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Il Figlio Del Fattore

Una decina di anni fa, dopo avere letto il primo volume della mia inedita trilogia sulle guerre di Vandea, P. mi fece una lunga e dettagliata disamina del tomo, nel bene e nel male. “Oh,” mi disse a un certo punto, “e non sai quanto mi è dispiaciuto per il figlio del fattore.”

 Se aveva voluto basirmi, c’era riuscita. Il romanzo sfiora le duecentocinquantamila parole e l’elenco dei suoi personaggi somiglia all’anagrafe di un piccolo comune. Francamente, pur avendo finito di scrivere il tutto da pochi mesi, non mi ricordavo nemmeno io chi fosse il figlio del fattore, e che cosa gli succedesse per far dispiacere P. Presumibilmente ci lasciava le penne, dato il tipo di storia e di ambientazione, ma non ne ero per niente sicura, e lo dissi.

 P. scrollò le spalle. Non sapeva che cosa farci se ero un essere senza cuore che creava gente e la mandava al macello senza nemmeno ricordarsene: a lei il figlio del fattore piaceva, e aveva anche versato una lacrimuccia o due sulla sua sorte.

 “Non si può negare che tu l’abbia letto approfonditamente,” dissi, e la cosa finì lì. Tuttavia, ogni tanto ancora mi chiedo che cosa avesse il figlio del fattore per imprimersi così nella mente di P., che ancora si ricorda di lui.

 E d’altra parte, chi ero io per protestare, considerando la collezione di personaggi minori – minorissimi a cui mi capita di affezionarmi al di là delle intenzioni dell’autore? Non posso nemmeno dire che siano casi isolati: lo faccio tutto il tempo, tanto da poter individuare alcune categorie del fenomeno:

 1) Felice Cammeo: ne Il Discepolo del Diavolo, di George Bernard Shaw, il Maggiore Swindon (credo che ne abbiamo parlato di recente) è quel che si dice un bit-parter. Credo che abbia una ventina di battute, nessuna delle quali troppo notevole. Swindon è un magistrato militare coscienzioso e non brillantissimo, che cerca di restare inglesemente inglese mentre le colonie delle Indie Occidentali gli crollano attorno. Non è importante, non è nemmeno molto simpatico, ma è così ben caratterizzato che è difficile non dispiacersi un pochino per lui mentre gli altri personaggi fanno dello spirito ai suoi danni e su tutto quello che per lui è sacrosanto. Pennellata minore e ben riuscita.

 2) Sidekick Sottoutilizzato: ho difficoltà a identificarmi con i protagonisti senza macchia e senza paura, che ci posso fare? Non ricordo chi fosse l’autore delle Avventure di Robin Hood che ho letto da ragazzina, ma l’allegro brigante era così longanime, saggio, pio, nobile e retto che lo Sceriffo di Nottingham non aveva tutti i torti nel volerlo eliminare. In compenso c’era Guglielmo il Rosso, SIC dai tratti promettenti, intelligente ma avventato, leale ma riluttante a morire impiccato. Poteva essere più complesso del suo capo, ma no: l’autore era così intento a cantare le lodi del buon Robin che Guglielmo era relegato a praticamente nulla… Venticinque anni dopo, la faccenda mi rode ancora.

 3) What’s In A Name: questa non mi aspetto che la prendiate come una prova di salute mentale, ma tant’è. Credo di essermi già dilungata sul fascino che i nomi esercitano su di me, e a volte un nome che mi piace è sufficiente a farmi sviluppare una predilezione per un personaggio. È il caso (non ridete!) di Jean de Satigny ne La Casa Degli Spiriti. Ero molto decisa a simpatizzare con lui per l’ottimo e profondo motivo che si chiamava Jean, capite? Va detto che questo è un caso estremo, perché non c’era un’anima che mi piacesse in tutto il libro, e perché la predilezione era singolarmente ingiustificata.

 4) Questione Di Tema: ne La Pazzia di Re Giorgio, di Alan Bennet, il giovane Greville è l’unico tra gli scudieri reali a mostrare compassione per il vecchio re malato e, di conseguenza, è l’unico che viene licenziato a guarigione avvenuta, perché non c’è nulla di grave come avere pietà dei re. LPdRG è una faccenda popolata di personaggi scritti divinamente, ma l’idea che la gratitudine dei re funzioni in modo diverso da quella dei comuni mortali e la lealtà mal ricompensata sono temi che mi affascinano, hence la mia perdurante predilezione per il povero Greville.

 5) Carne Da Cannone: è vero che sono passati più di vent’anni, ma di tutta la multilogia di Shannara mi ricordo vividamente solo un capitano della guardia elfica che cadeva da un ponte (per non ricomparire più) all’inizio di non so più quale volume. Dite che sia molto grave? Forse Brooks lo aveva caratterizzato un pochino troppo, visto che era così spendibile… Ripensandoci, ricordo anche di essermi lamentata in proposito con la compagna di banco che mi aveva prestato il libro, ottenendone in cambio uno scrollar di spalle e un levar di sopracciglia simili ai miei di fronte a P. e al suo figlio del fattore.

6) Carne Da Cannone II (o The Early Victim): la situazione non è sempre infelice come al n° 5. In Se Morisse Mio Marito di Agatha Christie, Donald Ross è un giovane attore scozzese, abbastanza sveglio da notare cose che non dovrebbe notare – mettendo in pericolo l’assassino. Si capisce che non vive abbastanza a lungo per mettere Poirot a parte dei suoi dubbi, ma fa in tempo ad allertarlo sul fatto che qualcosa non va. È solo un bit parter in mezzo a una congerie di ottimi personaggi, ma resta il fatto che, tecnicamente, è lui a capire tutto – la prende nelle costole. È concesso simpatizzare, non credete?

 Esperienze simili, anyone? Altre categorie da suggerire? E, già che ci siamo, P., dimmi la verità: in quale categoria piazzi il figlio del fattore?

Avventure Estive

“Che cosa leggo quest’estate?” domanda G. “Perché giovedì è estate, non so se l’hai notato. E sono in cerca di letture… boh, non so: estive.”

Estate, sì. E letture estive. Ora, che cosas intendereste voi per letture estive? Per me la categoria indica non tanto il genere di libro che ci si porta in vacanza, quanto quello che, in qualche modo, costituisce una specie di vacanza di per sé. Cose gaiamente avventurose, improbabili e divertenti che paiono narrate in technicolor.

O almeno, questa è la mia idea di “letture estive”, e mentre G. formulava la sua richiesta, avevo già in mente una manciatina di autori e titoli: vecchie e allegre avventure historical – perché sapete che da queste parti è così che siamo malati.

Solo che poi mi è venuto l’uzzolo di farci un post, e di controllare come, dove e in che misura le mie vecchie e allegre avventure fossero reperibili. E la malinconica realtà è che in italia delle mie vecchie e allegre avventure non si trova granché… Per cui questo post sarà un esercizio un po’ così, un peana sciolto al Project Gutenberg e al prestito interbibliotecario – oltre che alla lettura in lingua originale.

rafael sabatini, bardelys, letture estive, project gutenbergE allora per esempio cominciamo con Rafael Sabatini, un autore italo-inglese, figlio di cantanti d’opera, poliglotta e prolifico. Nel corso della prima metà del Novecento scrisse una trentina di romanzi i cui protagonisti, tra la Francia rivoluzionaria, i Caraibi, l’Italia del Rinascimento e altri posti tanto pittoreschi quanto pericolosi, navigano, duellano, cercano vendetta, conquistano fanciulle, corrono pericoli tremendi e se la cavano sempre per il rotto della cuffia grazie a una combinazione di audacia, wit, spudoratezza e fascino. Swashbucklers per eccellenza. È probabile che abbiate sentito parlare almeno di Captain Blood e Scaramouche dai quali sono stati tratti film con un certo entusiasmo fino agli Anni Cinquanta. Ma anche l’elisabettian-navale The Sea Hawk, il secentesco Bardelys francese, o l’astuto Bellarion che se la cava nel turbolento Cinquecento italiano… rafael sabatini, captain blood, letture estive, project gutenberg

E volendo ci sono anche le Notti Storiche – Historical Nights’ Entertainment – storie non particolarmente romanzate di delitti e tradimenti, dall’assassinio di David Riccio/Rizzio alle vicende di Antonio Perez, più una biografia di Cesare Borgia e una di Torquemada.

