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Buoni Propositi

Oh, va bene. Ci risiamo, un altro anno che comincia… ho già detto che sgradevole sensazione m’ispira ogni anno il I di gennaio? Quella di un enorme, cosmico, deprimente Lunedì Mattina. Con tanto di maiuscole, non so se ci abbiate badato. Ad ogni modo, ci siamo e non c’è nulla da fare: come dice Pollyanna, l’unica cosa buona è che dovranno passare altri dodici mesi prima che sia di nuovo Lunedì Mattina. Lo so, grazie, Pollyanna non dice affatto così, ma credetemi se vi dico che non è una buona giornata per contraddirmi…

Piuttosto, visto che è oggi, e che chi ben comincia è a metà dell’opera, vediamo di fare di necessità virtù*. Buoni propositi. Tre buoni propositi, e non di più.

I. Scrivere. Voglio dire: studiare va molto bene, così come occuparsi del blog, e fare revisioni, e seguire corsi… ma scrivere? Prima della fine del 2010 intendo avere scritto qualcosa di nuovo. Possibilmente un romanzo.

II. Cogliere impavidi le occasioni quando si presentano, anzi no: andarsele attivamente a cercare, le occasioni. E’ un dato di fatto che starsene appollaiati sulla pila dei propri manoscritti contemplando l’orizzonte con aria sognante non conduce da nessuna parte. E, come dice Thomas Hampson, le occasioni capitano a chi è preparato a coglierle.

III. Sperimentare. Tentare qualcosa di nuovo, qualcosa di mai fatto prima. Un genere nuovo, una tecnica diversa, un metodo mai provato. Lo scorso anno l’ho fatto, e i risultati sono stati sorprendenti… More, please.

Ecco qua. Naturalmente adesso me ne verrebbero in mente altri a non finire, ma trovo che tre propositi siano già a pretty tall order per un anno solo, specie per una persona che tende a dimenticarseli prim’ancora di averli formulati. Ne riparliamo tra dodici mesi.

Buon 2010 a tutti!

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* Perché tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino, e siccome rosso di sera, bel tempo si spera, se ne conclude che di mamma ce n’è una sola. Sì, sì, sì…

Come fare felice uno scrittore

Essendo domani Santa Lucia, parliamo di regali e regalini.

“Che cosa si regala a uno scrittore?” mi domanda E. E’ possibile che questa sia in realtà una manovra poco sottile per scoprire che cosa vorrei sotto l’albero, ma forse a E. interesserà sapere che uno scrittore è un tipo di animale che, avendo ricevuto una domanda del genere, per prima cosa ci fa un post.

Allora, vediamo un po’. Come rendere felice uno scrittore/aspirante scrittore la sera del 24?

Pocketbook.gifTaccuini. Magari di quelli con lo spazio per una penna, ma piccoli, da tenere in borsetta o in tasca, da portarsi sempre dietro, ma proprio sempre, perché non si sa mai quando si vorrà prendere nota di qualcosa. La scelta è infinita, dal classico taccuino Moleskine ai Paperblanks che riproducono rilegature antiche, ai quadernini minimalisti Ikea*… Ha anche il vantaggio di essere uno di quei regali dove fare un doppione non conta, perché di questi arnesi, lo scrittore medio ne consuma a bizzeffe.

Cancelleria. Con giudizio, e premurandosi di conoscere preventivamente il metodo del destinatario: una scatola intera di biro blu confezionata con cura è molto benaugurante per chi scrive tutte le sue prime stesure a mano. Per gli aficionados della tastiera, però, meglio un mousepad a tema. Una volta, durante un periodo di sconforto, ho ricevuto una scatola: dentro c’erano un bel po’ di biro e una risma di carta, sul cui primo foglio il donatore si era premurato di stampare un’ipotetica copertina del romanzo in cui ero impantanata. Avevo apprezzato molto. Un caveat: la penna elegante, questo classico tra i regali, non è sempre la migliore delle idee. Chi scrive con una penna speciale, probabilmente la penna speciale ce l’ha già, mentre la maggior parte degli amanuensi usa biro, roller o matite di largo consumo.

pooryorick.gifMugs. Ovvero quelle tazzone alte con il manico. Potrei dire che è un dato di fatto: gli scrittori fanno le ore piccole e si sostentano a tè e caffè lungo; oppure potrei dire che è un fatto: gli scrittori scrivono nelle soffitte, dove fa freddo, e una bella tazzona fumante serve a scaldarsi le mani ogni tanto… Ma siamo onesti, il fatto è che il mug fumante accanto alla tastiera/quaderno/pila di fogli fa tanto, tanto, ma proprio tanto scrittore all’opera. Che ne esistano tante a tema*** è senz’altro d’aiuto. Qui di fianco ne vedete uno shakespeariano. Una tazza di caffè, Yorick?

