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L’Armatura Di Luce

511BEE8DXBLBisognerà, un giorno o l’altro, che mi provveda di una specie di segnale stradale: Libro Non Tradotto – da premettere quando posto di libri non tradotti.

Perché, indovinate: oggi parliamo di un libro non tradotto. The Armor of Light, di Melissa Scott e Lisa Barnett. Fantasy storico ambientato… indovinate di nuovo: in età elisabettiana.

Ipotesi I: la magia funziona – come gli Elisabettiani sono convinti che funzioni. Funziona, si studia, si pratica secondo diverse scuole di pensiero. Per cui, quando John Dee sostiene di comunicare con gli angeli, gli angeli ci sono per davvero.* E quando Marlowe scrive nel Faustus invocazioni appena un po’ troppo realistiche, il diavolo soprannumerario in scena è un diavolo autentico.  E l’ossessione di Giacomo di Scozia per le streghe è più che giustificata – così come la nomea del Conte di Bothwell, il re delle streghe è molto più che superstizione o ruse politica…

Ipotesi II: Sir Philip Sidney, il primo gentiluomo d’Europa, poeta, soldato e studioso, non è affatto morto delle sue ferite dopo la battaglia di Zutphen, ma è sopravvissuto per diventare il campione della Regina, oltre che uno dei migliori maghi d’Inghilterra.

Ipotesi III: essendo vivo nel 1593, Sir Philip è riuscito ad irrompere a casa di Mistress Bull proprio un istante prima che Frizer, Poley e compagnia assassinassero Christopher Marlowe. E avendogli salvato la vita, lo ha anche preso sotto la sua protezione.

Sir Philip

Sir Philip

Cosicché, quando la storia comincia nel 1595, con un’oscura minaccia stregonesca ai danni di Giacomo di Scozia – possibile/probabile futuro re d’Inghilterra – l’ormai anziana Elisabetta e i suoi consiglieri hanno pochi dubbi su chi mandare in soccorso: Sydney, uomo d’azione e di magia. E con lui anche Marlowe, che per la sua appartenenza alla Scuola della Notte e per la sua inclinazione ad impicciarsi di tutto quel che è proibito, può vantare una competenza superiore alla media in fatto di diavoli.

E qui cominciano guai in abbondanza, perché la corte di Scozia è un nido di vipere faziose intente a contendersi il controllo del re. E perché la forte componente religiosa delle pratiche magiche significa che il diavolo è sempre a caccia di aperture per corrompere i maghi. Perché Marlowe è ancora, nonostante tutto e con scarsissima convinzione, una spia del subdolo Sir Robert Cecil. E perché il sospettoso, incostante Giacomo non è la persona più facile a proteggersi…

Così, mentre Sidney danza in precario equilibrio sui crinali tra efficacia e hybris, mentre un Mefistofele molto teatrale tenta ad ogni passo un eminentemente tentabile Marlowe, e mentre gli attacchi di Bothwell aumentano in sanguinosa intensità, mezza Scozia e mezza Inghilterra fanno la loro comparsa in scena: dai Cecil al completo alla Pléiade francese, da Ned Alleyn agli inaffidabili fratelli Ruthven, da John Dee a Shakespeare, da Frances Sidney née Walsingham al conte di Mar, da Ben Jonson (offstage) a Walter Raleigh… E mi fermo qui, ma ci sono proprio tutti.

Marlowe

Kit

E qui veniamo al primo difetto di questo libro: è troppo corto per tutta la gente che contiene. Porta in scena un sacco di personaggi interessanti, promette sviluppi a diritta e a mancina, gioca sulle relazioni che il lettore sa esistere tra gli uni e gli altri, si avvia in una quantità di direzioni – e poi ne percorre solo una parte ridotta, abbandonando per strada dozzine di possibilità.

C’è molta più carne al fuoco di quanta ne venga effettivamente cucinata, il che è più che un nonnulla frustrante. E non so nemmeno dire se il resto del menu sia lasciato indietro in vista di un secondo volume: molto di quel che ci si lascia intravvedere è strettamente legato a questa storia – e comunque, per quanto ne so, non c’è seguito.**

L’altro difetto è la scrittura, che è funzionale, e non molto di più. A tratti mi sarebbe piaciuto che fosse più… levigata, ecco.

Perché quel che c’è, in fatto di storia e di ambientazione e soprattutto di personaggi, mi è proprio piaciuto. Sir Philip Sidney, preso tra ritegno protestante e gusto del potere – magico od otherwise – e ansioso di conquistare l’intelligente e risoluta moglie sposata per politica, è un ottimo personaggio. Marlowe, tormentato dal suo passato, dall’ingombrante reputazione che si è costruito con troppa cura, dalla gelosia e riluttante ammirazione che sente per Sidney, dall’inaspettata vena di integrità che si va scoprendo, è ancor meglio.

Nel complesso, una buona storia, molto ben popolata, alla fin fine un po’ inferiore, alas, alla somma delle sue parti.

 

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* Ma Edward Kelley resta nondimeno un (defunto) lestofante.

** Se qualcuno sapesse il contrario, sarei grata.

Nov 27, 2013 - grilloleggente    No Comments

Ascoltare I Libri

D’accordo, adesso posso dire di averci provato.

Sto parlando di audiolibri, quelle registrazioni di letture più o meno integrali, fatte da un singolo attore e più o meno provviste di effetti sonori e musica d’atmosfera.

Mi si dice che siano spesso ottimi, e i loro parenti, gli sceneggiati radiofonici più che i radiodrammi propriamente detti, non mi sono mai dispiaciuti. Non che possa dire di averne ascoltato mai granché, ma l’idea mi attira…

Vero è che l’unico vero precedente con un audiolibro non è incoraggiantissimo: back in the day, durante la mia seconda estate a Edimburgo, comprai la lettura integrale di Kidnapped su audiocassette – letta da un attore scozzese di cui mi si dicevano meraviglie. La delusione fu notevole: la voce non mi piaceva, per non parlare dell’accento delle Highlands e del tono aggressivo affibbiati al narratore David – placido gentiluomo delle Terre Basse se mai ce ne fu uno…

Però sono passati vent’anni, e chiaramente quell’audiolibro in particolare soffriva di scelte malguidate… e insomma, ci ho riprovato. Ma non così, fuori dal blu. A un certo punto ho scoperto l’esistenza di un dramma radiofonico della BBC, una cosa chiamata The Killing e incentrata su – indovinate un po’ – Marlowe.

