Browsing "libri, libri e libri"
Ago 14, 2017 - libri, libri e libri    No Comments

Reading Week

ReadingWeekOh, non so – ma credo che mi prenderò una settimana di lettura.

Niente lavoro, solo libri.

Non ho programmi particolari, perché è una decisione improvvisa, presa ieri sera guardando le perseidi tardive. Un po’ di Sabatini e un po’ di Sutcliff, immagino, perché è quel che ci vuole d’estate. E, sempre per lo stesso motivo, il Pitta trovato secoli orsono su una bancarella a Bologna e poi mai più letto. E forse uno dei due grossi tomi che devo recensire per la HNR, ma vedremo. Oh – e Patricia Finney, forse?

ReadingWeek2E ci sarebbe sempre The White Company – preceduto o seguito da Sir Miles, perché è lì da secoli che aspetta proprio un’occasione come questa…

E poi…

E poi farò bene a fermarmi, perché una settimana è una settimana, e comunque facciamo così: niente liste precise, eh? Un giringiro libresco in direzioni a trovarsi…

Vi farò sapere – ma forse non subito. Non prometto di postare regolarissimamente, questa settimana.

Intanto felice Ferragosto, o Lettori – e a presto.

 

Nomi Letterari

whatnameE poi ci sono le volte in cui un autore inventa un nome – per significato, per suono, per caso – e poi il nome diventa di uso più o meno comune.

A volte si tratta di un’invenzione pura e semplice, come Pamela… e adesso tutti pensiamo a Richardson e al romanzo omonimo. Ma in realtà prima di Richardson venne Sir Philip Sidney, fiore della cavalleria nell’Inghilterra elisabettiana, poeta, cortigiano e soldato che a fine Cinquecento coniò il nome (probabilmente nel senso di Tutta Miele) per un personaggio secondario del suo The Countess Of Pembroke’s Arcadia. Poi nel 1740 o giù di lì venne Richardson – seguito da Fielding con la sua biliosa parodia Shamela) – ma fu nel XX secolo che il nome diventò davvero popolare, prima nel mondo anglosassone e poi da noi.

Anche Cora è una creazione letteraria a partire da radice greca: James Fenimore Cooper lo coniò a partire da Kore (fanciulla) per un personaggio secondario de L’Ultimo Dei Mohicani, la sorellina minore che nel romanzo sopravvive e si marita felicemente con l’ufficiale inglese.

la_figlia_di_iorio_1914__243Categoria non del tutto dissimile per l’italiano Ornella, creato da D’Annunzio per La Figlia Di Jorio: piccolo faggio. Il Vate era un creatore e ripescatore di nomi seriale – con varia fortuna. Pensate solo alle sorelle di Ornella, nomate Splendore e Favetta…

D’altra parte, non sempre i nomi inventati sono fatti per essere presi sul serio. Per qualche ragione, non scommetterei granché sul sense of humour di D’Annunzio, ma Dickens ci dice Mrs. Kenwig, personaggio minorissimo in Nicholas Nickleby, ha inventato personalmente il nome Morleena per la sua primogenita, e ne è così compiaciuta che la chiama molto più spesso di quanto sia necessario – con scarsa soddisfazione dell’interessata. Morleena è concepito per avere un suono romantico e vagamente irlandese – e pertanto esotico – in risposta alle pretese di raffinatezza della madre.Cadenus_and_Vanessa._A_Poem_-_Jonathan_Swift

Serissima è invece la storia di Vanessa, creato come un omaggio personale: nel 1713 scrisse Cadenus and Vanessa, un poema autobiografico. L’eroina semieponima portava un collage dei nomi dell’amante di Swift cui era ispirata: Esther (detta Essa) Vanhomrigh. Di nuovo, perché il nome diventasse di uso comune* ci vollero il XX secolo e Sir Michael Redgrave, che lo scelse per la sua primogenita – futura celebre attrice. Se ve lo state chiedendo, la faccenda delle farfalle è opera di un entomologo tedesco nel 1806.

Wendy ha una duplice storia – prima e dopo Peter Pan. Era un vezzeggiativo di Gwendolen prima che Barrie ne facesse un nome in proprio, prendendolo dal modo in cui non so più quale bambino dalla erre moscia chiamava i suoi amichetti: Friendy, in teoria, ma pronunciato Fwendy, donde Wendy – che dunque vorrebbe significare “piccola amica”.

506873Shirley era un nome maschile (e in qualche caso un cognome**) prima che Charlotte Brontë lo affibbiasse alla sua eroina, figlia unica di gentiluomo desideroso di figli maschi. Il nome maschile della nostra fanciulla (intesa da Charlotte come ritratto idealizzato di Emily) è in effetti oggetto della curiosità, dell’esasperazione, dell’ammirazione e/o dello scandalo di molti personaggi nel romanzo.