Penne colorate. O pennarelli. O matite. Per sottolineare le fotocopie degli articoli, per cercar di chiarire il tortuosissimo schema del XXXII capitolo, per codificare gli interventi necessari in fase di revisione (verde: sono così felice di essere la persona che ha scritto questo paragrafo; giallo: a cosa stavo pensando quando ho scritto ciò?; arancione: urge energico intervento; le sfumature di rosso vanno dal disastro al macello, alla catastrofe, all’apocalisse, a come-ho-mai-potuto-pensare-di-avere-un-briciolo-di-talento?), per disegnarsi luoghi e personaggi se si è abbastanza bravi. Ad ogni modo, lo scrittore medio ama le penne colorate. Come le Stabilo Pen 68, che esistono a punta media e punta fine, e in una cinquantina di colori.

Writing Software. C’è di tutto un po’. Ci sono editor di testo/gestione progetti a prezzi ragionevoli (20-40 $): Writer’s Cafè, molto colorato, con pretese di stile e una quantità di funzioni, compresi i suggerimenti giornalieri, una vasta scelta di esercizi di scrittura, un sistema di brainstorming, un sistema di importazione, raccolta e archiviazione di materiale (foto comprese), un diario/agenda, un generatore di nomi e una funzione di progettazione “Storylines”, oppure Liquid Story Binder (per PC) o Scrivener (per Mac). Questi sono strumenti di lavoro, buoni per organizzarsi e tenere a portata di mano il materiale. Per chi vuole qualcosa di più didattico, c’è il celebre Dramatica Pro, che costa un’ira e consente di sviluppare personaggi, archi narrativi, trama e sottotrame, ambientazioni, dialoghi, ritmo e passo tramite una serie di strumenti molto sofisticati. Un po’ meno costoso è Write Pro, di Sol Stein (celebre autore di manuali di scrittura creativa), che però è a mezza via tra un software e un corso. Il che ci porta a…

Corsi di scrittura. Qui bisogna essere certi che il destinatario non prenderà il regalo come un apprezzamento poco lusinghiero. In un mondo ideale, tutti gli scrittori sarebbero gente matura, umile e seria, sempre ansiosa d’imparare e perfezionare la propria arte… essendo il mondo quello che è, siate ben sicuri di non provocare incidenti diplomatici, prima di regalare uno di questi. Detto questo, la scuola di scrittura più celebre d’Italia è la Scuola Holden di Torino****, che offre una scelta di corsi, laboratori e seminari, da seguirsi in loco oppure online. Naturalmente non parlo tanto del (costoso) biennio di Scrittura&Storytelling, quanto dei corsi brevi, dei weekend di scrittura, dei corsi di narrativa o sceneggiatura online, o magari dell’accesso ai servizi editoriali… c’è un po’ di tutto, per chi è in vena di un regalo importante. Per chi conosce bene l’Inglese, ho già parlato di più di una volta di Holly Lisle, ma potrei citare anche il celebre Gotham Writers Workshop, il cui materiale si trova anche tradotto in italiano in forma di manuale di scrittura.

Dizionari. Non troverete molte altre categorie disposte ad andare in estasi per un dizionario. E non dico il vocabolario italiano (quello deve già averlo, deve averne più d’uno, sennò non è uno scrittore!), ma di tutte le meraviglie come dizionari ragionati dei sinonimi e dei contrari, dizionari idiomatici, dizionari tecnici, glossari specifici, dizionari storici, cronologie complete, atlanti storici, dizionari scientifici, dizionari visuali, repertori, libri di terminologia… non c’è argomento che non abbia la sua quantità di dizionari, è solo questione di cercare. E da questo segue logicamente, last but not least…

Libri. E qui, che posso dire? Un’edizione preziosa di un autore molto amato, un manuale di scrittura, un libro che a voi è rimasto nel cuore e vorreste tanto condividere, l’ultimo bestseller da analizzare riga per riga, un saggio su quel certo argomento, immagini di quel dato posto… Non c’è limite alle possibilità, e non c’è libro che uno scrittore non sia, in un modo o nell’altro, interessato a leggere.

