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Ago 14, 2010 - cinema, teorie    No Comments

Il Crepuscolo delle Principesse

disney-princess.jpgRicordate quando si parlava dell’universale appeal di certe parole, come ad esempio Principessa? Be’, forse dopo tutto non è così universale, almeno a giudicare da ciò che accade in casa Disney.

In sostanza, dopo il limitato successo di La Principessa e il Ranocchio*, la Disney starebbe rivalutando la sua politica in fatto di quarti di nobiltà. Un’indagine di mercato avrebbe rivelato che le principesse hanno cessato di essere un richiamo per famiglie, tagliando fuori tutto un pubblico di bambini e ragazzini che non vogliono saperne di girly stuff – i miei compagni delle elementarisnowQueen.jpg dicevano roba da femmine – i loro genitori e persino le loro sorelle. Considerando quanto la Disney aveva investito sulle principesse negli anni passati (pensate alla lunga fila che parte con Biancaneve, Cenerentola e Aurora, per proseguire con le varie Ariel, Belle, Mulan e Pocahontas, e tutto il relativo merchandising) il colpo dev’essere stato duro. Una delle prime vittime è stato The Snow Queen, l’adattamento della fiaba di Andersen previsto per il 2013 e, a quanto pare, cassato. Peccato, peccato, peccato: non solo La Regina delle Nevi è una delle mie fiabe preferite, ma doveva essere una tappa della 2D Renaissance, disegnata a mano da gente del calibro stellare di Harald Siepermann. Che dire? Ci hanno provato, ma si vede che non funziona.

Rapunzel2.jpgMeno drastico – e più significativo dal nostro punto di vista, è quello che accadrà invece a Rapunzel. Il progetto non è stato cassato, forse perché era a uno stadio già troppo avanzato, o forse perché gli investimenti per un film in 3D sono tali che non ci si può permettere di buttare tutto. In ogni caso, il problema era lo stesso, ma la soluzione è più articolata:  la sceneggiatura è stata riscritta in modo da togliere un po’ di spazio alla principessa eponima**. Accanto a lei, invece di un Principe Generico, c’è un fascinoso bandito dei boschi, talmente ispirato a Errol Flynn da portarne persino il nome. Flynn Rider è un eroe cappa-e-spada, con status di coprotagonista e parecchie scene d’azione. E pare che non dobbiamo aspettarci una cosa à la Robin Hood incontra Aurora: Flynn viene descritto come a slightly bad boy, e Raperonzolo diventa un’adolescente ingenua ma tosta.

Non vado pazza per il 3D, lo confesso, ma il concetto non mi dispiace. Non so se davvero un Errol Flynn animato richiamerà al cinema legioni di ragazzini, ma di sicuro mi piace che, al problema di marketing e finanze, la Disney offra una soluzione narrativa e letteraria, uno sforzo di rinnovamento del genere in direzione dei mutati gusti del pubblico. In un certo senso il problema era già stato affrontato con Come d’Incanto, la cui porzione animata è dichiaratamente un’affettuosa parodia dei classici Disney, oltre che una risposta alle irriverenti bordate della Dreamworks. Se con Shrek la Concorrenza aveva ribaltato come altrettanti calzini tutti i canoni delle storie di principesse, la Disney risponde affermando la rassicurante (e un filo zuccherosa) certezza che una ingenua fanciulla coronata non solo può ancora trovare il suo posto in questo nostro mondo smaliziato, ma vi porta anche gioia e magia per grandi e piccini – e chi vuole intendere intenda.

E’ proprio vero? Facendo i conti in tasca a La Principessa e il Ranocchio si direbbe di no, o almeno non più.  Ne La Piccola Principessa, di Frances H. Burnett, le compagne di scuola chiamano la protagonista Princess Sara (nomen omen), e persino la malvagia direttrice approva il soprannome, perché le pare che il titolo pittoresco e romantico giovi al prestigio del collegio. Mrs. Minchin avrà anche un animo singolarmente incapace di poesia, ma in un sussulto di prescienza del mercato, vede benissimo il fascino sentimental-commerciale del titolo. E bisogna pensare che il meccanismo non fosse cambiato granché negli scafati Anni Settanta, se George Lucas fece della sua pur moderna eroina una principessa… era un tentativo di trascinare al cinema anche un pubblico femminile? Non so quale potesse essere l’impatto di un film pieno di astronavi e robot sulle ragazzine del 1977, ma dai numeri di Guerre Stellari si deduce che – quanto meno – la presenza di una principessa non disturbasse.