Coraline esisteva prima di Neil Gaiman, femminile, normale ma trascurato. Un giorno Gaiman stava battendo al computer e, invece di Caroline, scrisse per errore Coraline. Gli piacque tanto da battezzarci una protagonista – per poi scoprire che il nome esisteva già, seppure in uso sporadico.250px-Imogen_-_Herbert_Gustave_Schmalz

Poi ci sono gli errori di cui l’autore è innocente. Imogen, nome shakespeariano dal Cymbeline, in tutta probabilità doveva essere Innogen, nome celtico dal significato di “fanciulla”. Dopodiché, sapete come andava in epoca elisabettiana: la gente non aveva mai del tutto chiaro lo spelling del proprio nome, figurarsi quello di un personaggio letterario. Il misprint si diffuse e così fece il nome, e la morale si è che nel mondo anglosassone un sacco di gente si chiama Imogen grazie a un errore di stumpa.

D’altra parte Shakespeare era un altro attivissimo creatore di nomi: altri suoi parti sono Jessica, la figlia del Mercante di Venezia, e Miranda, offerta alla generale ammirazione nella Tempesta.

Sabrina-Fair-1954-FCUn caso del tutto diverso è quando l’autore ripesca un nome vecchio come le colline ma pressoché dimenticato e lo rende famoso. Prendiamo Sabrina, per esempio, antico nome gallese legato alla prevedibilmente truce leggenda di una principessa illegittima affogata nel fiume Severn e trasformata in ninfa. La versione celebre della storia era quella di Goffredo di Monmouth, ripresa poi da Milton nel 1634 in Sabrina Fair, ma francamente il nome rimase alquanto raro finché il commediografo S.A. Taylor non lo scelse per la protagonista di una certa commedia – il cui adattamento cinematografico conosciamo tutti. Ricordate la scena in cui la signora Larrabee domanda spazientita come fa un autista a chiamare la figlia Sabrina e Linus/Larry le risponde “E come doveva chiamarla, Volante?” In realtà l’autista Fairchild era stato molto letterario e molto inglese.Fiona

Nel 1760 James MacPherson tentò per far passare per un caso del genere il nome Fiona, supposta antichità celtica. Ma d’altra parte, in una specie di prescienza dell’arte del caso letterario, MacPherson stava cercando (con un certo successo) di far passare per antichità celtiche tutta la sua poesia ossianica, per cui forse possiamo considerare Fiona un peccatuccio minore. Mi si dice che negli ultimi anni il nome si stia diffondendo in Germania come se piovesse. Merito di MacPherson, mi domando, o merito di Shrek?

Ma d’altra parte, come si vede nello scambio di battute in Sabrina, un nome eccentrico è un nome eccentrico – e ho il sospetto che le prime Pamela, Vanessa e Jessica/Gessica siano state accolte con lo stesso genere di scetticismo e incredulità assortiti che oggi riserviamo ai nomi da gossip o da soap opera. Con la differenza che, se lo sa, la bimba*** può stupire tutti annunciando che il suo è un nome letterario, thank you very much.

______________________________________________

* Comunissimo negli Stati Uniti, dove resiste saldamente tra i cento nomi più diffusi dal 1977 a oggi.

** Per dire, Anna dai Capelli Rossi di cognome fa Shirley.

*** Perché avrete notato trattarsi di nomi femminili…

Lug 17, 2017 - libri, libri e libri    No Comments

Cappa (estiva) & Spada

Achard“Com’è, o Clarina, che non fai più quei post d’inizio estate in cui consigliavi letture vacanziere?”

Vero – un tempo facevo questa cosa, e poi non l’ho fatta più… E ho paura di non farla nemmeno quest’anno, non tanto per malvagità o terribile pigrizia – quanto per motivi linguistici: arrossisco nel confessar di leggere talmente poco in Italiano, che non ho granché da consigliare…

Però ho qualcosa da farvi vedere – che potrebbe tradursi in una lista di letture estive oppure no, ma è eminentemente estiva nella sua natura.

Allora, dovete sapere che qualche tempo fa, mentre lavoravo a un progetto non Gerardnarrativo, mi sono imbattuta in una collana di romanzi avventurosi che la Mondadori pubblicò tra il 1933 e il 1935, chiamata Romanzi di Cappa e Spada. Armi e Amori. La collana conta trentaquattro titoli, con qualche classico del genere in mezzo a parecchie faccende oscure & dimenticate. C’è una certa quantità di historicals di Arthur Conan Doyle, primo tra tutti il meraviglioso Gérard*. Poi ci sono titoli minori di qualche autore celebre, come i due Dumas e la baronessa Orczy (meglio nota per il ciclo de La Primula Rossa). E poi ci sono autori che ormai ammontano quasi a una bizzarria bibliografica, tanto sono dimenticati come W.H. Ainsworth, contemporaneo e rivale di Dickens, autore del terribile L’Ammirabile Crichton, come Amedée Achard, iperattivo autore francese cui si attribuisce (erroneamente**) la definizione del genere “cappa e spada” e il buon Maquet, il collaboratore di Dumas padre, che ogni tanto scriveva anche in proprio.

