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Giu 17, 2014 - angurie, Ossessioni    9 Comments

Piccolo Bollettino Onirico

E così questa notte ho sognato questa gente elisabettiana che scappava scavalcando il muro del mio frutteto.

Non so da che cosa scappassero – non da me, credo, perché poi ero nel viottolo esterno a dare una mano a quello vestito di verde cui era caduto addosso un cavallo.

Ma non doveva essersi fatto terribilmente male, perché poi è corso via con gli altri, cercando di perdersi nel corso cittadino che in realtà non è affatto alla fine del viottolo…

E quando hanno preso delle motorette per continuare la fuga, io li ho inseguiti gridando “Non potete! È un anacronismo!”

Quindi, forse, dopo tutto era da me che scappavano.

Essì, lo so, lo so…

Lug 24, 2013 - angurie, Ossessioni    6 Comments

Telefoni Al Crepuscolo

Vi devo mettere a parte.

Ero in treno, e nel posto dietro di me era seduto questo ragazzo, provvisto di cellulare. A un certo punto si è messo a telefonare – e non è che abbia origliato, ma il soggetto parlava a un volume difficile da ignorare.

A posteriori, mi viene da pensare che il volume fosse deliberato, ma non anticipiamo.

E la prima telefonata era per qualcuno di nome Federica. Il telefonatore informava Federica di essere appena partito, lasciando Edward da solo nella casa al mare. Oh sì, grazie, si erano divertiti molto. No, niente di… Tutto tranquillo. Tutto nei limiti di… Sì, ok, niente di pericoloso. Però il punto era che Edward non poteva più comunicare, perché il suo cellulare era guasto. No, non il caricabatterie – o almeno il telefonatore non credeva che fosse il caricabatterie. Un guasto un po’ strano, a dire la verità. Ad ogni modo, una volta partito il telefonatore, Edward era là da solo e senza modo di comunicare, per cui Federica non doveva stupirsi se non avesse ricevuto sue notizie per qualche giorno.

Fine della prima telefonata.

Seconda telefonata: “Ciao, Bella!” E al fatto che gli ululati comunicativi del telefonatore non mi lasciassero leggere, si è aggiunta la lieve irritazione nei confronti della gente che chiama tutte le ragazze “Bella”. Anche a “Bella” è stata ammannita una versione abbreviata della faccenda del telefono di Edward, con annessa richiesta da parte di Edward: poteva per favore Bella incontrarlo sotto casa sua alle tre e mezza? “Ah, Bella, Bella – che cosa vuoi che ti dica?”

E se a questo punto pensate che sono lenta di reazioni, siete giustificati in pieno, perché è stata solo l’improbabilità estrema di questo “Bella, Bella” a farmi levare un sopracciglio.

“Bella”?

Edward?

“Bella” & Edward?

Bella & Edward?

Bella & Edward?

Ma…?

twilight, bella, edward, stephenie meyer, make believe, anne brontë, emily brontëE allora sì che mi sono messa ad ascoltare sul serio – ma, alas, il telefonatore ha salutato Bella e ha riattaccato.

Natch.

Sono rimasta in ascolto per un po’, sperando che ricominciasse, che chiamasse magari Hermione per chiederle se aveva il numero di Harry, ma sono rimasta amaramente delusa.

E tuttavia sono affascinata oltre ogni dire.

Non ho idea di che età avesse il personaggio. Non ho avuto il coraggio di sbirciare e a giudicare dalla voce poteva essere in qualsiasi punto fra, diciamo, i diciassette e i venticinque. E scartando la possibilità di una coincidenza, e a meno di soprannomi dissennati, mi è capitato un compagno di viaggio in preda all’irresistibile necessità di sentirsi dentro un libro.*

O, a ben pensarci, un film. 

Va bene: l’irresistibile necessità di sentirsi dentro una storia.

E non solo di immaginarcisi dentro privatamente, ma di rendere il tutto un po’ più vero con un minimo di esposizione.

Make-believe (più o meno) adulto.

Anne ed Emily Brontë che per tutto il viaggio in treno da York a Keighley giocano ad essere i loro personaggi gondaliani – a parte il non trascurabile dettaglio che invece questo ragazzo giocava con personaggi altrui.

O forse non del tutto, perché non so chi si supponeva che fosse lui in tutto questo…

O che cosa credesse che l’ascoltatore casuale avrebbe pensato.

O se avesse valutato il rischio di fare cose del genere su un treno su cui tutti (compresa la sottoscritta) sembravano incontrare per caso amici, parenti, conoscenti e vicini di casa…

O se lo preoccupasse affatto la prospettiva di essere scoperto…

Perché in realtà, la faccenda era organizzata persino con qualche accortezza tecnica: la prima telefonata a Federica, per stabilire la situazione e chiarire che no, lui non era di quelli che chiamano tutte le ragazze “Bella”…

Lo ripeto: sono affascinata.

Mi fa venire in mente la descrizione dello zaffiro** di famiglia in Beau Geste: guardarlo non bastava, dice il narratore. Faceva venire voglia di farci qualcosa d’altro, afferrarlo, stringerlo in mano, assaggiarlo… 

Immaginarcisi dentro. Ricamarci sopra. Fingere di telefonare.

Col che non voglio dire che Twilight sia una pietra preziosa***. Ma non mi dispiace pensare che sia la natura delle storie: a volte guardarle non basta…

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* No, in realtà c’è anche la possibilità che il telefonatore appartenesse a quel genere di persone cui piace far sobbalzare il prossimo. E devo ammettere che un sobbalzino l’ho fatto…

** O diamante azzurro che fosse – non mi ricordo.

*** A meno che non consideriate la natura dello zaffiro in questione… Oh, d’accordo: questa è per chi ha letto Beau Geste – ed è anche lievemente cattiva. 