Come si è detto, la Disney ha costruito sulle principesse tutta una lunga e redditizia politica, e ammetto di essermi chiesta qualche volta, in qualche Disney Store, se si stesse specializzando in un pubblico femminile. Se anche era così in passato, adesso si direbbe che i Powers That Be stiano cambiando idea, o forse si è ristretto il numero di bambine che vogliono essere principesse.

Come si evolverà la faccenda, in congiunzione tra l’altro con la calata del 3D? Si può sperare che Rapunzel indichi la strada di un rinnovamento del genere? Mi piacerebbe, ma è presto per dirlo: potrebbe essere solo un tentativo di salvare il salvabile per un progetto costosissimo e non annullabile. Si può sperare che la 2D Renaissance sia solo momentaneamente accantonata? Speriamo, ma davvero non invidio i decision-makers della Disney, costretti a scelte di contenuto e stile sufficienti a stendere un rinoceronte, mentre i bambini si emancipano da incantesimi di linguaggio che funzionavano imperterriti da millenni.

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* Vero è che LPeiR è grazioso ma non particolarmente ben scritto. In un tentativo di conciliare una storia tradizionale e personaggi moderni, bestiole parlanti e politically correct, gli sceneggiatori hanno finito col cucinare qualcosa che non è carne né pesce: la protagonista è una cenerentola in carriera ossessionata dall’idea di aprire un ristorante, la caratterizzazione del principe risulta più efficace per il ranocchio che per l’essere umano… alla fine Tiana diventa principessa di nome e businesswoman di fatto – con marito a carico – in una conclusione che prende tiepidamente distanza dalla vecchia maniera senza avere il coraggio di discostarsene davvero. Non abbastanza per i maschietti e le ragazze smaliziate, troppo per le bambine che giocano a principessa.Prince.jpgTangled (che di fatto è un aggettivo, ma immagino si possa rendere come Groviglio). Poi è stato riportato all’originale. Se ho capito bene, in Italia arriverà con il titolo originale – vorremo mai chiamarla Raperonzolo, ‘sta ragazza, vero? E allora chiamiamola pure Rapànzel: volete mettere? E, per la cronaca, credo che questo in figura fosse l’originario Principe Generico, prima che venisse errolflynnizzato.

Ago 8, 2010 - cinema    2 Comments

Romeo And Juliet

Finestra su un altro mondo: il trailer della versione di Romeo And Juliet del 1936, con Leslie Howard (pre-Via Col Vento) e Norma Shearer. Notate come viene presentata la storia (la famiglia di questa ragazza… la famiglia di questo ragazzo…), notate il modo in cui si incoraggia lo spettatore a identificare l’interprete con il personaggio, e notate i prezzi popolari.

Ho già detto che adoro i vecchi trailer?

 

E buona domenica!

Ago 2, 2010 - cinema, scrittura    19 Comments

C’era una volta, in una galassia lontana lontana…

StarWarsIV.jpgIeri sera ho riguardato Guerre Stellari per la zillionesima volta, e non c’è niente da fare: tutte le volte resto colpita dal modo abilissimo in cui la sceneggiatura combina e manovra elementi narrativi vecchi come le colline.

A partire dall’introduzione su sfondo di cielo stellato*: Capitolo 4 – Una Nuova Speranza. Ovvero, o Spettatore, bada ben che adesso ti precipito in medias res che di più non si potrebbe, non solo in azione, ma nel bel mezzo di una storia già iniziata, una storia vecchia ed epica, che non mi prenderò la briga di raccontarti fin a qui, se non per accenni e spizzichi**.

