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Shakespeare & Marlowe, Poeti

Così cominciamo. Cominciamo con le conferenze shakespearian-marloviane.

Cominciamo con entrambi – e sapete una cosa? Nel proporre le mie conversazioni in proposito sono vagamente ma piacevolmente sorpresa di costatare un certo interesse per il fatto che Shakespeare non esistesse isolato e fluttuante in una specie di vacuum. C’è un certo interesse per il suo mondo, per i suoi contemporanei, colleghi e rivali, per la sua Londra, per l’ambiente teatrale in cui e per cui ha scritto. C’è un certo interesse per Marlowe. E allora, giovedì 13 alla Sala Civica di Levata, alle ore 20.45…

Locandina1

Sarà la storia di una rivalità poetica in una città esuberante, rumorosa e affamata di teatro. La storia di quello che se ne sa, di quello che se ne è immaginato e ricostruito nei secoli, di come andò a finire,  e sarà avvincente, drammatica, curiosa e piena di colpi di scena come un lavoro di Shakespeare – o Marlowe.

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La Sindrome Della Domenica Pomeriggio

Domenica, nel tardo pomeriggio…

Conoscete quella poesia di Lois Sorrells, “Triste come una ragazzina di domenica pomeriggio, con i compiti da fare…”?

AlbionA voi non capita? A me sì. Anche se lunedì non devo andare a scuola. Anche se sono passati decenni dall’ultima volta in cui ho dovuto fare i compiti. Anche se ho passato una bella domenica e ho preso il tè con le amiche e ho fatto progetti… Verso sera mi prende quel genere di vago sconforto bigio e umidiccio…

Sapete che cosa intendo. Quel genere di situazione che richiede della cioccolata. Oppure dei libri.

Così, prima di cena ho dato un’occhiatina alla mia wishlist su Amazon – il che è sempre un’idea pericolosissima, ma se non altro ingrassa meno della cioccolata. E, dopo essermi arresa per l’ennesima volta alla difficoltà di comprare un libro su John Dee e la sua casa di Mortlake – che il mini-editore spedisce soltanto entro i confini del Regno Unito – ho ceduto ad altri richiami di sirena, e ho comprato due ebook.

Albion: the Origins of the English Imagination, di Peter Ackroyd, è una massiccia (quando è di carta numera qualcosa come 550 pagine) storia culturale dell’Inghilterra, imperniata su quel che la gente dell’Isoletta ha immaginato di se stessa e in generale attraverso i secoli.

The White Rose Murders, di Paul Doherty**, è una lettura più leggera. Un giallo in cui un nipote del cardinal Wolsey indaga su un omicidio nell’entourage di Margaret Tudor, vedova del Re di Scozia…

Ed ero tentata di considerarmi quasi bravina perché, per una volta, non c’era nulla di elisabettiano – fino a quando non mi sono resa conto che è tutta Inghilterra, in parte Tudor e in parte… be’, non ci si può aspettare che una storia culturale dell’immaginario inglese glissi sul periodo elisabettiano, giusto? white-rose

Quindo no, non sono per niente bravina, però lo sconforto bigio e umidiccio mi è passato. E senza assunzione di cioccolata. E comunque poco dopo si è levato un vento meraviglioso, e poi ho scritto un po’, e più tardi ho guardato la prima parte di Elizabeth I, con la meravigliosa Helen Mirren che fa Queen Bess*** – per cui forse lo sconforto bigio e umidiccio sarebbe passato lo stesso.

Avrei potuto aspettare – ma se avessi aspettato, adesso non avrei altri due libri a strillare leggimi-leggimi! dalla mia già biblica To Read List… Quindi tutto va bene. Tanto si sa che la mia capacità di resistere alle tentazioni è men che nulla.

E voi? Soffrite mai di SdDP?** E come contrastate quella o altre condizioni del genere?

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* E sì, si vede irreparabilmente che è girato in Lituania, e Jeremy Irons che fa Leicester mi è antipatico, e la scena di Tilbury era miserella e bruttina a vedersi – ma nel complesso vale del tutto la pena. E non guasta per nulla il fatto che Helen Mirren sia doppiata da Antonella Giannini.

**Sì, lo so – sulla copertina in illustrazione c’è scritto Michael Clynes. È sempre lui, sotto pseudonimi diversi.

*** Che non mi dispiacerebbe chiamare Sindrome di Sorrells. Suona medico e serio, non vi pare?

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Feb 2, 2014 - Storia&storie, teatro    No Comments

Complotti Giocattolo

Ecco, in realtà non ho ancora proprio deciso se ho tutta questa simpatia per Guy Fawkes e la sua congiura delle polveri…

Però, siccome l’altro giorno era il quattrocento e ottavo anniversario della sua esecuzione, ho pensato di mettervi a parte della versione toy-theatre della sua vicenda.