Ecco qui. Poi tutto è relativo, ma di sicuro c’è qualcosa cui queste bizzarre creature non sanno resistere (come dicevano in quel documentario della BBC in cui Gerald Durrel attirava allo scoperto un echidna con un pezzo di formaggio), ed è mostrare che considerate la loro scrittura una parte integrante della loro vita e della loro personalità: un tratto fondamentale, che vale la pena di prendere in considerazione nella scelta dei regali natalizi. A parte la fatidica domanda “che cosa stai scrivendo?” non c’è mezzo più sicuro per far felice un echidna, a Natale o in altre stagioni.

Uno scrittore: volevo dire uno scrittore, of course!

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* Va bene, lo confesso: non ho mai messo piede in un coso Ikea e conto di non farlo mai. Però conosco gente che adora l’Ikea, che possiede quadernini minimalisti acquistati all’Ikea, che li ama con passione.

** Mentre cercavo un’illustrazione di un mug, mi sono imbattuta in questo sito. Onestamente, non so immaginare chi possa volere una bambola di pezza con le fattezze di Virginia Woolf o di Mark Twain, ma sono completamente affascinata…

*** Ok, non mi tengo: questo è il mio mug, comprato a Covent Garden piazza. IlMioMug.gifQuando ho visto che le coste riprodotte riportavano titoli delle Bronte, di Jane Austen, di Kipling, di Thackeray, potevo forse lasciarlo dov’era? No, non potevo.

 **** In questo periodo ha anche una promozione natalizia per chi vuole regalare uno dei suoi corsi. Vedere sul sito. E no: non sono in nessun modo affiliata alla Holden e non percepisco percentuali su nessuno dei prodotti che ho citato in questo post.

Revisioni

Ho cominciato da circa una settimana il nuovo corso di Holly Lisle, How To Revise Your Novel.

Come sempre, Holly ha un approccio inatteso ed estremamente rivelatore. Sostiene che molti scrittori non revisionano mai i loro lavori fino a raggiungerne la piena potenzialità, perché il concetto diffuso di revisione è il seguente: riga 1, tutto ok; riga 2, cambia “azzurro” con “ceruleo”; riga 3, sono davvero tutti a cavallo? non a dorso di mulo, magari? Poi devo cambiare tutto… per ora lasciamo i cavalli, ci penserò poi*; riga 4, correggo “setimana” con “settimana”…

E via così, con il risultato che a pagina dieci ho gli occhi fuori dalla testa, a pagina venti comincio ad avere la nausea del mio libro, e quando a pagina venti mi accorgo che i due terzi di quello che viene fino a questo punto si possono tranquillamente eliminare, ho perso una diottria per nulla.

Chi non ha mai fatto così, alzi la mano e si consideri un mortale fortunato.

Per tutti gli altri, HTRYN è pieno di idee sensate. Per esempio, abbiamo cominciato ricostruendo l’idea originaria del romanzo, poi rileggendo la prima stesura senza correggere nulla e limitandoci ad annotare quello che risponde e quello che non risponde al concetto originario. Infine abbiamo individuato il risultato finale che vogliamo, tenendo conto delle direzioni inattese prese e degli errori commessi nella prima stesura.

Insomma, dopo una settimana di lavoro, non solo ho individuato un sacco di falle nella prima stesura, ma ho anche un’idea ragionevolmente precisa di quello che il romanzo non è ma può diventare a lavoro finito. Molto, molto più stimoltante (e, tendo a credere, più efficace) che correggere gli errori di battitura riga per riga.

Seguono adesso altre venti o ventuno settimane di lavoro, schede, analisi eccetera, per imparare il procedimento, adattarlo alle mie esigenze ed addestrarmi a ripeterlo in molto meno di venti settimane… Laborioso ed entusiasmante.

E’ in Inglese, si capisce, ma vale veramente la pena. Se qualcuno fosse curioso, può dare un’occhiata qui:  

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* E si può star certi che i muli cadranno nell’oblio.