MaquetMolti di questi autori di cappa e spada erano gente incredibilmente prolifica, con dei trenta o quaranta titoli accanto a rispettabili carriere più o meno d’altra natura. Achard era un giornalista e autore teatrale, Maquet lavorava appunto con il già straripante Dumas, Hauff era l’istitutore dei figli del ministro Von Hugel nonché un autore di fiabe (e morì a venticinque anni, quindi fece davvero tutto molto in fretta), Doyle aveva il suo daffare con Sherlock Holmes…

Ogni volume – o piuttosto numero, perché la collana si considerava un periodico – includeva, oltre al romanzo, “problemi polizieschi, varietà, passatempi, ecc.” (il n° 30 contiene persino una novella della Christie) e costava 2 lire.

Tre soltanto i romanzi italiani, uno dei quali di Alfredo Pitta, inoltre traduttore della maggior parte dei titoli inglesi, francesi e tedeschi***.

Il catalogo è una meraviglia: il solo elenco dei titoli è sufficiente a risvegliare l’undicenne che è in tutti noi – e spedirlo in soffitta a cercare spada di legno e mantello fatto con la tenda della nonna.

1. Giachetti, Cipriano, La tabacchiera dell’imperatore

2. Dumas, Alexandre père, Le due regine

3. Maquet, Auguste Jules, Gerardo di lavernie

4. Maquet, Auguste Jules, Il buffone gentiluomo

5. Maquet, Auguste Jules, La caduta di Satana

6. Maquet, Auguste Jules, La conquista di Parigi

7. Haggard, H. Rider, Iduna la bella  

8. Achard, Amedée, I leoncelli

9. Achard, Amedée, Il Figlio del falconiere

10. Achard, Amedée, Il serpente  

11. Achard, Amedée, Il vello d’oro  

12. Achard, Amedée, Le lame rosse  

13. Achard, Amedée, Un guascone a Parigi

14. Hauff, Wilhelm, Il castello di Lichtenstein  

15. Hauff, Wilhelm, Il cavaliere ignoto

16. Doyle, Arthur Conan, Le guasconate di Gérard

17. Pitta, Alfredo, I Cinque falchi

18. Ainsworth, William Harrison, L’ammirabile Crichton

19. Doyle, Arthur Conan, Il pretendente  

20. Doyle, Arthur Conan, I tre venturieri  

21. Doyle, Arthur Conan, Il principe nero  

22. Doyle, Arthur Conan, Le cinque rose  

23. Doyle, Arthur Conan, Le tre imprese

24. Doyle, Arthur Conan, Nuove imprese di Gérard  

25. Doyle, Arthur Conan, Saxon, l’avventuriero  

26. Doyle, Arthur Conan, Il castello della paura

27. Barrili, Anton Giulio, Diana degli embriaci  

28. Ainsworth, William Harrison, La figlia dell’astrologo  

29. Orczy, Emmuska, Fiocco di neve  

30. Orczy, Emmuska, I candelieri dell’imperatore [segue Il secondo Gong. Novella di Agatha Christie]

31. Orczy, Emmuska, Un Fiore nel turbine  

32. Montepin, Xavier de, Capitan Rolando

33. Montepin, Xavier de, Il vendicatore  

34. Dumas, Alexandre fils, Il romanzo del Salteador  

HauffAssolutamente meraviglioso. Non v’immaginate di essere ragazzini negli Anni Trenta, di aspettare in devozione il prossimo volume, di divorarlo di nascosto quando dovreste già essere a dormire e di giocare al figlio del falconiere o al cavaliere ignoto con i vostri amici?

E se poi volete pescare qualche lettura estiva, ci sono sempre le bancarelle dei libri usati, le biblioteche (e non dimenticate le meraviglie del prestito interbibliotecario) e, se avete voglia di cimentarvi con gli originali, il Project Gutenberg, Internet Archive o siti dedicati come DumasPère.

E dài, dopo tutto sono stata bravina: avventure avventurose, make believe, un po’ di caccia al tesoro… potrebbe essere più estivo di così?

_____________________________________________________________________________

*  Ebbene sì, oltre a scrivere Sherlock Holmes e fotografare le fate, Doyle scriveva anche romanzi storici. Iperattivo ancihenò. Consigliatissime sono le irresistibili avventure napoleoniche del Brigadiere (nel senso di Generale di Brigata) Gérard, di cui esistono edizioni più recenti, come una Mondadori del ’95 e una Fabbri del ’02 – magari da leggersi insieme ai Memoirs de Marbot, cui sono ispirate.