Si capisce che non ho avuto pace finché non l’ho trovato su Amazon, e l’ho acquistato. Ma per acquistare audio su Amazon (o almeno questo particolare Audio) bisogna iscriversi ad Audible. Per iscriversi ad Audible si comincia con un periodo di prova e, oltre al primo acquisto, vi regalano un libro a vostra scelta.

Be’, perché no? mi sono detta – e ho scelto uno dei gialli di Rory Clements che hanno per protagonista un fittizio fratello maggiore di Shakespeare…

Sì, lo so – ma portate pazienza. Non vi infliggo nulla di elisabettiano, oggi – se non per dirvi che, una volta scaricato il bottino sul Kindle, ho cominciato con il radiodramma, e tutto è andato bene. Me l’aspettavo abbastanza: non da oggi vado matta per i radiodrammi della BBC – ben scritti, ben recitati, ben ambientati, con un ottimo ritmo e una meravigliosa atmosfera.

Ottimo, mi sono detta, e sono passata al romanzo. E… hmf.

Per carità: Rory Clements mi piace molto, e Peter Wickham è un ottimo lettore, ma dopo un po’ mi sono accorta che mi distraevo facilmente sull’uno o sull’altro particolare delle descrizioni o del dialogo e, quando tornavo a concentrarmi sulla storia, avevo perso un paragrafo o due.

Frustrante.

Nel dubbio che non fosse la serata giusta, ho chiuso tutto e ci ho riprovato una seconda volta. E poi una terza. E adesso mi arrendo: è evidente che gli audiolibri non sono fatti per me. Non so immaginare troppo bene perché: l’idea in teoria mi piace molto, il libro è del tutto il mio genere e appartiene a una serie che ho letto, se non con costanza, con soddisfazione. Il lettore è davvero in gamba, e tutto dovrebbe andare alla meraviglia… Però si direbbe che non sia il mio modo di assorbire le storie.

Va tutto bene per la serrata mezz’ora scarsa del radiodramma. Un romanzo intero, o anche soltanto qualche capitolo di un romanzo, non funziona per me. Devo averle davanti agli occhi, le parole. Devo essere libera di distrarmi a cogitare sul sistema giudiziario dell’epoca e sui pigmenti per tingere le stoffe – con la certezza che, quando avrò finito, la storia sarà esattamente lì dove l’ho lasciata.

E poi tutti i miei tentativi sono stati fatti nottetempo, nella quiete e nel silenzio più assoluti. Non oso pensare a che cosa succederebbe se provassi ad ascoltare, che so… mentre guido o mentre faccio nordic.

No, davvero: non fa per me. Tanto che ho già cancellato la sottoscrizione ad Audible. Colpa mia, e non di Audible, e peccato – ma no, grazie.

E adesso, in circostanze normali vi chiederei come ve la cavate voi con gli audiolibri, ma qui non è chiaro come si faccia a commentare, per cui… se proprio i commenti non funzionano, scrivetemi: laclarina@gmail.com.

 

Scusatemi Se Da Sol Mi Presento

jeff vandermeer, prologhi, shakespeare, marlowe, shaw, dickens, manzoni,  Magari l’avrete letto in qualcuno di quegli articoli o post del genere “dieci cose che gli editor non sopportano”, o “dodici modi sicuri per farsi respingere un manoscritto”…

A suo tempo, credo di averne fatto uno anch’io, ma adesso non ho tempo di andarlo a cercare.

Anyway, se avete letto anche solo una lista del genere, odds are che ci abbiate trovato il Prologo.

E sapete che cosa vi dico, tanto da editor quanto da lettrice?

Che è proprio vero: di prologhi non se ne può più.

Che poi, sia chiaro, il Prologo in sé non ha nulla di male. Espediente narrativo mutuato dal teatro*, in base al quale un piccolo non-capitolo introduce atmosfera, precedenti, informazioni che verranno buone poi, chiarimenti dell’autore, esche… cose così.

E mi viene subito in mente una manciatina di prologhi teatrali che adoro –  lo shakespeariano O for a muse of fire dell’Enrico V, oppure l’orgogliosa rivendicazione del Tamerlano senza burle di Marlowe, o le  meditazioni di Shaw in fatto di storia prima di Cesare e Cleopatra…

Quanto a prologhi narrativi… scommetto che non vi stupirete se cito Dickens: it was the best of times, it was the worst of times… E lo scartafaccio secentesco dei Promessi Sposi. O la brevissima, folgorande invocazione agli spiriti che apre Entered from the sun. E, a dire il vero, poco di più.

Perché il fatto è che non è comunissimo trovare un prologo che faccia quel che deve fare: afferrare il lettore per la collottola e trascinarlo dentro la storia – possibilmente con una manciata di domande in tasca. E ciò benché i prologhi siano tornati di gran moda, soprattutto nelle storie di genere.

Non avete idea di quanti prologhi mi siano capitati fra le mani, con una protagonista narratrice che, mentre scappa o si nasconde, ritenendosi in punto di morte, comincia a ripensare a come è arrivata fin lì… Effetto Twilight, naturalmente – e sembra difficile convincere gli (o più spesso le) aspiranti che, qualsiasi cosa si pensi dei vampiri luccicanti, la cosa è già stata fatta, ripetutamente. E quindi adesso, quando vedo un prologo del genere, non sono più catturata, non mi domando che cosa ne sarà della nostra eroina, come ha fatto a trovarsi lì, chi la sta inseguendo… mi limito a levare gli occhi al cielo.

E lo stesso vale per i prologhi incomprensibili e/o aulicissimi, e magari drasticamente diversi dal primo capitolo. E tanto più se poi (e capita, oh se capita) la rilevanza del prologo rispetto alla storia si rivela labile o nulla…

Ho detto che voglio esserci trascinata, nella storia – ma con la forza, non con l’inganno.

E quindi? E quindi un tempo avevo fede nel prologo, e adesso non l’ho più. E quindi, quando sono tentata di iniziare una storia con un prologo, ci penso su due volte. E in genere decido che il prologo in realtà può benissimo diventare un primo capitolo. O, in alternativa, può essere capitozzato senza remore.

Ma se proprio non potessi farne a meno? Se avessi un antefatto che succede troppo tempo prima rispetto all’inizio della storia vera e propria? Se non povressi far funzionare la storia senza stabilire una premessa, seminare un indizio, preparare una sorpresa? Be’, allora credo che terrei presente la rana pescatrice dell’illustrazione lì in cima** (che, tra parentesi, è di Jeremy Zerfoss e viene da Wonderbook: The Illustrated Guide to Creating Imaginative Fiction di Jeff VaderMeer), e baderei bene a concepirlo come un’esca, il prologo: appetitoso, luminescente e irresistibile – proprio davanti alle fauci spalancate della mia storia.