Se voleste leggere un po’ di Sabatini, dovreste armarvi di pazienza. In Italiano potete trovare un po’ di vecchie edizioni – Sonzogno, Salani e poco di più – ma, per quel che ne so, nulla di più recente degli Anni Settanta. Qualche biblioteca* le tiene ancora. Potete cercare qui e poi dedicarvi alle gioie del prestito interbibliotecario – strumento che tende a ragionare con ragionevole efficienza e ad essere trascurato. In alternativa, potete provare con l’originale**, e allora trovate un bel po’ di titoli nella pagina rilevante del Project Gutenberg. Se poi foste curiosi, su Internet Archive trovate un sacco di vecchie edizioni scannerizzate – alcune delle quali illustrate.

emmuska orczy, la primula rossa, letture estive, project gutenbergPoi (o meglio, prima) c’è la Baronessa Orczy, quella della Primula Rossa. La signora è romanzesca di suo – nobildonna ungherese di molti talenti, emigrée a Londra, sposa uno squattrinato illustratore e traduttore indigeno e, per contribuire al bilancio famigliare, comincia a scrivere teatro e avventurone, si arrampica laboriosamente al successo e ci riesce così bene che il nome del suo personaggio più celebre diventa un modo di dire. In realtà Emmuska scrisse una cinquantina di romanzi, varie raccolte di racconti e una manciata di commedie, ambientate in qualsiasi periodo storico le sembrasse attraente, ma è conosciuta più di tutto per Sir Percy Blakeney, sorta di ur-Zorro o ur-Batman: un vacuo dandy Reggenza che in gran segreto si trasforma in audace salvatore di ghigliottinandi. Magari avete visto il vecchio film con Leslie Howard che spiazza i malvagi componendo inane doggerel a proposito del suo doppio mascherato… 

E se voleste leggere? Tutto come sopra, ahimé. Potete navigare un po’ per biblioteche a caccia delle vecchie edizioni Salani o Sonzogno (con l’occasionale ristampa più recente), oppure potete andare direttamente al Project Gutenberg senza passare dal Via. E a parte la Primula, posso confessarmi attratta dal Puritani-Cavaliers The nest Of The Sparrohawk, e dal post-giacobita Beau Brocade?***arthur conan doyle, le avventure di gerard, letture estive, project gutenberg

E per finire, lo sapevate che Arthur Conan Doyle, quando le faccende di Holmes gliene lasciavano il tempo e quando non era impegnato a fotografare le fate, scriveva anche romanzi storici? Magari non erano tutte meraviglie, ma Gerard… ah, Gerard! Un ussaro napoleonico che fa carriera tra Saragozza e la Russia e, una volta invecchiato, racconta le sue notevoli avventure in un Inglese spolverato di modi idiomatici francesi e irlandesitudini assortite. Fiammeggiante, inaffidabile, iperbolico e con un’ottima opinione di se stesso, Gerard è una voce narrante irresistibile.

Leggere le sue storie è un po’ più facile, visto che Rizzoli, Fabbri, Mondadori e Donzelli ogni tanto le ripubblicano – talvolta nelle collane per fanciulli, ma fa nulla. Con un po’ di fortuna, l’edizione Donzelli del 2009 o fors’anche la Fabbri del 2002 potreste trovarle ancora in catalogo, e sennò ci sono le biblioteche. In fatto di originali, al PG trovate The Exploits of Brigadier Gerard, The Adventures of Gerard e il romanzo breve Uncle Bernac. E vi dirò di più: Gerard non ha nulla a che fare con il suo omonimo storico, quell’Etienne Gérard che fu Maresciallo di Francia, ma in compenso è parzialmente ispirato a Jean Baptiste de Marbot, cavalleggero, fido aiutante di campo di Lannes e acuto memorialista delle guerre napoleoniche****. E i suoi Mémoirs sono una gradevolissima lettura a loro volta. Qui li trovate nel corposo originale francese e in una versione ridotta inglese.

Ecco qui. Letture estive. Spensierate avventurone concepite, tutto sommato, come un lungo pomeriggio di make-believe. Non facilissime da trovare, riconosco, ma mettiamola così: lungi dal limitarsi ai nudi consigli di lettura, questo post incorpora una caccia al tesoro tra biblioteche e bancarelle di libri usati. E anche questo è molto estivo, don’t you think?

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* Per qualche ragione, in quel di Campobasso son più forniti che altrove.

** E, detto fra noi, ci sono modi peggiori per rinfrescare un po’ l’Inglese: lingua del tutto abbordabile, nessuna complicazione eccessivamente letteraria… Magari vi procurerete una collezione di modi idiomatici un po’ vecchia maniera, ma non è grave.

*** Sì, lo so, lo so, lo so…

**** Napoleone lesse le sue memorie quando era già a Sant’Elena – e le apprezzò tanto da lasciare per testamente centomila franchi all’autore. 

 

Alas, Poor Mercutio…

Spoilers Ahead: finali rivelati e cose del genere. Lettore avvertito – con quel che segue.

Mercutio'sDeath.jpgChi è il vostro personaggio preferito in Romeo e Giulietta? Se, come la Clarina, avete un debole per Mercuzio, sappiate che siamo in buona e numerosa compagnia. Il poeta John Dryden scrisse nel 1672: “Shakespeare aveva profuso tutta la sua abilità nel creare il suo Mercuzio, e diceva che, al terzo atto, era questione di ucciderlo o esserne ucciso.” Non abbiamo idea di quanto sia plausibile o spuria l’affermazione riportata, ma stando a Dryden, Mercuzio aveva un tantino preso la mano al suo autore, che lo aveva eliminato per l’equilibrio della tragedia e il bene di Romeo. Siamo sinceri: Romeo sospira, Romeo lamenta, Romeo mormora teneri nonnulla alla ragazzina del suo cuore – e appare generalmente stupido ogni volta che il suo amico è nei paraggi. Mercuzio fa battute ciniche, capisce la politica di Verona, duella verbalmente e alla spada, discetta di linguistica e di fate. E quando le cose si mettono male, Romeo non trova di meglio che mettersi di mezzo, dando a Tebaldo il destro di ferire a morte Mercuzio. Oh certo, la morte di Mercuzio è un punto cardine, segna la promozione di R&G da commedia a tragedia, e scuote Romeo dalla sua estasi amorosa, mostrandogli come funziona il rapporto di causa ed effetto e spingendolo a uccidere Tebaldo. Non si può negare che la faccenda copra una serie di valide ed oggettive funzioni narrative. E però… Bisogna considerare che Mercuzio è largamente una creazione di Shakespeare: nelle fonti è poco più che un nome, e non ha nulla a che fare con Tebaldo, che riesce benissimo a farsi spacciare da solo. Shakespeare lo prende e gli dà una personalità ben definita e attraente – forse persino più attraente di quella del coprotagonista eponimo. Perché Romeo, pur scritto con tutta la finezza, è creato come un Primo Amoroso da commedia italiana, standard fare, mentre Mercuzio, volatile, attaccabrighe, sognatore, irriverente e filatore di parole, è un perfetto poeta elisabettiano. Diciamo, addirittura, il tipo di poeta elisabettiano che Shakespeare avrebbe tanto voluto essere? Salvo poi assassinarlo al terz’atto. Ora, se Dryden ha torto o troppa fantasia, va bene lo stesso: quando Mercuzio muore, tutti siamo abbastanza affascinati da/affezionati a lui per simpatizzare con l’ira funesta e vindice di Romeo. Ma se Dryden ha ragione, allora Shakespeare si è accorto che Mercuzio stava rubando la scena a Romeo e lo ha dovuto eliminare, perché non sta bene che un comprimario sia sempre più brillante, più attraente e più affascinante del protagonista. Se dovessi pronunciarmi, però, azzarderei una combinazione delle due motivazioni: da un lato, è vero che Mercuzio ruba tutte le scene in cui compare, e dall’altro, la morte dell’amico, meglio se cum sensi di colpa, è una motivazione vecchia come le colline* e sempre efficace: perché non prendere due piccioni con una fava?

Gli scrittori sono gente fatta così, d’altra parte. Non si butta mai via l’occasione di far pittorescamente morire qualcuno, e se quel qualcuno poi intralcia il lieto fine o occupa più luce di quella che gli spetta, lo si può considerare storia passata. È il caso del povero Lord Evandale in Old Mortality, di Sir Walter Scott. Old Mortality è una storiellona secentesca** con un giovane protagonista di nome Henry Morton, leader fittizio e riluttante di una sollevazione presbiteriana. Naturalmente Henry è innamorato di una nobile fanciulla di famiglia molto, molto cattolica, e il suo rivale per il cuore della bionda Edith è il cavalier cattolico Lord Evandale. Solo che Lord Evandale non ha trent’anni più di Edith, non è spregevole, cinico o malvagio: è un bravo, leale, coraggioso ragazzo, un buon comandante e un ammirevole avversario, con debolezze molto umane e le migliori intenzioni. Mrs. Oliphant, romanziera e critica letteraria contemporanea di Scott, racconta che le ragazze che leggevano il romanzo tendevano a dividere le loro simpatie tra Morton ed Evandale, e non c’è da sorprendersi. Quando alla fine ritroviamo Edith findanzata a Lord Evandale, è difficile dispiacersi troppo: Scott ha fatto un buon lavoro con lui, lo ha reso quasi più simpatico di Henry. Ma naturalmente non può finire così: nell’ultimo capitolo, Henry rientra dall’esilio appena prima del matrimonio… e se pensate che sarebbe meschino da parte sua interferire nell’imminente imene, never fear, ci pensa Sir Walter! Lord Evandale riesce a farsi sparare da un malvagio capitato apposta per l’occasione, e muore tra le braccia di Edith e Morton, non prima di averli ricongiunti. Si capisce, tutti sono molto, molto addolorati – e tuttavia, come diceva la mia guida russa a Mosca, molto dispiacie, sì, ma insomma, così è la viiiiiita.

