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set 13, 2010 - libri, libri e libri    No Comments

In Un Libro

Ci sono quei – più o meno rari, più o meno felici – momenti in cui ci si ritrova in una situazione descritta in un libro.

La faccenda può funzionare in due direzioni diverse. La più comune è quella in cui si legge qualcosa, una scena, una descrizione, un tratto di caratterizzazione, e si pensa “oh, anch’io!”: in pratica, si ritrova la propria esperienza narrata per iscritto. In realtà succede in continuazione, al punto che non ci si fa più nemmeno troppo caso, perché lo scrittore tende a descrivere la natura umana e l’umano comportamento in qualche grado di realismo proprio per consentire al lettore di identificarsi con i personaggi. Per lo più, il lettore se ne accorge in due tipi di situazione: quando questa specie di territorio comune manca – per scelta deliberata o per incapacità – e allora la caratterizzazione dei personaggi diventa illeggibile; oppure quando si ritrova descritto qualche tratto o esperienza che si credeva essenzialmente proprio, e invece è lì, scritto e stampato. Il secondo caso non è necessariamente una bella sorpresa: mi viene in mente la scena de La Santa Rossa, di Steinbeck, in cui Henry Morgan scopre che anche i suoi uomini desiderano Panama con la stessa intensità con cui lui la vuole. Morgan non è eccessivamente grato al suo secondo per la rivelazione e, come a lui, a tutti può capitare di storcere la bocca nello scoprirsi un po’ meno unici di quanto si credesse.

La seconda direzione è quella opposta, molto più nonsense, molto più straniante. Ci si trova in una situazione e, all’improvviso, ci si rende conto di averla già incontrata – in un romanzo. E’ straniante perché si legge sempre con l’incredulità sospesa, e quindi si distingue sempre ciò che sta tra le pagine di un romanzo e ciò che ci si aspetta d’incontrare nella realtà. Quando capita che le due dimensioni s’intersechino, un minimo di soprassalto è inevitabile.

A questo punto posso anche confessare che questo posto è stato motivato dalla lunga camminata per Lavapiés in un tardo pomeriggio caldissimo, in cui il sole madrileno esaltava tutti gli odori, i rumori e le prossimità. La sensazione di essere in un romanzo di Perez-Reverte era straordinariamente forte. Bastava socchiudere gli occhi per ritrovarsi nel Seicento di Alatriste* , uno qualsiasi dei romanzi.

Già che ci siamo, potrei anche confessare che secoli fa, in Collegio, mi sono ritrovata nella corrente di una porta aperta. Avevo una gonna lunga molto leggera, e l’aria la agitava facendo ondeggiare l’ombra nel quadrato di sole sul pavimento. Ero lì che contemplavo la mia ombra (e mi giravo cercando l’effetto migliore) quando mi sono sentita osservata e, girandomi, ho trovato la rettrice che mi guardava con le sopracciglia sollevate. Avete presente la scena de La Rivolta nel Deserto in cui Lawrence sta ammirando la propria ombra negli abiti arabi che Ali gli ha appena regalato, e viene sorpreso da Auda? Ecco…

Meno imbarazzante è stata la volta in cui, davanti al teatro Pergolesi di Jesi, mi sono ritrovata per la prima volta in mezzo a una compagnia di melomani, gente che si ritrova soltanto all’opera, chiama i cantanti per nome e ricorda la Traviata del ’71 a Parigi, il Lohengrin di Vienna e la Bohème di Torino, quando quel soprano bulgaro sbagliò il mi bemolle. Quando avevo letto Buio In Sala, di Camilla Salvago Raggi, avevo preso la descrizione dell’ambiente con il proverbiale grano di sale – grano di sale esploso con notevole botto a Jesi.

Ora, tutto ciò non ha necessariamente molto a che fare con l’esperienza pratica: non molti di noi hanno accoltellato un re o persuaso il coniuge a farlo, ma tutti abbiamo familiarità con i terrori notturni, il rimorso, la disperata volontà di convincersi che tutto va bene e il terribile desiderio di poter tornare a un istante prima che le cose cambiassero irreparabilmente. Ergo, se stessimo parlando di tecniche narrative, anche nella più lontana e improbabile delle situazioni, reazioni e comportamenti dei personaggi dovrebbero essere tali da far vibrare in risposta qualche corda dell’animo del lettore – al momento o, semmai, più tardi.

