Rimuginando Su Librinnovando ’12

L’edizione romana di Librinnovando – o quanto meno il convegno, cui ho assistito sabato 28 aprile all’Università di Tor Vergata – è stata istruttiva.

Cominciamo dicendo che, com’è piaciuto agli dei dell’editoria, non sono pervenuti cinguettii indignati in difesa del profumo della carta – o quasi.* Il che, sospetto, conferma la mia teoria secondo cui molti cinguettatori s’indignano sulla sola base dei Trending Topics, e allora – a parità di occhiata volante – un titolo provocatorio come #byebyebook è destinato a scatenare molta più furia di un neutrale e tecnico #librinnovando…

Ciò detto, è stato interessante passare dal Cosa? dell’edizione milanese di novembre al Come? di questa volta. Posto che qualcosa sta succedendo in campo editoriale – qualcosa di cui forse non capiamo ancora bene la portata e le prospettive – come diamine possiamo applicare, integrare e far funzionare queste innovazioni e novità (hardly the same thing, if you get my drift…) all’università, nelle biblioteche, nelle scuole, nella promozione alla lettura, nelle politiche delle case editrici…? Come dovrà/potrà cambiare la pratica in tutti questi ambiti? E, per dirla con la direttrice del Cepell Flavia Cristiano, come si riuscirà ad abbracciare le potenzialità del cambiamento senza perdere per strada la lettura complessa?

Le risposte – o i tentativi di risposta – sono stati vari e diversi.

E devo dire che Gino Roncaglia, pur illuminante nel tratteggiare il quadro della situazione, non è stato incoraggiantissimo. La gente legge meno, ha detto. Il lettori forti consumano meno carta stampata, ha detto – il che non dovrebbe significare necessariamente che leggano meno, perché c’è una fetta di consumo che si sposta sul digitale, ma in realtà in Italia c’è una diminuzione in termini assoluti. Questo non succede, ha detto Roncaglia, dove c’è un ecosistema digitale ben sviluppato su cui i lettori possono spostarsi. Ma in Italia questo meccanismo non funziona, perché i grandi editori stanno reagendo con scoordinato terrore e i piccoli editori non hanno i mezzi e la visibilità per le loro sperimentazioni, e perché l’information literacy è di là da venire e richiederebbe infrastrutture e competenze che non ci sono… Siamo in ritardo, ritardo, ritardo – e i numeri della lettura calano.

Che ci si può fare?

Le risposte più promettenti sono arrivate da progetti già in corso, da realtà che, con le unghie e con i denti, si ritagliano avamposti d’esplorazione in questa terra incognita. E, badate, non parlo di progetti editoriali.

Parlo di Dianora Forza-della-natura Bardi, a capo della sperimentazione didattica digitale del Liceo Lussana di Bergamo, un esperimento interessantissimo che consente ai fanciulli di studiare ed elaborare una pluralità di fonti – cartacee e digitali – imparando metodo e rigore mentre studiano. Non son tutte rose e fiori, se la Prof. Bardi deve ancora lamentare la difficoltà di convincere i docenti a formarsi – eppure che meraviglia sentire un metodo didattico digitale basato su approfondimento, elaborazione originale e “più lettura e studio di prima”, anziché sulla modularizzazione estrema… **

Parlo poi di Luciana Cumino della Biblioteca di Cologno Monzese, dove sperimentano con il prestito digitale  – non solo l’ebook, ma anche l’ereader – e, mentre lo fanno, studiano accuratamente l’evolversi del rapporto tra il lettore e la lettura, tra la lettura e il mezzo, tra l’utente e la biblioteca***, tra la biblioteca e l’editoria… È probabile che questo modello di prestiti gratuiti non possa continuare indefinitamente, se le biblioteche devono restare aperte, ma questa fase di sperimentazione e studio fornirà di certo indicazioni fondamentali per la direzione in cui l’istituzione biblioteca potrà e dovrà evolversi. Detto fra noi, non sono affatto certa che sia una questione di togliere di mezzo i libri fisici per far spazio alla gente – e meno ancora di escogitare nuovi nomi, come ha suggerito Antonella Agnoli. Devo confessarlo: much as I love names, quando Agnoli ha suggerito di ribattezzare le biblioteche “Piazze del Sapere”, non ho potuto evitar di pensare a Robespierre e al suo culto dell’Essere Supremo…

E parlo anche dell’ormai buon vecchio LiberLiber (ma a me piace tanto anche il nome originario, Progetto Manuzio), che per primo ha creato una biblioteca digitale gratuita in Italia, o di OilProject, una sorta di scuola virtuale basata su mutuo insegnamento per mezzo di video tutorials e discussioni in chat.