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* E se andate a vedere il dizionario Treccani, difatti, ci trovate solo definizioni di ordine teatrale o figurato – ma nulla di narrativo, se non a margine della sezione “estens. non com.” del lemma.

** Cliccate (orrida parola) per vedere il pescione in tutto il suo istruttivo splendore.

Mar 20, 2013 - grilloleggente    5 Comments

Il Teorema Di Sheherazade

Va bene, parliamo di serie.

L’atteggiamento logico sarebbe quello di cominciare con il primo libro della serie e poi continuare nel giusto ordine. Talmente logico che per molto tempo non mi sono nemmeno posta il problema.

Né, d’altra parte, posso dire di avere letto moltissime serie.  Sì, c’è la soddisfazione di ritrovare personaggi, ambientazione e vicende che si sono apprezzati. E on the other hand c’è sempre il pericolo d’indigestione. Ho ricordi men che piacevoli del ciclo di Shannara – che a un certo punto ho abbandonato per un motivo che ancora oggi trovo ragionevolissimo: non ne potevo più.

In compenso ci sono stati O’Brien, Forester e Cornwell, che ho letto con molto piacere dal principio alla fine – ed è possibile che sia anche una questione di genere. A mio timido avviso, sia O’Brien che Forester scrivono meglio della Rowlings, però ammetto che il diluvio di gergo navale o militare possa irritare quanto la sovrabbondanza di Quidditch – uno dei motivi per cui, pur avendo letto tutto Harry Potter, l’ho fatto con crescente impazienza e, se devo dire la verità, di sette tomi viepiù spessi, me ne sono piaciuti solo due.

Naturalmente non era solo questione di sport: il mio problema era la ripetitività dello schema, anno scolastico dopo anno scolastico… E perché, nonostante questo, li ho letti tutti e sette? Per la natura delle serie, concepite per trascinare il lettore di volume in volume, coniugando la rassicurante riconoscibilità dello schema con la curiosità solleticata. Ma guarda, il nostro eroe si è cacciato nei guai un’altra volta: riuscirà a uscirne? E in quali altri guai lo precipiterà la soluzione di questi? Il principio è sempre lo stesso (problema – soluzione – problema più grosso…), solo che è spalmato su un numero variabile di volumi. Ed è pur vero che una ciliegia tira l’altra proprio per la ragionevole certezza che anche la prossima sarà una ciliegia. Poi a volte la successione di ciliegie diventa un po’ troppo rassicurante – ma è una percezione soggettiva e comunque non è detto che ci si riesca a staccare pur avendo l’impressione di cominciare ad annoiarsi.

Che dire? La narrazione seriale è concepita per generare dipendenza. Sheherazade, anyone? La mia teoria è che dopo un volume è perfettamente possibile piantare tutto, dopo due diventa difficile, e dopo tre ci si può considerare perduti.

E badate, parlo di un volume, due volumi e tre volumi – non del primo, secondo e terzo…

Perché credevo che fosse il caso di leggere le serie in ordine cronologico – con la possibile eccezione dei gialli d’ambientazione contemporanea – ma comincio a ricredermi.

Dacché scrivo per HNR, però, mi capita di entrare in una serie da… well, da dove capita che serva una recensione. E talvolta mi irrito fin dapprincipio, come nel caso di Edward Marston, che scrive gialli storici in quantità industriale e in una collezione di periodi, l’uno più interessante dell’altro, ma poi li scrive tutti uguali, vaghi nell’ambientazione, piatti nei personaggi*, legnosi nei dialoghi e tutt’altro che al di sopra di errori ed anacronismi. E allora poco importa da quale volume abbia iniziato: mi sono ritrovata a leggere un singolo volume a caso di non una, non due e nemmeno tre, ma quattro serie di Marston, e non ho il minimo desiderio di vederne altri.

Ma quando invece mi capita di essere catturata, poco importa da dove ho iniziato: torno al principio e proseguo. Con risultati di varia natura, perché vado constatando che la redazione di una serie attraversa varie fasi, man mano che l’autore trova la sua voce, fa esperienza e poi comincia a stancarsi.

Così per esempio ho scoperto gli elisabettiani Carey Mysteries di P.F. Chisholm a partire dal quarto volume, sono tornata indietro, li ho adorati tutti e adesso, dopo avere finito il quinto, continuo a sperare che l’autrice ne scriva ancora un po’. E lo stesso è stato per i bellissimi gialli ottoman-ottocenteschi di Jason Goodwin.

Con le indagini di Abigail Adams di Barbara Hamilton, invece, ho cominciato dal secondo volume che ho trovato un po’ lento, ma ho apprezzato l’ambientazione nella Boston prerivoluzionaria abbastanza da fare un altro tentativo. E il primo volume si è rivelato molto più fresco ed efficace. Non sembra un gran buon segno, vero? Esiste un terzo volume, ma esito perché non so se credere a un lapse momentaneo o a una rapida disillusione. E per di più, mi par di capire che nel terzo giallo sia assente il mio personaggio prediletto, il Tenente Coldstone**.

E sì, considero la sparizione o mancanza di un personaggio particolare una questione di una certa rilevanza all’interno di una serie. Per dire, Fratello Cadfael (scoperto al terzo volume) mi piace molto, ma non riesco a trovarci troppo gusto quando manca Hugh Beringar, e lo stesso vale per Martin Wirthir nelle avventure di Owen Archer (iniziate dal secondo volume). Tornare indietro, in entrambi i casi, è stato di relativa soddisfazione: ho scoperto che non ero poi troppo interessata ai primordi in cui l’autrice non aveva ancora creato il sidekick adatto***.

Per Tancred a Dinant, il cavaliere normanno di James Aitcheson, è stata uan faccenda diversa. Il secondo volume mi è piaciuto tanto da indurmi a procurare il primo, salvo scoprire che trama, caratterizzazione e voce cigolavano sotto il peso dell’inesperienza del giovane autore. Inutile dire che, dato il miglioramento drastico, in questo caso sarò ben felice di veder comparire il terzo volume.

Sulle avventure navali di John Pearce, di David Donachie****, lettura recentissima, I’m of two minds. Premetto che avere cominciato dal nono volume non è stata la migliore delle idee, e forse non l’avrei fatto se non fosse stato per esigenze di redazione. Sia chiaro: la storia pregressa è gestita piuttosto bene, e il lettore non viene lasciato in dubbio su chi sia chi, chi voglia cosa e perché. Il problema è che questo nono episodio è più che altro una transizione, con il protagonista che chiude la missione precedente e si prepara per la successiva – e non è che succeda granché. E quel poco che succede ha l’aria di essere un po’ grautito… Dopodiché i personaggi sono davvero buoni, l’ambientazione accurata e vivida, i dialoghi efficaci, e i precedenti stuzzicano la mia curiosità. Sono alquanto tentata. Staremo a vedere, ma può darsi che ricominci.