 

Parliamo di Logica

Siccome (qualora il particolare fosse sfuggito a qualcuno) ho l’influenza, la serata al cinema è saltata. L’amica con cui dovevo uscire si è giustamente rifiutata di venire a farmi compagnia e adottare un po’ dei miei agenti virali, però mi ha mandato in prestito un DVD.

Inkheart.

“E’ proprio il tuo genere,” mi ha detto. “Gente che leggendo ad alta voce tira fuori cose e persone dai libri.”

Incoraggiata da questa recensione, e dal fatto che il cast comprende Helen Mirren e Paul Bettany, ho guardato Inkheart. Oh, è un film carino, sia ben chiaro. Peccato che dia tutto un nuovo senso all’espressione “buchi nella trama”… Ora, non ho letto il libro da cui è tratto, per cui non posso dire se la colpa sia dell’autrice originaria (una Cornelia Funke, tedesca) o degli sceneggiatori.

[Ora, se qualcuno non vuole sapere come va a finire Inkheart, sarà bene che si fermi qui: le mie analisi narrative tendono ad essere faccende truci e prive di scrupoli.]

Quello che so per certo è che, se all’inizio della mia storia affermo ripetutamente e con fermezza che l’eroe non ha controllo sul modo in cui fa uscire la gente dai libri, non posso farglielo acquisire come se nulla fosse, e poi perdere di nuovo con altrettanta inspiegata facilità, a seconda di quel che mi serve per la trama.

E non è che non possa far consistere il grande segreto nel leggere i passaggi che si riferiscono alla persona/cosa/evento atmosferico che voglio estrarre dal libro… Posso, ma se lo faccio, non devo aspettarmi che il mio protagonista, impiegando metà della storia a rendersene conto, ottenga una candidatura per il Nobel.

Invece, se la regola di base della faccenda è che per ogni personaggio uscito dal libro, una persona vera deve entrarci, non posso sovvertire la faccenda a fini puramente umoristici, barattando il ciclone del Mago di Oz (con annessa casa di Dorothy) in cambio di un mezzo personaggio.

Ma d’altra parte, se tutto questo andirivieni di gente vera e non vera non produce cambiamenti nel testo scritto, e quindi non c’è veramente traccia di chi è entrato nel libro, come si fa a “leggerlo fuori”?

Poi, (anche sorvolando sull’importanza, permanenza e immortalità della parola scritta, su cui tutti predicano diffusamente) se alla fine la figlia dodicenne dell’eroe può salvare mamma, papà, prozia, amici e mondo intero (sconfiggendo i malvagi per soprammercato), scrivendosi un finale alternativo sul braccio e leggendolo ad alta voce, perché deve aggiungere al finale stesso qualificazioni gratuite che impediscono il ritorno nel libro all’unico personaggio che proprio ci vuole tornare? Sì, lo sappiamo: perché così suo padre può fare il bel gesto di rispedire a casa questo alleato un po’ dubbio. Solo che non è un motivo narrativamente valido. Tanto più che, per farlo, che cosa deve produrre il paparino? Ma è naturale: una copia del libro, miracolosamente sopravvissuta! Ma come? si chiede a questo punto lo spettatore*, perché non possono semplicemente “riscriverlo” a casa, come hanno fatto con due terzi del cast durante il climax? Hanno persino l’autore al seguito, perbacco!

Sì, appunto.

Tutto ciò per dire, che il lettore/spettatore si aspetta una logica nelle storie che legge. Anche nel fantasy più bizzarro, anche nella storia più surreale, mi aspetto una serie di leggi intrinseche al mondo che lo scrittore crea. E mi aspetto che, una volta stabilite, queste leggi funzionino in modo uniforme. Oppure, che l’unica costante sia la mancanza di uniformità, come nel caso meraviglioso delle avventure di Alice, ma vedete il paradosso? Persino nella mancanza di regole c’è almeno una regola!

E non vale solo per i generi speculativi: è lo stesso principio per cui, in qualsiasi genere, i personaggi devono agire in modo credibile, gl’incidenti stradali devono rispettare le leggi della fisica, le svolte della trama devono seguire il principio di causa ed effetto,  gli eventi devono essere inquadrati negli usi, costumi e leggi dell’epoca in cui sono ambientati…

Se lo scrittore trascura la logica, il lettore si sentirà imbrogliato (illogicità dolosa) oppure deluso (illogicità colposa), e nessuna delle due situazioni tende a condurre ad un verdetto favorevole.

