ad esercitare l’interferenza definitiva trattenendo la lettera e negando a Konradin la sua redenzione. Ma noi sappiamo che la lettera non è necessaria: Hans saprà per altre vie come è morto il suo amico. Forse non arriverà a capire tutto, ma potrà perdonare, ben al di là del livore del vecchio von Hohenfels. E alla fine, ci dice Uhlman, è questo che conta.

On the other hand, nella maggior parte delle edizioni, la Trilogia viene presentata in un altro ordine: L’Amico Ritrovato, Un’Anima Non Vile e poi Niente Resurrezioni, ciò che cambia significativamente la luce che ciascun volume getta sugli altri… Mi domando – e cercherò di scoprire – se questo ordine fosse un’idea di Uhlman o no.

Morale? Non abbiamo a che fare con tre romanzi brevi – non davvero: Uhlman continua ad esplorare la stessa storia sotto angolazioni diverse, e attraverso scelte narrative complementari, in una serie di variazioni che si combinano in un’unica chiave di lettura. La Trilogia Del Ritorno non è l’ossessione di un sopravvissuto, né un’apertura di cuore spontanea e ripetuta: è una raffinata e intensa dimostrazione del fatto che, parlando di scrittura, la forma è sostanza.

Set 28, 2016 - teatro, virgilitudini    No Comments

Sbirciatina Virgiliana

E siccome sabato si avvicina – e con sabato Il Testamento di Virgilio – lasciatemi recuperare qualche immagine del debutto al Bibiena, back in the day, quando si chiamava ancora Di Uomini e Poeti.

Vario (Diego Fusari) e Clito (Andrea Flora)

Vario (Diego Fusari) e Clito (Andrea Flora)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le Ombre

Le Ombre

 

 

 

 

 

 

 

 

Creusa (Rossella Avanzi), Lavinia (Valentina Durantini) e Amata (Francesca Campogalliani)

Creusa (Rossella Avanzi), Lavinia (Valentina Durantini) e Amata (Francesca Campogalliani)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vario e le Ombre

Vario e le Ombre

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Amata e Virgilio (Adolfo Vaini)

Amata e Virgilio (Adolfo Vaini)

 

 

 

 

 

 

 

 

Quasi tutti

Quasi tutti

 

 

 

 

 

 

 

 

E poi un po’ di prove, ieri sera, fotografate da Maria Grazia Bettini

Provine2P

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E per finire, la bellissima sala della Biblioteca Teresiana in cui si terrà la rappresentazione:

Teresiana

 

 

 

 

 

 

 

 

Nice, isn’t it? E se tutto questo vi facesse pungere vaghezza di venire a vederci, vi ricordo che lo spettacolo è gratuito, ma i posti sono limitati, ed è prudente prenotare al numero 0376 338450.

Vi aspetto in biblioteca?

È un Salmone Che Vedo Davanti a Me?

IdeasNell’ultimo paio di settimane tre persone diverse mi hanno chiesto Dove Trovo Le Idee.

Con le maiuscole, perché è una delle Tre Domande – le altre essendosi Quanto C’è Del Tuo Vissuto e Quanto Tempo Impieghi A Scrivere Un Romanzo… Il che mi fa venire in mente che, per qualche motivo, nessuno sembra interessato a sapere quanto impiego a scrivere un play. Non che ci tenga in particolare – e d’altra parte, come del resto per i romanzi, non è come se avessi una risposta univoca… Mi capita solo di notare per la prima un fatto lievemente bizzarro. Forse ci strologherò un pochino, o forse no – ma non sta né qui né là.

Il punto è che sembra esserci questa convinzione diffusa che trovare le idee sia un problema.

Ecco, in realtà no. Semmai il contrario, perché le idee…Salmons

Avete mai visto quel vecchio documentario della BBC sul mestiere del documentarista? Un metadocumentario, alla fin fine. Well, a un certo punto racconta la storia di una troupe che voleva riprendere i salmoni occupati a risalire non so più quale fiume. Decisero di piazzare un operatore con cinepresa sul fondo – e un altro a riprendere gli sforzi del primo. Ed è così che abbiamo le immagini di un cameraman inglese degli Anni Cinquanta seduto sul fondo di un fiume e travolto dai salmoni. Gli arrivavano addosso fittissimi e senza posa, tanto che il poveretto non riusciva a manovrare la macchina da presa, e poteva solo cercare di difendersi schiaffeggiando salmoni…

SalmonEcco: è questione di abituarsi a vederle, ma una volta avviati è così che funziona con le idee. Salmoni dai fianchi iridescenti, salmoni litigiosissimi che balzano su di voi a frotte strillando “Me! Me! Me! Scrivi me!” – e voi sedete sul fondo del fiume armati di penna e taccuino e cercate di dirigere il traffico a suon di appunti e schiaffoni.