 

 

 

Annibale, Di Nuovo? – II

Annibale, dicevamo…

Dove eravamo rimasti? Ah sì. Eravamo rimasti alla decisione che, dopo tutto, forse era meglio un romanzo.

Anche perché nel frattempo col teatro credevo di avere chiuso – little I knew, ma non importa. Allora ero convinta di avere chiuso, e comunque non anticipiamo.

E romanzo fu. La stesura propriamente detta richiese più o meno un anno, e la soddisfazione maggiore fu Antioco di Siria, il Gran Re. Antioco non veniva dagl’inizi teatrali, era una scoperta recente, una possibilità di identificazione per il lettore e qualcuno con cui Annibale potesse parlare. E di fatti parlavano parecchio: la struttura era diventata un dialogo lungo una notte, con Antioco che, fresco di sconfitta ad opera dei Romani, sfogava la sua bile in un interrogatorio impietoso, e Annibale che raccontava, non raccontava, ricordava…

Ah, la sensazione di arrivare in fondo a un romanzo e non esserne insoddisfatta. È fatto. Meglio che potevo. Finito.

E devo ammettere un pochino di smarrimento: ma come – dopo vent’anni era tutto finito? Finito per non tornare mai più? Ma, d’altra parte, era lo stesso senso di vuoto che avevo immaginato per Annibale la sera dopo Canne, e quindi andava bene anche quello. Era ome essere ancora all’interno del romanzo, in qualche maniera…

Dopodiché, sapete anche voi che procurarsi un agente e un editore è una faccenda lunga e truce. Credo che ne abbiamo già parlato, e comunque non è del tutto rilevante qui, se non per l’euforia di tenere in mano la prima copia stampata con il Goya in copertina, e della prima presentazione all’Accademia Virgiliana, nientemeno… bei momenti, ma non divaghiamo.

E poi la proposta di un adattamento teatrale. Lions Club, progetto didattico per le scuole, Hic Sunt Histriones, e nessun altro che G.-La-Regista, ovvero la mia insegnante di teatro, back in the day.

Gioiosa riunione – con il romanzo, con il teatro e con G.? Sssì… fino a un certo punto.

Perché era molto bello riprendere in mano il Somnium, ma condensare duecento e tante pagine in meno di un’ora di spettacolo è un mestiere, e doverlo fare per le scuole mi metteva in uno spirito abominevolmente didattico, con il quale G. non concordava affatto.

Prima stesura.

Settimane di silenzio.

“Non dovremmo incontrarci per discutere eventuali modifiche?” “Già fatto, grazie.”

What the hell!? Tempestoso incontro. Prima stesura macellata da altri. Ira funesta della Clarina.

Seconda stesura.

Perplessità di G.-La-Regista. “È teatro per le scuole, mica SuperQuark!”

Doom. Gloom. Despair.

Terza stesura.

“Questa non sei tu. Possibile che sia questo che volevi scrivere quando hai cominciato…?”

Possibile che sia questo che volevo…?

Folgorazione.

Quarta stesura: via la cronologia, via la struttura scolastica. C’è Annibale, c’è Antioco, c’è la luce delle torce, ci sono i fantasmi di Annibale, c’è il giavellotto – e tutto comincia da Canne e da Maarbale: nimini dii nimirum dederunt… Il cerchio che si chiude. Oh, non avete idea del momento a notte alta, del rendersi conto all’improvviso che ero tornata al punto di partenza: Maarbale. Con i dubbi. Sul palcoscenico.

Stavolta va bene. G. ne fa uno spettacolo asciutto e spigoloso. Mi sa che magari a tratti sia un po’ ermetico per i fanciulli… “Chissenefrega. Abbi fiducia nel teatro e nei fanciulli. I fanciulli capiscono,” è il verdetto di G. “Basta che ci siano le emozioni – e qui ci sono.”

E bisogna dire che sia vero se, a vent’anni dal primo incontro con Tito Livio, ci sono volte in cui, mentre assisto alle prove, mi ci emoziono ancora per conto mio. Poi non vuol dire, perché questa faccenda e io abbiamo una lunga storia, e perché nulla mi convincerà mai che sia solo questione di emozioni – ma fa nulla. Lo spettacolo è bello, e gira, e piace.

E sembra sempre un pochino incompiuto, se lo chiedete a me…* Ma è un’incompiutezza vaga e quasi dolce, una wistfulness di fondo che è inseparabile da tutto quel che ho scritto. Non è forse vero che, ogni volta che mi cade l’occhio su un passaggio del romanzo, vedo treni merci di cose che potrei fare diversamente, che potrei fare meglio…? 

È una condizione diagnosticata, un male con cui si vive, e non ci penserei quasi più – anche se ogni tanto fa capolino un’idea nuova legata ad Annibale. Personaggi secondari che meriterebbero una voce, una storia, un monologo. Qualcuno lo inizio, qualcuno lo progetto, qualcuno lo annoto su un fazzolettino di carta… Ho tanti di quegli appunti in proposito, sparsi tra hard disks e taccuini, da cavarne un altro volume collaterale. E chissà, chissà che prima o poi…

E ogni tanto dico, a nessuno in particolare, che non mi dispiacerebbe riprendere in mano il play. Lavorarci ancora un po’. Allungarlo. Ma lo dico così, alla maniera in cui si dicono certe cose, e nessuno mi prende sul serio – salvo M., l’attore che interpreta Annibale e che, ogni volta che ci incontriamo dopo non esserci visti per un po’, me lo chiede: e allora, stai riscrivendo…?