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* E tutto sommato bastava riaprirli per decidere che un sacco di cose non sono poi cambiate troppo negli ultimi quattro secoli…

Lo Sbregaverze: congedo con coda musicale

E così siamo giunti alla fine: cala il sipario sulla Fenomenologia dello Sbregaverze. Chiudiamo, abbiate pazienza, pindareggiando un pochino.

Immaginateli, tutti in fila, ombre scure nella luce di taglio, che s’inchinano con un gran fiorire di cappelli piumati… E dietro di loro, nell’ombra tra le quinte, i loro autori.

Di sicuro non è un caso che diversi di loro abbiano compiuto le loro più o meno memorabili gesta nel XVII Secolo: D’Artagnan, Cyrano, Morgan… Il Seicento, questo secolo pittoresco e tumultuoso, si presta bene. Tutti ne abbiamo quest’idea, non è vero? Intrighi, congiure, galeoni, duelli per uno sguardo storto e via dicendo: il terreno di coltura ideale per gli Sbregaverze.

Gli altri, le orbite eccentriche di questa piccola galassia, in definitiva non si scostano troppo: Crichton alla fine del ’500, Alan attorno alla metà del Settecento, e Madame Sans-Gène, la più atipica, a cavallo tra Sette e Otto… ma possiamo capire sia lei che Sardou: c’erano una rivoluzione e un impero in corso, parbleu!

Gente di passione triste, figurine ripescate dalla storia per essere cavalieri dell’aspirazione inappagata, campioni di un romanticismo amarognolo, non è strano che non abbiano ispirato più opere? Opere liriche, intendo. Ce ne sono soltanto due, ed eccole qui, a titolo di congedo.

Una è la Madame Sans-Gène di Umberto Giordano, da cui vediamo Catherine intenta a cantarne quattro alle sorelle dell’Imperatore:

 

E poi il Cyrano de Bergerac di Alfano, in un videino bizzarro che cuce insieme un pezzetto di ouverture, un pezzetto di I Atto e la fine del finale… La regia è un po’ stramba, ma Cyrano è Placido Domingo.

 

Ecco qui. Finito. Gente che troverebbe posto a mala pena nelle note a pie’ di pagina della Storia, se la Letteratura non ne avesse fatto dei simboli indimenticabili. Chissà che cosa penserebbero il vero Alan, l’autentico Cyrano, il D’Artagnan storico, e Catherine, e il Critonio, e Morgan di queste loro lunghe ombre, silhouettes nere stagliate contro la luce d’oro, come simboli araldici, chi più chi meno perfetto, della sublime incapacità dell’uomo di riconciliarsi alle cose vere?

Henry Morgan, lo Sbregaverze Bugiardo

Sì, Henry Morgan nel senso del Pirata Morgan. Uno dei bucanieri più celebri del XVII secolo, e tuttavia, insisto nel dirlo, marginale storicamente parlando. Il problema, semmai, è che non c’è un solo Morgan letterario, ce ne sono diversi e non è strano: un pirata sembra un personaggio ideale da sbregaverzizzare… se poi tutte le sue incarnazioni letterarie siano degli Sbregaverze, è un punto che merita discussione. Io sostengo di no. Tuttavia, siccome è l’ultimo Sbregaverze della serie, spero che sarò perdonata se prendo uno dei miei criteri, giro un pochino, lo inclino a 30° e lo tingo di blu.