Insomma, non si può interferire con il lieto fine e, siccome Lord Evandale non era malvagio, stappargli la sposa per restituirla a Morton sarebbe RupertVSRassendyll.jpgparso brutto. Meglio sparargli, no?

Un caso un po’ diverso è quello di Rupert von Hentzau, l’affascinante malvagio de Il Prigioniero di Zenda, nonché del seguito di cui è addirittura villain eponimo. Ecco, Rupert mi sembra un caso eclatante di personaggio  felicemente sfuggito di mano all’autore. Sono certa che Hope si sia accorto del deragliamento e abbia deciso di lasciar andare il treno per la sua strada: Rupert e la Ruritania sono le due maggiori attrattive della storia, e sarebbe stato suicida potarne una. D’altro canto, stile a parte, Hope non era uno scrittore del tutto convenzionale: aveva creato un genere, e all’interno del suo genere era molto rigoroso. Dopo aver fatto predicare*** i suoi protagonisti di onore e lealtà per due volumi, non aveva la minima intenzione di ricompensare le loro deroghe alle regole. Defunto il vero Re, non sarebbe affatto inglese da parte di Rudolf Rassendyll godersi la corona e la moglie di un altro uomo, e così (mentre i suoi fidi amici mitteleuropei cercano di convincerlo a restare per il bene della Ruritania), il nostro gentiluomo britannico la prende nelle costole. Però non sarebbe stato bello nemmeno che fossero i malvagi a trionfare, e quindi a questo punto Rupert è morto già da un capitolo o due, ucciso più o meno in duello da Rassendyll. Nonostante abbia barato (peccato imperdonabile) Rupert esce di scena in una maniera che oscilla tra il semitragico e l’eroico. Smiling to the end, he never bent his proud head, eccetera eccetera. Persino il Fritz narrante, guardando il giovane cugino di Rupert che singhiozza disperato sul cadavere, si commuove alquanto, e ritiene di doverci informare che, even in death, he [Rupert] was the handsomest fellow in Ruritania.**** Insomma, per ragioni di simmetria e di morale, l’affascinante, bellissimo, allegramente immorale Rupert andava proprio fatto fuori, e non poteva che essere in duello. Ma che peccato, ha l’aria di dirci Hope. E non è un caso che la morte di Rassendyll sia opera postuma di Rupert, tramite leale servitore in cerca di vendetta per la morte del suo adorato padrone.

Morale, ci sono comprimari, antagonisti o malvagi che sfuggono di penna, germogliano a loro piacere e rubano la scena al supposto protagonista. Presto o tardi, se non si vuole che scappino via con tutta la storia, vanno eliminati. Mercuzio muore perché fa ombra a Romeo, Lord Evandale muore per permettere a Morton di sposare Edith, e Rupert muore perché muore Rassendyll – con qualche chagrin dei rispettivi autori, si direbbe. In un certo senso, è un’altra versione di Muore Giovane Chi È Caro Al Suo Creatore. Se fossi un comprimario, un antagonista o un villain, cercherei di non catturare troppo la simpatia di chi mi scrive…

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* Achille e Patroclo, anyone?

** Per i melomani, I Puritani di Bellini è ispirata a questo romanzo, passando però per il dramma francese Tètes Rondes Et Cavaliers, di Ancelot e Saintine. Il dramma non lo conosco, ma nell’opera ho sempre simpatizzato per il povero Riccardo, la cui unica colpa in definitiva è quella di essere un baritono – e il baritono, si sa, deve sempre farsi da parte per il tenore, e considerarsi fortunato se è ancora vivo al calare del sipario.

*** Predicare pittorescamente, never fear.

**** Ssssì, e non è solo Fritz. Si può dire che in due volumi non ci sia personaggio, uomo o donna, che non abbia a thing per Rupert, in qualche grado.

E Fa Anche Un Ottimo Caffè

È accaduto che in un blog contiguo si venisse, per una combinazione di serendipità e intento, a parlare di Tarzan. Tarzan, Orzowei, Sheena, Rima, Mowgli, Pocahontas e tutta quella gente che, succintamente abbigliata e supremamente abile, si aggira per jungle, savane e foreste più o meno pluviali, sempre up to every and anything, e fornita di una saggezza che definirei preternaturale – se non fosse che invece la si suppone derivata dal diretto contatto con e profonda conoscenza della Natura. Con la N maiuscola.

Ad essere del tutto sinceri, non è il mio tipo di personaggio prediletto: da un lato, la mia fiducia nell’umana natura essendo quel che si sa, non nutro soverchia simpatia per le teorie del Buon Selvaggio e del Nobile Selvaggio eccetera; dall’altro… voi lo sapevate che Tarzan pilota aerei?

Lo sapreste, mi si dice, solo se aveste letto i (numerosi) romanzi originali di Edgar Rice Burroughs, cosa che io non ho mai fatto a parte le prime venti pagine o giù di lì di Tarzan delle Scimmie. E siccome nell’estate in cui ciò accadde avevo dieci anni, non ero ancora cinica e non avevo ancora avuto modo d’inciampare in Rousseau e Chateaubriand, bisogna dire che fosse qualche altra cosa a farmi piantare il libro a men che mezzo.

Perché, vedete, a dieci anni quel che cominciavo lo finivo. Avevo finito con ogni cura Il Libro della Jungla, benché non mi piacesse, ma Tarzan era davvero troppo per me. E a distanza di tanti anni credo che, a rendermelo più indigesto di altri, fosse la somma delle sue abilità. Coraggiosissimo, e agilissimo e intelligentissimo, e astutissimo, e abilissimo con qualsiasi genere di arma gli capiti di trovarsi in mano, e velocissimo… sì, d’accordo, mi par di ricordare che le scimmie lo trattassero come un’anomalia bianchiccia e glabra, ma persino le scimmie più ostili lo erano perché si sentivano un nonnulla oppresse dalla sua collezione di superlativi.

Ecco, anch’io, lettrice decenne, mi sentivo oppressa dalla collezione di superlativi di Tarzan – e ancora non sapevo che pilotava anche gli aerei. 

Ma l’onnicompetenza, mi si dice, fa parte del pacchetto. L’onnicompetenza è irrinunciabile dotazione dell’eroe avventuroso in un tutta una serie di generi e sottogeneri fin dalla notte dei tempi: come può l’eroe cavarsela in ogni genere di rocambolesche avventure, se non sa fare tutto – dal combattimento a mani nude alla lettura dei geroglifici, passando per la medicina spicciola, la risoluzione di enigmi e la tarte tatin?

E qui potrei chiamare in causa la mia scarsa ed erratica frequentazione di molti generi pulp per spiegare la natura della mia esposizione all’onnicompetenza. Perché ammetto che l’onnicompetenza ha la sua buona dose di senso narrativo, l’onnicompetenza è quasi indispensabile per raccontare un certo tipo di storia. L’onnicompetenza ha il suo perché. Capisco che Indiana Jones, per cercare l’Arca Perduta, sopravvivere al Tempio Maledetto e tornare a casa dall’Ultima Crociata deve possedere un repertorio di conoscenze e competenze buono per una decina di persone.

E tuttavia, passiamo in rassegna un po’ di gente onnicompetente attraverso vari generi.

Ricordo con somma irritazione una lettura d’infanzia intitolata Per l’Onore di Roccabruna, la cui protagonista, la dodicenne e aristocraticissima Maria Rosa, non solo era bellabuonaebrava, ma era più saggia dei suoi anni e più intelligente di tutte le sue sorelle maggiori e cugine, danzava con grazia suprema, suonava il pianoforte e cantava cantava come un angelo, cavalcava con audacia sopraffina, disegnava divinamente, recitava bene, aveva un gusto squisito, un coraggio a tutta prova e lunghi boccoli biondi. Si capisce che la piccola Maria Rosa* salvava il bel cugino, la famiglia intera, la magione avita e la patria in un sol colpo – provando al di là di ogni possibile dubbio che l’onnicompetenza non era appannaggio esclusivo degli eroi pulp maschi.

Esiste, molto evidentemente, anche la fanciullina onnicompetente per i fanciulli – come la Péline di In Famiglia, bilingue, autosufficiente, impavida e capace di costruirsi da sé calzature, posate e piccola mobilia…

Alan Breck Stewart, il protagonista de facto di Kidnapped, va tenuto lontano dalle carte da gioco per il suo bene e quello generale, ma a parte questo…

…era bravissimo in ogni genere di musica, ma specialmente nella cornamusa; era un buon poeta nella sua lingua, aveva letto molti libri in inglese e in francese, era un ottimo tiratore, un buon pescatore con la lenza e un eccellente spadaccino sia con la spada corta che con la sua arma particolare.