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*A costo di ripetermi: magari poi Frau Funke è innocente, e nel libro è tutto chiaro, logico, trasparente, ialino… Non lo so, e tengo a precisarlo.

 

Tempeste Cerebrali

Ricordo di avere già accennato alle meraviglie del brainstorming in qualche protopost, ai tempi in cui questo blog era un tentativo ancora molto sperimentale. Oggi vorrei essere più specifica e segnalare qualche strumento utile che si può reperire in rete.

Per cominciare, confesso che sono una scettica convertita. Quando la meravigliosa Holly Lisle cominciò a parlarci del brainstorming come una delle tecniche più utili che uno scrittore potesse imparare, ricordo di avere sollevato un sopracciglio. Cosa? Pensiero disorganizzato per risolvere i problemi? Immaginatemi con un’espressione da we-are-not-amused. Salvo poi capire che lo facevo già, senza nemmeno saperlo, nella maniera istintiva e priva di tecnica che in genere porta risultati insufficientemente cotti. 

Per anni, quando scoprivo di avere incasinato me stessa, la trama e i personaggi, il mio metodo è consistito nello sdraiarmi al buio con le cuffie del lettore cd nelle orecchie, ed esaminare il ginepraio da tutti i possibili punti di vista. Posso aggiungere che la musica che utilizzavo per queste sessioni era invariabilmente Five Variants of Dives and Lazarus di Vaughan-Williams, e che la cosa aveva una certa tendenza a funzionare, se non alla prima, alla seconda o alla terza volta…

Quindi, in definitiva lo facevo, il brainstorming. Solo che lo consideravo una tecnica d’emergenza, tipo respirazione artificiale, da usarsi ad un solo scopo e solo in casi disperati.

Adesso che sono più vecchia e più saggia ho scoperto che non è così. Le tempeste cerebrali (suona semi-epico in Italiano, vero?) sono uno strumento utilissimo e versatile. Sciogliere un nodo della trama, caratterizzare un personaggio, ideare un titolo, individuare un finale, definire una sottotrama, legare tra loro varie sottotrame, pescare l’aggettivo perfetto… non c’è praticamente limite a quello che si può fare con una buona tempesta. L’importante è non farlo come se fosse un compito in classe: lo scopo non è produrre tabelle perfette o cinque paragrafi di prosa squisita, ma piuttosto stimolare il cervello a cercare soluzioni alternative, associazioni nuove, idee inaspettate.

I metodi sono vari.

Musica e buio – a patto di usare sempre la stessa musica ben conosciuta (deve fare da sfondo e aiutare la concentrazione, non provvedere l’esperienza d’ascolto della vita) e di poter accendere la luce e prendere appunti in qualsiasi momento. E sia chiaro, lo cito qui come citerei la mongolfiera tra i mezzi di locomozione: bello e pittoresco, ma non si è affatto sicuri di arrivare dove si vuole (o da qualche parte affatto).

Clustering – per gente visually oriented. Si disegna un rettangolo in mezzo al foglio e ci si scrive dentro la domanda o il problema, e poi si comincia a buttar giù quello che viene in mente. Tutto – ma proprio tutto – va bene. Singole parole, idee, domande, pensieri compiuti, schizzi, disegnini… Chiudere ogni singolo articolo in un ovale aiuta a limitare la confusione. E poi si tracciano collegamenti, paralleli, ramificazioni, e da ciascun ovale si può ripartire con altre associazioni, e via così… L’importante è procedere, procedere, procedere… magari darsi un tempo limite, diciamo dieci minuti, e per quei dieci minuti continuare senza pensarci troppo, seguendo anche le direzioni più strambe, senza preoccuparsi di ortografia, grammatica e logica. Funziona bene con carta e penna (e magari qualche pennarello colorato per stabilire visivamente certe parentele o gerarchie), ma è meglio usare fogli grandi. Per chi vuole provare a farlo al computer, ci sono, crederci o no, software appositi. Il più celebre è Buzan’s iMindMap, ma esistono buone alternative gratuite. Una è Freemind, piuttosto semplice da usare e senza particolari fronzoli; oppure c’è Cayra, molto colorato, e con il non trascurabile vantaggio di poter rendere le mappe virtualmente tridimensionali, ma un po’ macchinoso nell’uso. Personalmente preferisco carta e penna (forse non ho mai imparato come si deve a usare Cayra), con una notevole eccezione. A suo tempo avevo scaricato la versione gratuita di ConceptDraw Mindmap, che sembrerebbe semplicemente un mindmapping software un pochino scarno se non fosse per la funzione “brainstorming”: c’è un timer e c’è una box in cui si digita, come detto sopra, tutto quello che viene in mente. Ogni volta che si schiaccia invio, il programma crea un ovale nuovo nella mappa. A tempo terminato, si può procedere a sistemare, spostare, collegare… E’ così che sono arrivata al titolo del mio ultimo romanzo. Il link conduce al sito ufficiale, dove si può scaricare la versione completa per 30 giorni di prova gratuita… mi par di ricordare che, trascorsi i 30 giorni, rimanga solo la versione limitata gratuita, ma sinceramente non mi ricordo: non c’è altro che provare, temo.