E poi… bam! Enormi astronavi che inseguono astronavi più piccole (non parteggi già istintivamente per la lepre, o Spettatore?), e molta agitazione sull’astronave-lepre, con questi soldati dall’aria superannuata e vagamente coloniale, questi corridoi pieni di fumo… Non si mette bene. Enter i droidi, che forniscono un po’ d’informazioni essenziali: a) siamo alla frutta; b) stavolta per la principessa sono guai.

Che la situazione non fosse rosea l’avevamo intuito, ma quello che dovevamo scoprire qui è che c’è di mezzo una principessa. Una volta ho partecipato a un workshop, il cui insegnante ci ha spiegato come certe parole siano concettualmente e connotativamente più attraenti di altre. “Su una scala da uno a dieci,” diceva, “principessa è probabilmente a 856.” Come dire che se Leila fosse stata una senatrice o una presidentessa non sarebbe stato assolutamente lo stesso. Tra l’altro, abbiamo visto le astronavi, abbiamo visto i droidi, non c’è il minimo dubbio che siamo in piena fantascienza: che ci fa di preciso qui una principessa***? Sii debitamente curioso, o Spettatore.

Anche perché, per il momento, di lei vediamo ben poco: giusto un paludamento bianco, e poi via, a conoscere il Malvagio. Il Malvagio ha una di quelle entrate che sembrano prese da un romanzo gotico di fine Settecento… ma che dico? L’entrata è presa dai romanzi gotici di fine Settecento, punto. Cue: ominous music. Tra vortici di fumo, un misterioso personaggio in armatura e mantello nerissimi**** avanza lungo il corridoio cosparso di cadaveri*****, e i suoi supersoldati scattano sull’attenti. Chiaramente, siamo davanti a Qualcuno. In rapida successione lo vedremo spezzare il collo con totale indifferenza al comandante che reclama status diplomatico, terrorizzare i suoi subordinati, e più o meno scavalcare il suo comando… Il tutto senza togliersi l’elmo nero, il tutto continuando a respirare male assai… Qui c’è malvagità, o Spettatore, ma c’è anche mistero: chi è costui? Da dove viene? Che cosa vuole? Ha una redenzione in vista? Un’attenuante? Una tragica storia alle spalle?

Indi vediamo un po’ meglio la principessa. Avrà pure le trecce e il lungo abito bianco, ma decisamente non è una damigella indifesa: maneggia un folgoratore con letale disinvoltura e, portata davanti al Malvagio, mente e insulta – o almeno ci prova. Quindi scopriamo che non è nuova a questo genere di numeri (ma a dire il vero lo sapevamo già: “Questa volta per la principessa non ci sono speranze,” aveva detto D3BO), lei e il Malvagio si conoscono bene, ed è amica dei ribelli. Ribelli è un’altra di quelle parole, detto per inciso. Dunque, ricapitoliamo: da una parte ci sono i ribelli comandati da una tosta e graziosa principessa in bianco, e dall’altra gli oppressori rappresentati da un crudele signore della guerra in mantello nero. Per chi parteggi, o Spettatore?

E non dimentichiamoci i droidi, per favore. Prima di essere catturata, la principessa è riuscita a contrabbandarli fuori dall’astrolepre, ma… in un esempio da manuale di “La Vostra Soluzione Ha Appena Creato Un Problema Ancora Più Grosso”, i malvagi se ne sono accorti, e scendono a loro volta sul pianetino sabbioso, dove – non avere dubbi, o Spettatore – Qualcosa sta per accadere.

Ecco qui: la scena è stabilita, completa di dosi industriali di conflitto. E per di più – colpo di genio – finora dei protagonisti abbiamo visto poco o nulla, e quasi tutto ci è stato mostrato dal punto di vista di due droidi! Simpatici droidi, chiaramente intelligenze artificiali dalla spiccata personalità******, ma pur sempre esseri artificiali creati dall’uomo.