Ma la risposta è sempre no: non sto riscrivendo. Non ancora. Magari mai. È, dopo tutto, una di quelle cose che si dicono. Finché…

“Non ti andrebbe di riscrivere un po’ il Somnium?” mi domanda allegramente G.-La-Regista.

Me lo domanda così, come se niente fosse, mentre camminiamo sotto la neve dopo che ho fatto una visita a sorpresa alla compagnia.

E non dico di sì, ma nemmeno dico di no. E il tarlo s’insedia e rode. Non mi andrebbe di riscriverlo un po’? Di eliminare certe superstiti necessità didattiche e un singolo compromesso stilistico che allora avevo inghiottito di traverso? Di riportare in scena altra gente del romanzo, come il segretario spartano Sosila, il veterano numida senza nome, la bella Capuana…? Di rendere più robusto il finale?

 Ah be’, il fatto è che mi andrebbe. Mi andrebbe dannatamente – e tanto più perché adesso ho idee tecniche più chiare di quattro anni fa. Ho studiato, ho scritto e ho pensato parecchio, nel frattempo. Potrei fare di meglio, rimettendoci mano.

Per cui, a occhio e croce, sì. Ci sarà un altro Annibale per le scene – e sarà molto diverso. Non so troppo bene quando, ma che diavolo, ci sarà. Così come, prima o poi, ci saranno i racconti collaterali. E qualche monologo, in tutta probabilità. E, col tempo, persino una versione rimaneggiata del romanzo.

E gli anni, vedete, gli anni si avviano ad essere venticinque, ma è molto, molto chiaro che Annibale Barca e io non abbiamo ancora finito.

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* E no, M.: non per mancanza della scena del Navarca…

Annibale, Di Nuovo?

“Non ti andrebbe di riscrivere un po’ il Somnium?” mi domanda allegramente G.-La-Regista.

Me lo domanda così, come se niente fosse, mentre camminiamo sotto la neve dopo che ho fatto una visita a sorpresa alla compagnia.

“Perché sai, ho ripreso in mano il romanzo proprio ieri pomeriggio, e anche solo spulciando qua e là ci ho ritrovato tante cose che mi piacciono da matti, e che sono rimaste fuori dalla versione teatrale… Adesso che non abbiamo più il problema delle scuole e il limite di tempo, perché non lo riprendi in mano?”

E io non so se G. abbia ben chiaro che razza di bomba abbia sganciato, perché…

Ma cominciamo dall’inizio – e poi no, nemmeno quello. Cominciamo di lato.

Se avete mai presentato un libro, o se avete mai avuto la ventura di lasciarvi scappare che scrivete, odds are che qualcuno prima o poi vi abbia chiesto quanto impiegate a scrivere un libro. Quanto meno, a me capita tutto il tempo, e rispondere a proposito del Somnium Hannibalis può essere divertente o imbarazzante, a seconda dell’interlocutore. Perché l’ineludibile verità è che a scrivere SH ho impiegato più o meno vent’anni.

E adesso sì che cominciamo dall’inizio, e dalla Clarina sedicenne che, dopo avere divorato tutto il G.B. Shaw della ben fornita libreria di casa, decide di provarci e scrive a matita su fogli gialli a quadretti… Annibale – dramma storico in un prologo, tre atti e un epilogo.

Sì, davvero. E no, non ridete. Oppure ridete pure – a distanza di vent’anni e rotti ci rido anch’io, e all’epoca mio padre non finiva di divertircisi. Io però lo prendevo molto sul serio. E lo finii, sapete? Fu la prima cosa più lunga di un raccontino che finii sul serio.

Che dire? Se davvero l’imitazione è la forma più sincera di adulazione, lo spirito di Shaw aveva di che sentirsi molto lusingato. E da qualche parte devo averli ancora, i foglietti gialli a quadretti con il mio primo dramma scritto a matita. Quel che ricordo con vera felicità di quella stesura è che ero capace di lavoraci, in piena concentrazione, nel bel mezzo di qualsiasi grado di casino. E adesso smetto di sdilinquirmici, ma abbiate pazienza: è un bel ricordo.

Poi, in sporadici e successivi sussulti di buon senso, eliminai l’epilogo. E poi il prologo. E poi un atto. E poi un altro. Arrivando a Pavia da matricoletta, mi portai dietro un atto unico. Ed era ancora un atto unico quando partii per Cardiff – solo che era stato trascritto su foglietti azzurri. Sempre a quadretti. E si svolgeva tutto la sera dopo la battaglia di Canne.

Maarbale, e la vittoria, e nimini dii nimirum dederunt, e perché diavolo dopo Canne non aveva attaccato Roma? Perché il punto era quello: sapevo bene che c’erano tutte le buone e solide ragioni strategiche del mondo per non cacciarsi ad assediare una città murata in territorio ostile, eppure l’idea che la tentazione dovesse pur essersi presentata, e poi nulla, mi dava i brividini alla schiena.

Avete presente quando sapete, proprio sapete con assoluta certezza di avere una buona idea per le mani – solo che sappiate darle la forma giusta? Ecco, così. Peccato che la forma giusta continuasse a sfuggirmi. Ho perso il conto delle stesure di quell’atto unico. Ho anche quelle, da qualche parte. Foglietti azzurri in una copertina ad anelli azzurra, pieni di cancellature e correzioni. Sapevo quel che volevo, solo che non riuscivo a dargli la forma che avevo in mente.

E immaginatevi gli anni che passano, le stagioni che si succedono e la Clarina che, tra Cardiff, Pavia, la Vandea e Londra, decide che forse dopo tutto la sua strada non è il teatro, ma il romanzo storico. Fast forward un certo numero di anni, mentre scrivo tutt’altro, eppure, eppure… Annibale resta sempre lì, tra le quinte, in attesa che mi decida a farne qualcosa.

