Belle Parole

Pile-of-wordsE cito: “Oh, santo cielo – ma sei ossessionata dalle parole, tu!”

Vero.

Verissimo. Ma d’altra parte, le parole… ah, le parole.

Avendo incautamente prestato, e mai più rivisto, La Trilogia del Ritorno di Fred Uhlman, adesso sono costretta a citare sparsamente e a memoria il punto di Un’Anima Non Vile in cui Konradin Von Hohenfels, parlando di Grecia, cita Alicarnasso, non so più a quale proposito.

“A-li-car-nas-so. Ho sempre amato i bei nomi.”

E questo è uno dei motivi per cui mi piace tanto Konradin: il suo genere d’immaginazione. Posso capire un uomo che ama i bei nomi, che fantastica sui ritratti di famiglia, che preferirebbe essere fucilato anziché impiccato, perché davanti al plotone d’esecuzione potrebbe “immaginare di assaltare una fortezza imprendibile”…

Ma non divaghiamo: tutto ciò era per parlare della bellezza intrinseca delle parole. Non tanto del modo in cui vengono usate in frasi, periodi e paragrafi, quanto per le immagini che contengono di per sé, da sole o due a due, nel loro suono o nella combinazione di suono e significato.

Ci sono parole, nomi ed espressioni la cui bellezza è una combinazione di suono e significato. Non si tratta solo di come suonano, ma anche di quello che evocano. Forse, se Konradin non fosse tanto appassionato di grecitudini assortite, il nome di Alicarnasso non gli apparirebbe altrettanto bello. E qui adesso entriamo in un campo del tutto arbitrario, ma diciamolo: Costantinopoli, sonoro, solido e solenne, non è un nome perfetto per una città con tanta storia e una fine così tragica e grandiosa? Tuttavia, il modo in cui evoca colonne di marmo bianco, folle multicolori e foreste di alberi di navi nei bacini di pietra ha principalmente a che fare con la storia che si associa al nome. Bizantino, (che non si usava in epoca e ambito bizantini), nell’Italiano moderno ha assunto connotazioni negative di tortuosità e di intrigo, eppure a me piace tanto. Lo associo ai meravigliosi mosaici ravennati, alla corte imperiale in clamidi bianche e cinture incrostate di gemme. E di per sé è una parola che suona come un gioiello: bi-zan-ti-no. Anche senza considerare il significato, il suono parte solido e poi si affila, come la lama di uno stiletto. Continuando su questa strada, Generali Bizantini* è un’espressione musicale di per sé, con quella combinazione sinuosa di consonanti, e poi evoca immagini di battaglie in piane polverose, di avamposti sperduti, di intrighi di palazzo…

Poi invece ci sono parole dal suono bellissimo che perdono tutto il loro fascino appena si guarda il significato. Che delusione, al Ginnasio, scoprire che glirium, dal suono così liquido e lucente, in realtà era solo il genitivo plurale di glis, vale a dire ghiro. Per non parlare del fatto che i selevìnidi, anziché una dinastia persiana, sono topini dei deserti asiatici, che mutano pelle e pelo insieme. Ugh. E palamìta è una specie di sarda, quando suonerebbe così bene per un fante scelto o per il seguace di un culto…

Ecco, sotto un certo aspetto, scrivere è una continua caccia a queste bellezze. Sia in poesia che in prosa, suono, ritmo e capacità evocativa sono fondamentali, e può capitare di passare ore a cercare la parola perfetta per il particolare nodo nell’arazzo che si sta tessendo – e tanto meglio se ogni parola riesce ad assolvere più di una funzione: sono certa che quando Verga ha infilato in Mastro Don Gesualdo il suo meraviglioso “cielo di smalto”, lo ha fatto non soltanto per l’immagine, ma anche per quel suono liscio, lucido e duro, che evoca senza nominarlo un blu intenso e leggermente metallico. E che dire di “quello spirto guerrier ch’entro mi rugge”, con quella feroce allitterazione ripetuta, ostinata, imprigionata dalla doppia -g in fine di verso? E d’Annunzio, ne Gli Idolatri: “La gran piazza sabbiosa scintillava come sparsa di pomice in polvere”, tutto suoni asciutti e sibilanti, così che pare di vederla, questa piazza bianca, calcinata dal sole. Due pagine dopo abbiano il sole mutato in una “gran plaga vermiglia”: non suona torbido, lento, malato? Stiamo pur certi: questa giornata non finirà affatto bene.

Per una volta mi sono limitata ad esempi italiani, visto? Non sembro nemmeno io. Ma la conclusione per oggi è questa: certo che sono ossessionata dalle parole. Uno scrittore dovrebbe essere ossessionato dalle parole. O quanto meno, con la ricchezza meravigliosa, la bellezza, le possibilità espressive della lingua, uno scrittore non ha davvero nessuna scusante per la sciatteria. Non c’è storia tanto buona che non possa essere resa ancora migliore raccontandola in parole belle, significative e pertinenti.

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* C’è anche un problema informatico così chiamato, lo sapevate? Intricato, questo sì. Incomprensibile – per me. Se sia bello come dovrebbe essere con un nome del genere… questo non saprei proprio dire, ma lumi in proposito sono benvenuti.

Belle Paroleultima modifica: 2015-10-14T08:07:00+02:00da laclarina
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