Oh… ho l’impressione che George Lucas abbia appena fatto qualcosa alla mia sospensione dell’incredulità: ha inziato a raccontarmi una storia di genere, presentandomela come il capitolo intermedio di una storia narrata, e mostrandomela attraverso gli occhi meccanici di due macchine intelligenti. Dimenticati di avere un’incredulità da sospendere, bambina: non hai bisogno di credere a niente, questa e una storia e tutto può succedere!

Guerre Stellari dovrebbe essere testo di studio obbligatorio.

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* La prima volta che ho visto Spaceballs ho rischiato di strozzarmi con il tè: If you can read this, you need no glasses

** Ed è un’idea talmente buona che, se fosse stato per me, la seconda trilogia non avrebbe mai visto la luce, lasciando allo Spettatore l’agio di ricostrurire i precedenti a sua immaginazione e preferenza.

*** Non è che le principesse siano del tutto inaudite in fantascienza, vedi A Princess of Mars, di E.R. Burroughs, datato 1917, ma restano un nonnulla inconsuete: sii preparato, o Spettatore, perché è probabile che le cose non siano come te le aspetti.

**** E se pensate che il color coding non sia sottile, è perché non sta affatto cercando di essere sottile.

***** L’avevamo detto che per questa gente non si metteva molto bene. C1P8.jpg

****** Pur non essendo una principessa galattica, pur non contrabbandando piani di astronavi e pur non pilotando caccia stellari, voglio anch’io un C1P8.  A quanto pare, potrei.

Lug 23, 2010 - cinema, grillopensante    5 Comments

La Vita Sessuale Delle Stelle Marine

Erwin Panofsky, che era uno storico dell’arte americano di origine tedesca, scrisse che negli Anni Venti e Trenta l’élite intellettuale tedesca considerava il cinema una sorta di piacere colpevole, nella migliore delle ipotesi:

Nessuna meraviglia quindi che le classi “alte”, quando con cautela cominciarono ad avventurarsi in questi primi cinematografi, lo facessero non in vista di un normale e magari serio divertimento, ma con l’atteggiamento fra imbarazzato e condiscendente con cui ci si può immergere, in allegra compagnia, nella pittoresca confusione di Coney Island o in una fiera di paese; ancora fino a pochi anni fa, negli ambienti socialmente elevati o fra gli intellettuali era consentito dichiarare apprezzabili solo film austeri e istruttivi tipo La vita sessuale delle stelle marine o film dai “bei paesaggi”, ma nessuno avrebbe mai confessato di divertirsi a quelli narrativi.*

 Si direbbe che certe cose non cambino poi troppo e, quando ho letto questo passaggio, la mia prima intenzione è stata quella di farci sopra un rant sullo snobismo che circonda la letteratura (e il cinema) di genere. Perché snobismo c’è, inutile negarlo, ed per di più è prodotto in gusti misti assortiti. Ci sono quelli che si stracciano le vesti al solo nominare Dan Brown, J.K. Rowlings o Stephenie Meyer, ululando alla crassa ingiustizia di un mercato che stravede per questa robaccia malscritta e ignora i capolavori – ma poi scopri che non c’è un’anima che non abbia letto almeno un volume di Harry Potter e/o Il Codice Da Vinci.

Ci sono quelli per cui una storiellona d’amore con elementi soprannaturali scritta da un autore (o meglio un autrice) africano, asiatico o sudamericano è sempre poetica, profonda ed emozionante, mentre la stessa storiellona scritta da un(‘)occidentale – specie se statunitense – è sicuramente robaccia commerciale. 

Ci sono quelli che, quando dici che non ti piacciono la Allende, Pasolini o la Barbery** cominciano a considerarti un esemplare di un’umanità inferiore.

Ci sono quelli che accampano le scuse più diverse per spiegare come mai sono così bene informati su quello che succede in Twilight o in Angeli e Demoni (dal diffusissimo “volevo capire che cos’ha di così speciale” a “qualcuno doveva pur accompagnare le bambine”, fino all’Oscar per la Migliore Stella Marina: “no, non l’ho visto: me l’ha raccontato mia madre!”)