L’animazione, è opera di Nigel Peever, a partire da un teatrino di Webb.

Buona domenica.

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Sarebbe Potuto Accadere

HistoryUltimamente la serendipità si diverte a piazzare lungo la mai strada piccole perfezioni in fatto di narrativa storica.

Perfezioni teoriche, intendo.

Ricordate Scott&Barnett e i loro fatti veri mai accaduti?

Ecco, poi domenica notte – ad alta notte, mentre cercavo di far cambiare ritmo ai neuroni prima di un’ultimissima revisioncina – mi sono imbattuta in The Prince and the Pauper, ovvero Mark Twain secondo William Keighley. È un delizioso film del 1937 – ma ne parleremo un’altra volta – anche perché ne ho visto solo un pezzettino.

Ma quel pezzettino iniziava con una premessa perfetta:

Questa non è storia – solo un racconto di un tempo lontano. Forse è andata così, forse no, ma sarebbe potuta andare così.

Vi racconto una storia, o Lettori. È reale? Oh, per nulla – o solo un pochino, ma potrebbe esserlo. Di sicuro ho fatto del mio meglio perché fosse vera. Mentre ve la racconto, vi sembrerà vera. Giocheremo a che sia vera, volete? Il mio mestiere è di far sì che, per il tempo che impiegate a leggerla o mentre ve ne state seduti a teatro, siate molto contenti di considerarla vera.

Il che, in fatto di narrativa storica, a mio timido avviso, il mio mestiere implica un ragionevole grado di accuratezza nell’ambientazione, un certo genere di plausibilità storica per cui sì, sarebbe potuta andare così

Ma a ben pensarci, se ci badate bene, in realtà vale per ogni genere di storia. È il consueto dilemma tra reale e vero, ne abbiamo parlato un sacco di volte – interrogandoci sempre sul perché il fatto che si tratti di una storia vera o no debba essere la prima preoccupazione del lettore…

Per quanto mi riguarda, resto dell’idea che, in fatto di narrativa di qualunque colore, la realtà sia sopravvalutata –  e la prossima volta che qualcuno mi chiederà se quello che ho scritto è una storia vera, probabilmente risponderò che forse sì, forse no, ma sarebbe potuta andare così.

Potrei quasi farmici un ciondolo…

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Gen 22, 2014 - Storia&storie    No Comments

Attenti Alla Cuoca

The Kitchenmaid

“E con cosa potrei accendere la stufa oggi?”

Parliamo di altri tempi, tempi in cui la carta era poca e costosa, e non ci si accontentava di usarla una volta sola – e spesso nemmeno due. Ci si scriveva sopra da un lato, poi dall’altro, poi si tagliava a strisce e si usava per avvolgerci una presa di pepe o una fialetta di vetro*… E poi, semmai, ancora qualcos’altro – perché stiamo parlando di tempi più frugali.

Parliamo, ad esempio, del primo Settecento, quando a John Warburton, collezionista di antichità teatrali e storico del Vallo di Adriano, parve una buona idea lasciare in uno stipo della cucina una cinquantina di rarissimi manoscritti teatrali di età elisabettiana e giacobita – il cuore della sua collezione.

Eh già… in cucina.

Posso solo immaginare che gli sembrasse un posto più caldo e potenzialmente asciutto di altri, in cui la carta rischiasse meno muffa… Che potesse correre rischi di altra natura non dovette albeggiargli in mente – e un annetto più tardi se ne scese in cucina per recuperare i suoi amati manoscritti. Solo che lo stipo era quasi vuoto – ad eccezione di qualche triste decina di fogli abbandonati sul fondo.

Warburton sbiancò. Dove diavolo erano le sue carte?

Mrs. Baker, la cuoca, fece gli occhi tondi. Perché, perché, perché mai il padrone non le aveva detto che quelle cartacce vecchie erano importanti?

Cartacce… Warburton si sentì mancare. “Che cosa avete ne avete fatto, donna?” ruggì.

Mrs. Baker aggrottò la fronte e ci pensò un attimo. Con una parte aveva foderato gli stampi dei pasticci e delle torte – però non tutti.

“E il resto?” indagò Warburton, con un filo di voce, osando appena sperare che parte della collezione si potesse recuperare…

“Dio vi benedica, Signore – con il resto ho acceso la stufa,” lo gelò Mrs. Baker.