Questa è la risposta che dò in genere alla Domanda – aggiungendo che amici e famigliari levano gli occhi al cielo quando faccio il gesto di afferrare qualcosa e chiedo a nessuno in particolare “È una storia, quella che vedo davanti a me?” à la MacBeth.  Constantinople_1453

E se ci sono domande ulteriori, in genere racconto il mio salmone preferito, tanti anni fa, quando ero ancora molto verde e inesperta e pescavo dalla riva, anziché cercare di non farmi travolgere seduta sul fondo. Immaginate una di quelle vecchie aule a parlamento, all’Università di Pavia – sede centrale. Una le cui finestre danno sul Cortile Teresiano. Lezione pomeridiana. Storia del Medio Oriente. Si parla dell’assedio di Costantinopoli – l’ultimo, quello del 1453, con i difensori disperatamente asserragliati tra mura e acqua, e il giovane Mehmet furibondo perché, con tutta la potenza dell’Impero Ottomano at his beck and call, non riesce in nessun modo a forzare il blocco all’ingresso del Corno d’Oro. E tutti sanno che, finché il blocco tiene, forse – forse Costantinopoli non cadrà.

Battle_of_Zonchio_1499E poi, racconta la Profesoressa Maria Antonia di Casola, una notte i difensori dal lato del Corno d’Oro cominciano a sentire strani rumori nel buio e nella nebbia. Che diavolo staranno facendo i Turchi dall’altro lato? E poi, all’alba, la nebbia comincia a sciogliersi – e… Alberi maestri cominciano a comparire tra i raggi del sole radente, e la foschia che si sfilaccia, e sartiame, e una chiglia dopo l’altra. Le navi ottomane emergono dalla foschia come spettri – là dove non devono, non possono essere.

Nella notte Mehmet ha fatto trasportare una flottiglia per via di terra dal Bosforo al Corno d’Oro – ed è l’inizio della fine. Overland

E in realtà immagino che devano avere capito molto prima dell’alba che cosa stava succedendo, non foss’altro per il rumore – ma nondimeno… Le navi che compaiono come fantasmi, il senso di paura e irreparabilità per gli uomini sulle mura, le campane nella città… Mi dà ancora più di un brividino, a vent’anni dal momento in cui ho visto e riconosciuto il salmone per la prima volta. Una storia. Una storia che volevo scrivere.

E arriverà,  sapete? Ancora non so bene, perché nei decenni si è trasformata in uno di quegli infiniti salmoni in progress, e ha cambiato aspetto in molti modi – ma arriverà.

 

Le Grand Alexandre E Il Senso Degli Affari

Mail:

Certo che Dumas, a cinquanta parole per riga e con i “negri” in ufficio, suona più un affarista che uno scrittore. Mi sa che forse non rileggerò più i moschettieri con lo stesso spirito.

Dumas4A dire il vero, non saprei. Da un lato, il senso degli affari dell’autore non mi sembra un buon criterio nella scelta delle letture, e poi, a voler vedere, forse Dumas apparteneva a quel genere di gente che questo “senso”, una specie di Conoscenza in Astratto, per dirla à la Conrad, a volte dà l’impressione di possederlo in occhiuta e creativa abbondanza – e poi all’atto pratico bisogna dire che non sia affatto così.

Per dire, ne I Quattro Moschettieri, di Nizza & Morbelli si scopre che Dumas aveva con Le Constitutionnel un contratto per 100.000 righe l’anno, a 1,50 Franchi la riga.

N&M proseguono citando il seguente meraviglioso dialogo fra Athos e il servo Grimaud:

– Ebbene?
– Nulla.
– Nulla?
– Nulla.
– Come?
– Nulla, vi dico.
– È impossibile.
– Ne sono certo.
– Ne sei proprio sicuro?
– Eh, diavolo!
– Ah, è troppo.
– È così.

Dodici righe x 1,50 fa un totale di 18 Franchi. Diviso per 24 parole, fa esattamente 0,75 Franchi a parola. Mica male. E pur un pochino estremo, questo è tutt’altro che un esempio isolato del metodo Dumas.
Per farci un idea delle proporzioni, sempre ne I Quattro Moschettieri, si riporta questo lancio pubblicitario apparso su Le Mousquetaire (periodico fondato e diretto da Dumas), per il romanzo (di Dumas) Les Bleus et les Blancs:chapeaux

Per l’abbonamento trimestrale al prezzo di 15 franchi offro alle mie gentili lettrici un cappellino da ballo, da teatro o da serata. Non si tratta già di cappellini fatti in serie, di vecchi saldi di magazzino, accciabattati da mani inabili. Sono graziosissime acconciature che ogni parigina può provare e ordinare dalla modista più in voga, Madame Céline Lambert, 17 Boulevard de la Madeleine. Le abbonate di provincia le scrivano franco di porto, inviandole un campione del loro abito e indicando il loro fiore favorito. Riceveranno senza spesa alcuna un cappellino che permetterà loro di brillare alle feste della sottoprefettura.

15 Franchi = abbonamento trimestrale (compresa spedizione) + cappellino omaggio.

Dal che si constatano un paio di cose. Primo, che l’aspirapolvere in regalo con i punti del latte non è un’invenzione particolarmente nuova; e poi il britannico buon senso nel pagare gli scrittori a parole, anziché a righe…E si considera anche che i contemporanei del Grand Alexandre lo ritenevano un mostro di spirito imprenditoriale ai limiti della sgradevolezza, e si facevano beffe dei suoi metodi (come la pratica di affidare al già citato Maquet ricerche storiche e prime stesure) soprannominandolo Dumas & C.ie – in non proprio benevolo riferimento alla natura, diciamo così, manifatturiera della sua produzione.