Ci sono quelli che vanno al cinema “per il messaggio”…

Ecco, questo era più o meno quello che intendevo scrivere a proposito di Panofsky e delle sue stelle marine.

Poi ho fatto una brusca frenata e un rapido esame di coscienza. Posto che penso davvero tutto quel che ho scritto fino a qui, posso dire di non essere una snob in fatto di cinema e libri? Mi sa tanto di no. Mi compiaccio della mia apertura e maturità perché riconosco a Dan Brown di conoscere molto bene il suo mestiere, ma poi tempesto contro Nicholas Sparks e Richard Bach. Ho letto tutti i libri di Harry Potter e ho visto anche tutti i film; è vero che non tutti mi sono piaciuti, ma nessuno mi ci ha mai costretta, e la scusa dei meccanismi narrativi è diventata logora dopo i primi due o tre, vero? M’infurio per lo snobismo che circonda la letteratura (e il cinema) di genere e poi tendo a glissare sulle mie letture fantasy. Fatico ancora un po’ ad ammettere di non avere mai finito L’Idiota e di essermi annoiata a morte con Ulysses

Insomma, predico meglio di quanto razzoli: se dovessi cercare un metodo nella faccenda, direi che non ho la minima difficoltà ad ammettere avversioni anche inconsuete e omissioni deliberate e motivate. Quando si tratta di discutere le mie lacune e miei piaceri colpevoli, invece, divento improvvisamente assai timida e sviluppo una memoria selettiva.

D’altra parte, sono abbastanza convinta di essere in buona compagnia. Chi può dichiarare with a straight face di non avere stelle marine nell’armadio alzi la mano e si abbia la mia invidiosa ammirazione – oppure la mia lieve incredulità, a scelta.

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* E. Panofsky, Lo Stile E La Tecnica Del Cinema, (1936). Si trova tradotto in Italiano in Tre Saggi Sullo Stile, edito da Electa.

** Tre scelti a caso e in ordine sparso.

Ah, e no: non so se La Vita Sessuale Delle Stelle Marine esista davvero o se Panofsky l’abbia inventato di plinco. Una rapida ricerca in rete non ha rivelato nulla.

Lug 8, 2010 - cinema, scrittura    No Comments

Insieme A Parigi

paris_when_it_sizzles.jpgIgnoro se nel preciso intento di fare contenta la Clarina o per fortuita serendipità dei palinsesti estivi, ma ieri sera la tivvù ha trasmesso il secondo metafilm nel giro di pochi giorni e, di nuovo, non ho saputo resistere.

Insieme a Parigi (Paris – When It Sizzles) è un adorabile film del 1964, in cui William Holden interpreta lo sceneggiatore di molto successo e scarsa ispirazione, e Audrey Hepburn è la dattilografa speditagli dalla produzione per mettere in bella copia il suo ultimo film. Peccato che lui non abbia ancora scritto una singola pagina, e che il termine per la consegna cada due giorni più tardi. I nostri eroi si mettono al lavoro nell’intento di raffazzonare centotrenta e rotte pagine di sceneggiatura, e il resto è metascrittura, con la storia che vagola e rimbalza di genere in genere, di cliché in cliché, di citazione in citazione, di meccanismo in meccanismo. Il risultato è un film-parodia all’interno di una commedia brillante, con un sacco di riflessioni sulla tecnica narrativa mascherate da battute di spirito, e con le parti minori coperte da Tony Curtis e – tenetevi forte – Noel Coward in persona.

Mi verrebbe da dire “peccato per il lieto fine grondante saccarina”, ma dato il tipo di film non riesco a sentirmi obbligata a prenderlo sul serio… voglio dire: dopo un’ora e mezza di tropi cinematografici rivoltati come calzini e trascinati senza posa e senza mercé dentro e fuori dalla storia, come ci si aspetta che prenda un finale in cui lo scrittore alcolizzato e cinico si redime (umanamente & artisticamente) per amore nel giro di due giorni e mezzo?

Non particolarmente sul serio, direi.