E con questo non voglio dire che vada sempre così, perché ci sono serie come i gialli seicenteschi di Judith Rock e quelli di Nicola Upson con Josephine Tey per detective, o Sorcery&Cecelia, i fantasy Reggenza di Wrede e Stevermere – tutte serie che ho cominciato dal principio, dal volume 1, come la maggior parte della gente sensata… Upson probabilmente la abbandonerò, ma con le altre intendo continuare: buone fin dall’inizio e ancora niente delusioni.

La morale di tutto ciò? In primo luogo, si direbbe che quando sostengo di non leggere serie io menta. In secondo luogo, scrivere serie richiede una serie di competenze e astuzie distinte da quelle necessarie a scrivere un romanzo singolo, o anche una trilogia che racconta una storia compiuta.

Bisogna saper dosare i propri effetti e le proprie vicende su un numero non necessariamente prevedibile di volumi. Bisogna incuriosire il lettore senza spiazzarlo troppo. Bisogna dargli l’impressione di sapere dov’è (o non si fiderà abbastanza per comprare il prossimo volume) pur elargendogli il giusto tipo di sorprese al momento giusto (o si annoierà e non comprerà il prossimo volume). Bisogna architettare ogni volta un finale che sia soddisfacente e al tempo stesso tale da catapultare il lettore verso il volume successivo. Bisogna amministrare i loose threads, lasciarsi aperte abbastanza strade per il futuro e al tempo stesso non disperdersi e mantenere la storia generale sensata e coerente. Bisogna scegliere bene i propri personaggi – e badare a quando li si toglie di scena*****. Bisogna calibrare bene il passo. E bisogna essere certi di aver voglia di scrivere più o meno indefinitamente su un certo personaggio, mantenendolo attraente quanto basta. Può durare a lungo  – e allora si corre il rischio di annoiarcisi – o può durare poco, e allora immagino che sia dura abbandonare personaggio e ambientazione…

E bisognerebbe consentire al lettore di cominciare da qualsiasi parte, avendo l’impressione di leggere un libro che sta in piedi da solo e, al tempo stesso, di volerne sapere di più, molto di più…

Una volta a un seminario ho sentito un agente americano dire che in una serie, con ogni volume vendi il volume successivo. La mia impressione è che un buon singolo volume possa vendermi tutta la serie – ma il mio criterio fondamentale è questo: mi aspetto di leggere un romanzo, non una fetta di qualcosa di più grosso, senza inizio né fine, thank you very much.

E voi? Leggete serie? Vi lasciate catturare? E cominciate dal principio o fa lo stesso? Vi capita di entrare da una porta laterale – e poi restare? Che cosa vi fa adottare una serie? Che cosa ve la fa abbandonare?

 

 

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* Quanto detesto i suoi protagonisti bidimensionalmente ipercompetenti…

** Sì, un inglese. Un magistrato militare inglese. A me nelle storie coloniali tendono a piacere gli Inglesi. Fatemi causa.

*** Anche se in realtà, nel caso di Martin Wirthir forse la definizione di sidekick non è del tutto adatta. Nel secondo volume è più probabilmente un foil.

**** Che è poi Jack Ludlow, e anche Tom Connery.

***** Acida per via di Coldstone? Io? Non capisco come vi sia potuto venire in mente…

Ad Alta Voce

Mettete un martedì sera in biblioteca.

Una decina di persone, otto libri. Nessun tema in particolare: ciascuno porta un libro che sta leggendo, ha letto, ricorda con piacere, predilige… 

E poi si legge. Dieci minuti a testa. Due parole d’introduzione e qualche pagina. E poi un paio di minuti per le domande – se ci sono.

Poi si passa al prossimo lettore, al prossimo libro.

Una fetta di torta a metà strada non guasta. Noi ieri sera avevamo le rose del deserto. Perché ieri sera abbiamo sperimentato, in un gruppo ristretto, la formula di un’idea per rivitalizzare la biblioteca locale. Ed è andata benissimo. Tra otto libri diversissimi, scelti in base ai criteri più vari, è quasi impossibile non trovare di che incuriosirsi o interessarsi almeno un paio di volte.

E l’idea dell’assaggio di lettura è geniale nella sua semplicità, perché sentire qualcuno che descrive un libro, pur con tutto l’entusiasmo del mondo – e talvolta a causa di tutto l’entusiasmo del mondo – non sarà mai la stessa cosa che assaggiarne un pezzetto.

Per dire, ho deciso che devo leggere Il più grande uomo scimmia del Pleistocene e Zia Mame. E sapete la cosa migliore? Nessuno dei due è proprio il genere di libro che leggo in questo periodo, e avrei potuto ignorarli beatamente entrambi*, e invece ho tanto idea che mi piaceranno.

E chissà, magari a mia volta ho risvegliato in qualcuno l’uzzolo di leggere Lord Jim?

Dopodiché la questione è aperta su una serie di punti: introdurre o non introdurre le letture? Discutere o non discutere? Ma questi sono particolari che definiremo col tempo e con la pratica, e intanto due cose sono certe: otto libri con una piccola pausa sono una scaletta ragionevole, e una cadenza mensile ha l’aria di poter funzionare.

Perché continueremo, oh se continueremo. Intanto a marzo apriamo al pubblico, e stiamo a vedere come funziona – ma nutro speranze. È più agile di un gruppo di lettura, porta a interessanti scoperte e buona conversazione, e le rose del deserto erano ottime. Promettente, no? 

Staremo a vedere. Vi terrò informati.

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* No, d’accordo: di Roy Lewis mi è stato parlato assai bene altrove (you know who you are!), per cui magari ci sarei potuta arrivare anche per altre vie – ma indubbiamente sentir leggere di Griselda che, obliquamente e senza troppo parere, ipotizza l’omicidio del capobranco/suocero mi ha decisa ad agire.

Lord Jim Propinato Ai Fanciulli

lord jim,fabbri,narrativa per ragazzi,joseph conradQuando ho scoperto che c’era questa edizione italiana di Lord Jim in una collana per ragazzi – età consigliata dai dieci anni in su, non ho avuto pace finché non ci ho messo sopra le mani.