Ma in realtà nel frattempo è diventato difficile. Non che sia mai terribilmente facile, ma Annibale è peggio della media. Se non fosse buffo, direi quasi che non riesco ad essere debitamente lucida…

Finché, dopo due volumi di Vandea e il Rinascimento mantovano, dopo la Francia seicentesca e Costantinopoli moribonda, ecco che arriva la folgorazione: Annibale, sì, ma in forma di romanzo. E comincio a strologarci su, e prendo… come chiamarla? Una deviazione? Immagino di sì. Una consistente deviazione: un metaromanzo su… er, gente che non scrive su Annibale. 

I know, I know... Eppure anche quello aiuta. Mentre scrivo di gente che esplora l’idea da vari punti di vista e poi rinuncia per un motivo o per l’altro, in qualche modo mi convinco. Prima di tutto, mi convinco a leggere e studiare di più in proposito, perché a teatro non c’è davvero bisogno di ricostruire minutamente un mondo – basta suggerirlo – ma un romanzo è un’altra faccenda. 

E così si legge in abbondanza e in varie lingue, ci si documenta e si strologa, e si scoprono varie cose. Come la vecchiaia passata presso Re Antioco, ospite di lusso, pericoloso e inascoltato. O come il probabilmente apocrifo episodio del giavellotto scagliato dentro le mura prima di allontanarsi per sempre da Roma… Apocrifo finché si vuole, ma indicibilmente bello.

E allora…

Ma no, che diavolo. È tardi, devo precipitarmi al seggio, da brava piccola segretaria. Mi perdonate se per oggi mi fermo qui?

Ci sarà una seconda puntata di questa storia: giungerà la nostra eroina alla conclusione di riscrivere il Somnium? Staremo a vedere. 

Staremo a vedere tutti, credetemi…

Feb 1, 2013 - Ossessioni, pessima gente    3 Comments

Due Pantaloni E Un Funerale

Qualche giorno fa ero a un funerale in una chiesa in cui non avevo mai messo piede prima.

Ero in piedi in fondo vicino alla porta, in mezzo a un sacco di gente, e avevo fatto buoni propositi di non distrarmi. Almeno non troppo.

trunk hose, abbigliamento elisabettiano, santi, funerali, scrittoriPerò a un certo punto l’occhio mi è caduto sulla statua di un santo all’apertura del presbiterio. La cosa bizzarra era che il santo in questione indossava una tunica azzurro cielo dalle maniche corte – che sembrava quasi una maglietta della salute, portata com’era sopra… possibile? Un paio di trunks color bronzo? Trunk hose, ovvero quei buffi calzoncini molto corti e molto gonfi che nel Cinquecento s’indossavano sopra dei pantaloni più lunghi e aderenti o sopra le calzebrache… Come nell’illustrazione qui accanto.

Ripeto: possibile?

La mia mente essendo deformata nel modo in cui lo è, il primo pensiero è stato: santo elisabettiano?

Secondo pensiero: bizzarro, però. Bizzarrissimo, perché avrei detto che i santi cattolici dell’epoca, in Inghilterra, fossero tutti missionari gesuiti à la Edmund Campion, e dunque perché questo eccentrico abbigliamento anziché una tonaca nera…?

E a questo punto la maggior parte della gente avrebbe udito la Voce della Ragione, immagino – e anch’io ho creduto di udirla richiamarmi all’ordine e alla considerazione che c’è stata tutta una fetta di Sedicesimo Secolo prima che il buon Enrico VIII decidesse di divorziare da Caterina d’Aragona…

Sì, lo so: non era affatto la Voce della Ragione.

La Voce della Ragione è arrivata un attimo dopo, mentre io fissavo i trunks color bronzo con la fronte aggrottata nel tentativo di ricordare quando di preciso si fosse affermata la moda dei trunks

“O Clarina, tu hai ben presente che questa non è l’Inghilterra, vero?” ha chiesto la Voce della Ragione. Non so con voi, ma con me a volte la Voce della Ragione è un nonnulla sarcastica.

“Oh…” ho rimuginato io, con lo sguardo sempre fisso sul santo in trunks. “È un sollievo. Non il fatto che io sia mentalmente disturbata, ma l’avere a che fare con un santo italiano, perché allora c’è ogni genere di possibilità. Col che non voglio dire che non sia una statua bizzarra, e tanto più perché, a vederla così, sembrerebbe una statua molto recente, e comunque la tunica/maglietta celestina non–“

Ed è stato a questo punto che il ragazzo davanti a me ha spostato il peso da un piede all’altro, muovendosi abbastanza da lasciarmi vedere che i trunks color bronzo non erano affatto trunks, ma la pettinatura a caschetto di una signora castana in piedi a metà navata, e per un gioco di prospettiva…

Er…

Figuratevi a questo punto la Voce della Ragione che cachinna senza ritegno, e figuratevi la Clarina che invece si sforza di restare seria – perché, dopo tutto, siamo a un funerale… la Clarina sarebbe anche lievemente delusa di non avere a che fare, dopo tutto, con un santo in maglietta della salute e trunks cinquecenteschi – ma, suggerisce la Voce della Ragione tra un cachinno e l’altro, può sempre trovare qualche consolazione nella contemplazione di sé stessa.

Dopo tutto, che cosa è più pittoresco? Una statua eccentricamente abbigliata, o una mentecatta che coltiva delle semi-allucinazioni elisabettiane nel bel mezzo di una messa funebre?

Gen 25, 2013 - Lingue, Ossessioni    6 Comments

Crampi Verbali: I Miei Orribili Dieci

Si parlava di allergie, in un convivio di colleghi, insegnanti, attori e gente che, per lo più, ha a che fare con le parole.

