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Storia e Storie

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Se la storia s’insegnasse sotto forma di storie, nessuno la dimenticherebbe mai.

Questo lo diceva Kipling, e voi sapete che a Kipling io tendo a dare retta. L’idea mi piace molto, e vorrei che fosse così – in un certo senso lo è. Ma fino a che punto?

Vediamo un po’.

Secoli fa – troppi secoli fa perché vada a disseppellire il numero in questione – sulla Historical Novel Review comparve un articolo in cui Susan Higginsbotham (credo) strologava sulla questione posta da un lettore: com’è, chiedeva costui, che nessun numero di romanzi storici e film storici è sufficiente a farmi entrare in testa i fatti? Prendiamo Eleonora d’Aquitania, proseguiva il lettore, una signora e un periodo per cui non ho speciale interesse, ma con cui ho avuto a che fare in diverse occasioni: ho studiato i miei libri di scuola come chiunque altro, ho letto qualche romanzo, ho visto qualche film… non dovrei avere le idee più chiare sulla sua storia?

La risposta era “Non necessariamente”, e per un buon motivo. Sto citando a memoria, ma l’idea generale era che vedere Eleonora alle prese con il suo pessimo marito in The Lion In Winter e con le frenesie crociate/matrimonial/amorose del suo primogenito in The Lute Player non offre molto aiuto nel memorizzare le date della sua vita. Quello che troviamo nel film e nel romanzo non è la storia di Eleonora, ma l’interpretazione della figura di Eleonora di James Goldman e Nora Lofts. Ed è un’interpretazione colorata dalle intenzioni e necessità narrative degli autori, da treni merci di particolari fittizi (la corte natalizia a Chinon e il dilemma parentale di Enrico, Blondel e Anna Apieta…), dall’esigenza di rendere questa gente del tardo dodicesimo secolo comprensibile per il lettore/spettatore odierno.historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storici

Essendo Goldman e Lofts ottimi scrittori, entrambe le Eleonore* in questione sono balzachianamente verosimili, ma nessuna delle due è vera. E in questo non c’è proprio nulla di bizzarro o scandaloso. In un mondo ideale, il mestiere del romanziere storico sarebbe quello di raccontare ciò che non sappiamo più sulla base ed entro i limiti di quel che sappiamo, però in realtà il confine tra ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo può essere molto labile.

Ci sono scuole di pensiero sul grado di rigore documentario e fedeltà alle fonti cui un romanziere dovrebbe sentirsi vincolato, ma nella maggior parte dei casi non è difficile trovare nel tessuto delle fonti qualche smagliatura grande abbastanza da farci passare una parata di elefanti.

Detto ciò, qual è l’impatto delle parate di elefanti sul lettore medio?

historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storiciAvete letto La Piccola Principessa, di Frances H. Burnett? Forse sì e forse no: ai miei tempi era un altro di quei classici per fanciulli – e uno particolarmente grazioso, a mio avviso. Ad ogni modo, c’è questa scena in cui la giovanissima protagonista Sara racconta la storia della Rivoluzione Francese a una compagna di collegio negata per gli studi, e lo fa con flair narrativo, insistendo sulla figura di Mme de Lamballe, confidente e favorita di Maria Antonietta, linciata in strada per non aver voluto giurare fedeltà alla Repubblica. “E misero la sua testa mozzata su una picca e la folla se la passava di mano in mano…” racconta Sara. “Era giovane e bella, e tutte le volte che penso alla Rivoluzione immagino quella testa dai lunghi capelli biondi che ondeggia sopra la folla inferocita.” E, ci dice la signora Burnett, persino l’ottusa Ermengarde non dimenticherà più Mme de Lamballe.historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storici

E tutto ciò è bello e anche istruttivo, perché se da un lato Sara ha regalato a Ermengarde un’impressione più vivida della storia, dall’altro ha falsificato un pochino i fatti: nel 1792 la princesse de Lamballe aveva quarantatré anni – un’età che non molte bambine di dodici anni considerano giovanile… Resta da domandarsi chi sia stato a ringiovanire la principessa per amor di dramma**: Sara stessa, Ms. Burnett o l’autore del libro che si suppone Sara abbia letto? Ma non è del tutto rilevante, e comunque l’episodio rimane significativo.

historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storiciMi è tornato in mente di recente, quando M. mi ha fatto notare che l’Annibale eponimo di Gisbert Haefs è sempre depresso dopo le battaglie. “Quindi, quando il tuo Annibale dice al Re di Siria di essere stato felice dopo la battaglia di Canne, non era vero…” E per qualche motivo fatico a convincere M. che, per quanto ne sappiamo, la mia interpretazione e quella di Haefs si equivalgono. Non è la prima volta che M. e io abbiamo conversazioni del genere, su qualche chiaroscuro psicologico dell’uno o dell’altro personaggio, sui Romani descritti dal punto di vista cartaginese, sulle figure minori fittizie… e non c’è nulla di strano, perché M., come chiunque non abbia passato anni a leggere le fonti, non ha modo di sapere dove finiscono i fatti provati e dove inizia la danza speculativa del romanziere.***

Per cui è saggio concludere che la Storia non s’impara dai romanzi? Mostly not. Non i fatti. Non le date. Né si vede troppo perché dovrebbe essere altrimenti: se volete studiare la Storia, ci sono vagoni di libri scritti per la bisogna. Libri che non sono romanzi.

E però questo non significa affatto che Kipling abbia torto, sapete? Perché dopo che avete studiato, c’è qualcosa d’altro che potete cercare.

Nel suo The Time Traveller’s Guide to Elizabethan England, Ian Mortimer fa notare che una delle difficoltà principali nell’interpretare la mentalità dei secoli passati è che noi diamo per scontati conclusioni e sviluppi di eventi che, all’epoca, erano ancora in fieri, fluidi, spesso incomprensibili, spesso terrificanti. Quando pensiamo all’Armada di Filippo II ridotta a una collezione di relitti fumanti nella Manica, fatichiamo a immaginare il genuino terrore degl’Inglesi che per mesi avevano temuto l’invasione spagnola, o a capire la paranoia anticattolica, la caccia ai missionari gesuiti, il senso d’isolamento dell’Isoletta governata da un monarca femmina e di (forse) dubbia legittimità… 

Vero, vero, vero. Armada

Ed ecco dove entrano in scena i romanzi. Perché il romanzo, attraverso gli occhi, le paure, le impressioni e le reazioni dei personaggi, è in grado di restituire al lettore il sobbalzo collettivo dell’Inghilterra all’accendersi dei beacons lungo la costa, la furia collettiva dei Francesi che tirano pietre alla principessa di Lamballe, la frustrazione di Eleonora costretta dissimulare il suo acume tanto superiore a quello di tutti gli uomini che la circondano, l’impazienza di Annibale mentre i suoi alleati italici nicchiano…

E con questo non voglio minimamente condonare errori e (dininguardi!) anacronismi, ma sono disposta ad ammettere che, alla fin fine, l’età della principessa di Lamballe può anche essere un particolare secondario, se siamo capaci di mostrare la Storia in movimento, con la sua complessità, la sua imprevedibilità e iridescenza. Se riusciamo a dare, anche solo per qualche pagina, l’impressione di qualcosa che sta succedendo. Se arriviamo a trasmettere un senso di realtà e vividezza da accompagnare alle date e ai fatti. E allora, per un po’, siamo tutti Sara Crewe – e, guarda un po’, dopo tutto Kipling aveva ragione.

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* E quella di Goldman ha il vantaggio aggiuntivo di essere interpretata da Katherine Hepburn – need I say more?

** E questo mi fa venire in mente l’irresistibile The Talisman Ring, di Georgette Heyer, in cui la giovane émigrée Eustacie passa un sacco di tempo a a romanticizzare il suo scampato pericolo, commuovendosi all’ipotetica immagine di se stessa sulla via della ghigliottina: una giovane fanciulla vestita di bianco, sola nell’orribile carretta… “A parte il fatto che le carrette di solito sono affollate, credo che mi dispiacerebbe altrettanto per qualunque condannato, quali che fossero il suo sesso, la sua età e il colore del suo abbigliamento,” replica il suo unromantic cugino (e riluttante fidanzato) inglese. Mi diverte l’idea che Sara sia della stessa scuola di Eustacie…

*** Yes well, potrei considerare l’ipotesi di offendermi un nonnulla perché M. sembra disposto a dare retta a qualsiasi altro romanziere prima che a me, ma fingiamo di nulla…

 

L’Uomo del Globe

Globe WanamakerSam Wanamaker era un attore americano trentenne quando nel 1949 sbarcò a Londra e, per primissima cosa, chiese al tassista di portarlo “al posto di lavoro di Shakespeare.”

“Io a Stratford-upon-Avon non ce la porto,” gli rispose il cabbie, e Sam, convinto di avere trovato il tassista più tetragono delle isole britanniche, fece un sorrisetto e spiegò che intendeva il posto di lavoro di Shakespeare a Londra.