** In realtà fu Ponson du Terrail, ma poi Achard pubblicò un romanzo intitolato La Cappa e la Spada, e fine della storia.

*** Il che significa che il signor Pitta ha tradotto 28 romanzi in tre anni. Complimenti.

 

Bloomsday!

BloomsdayUn rapido post per segnalarvi il fatto che oggi è Bloomsday – il giorno in cui i joyciani-ulissiani si danno convegno a Dublino per discutere di letteratura, assistere a letture drammatizzate, ripercorrere i passi di Leopold Bloom e Stephen Dedalus, bere quantità inordinate di birra e giocare a giochi letterari – il tutto in abiti edoardiani, il tutto ispirato all’Ulisse. E se Dublino è la capitale di questo magnifico e lievemente folle festeggiamento letterario, anche il resto del mondo non scherza.

Anche in Italia facciamo la nostra parte: Trieste, com’è ovvio, ma anche Salerno e una certa quantità di altri posti

james joyce, ulisse, ulysses, bloomsdayPerché tutto ciò? Perché l’Ulisse si svolge tutto in un giorno, appunto il 16 giugno 1904. E perché il 16 giugno? Non è come se non ci si fosse disperati a cercare un significato: il 16 giugno 1904 è la data del primo appuntamento di Joyce con il suo grande amore, Nora Barnacle. Lo stesso giorno, vent’anni dopo, a Ulisse pubblicato, Joyce era in ospedale e annotò sul suo taccuino di avere ricevuto un mazzo di ortensie bianche e azzurre da degli amici. “Oggi 16 giugno 1924 – vent’anni dopo. Chissà se qualcuno si ricorderà di questa data.”

Si direbbe di sì – e d’altra parte si era preso la briga di immortalarla nel suo capolavoro…

Così, cento e tredici anni più tardi, si celebra ancora con grande entusiasmo e altrettanta fantasia. E per quanto debba confessare che in realtà Ulisse non mi piace particolarmente, adoro questa frenesia di celebrazione letteraria.

Concludo segnalandovi la pagina rilevante al Project Gutenberg. Happy Bloomsday!

Burgess100 – 1917-2017

BurgessSiccome mi si accusa di occuparmi di anniversari letterari solo se sono elisabettiani, oggi dimostriamo che si tratta di una calunnia parlando di Anthony Burgess, nato a Manchester cent’anni fa.

E magari tutti conosciamo Burgess più che altro per Arancia Meccanica, ma lasciate che vi dica che non era soltanto l’uomo delle distopie feroci. In fact, era poeta, linguista, commediografo, traduttore, critico letterario, compositore (scrisse la sua prima sinfonia a diciotto anni), autore di libretti d’opera e romanziere abbastanza versatile da scrivere dozzine di romanzi diversissimi tra loro. Uno di questi – e decisamente il mio prediletto – è A Dead Man In Deptford , pubblicato nel 1993, in occasione del quattrocentesimo anniversario della zuffa fatale chez Mrs. Bull.

In realtà, e non se siamo spaventosamente sorpresi, non furono pochi i romanzi marloviani pubblicati quell’anno – ma questo… ah, questo!

BurgessDeadManQuesto è pieno di meraviglie e di sorprese, a partire dal linguaggio… pseudoelisabettiano? Semielisabettiano? Metaelisabettiano? Whatever, ma non immaginatevi una di quelle legnose, faticosissime collezioni di calchi, per favore. Au contraire, il linguaggio di Burgess è ricco, vivido, efficace, scintillante, denso… e non so quanto di tutto ciò vada perso se leggete la traduzione – perché, per una volta, la traduzione* c’è: Un Cadavere A Deptford, pubblicato da Garzanti e disponibile su Amazon.it. E poi, linguaggio a parte… be’, non troppo a parte, se vogliamo, in un romanzo a proposito di Kit Marlowe scritto da Anthony Burgess – ma linguaggio a parte, che dire della meravigliosa voce narrante, che esordisce presentandosi come inaffidabile e del tutto incurante della fiducia del gentile (o non troppo) lettore? O della famiglia Marlowe a Canterbury, dapprima così orgogliosa del figlio/fratello destinato a prendere gli ordini, e poi via via dubbiosa, spiazzata e poi scandalizzata da quel che Kit diventa? O della progressione delle illusioni di Kit a proposito di sé stesso, dell’arte, di Tom Walsingham e del mondo in generale? O del dialogo con (forse) Dio nella Cattedrale di Reims?

Ecco, il dialogo con (forse) Dio è una di quelle cose meravigliose che si leggono, rileggono e rileggono ancora, in reverente ammirazione per la combinazione di voci perfette, aerea leggerezza e vertici di acutezza e profondità. Una di quelle pagine che si vorrebbe tanto saper scrivere una volta nella vita…BurgessIT

Ma insomma, si è capito che questo libro mi piace proprio tanto, vero? Naturalmente, il fatto che ci si parli di Marlowe aiuta, ma è davvero una gemma di romanzo storico – magistrale nella narrazione, superlativo nella caratterizzazione dei personaggi e brillante nel linguaggio.