Tutta gente agguerrita, piena di idee e con gli occhi bene aperti. Ma in tutto questo, gli editori dove sono?

Ecco, l’impressione che ho ricavato da Librinnovando è che gli editori annaspino – i piccoli come i grandi, seppure in maniere diverse.

Quadrino di Garamond va a caccia di facili applausi (“Basta con la scuola dei primi della classe e dei somari! La scuola dev’essere luogo di e per ogni conoscenza!” Punti esclamativi miei – ma insiti nel tono). Andrea Libero Carbone di :duepunti edizioni assume quell’aria di superiore disapprovazione che a tanti (specialmente piccoli) editori piace riservare al self-pub, e dà voce alla certezza che nessun self-publisher sia in grado di offrire un prodotto di qualità al lettore – ed eFFe è diventato uno dei miei eroi, intervenendo dalla platea per pizzicare ALC e tanti suoi colleghi su questa mistica dell’editoria… Manicardi di Barabba Edizioni è un simpatico personaggio che pubblica per hobby, ammonisce editori e self-publishers alike in parabole fantasy e lo fa con un irresistibile accento carpigiano – ma non si può considerare un editore a nessun effetto pratico. Brugnatelli di Mondadori propone un modello di autopubblicazione appoggiato a una community/workshop di scrittori non dissimile da quel che già fanno Penguin e Harper Collins e con un nod ideale al progetto 826 Valencia, ma non lo sa difendere da obiezioni talvolta più ideologiche che sensate.

Perché diciamolo: l’idea Mondadori non ha nulla di così profondamente malvagio in sé, ma offrire il fianco alle accuse di volerla passare per qualche tipo di no-profit è stata un’ingenuità incomprensibile. E badate bene, non lo sarebbe stata in un mondo in cui fosse possibile rispondere: certo che Mondadori vuole guadagnarci – e perché no? Mette in vendita dei servizi, cerca di farlo a un buon livello e secondo una certa ottica, vuole creare un ambito in cui lavorare su quella qualità che si dice essere fuori dalla portata del self-publisher medio… whatever – ma a qualche genere di prezzo.

Ecco, in Italia questo non si può dire – almeno non ad alta voce, così come è bad ton suggerire che attorno alla letteratura giri un’economia, o che chi scrive possa volersi aspettare qualche genere di ritorno economico. Insomma, perdonate se adesso viro un pochino verso il rant, ma la mia parte anglosassone s’infuria all’idea che in Italia, a livello editoriale così come a livello tecnico, sia anatema dire che la scrittura è un mestiere. E di conseguenza Brugnatelli non sa né può difendersi come sarebbe logico fare. E no: non ho davvero nessuna simpatia per Mondadori, ma non ne ho nemmeno per chi mi etichetta come sciatta e incapace sulla fiducia***, né per chi siede nel foro e lamenta la calata dei barbari, né per chi sventola il mito della scrittura ispirata e spettinata e pura da contatti con il crasso e vile mercato.

E quindi?

E quindi credo che Roncaglia e Calvo abbiano ragione: l’editoria sta reagendo nel panico più scomposto – chi all’avvento del digitale tout court, chi all’emergere del self-publishing. Forse l’editoria spera che passi tutto. Forse sta digerendo il fatto che per ora il digitale non crea nuovi lettori – ne sposta soltanto. Forse sta cercando di decidere se può perdere un tram che in Italia è ancora parecchie fermate indietro – dopo tutto la fetta di mercato degli ebook è ancora sotto il punto percentuale.

L’impressione è che siamo in ritardo, ritardo, ritardo – e che ci resteremo a lungo. E però a Librinnovando c’era gente su cui pare di poter contare per qualcosa che non sia starsene seduti ad aspettare i barbari. Alla fine della giornata me ne sono venuta via con aspettative deluse e aspettative nuove o rinnovate. Ci sono le scuole istituzionali e virtuali che formano nuove generazioni di lettori e alfabetizzano i cosiddetti nativi digitali. Ci sono le biblioteche che si ripensano nel contesto nuovo. Ci sono quegli scrittori che stanno facendo della rete un luogo di sperimentazioni letterarie e culturali.**** C’è la gente di Librinnovando che ha l’enorme merito di tener viva la discussione in proposito. E si spera che ci siano i lettori, che negli ultimi decenni non hanno avuto troppo spazio per discriminare, ma possono imparare a farlo, se solo se ne vedranno offrire l’occasione.