L’arma particolare è una specie di sciabola, con cui Alan fa miracoli – e naturalmente è coraggioso, risoluto, intelligente, leale, astuto, pieno di risorse – e se non fosse per lui, lo stolido e benpensante David non arriverebbe ad avere una storia da raccontare.

James Crichton of Cluny, l’Ammirabile Critonio, è onnicompetente in due versioni – anzi in tre, se contiamo la lettera di presentazione al Duca di Mantova scritta da Aldo Manuzio il Giovane per l’originale storico. Ma a parte Manuzio, sia il polemista secentesco Thomas Urquhart che il romanziere vittoriano William Ainsworth ci descrivono un giovanotto senza pari: poliglotta, filosofo, poeta, oratore, musicista, matematico, danzatore, duellatore in ogni forma, fine politico, conversatore inarrivabile, e per di più bellissimo e nobile d’animo.

I protagonisti di Edward Marston – che si tratti dell’attore elisabettiano Nicholas Bracewell, dell’architetto secentesco Christopher Redmayne, del settecentesco capitano Rawson o del vittoriano ispettore Colbeck – sono tutti uguali: supremamente abili nella loro professione, coraggiosi oltre ogni dire, intuitivi e tenaci nell’investigare, attissimi al comando e provvisti delle più svariate e utili capacità pratiche acquisite in circostanze straordinarie.

Anna, la Countess Below Stairs di Eva Ibbotson, danza squisitamente, canta, cavalca, suona il pianoforte e, nel momento della necessità, diventa un’incomparabile cameriera, abilissima e zelante in ogni genere di lavoro domestico.

Ilya Kuryakin, il coprotagonista di The Man from UNCLE**, che era una serie televisiva americana Anni Sessanta, non contento di essere un superaddestratissimo agente segreto, parla un’improbabile quantità di lingue, si è addottorato in fisica a Cambridge, suona almeno tre strumenti, è un esperto di esplosivi, pilota qualsiasi cosa voli e, in generale, sa quasi tutto di quasi tutto.

La Pocahontas disneyana salta, corre, porta la canoa, si tuffa, nuota e s’arrampica meglio di chiunque altro, sa come usare l’acido salicilico, impara l’Inglese in cinque minuti, ha una certa quantità di political savviness e parla con gli spiriti.

E potrei continuare a lungo, ma fermiamoci qui e analizziamo lo schema. Tutta questa gente onnicompentente (o quanto meno ipercompetente) ricade in due categorie: Maria Rosa, l’Ammirabile Critonio, la gente di Marston, Pocahontas e Péline vengono trattati dai rispettivi autori in tutta serietà. Sono offerti alla nostra ammirazione con tutta la loro straordinaria competenza. Invece le molteplici perfezioni di Alan Breck, Anna, Ilya Kuryakin e Indiana Jones ci vengono raccontate tongue-in-cheek, bilanciate da una vasta quantità di difetti e/o accompagnate da una strizzatina d’occhio da parte dell’autore: bada, o Lettore/Spettatore, che questa è una storia – e non prendiamoci troppo sul serio.

Potrei ricordarmi male, ma ho tanto idea che l’onnicompetenza di Tarzan sia played straight. E si vede che, quando avevo dieci anni e una capacità di prospettiva storica del tutto acerba, davanti agli onnicompetenti da prendersi sul serio la mia sospensione dell’incredulità franava a valle molto presto. 

Perché si capisce, occorre tener conto della differenza d’epoca, delle convenzioni di genere, del pubblico per cui ciascuno di questi personaggi è stato scritto. Sir Thomas, nella sua veemenza pro-Scozia e nel XVII Secolo, è del tutto convinto di tracciare un ritratto storicamente accurato del suo eroe. E Marguerite Bourcet, che scrive per le bambine negli Anni Venti, è ansiosa di offrire alle sue piccole lettrici dei modelli di perfezione: la bimba che tutte dovete voler essere.

Dopodiché, la maggior parte degli esempi che coniugano l’onnicompetenza con un sense of humour sono più recenti, e verrebbe da pensare che, come categoria di personaggio, l’onnicompetente tout court debba essere passato di moda. Ma in realtà non ne sono poi così sicura, considerando il notevole successo di un Edward Marston, i cui eroi onnicompetenti (e privi di difetti) si vendono come noccioline.

E pensando poi a un Fratello Cadfael, a un Owen Archer o a una Fidelma, bisogna dedurre che, almeno nel giallo storico, l’onnicompetenza è tutt’altro che tramontata.

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* Non vi viene in mente la sua omonima del vetusto carosello del Lievito Bertolini? “Brava, brava, Maria Rosa, ogni cosa sai far tu! Qui la vita è sempre rosa solo quando ci sei tu!” A meno che non siate troppo giovani per ricordarvene… E, a ben pensarci, questa perfezione delle Marie Rose sembra esere un tema costante, perché c’è un altro carosello che non ho mai visto (per questo sono troppo giovane io), ma mi si dice che vi figurasse una Olivella gelosa di una Maria Rosa che sapeva fare tutto: una massaia onnicompetente.

** Incidentalmente, TMfU ha un episodio che parodizza Tarzan e compagnia, con una ragazza di buona famiglia allevata dalle scimmie, la spedizione di ricerca, gl’indigeni affidabili e gl’indigeni inaffidabili, gli animali selvaggi e tutti i props&trappings del caso.

Costruttori Di Ponti

C’è stata una vita precedente in cui la mia ambizione lavorativa era quella di costruire un ponte.

D’accordo, anche un teatro mi avrebbe resa molto felice, ma un ponte era un’altra cosa – ed era tutta colpa di Kipling, per questo racconto che si chiama, appunto, The Bridge Builders.

A dire la verità non credo che sia il migliore racconto di Kipling in assoluto, e la chiusa mi ha sempre lasciata un po’ così. Un po’ un anticlimax, dopo la sovrannaturale discussione del ponte. Ma soprattutto c’è l’epico lavoro di costruzione del ponte stesso, “brutto come il peccato e solido come una roccia”, con questi due ingegneri inglesi e il loro capomastro indiano che domano il Gange a furia di duro lavoro e determinazione…

ponte, teufelsbruecke, ponte in letteraturaOh, d’accordo: oggidì e alle nostre latitudini c’è ben poco da domare, ma la costruzione di ponti rimane, in letteratura e in leggenda, una faccenda ai limiti dell’eroico e carica di significati simbolici, perché per tanta parte della storia è stata tanto difficile quanto fondamentale, e per tutte le connotazioni di superamento, ravvicinamento e trionfo sulla natura che si porta dietro. 

Forse per noi è difficile apprezzare l’importanza e difficoltà di un ponte nei secoli in cui un fiume poteva essere una barriera invalicabile al passaggio, ai commerci, a ogni genere di contatto. I ponti erano fondamentali, i ponti allargavano gli orizzonti, i ponti si difendevano a ogni costo, i ponti facevano la fortuna e la ragion d’essere di un centro abitato, i ponti erano un elemento di civilizzazione… Però prima bisognava costruirli.

E non era detto che fosse facile. Al punto che certi ponti particolarmente audaci e/o belli non sembravano potersi spiegare altro che con qualche intervento sovrannaturale. E nemmeno un intervento qualsiasi, visto che per secoli il pontiere privilegiato nell’immaginazione popolare è stato il diavolo in persona. tufelsbruecke, ponte del diavolo

L’Europa è disseminata di Ponti del Diavolo, in genere archi di pietra a schiena d’asino che scavalcano orridi profondissimi in campate stupefacenti, oppure enormi arnesi fortificati e possenti. E se le guide locali tendono a raccontarli come reliquie romane spiegate con l’intervento diabolico negli ingenui e timorosi secoli bui, in realtà si tratta per lo più di opere medievali o più tarde. Il che è ancora più affascinante, se ci pensate: non si trattava di spiegare col diavolo qualcosa d’incomprensibile, quanto di attribuire all’intervento diabolico qualcosa di utile e bello che però aveva richiesto sforzi sovrumani e, probabilmente, più di una morte sul campo.

james joyce, ponte del diavoloEd ecco fiorire le leggende – così numerose e così diversificate che la Classificazione Aarne-Thompson ne fa una categoria a sé, con un certo numero di varianti: c’è la sfida tra il diavolo e i costruttori di ponti, c’è la sfida tra diversi costruttori – uno dei quali aiutato dal diavolo – c’è il patto con il diavolo tout court… A ricorrere in tutti i casi sono due elementi: il ponte è così importante che si è disposti a far patti col diavolo, e il diavolo vuole essere pagato in anime. Dopodiché, in genere, qualcuno di astuto trova il modo di ingannare il diavolo, che sa fare i ponti ma non è bravo ad esigere i pagamenti e, nella maggior parte dei casi, deve tornarsene all’averno con le pive nel sacco e qualche animale per tutta ricompensa*. E il ponte resta lì, in tutta la sua gloria, audacia e utilità. 