A mio timido avviso, se dovete leggere un solo romanzo e mai più su Marlowe (o, for that matter, sull’Inghilterra elisabettiana), leggete questo.

Ecco, visto? Un anniversario letterario non elisabettiano – a riprova del fatto che qui a SEdS siamo capaci, capacissimi di occuparci di cose non elisabettiane. Che cosa credete, o gente di poca fede? Tsk!

______________________________________

* E dico che non so che cosa vada perduto perché non la conosco affatto… magari mi documenterò e vi saprò dire.

Salva

Il Risorgimento Narrato Ai Fanciulli

ts954v5-101.jpg“Hai qualche romanzo per ragazzi sul Risorgimento da consigliarmi per la prole?” mi domanda D., la cui prole, dopo una visita al Museo del Risorgimento di Torino, ha manifestato la lodevole intenzione di leggere in proposito durante l’estate…

E io rimugino, e vado a ripescare letture d’infanzia e bibliografie di vecchi progetti, e constato che in effetti c’è una certa quantità di narrativa storica per fanciulli a sfondo risorgimentale, romanzi e non romanzi che, a partire dal famigerato Cuore fino alla (in realtà limitata) recrudescenza anniversaria del 2011, si preoccupano di narrare ai pargoli l’intera epoca o un fatto particolare in termini accattivanti. E proprio questo è il punto – accattivanti: è evidentissimo che, nel corso degli anni, ciò che è cambiato è il concetto di quale particolare ingrediente dovesse rendere la storia appetibile per i lettori implumi.Cuore

Partiamo da De Amicis, che nel 1889 inserisce nella sua cronaca di un anno scolastico una serie di “racconti mensili”, storie edificanti da cui ci si aspetta che il fanciullo tragga esempio. Personalmente trovo che Cuore sia il genere di letteratura che andrebbe proibito ai diabetici per eccesso di zucchero – e davvero non lo consiglio alla prole di D. – ma non posso negare che le due figure risorgimentali presenti, il Tamburino Sardo e, ancor di più, la Piccola Vedetta Lombarda, siano entrati nell’immaginario popolare con la prepotenza dell’oleografia ben riuscita. O almeno ci erano entrati e ci sono saldamente rimasti per generazioni, incollati lì con il ricatto sentimental-emotivo, che in queste cose è molto più efficace del bostik. Si parla di ragazzini semplici e coraggiosi, vivaci, svegli, di buon cuore. Sono patriottici per sentimento e per istinto, perché sentono nel loro cuore che l’Italia è cosa buona e giusta. Vale la pena di lasciarci le penne anche a non sapere troppo bene che cosa sia.

51swy6IrQgLI bambini di Olga Visentini, diversi decenni più tardi, sono piccoli patrioti più consapevoli, si direbbe: per sentimento, per tradizione famigliare e per melassa, sembrano tutti possedere una preternaturale lungimiranza storica. Detestano i Tedeschi oppressori e combattono perché vogliono l’Italia unita… La Visentini, prolificissima autrice per bambini, per il Centenario del 1961 produsse tutta una serie di storie, libri e racconti accomunati da una visione edulcorata e favolistica dei fatti risorgimentali. Ragazzi del Risorgimento è una raccolta di bozzetti biografici di piccoli eroi più o meno conosciuti. Si va dall’infanzia di Mazzini e Garibaldi ai Martinitt delle Cinque Giornate, dalla figlioletta di Finzi al piccolo amico muto di Pellico allo Spielberg, passando per i tamburini di Garibaldi e una piccola straccivendola mantovana. Tutti questi bambini sono buonissimi, coraggiosissimi, fierissimi, prontissimi al sacrificio – e sempre bellissimi. Notatelo questo. Anche la PVL di De Amicis era un bellissimo bambino, ma qui la faccenda si fa più evidente, perché di bambini ne vediamo tanti, e tanto quelli quanto i cospiratori son sempre bella gente dai grandi occhi luminosi e ispirati, volti angelici, portamento fiero, voce musicale… In un tripudio di kaloskaiagathos, se c’è qualcuno di brutto state pur certo che è un bieco oppressore! Le cose vanno, se possibile, ancor peggio con Chiardiluna, romanzo in cui due fratellini brianzoli, figli di un medico cospiratore, fuggono a Milano giusto in tempo per le Cinque Giornate, incocciando in una rete di cospiratori, in una contessina paralitica che, pur figlia di un segretario dell’Arciduca Ranieri, dirige di nascosto una specie di rete di soccorso per i patrioti incarcerati. E’ una di quelle storie in cui i salvataggi avvengono all’ultimo minuto, i contatti si prendono ai balli mascherati, i messaggi sono nascosti sotto piccoli paesaggi dipinti da sciogliere con l’acido e nessuno capisce bene come succedano le cose… Anche qui i Buoni sono angelicamente generosi, coraggiosi e belli, mentre i Malvagi sono proprio malvagissimi, oltre che brutti. Ma la cosa peggiore, forse, è che il romanzo finisce con il Tricolore issato sul Duomo, le campane che suonano a festa e Milano liberata. Non è proprio così che finisce la storia? Gli Austriaci tornano in forze e Radetzky reprime con una certa qual energia? Fa niente, o Fanciulli: di quello non occorre che vi preoccupiate.Angelo Nero