Allergie verbali.

Quelle parole o combinazioni di parole che, incontrate per iscritto o udite in conversazione, scatenano violente reazioni in una gamma che va dal latte alle ginocchia ai travasi di bile. Qualcuno ha lamentato anche casi di crisi epilettica – ma si sa che la gente di teatro tende ad esagerare.

La conversazione è diventata subito una di quelle faccende à la figurine Panini, in cui ciascuno espone i pezzi della sua collezione personale, salutati da cori di “anch’io!” e proposte di pena. C’è stato chi ha proposto il gatto a nove code per gli abusatori di “virtualmente”, ma si sa che la gente di teatro, eccetera.

Tutti abbiamo questo genere di pet peeves, vero? Mi rifiuto di credere che il fenomeno sia limitato a me e ai miei commensali. Tutti desideriamo ringhiare di fronte a certi tic verbali, certi svarioni radicati al punto da franare in usi invalsi, certi luoghi comuni. Tutti concepiamo irragionevoli antipatie per gente colpevole solo di ripetere a ogni pie’ sospinto quell’avverbio che detestiamo. Vero?

Ecco, se mai ho accarezzato l’idea di darmi alla politica, è stato solo nell’intenzione di legiferare e rendere penalmente perseguibile l’uso di cose come… Vediamo un po’, in ordine sparso…

1) Il vissuto. Sostantivo, in genere accompagnato da un aggettivo possessivo. Quanto c’è del tuo vissuto in questo libro? Ho sentito l’esigenza di elaborare il mio vissuto… Cose così. E mi dà l’orticaria quando lo sento nella conversazione, ma trovarlo per iscritto… A meno che non si stia scrivendo la diagnosi di uno psichiatra, perché far suonare il proprio romanzo – o poesia* – come la diagnosi di uno psichiatra?

2) Solare. Riferito a persona. Immagino che di per sé non abbia nulla di male – voglio dire, non è la parola che sceglierei per descrivere qualcuno, perché è uno di quegli aggettivi pigri che voglion dire tutto e niente, ma non ci facevo nemmeno caso prima che diventasse più ubiquo di Hello Kitty. Possibile che le donne, le ragazze e le bambine siano tutte solari – specie se per un motivo qualsiasi se ne parla al telegiornale?

3) Ampio. Altro aggettivo pigro – il preferito dagli scrittori novellini, per i quali le scale sono sempre ampie, le porte sono sempre ampie, le stanze sono sempre ampie, le terrazze, le finestre, le strade, le scrivanie, le facciate, le distese di qualunque cosa… Che ne è di vasto, largo, sterminato, sconfinato, imponente, spazioso – e cito soltanto i primi cinque o sei che mi vengono in mente così, off the top of my head.

4) Forte. Terzo aggettivo pigro. Il momento forte, la presenza forte, e soprattutto l’abominevole segno forte. In alternativa, c’è chi usa “importante”, esattamente allo stesso modo – con l’eccezione del lettore forte. Oh, la gente che, senza preavviso e senza provocazione, annuncia: io sono un lettore forte – e dice sul serio!

5) Vicino casa. No, no, no, perbacco: vicino a casa. A casa. A. A. A casa!

6) Riappacificare. No, no, no, perbacco: rappacificare. Rap-pa-ci-fi-ca-re!

7) In velluto/legno di rosa/marzapane/pizzo spagnolo. Con i miei precedenti, non mi aspetto di essere presa sul serio se mi lagno di un francesismo, e allora dirò invece che usare “in” anziché “di” è brutto. La Grande Elisabetta entra nella sala del trono con le labbra strette e la fronte aggrottata. I cortigiani s’inchinano tanto a fondo quanto possono, e nessuno osa sollevare lo sguardo a incontrare quello furioso della regina. Tutti trattengono il fiato mentre Elisabetta raggiunge il trono tra due ali di schiene piegate, e per una piccola, scomoda eternità non si sente altro suono che il ticchettio dei regali tacchi e il fruscio delle regali gonne in velluto… Ed ecco che, dall’Inghilterra del Cinquecento, siamo precipitati nel Catalogo Vestro.

8) Uèlfar. Et caetera similia. Di nuovo, non dico che dobbiate prendermi sul serio, ma davvero: perché usare parole straniere per poi pronunciarle alla maniera degli gnu? Sì, d’accordo, riconosco che tutti diciamo compiùter e ci sentiremmo enormemente buffi a pronunciarlo alla maniera giusta, ma nondimeno…

9) Docciarsi. Giuro che non avevo idea. Poi una volta un’allieva l’ha usato in un racconto. Poi l’ho trovato su una rivista. Poi ho sentito un vicino di posto in treno che, al telefono, giurava che non sarebbe stato in ritardo: “Il tempo di docciarmi e arrivo”. È talmente orribile che non mi sentirei di scartare drasticamente il gatto a nove code.

10) Piuttosto che. Cosa, cosa, cos’ha che non va il buon, vecchio, collaudato, monosillabico, elegante “o”?

Ecco. Dieci, come promesso – e per una volta non intendo sforare, anche se potrei proseguire a lungo. Ci sono svarioni, ci sono vezzi giornalistici, ci sono immotivate avversioni personali, ci sono questioni di logorio. Il guaio è che tutte queste magagne – meno la n° 6, ma solo perché per iscritto non si pronuncia – le vedo penetrare, mettere radici e proliferare nella scrittura, con la giustificazione che “si dice”, e allora alle volte mi prende un tantino di sconforto e di acidità di stomaco… E poi mi vien da dirmi: chissà quanti idiotismi uso che fanno sobbalzare il prossimo, e allora sospiro, e scuoto il capino e mi astengo dall’omicidio – anche in forma lieve.