Le cronache non dicono se Mrs. Baker fosse licenziata in tronco – ma a dire il vero lo troverei molto ingiusto. Che poteva saperne lei, che il suo padrone avrebbe lasciato nella sua cucina un fascio di roba preziosissima, compresa una manciata di possibili inediti di Shakespeare e di Marlowe? Anzi, a dire il vero, che poteva saperne di Marlowe e di Shakespeare? Lei si era trovata per le mani una bella riserva di carta asciutta, e ne aveva fatto quel che si faceva all’epoca con la carta usata.**

John-stuart-mill 1E doveva essere una figlia ideale di Mrs. Baker quella cameriera che, un centinaio d’anni più tardi, quando entrò nello studio di John Stuart Mill per accendere il fuoco, trovò abbandonata in disordine sul tappeto una pila di fogli manoscritti coperti di correzioni, annotazioni e cancellature.

Robaccia da gettare, concluse la ragazza – e procedette a servirsene per accendere il fuoco nello studio e nelle altre camere…

Peccato che la robaccia fosse in realtà l’unica copia della prima stesura del primo volume di The French Revolution: A History – dello storico scozzese Thomas Carlyle.

E di nuovo, francamente, che poteva saperne lei, povera ragazza? Che poteva saperne che il suo padrone avrebbe lasciato sparso sul tappeto l’opus magnum del suo grande amico? O che il grande amico del suo padrone avrebbe affidato agl’incerti di un viaggio l’unica copia del suo lavoro?

Più che “Attenti alla cuoca”, forse questo post dovrebbe intitolarsi “Attenti all’uomo disordinato”…

Piccoli incidenti di cui ricordarsi, ad ogni modo, ogni volta che si è tentati di stupirsi che non ci siano giunti più manoscritti dei secoli passati. E ogni volta in cui si è tentati di abbandonare incustodita in giro per casa l’unica stesura di qualcosa che si sono impiegate molte ore e molta fatica a scrivere.

 

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* E questa era già un’abitudine antica, consolidata, più vecchia della carta e – sotto certi aspetti, benedetta. Pensate a tutti i frammenti di poeti, tragediografi e storici antichi che ci sono arrivati sotto forma di imbottitura dei vetri trasportati via terra o via nave…

** Non mettiamoci nemmeno a pensare alle implicazioni igieniche di un pasticcio di carne cotto in un manoscritto vecchio di centocinquant’anni e passato per chissà dove… Non mettiamoci nemmeno, volete?

 

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Gente Vera E Personaggi

In realtà, ormai sono passati anni da quando A. S. Byatt ha dichiarato che piazzare in un romanzo gente vera – viva o morta – è riprovevole e pericoloso.

“Proprio non mi piace l’idea di basare un personaggio su qualcuno,” disse nel 2009 in un’intervista in occasione della sua candidatura al Man Booker Prize. “È come appropriarsi della vita e della privacy altrui. Inventarsi qualcun altro è un po’ come usargli violenza.”

English: This photograph was taken in Lyon, Fr...

E procedeva spiegando come conoscesse casi di gente giunta al suicidio per essersi “ritrovata” in un romanzo, e come lei per prima cercasse di parlare di sé il meno possibile con certi colleghi romanzieri, sempre così interessati a quel che si ha da dire…

Ecco, io la Byatt la ammiro molto, ho letto diverse cose sue e mi piacciono davvero tanto – ma questa sua boutade mi ha lasciata davvero perplessa.

Potremmo cominciare col dire che lei per prima ha basato parecchi personaggi su “qualcuno”. In Possession, per dire, può darsi che Ash sia una commistione tra Browning e Tennyson, ma nessuno mi toglierà di mente che Christabel sia Christina Rossetti in diguise. Per non parlare di The Biographer’s Tale, i cui ritratti di Ibsen, Galton e Linneo fanno abbastanza a pugni con il veemente attacco contro quegli scrittori che “mescolano realtà e finzione.” Entrambi libri vecchi di uno o due decenni, nel 2009, questo è vero – peccato che nel suo titolo candidato al Booker di quell’anno, The Children’s Book, apparisse gente come Oscar Wilde o Rupert Brooke… cui però, a suo dire, non aveva messo in bocca nulla d’inventato…

Mah. Sarà stato per questo che più di un giornale, all’epoca, vide in tutta la faccenda un attacco, nemmeno troppo velato, contro la sua rivale per il Booker, la romanziera storica Hilary Mantel – che, guarda caso, le soffiò la vittoria…

Ma in fondo non è questo il punto. Da nessuna parte è scritto che le grandi scrittrici debbano essere sempre sensate ed obbiettive, giusto? Il punto è che, se la signora Byatt avesse ragione, i romanzieri storici si ritroverebbero il campo severamente limitato. Perché se è vero che si può sempre lavorare sulla gente fittizia sullo sfondo di fatti veri, è vero anche che parte del fascino del genere consiste nella possibilità di indagare la mente, la mentalità, le motivazioni e le idee di quei personaggi che la storia l’hanno forgiata.