Mi sento autorizzata a pensare che il lieto fine zuccheroso non sia né zuccheroso né lieto, che quella che sembra scrittura così così sia un’ulteriore dimensione della parodia (una specie di cornice parodistica della parodia), e che lo scarso successo di pubblico a suo tempo sia il risultato di un certo quale eccesso di cerebralità…

Forse è una prova in più del fatto che non è facile rendere attraenti dal punto di vista narrativo i meccanismi della narrazione denudati – a meno di farlo per gente che scrive a sua volta.

Lug 6, 2010 - cinema    3 Comments

Galaxy Quest

galaxyquest.jpgSempre per la serie A Me La Fantascienza Non Piace, ho rivisto per l’ennesima volta Galaxy Quest.

Ora, l’unica cosa che posso dire nel tentativo di sembrare un po’ meno dissennata è che GQ non ha nulla a che fare con il lato angosciante del genere: è una fantastica metaparodia di Star Trek, ciò che spiega parecchio riguardo alla mia capacità di guardarlo senza perdere il sonno.

Dico metaparodia, perché GQ non è soltanto una versione buffa di Star Trek à la Spaceballs, ma un amabile e intelligente divertissement su tutto il mondo che ruota attorno a un programma del genere – ed è davvero un mondo bizzarro. Tutto comincia con la serie eponima, grande successo negli Anni Ottanta, poi cancellata, ma assurta a oggetto di culto, con reggimenti di fans che seguitano a incontrarsi in costume per rivedere i vecchi episodi, collezionare modellini e studiare i piani dell’astronave, la NTE* Protector. Ed è proprio a una di queste conventions che si ritrova, diciotto anni dopo la cancellazione della serie, il cast originale. Nessuno di loro ha fatto gran carriera, dopo GQ – probabilmente a causa di GQ. I Nostri sono una fauna variegata: l’ex bambino prodigio che faceva il Piccolo Pilota Prodigio è… be’, cresciuto; la Bellona Pettoruta che ripeteva ogni parola del computer (Sigourney Weaver, of all people!) è diventata cinica; l’ex Ingegnere Capo Scanzonato ha sviluppato problemi di alcol e di autostima; il Prode Capitano è disperatamente ansioso di convincersi che GQ è stata una buona cosa nella sua vita (e forse è l’unico che ancora ne ricava qualche soddisfazione). Il mio prediletto, però, è Alan Rickman, nel ruolo di Sir Alexander Come-Mi-Sono-Ridotto-Così? Dane, un attore shakespeareano inglese finito a interpretare lo Ieratico Ufficiale Scientifico Alieno**.

La faccenda è già piuttosto spassosa così, ma poi le cose cominciano a succedere, e questo litigioso, demotivato gruppo si ritrova più o meno rapito da degli alieni particolarmente ingenui, che non distinguono gli attori dai loro eroici personaggi. E non sarebbe ancora nulla, se gli sprovveduti intergalattici non contassero proprio sui finti eroi per salvarsi dal Malvagio, un lucertolone sadico e genocida, sveglio abbastanza da capire presto come stanno in realtà le cose.  

Seguono improbabilità tecnologiche, fraintendimenti culturali, un diluvio di riferimenti cinematografici e televisivi, azione gratuita, guerra, amore e morte, tropi narrativi come se piovesse (e naturalmente gli attori li riconoscono come tali – solo che stavolta sono veri), e la folgorante idea che a salvare tutto e tutti, alla fine, non siano i Nostri Eroi, ma i fans a casa.

Insomma, GQ non è un film profondo, però ha dalla sua delle buone idee, del sense of humour, attori in gamba*** e, più di tutto, una buona scrittura in grado di giocare con riferimenti culturali, tecniche narrative complesse, showbiz (e, volendo, anche qualche questione filosofica di realtà e non realtà) con disinvoltura spiritosa. Morale: profondo o no, è un film intelligente.

Ce ne fossero!

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* Tanto per capirci: la sigla (che in realtà nella versione italiana è diversa) sta per Not The Enterprise. Capito quello che intendevo?