E voi che mi dite? Quali sono le vostre allergie linguistiche e verbali? Cos’è che, in conversazione, al tiggì e in lettura, scatena il vostro spirito glottocrociato? 

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* No, really. Giuro che mi è capitato. Una poesia – almeno nelle intenzioni dell’autore – con il dannatissimo vissuto conficcato in un verso…

 

The (Silent) Call Of Cthulhu – Parte I

Sapete tutti, perché ogni tanto me ne esco sospirando in proposito, che ho sviluppato una passioncella per i film muti, e periodicamente dò il tormento ad amici e famigliari perché mi assecondino nel mio uzzolo di fare un film muto per gioco.

call of cthulhu, sean branney, hp lovercraft historical society,Ecco, di recente uno dei tormentati (che poi è il Dr. Dee, over at strategie evolutive) mi ha segnalato questo sito, nel quale la HP Lovercraft Historical Society annuncia con giustificato orgoglio il parto di The Call of Cthulhu in versione film muto.

Per capire quanto giustificato, potete guardare il trailer. E naturalmente è qualcosa di molto più complesso e sofisticato di quello che vorrei o potrei mai fare, but still.

E però, lo confesso, non sono proprio lovercraftiana nell’animo, e quello di cui mi sono innamorata è il diario delle riprese in cui il regista Sean Branney racconta quattordici mesi di “tormento ed estasi nel mondo della cinematografia lovercraftiana a basso budget.”

E allora ho fatto qualcosa che ho imparato da quando ho a che fare con gli Americani: ho scritto a Sean Branney, chiedendogli se potevo tradurre e pubblicare a puntate il suo diario sul mio blog. Sean mi ha risposto nel giro di un’ora, dicendosi deliziato del mio interesse, dandomi il permesso e facendomi gli auguri per il mio blog. E mi dispiacerebbe, semmai, aggiungere un link alla pagina su cui si può acquistare il film? E io posto il link molto volentieri, e procedo a presentarvi il primo episodio di…

BEHIND THE SCENES OF CTHULHU, di Sean Branney.

Al Principio (24-25 luglio 2005)

call of cthulhu, sean branney, hp lovercraft historical society,Primo finesettimana di riprese in una deliziosa casa vittoriana a Pasadena – finesettimana complicato, grazie al caldo brutale. C’è di buono che siamo riusciti a usare la casa per quattro locations, e dopo tutto nessuno è svenuto per il caldo. Ah, l’estate californiana. Senza aria condizionata…

Il terzo giorno ci siamo spostati a girare negli Arkham Studios del nostro amico (e regista lovercraftiano a sua volta) Bryan Moore. E una volta lì, tra l’ospitalità di Bryan e l’aria condizionata degli studios, le riprese sono andate molto più piacevolmente.

Oltre lo Studio! (7-8 agosto)

Per il nostro secondo finesettimana di riprese siamo tornati agli Arkham Studios, e poi abbiamo girato in due spiagge pubbliche attorno a Los Angeles. La prima sera abbiamo trasformato due sezioni dello studio nell’ufficio di Legrasse e nel Museo di Sydney.  È fantastico come Dave Robertson, con la sua illuminazione innovativa, sia riuscito a rendere molto diverse le scene girate nella stessa location.

Chi ben comincia è a metà dell’opera – specie quando la nebbia decide di collaborare. Peccato che un attore abbia scordato di portarsi da casa un cappello cruciale – ma la nostra fantastica costumista Laura Brody è riuscita a tagliare un po’ di stoffa dall’orlo dei pantaloni di un altro attore, e cavarne un cappello perfetto per la bisogna – tutto standosene seduta sul sedile posteriore di un’auto parcheggiata sulla spiaggia. Fantastica Laura. Sulla scogliera vicino alla nostra prima spiaggia, abbiamo trovato dei graffiti che non c’erano all’epoca del sopralluogo, e abbiamo dovuto improvvisare. Per fortuna il nostro direttore della fotografia Dave Robertson è praticamente Spider-Man, e arrampicandosi è riuscito a mettere insieme delle inquadrature eccellenti.

Con un po’ di fortuna siamo riusciti a non farci arrestare né sulla scogliera né sulla spiaggia affollata dove ci siamo trasferiti per la seconda parte delle riprese. Polizia, buskers e pescatori ci hanno lasciati in pace per il tempo che serviva a riprendere e tagliare la corda. E poi abbiamo concluso la giornata girando una scena nella camera da letto di un appartamento a Hollywood, grazie alla disponibilità di un altro amico. Una volta di più, siano rese grazie per David, capace di girare mentre se ne sta appeso per aria. Nemmeno stavolta c’era l’aria condizionata, ma eravamo in pochi e la scena era breve – e tutto è andato nel più piacevole dei modi.call of cthulhu, sean branney, hp lovercraft historical society,

I nostri amici del Celtic Arts Center a Studio City ci hanno gentilmente permesso di utilizzare The Snug, il loro pub clandestino, per le scene nella taverna in Nuova Zelanda. Un po’ di illuminazione creativa, e siamo riusciti a catturare l’atmosfera di una taverna di quart’ordine a Wellington.

Se volete produrre un film a basso costo è essenziale convincere gli amici a lasciarvi girare nelle loro locations – e a questo punto avrete notato che noi abbiamo molti amici gentili e call of cthulhu, sean branney, hp lovercraft historical society,disponibili, pronti ad aiutarci con questo film. Per la location successiva dobbiamo ringraziare Joe e Laura di Eros Archives, leader nel campo dell’erotica d’annata. Ebbene sì: abbiamo girato in un magazzino stracolmo di vecchia roba sexy, nel bel mezzo della San Fernando Valley. Grazie a un miracolo della cinematografia e all’incoercibile passione di Andrew Leman per la cancelleria d’annata, la trasformazione da magazzino di erotica a ufficio governativo australiano è stata perfetta.