Ho fatto qualche tipo di violenza ad Annibale e all’Ammirabile Critonio, cercando d’intessere una personalità attorno all’ossatura nuda dei documenti (pochini) che sono arrivati fino a noi? Ho mancato loro di rispetto, nel cercare di leggerli attraverso i secoli? Se sì, è un crimine che mi ritrova in buona compagnia. Provate a immaginare il genere senza nessun personaggio storico… non resta granché, temo. histnov

E poi, non si tratta soltanto del romanzo storico – anzi. A voler essere cinici, i romanzi storici sono proprio il problema minore, perché se non altro nessuno ci si suiciderà sopra. Ma tutto il resto? Tutti gli altri? Tutti i parenti, genitori, coniugi, amici, insegnanti, colleghi, nemici, conoscenti, contatti occasionali degli scrittori, quelli che sono serviti ad alimentare millenni di narrativa? Perché se è vero che nessuno scrive a prescindere da se stesso, lo è altrettanto che nessuno scrive a prescindere da chi gli sta attorno. Magari non saranno sempre ritratti dal vivo, magari si tende a combinare più persone in un personaggio, ma chi non ha mai, mai, mai basato almeno in buona parte un personaggio su una persona vera alzi la mano – e non si aspetti di essere creduto.

Non ho usato il verbo “alimentare” a caso: la letteratura si nutre di gente, almeno tanto quanto la gente consuma letteratura. E gli scrittori sono, alla fine fine, un genere ragionevolmente incruento di vampiri. Ragionevolmente incruento, ma vorace. E se, in linea generale, non compiono sacrifici umani, è pur vero che talvolta scrivere anestetizza un tantino la coscienza, e poi esistono cose come gli incidenti, le vendette, i danni collaterali e gli effetti preterintenzionali…

Il che mi fa ricordare la polemica della signora inglese che, qualche anno fa, scrisse alla HNR lamentandosi di come una romanziera avesse romanzato i suoi antenati. E mi fa ricordare Charlotte Brontë, maestra nel farsi nemici e offendere amici nella sua ansia creativa. E mi fa ricordare la spiritista tedesca secondo cui i morti fanno il diavolo a quattro per dettare le loro storie ai romanzieri storici. E mi fa ricordare C. che, una volta in cui ci scambiavamo confidenze, si bloccò e mi chiese se la stessi studiando per scriverla…

Perché il fatto è, o Lettori: se non basiamo i nostri personaggio su qualcuno, di chi – di che scriveremo?

 

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Fatti Veri Mai Accaduti

The Armor of Light, di cui parlavamo qualche giorno fa, ha anche una nota dell’autore – in realtà delle autrici – che inizia così:

I fatti raccontati in questo libro sono veri – solo che non sono mai accaduti.

Toby Morison illo for Simon JenkinsIl che va a dimostrare che le note dell’autore andrebbero sempre, ma sempre lette – per non rischiare di perdere gemme come questa, che in una manciata di parole riassume perfettamente la mia idea di fantasy storico.

Perché sì, o Lettori, stiamo ancora rimuginando su storia&narrativa. Vi avevo detto che saremmo andati avanti per un po’, vero?

Allora, ci siamo chiesti di che cosa si vada in cerca aprendo un romanzo storico, ricordate? Ebbene, riformuliamo la domanda – in termini abbastanza simili a quelli usati da V. via mail: di che cosa si va in cerca, invece, aprendo un fantasy storico?

Ebbene, credo che questa volta le risposte siano un nonnulla più complicate a catalogarsi, per cui mi limiterò a dirvi di che cosa vado in cerca io.

1. Ipotesi, giochi, colori diversi. Prendiamo un secolo passato, cambiamo un ingrediente o due, e vediamo che cosa salta fuori. Da un lato, c’è il fatto che molti dei secoli che mi piacciono abbondavano in credenze preternaturali perfette per essere romanzate. Dall’altro, si può prendere qualcosa di completamente diverso e piazzarlo in un secolo passato come se fosse il suo posto naturale. Oppure ancora, si può cambiare qualche premessa, alterare qualche sequenza di eventi, aggiungere o sopprimere qualche svolta fondamentale. O una combinazione qualsiasi delle tre possibilità.