“Shakespeare, ha presente? Il poeta e drammaturgo.”

Il cabbie alzò le spalle. Chi diamine si credeva di essere, questo transatlantico del cavolo? ” E io che ho detto? William Shakespeare, 1564-1616. Stratford-upon-Avon.”

Sam cominciava a sentire un vago sconforto, ma si fece portare a Bankside, giusto sull’altra riva del Tamigi, dove, secondo lui, dovevano esserci quanto meno le rovine del Globe Theatre…

Il tassista fece quel che gli si chiedeva: chi era lui per rifiutare denaro dagli Americani squadrellati? Era il Quarantanove, e l’Inghilterra faticava assai a riprendersi dopo la guerra… se il piccolo coloniale voleva pagare per essere portato a vedere un bel niente, erano fatti suoi, giusto?

E così Sam arrivò a Bankside e scoprì, sconcertatissimo, che il cabbie aveva ragione: non c’era… niente. Oddìo, c’era una placca commemorativa sulla parete di una birreria: In questo luogo sorgeva… eccetera eccetera. E basta. Nient’altro. Della culla del teatro inglese non restava nulla.

Sam, pieno di sacro fuoco artistico, non capiva come ciò potesse essere – ma vedeva un soluzione: perché non ricostruire un Globe al posto giusto? E in uno di quei momenti che cambiano la vita, sposò quello che sarebbe diventato il suo Sogno con la S maiuscola: un nuovo Globe. Globe_Theatre_mid

Ma il nostro transbardolatra non aveva fatto i conti con due problemi: da un lato, l’Inghilterra era, come dicevamo, stremata dalla guerra, e dall’altro… Be’, immaginatevi il mondo accademico inglese davanti a un attore americano ansioso di prendere in mano delicate questioni shakespeariane e ricostruire un teatro elisabettiano distrutto da secoli, e portarci dentro pubblico e turisti… Heavens above – giammai! E il povero Sam se ne tornò in America sospinto dal fragore delle loro esclamazioni inorridite.

Ma non per questo rinunciò. Anzi, fece qualcosa di geniale: cercò alleati tra le file nemiche, per così dire, cominciando a corrispondere con singoli accademici su entrambe le sponde dell’Atlantico, raccogliendo le più accreditate opinioni su come dovesse/potesse essere stato un teatro elisabettiano… Perché il fatto era, vedete, che allora come adesso nessuno lo sa con certezza. Abbiamo qualche descrizione, una certa quantità di evidenza archeologica da altri posti, lo schizzo di un turista svizzero, e un contratto per la costruzione di un altro teatro che riporta con dettagliata precisione alcuni particolari da copiarsi dal Globe – ed è tutto. Ma ciò non impediva agli studiosi di intrecciare teorie su teorie, e ogni sorta di ragionevoli ipotesi…

Sam era un visionario e un uomo perseverante. A dispetto di un sacco di oppositori che temevano una specie di Disneyland pseudoelisabettiana nel cuore di Londra, e con qualche appoggio dalla famiglia reale, nel 1970 fondò lo Shakespeare Globe Trust, e cominciò a raccogliere fondi in tutto il mondo. Perché il fatto è che l’interesse per il progetto era enorme, e si cominciava a vedere che l’Americano faceva le cose molto, ma molto seriamente.

globe-todayNon che i problemi fossero finiti: non era possibile costruire là dove erano sorti i due successivi Globes originali (costruiti rispettivamente nel 1599 e nel 1614), e il progetto che andava emergendo era spaventosamente incompatibile con le moderne norme antincendio… Sam e i suoi scesero a ragionevoli compromessi: si spostarono nel punto utile più vicino, incorporarono modifiche antincendio, fecero qualche concessione all’idea generale di come dovesse apparire un teatro elisabettiano… E in premio ebbero un colpo di fortuna: nei tardi anni Ottanta gli archeologi trovarono, a poca distanza, le fondamenta di quello che era stato il teatro rivale: il Rose di Philip Henslowe… Henslowe aveva detestato con qualche energia i Burbage, forza motrice del Globe, e teatri e rispettive compagnie si erano fatti guerra per anni: decidete voi se sia una beffa o una poetica riconciliazione il modo in cui il ritrovamento del Rose servì a consolidare e definire il progetto del Globe risorto, i cui lavori di costruzione cominciarono nel 1991.