Freewriting – e questo è il mio preferito, perché ho stabilito da lungo tempo che non sono una persona visiva (o visuale? mah…), ma trovo che scrivere sempre d’aiuto. In un certo senso è più intuitivo del clustering, un po’ come pensare per iscritto. Ci si pone una domanda, e si cerca di rispondere, anche se lo si fa con altre domande. Perchè? Che cosa? Chi? Come? e soprattutto, l’impareggiabile, insostituibile, meravigliosa E se invece…? accompagnata da suo cugino germano Oppure? La regola è sempre la stessa: sono solo appunti che nessuno vedrà, quindi non stiamo a preoccuparci di ortografia, grammatica e sintassi. Per dirla tutta, non stiamo nemmeno a preoccuparci soverchiamente della logica, per il momento. L’importante è buttar giù idee, principii di idee, idee potenziali… qualcosa di buono nel mucchio si trova sempre. Spesso e volentieri più di qualcosa. Qualche volta lo faccio in forma di dialogo, qualche volta lo faccio in Inglese, spesso mi ritrovo con più opzioni di quante me ne servano, e allora segue la deliziosa agonia di scegliere fra due (o più) possibilità, tutte allettanti, tutte promettenti… può essere difficile, ma è cieli interi al di sopra di non sapere come continuare! Naturalmente, l’opzione prima è di farlo con carta e penna (su un quaderno apposito, magari rilegato in pelle, fa tanto artista al lavoro…). Personalmente, la maggior parte delle volte lo faccio al computer. E siccome mi secca avere file di Word disseminati per tutto l’hard disk, ho scaricato My Simple Friend, un journaling software che salva da sé quello che scrivo e che tiene tutto insieme, facilitando il reperimento e la consultazione di appunti, tempeste cerebrali, annotazioni, esperimenti e qualsivoglia altro straccetto di scrittura estemporanea. Tutto nello stesso posto: chiunque sia disordinato come lo sono io capirà il pathos della faccenda.

Sembra fumoso? Lo è meno di quanto sembri, ed è maledettamente utile. Siete scettici? Lo ero anch’io, finché non ho provato. O meglio, finché non ho imparato a farlo con qualche rilassatezza. Come detto più sopra, non c’è altro che provare.

Ago 29, 2009 - scribblemania    No Comments

Software, software…

Un tempo scrivevo a mano.

“Computer? Giammai! Davanti a una tastiera, non riesco a pensare…” Ero di quelli lì.

Poi le cose sono cambiate, figurarsi. Adesso uso per lo più MS Word, più che altro per abitudine, ma ci sono parecchi altri writing software, pensati specificamente per la scrittura creativa. Alcuni sono spartanamente semplici, altri sono superaccessoriati. Tutti vengono presentati come “intuitivi”, ma francamente alcuni lo sono più di altri. Alcuni costano un’ira, altri sono gratuiti, oppure offrono versioni demo perfettamente ragionevoli.

Questi sono, a mio avviso, i più interessanti e sensati tra quelli gratuiti:

Q10, prima di tutto. Programma leggerissimo, e per forza, visto che non ha nulla a parte uno schermo completamente nero, su cui si scrive in colori vintage (ambra, verdino, e altre sfumature reminiscenti del paleolitico DOS). Ha pochissimi accessori, tra cui un timer e un sistema di conteggio parole multiplo. L’aspetto format/edit è inesistente (salva in Plain Text, e poi bisogna convertire), e non è certo adatto per il lavoro di fino, ma quando si vuole scrivere -scrivere -scrivere! eliminando tutte le distrazioni, è perfetto. Una specie di mulo da soma per le prime stesure. Tra l’altro, quando si scrive, fa il rumore di una macchina da scrivere.