Ma come, dieci anni? mi domandavo incredula. Dieci? E me lo domandavo perché, leggendolo per la prima volta alla più matura età di sedici, l’avevo trovato duro. Me ne sono anche innamorata, ed è stata una lettura fondamentale, ma benedetto cielo quanto ci sono stata male. E questi, mi chiedevo, lo propongono agl’implumi decenni?

Sarà abbreviato, mi dicevo, mentre esaminavo gli scaffali della sala-fanciulli alla biblioteca Baratta. Sarà abbreviato, tagliuzzato, sfrondato, sanitizzato… E rabbrividivo un po’, e ci ho anche messo il mio tempo, perché cercavo un libretto alto un dito, due dita – che poteva essere, per farlo leggere ai decenni?

E invece poi l’occhio mi è caduto su un tomo spesso tre dita. Possibile?

Joseph Conrad. Lord Jim. Fabbri – I Delfini. Classici. Da dieci anni.

Sarà stampato in grande, mi son detta, estraendo il libro dallo scaffale. E avrà un sacco di apparato, di note, di…

E invece è stampato a caratteri del tutto normali, e di apparato non c’è nemmeno l’ombra. Non una nota, non un’introduzione, non una prefazione. Ci sono, è vero, la celebre Nota dell’Autore all’edizione 1917 e, in fondo, quattro paginette di postfazione in corsivo, di Antonio Faeti, ma… possibile?

Eppure, così a prima vista, la traduzione di Alessandro Gallone sembrava proprio integrale. Possibile?

Sconcertata anzichenò, me ne sono tornata in zona adulti con il mio ritrovamento, e mi sono messa a leggere. La Nota dell’Autore la conosco pressoché a memoria – e francamente, con la sardonica risposta alle accuse d’implausibilità e la discussione su che cosa sia o non sia morboso, non mi pare nulla che possa attrarre un bambino di dieci anni. Così ho cominciato dalla postfazione di Faeti, l’unica parte di questo volume che potesse davvero essere diretta a un pubblico decenne.

E Faeti apre le danze spiegandoci come, a chi consideri l’avventura semplicistica o diseducativa, si possa rispondere citando il nome di Joseph Conrad, nei cui romanzi “esistenze tormentate e contraddittorie si trascinano entro scenari che sono attraversati da brividi e lambiti da delizie.” Hm. Poi prosegue con le “fangose stradine dell’abiezione”, i “porti ove si compiono nequizie” e ci promette un “tortuoso, affascinante percorso” in un racconto che “si frammenta, si colloca nell’oralità appassionata di Marlow, si nutre di tracce, si specifica secondo linee molto intricate.” Dite la verità: se aveste dieci anni, non vedreste l’ora, vero? Per fortuna è una postfazione…

E a dire il vero, qualche obiezione alla postfazione ce l’ho anche da adulta, per la patina di politically correct e per una certa confusa altisonanza*, ma in tutta probabilità si tratta di peeves personali. Forse la postfazione non avrebbe poi troppo di male, se non fosse affissa, come unico scampolo di apparato, a un’edizione per ragazzini…

Ma il fatto è che ho serie obiezioni a tutta l’operazione, compresa la traduzione di Alessandro Gallone. Confesso di non averne letto granché, ma aprire a pagina 568 in cerca del finale, e scoprire che Doramin spara e colpisce “in pieno petto il figlio dell’amico morto”, non me ne ha fatto concepire un’opinione straordinariamente elevata. Magari questa non è colpa di Gallone, magari è un altro dei (non infrequentissimi) errori di stumpa, ma resta il fatto che Jim è l’amico del figlio morto di Doramin – not the other way round.

D’altronde, non credo che molti dieci- undici- o dodicenni arriveranno a pagina 568, quelli che ci arriveranno saranno troppo confusi e annoiati per preoccuparsi davvero di chi sia figlio o amico di chi. Confusi e annoiati, perché Marlow narra nella meno lineare delle maniere, divaga, considera, specula e rimugina e rimescola le carte in continuazione. Perché il linguaggio è una rete di complessità stratificate. Perché l’amarezza disperata della storia Perché l’avventura vera e propria, quella di Patusan, arriva dopo trecento pagine di tormenti, inchieste, divagazioni sulla natura umana, nottate di attesa, ripensamenti e dubbi. Perché, sperabilmente, pochi bambini sanno identificarsi con questo rimorso angoscioso e questa ossessione di riscatto – per non parlare dell’amarissimo finale. 

E allora, che avrebbe dovuto fare Fabbri? Abbreviare, tagliuzzare, sfrondare, sanitizzare? Perish the thought. Quanta gente conoscete che, venti, trenta, quarant’anni dopo avere letto un adattamento siffatto, è ancora convinta di avere letto il libro in questione? Quante volte avete concepito un’avversione per un autore sulla base di un adattamento siffatto?

Perché, credo, ci si deve arrendere all’idea che ci sono libri del tutto inadatti ai bambini – anche se sono classici, anche se ci sono le navi e la jungla e i pirati. Volendo far leggere Lord Jim a un implume preadolescente, le possibilità sono due soltanto: propinargli una versione annacquata e predigerita, spogliata dell’angoscia e della vertiginosa complessità narrativa, oppure accollargli un’infelicità di noia e incomprensione. Nel primo caso si perderà tutta la bellezza del romanzo (o, quanto meno, la possibilità di trovarci della bellezza), e nel secondo è estremamente probabile che concepisca un’avversione per il libro e per il suo autore. Nella peggiore delle ipotesi, con l’aiuto della prefazione, potrebbe persino giungere alla conclusione che, quando è ricca, complessa e profonda, l’avventura sia pallosissima. E non so a voi, ma a me pare che nulla di tutto ciò prometta bene per il futuro di lettore del fanciullo.

E allora, che avrebbe dovuto fare Fabbri con LJ? If you ask me, assolutamente nulla. Avrebbe dovuto lasciare che i bambini crescessero con Salgari, e conservare Conrad per gli adulti – o almeno per gli adolescenti – equipaggiati per apprezzare una storia così intensa, desolata e complessa.

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* Non conoscessi bene la trama, dalla postfazione mi farei l’idea che qualcuno chiami Jim con la versione inglese ed eponima del suo aristocratico sobriquet prima di Patusan – mentre la faccenda è significativamente diversa.

Swordspoint – A Melodrama Of Manners

ellen kushner,swordspoint,fantasy of manners,mannerpunkSwordspoint, di Ellen Kushner, è stato a lungo nella mia To Read List, e poi per un po’ nel Kindle. Finalmente è giunto in superficie, ed è stato una piacevolissima lettura.

E non è un libro troppo facile da definire in termini italiani – come prova questo dialoghetto tra me e R., cui ne cantavo le lodi.