2. Domande. Finito il libro? Molto bene. Adesso immaginiamo come sarebbero potute andare le cose a partire da quel secolo passato a piacere modificato così come l’ha immaginato l’autore. Ipotizzando il Cinquecento di Scott&Barnes, come sarebbero andati i secoli successivi? Come si sarebbe sviluppata la scienza gomito a gomito con la magia? Come si sarebbe mossa la religione tra le due? Come sarebbero andati la Rivoluzione Americana, la conquista dell’Impero e tutto il resto? Come sarebbero le cose oggidì? Domande, appunto.

3. Fatti veri che non sono mai accaduti. Non reali, veri. Plausibili nel quadro modificato dalle premesse dell’autore e coerenti con quel che del quadro originario resta.

E qui arriviamo, credo, al punto fondamentale. A me un certo grado di rigore storico serve anche qui – perché siamo d’accordo, di fantasy si tratta, ma per me l’aspetto chiave rimane quello storico. Quel che cerco è, in definitiva, non un fantasy ambientato in altri secoli, ma un What If che contempli possibilità alternative e/o preternaturali.

Questione di lana caprina? Nemmeno troppo, considerando. È narrativa d’immaginazione, e su questo non si discute – ma nel momento in cui basa le sue ipotesi sulla storia, a me piace che ne tenga conto fino in fondo. Non è che me lo aspetti, ne senta la necessità o nulla del genre: è che mi piace. Ci trovo molto più gusto. Col che non voglio dire che il mio sia un atteggiamento più sensato o più ragionevole di altri – però è il mio. È quel che cerco nell’aprire un fantasy storico. Mi piace che la mia storia immaginaria funzioni come storia vera che non è mai accaduta.

E voi? Leggete il genere? E che cosa cercate?

Dic 18, 2013 - Storia&storie, teatro    2 Comments

The Circle Review – Fantasmi e Marinai

CircleRevIVÈ uscito il numero di Natale di The Circle Review – numero eminentemente narrativo, ma non solo. La sezione saggi e la sezione teatro sono forse meno estese, ma non per questo mancano di chicche, come il delizioso piccolo pezzo di Annarita Faggioni in fatto di aforismi, o il dialogo filosofico di Lucius Etruscus con dotta e godibilissima nota al seguito.

Io ci sono con due pezzi.

Il Fantasma di Passerino è una cosetta molto mantovana dedicata al povero Rinaldo “Passerino” Bonacolsi, Capitano di Mantova prima che i Gonzaga si facessero avanti, estromesso dall’ufficio in una versione trecentesca di coup, e subito passato a miglior vita in una maniera desolatamente stupida: quando vide che la battaglia nella non ancor piazza Sordello buttava male, cercò rifugio nel non ancor Palazzo Ducale – e cercando di entrare a cavallo, si fracassò il capo in un’architrave bassina. Sempre smontare di sella per rientrare… E comunque il fantasma di un uomo del genere è una tentazione narrativa troppo forte, non trovate?

E poi c’è uno stralcio di Acqua Salata e Inchiostro che forse, dopo averne sentito parlare in abbondanza, sarete curiosi di leggere.

Premesso che anche la rivista ha sofferto della recente migrazione a WordPress, potete scaricare il pdf qui.

E buona lettura.

Dic 1, 2013 - musica, Storia&storie    2 Comments

Rupert

Come promesso, ci proviamo – non si sa mai che a Myblog sia spuntata una coscienza nel corso della notte…

Rupert – ma non Rupert von Hentzau. Il Principe Rupert, piuttosto, il nipote di Carlo I d’Inghilterra, Cavalier per eccellenza. Magari una volta o l’altra parleremo di lui, ma intanto ho scoperto che i King Crimson hanno scritto in proposito questa cosa qui:

Per varie ragioni, è tutto vagamente improbabile, ma date un’occhiata. E se il video è sparito come l’altra volta, qui c’è il link.

E intanto immaginatemi che cerco di mettere in pratica un disegno luci del tutto gassoso da qualche parte in quel di Biella, tra la neve e il gelo…

Ci sentiamo lunedì – e buona domenica!

Piccolo Bollettino Verso Sera

E non è meraviglioso come, con un minimo di perseveranza, in quel pozzo di San Patrizio che è il Project Gutenberg si trovino non solo i numerosi volumi di The Principal Navigations, Voyages, Traffiques and Discoveries of the English Nation di Hakluyt – ma li si trovi anche nella versione che recupera la storia della presa di Cadice nel 1596, che in alcune edizioni manca per regia disapprovazione?

L’ho già detto in passato – e non una volta sola – ma adoro il Project Gutenberg.

“E a che serve, o Clarina, la presa di Cadice per i Sonetti?”

Serve. Abbiate fiducia.

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