Esiste anche un altro tipo di ponte leggendario – ponti sovrannaturali che, se debitamente attraversati, conducono in altri mondi dove l’eroe ha accesso a una vasta gamma di rivelazioni, prove iniziatiche, incontri e svolte climatiche della trama. Molto conveniente, ma meno diffuso. ponte sul fiume kwai

E poi entrambi sono passati in letteratura. Provate a pensare a Il Ponte sul Fiume Kwai (e sì: prima di David Lean c’era anche un romanzo del francese Pierre Boulle), dove per il Colonnello Nicholson il ponte è una questione di principio, e per il Colonnello Saito una questione di necessità: entrambi vengono a patto con qualche tipo di diavolo – Nicholson di fatto aiuta il nemico e Saito deve cedere di fronte all’inflessibilità dei suoi prigionieri. On the other hand, Il Ponte per Therabithia, di Katherine Paterson, ricade nella seconda categoria, con un ponte “magico” che conduce in un regno immaginario inventato da due ragazzini solitari. Ma la costruzione del ponte vero e proprio arriva solo alla fine, ed è parte del processo di maturazione del piccolo protagonista, che attraverso il lutto impara a connettere il suo mondo immaginario alla realtà.

ivo andriç, visegrad, il ponte sulla drinaIl Ponte sulla Drina, di Ivo Andriç è un po’ l’uno e un po’ l’altro: costruito per volere di un vizir di origine serba per unire la Serbia all’Impero, nasce tarato per la ribellione dei costruttori maltrattati, e per secoli sarà via di passaggio nel bene e nel male: amicizia e guerra, idee e sradicamento, progresso e decadenza – tutto passerà per il ponte.

Il Ponte di Waterloo che dà il titolo al dramma di Robert Sherwood** non si costruisce in scena, però è significativo: simboleggia la perdizione di Myra – da ballerina a prostituta – ma anche la sua possibile redenzione, quando Roy la ritrova e le chiede di sposarlo nonostante tutto.

All’inizio di We, the Living, l’eroina di Ayn Rand, la giovane borghese Kira, si iscrive alla facoltà d’ingegneria – scelta eterodossa per una ragazza – decisa a costruire ponti. Il sogno di un ponte di alluminio “leggerissimo, tutto bianco”, per Kira rappresenta la liberazione dalle chiusure e meschinità del sistema sovietico.  ponti, robin hood

E ci sono i ponti iniziatici: Robin Hood deve provare il suo valore agli Allegri Compagni aprendosi il passaggio sul ponte – in singolar tenzone con Little John, e adesso non trovo assolutamente il riferimento, ma mi par di ricordare qualcosa di equivalente nel ciclo arturiano.

E poi c’è il già citato Kipling, il cui ponte sul Gange rappresenta un trionfo della volontà umana sulla natura (e sull’ottusità della burocrazia) – non senza il passaggio iniziatico dell’ingegnere inglese, che doma il Gange solo dopo avere capito con che cosa ha a che fare, e sviluppato il debito rispetto.

E comunque i ponti in realtà abbondano in tutta la letteratura, come postazioni da difendere fino all’ultimo uomo, come strutture da minare, come luoghi per le imboscate e gli omicidi, come ostacoli e passaggi obbligati, come passerelle di corda che bruciano e cedono al momento giusto per creare suspense, come arnesi che crollano sotto gli zoccoli del destriero al galoppo, come trappole e come difficili vie di salvezza – e citerò soltanto il sorvegliatissimo, impassabile ponte di Stirling, l’ultimo ostacolo che David Balfour e Alan Breck devono attraversare prima di raggiungere le sospirate Lowlands… E ci vorrà tutta l’astuzia di Alan, perché un ponte non è mai una conquista facile o un elemento decorativo. Un ponte, varcato o costruito, ha sempre un prezzo.

E sì, alla fine il ponte l’ho costruito. Magari ponte è una parola grossa, e passerella pedonale sarebbe più appropriato – ma non sottilizziamo: era (è) una struttura ad arco destinata all’attraversamento di un corso d’acqua. A tutti gli effetti pratici, sono una costruttrice di ponti anch’io.

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* Mi sono sempre domandata una cosa: di solito i termini del contratto prevedono l’anima della prima creatura che attraversa il ponte stesso. L’inganno tende a consistere nel far passare un cane o un altro animale. E il diavolo se ne va scornato. Questo implica una credenza nell’anima degli animali, o un buco logico di considerevoli dimensioni? No, perché qualsiasi buon avvocato potrebbe rinfacciare alla gente del ponte il mancato rispetto delle clausole contrattuali, giusto? Il compenso pattuito non è stato versato.

** forse avrete visto il film con Vivien Leigh e… chi? credo Robert Taylor.

Il Piccolo Principe E Io

il piccolo principe, antoine de saint-exupéryCi sono libri da cui è difficile stare lontani.

O forse sarebbe il caso di dire che certi libri non vogliono starsene lontani – senza un’ombra di riguardo per i nostri sforzi in materia.

Avevo quattro anni quando qualcuno, in un malguidato moto di affetto e zelo, mi regalò una versione illustrata de Il Piccolo Principe, di Antoine de Saint-Exupéry. Immagino che dovesse sembrare una buona idea al momento – e in effetti mia madre mi dice che si trattava di una bellissima edizione*, con una buona traduzione del testo integrale e illustrazioni molto raffinate.

I miei ricordi in materia sono molto più nebbiosi e molto meno lusinghieri. Ricordo, per esempio,  mia madre che fa qualche tentativo di leggermi la storia – circostanza significativa in sé, perché a quattro anni sapevo leggere e tendevo a fare per conto mio. Ricordo anche un’antipatia per l’ansia di addomesticamento della Volpe. E, per quanto riguarda le raffinate illustrazioni, ricordo il disegno cappelliforme del serpente che ha mangiato un elefante. E soprattutto ricordo una generale impressione che storia e raffinate illustrazioni fossero deprimenti come una domenica pomeriggio di pioggia. il piccolo principe, antoine de saint-exupéry

E quindi, quando in prima media ritrovai il PP nella biblioteca scolastica, mi sentii autorizzata a considerarlo già letto. A dire il vero, gli avrei dato a wide berth anche se non mi ci fossi sentita – cosa che ebbi la cattiva idea di dire, lasciando perplessa un’insegnante di Lettere che si era aspettata di meglio da me… 

Ma se credevo di avere finito con il PP, era chiaro che il PP non aveva finito con me. Dovevo avere dodici o tredici anni quando, un’estate in cui il lavoro non consentiva loro di assentarsi da casa, i miei genitori mi spedirono in montagna con l’Azione Cattolica Ragazzi. Ho un ricordo indelebile dell’istante in cui, sbarcata dal pullman insieme a una cinquantina di altri ragazzini, mi ritrovai davanti al cancello della casa che ci avrebbe ospitati. Tra i pilastri era appeso uno striscione bianco. E sullo striscione bianco era scritto in lettere rosse “Ci guadagno il colore del grano!!” Con due punti esclamativi. Dovete capire: già il fatto di trascorrere due settimane in compagnia di tanti estranei non mi entusiasmava affatto, ma la prospettiva di due settimane di PP era del tutto ghastly. Se avessi potuto, sarei tornata a casa all’istante. Non potevo, e mi toccò indossare magliette con il dannato motto, cantare canzoni in tema, partecipare a infinite riflessioni sulla candida saggezza del PP, l’aridità dell’Uomo d’Affari e la futilità della vita del Geografo, essere zittita ogni volta che provavo a obiettare, giocare a versioni piccoloprincipesche di ogni gioco conosciuto all’umanità animante e animata, scorrazzare per i pendii impersonando baobab e stelle dorate… Poi, come piacque al cielo misericordioso, un sacerdote più dissennato della media condusse l’intera tribù a dissetarsi in un ruscello a valle di un gruppo di case. Essendo figlia di un Alpino, sapevo che era cosa da non farsi – ma nessuno mi diede retta quando lo dissi. L’indomani le cuoche e io eravamo le sole persone in piedi e senza problemi intestinali. Brusca interruzione del campo scuola con cinque giorni di anticipo, precipitoso rientro a casa e, se non altro, mi fu risparmiata la serata finale con canzoni attorno al fuoco e recita, in cui avrei dovuto fare la parte della Volpe – e chiedere istericamente di essere addomesticata, per favore.

il piccolo principe, antoine de saint-exupéryE tuttavia ero molto giovane e dovevo ancora imparare che il Fato è beffardo e capriccioso, e quando concede di questi near escapes, poi si compiace di esigere il conto in tempi e maniere inaspettati. Magari nella forma di una giovane insegnante di Francese che, con un sorriso di quelli che interferiscono con la navigazione aerea, annuncia a una Quarta Ginnasio: Mais j’ai de bien bonnes nouvelles pour vous! Savez-vous ce que nous allons lire? Le Petit Prince!! E i due punti esclamativi non erano scritti da nessuna parte, ma erano evidenti nel tono. La signora doveva avere un’adorazione per il libro, perché per buona parte dell’anno scolastico ce ne sorbimmo in quantità industriali, scrivemmo riassunti e dialoghi, speculammo sulle motivazioni dei personaggi e sulla profondità del messaggio… Credo che, attorno a Natale, persino le mie compagne cui il principastro piaceva dovessero averne fin sopra le orecchie. Io ero idrofoba – e a maggior ragione perché guai ad avanzare dubbi sulla bellezza, profondità, saggezza e generale perfezione della dannata storia…

Ecco, superata la prima adolescenza, posso dire che non mi sono più capitate massicce esposizioni al PP. Naturalmente non è un titolo che, con il suo status di capolavoro universale e le sue legioni di adoratori, si possa evitare del tutto – ma c’è di buono che, se non altro, ero equipaggiata per discuterne. Equipaggiata per sostenere che si tratta in fondo di una graziosa favoletta dal tono di predica, dalla sconsolante ovvietà e dalla marcata tendenza a sbattere il Messaggio in testa al lettore. Son tesi che ho sostenuto molte volte e spesso sostengo – anche perché, lo confesso, trovo divertenti le reazioni che ottengo facendolo.