HenryMorgan.jpgInsomma, cominciamo col dire che della giovinezza di Henry Morgan si sa di tutto un po’ e ben poco in concreto Gallese, nato attorno al 1635, forse primogenito di un proprietario terriero, forse cittadino di Bristol. Diceva di se stesso che aveva smesso di andare a scuola assai presto (persino per l’epoca!), avendo fin da ragazzo più familiarità con le armi che con i libri… Poi le cose si fanno vieppiù nebulose. Arruolato come ufficiale nell’esercito spedito da Cromwell nelle Indie Occidentali? Rapito e venduto in schiavitù temporanea in Giamaica? Fuggito dalle piantagioni e arruolato come soldato semplice? Emigrato nel Nuovo Mondo come apprendista? Il fatto è che “Henry Morgan” è un nome dannatamente comune in Galles, e dobbiamo rassegnarci all’idea di non avere nulla di certo sul nostro uomo fino ai primi Anni Sessanta, quando Welsh Harry emerge in Giamaica dove, guarda caso, suo zio è vice-governatore. Qui comincia (ed è ben documentata) una di quelle carriere che solo nel XVII Secolo, quando si poteva essere ammiragli, giudici, piantatori e pirati, tutto in una stessa vita… Bisogna considerare che nel 1660 Carlo II era tornato sul trono d’Inghilterra, e aveva ripreso il controllo delle sue colonie americane. Ai Caraibi c’era questa flotta spedita da Cromwell… che farne? Invece di proclamarli tutti traditori, Londra decise di farne una regia flotta corsara. Se lo aveva fatto la Grande Elisabetta… Piovvero le lettere di corsa (al fatto, permessi reali di commettere atti di pirateria ai danni di chiunque non fosse inglese) e si cominciò. Dopo i primi insuccessi divenne subito chiaro che occorreva qualche tipo di disciplina e di leadership. Per una combinazione di attitudine naturale e buone parentele, Morgan si ritrovò presto a salire questa bizzarra scala gerarchica non ufficiale. Nel 1665 Morgan comandava la sua nave; poco più tardi comandava la milizia di Port Royal; nel 1668 ricevette il grado di Viceammiraglio, con una flotta di quindici navi ai suoi ordini e, cosa altrettanto importante ai fini pratici, i pirati inglesi, che badavano poco ai galloni piovuti da Londra, lo elessero loro capo. Forte di tutto ciò, Morgan Maracaibo.jpgproseguì la sua redditizia guerra contro gli Spagnoli: prese in rapida successione Puerto Principe, Puerto Bello, Maracaibo e Gibilterra in una serie di imprese sempre più eclatanti e sanguinose, fingendo d’ignorare come nel frattempo Inghilterra e Spagna avessero firmato un trattato di pace provvisoria. Nel 1670 fu la volta di Panama, forse la città più ricca e importante delle colonie spagnole… Questa volta Morgan l’aveva fatta grossa. Carlo II lo richiamò a Londra e lo gettò in prigione. Poi lo perdonò, lo creò cavaliere e lo rimandò per la sua strada, ormai Sir Henry. Poi, per soprammercato, nel 1673 lo nominò vicegovernatore di Giamaica, non senza avergli sussurrato all’orecchio che ormai i giorni della pirateria erano contati. Sir Henry non se lo fece ripetere, e mosse una guerra spietata ai suoi ex colleghi, facendone impiccare un gran numero. Sotto la sua guida sagace, Port Royal e la Giamaica prosperarono fino al 1683, quando venne esonerato dalla carica per i suoi trascorsi. Morgan si ritirò a vita privata, amministrò le sue ricche piantagioni e fece qualcosa che oggi suona terribilmente familiare: intentò e vinse una ricchissima causa per diffamazione contro l’autore* e l’editore olandese di una bioografia che lo metteva in cattiva luce! Nel 1688 i suoi influenti amici ottennero per lui una riabilitazione e il reinserimento nella carica, ma il vecchio filibustiere non fece in tempo a goderne: morì pochi mesi più tardi, forse di tisi, forse di quella che i medici del tempo chiamavano idropisia, forse d’insufficienza epatica**. C’è una certa poesia nel fatto che il cimitero in cui fu sepolto con tutti gli onori sia sprofondato in seguito a un terremoto nel 1692, e la sua tomba si trovi tuttora sul fondo del mare…

Fin qui la realtà, e tutto sommato non fa una gran meraviglia che il personaggio abbia ispirato più di uno scrittore, includendo Rafael Sabatini e Josephine Tey. E tuttavia, sostengo che ci fu un solo autore a prendere Morgan con il suo nome*** e la sua storia, e farne uno Sbregaverze: John Steinbeck.

Notato il titolo di questo post? E ricordate quando dicevamo che lo Sbregaverze, quando non è generoso ed onorevole, ama credere di esserlo? Ecco, il Morgan di Steinbeck è proprio l’epitome di questa caratteristica. Non è che finga o si atteggi: passa tutta la sua vita a convincere prima di tutti se stesso.