RoughDraft è tutta un’altra cosa. A vedersi somiglia molto a MS Word, ma elimina tutto quello che non serve a scrivere, sostituendo invece una serie di funzioni molto interessanti, come dei dizionari estesi e personalizzabili (anche in Italiano, con un download aggiuntivo), un Trova&Sostituisci davvero tosto, meraviglie dal punto di vista format/edit, la possibilità di convertire in documento html per la pubblicazione web e, soprattutto, il backup istantaneo di tutti i file aperti (fino a 100!) nella destinazione prescelta. Chiunque abbia mai perso del lavoro in un computer crash apprezzerà debitamente…

PageFour consente di aggiungere outlines di trama e schede personaggio, e organizzare il tutto in modo ordinato ed efficiente, anche quando si stia lavorando su più progetti contemporaneamente. La funzione di backup è presente, anche se più lasca di quella di RoughDraft, così come la possibilità di stampare lo stesso documento in differenti formati, cosa che può tornare assai utile. La versione demo è limitata a tre gruppi di files per volta, ciascuno con un massimo di 20 pagine… ideale per chi scrive racconti; restrittivo per chiunque altro.

yWriter, oltre ad organizzare i files (capitoli e scene) in modo efficiente, tenere un registro giornaliero e offrire una funzione di backup personalizzabile, consente di organizzare uno storyboard che tiene conto di linee narrative multiple, punti di vista, personaggi e luoghi. Utilissimo in fase di progettazione, e impagabile quando si vuole rivoluzionare tutto. Uovo di Colombo: questo programma, non solo sposta scene e capitoli mentre si riordina lo storyboard, ma rinumera automaticamente i capitoli! Sono gioie che chi scrive romanzi apprezza sul serio.

Writer’s Cafè è la demo gratuita di una versione più fancy del precedente. Molto colorato, con pretese di stile e una quantità di funzioni, compresi i suggerimenti giornalieri, una vasta scelta di esercizi di scrittura, un sistema di brainstorming, un sistema di importazione, raccolta e archiviazione di materiale (foto comprese), un diario/agenda, un generatore di nomi… come ho detto: fancy. Ha una funzione di progettazione “Storylines”, che però nella demo gratuita è limitata a 20 schede. Pochine per un romanzo, ma adeguate per un racconto o una novella.

Insomma, ce n’è per tutte le esigenze e per tutti i gusti. Difficile sapere quale sia il più adatto finché non si è provato. L’unica è sperimentare…

Ago 17, 2009 - scribblemania    No Comments

Writing Week

Quest’anno niente vacanze.

O almeno non credo: sto scoprendo che prendere lavoro su lavoro, per pura incapacità di dir di no, non è la più brillante delle idee, ma pazienza. Quest’anno va così.

Però, nel bel mezzo di tutto questo, sono riuscita a ritagliarmi una Settimana di Scrittura.

In genere suddivido le mie giornate tra le varie attività, ma la settimana scorsa no: la settimana scorsa ho scritto, scritto, scritto e ancora scritto. Dieci ore al dì.

Al mattino, appena alzata, il mio primo pensiero era la Storia in Corso; per tutto il giorno lavoravo alla mia storia; durante i pasti, tormentavo la famiglia a proposito della mia storia; sotto la doccia o mentre annaffiavo gli oleandri, provavo i dialoghi della mia storia; mentre aspettavo di addormentarmi, pensavo alla porzione di storia dell’indomani…

E gente, non solo ho finito la SiC, ma è stata una settimana selvaggiamente felice: le idee spuntavano come funghi, particolari apparentemente random seminati all’inizio prendevano senso e germogliavano in svolte della trama, i personaggi sviluppavano ubbie impreviste e perfette per la bisogna…

Scrivere racconti è una gioia, nonché alta oreficeria, ma avevo dimenticato la tremenda vitalità interna che ha un romanzo, il modo in cui una storia lunga e complessa ti trascina con sé.

Mi mancava. Non sapevo nemmeno io quanto, fino alla settimana scorsa… *heaves big, blissful sigh*

 

E adesso, di nuovo al lavoro!

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