Se è impossibile leggere due righe del PP senza immaginare un narratore con l’indice levato e gli occhi tondi e scintillanti di zelo pedagogico, è impossibile anche dar voce ai propri dubbi sul PP senza che qualcuno inorridisca. Ma come? Non ti piace il Piccolo Principe? Ma come può non piacerti il Piccolo Principe? Ed è implicito che dobbiate essere persone dal cuore cinico e duro…

Che posso dire? È interamente possibile che sia fornita di un cuore cinico e duro – ma non è affatto impossibile che troppo PP nei miei più teneri e impressionabili anni abbia avuto la sua parte nell’indurimento. Non il PP in sé, perché in fondo è irragionevole biasimare un libro perché è quel che è. A rendermi cinica è stato il generale atteggiamento di indiscriminata e dogmatica ammirazione, il modo in cui non era ammesso trovarlo men che perfetto e imprescindibile.

Forse, se non mi fosse stato imposto di amarlo**, non avrei sviluppato un’allergia violenta nei confronti del PP, e invece di essere qualcosa cui dedicare rant e un ostacolo che mi rende riluttante a leggere qualunque altra cosa Saint-Exupéry abbia scritto, sarebbe solo una lettura che non ho apprezzato, senza traumi e senza conseguenze.

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* E a posteriori sospetto che dovesse trattarsi di una delle innumerevoli riedizioni della traduzione Anni Quaranta di Nini Bompiani Bregoli, con illustrazioni dell’autore. Non sono in grado di controllare, perché non vedo il libro in questione da decenni – e non ho la minima intenzione di tentare di disseppellirlo dai recessi della soffitta.

** Però vorrei scagionare la donatrice originale e mia madre, che non imposero proprio nulla. Tentarono di farmi apprezzare il PP perché a loro piaceva, ma quando videro che non funzionava, non insistettero né disapprovarono. I problemi cominciarono più tardi…

 

Prima Persona Singolare

Mi piacciono le storie narrate in prima persona.

Mi piace condividere lo sguardo del narratore. Mi piacciono le voci narrative individuali che si creano, con i quirks espressivi, le considerazioni personali, gli errori di valutazione e le menzogne. Mi piacciono le sterminate possibilità aperte alla caratterizzazione. Mi piacciono i modi obliqui in cui si mina l’affidabilità del narratore in I persona. Mi piacciono gli sfondamenti della IV parete. Mi piace che, al prezzo della sospensione dell’incredulità, venga l’impressione che il narratore stia raccontando la storia proprio a me.

Dopodiché si dirà che, dal punto di vista dello scrittore, la I presenta inconvenienti come una pericolosa facilità alla divagazione per prati del tutto imprevisti, e il limite di una sola testa su tutta la popolazione del romanzo.

Non saprei. Da un lato non ho serie obiezioni all’occasionale divagazione ben scelta – e non ho mai notato che la III Persona (di qualsiasi colore) trattenesse gli autori dal divagare*. Né, in via generale, mi getta nello sconforto non sapere quel che accade al di fuori della particolare testa in cui mi trovo.

E ammetto che ci sono circostanze in cui è bene per la narrazione che il lettore ne sappia di più di quanto possa sapere il narratore, ma se devo dire la verità, mi piacciono persino gli escamotages che l’autore smaliziato usa per girare attorno al limite.

D’accordo, l’occasionale capitolo o scena narrato in III raramente è più che funzionale, ma ci sono soluzioni più eleganti.

Per esempio incrociare due narrazioni in I, come fa Stevenson in The Master Of Ballantrae – che, l’ho detto ancora, dovrebbe essere testo obbligatorio per lo studio del narratore inaffidabile. È difficile credere al Colonnello Burke, vanitoso, vago e portato a sconcertanti interpretazioni dei fatti cui assiste – eppure la storia che traspare dalle sue illusioni e dai suoi fraintendimenti riesce a minare anche la credibilità di Ephraim McKellar, la cui narrazione si rivela all’improvviso molto più partigiana di quanto si potesse sospettare a prima vista.

Anche Conrad tende ad essere sofisticato in proposito – almeno quando scrive solo, ma facciamo un patto: le collaborazioni con Ford Madox Ford non contano, d’accordo? Altrove troviamo vertiginose prospettive di punti di vista, con gente che racconta storie riferite di terza mano. Il mio caso conradiano preferito è Lord Jim**: Marlow è un narratore in I con una tendenza alla speculazione interpretativa che, per di più, tra il momento in cui ha assistito a parte della vicenda di Jim e quello in cui lo racconta sulla veranda del Malabar Hotel, ha raccolto storie, ricordi e impressioni altrui. Il risultato è una narrazione quasi rapsodica, con un intrecciarsi di I e III sempre legate dall’interpretazione di Marlow – basata sulla sua esperienza diretta. Il tutto è racchiuso tra un inizio in III persona più o meno onnisciente e l’amarognola dichiarazione d’inaffidabilità da parte di Marlow, secondo cui in realtà nessuno ha capito Jim – meno di tutti Jim stesso.  

in Entered From The Sun, George Garret fa qualcosa di ancor più complesso, cucendo insieme una collezione pressoché sterminata di punti di vista fluttuanti all’interno di una narrazione in I da parte di un personaggio che, fin dalla prima pagina, dichiara di non sapere per primo quando mente e quando dice la verità – pur essendo in posizione di sapere parecchio di quel che pensano gli altri personaggi. O almeno così crede. O almeno così dice – e non è come se il lettore avesse la minima ragione di fidarsi di lui. Ammetto che non è la lettura più agevole del creato universo, ma ha un suo notevole, iridescente, faticoso fascino.

Non del tutto dissimile, ma molto più liscia ed elegante è la voce narrante che Patricia Finney ha costruito per Firedrake’s Eye e relativi seguiti. Tom o’Bedlam è scisso tra il folle Tom, che parla con gli angeli, danza con la luna e ha paura solo del suo passato, e The Clever One, che parla di se stesso come “noi”, mendica nelle strade, ricorda i suoi giorni di gentiluomo e attribuisce agli angeli di Tom la facoltà di aprire “finestre nelle anime degli uomini.” Ne esce un narratore in prima persona che sa tutto e non è interamente affidabile su nulla, con l’occasionale burst di poetica visionarietà. Quanto mai attraente ed efficace.

E potrei citare anche un raro caso di I Persona Plurale: La Leggenda Degli Annegati, di Carsten Jensen, in cui la voce narrante appartiene agli uomini di Marstal, gli annegati e i vivi – fino quando la piccola comunità marinara perde le sue navi a vela, le sue tradizioni e il suo senso di appartenenza. E allora, in un passaggio di notevole eleganza e potenza, la voce narrante migra da Noi a una III tra l’onnisciente e il generico, cambiando del tutto l’atmosfera e il tono.

E la morale è, come al solito, che non finisco mai d’incantarmi di fronte alle possibilità di un consapevole e raffinato uso della tecnica. Ma non sono strettamente necessari i fuochi d’artificio: a parità di buona e solida storia, a parità di buona e coerente voce, datemi anche una pura e semplice I che abbracci limiti e possibilità assieme – e ci sono buone probabilità che riusciate a farmi felice.

 

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* Alzi la mano chi ha letto I Miserabili senza saltare nemmeno una riga…

** You saw it coming. Yes, you did.

Chi Ha Paura Di Isaac Asimov?

isaac asimov, fantascienza, Io.

Lo confesso: ho paura di Asimov.

E mi rendo conto che, messa così, suona un nonnulla eccentrica. Nella migliore delle ipotesi.

A mia giustificazione posso addurre un rapporto con la fantascienza in generale fatto di una serie di traumi infantili. Gente Che Ne Sa Molto Più Di Me conferma che precedenti come i miei sono atti a rovinare una persona – e in effetti, non so se mi sento rovinata del tutto – ma di sicuro sulle letture fantascientifiche impromptu della mia infanzia ho perso molte notti di sonno e rimediato una seria avversione nei confronti del genre. Non diffidenza: proprio avversione.

E tutto ciò per preparare la strada a una seconda confessione: ho paura di Asimov senza aver mai letto nulla di suo.