CupofGold.jpgAndiamo con ordine. Il libro, opera prima di Steinbeck, si chiama Cup of Gold, tradotto in Italiano****, meno felicemente, come “La Santa Rossa”. E’ un libro strano, un po’ ineguale, ma d’altra parte è ‘prentice work: Steinbeck aveva 27 anni quando lo pubblicò. A me, precisazione non del tutto necessaria, piace molto. Mi piace perché prende tutte quelle incertezze sulla giovinezza di Morgan e ne fa uno dei pilastri portanti della narrazione.  Morgan parte da un Galles semi-mitico, dove le vecchie nonne predicono il futuro con esattezza sconcertante, e dove prima di un evento importante si consultano vecchi saggi a nome Merlin, e parte senza nemmeno rivedere la ragazzina di cui gli pare che dovrebbe essere innamorato. Parte per amor dell’avventura, parte per impazienza della casa e del podere di suo padre. Parte, e a Cardiff s’imbarca senza sapere che il prezzo della traversata è il guadagno che il capitano farà vendendolo schiavo nelle piantagioni.

Ebbene, questa storia cambia un sacco di volte nel corso del libro, cambia ogni volta che Morgan la racconta a qualcuno. Per tutta la sua vita, Henry seguita a raccontare a chiunque gli capiti versioni sempre diverse della sua infanzia e del suo viaggio verso le Americhe, ogni versione ricamata sulla precedente, incrostata di ulteriori dettagli della cui veridicità, badate bene, Morgan è in qualche modo convinto. Così, Elizabeth diventa un po’ per volta un grande amore perduto, una fanciulla perfetta, la figlia di un ricco proprietario, poi di un baronetto, poi di un duca vendicativo che fa deportare il ragazzo audace… Chi ascolta la storia qualche volta ci crede, qualche volta no, qualche volta sa per certo che non è vera. Henry Morgan, di fronte alle sue storie, è in quel limbo della certezza: la ferma volontà di essere certi. Capita di voler credere a qualcosa così tanto che è quasi come se ci si credesse.

Non contento di questo passato magmatico, che cresce su se stesso come crescono i miti, Morgan si provvede anche di un futuro altrettanto cangiante e nebuloso, ed eccoci al secondo pilastro portante di questa storia. Da buon Sbregaverze, mentre compie la sua ascesa, il nostro pirata si provvede di un’Aspirazione con la A maiuscola. Panama, la colonia spagnola tanto ricca e inaccessibile da andare sotto il nome di Coppa d’Oro (donde il titolo originale). Ma non solo la città: a Panama vive una donna, la moglie del governatore, altrettanto inaccessibile. Per la sua virtù e la sua bellezza è nota come la Santa Roja, ed è una leggenda sulla bocca di tutti i pirati. A questo punto è solo naturale che Morgan elegga a suo obiettivo la conquista di Panama e, con Panama, della Santa Rossa. Intanto sogna, guerreggia, vince e riflette. E acquista un amico.

Eccoci qui, il sidekick. Morgan vuole un amico perché si sente solo. Alla fin fine detesta tutti quei pirati ottusi e rozzi che servono sotto il suo comando, incapaci di sognare, ciechi al di là del prossimo doblone d’oro, della prossima prostituta, della prossima bottiglia di rum. Ma c’è un’eccezione nel mucchio: un giovane pirata francese, al quale Morgan ordina di essere suo amico. E per bizzarro che ciò sembri, funziona. Funziona perché Coeur de Gris ammira il suo comandante, ed è pronto a cercare di spiegargli il funzionamento quotidiano del mondo al di fuori dei sogni. CdG***** non perde molto tempo con il suo passato, per il futuro ha sogni di gloria dorati e vaghi, e sa apprezzare il presente con la pienezza di cui Morgan non è capace. E’ lui a svelare al suo comandante certi misteri, come il fatto che anche l’ultimo mozzo di cambusa e il più rozzo degli armigeri sognano Panama, ciascuno a suo modo. La sopresa è grande: a Morgan non piace sentirsi dire che non è diverso dagli altri uomini, e tutto sommato preferisce non crederci. CdG è l’unico ad essere ammesso, in qualche modo, nella sfera ideale di Morgan: c’è bisogno di lui, perché gli eroi delle storie, oltre a un Sogno da perseguire e a una Donna da amare, devono avere un Amico di cui fidarsi. Mal gliene incoglierà.