Un po’ meglio va con Maria Rosaria Berardi che, nel 1968, pubblica Angelo Nero, altro romanzo milanese, ma ambientato nel 1820. Gabriele, piccolo spazzacamino giunto dal Lago di Como, mentre cerca notizie di suo padre si ritrova nel bel mezzo della cospirazione dei Federati di Confalonieri, Porro e compagnia. Diventerà la loro staffetta, ritroverà il babbo e tornerà a casa. Qui a essere bellissimi non sono tanto i bambini, quanto i cospiratori, presentati come esseri meravigliosi e nobilissimi, e se gli oppressori sono malvagi, c’è tuttavia tra loro qualche genere di distinzione. Ci sono guardie bonarie anche tra gli Austriaci, il padrone milanese di Gabriele è crudele senza essere un amico degli Austriaci, e il governatore Conte di Strassoldo è disgustato dai metodi dell’Attuario di Polizia Bolza. Tra l’altro, non tutto va a finire in gloria: Gabriele torna a casa maturato dalle sue avventure, e dalla consapevolezza che i suoi amici sono finiti per lo più in carcere.

"Stai barando, Clarina?" Essì. Non trovo una singola immagine della copertina...

“Stai barando, Clarina?” Essì. Non trovo una singola immagine della copertina…

Le cose paiono continuare ad evolversi con gli Anni Ottanta. I Cannoni di Venezia, di Lino Piccolboni, racconta l’assedio e la caduta di Venezia del 1849 in tono molto più disincantato. Vero, il protagonista Marco Oliboni è più adulto e più consapevole, ma l’autore non risparmia a lui e ai lettori nulla delle tragedie e delle amarezze della sconfitta. Marco parte per un’avventura e torna avendo visto cadere la città, morire il suo migliore amico e appassire molti ideali. Piccolboni canta con molto affetto l’eroismo dei Veneziani, dei Napoletani e dei Piemontesi che difendono una causa già perduta, ma non rifugge dalle realtà più dure della vicenda.Venezia 1849

Qualche anno più tardi, Laura Guidi riprende essenzialmente la stessa storia in Venezia 1849, incentrando però la trama su due protagonisti dodicenni, il nobile Marco e il popolano Zuanin, che iniziano la loro avventura al servizio della Serenissima con l’incoscienza dell’infanzia, ma maturano di fronte al pericolo e alla sofferenza. Come Piccolboni, la Guidi scrive per i ragazzini delle scuole medie e, come lui, sembra avere cambiato radicalmente atteggiamento rispetto a una Olga Visentini: nessuno dei due cerca più di contrabbandare ai giovanissimi lettori il Risorgimento per la favola che non fu.

LeviEra una buona e lodevole evoluzione, ma nel 2002 troviamo una specie d’inversione – almeno parziale – con il pur grazioso Un Garibaldino di nome Chiara, di Lia Levi. E’ chiaro che il politically correct si è fatto strada nel frattempo, e bisogna dare spazio alle bambine. E non basta più nemmeno, come faceva la Visentini, metterle a ricamare, dolci e coraggiose, o a dipingere o ad assistere trepidanti mentre i ragazzini combattevano. La mia omonima del titolo, a undici anni, si aggrega ai Mille, vestita da maschio ma neppure troppo di nascosto, visto che è il padre capitano dei Cacciatori a portarsela dietro. Chiara/Corrado non combatte veramente (la Levi affida il punto di vista delle battaglie al quattordicenne Simone mentre la fanciullina resta nelle retrovie), ma resta un personaggio anacronistico sotto l’egida dell’anticonvenzionalità – sua e della famiglia – questo orribile esantema che sembra risparmiare ormai ben poca narrativa per fanciulli.

Insomma, non è che non si trovino buoni libri in materia, ma bisogna cercare con cura, in uno slalom faticoso tra retorica, zucchero, melassa e anacronismi psicologici. E non sono affatto sicura che le buone intenzioni degli Anni Ottanta siano state raccolte in tempi più recenti, alas.