“Ma che genere è, di preciso?
“Fantasy, direi.”
“Magia?”
“No.”
“Draghi, elfi, whatnot?”
“No…”
“Fantasmi, vampiri o altra gente non del tutto morta?”
“Be’, no…”
“Malvagi malvagissimi e ammantellati di nero alla conquista del mondo?”
“Nnno… Nulla del genere.”
“E allora, scusa se chiedo, che cosa lo rende fantasy?”

R., admittedly, non legge fantasy di nessun tipo, però ricorda vividamente il mio ormai remoto periodo tolkieniano, e il più recente gusto per il fantasy storico, originato con Susanna Clarke – e quindi si aspetta, se non proprio elfi e draghi, qualche genere di magia. O almeno qualche animale parlante. O semmai le sorti del mondo in bilico.

Ma in Swordspoint – a Melodrama of Manners non c’è proprio nulla di tutto ciò.

C’è una città senza nome, una capitale elegante e raffinata con dei sobborghi non proprio raccomandabili, retta da un’oligarchia nobiliar-mercantile. L’atmosfera è anglo-francese, un po’ Reggenza, con particolari raccolti tra Cinque-, Sei-, Sette- e primo Ottocento, cuciti insieme in maniera liscia e convincente. Ci sono i tessitori che scioperano, ci sono i berretti di velluto e le parate di barche sul fiume, ci sono le università e i teatri, ci sono i bassifondi pericolosi, ci sono le missioni diplomatiche in oriente, ci sono i giardini formali, le carrozze, i ricevimenti, l’impossibilità di fidarsi di alcunchì, intrighi politici galore – e soprattutto ci sono i duelli, a metà tra la moda e la necessità sociale.

Perché vedete, gli spadaccini sono pittoresca gente di talento senza pedigree. Gente che, ad averne i mezzi, s’ingaggia come guardia del corpo, come accessorio decorativo o per regolare in modo più o meno letale dispute e vendette, secondo un intricato codice d’onore.

E il giovane Richard St. Vier, che è lo spadaccino più quotato della sua generazione, si ritrova coinvolto in una rete di omicidi politici e faide incrociate da cui persino lui, che in genere può permettersi di scegliere i suoi ingaggi, faticherà a salvare vita, reputazione, principi e un amante* pericolosamente squadrellato.

Ecco qui. Visto? Niente magia**, niente vampiri, niente destini del mondo – nemmeno una doppia luna o della tecnologia stramba… E però è fantasy, con la città senza nome, con l’epoca collage, con i nomi fattiapposta. Quasi come se Kushner non avesse trovato nessun secolo e nessun posto adatti all’avventura storica che voleva raccontare, e avesse deciso di crearseli da sé, cucendo assieme un po’ di Dumas, un po’ di Thackeray, un po’ di Austen, un po’ di Heyer, un pizzico di Hope, una spruzzatina di Dickens, un filo di Laclos…

A ovest della Manica (e della Tinozza) hanno un nome per questo genere di cose – anzi due: Fantasy of Manners, e anche Mannerpunk, con tutta una collezione di autori come Emma Bull, Susanna Clarke, Caroline Stevermere, P.C. Wrede – per limitarmi a citare quelli di cui ho letto almeno qualcosa.

Qui fatichiamo a considerarli fantasy, non sappiamo bene che cosa farne e in genere, nel dubbio, non li traduciamo.

Per cui, se vi fosse venuta voglia di leggere dell’ottimo fantasy inconsueto con sfumature vagamente storiche, una scrittura favolosa, personaggi interessanti e tonnellate di calchi letterari da individuare per gioco, dovete rassegnarvi a farlo in Inglese – e lo trovate, ad esempio, qui.

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* Senza apostrofo. L’omosessualità maschile è diffusa e (ciò che non è cinque-, sei-, sette- né ottocentesco) socialmente accettata a tutti i livelli.

** Anche se mi si dice che in un seguito la magia faccia la sua comparsa. Ancora non ho letto, ma così sulla fiducia, quasi mi dispiace. Il mondo senza nome funzionava così bene… Staremo a vedere.

Nov 26, 2012 - grilloleggente, meme    6 Comments

Premio UNIA

La colpa è di Davide Mana di strategie evolutive, che mi ha girato il Premio Unia, un meme libresco di quelli cui non mi so sottrarre, perché – forse ve ne sarà sorto il sospetto – una volta che mi si è avviata a parlare di libri, per farmi smettere occorre abbattermi a sediate*… E vi dirò, sospetto che UNIA sia un acronimo di qualche tipo, ma non arrivo a scioglierlo né per deduzione né per ricerca. Qualcuno ha idea?

Ma nel frattempo, grazie, Dr. Dee. Fo la riverenza e rispondo alle sette domande.

1. Qual è il primo libro che hai letto in assoluto?

Nel senso de “Il Primo Libro Grosso E Senza Figure”? Il Richiamo Della Foresta di Jack London, nell’estate dei miei sei anni, dopo vaste quantità di fiabe illustrate e Corriere dei Piccoli. Non posso dire che mi sia piaciuto alla follia, ma la soddisfazione! Quasi più una prova iniziatica che una lettura.

2. Hai mai fatto un sogno ispirato a un libro che hai letto? Se sì, racconta.

Tutto il tempo. Anche lasciando da parte gli incubi da fantascienza e da cose improbabili, una volta ho sognato dettagliatamente Fanny ed Eliza della Cena ad Elsinore di Blixen/Dinesen; un’altra volta di scambiare quattro chiacchiere con una vicina di posto in autobus che sosteneva di essere Penny Parrish; un’altra ancora di recitare la parte Bianca Trao in una riduzione di Mastro Don Gesualdo – e naturalmente non mi ricordavo le mie battute… Ma in realtà mi capita piuttosto spesso. 

3. Qual è la prima cosa che ti colpisce in un libro? La copertina, la trama o il titolo?

Ah… non lo so. No, sul serio. Delle copertine diffido ferocemente. Chi non si è mai lasciato trascinare da una bella copertina e poi è rimasto deluso, alzi la mano. Le copertine sono subdole e malvagie. Le copertine sono tendenziose. Detto questo, mettiamola così: il mio emisfero destro corre al bel titolo con il gaio abbandono di un capretto su un pendio di erba tenerella – e intanto il mio emisfero sinistro sceglie in base alla trama, thank you very much

4. Ti è mai capitato di piangere per la morte di un personaggio?

Cyrano, Giovanni Drogo, l’Henry Morgan della Santa Rossa, Sydney Carton. E poi, anche se non è proprio la morte di un personaggio, c’è il finale de La Cripta dei Cappuccini, con Franz von Trotta che grida Gott Erhalte! nella notte ventosa…

5. Qual è il tuo genere preferito?

La maggior parte di quel che ha a che fare con la storia. Romanzo storico tradizionale, saggistica storica, ucronia, giallo storico, fantasy storico… parlatemi di qualche secolo passato, e le probabilità che mi facciate felice sono ragionevolmente alte.