Enfin, Panama cade, sanguinosamente e tra mille difficoltà, e la Santa Roja è catturata. E allora? Morgan raggiunge la sua Coppa d’Oro? Ottiene Panama Presa.jpgil suo premio? Non è un vero Sbregaverze? Never fear. La presa di Panama è una faccenda sudicia e ingloriosa come ogni altra impresa piratesca, e Dona Ysobel non è… non è cosa? Morgan non lo sa. Non è la bellezza celestiale di cui tutti parlano, tanto per cominciare. E’ una donna matura, orgogliosa, intelligente, di forte carattere. Non mostra paura, e anzi, capisce Morgan nel profondo. Capisce la sua incapacità di venire a patti con la realtà, e se ne fa gioco. Di sicuro non è un premio. La caduta di Panama è, prima di tutto, un’inammissibile delusione. Nessuno ci dice che l’avverarsi di un sogno non conclude nulla, non corona nulla, non cambia nulla. Anzi, semmai toglie qualcosa: possiamo ottenere o no ciò che volevamo, ma di certo perdiamo il nostro sogno da perseguire. In conseguenza di questo amaro risveglio, Morgan fa qualcosa di apparentemente privo di senso: uccide Coeur de Gris. Una specie di suicidio vicario? Un tentativo di accecare la sua coscienza davanti a questo nuovo mondo in cui gli scopi sono già raggiunti? Un’incapacità di accettare la realtà? A mio avviso, tutte e tre le cose.

Oh, Morgan andrà avanti per conto suo, senza altri amici. Prenderà altre città, salirà di grado, continuerà a raccontare storie sempre più improbabili della sua giovinezza, sposerà la sua ricca cugina (ancora un’altra Elizabeth, come la madre, come la ragazza in Galles, come la Santa Roja), smetterà di fare il pirata, diventerà governatore della Giamaica, accumulerà grandi ricchezze… Sempre bugiardo, sempre solitario, sempre infelice, sempre assediato dai ricordi e dai rimpianti. Sempre occupato a raccontarsi, a se stesso e agli altri, come il protagonista di un romanzo. Anzi, no: di un mito.

La vita di Sir Henry Morgan, bucaniere, con occasionale riferimento alla storia, recita il sottotitolo del libro. In realtà il riferimento è ben più che occasionale, ma Steinbeck ne ha fatto lo sfondo pittoresco di una storia su come storie, sogni, menzogne e aspirazioni siano in fondo tutt’uno. Su come sia facile sbagliarsi. Su come ci si voglia sbagliare, talvolta.

Solo nel morire Morgan è tranquillo, mentre si riconcilia con le sue memorie, mentre si libera dei rimorsi, mentre i ricordi lo abbandonano uno a uno “come una colonia di vecchissimi cigni, che volino verso qualche remota isola del mare, per morirvi”. Insomma, ecco: l’oblio e la pace non sono vita. La vita era non tanto la realtà, perché quella lo Sbregaverze Morgan non l’ha mai voluta per sé, ma i sogni, le aspirazioni, l’affannosa ricerca di colori migliori. Ricerca vana, è vero, ma non per questo meno reale e meno viva: la fiamma triste di tutti gli Sbregaverze. E l’Henry Morgan di Steinbeck, per il quale la fiamma si spegne a Panama senza tornare più, è il più triste di tutti loro. 

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* L’autore era Alexandre Exquemelin, già chirurgo di bordo e amico di Morgan. Tra l’altro, era la fonte della storia della vendita in schiavitù, ma credo che non fosse tanto quella a sollevare l’ira di Sir Henry, quanto il racconto di molte brutalità e molti eccessi nel corso della guerra corsara contro gli Spagnoli.

** Non è che avesse condotto la vita più morigerata che si possa immaginare…

***  Il Peter Blood di Rafael Sabatini, è apertamente ispirato a Morgan, ma ci sono abbastanza differenze da poterlo  considerare un personaggio diverso. Quanto a Josephine Tey… ho deciso che il suo Morgan non è uno Sbregaverze. Ecco.

**** Almeno nell’edizione che ho io: Oscar Mondadori, 1987. Traduzione (credo Anni Quaranta) di Giorgio Monicelli.

***** E che caspita! Gli veniva il morbillo, a Steinbeck, a dargli anche un nome di battesimo? Fortunatamente ci liberiamo di lui abbastanza presto.

Dello Sbregaverze in Generale: Brevi Cenni

Alcuni caratteri fondamentali della specie in esame, prima di passare ad analizzarne le varietà.