OLdDUmasE in effetti Dumas guadagnò moltissimo in vita sua, e sperperò ancora di più in teatri, produzioni faraoniche, amanti capricciose, cantine scavate nella sabbia, padiglioni neogotici in giardino, tentativi di carriera politica, velleità sociali, divorzi costosi, voli pindarici assortiti…

E alla fine morì povero in canna, dichiarandosi padrone di un luigi d’oro – la stessa somma con cui era arrivato a Parigi diciottenne. Un’esagerazione, si capisce, o non sarebbe stato Dumas, ma di sicuro non era poi lo squalo mercantile che i suoi detrattori dipingevano.

Era solo un creatore di mondi, sogni, gente e avventure, cui non pareva abbastanza vedere le sue creature e creazioni confinate in carta e inchiostro. Apparentemente non il tipo di calling che conduce alla prosperità. Se poi questo (ri)faccia di lui uno scrittore e un artista migliore, proprio non so dire – ma francamente ne dubito alquanto.

 

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Set 21, 2016 - Poesia    No Comments

Autunno Poetico

autumn-8.jpgE così siamo d’equinozio – autunno un’altra volta, stagione che ha sempre ispirato grandemente i poeti. Non dico che i prosatori non si siano mai dati da fare, perché foglie cadenti, giorni sempre più corti e quant’altro si prestano ad ogni genere di trattamento metaforico, simbolico o semplicemente decorativo, e pochi romanzi sono completi senza una buona scena autunnale, ma senza dubbio le citazioni che saltano alla mente per prime sono poetiche.

Prima di tutto, credo, Ungaretti, col suo Soldati: si sta come d’autunno sugli alberi le foglie…

Ma subito dopo la povera foglia frale dell’Imitazione di Leopardi, Settembre, andiamo, è tempo di migrare con I Pastori di D’Annunzio, San Martino di Carducci, con la sua nebbia che sale piovviginando agl’irti colli (e pensandoci, dev’esserci anche Alla Stazione Una Mattina d’Autunno, di cui confesso di ricordare solo la caduta di foglie), e la fredda estate dei morti di Pascoli, anche se Novembre forse oggi è ancora un nonnulla prematura.

In qualche modo sarebbe stato innaturale che Gozzano non si occupasse di autunno, e infatti lo ha fatto più di una volta: per i vetri Autunno inonda la bella stanza delle luci estreme ne La Falce, Sire Autunno vuota munifico la sua cornucopia ne Il Frutteto, mentre La Signorina Felicita pensa i bei giorni di un autunno addietro, e l’elenco sarebbe lungo, se si volesse.

Fuori d’Italia, tutti ricordiamo i lunghi singhiozzi dei violini d’autunno di Verlaine forse più per il celebre messaggio in codice del D-Day che per la Chanson d’Automne in sé, e poi ci sono le gelide tenebre e i colpi funerei della legna spaccata nel Chant d’Automne di Baudelaire, e Mallarmé che chiama le nebbie sulle paludi livide – e in compenso Camus dice che l’autunno è una seconda primavera in cui ogni foglia è un fiore: lo so, è prosa, ma ci voleva proprio. Chi avrebbe mai pensato di dover ricorrere a Camus per allietare un po’ l’atmosfera?

E poi veniamo al mondo anglosassone, cominciando con la mia prediletta Miss Dickinson, che in Autumn indossa un gioiello per essere in tono con i vestiti scarlatti dei campi, le gaie sciarpe degli aceri e le guance rubiconde delle bacche. L’autunno di Yeats, invece, è giallo e triste come le foglie umide delle fragole selvatiche in The Falling of Leaves, mentre The Autumn di Elizabeth Barret Browning è una faccenda di vento nei boschi e torrenti gonfi. L’autunno di William Blake è un personaggio carico di frutti e dalla voce allegra che fa danzare le fanciulle, ma è macchiato del sangue dell’uva (To Autumn), e quello di Keats è un tempo di foschie, il caro amico del sole che fa maturare le mele sotto il cui peso si piega l’albero accanto al cottage. E poi (in ordine del tutto sparso) ci sono Shakespeare, che paragona gli alberi autunnali a cori in rovina, Nova Bair, con i suoi pioppi d’ottobre, torce accese per illuminare la via verso l’inverno, Kipling con le sue sere profumate di fumo e le notti profumate di pioggia, e John Donne che riconosce la bellezza alla primavera e all’estate, ma riserva la grazia all’autunno.

E infine rapido passaggio in Germania per Hoelderlin, e il suo autunno – simbolo del tempo che divora se stesso.

Passaggio e caducità, rosso, oro, crepuscolo, frutti, declino, vendemmia, nebbia, bellezza, malinconia, abbondanza e finalità: se c’è una stagione da poeti, forse è davvero l’autunno.

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