Book-Lag

“Book-lag?” mi chiede A. a proposito di questo post. “Come sarebbe, book-lag?”

book-lagEbbene, il fatto è che c’è una cosa che voglio, quando si tratta della mia scrittura… Oh, d’accordo, ci sono molte cose, naturalmente – ma una è questa: voglio scrivere storie che, una volta terminate, lascino il lettore con un certo qual book-lag.

Sapete benissimo che cosa intendo: quando finite un libro, e ne cominciate un altro, e vi sentite fuori posto, perché vi manca quello che avete appena finito. Come se aveste viaggiato, e ancora non riusciste ad adattarvi al posto nuovo.

Ricordo un particolare Natale quando, questa essendosi la mia idea di vacanza – e per di più attraversando un periodo di insonnia – a cominciare da Santo Stefano lessi tre libri in tre giorni. Prima Simon, di Rosemary Sutcliff – per poi sentire la mancanza della Civil War nel passare ai viaggi verso est dell’organaro elisabettiano Thomas Dallam. Per poi, una volta felicemente adattata con Dallam e Pindar a Costantinopoli, staccarmene con riluttanza per passare a Tamsin, che è una storia di fantasmi inglesi ma comincia nella New York contemporanea… Per poi ritrovarmi a soffrire di book-lag per la terza volta in tre giorni. Booklag

Il che forse è un caso un pochino estremo – ma sì: questo che voglio fare. Scrivere posti e tempi così vividi che il lettore ci si senta in mezzo. E gente così viva, e storie così coinvolgenti che il lettore ne senta la mancanza dopo. E abbia qualche difficoltà nell’abituarsi al posto, al tempo, alla gente e alla storia del libro successivo.

Ecco, ho intenzione di scrivere parecchio, quest’anno. C’è il romanzo da finire, ci sono almeno tre plays in fila uno dietro l’altro e un racconto in progetto, e un certo numero di altre idee che fanno talea – senza contare il fatto che gli imprevisti capitano sempre e sono benvenuti… Sì, ho intenzione di scrivere parecchio. E allora, intanto che ci sono, il book-lag (o play-lag, perché no?) non è una cattiva mira da coltivare.

Riletture

RereadYellowParlavamo qui di riletture, e in un caso di serendipità quasi perfetta, mi è capitato di conversarne proprio ieri e a tutt’altro proposito. E nel corso della conversazione ho detto che il gusto di rileggere è, quand’anche non fosse nient’altro, la dimostrazione di un fatto: non conoscere il finale non è il fattore chiave del piacere di leggere. Ripensandoci, però, forse la faccenda è un nonnulla più complessa e merita che ci si rimugini un po’ su.

Allora, vediamo. Intanto, non tutti rileggono. Mio padre era un rilettore compulsivo: molti dei libri che erano suoi si riconoscono dalle rilegature: hanno visto parecchio servizio. La mia amica C., in compenso, non ha mai riletto un libro in vita sua “perché una volta letto è letto: quel che vale la pena resterà, quel che si dimentica non valeva la pena.” E si dice che nel corso della sua (breve) vita il generale vandeano Henri de la Rochejaquelein non abbia letto e riletto altro che le memorie di non so più quale illustre stratega seicentesco. Forse non conosceva San Tommaso d’Aquino, che trovava un po’ inquietante lo hominem unius libri.

In secondo luogo, non tutto si rilegge. Ci sono libri che diventano gente di famiglia, a cui si torna ancora e ancora in cerca di conforto o di guida; ci sono libri della cui bellezza non ci si stancherebbe mai e allora ogni tanto ci si concede una rilettura nello stesso spirito con cui si torna alla National Gallery ogni volta che si passa per Londra; ci sono libri associati a un momento particolare, che si rileggono per ritrovare un’atmosfera che può essere interna al libro oppure aggiunta da circostanze ormai vecchie di anni*; ci sono storie così buffe o così commoventi che le si riprende in mano per sollevarsi il morale o per piangere un pochino; ci sono esempi così perfetti di trame o personaggi o ambientazioni che ci si ritorna per studiare come diamine sono stati fatti; ci sono capitoli, scene e descrizioni prediletti, ci sono pagine stagionali al limite del rituale; e poi ci sono libri che si sarebbe curiosi di apprezzare più di quanto si sia fatto a una prima lettura.rereadblue

La mia teoria generale in proposito è che anche per il più accanito dei rilettori, anche nel caso della rilettura più perfetta, leggere e rileggere siano due attività profondamente diverse. La prima lettura è un’esplorazione, un incontro e una continua scoperta, una faccenda piena di thrills e di sorprese – e non mi riferisco al non sapere come va a finire. O almeno non solo, perché in realtà è questione di ogni svolta della trama, ogni tratto di caratterizzazione, ogni battuta di dialogo, ogni metafora e ogni aggettivo. È, nei casi più felici, quel genere di sospensione che tiene il lettore alzato per una notte intera, che gli fa divorare pagina dopo pagina dopo pagina, che gli fa aspettare con ansia il momento in cui potrà tornare a leggere. E che, per converso, gli fa rallentare i ritmi mano a mano che le pagine diminuiscono – per timore di finire troppo presto. È una specie di primo amore e, una volta passato non torna più.