Patetico, vero? I know.

Ma Asimov, insieme a Bradbury, Philip K. Dick e alcuni altri, appartiene – o così mi si dice – alla nobiltà di penna di un genere che mi ha resa molto infelice in passato. È così irrazionale e puerile, da parte mia, non volerci aver nulla a che fare?

Oh, d’accordo: probabilmente lo è. Lo deduco anche dal fatto che Gente Che Ne Sa Molto Più Di Me, pur avendo mostrato molta comprensione per la mia triste storia, non è riuscita a restare del tutto seria nello scoprire la mia asimofobia.

“Ma Asimov è una mammoletta,” they say.

E pur sospettando che si tratti di un genere di mammoletta pericoloso per il mio ritmo sonno-veglia, non posso fare a meno di riconoscere l’assurdità della faccenda. Così oggi, a vent’anni esatti dalla morte di Asimov, decido di tentare di vincermi un pochino.

Sì, perché tra l’altro, anche alla più superficiale delle documentazioni, il buon Isaac si rivela persona after my own heart: eclettico, di formazione scientifica e vasti interessi letterari e storici, un divulgatore di letteratura, scienza, storia e teatro musicale, un autore prolifico a limiti della grafomania – e nei generi più diversi, un coniatore di parole, un creatore di storia futura, un brillante annotatore di Shakespeare, Milton e Swift – ruolo in cui nessuno lo prendeva troppo sul serio, perché i suoi lettori volevano fantascienza, thank you very much, e tutti gli altri non capivano che cosa potesse aver da dire in fatto di Shakespeare un autore di fantascienza…

Per di più aveva un senso dell’umorismo. A parte la parodia di articolo scientifico che pubblicò proprio prima di discutere la sua tesi di dottorato*, scrisse una quantità di limerick – alcuni dei quali ispirati alle indagini di Sherlock Holmes. Insomma, limerick investigativo-letterari: how can you but like the man?

E a proposito di Holmes, non dimentichiamo i gialli: Asimov scrisse anche un certo numero di gialli – tra cui la serie dei Vedovi Neri, sorta di club d’investigatori dilettanti – per non parlare dei gialli fantascientifici.

E poi innumerevoli articoli su innumerevoli argomenti, qualche voce dell’Encyclopaedia Britannica, un paio di manuali di sopravvivenza per scrittori, un progetto di riforma del calendario…

Sono certa che dimentico qualcosa, ma la morale di tutto questo è che forse posso progettare di accostarmi ad Asimov sul fianco, di soppiatto, praticamente nascosta tra i cespugli. Voglio dire, posso cominciare da Shakespeare, giusto? E poi magari passare ai limerick o ai gialli. Oppure posso cominciare dai libri di divulgazione storica e vedere dove questo porta?

Essì, lo so: sto tergiversando – e avrò modo di tergiversare parecchio, se voglio, perché quest’uomo ha scritto da solo una piccola biblioteca. Ma chissà che (per quanto al momento la sola idea m’inquieti un filino), col tempo non riesca a navigare in prossimità della sezione fantascienza. Chissà che il lato delle mammolette non sia quello giusto da cui passare. Chissà che questo non finisca con l’essere il metodo per superare qualche trauma infantile – con il suo corredo d’irragionevoli e pluridecennali strascichi.

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* Mistimed, ma non del tutto suicida: aveva chiesto che il non-articolo uscisse sotto pseudonimo, ma qualcuno sbagliò qualcosa e invece uscì con il suo nome. Fortunatamente, anche i membri della commissione erano spiritosi – ciò che non era del tutto scontato…

Oltre A Leggerli

È tutta colpa di Pinterest.

Sì, da un paio di settimane ho una bacheca su Pinterest – l’ho sottotitolata “a visual appendage to Senza Errori di Stumpa” e non ho pensato a dirlo qui.

Be’, lo dico adesso: ho una bacheca su Pinterest. Si chiama Histories, Stories, Books & Theatre, e oltre a divertirmici un sacco, sto trovando la faccenda interessante.

libri,pinterestPer un paio di settimane I pinned happily away – un paio di immagini al dì, ogni volta che trovavo qualcosa di interessante. Poi è successo che su Twitter F. mi abbia chiesto: “ma come? Una bacheca sola? Non ti viene voglia di metterci di tutto?”

Confesso di essere rimasta lievemente sconcertata e, come il millepiedi di Kipling, mi sono fermata con la zampetta sollevata.

“Non ti senti limitata da una bacheca sola?” Ha insistito il fellow-twitterer, e gli ho risposto che in realtà mi ero tenuta il titolo abbastanza vago da poterci mettere parecchie cose… Quello che non gli ho detto, è stato che all’inizio ero partita con l’idea di tre o quattro bacheche diverse – una per i libri, una per il teatro e così via – e poi ho deciso che perdere del tempo a decidere se un’immagine ricadesse sotto la voce Libri o sotto la voce Storie non era proprio quello che volevo fare. Così mi sono limitata a una bacheca ragionevolmente generica e, come ho già detto, mi ci sto divertendo molto. 

Tuttavia, una volta che ha concepito dubbi sulle sue zampette, il millepiedi… er, considerando le mie difficoltà entomologiche, preferirei che Kipling avesse scelto una diversa creatura per la sua storia. Vi secca molto se passo dal millepiedi all’echidna? So che ha solo quattro zampe – but still.

Ma in realtà possiamo accantonare il regno animale nel suo complesso e tornare a noi: il fatto è che la conversazione mi ha spinta a badare a quello che stavo facendo con Pinterest, e sono giunta a due conclusioni.

La prima, è che Storia, storie, libri e teatro coprono abbastanza dei miei interessi perché “tutto il resto” possa starsene fuori dalla mia bacheca senza pregiudizio particolare. Ammetto che è una coperta piuttosto ampia, e ammetto che ci sono molte altre cose che restano fuori – ma può andare benissimo così.libri,pinterest

La seconda è che la mia ossessione per i libri sta assumendo aspetti nuovi. O se c’erano anche prima, non li avevo notati in modo consapevole. Si direbbe che limitarmi a leggerli non sia più sufficiente, dal modo in cui sulla mia bacheca sono comparsi libri alterati, oggetti a forma di libro e disposizioni pittoresche – come la suddivisione per colore. Ebbene sì, lo ammetto: sabato scorso ho iniziato a rivoluzionare la mia libreria suddividendo i libri per colore della costa****. Non è molto pratico (del che mi consolo pensando che l’ordine era molto casuale anche prima), però è grazioso a vedersi. Che posso farci? Scaffali come quelli nelle foto sono piccole soddisfazioni che ho coltivato per un paio di mattine di sabato*. Col che non voglio dire che riorganizzerò così tutta la mia libreria**, o che sia diventato più facile trovare i libri che cerco, ma potrei andare avanti per un po’. Mi piace l’idea che i libri, oltre a contenere storie, siano qualcosa che abita con me, con cui fare esperimenti decorativi, con cui giocare… I libri sono gente, dopo tutto. libri,pinterest

J. mi ha chiesto se riesco a indurmi a separare i libri dello stesso autore for the sake of colour. Francamente, i miei libri non sono molto abituati a vivere in gruppi famigliari – non lo erano nemmeno prima. Scegliendo uno scaffale a caso (tra quelli non riordinati per colore) trovo uno dopo l’altro Bryher, Aristofane, Erich Fromm, Stuart Kelly, Virgilio, Magdi Allam, Ben Jonson, Juliet Barker, Patrick Rambaud, D. G. Chandler, Susanna Clarke… senza logica particolare oltre ad associazioni mentali e una certa dose di serendipità. Oltre al resto, consulto, sposto e rileggo abbastanza spesso – e raramente ho la pazienza di rimettere esattamente dove ho preso. Mi piace vedere gli accostamenti che saltano fuori, nessuno dei quali è definitivo. Per cui non credo che i miei libri siano traumatizzati perché li ho risistemati per colore… Al massimo parrà loro un criterio vagamente più comprensibile di tanti altri.

anagram bookshop, libri alteratiDopo gli scaffali a colori, sulla bacheca sono comparse altre cose che, viste tutte insieme, cominciano ad avere qualche senso – come i meravigliosi libri-scultura di Anagram Bookshop, la custodia per l’iPad*** a forma di libro, i libricini-ciondolo, i libri ricoperti con carta da musica o mappe antiche… Tutto ciò perché non c’è niente da fare: un parallelepipedo di carta contenente una storia è un’irresistible combinazione di bellezza e concetto. Se volete, mi spingo persino ad ammettere che un ciondolo a forma di Kindle non sarebbe la stessa cosa.

E quindi, per riassumere: prima credevo di leggerli soltanto, i libri, poi ho cominciato con Pinterest, poi mi sono ritrovata a suddividere i libri per colore, e adesso mi vo scoprendo qualcosa di molto simile a una mania.

Sarà una brutta china? What next?