Quella grossa (14-15 agosto)

Le riprese delle settimane scorse erano in preparazione della grande campagna di metà agosto. Ci servivano riprese di Legrasse e dei suoi uomini nella palude, degli adoratori danzanti e dell’Uomo nella veranda* – e abbiamo deciso che la sequenza della palude andava girata su un set, invece che in esterni. Non è facile trovare una palude in quel di Los Angeles in piena estate, e comunque, in una palude vera sarebbe stato difficile disporre e illuminare le inquadrature di cui avevamo bisogno. Così, dopo qualche ricerca, abbiamo scelto un teatro da interni. Visualiner è questo enorme posto a Culver City, con un teatro, vasti spazi vuoti e un locale per spogliarelli – completo di pali per le spogliarelliste. L’idea era quella di costruire una palude, trasportarla a Visualiner, montarla, girare la sequenza della palude, poi fare la sequenza dei cultisti con il green-screen, filmare le scene della Veranda e, per finire, girare ancora un po’ di inquadrature con il green-screen.call of cthulhu, sean branney, hp lovercraft historical society,

Non è facile costruire una palude da zero, ma con un po’ d’aiuto, un sacco di stoffa, corde e cartapesta, siamo riusciti a mettere in sieme non solo la palude, ma anche dieci grossi alberi. Vista così aveva un’aria mortalmente fasulla, ma con le luci, la nebbia e gli attori, il risultato finale era soddisfacente. Il bello è che è servita solo per un giorno di riprese con i poliziotti e i cultisti, e poi l’abbiamo distrutta e infilata nei cassonetti della spazzatura. 

Quando il green-screen che avremmo dovuto prendere in prestito non si è materializzato, ne abbiamo rapidamente costruito uno con dei fogli di masonite** e vernice chroma-key. E poi la nostra compagnia di cultisti folli,  tutti sporchi di fango e vestiti di pochi stracci (o in qualche caso nemmeno quelli) si è prodotta nell’orrido rituale davanti al green-screen. Era parecchio strambo a vedersi, persino per i nostri standard – ma i nostri attori hanno danzato, ciondolato, incespicato e ululato da professionisti per evocare la loro oscura divinità.

call of cthulhu, sean branney, hp lovercraft historical society,L’indomani abbiamo messo insieme la Veranda e, con l’aiuto di una perfetta luce naturale, abbiamo filmato Matt Foyer nel ruolo de L’Uomo. Abbiamo dedicato mezza giornata alla Veranda, e poi la nostra ciurma di otto marinai ha preso possesso del green-screen per filmare un po’ di inquadrature che poi verranno combinate con il set di R’lyeh in chroma key.

Norvegia (28 agosto)

Dopo aver cercato in lungo e in largo un posto che call of cthulhu, sean branney, hp lovercraft historical society,potessimo trasformare in casa Johansen in Norvegia, ci siamo decisi per i cosiddetti Snow White Cottages a Silver Lake, un quartiere di Los Angeles. Questi appartamenti sembrano progettati per Disneyland, e offrivano quel genere di fascino vecchia maniera all’europea che non è facile trovare da queste parti. Gli attori erano ben contenti del posto, e girare le scene della visita dell’Uomo alla vedova di Johansen è stato rapido e piacevole.

Effetti Speciali (25 settembre)

Abbiamo rimesso in opera la cinepresa per filmare un po’ del materiale di cui abbiamo bisogno per il trailer, che sarà presentato allo HP Lovercraft Film Festival il primo finesettimana di ottobre. Sfruttando un teatro dove è in cartellone un lavoro diretto da Sean, abbiamo preparato quattro diverse inquadrature – tra l’altro quelle del logo dello studio, con il globo e lo zeppelin, e anche R’lyeh che affonda e Cthulhu in persona per il trailer.

Le Paludi Sono Umide (20 ottobre)

call of cthulhu, sean branney, hp lovercraft historical society,Ci siamo messi di buzzo buono per finire tutte le riprese con gli attori. Tra l’altro c’è una scena con Legrasse e i suoi uomini nella camionetta, e la Famiglia Nella Palude che racconta a Legrasse tutte le cose terribili che accadono lì attorno. Dopo parecchie ricerche, abbiamo ottenuto il permesso di prendere in prestito un autentica camionetta del 1919 da un certo dipartimento di polizia… Eravamo pronti per girare quando è arrivata la notizia che il meccanico che stava preparando la camionetta per noi aveva lasciato la marcia inserita – e la camionetta era andata a sbattere contro un albero. A quanto pare la stanno riparando…

Per la scena della Famiglia abbiamo trovato una baracca da palude e ci abbiamo piazzato davanti i nostri nove attori. Avete presente quella canzone che dice “non piove mai in California”? Ecco, erano più o meno sei mesi che non pioveva da queste parti – e indovinate che cosa è successo mentre giravamo davanti alla nostra baracca? Per fortuna solo i tecnici si sono infradiciati da non credere, e nella baracca sono saltati un paio di fusibili, ma le macchine non si sono bagnate, nessuno si è fatto male e nessuno è stato arrestato. Poi ci siamo spostati in un posto caldo e asciutto, e abbiamo concluso la serata girando alcune fantastiche inquadrature dell’Uomo che studia esemplari geologici al museo.

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Fine del primo episodio. Riusciranno Sean e i suoi a recuperare la camionetta del 1910? E R’lyeh? E la Emma? E Cthulhu?