La rilettura è un’altra questione. La rilettura è più analitica e più sottile Si ricercano le gioie della prima volta e se ne osservano le ragioni. Si notano gioie nuove, strati più profondi, e particolari minuti che erano sfuggiti la prima volta. Si assapora, si setaccia e si categorizza. Si ricorda e si voltano gli angoli – I mean, le pagine – con la stessa piacevole anticipazione che si sente nel tornare in luoghi conosciuti. La familiarità del paesaggio generale consente di approfondire la conoscenza dettagliata e, se qualche volta si sospira per la perduta fiamma della prima volta, tuttavia ci si conforta con il piacere di scavare ancora un po’. E se il libro è abbastanza complesso e le riletture sono giudiziosamente distanziate, ci sono buone probabilità di trovare ancora qualche nuova sorpresa ogni volta – semidimenticata o solo nascosta dove non era mai capitato di guardare prima.

Alla fin fine, non è poi così diverso dal rapporto con una persona, vero?

7ca158176ce9d91067607e4cece866e0E sì, io rileggo. Rileggo Lord Jim, rileggo Canto di Natale ogni notte di Vigilia, rileggo i racconti di Kipling, rileggo Shaw, Shakespeare, Schiller e Marlowe. Rileggo Durrell nelle giornate nere. Rileggo persino certa Agatha Christie for Englishness’sake. E se un autore ha scritto un romanzo storico in tutto il suo corpus, è quello che vado a rileggere. Rileggo Rostand e certo Burgess, rileggo Graves e Runciman. Rileggo Emi Mascagni, La Freccia Nera o The White Boar attorno a Pasqua. Rileggo il finale de La Cripta dei Cappuccini – e ogni volta mi commuovo. E rileggo poesia – ma quello è un cavallo di tutt’altro colore. E ultimamente ho riletto bocconi e spizzichi di Ronald Blythe, perché avere in mente il favoloso ritmo della sua voce narrante mi aiuta a trovare il mio. E a volte rileggerei di più, poi mi trattengo per il motivo che si diceva: se seguito a farlo, dove troverò il tempo per i libri nuovi?

E voi, o Lettori? Rileggete? Cosa rileggete? Come rileggete? Perché rileggete?

________________________________________

* E questo è potenzialmente rischioso. A volte lo si fa ed è come tornare in un posto e restarne delusi. Try at your own risk.

Ripassi, Ritorni & Nostalgie

Cover of "The Last of the Wine"

Ho letto The Last of the Wine (tradotto, credo, come Le Ultime Gocce di Vino), di Mary Renault, il cui protagonista, un fittizio giovanotto ateniese di buona famiglia ai tempi della Guerra del Peloponneso, è allievo di Socrate, amico di Platone e Senofonte, nemico di Crizia, soldato con Alcibiade e ribelle contro i Trenta con Trasibulo…

Buone frequentazioni e gran bel libro – di quelli che lasciano un nonnulla di book-lag una volta finiti. Capita, giusto? Ebbene, questo specifico libro però si è lasciato dietro anche qualcosa d’altro: una certa qual nostalgia per la Grecia classica… Quel mondo che ho studiato con un certo impegno e molto gusto per cinque anni quando ero una piccola ginnasiale e poi liceale. Quel mondo che poi ho poco meglio che abbandonato – con l’eccezione dell’occasionale romanzo storico*. Quel mondo che, pur sapendo che non era affatto così, non posso fare a meno di immaginare bianco e soleggiato…

Essì, nostalgia. Che devo dire?

Per fortuna è nostalgia di un genere che si cura facilmente. Intanto ho recuperato, a titolo di antipasto, la Storia dei Greci di Montanelli. Dietro aspettano in fila Plutarco, Tucidide, un dialogo socratico o due e l’Anabasi di Senofonte…

Poi naturalmente sono quei progetti che si fanno, perché il tempo è poco e i libri sono tanti, e le scadenze incombono. Ma insomma, la Grecia antica è lì che aspetta e fa cenni invitanti. Stiamo a vedere come e quanto riuscirò a rispondere. A parte tutto il resto, a suo tempo ho passato cinque anni a studiare la storia, la lingua, la letteratura, la poesia, la filosofia, la vita quotidiana e i miti di questa gente… Sotto più di un aspetto, sarà un po’ come tornare a casa – e in buona parte è stato così leggendo il romanzo: la sensazione di camminare per strade familiari e care. È stato bello passeggiare per questa Atene. Foss’anche solo per questo, grazie davvero, Ms. Renault.

_____________________________________________

* E, se vogliamo, un tardo riflesso alla periferia di Annibale…

Pagine:«1234567...26»