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* Salvo forse quando Brugnatelli di Mondadori ha detto che la difesa del profumo della carta è vastamente dissennata – e anzi, certe combinazioni di carta, colla e inchiostro riescono anche a puzzare. Questo ha scatenato a small volley, ma molto più ironico che altro. E – forse sarò cinica – credo che, se l’avesse detto chiunque altro in sala, non ci sarebbe stato nemmeno quello.

** E a questo proposito devo dire che Quadrino di Garamond non mi ha convinta particolarmente nel suo appassionato plea in favore di una conoscenza che non significa “ripetere, ma creare, condividere, collaborare.” All very well (uno slogan del genere non poteva non piacere – e difatti è piaciuto molto), ma dov’è che si parla di consolidare? Non so, ma non riesco a non dubitare che un’estremizzazione di questa teoria, presa da sola, finisca col rendere tutta la conoscenza effimera…

*** Perché dopo tutto sono una self-publisher, ricordate?

**** E quello di Roncaglia è stato, temo, l’unico accenno all’esistenza del fenomeno. E qualcuno ha anche lamentato l’assenza degli scrittori – con l’eccezione di Sergio Covelli, presente in veste di self-publisher e guerilla-marketer. Magari la prossima volta…

Rimuginando Su Librinnovando ’12ultima modifica: 2012-05-02T08:10:00+02:00da laclarina
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9 Commenti

  • Addirittura un eroe! Che onore! 🙂
    Al contrario, grazie a te per essere venuta e per esserti palesata, e scusa se non ho potuto chiacchierare di più ma come hai visto erano momenti intensi!

    eFFe

    PS: Anche tu hai un lato inglese? Anch’io! 😉

  • Gentile Chiara, rispondo alle sue critiche volentieri, perché onestamente mi pare che lei sia una delle pochissime persone che è stata ad ascoltare quello che dicevo. Molti altri non hanno ascoltato, ma si sono limitati a sparare sul marchio Mondadori e su tutto ciò che di malvagio esso rappresenta ai loro occhi.
    Le faccio presente solo una cosa: non ho mai detto che la piattaforma di SP della Mondadori che sto mettendo in piedi sia un progetto no-profit. Ho detto che – da un punto di vista di conto economico – lo scopo è quello di coprire i costi. Quindi la piattaforma Mondadori non sarà una ONLUS, ma rientra nel campo di quella Ricerca & Sviluppo che ogni realtà produttiva seria deve avere. I soldi NON proverrebbero dalla vendta di servizi, ma dalla classica ripartizione delle royalties coi self-publishers (il modello dominante a oggi è 30/70%). Questo perché il modello di SP che ho in mente è editoriale e non da retailer o venditore di servizi.
    Ho apprezzato molto quello che ha scritto perché rimango dell’idea che l’editoria – a qualsiasi livello – deve basarsi su un mix di passione e competenza, di sogni e di numeri. Nutrire solo passione e solo sogni è una cosa bellissima che si smette di fare una volta diventati adulti (senza dimenticare che naturalmente, dall’altro lato, solo competenze e numeri rendono la vita anche professionale un deserto desolato e desolante)

  • @eFFe: be’ non solo per questo, ovviamente, ma condivido e sottoscrivo ogni sillaba dell’obiezione che hai sollevato con ALC – oltre ad apprezzare molto il genere di discussione che promuovi sull’argomento.

    E il mio lato anglosassone non è genetico, ma acquisito e coltivato – direi ingrained fin dalla più tenera infanzia. 🙂

  • @Edoardo Brugnatelli: ha ragione, sono stata imprecisa e lei ha detto chiaramente che si trattava delle royalties e non dei servizi – in risposta a una domanda, credo, di Christian Raimo. E ho capito perfettamente che non ha cercato di contrabbandare il progetto come no-profit (ciò che non è, né si capisce perché dovrebbe esserlo), ma ha visto bene in quanti hanno voluto leggere nei suoi ripetuti riferimenti a 826 Valencia un bieco tentativo di farlo… Ed è questo che ho scritto.

    Detto ciò, ho trovato il suo intervento più aperto e più costruttivo di molti altri – e immagino che questo farà di me quella che stringe la mano a Darth Vader in pubblico, ma il fatto è che, per quanto disapprovi molte politiche editoriali di Mondadori, mi dispiace e irrita vedere le idee respinte a priori per nient’altro che pregiudizio ideologico.