Non perdete il prossimo appassionante episodio di…

BEHIND THE SCENES OF CTHULHU!
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* Sarà poi davvero la sunroom/Sunroom/Sun Room una veranda? Mah… Se invece è una Camera del Sole, o Lovercraftiani, battete un colpo.

** Dunque esiste ancora? In Italia era stata sostituita dalla faesite, e poi era sparita anche quella…

Ott 12, 2012 - elizabethana, Ossessioni    No Comments

Christopher

andrea Jori, lettoriVolevo presentarvi il mio regalo di Natale…

Sì, lo so, non siamo ancora a metà ottobre, e tuttavia ho ricevuto un regalo di Natale.

Ricordate quando, durante il Festivaletteratura, vi ho raccontato di avere visitato Lettori, la nuova mostra dello scultore Andrea Jori?

Ebbene, è capitato che durante la visita, mentre Andrea spiegava come gli sarebbe piaciuto che i suoi lettori finissero in posti dove si leggeva davvero, dove magari si scriveva, dove potessero essere di compagnia e d’ispirazione, io mi sia un nonulla innamorata di una picola figura maschile in abiti quasi-rinascimentali, intenta a leggere…

E forse vi state già facendo un’idea di dove stia andando a parare, ma vedere questa ceramica e pensare quel che ho pensato è stato tutt’uno.

Voglio dire: così assorto e così cocky al tempo stesso, chi altri poteva essere? E allora…

“Sono in un periodo di ossessioni elisabettiane,” ho confessato. “Marloviane in particolare. Non riesco a fare a meno di vederci un Marlowe che legge Ovidio…”

E Jori ha detto che andava benissimo, che la sua intenzione era che le sue figure assumessero dei significati e delle personalità per ciascun osservatore.

E a quel punto è stato chiaro che la figura in questione doveva venire a casa con me, ed essere Marlowe, e fornire ispirazione e compagnia. Ed è così che è diventato il mio regalo di Natale – e avevo fatto buoni propositi di tenerlo imballato fino alla Vigilia ed aprirlo sotto l’albero. Ero persino piuttosto convinta di poter resistere. Ma naturalmente non c’era la più remota possibilità che andasse così. Avrei potuto saperlo.

E quindi vi presento Christopher, la mia scultura nuova, che per ora se ne sta sulla scrivania perché non ho ancora deciso il posto giusto – e intanto facciamo conversazione…andrea Jori, lettori, christopher marlowe

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E credetemi: vorrei proprio tanto saper fare foto migliori di così…

Ago 13, 2012 - cinema, Ossessioni    5 Comments

Caccia Al Tesoro

Once upon a time si parlava (ricordate?) di libri perduti e di libri (ri)trovati. Più di recente lamentavamo con un gruppetto di amici che quel genere di ricerche si è fatto assai meno epico con l’avvento di Internet, perché è davvero abbastanza difficile non trovare un libro in qualche angolo del globo…

Addio caccia al tesoro, ci dicevamo. Da un lato c’è l’esaltante soddisfazione di poter avere – con il giusto grado di tenacia e una quantità di denaro di variabile entità – qualsiasi libro si possa desiderare. Dall’altro, la concreta possibilità di non trovare affatto quel che si cercava aggiungeva un notevole fascino alla cerca.

E il gruppo si divideva tra chi considerava lo sviluppo interamente positivo e chi invece conservava un’ombra di Complesso di Silver. E poi c’ero io, che non sapevo esattamente da che parte schierarmi: illimitate possibilità di ritrovamento o gusto della caccia?

Ed ecco che, manco a farlo apposta, il rovello è risolto per me.

O Lettori sappiatelo: sono ufficialmente a caccia.

Non di un libro, ma la cosa è decisamente book-related. Perché si dà il caso che sia nel bel mezzo di una delle mie ricorrenti crisi da Lord Jim – decisamente tempo di rileggerlo – e, nel ricercare immagini per la mia nuova bacheca Pinterest in proposito, ho riscoperto l’esistenza di un’altra e più promettente versione cinematografica oltre a quella deludentissima del 1965 con Peter O’Toole.

Riscoperto, dicevo. Lo sapevo già che c’era, ma non mi ero mai messa in testa di volerlo vedere. Adesso invece sì.

conrad, lord jim, victor fleming, percy marmont, noah beeryVictor Fleming. Millenovecentoventicinque. Percy Marmont e Noah Beery. Film muto*. E qui le cose si fanno interessanti, perché il film è sopravvissuto ma pressoché introvabile. Ne esiste una copia alla Library of Congress, ma si direbbe che nessuno abbia pensato di digitalizzarla. Può darsi che sia ancora una questione di date e di diritti – e questa sarà la prima cosa da accertare: chi detiene i diritti? Quando scadono? Sarà possibile digitare il film alla scadenza?

La LoC non è completamente contraria a fornire copie del proprio materiale – a patto che si tratti di opere di pubblico dominio, e che si sia disposti a sborsare un minimo di 250 dollari per ogni ora di film duplicato… Er.

Magari quando avrò venduto il mio primo bestseller – e forse per allora a qualcuno sarà venuto l’uzzolo di digitalizzarlo e distribuirlo. Ma nel frattempo è possibile che tenti di trovare altre strade perché, come vi dicevo, sono a caccia.

Per ora so solo che è considerato fedele al romanzo, che Percy Marmont ha un’aria molto più conradiana di Peter O’Toole e che Noah Beery riunisce in un solo personaggio il capitano tedesco del Patna e Gentleman Brown – il che produce una coincidenza grossa come il Sussex, ma potrebbe avere un certo senso, cinematograficamente parlando.

Ma vi terrò informati degli sviluppi.

Sono a caccia.

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* Incidentalmente: l’ho già detto quanto voglio fare un film muto per gioco?

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