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* Dopodiché è arrivata F., ha storto la bocca e ha detto che la cosa le dava un’impressione di omologazione e appiattimento. “Ma vedi,” ho pigolato, “non sono in solid colour: ho cercato di ottenere delle sfumature…” F. non si è commossa – né io mi sono scoraggiata.

** A parte tutto il resto, troppe coste bianche. E non mi sono mai piaciute le coste bianche. Oh well.

*** Ma possibile che non ci sia qualcosa del genere per il Kindle?

**** Verosimilmente in preda a un attacco di quella che P. chiama “dorsomania”. Avete presente la febbre gialla di salgariana memoria e la peste nera? Ecco, si direbbe che io soffra di attacchi di dorsomania multicolore…

Adozioni Giacobite

Ricordate Adotta Una Parola? Ne avevamo già parlato, ma la trovo un’iniziativa meritoria e divertente – e mi auguro che abbia anche qualche efficacia pratica.

società dante alighieri, adotta una parola, giacobita, stevenson, henry jamesAvevo già adottato qualche mese fa una famigliolina di parole, ma, trovandomi a passare di nuovo per il sito in questione, ho pensato di bene di adottare anche Giacobita, e ne vedete il risultato.

Ora, veniamo al mio nuovo figliolino adottivo.

Secondo il buon Treccani*:

giacobita (1) agg. e s.m. [dal lat. mediev. Iacobita] (pl.m. -i) – Che si riferisce alla Chiesa monofisita di Siria, fondata da Giacobbe (lat. Iacob) Baradeo alla metà del sec. 6°, la cui teologia e liturgia è essenzialmente i tipo greco-ortodosso. Come s.m., per lo più nel plur. giacobiti, denominazione dei seguaci della Chiesa giacobita, che sostenevano il monofisismo cosiddetto verbale o moderato, in contrapposizione al Concilio di Calcedonia da loro accusato di nestorianesimo, e che attualmente sopravvivono in gruppi isolati, soprattutto in Siria e in Turchia.

giacobita (2) s.m. e f. [dall’ingl. Jacobite, der. del lat. tardo Iacobus “Giacomo”] (pl. m. -i). – Nome con cui furono indicati, dopo la rivoluzione inglese del 1688-89, i fautori del re esiliato Giacomo II e i suoi discendenti, esteso poi a designare i fautori dei descendenti di Carlo I, della famiglia Stuart.

Allora, in primo luogo il significato (1) è un esempio di un motivo secondario per cui questa iniziativa è meritoria. La parola e io ci conosciamo da una ventina d’anni, ma nella mia anglomania non ero mai andata oltre il significato (2). Per cui adesso so che i giacobiti sono anche una varietà siriana di monofisiti, e questa microsemiepifania linguistica è cosa buona e giusta.

In secondo luogo, mi tremano le ginocchia a dubitare della competenza grammaticale del Treccani, ma non posso fare a meno di domandarmi se davvero il significato (2) esista solo in forma di sostantivo. Ma allora, quando traduco Jacobite Risings come “sollevazioni giacobite” sto solo aggettivando un sostantivo? E se l’Italiano si è disturbato ad assorbire il sostantivo, perché non l’aggettivo? Mah. Però questo paragrafo l’ho scritto timidamente e in corpo 12, perché il Treccani è il Treccani e – worst of all – sono del tutto intenzionata a usare l’aggettivo**.

In terzo luogo, mi confesso colpevole di qualcosa che forse è un altro peccato linguistico. Non so se questo ricada sotto la voce “uso improprio della parola”, ovvero qualcosa che mi sono impegnata a scongiurare adottandola, ma mi sto persuadendo a usare Giacobita come traduzione di Jacobean – con riferimento al regno di Giacomo VI e I… Probabilmente non è del tutto esatto, ma pebacco, non so proprio indurmi a tradurre Jacobean con Giacobino, e i dizionari non sono di grande aiuto. Persino lo Hazon, di solito così affidabile e ricco, offre in tutto e per tutto “relativo al regno di Giacomo VI e I.” Why, thanks! E allora, a Jacobean tragedy diventa una tragedia del periodo di Giacomo VI e I? Ma ditemi voi…

E poi lasciate che vi racconti della mia plurilustrale amicizia con il significato (2).

Edimburgo, agosto 1994. Per la seconda volta sono stata spedita a trascorrere un mese in famiglia nella verde Scozia, ma stavolta mi è andata così così. La padrona di casa è una signora anziana e ciarliera provvista di un King Charles Cavalier grassissimo e sbavante e di un’incoercibile passione per Doctor Quinn, Medicine Woman. Sono pienamente intenzionata a passare fuori casa più tempo che sia possibile, ma da un lato piove sempre, e dall’altro non posso fare gran conto sulla scuola. La mia amata, minuscola e ottima scuola è fallita e, mi si dice, i due fratelli che la gestivano sono fuggiti sul Continente, dove pare che lavorino come cuochi. Così sono finita in una scuola più grande, più centrale e affollata di Italiani. Nel giro di due giorni mi hanno spostata dal corso base a quello intermedio a quello avanzato, e così adesso il mio vicino di banco è un professore di Lettere delle medie impervio alla distinzione tra complemento di causa efficiente e complemento di provenienza (in Italiano). Cercherei di sfruttare al massimo il Festival, ma l’ho detto che piove sempre? E un sacco di eventi pomeridiani sono all’aperto. Morale: nel giro di due giorni ho il raffreddore del secolo, detesto la scuola e voglio tornare a casa… E allora applico il metodo abituale per i momenti di spleen: entro in una libreria e comincio a razzolare. Me ne esco con una piccola copia di Kidnapped, di R.L. Stevenson (copertina rigida blu con impressioni stevenson, giacobitavagamente dorate, pagine grigioline e caratteri concertati, ne sono certa, con l’ordine degli oculisti), mi arrampico verso la città vecchia, mi infilo in una tea-room, ordino tè con gli scones e comincio a leggere…

Vabbe’, ho parlato abbondantemente altrove della mia predilezione per Alan Breck Stewart, per cui ve la farò breve. Nel giro di una settimana avevo divorato Kidnapped e il suo seguito Catriona, nonché una storia della Scozia di Nigel Tranter, avevo visitato le mostre Stevensoniane alla National Library e al Royal Museum e avevo lottato duramente nel vano tentativo di procurarmi un biglietto per l’adattamento teatrale di Kidnapped… E intanto avevo scoperto l’esistenza dei Giacobiti e dei loro ripetuti e sfortunati tentativi di ripiazzare sul trono gli Stewart giusti…

la dante, adotta una parola, bonnie prince charlie, sollevazioni giacobiteOra, non dico che gli Stewart fossero necessariamente dei buoni sovrani e meritassero tanta irragionevole lealtà, ma se c’è qualcosa che mi scioglie sono le cause perdute e, in generale, tutta la gente che si aggrappa oltre ogni buon senso e senza speranza di successo a qualche vecchio mondo tramontato. And Jacobites fit the bill with a vengeance, con le loro malguidate sollevazioni, nel 1716 e nel 1745, annegate nel sangue, nella scarsa competenza e nelle discordie tra clan.

Una volta tornata in patria, in era pre-internet, avevo preso l’abitudine di piombare su librai e bibliotecari ignari chiedendo “qualcosa sulle sollevazioni giacobite.”

“Vuol dire giacobine…” Era la risposta standard e, inutile dirlo, non ho mai trovato nulla di più di qualche lemma stringato su qualche vecchia enciclopedia, perché i Jacobite Risings sono uno di quegli episodi di cui non importa granché a nessuno. Poi ho fatto il mio anno Erasmus a Cardiff, poi sono stata iniziata al fatto che Sir Walter Scott non ha scritto soltanto Ivanhoe***, poi ho scoperto le meraviglie di Internet, per cui adesso ho letto quanto volevo sui Giacobiti, compresi gli aspetti meno attraenti delle loro sollevazioni, dei loro metodi, dei loro sovrani oltre il mare, delle loro beghe e delle loro stupidità. So anche che l’Alan Breck Stewart storico era in realtà un pessimo soggetto senza un briciolo del fascino che Stevenson gli ha ricamato attorno.

Eppure la mia idea di giacobita resta legata all’incontro con un libro e un personaggio – un’immagine pittoresca e romantica, vagamente imparentata con la realtà, ma abbastanza vivida da farmi adottare una parola a quasi vent’anni di distanza, ed è tutta colpa di Stevenson. Ah, che cosa non riesce a fare uno scrittore, vero?

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* In realtà del Dizionario Enciclopedico Treccani ho una gran paura, e lo sfoglio sempre come se potesse attaccarmi, perché è illustrato e cosparso a tradimento di enormi fotografie e dettagliatissimi disegni di r. I r. sono le orribili creature con otto zampe che fanno le r.tele, e sono afflitta da una seria aracnofobia, per cui…

** Lettore che passa di qui e tralegge la bozza da sopra la mia spalla: “Sì, perché invece di solito sei linguisticamente timida, vero? Una glottomammoletta!” (collassa in un convulso di cachinni)

*** Se dovessi consigliare un titolo, consiglierei Waverley, ambientato nel corso della II Sollevazione.