    La ringrazio della sua risposta e delle sue precisazioni.

  • @chiara
    la sua replica mi illumina su un aspetto. Ho parlato di Valencia 826 perché mi piace un sacco l’idea che Eggers ha della letteratura come un fondamentale momento di espressione personale che non deve restare preclusa – ad esempio – nemmeno a degli studenti che conoscono poco o male la lingua del paese in cui vivono e Valencia826. Mi piace l’approccio – diciamo filosofico – di Eggers in sè e per sè nel quale si mischiano gioco, serietà, apertura, scambio. Ora capisco che – vista la veste mondadoriana che avvolge ogni mio dire – questo richiamo specifico a Valencia826 (che voleva avere scopo esemplificativo) è stato preso per un tentativo di vendere merce contraffatta. Non era e non è mia intenzione. La mia intenzione era discutere su un progetto, su un’idea di scrittura che sfuggisse alle forche caudine della faciloneria cialtronica da un lato e della paludata ufficialità dall’altro, idea nel quale la componente ludica e quella professionale si sorreggessero. Mi sembra che gran parte della discussione invece fosse orientata verso altri lidi, di carattere ideologico, politico e volontaristico che anche io amo e frequento, ma al di fuori della mia veste professionale

  • “Dianora Forza-della-natura Bardi” e la tua analisi sull’intervento di Brugnatelli (e sulle obiezioni “più ideologiche che sensate”) costituiscono forse la più lucida sintesi che può essere fatta su questo Librinnovando. Perché se solo si cade nella tentazione di “immedesimarsi” in toto in una delle parti in causa (editore, autore, bibliotecario o lettore), la prospettiva muta e si restringe la possibilità di arrivare ad un ragionamento libero di prendere forma.
    Grazie 😉

  • Apprezzo soprattutto il rant.
    Non ero presente e non vorrei entrare nel merito lavorando su dati minimi, tuttavia, my 2 cents:

    L’impressione molto forte – in parte basata su affermazioni fatte in passato in altre occasioni durante le quali si è parlato di epublishing (penso a Fosdinovo, un paio di anni or sono) – è che si stia cercando, presso le major, un sistema per sfuggire al rischio d’impresa.
    A Fosdinovo venne detto esplicitamente – perché deve essere l’editore a sobbarcarsi il rischio di andare in perdita pubblicando un libro che potrebbe non vendere?
    La risposta ovvia è che l’editore rischia anche un elevato profitto nel caso contrario – quindi, perché no?
    E l’esperienza e professionalità dell’editore dovrebbero consistere proprio nel saper scegliere i cavalli vincenti sui quali puntare.

    Ne consegue che quando una major dimostra interesse per l’autoproduzione e aree limitrofe, io provo un brivido.
    E pare io non sia l’unico.
    Il modello Harper-Collins in particolare, da cose sentite in giro, comporta il rischio (non necessariamente poi realizzato, ma potenziale) che alla fine in caso di successo, si tratti di un grande successo (anche finanziario) per l’editore, in caso di dì fallimento, l’autore ha sbagliato (e paga).

    Resto perciò più favorevole a cose come il modello proposto e realizzato con estremo successo (da trent’anni e più) da Baen, o cose più avventurose come Pulp Factory.

  • @ Andrea: Thank you! Mi spiace che non ci siamo incontrati… ma ci saranno occasioni.

    @ Davide: non avevo considerato la faccenda sotto questa luce, ma tutto sommato non riesco a rabbrividire nemmeno troppo. Immaginando che il self-publisher tenga gli occhi aperti e non prenda lucciole per lanterne, preferisco ancora un editore che dice “ok, il fenomeno c’è e non andrà via solo perché io faccio finta di nulla – vediamo come posso cavalcarlo…” a uno che nasconde la testa e/o si straccia le vesti. Dopodiché, ben venga Baen (PF non conosco) e vengano altri modelli ed esperimenti.

  • Pulp Factory è un laboratorio/casa editrice in cui i diversi partecipanti rivestono ruoli diversi in diversi progetti – io faccio da editor sul tuo romanzo, tu intanto disegni la copertina per la persona che sta facendo l’impaginazione del mio…
    Producono narrativa e fumetti, sono una ciurma di autori, sceneggiatori e disegnatori.
    Il prodotto finale viene distribuito o in elettronico o in cartaceo, e il ricavato ripartito proporzionalmente fra i partecipanti.
    Esistono ormai gruppi di questo genere per praticamente ogni… ehm, genere narrativo.

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