* Lo Sbregaverze svolge una professione di tipo guerresco. Non dico militare, perché non sempre indossa un’uniforme, ma di certo tende a portare una spada. I duelli tendono ad essere una componente rilevante della sua esistenza.

* Lo Sbregaverze prospera in tempo di guerra, rivoluzione, rivolta, instabilità sociale. Più fluida e pericolosa è la situazione, più lo sbregaverze vi nuota come un pesce.

* Lo Sbregaverze è realmente esistito, e di solito ha giocato ruoli marginali nella storia del suo tempo. Il suo autore, nell’adottarlo, modifica il suo carattere e la sua importanza relativa, facendone in genere un personaggio più rilevante, spesso anche molto più gradevole dell’originale. Se per ottenere questo deve tradire un poco la realtà dei fatti, l’autore non se ne preoccupa soverchiamente.

* Lo Sbregaverze è abbastanza competente nel badare a se stesso e ad eventuali altri, ma mostra una spiccata tendenza a cacciarsi in guai della più diversa natura.

* Lo Sbregaverze mostra un carattere complesso. A una vanità, una spavalderia e un orgoglio fiammeggianti, unisce squarci di profondità inattesa, molta umanità e quasi sempre un po’ di malinconia. E’ pieno di risorse e ingenuo al tempo stesso, ama i bei gesti, è generoso e onorevole (o, nei casi peggiori, si crede tale pur non essendolo troppo).

* Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, lo Sbregaverze non è predestinato a una fine precoce. Gli dei non amano abbastanza gli Sbregaverze per prenderli con sé quando sono giovani? Piuttosto, l’autore dello Sbregaverze è di solito abbastanza smaliziato da dargli una vecchiaia più o meno triste, in cui rimpiangere il fuoco degli anni giovanili, le promesse tradite, le occasioni perdute, le cause finite in nulla…

* Se c’è qualcosa a cui uno Sbregaverze non può resistere, è una causa perduta. Anche una donna in difficoltà, un amore impossibile, la parola data e la fedeltà a un amico conducono lo Sbregaverze ad imprese dissennate e sforzi eroici.

* Lo Sbregaverze è sempre un outsider, in un modo o nell’altro. Per mancanza di buon senso, per allergia al compromesso, per appartenenza alla categoria sociale o religiosa sbagliata, per pura incapacità rispetto alle normali interazioni umane, per intervento dell’autore, e talvolta per una combinazione di tutto ciò, lo Sbregaverze è sempre in conflitto con l’ambiente che lo circonda.

* Lo Sbregaverze si offende con estrema facilità, vede insulti in ogni dove ed è pericolosamente pronto ad esigere riparazione. Pericolosamente per l’offensore (vero o supposto), mai per lo Sbregaverze stesso.

* Con rarissime eccezioni, lo Sbregaverze ha un amico/assistente/compagno di qualche tipo, quello che in Inglese si chiamerebbe sidekick. Come Don Chisciotte (che sarebbe in cima al mio elenco, se non avessi ristretto il campo ai personaggi realmente esistiti) ha il suo Sancho, così Cyrano ha Le Bret, Alan ha David, Morgan ha Coeur-de-Gris e così via. Il Sidekick è talvolta la voce della ragione, talvolta il narratore, talvolta la finestra dello Sbregaverze sul mondo normale, talvolta tutte e tre le cose. Lo Sbregaverze vive nella poco confortevole incertezza se il Sidekick non lo capisca abbastanza o lo capisca fin troppo bene. Tra i due, ad ogni modo, esiste un forte legame di amicizia, affetto, comprensione e lealtà, e i salvataggi reciproci non sono infrequenti.

* Lo Sbregaverze trabocca di fascino. Non è necessariamente simpatico in senso stretto, e talvolta si crea molti nemici con i suoi eccessi, il suo pessimo carattere, la sua facilità ad offendersi… E tuttavia, è un conquistatore di amici, seguaci, ammiratori. Se l’autore sa quel che fa, il suo Sbregaverze sarà anche un conquistatore di lettori. In caso contrario, l’autore sarà molto impegnato a ripetere il concetto all’infinito, e il lettore dovrà credergli sulla parola. Oppure cercarsi un altro libro.

Abbiamo trasmesso: lo Sbregaverze in Dieci Punti. Nella prossima puntata, Alan Breck Stewart.

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