6. Hai mai incontrato uno scrittore?

Mi è capitato di incontrare Antonio Scurati, Bernard Cornwell e Toni Morrison, ma soprattutto… er, vi ho mai raccontato di quando ho fatto da interprete, guida e autista per Seamus Heaney? E c’erano anche Marie Devlin Heaney e Peter Fallon. E non esagero dicendo che è stata una delle Esperienze della mia vita.

7. Posta un’immagine che rappresenta cosa significa per te le lettura

premio unia, lettura, libri

Ma anche…

premio unia, lettura, libri

E per finire, dovrei passare premio e testimone ad altri sette blogger.Allora, vediamo un po’…

. Alessandro Forlani
. Marta Manfioletti
. Danilo Zanelli
. Della di Quartello’s Kitchen
. Mattia Nicchio
. Marta Traverso
. Patfumetto

E, o gente senza blog, se volete rispondere qui sotto nei commenti, siete più che i benvenuti.


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* Venerdì sera, durante una cena, un’ospite mi ha incautamente chiesto lumi sulla questione del Vero Autore. E gli altri – qualcuno per amara esperienza, qualcuno allarmato dal luccichio nelle mie pupille – si sono gettati come un sol ospite sulla linea del fuoco, hanno preso a gomitate la malcapitata e hanno dirottato la conversazione sulla tregua fra Israele e Gaza. Safer ground, you know.

Ott 29, 2012 - grilloleggente, memories    16 Comments

Paure, Terrori, Brividi & Spaventi

Si parlava di recente di paure visive e paure per iscritto, e Alessandro Forlani parlava del fatto di spaventarsi davvero leggendo come qualcosa di raro e abbastanza singolare – a differenza dello spaventarsi davanti a un film.

E io ho dovuto dissentire.

Non ho difficoltà ad ammettere che è inverecondamente facile levarmi il sonno, ma farmi paura per iscritto è forse persino più facile che farlo per immagini.

Il dizionario Treccani definisce la paura come

Stato emotivo consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso,

e immagino che noi si ricada in un caso particolare di pericolo immaginario… Voglio dire, da bambina credevo davvero che una guerra nucleare potesse scoppiare da un giorno all’altro*, mentre adesso ho una visione un pochino più sana della possibilità, ma non per questo ho smesso di evitare come la peste le storie post-apocalittiche. Quindi si direbbe che il pericolo immaginario vada definito in modo piuttosto lato: non è solo questione di credere a un pericolo che di fatto non esiste (o almeno non troppo), ma anche di perdere il sonno su un pericolo puramente ipotetico.

D’altra parte, per dire, non credo assolutamente ai fantasmi e le storie di fantasmi mi piacciono – ma guai a leggerle dopo il tramonto. E sottolineo leggerle. E qui siete anche autorizzati a sghignazzare alle mie spalle, se vi va, ma siamo arrivati al punto in questione. 

Prendiamo un film come The Others, storia di fantasmi se mai ce ne fu una e your mileage may vary**, ma personalmente la trovo anche piuttosto angosciante. Sì, sì, lo so: sono una mozzarella. E tuttavia non ho perso notti di sonno per The Others, mentre una storia relativamente innocua come Oh, whistle and I will come to you, my lad di M.R. James, letta di notte, mi ha costretta a varie notti insonni e con la luce accesa. In età adulta. E anche The Others l’ho visto dopo il tramonto, ma in qualche modo – in qualche modo, su di me la suggestione della parola scritta è più forte di quella delle immagini.

O quanto meno, non è meno forte. Credo di avere già parlato della mia seria fobia nei confronti dei R, le orribili bestie con otto zampe, di cui davvero non so indurmi a scrivere il nome per intero – salvo forse in Inglese… Per qualche motivo spider, senza quelll’orribilmente suggestivo gruppo -gn, suona abbastanza asettico perché possa indurmici. Ma persino leggere la parola per intero è abbastanza al di sopra delle mie possibilità, e tendo a saltare pagine e capitoli interi nei romanzi in cui compaiano bestie a otto zampe, e a quattordici anni, per attraversare l’infestatissimo Bosco Atro, dovetti ricorrere all’aiuto di qualcuno che mi leggesse il capitolo in questione ad alta voce, e tuttora non posso toccare la parola r-, stampata o scritta, più di quanto possa toccare una fotografia. Persino sentirne parlare mi mette molto a disagio.

E se da tutto ciò vi siete fatti l’idea che soffra di una forma ridicolmente accentuata di fobia, non so darvi torto, ma il punto è e resta che la parola ha su di me lo stesso potere dell’immagine – quando non addirittura di più.

Immagino che sia perché, rispetto all’immagine, la parola scritta lascia più spazi bui da riempire – con il mio personale genere di paure? In fondo l’immagine è quello che è, e tende a mostrare più di quanto suggerisca… È quel che non so (e di conseguenza sono libera d’immaginare nel peggiore dei modi) che mi spaventa.

E per di più, mentre sono perfettamente capace di venirmene via da un film che mi dà la pelle d’oca, quando si tratta di libri non ho altrettanto buon senso, e continuo a leggere pur sapendo che poi avrò gli incubi…

Per cui sì, è più facile che mi spaventi con un libro che con un film, e negli anni ho imparato: niente apocalissi e postapocalissi, thank you very much, e meno distopie che sia possibile; niente horror, niente che contenga r- e fantasmi solo prima del tramonto. Poi ci sono sempre gli incidenti, le deviazioni inaspettate e la gente sadica, ma nel complesso la strategia difensiva funziona.

E voi? Ve ne siete mai rimasti insonni a occhi spalancati nel buio, chiedendovi perché diavolo avete dovuto leggere proprio quel libro? O, senza arrivare a questo – e più interessante – vi spaventate per iscritto, o no?

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* E scoprire a dieci anni che è molto più facile farsi prendere sul serio se si dichiarano paure un nonnulla più generiche…

** Un paio di giorni fa ho commesso l’errore di fare una capatina su TVTropes, e… er. Semmai ne parleremo.

Ott 22, 2012 - anacronismi, grilloleggente    6 Comments

Il Gioco Del Finto Anacronismo

È un po’ di tempo che non parliamo di anacronismi, vero?