** E a questo punto chi conosce Star Trek si sta già divertendo più di chi non lo conosce.

*** Oh, Alan Rickman che leva gli occhi al cielo ogni volta che qualcuno (sulla Terra o altrove) gli nomina il Martello di Grabthar! Almeno fino a quando Quellek non va incontro a un destino inaspettato…

Giu 20, 2010 - cinema, musica    No Comments

Canta Che (Ti) Passa

singin_in_the_rain.jpgPioggia, pioggia, nient’altro che pioggia… Mi sembrava appropriato, in osservanza al meteo e alle mie abitudini musicali, postare un videino di Singin’ In The Rain. Non sono sicura che cantando passi, ma se pioggia deve essere, almeno balliamoci il tiptap, giusto?

No, non giusto. YouTube non collabora. Pare che ultimamente inciampi spesso in faccende di diritti, ma chiunque detenga quelli di Cantando Sotto La Pioggia non vuole che la clip sia visibile da SEdS… morale, se volete vedere Gene Kelly che canta e balla sotto la pioggia, dovrete andare qui.

Io intanto spero che smetta di piovere e che si veda qualcosa di simile alla prima estate…

Buona domenica a tutti.

Giu 6, 2010 - cinema, musica    2 Comments

As Time Goes By

A dire il vero, volevo postare la versione di Louis Armstrong, ma mi par di capire che ci siano questioni di diritti. Per cui, Frank Sinatra:

 

It’s still the same old story, a fight for love and glory, a case or do or die…

Buona domenica a tutti!  

Mag 30, 2010 - cinema, musica    No Comments

Put On Your Sunday Clothes

Adoro i vecchi musical americani, con quell’aria ingenua e colorata, con quell’atmosfera da Il Mondo Come Dovrebbe Essere, con i guai risolti a suon di musica e passo di danza, con il sipario che si chiude sempre su un gaio numero di ensemble, con quelle canzoni che ti risollevano il morale anche se non vuoi…

Tutti sappiamo benissimo che la vita non è così, ma ogni tanto, per un’oretta o giù di lì, è bello far finta di pensare che tutto si possa risolvere con gli abiti della festa e una gitarella in treno!

 

Buona domenica a tutti!

Mag 13, 2010 - cinema    2 Comments

Diesel

“…E nel film su Annibale che uscirà…” dice M.

“Cosa? Cosa? Che film?” dico io, drizzando le orecchie.

“Sai, quello che esce nel 2011…”

“Quale dei due?!” strillo, e il mio oscuro riferimento a La Nemica di Nicodemi va del tutto perduto, ma fa lo stesso. M. mi guarda con occhi tondi e chiede come sarebbe a dire due? “Denzel Washington o Vin Diesel?”

“Non Denzel Washington,” pronuncia M., dopo averci pensato un po’, e io gemo nel mio modo più melodrammatico. Sia chiaro, nemmeno Denzel Washington sarebbe stato la mia prima scelta per interpretare Annibale, ma Vin Diesel…

“Vin Diesel!!” pigolo, “Vin Diesel!!!”

“Non ho idea,” M. scrolla le spalle, perplesso di fronte alla mia disperazione. “Mai coverto. Chi è?”

“Uno che non cambia mai espressione – mai, nemmeno per sbaglio…”

“Oh…” M. comincia a vedere la tragedia. “E’ che se lo produce lui, il film, sai…”

Oh catastrofe, delitto, sacrilegio, ecatombe! Magari sono prevenuta, non lo so, ma ho tanto idea che questo film sarà un’avventurona approssimativa, truculenta, con gli eserciti fatti al computer e un Annibale che procede torvo e allucinato, mascella digrignata e spada in pugno. Se non avessero inteso di sacrificare tutta la complessità del personaggio all’azione, avrebbero scelto qualcun altro, giusto? E se uno con il curriculum di Vin Diesel si sogna di autoprodursi un film sul più grande condottiero dell’antichità, è così malevolo da parte mia pensare che abbia in mente proprio solo gli elefanti e le battaglie all’arma bianca?

Ossignore…. Vin Diesel! Sbaglierò, ma per il momento – così, sulla fiducia – sono in lutto.