E allora lasciate che vi racconti di un caso di autore che gioca deliberatamente alla caccia all’anacronismo con il lettore. Caccia al tesoro – con sorpresa.

Connie Willis. To say nothing of the dog.

È un libro incantevole che parla di storia, viaggi nel tempo, bric-a-brac vittoriano, cattedrali da ricostruire, J.K. Jerome, cani, gatti, conseguenze, gialli classici e naiadi. Ho impiegato un po’ a riconciliarmi con l’idea che fosse un libro di fantascienza, ho riso di gusto leggendolo e ve lo consiglio caldamente.

connie willis, to say nothing of the dog, anacronismi, poppycockDetto ciò, supponiamo che lo leggiate e che, dopo un certo numero di capitoli e pagine, arriviate al punto in cui la sorella e la nipote del professor Peddick arrivano a Oxford in treno, proprio mentre Ned Henry ci arriva via macchina del tempo.

Siamo nel 1888 e Ned è uno storico proveniente dal 2057, epoca in cui la professione implica un notevole numero di viaggi nel tempo*, ma al momento non avete bisogno di sapere i dettagli**. Vi basti sapere che, mentre le due donne discutono il fatto di essere state abbandonate in stazione dall’eccentrico parente, la madre se ne esce esclamando “Poppycock!”

E voi, abituati alle bizzarre esclamazioni anglosassoni, non ci fareste nemmeno troppo caso se Ned non sobbalzasse perché, dice Ms. Willis, è una parola che non si sarebbe aspettato di sentire in quell’epoca…

Dopodiché si passa ad altre faccende, ma a voi resta il dubbio. Anacronismo? Ed essendo questo il libro che è, che dovrà mai significare quel particolare anacronismo – non solo messo proprio lì, ma segnalato in caso vi sfuggisse?

Così fate qualche piccola ricerca e, sul vecchio e fido Hazon, scoprite che poppycock è slang americano e significa “sciocchezze, bazzecole, inezie.” E a dire il vero ci eravate arrivati da soli sulla base del contesto – ma nulla di tutto questo spiega perché Ned dovesse sobbalzare. A meno che non sia perché si tratta di slang americano, e dunque non del tutto adatto alla sorella di un don oxfordiano nel 1888? Hm…

In realtà non siete ancora del tutto soddisfatti e vi rivolgete all’Oxford Dictionary, ricavandone l’ulteriore informazione che il primo uso attestato dell’esclamazione risale al 1863… Quindi, epoca giusta e lato della Tinozza sbagliato***?

Eppure Ned è stato specifico: non si sarebbe aspettato di sentire la parola in questione a quell’epoca, non in quel posto. Magari è solo perché ci vogliono più di venticinque anni perché un modo idiomatico americano migri verso il Vecchio Mondo?

Sarà – ma si direbbe che ci sia voluto molto di più, visto che i vostri dizionari (entrambi Anni Sessanta) lo citano ancora come americano, e comunque sembra un po’ pochino per giustificare la reazione… 

Allora tirate fuori il Penguin Dictionary of Historical Slang e, per una volta, ve ne venite via a mani vuote – il che è una notevole delusione e vi spinge a un ultimo tentativo con il Merriam Webster…

…Dove scoprite: a) una diversa (ma non diversissima) data del primo uso conosciuto: 1865; b) una mancanza di riferimenti all’americanità del termine; c) una pittoresca derivazione, visto che l’origine etimologica sarebbe l’olandese pappekak, ovvero… er, cacca molle.

Quindi adesso semmai è un po’ sorprendente detto da una very proper Victorian lady. Che sia stato questo, vi chiedete, a far sobbalzare Ned? Forse una signora del 1888 non avrebbe allegramente esclamato “cacca molle”, mentre una sua omologa, say, un secolo più tardi non si sarebbe fatta patemi in proposito?

Non vi sembra ancora sufficiente, anche perché, per sua stessa ammissione, Ned è piuttosto digiuno di XIX Secolo, ci è stato mandato per una combinazione di caso e necessità e, per evitare che si tradisca a ogni passo, la sua graziosa collega deve scusare le sue lacune in fatto di social niceties a “una lunga permanenza in America…”

Ma guarda, America di nuovo – la supposta provenienza di poppycock. Potrebbe essere rilevante oppure no, ma questo vi fa venir l’uzzolo provare con Google. E Wiki. E scoprite che Poppycock con la maiuscola è un tipo di dolce molto americano, composto di popcorn e mandorle caramellati insieme, commercializzato a partire dal 1960.

E questo – lasciando da parte la discutibile saggezza di chiamare un dolce con un nome che significa “cacca molle” – in effetti potrebbe spiegare finalmente il sobbalzo di Ned. Finalmente ci siamo, vi dite, e considerate che un lettore americano (e Connie Willis è americana) non avrebbe avuto bisogno di tutta questa caccia al tesoro per cogliere il punto…

Ma in realtà non importa – non davvero, perché quando l’inglese Ned sobbalza, voi levate un sopracciglio su qualunque lato dell’Atlantico vi troviate, perché o credete di avere visto un anacronismo grande come una portaerei, o non capite il motivo del sobbalzo. In ogni caso un piccolo safari vi rivela qualcosa che non è l’anacronismo che potrebbe sembrare, e la bizzarria è perfettamente in tono con il libro, con Lady Shrapnell a caccia di dettagli, con Ned che non sa granché dell’epoca in cui è capitato, con l’intero dipartimento di Storia che esplora un po’ a tentoni, con Verity che sposta nel tempo qualcosa che non dovrebbe spostare, con il modo in cui il significato evidente non è sempre quello giusto, con la rilevanza degli anacronismi, con quella che sembra la chiave del problema e poi non lo è, con gli sfasamenti temporali, con i sistemi di protezione del continuum spazio-temporale…

E quindi alla fine voi rimettete a posto la vostra pila di dizionari, e avete scoperto che quello che sembrava un anacronismo in realtà era buona parte del libro condensato in un’esclamazione – con un piccolo cartello che indicava Here Be Something.

E siete assolutamente deliziati da Ms. Willis che, invece di spiegarvi tutto parola per parola, vi ha lasciato sul pavimento un certo numero di briciole come poppycock, con l’invito a fare da voi.

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* Oh please, please, please, me too…

** O magari invece a questo punto sentite di averne bisogno – e allora proprio non vi resta che leggere il libro.

*** E tuttavia mi sento tenuta a dire che S., Englishwoman in New York consultata in proposito, sostiene di avere sempre sentito usare l’espressione in Inghilterra e nel Galles, e mai in America. Per cui non so.