E alla fine la perseveranza, l’entusiasmo e l’intelligenza di Sam Wanamaker vinsero la partita – anche se lui non visse abbastanza a lungo per vederlo: quattro anni dopo la sua morte, lo Shakespeare’s Globe Theatre ha aperto i battenti nel 1997, ed è una meraviglia – a vedersi e per le meravigliose stagioni teatrali e musicali che vi si tengono. Per l’opera educativa che vi si svolge. Per la sensazione di viaggio nel tempo che offre…GlobeWan

Dall’anno scorso è affiancato da un altro, piccolo teatro al chiuso: la ricostruzione – ipotetica ma molto ragionevole – di un teatro giacobita indoor. Ed è solo giusto – non trovate? – che quest’altra meraviglia, dove si recita rigorosamente a lume di candela, porti il nome del sognatore che ha dato inizio a tutta l’avventura: the Sam Wanamaker Playhouse.

 

A Rendere Tutto Facile

History“Ah, be’, tu appartieni a un’altra generazione. Per quelli della mia età non c’è stata Internet, a rendere tutto facile…” mi disse una volta un autore americano con cui avevo avuto da dissentire in fatto di… be’, diciamo in fatto di elisabettianerie.

Nel caso specifico, non ero straordinariamente incline a commuovermi, perché le elisabettianerie in questione sono di pubblico dominio e disponibili su carta da molti decenni, e non si può interessarsi all’argomento e ignorarle – men che meno scrivere un play in proposito vantando ricerca originale e poi trascurare documenti che sono riprodotti per intero in ogni biografia degna del nome.* A parte questo, però, capisco perché il signore over the Pond dicesse così: non c’è quasi limite a quel che il romanziere storico d’oggidì può trovare in rete – soprattutto, va detto, se scrive di storia inglese o americana,  ma non solo.

Checché ne dicesse il mio interlocutore transoceanico, ho l’età per avere costatato la differenza di persona. Una ventina d’anni fa, quando ho deciso che avrei scritto romanzi storici, Internet era già in circolazione – solo che io non ne avevo idea. Così un’estate sono partita per la Francia** e ho gironzolato per Bretagna, Poitou e Vandea per una dozzina di giorni – di campo di battaglia in magione di campagna, di cittadina in museetto, di castellotto in libreria – e me ne sono tornata a casa con un enorme zaino pieno di libri che in Italia non avrei mai trovato. Piacevole viaggio, non lo nego , ma il guaio è che non sempre all’inizio sappiamo tutto quel che ci servirà come documentazione. Non so dire quante volte mi siano mancati particolari, informazioni e conferme – ma che potevo fare? Tornarmene in Francia ogni volta?

Adesso… well. Voglio un’enorme e navigabile mappa della Londra elisabettiana? Un elenco delle stazioni di posta e dei giorni di partenza dei trasportatori via terra e via fiume? le date di una serie di transazioni commerciali registrate a metà Cinquecento?  Tappe, mezzi e tempi di un precipitoso viaggio dalla campagna polacca a Marsiglia alla fine dell’Ottocento?*** Ebbene, posso mettermi a caccia dal mio studio e, la maggior parte delle volte, trovare quel che cerco. E questo è ancora più meraviglioso quando si abita in un paesino sperduto tra le verdi campagne e i fiumi sinuosi… Internet

Il che non significa che sia facile. Il fatto che lo sia molto di più che viaggiare in treno una notte e mezza giornata e scapicollarsi su e giù per l’Ovest della Francia, non significa che basti digitare qualche paroletta nella casella di ricerca e fermarsi al primo risultato. Magari sembra ovvio, tanto che non perderei tempo a farlo notare se non fosse per una serie di esperienze men che felici con alcuni presunti nativi digitali. È dura convincerli che le gioie di Internet applicate agli studi non si riducono al copia&incolla da Wikipedia e all’inqualificabile Yahoo Answers. Forse sono capitata male, ma perché deve essere così impervio convincerli a confrontare sempre più di una fonte? A leggere le dannate didascalie prima di scegliere la prima immagine che capita? A valutare l’attendibilità di quel che trovano? A cercare i documenti originali, oltre alle fonti secondarie? A sfruttare almeno un po’ le infinite possibilità invece di sedersi su quella in cima alla pagina – spesso senza nemmeno leggerla?

Perché in realtà è proprio questo il punto, o Implumi Digitali e Drammaturgo Transoceanico: Internet non ha reso tutto più facile. Niente affatto. Più comodo, questo sì – ma solo nel senso che ha reso infinitamente più comodo accedere a una quantità infinitamente maggiore di informazioni. Informazioni da ricercare, confrontare, analizzare, scartare se è il caso…

Tutt’altro che facile – non vi pare?

 

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* No, non sono di quelle persone che si divertono a contattare gli autori per far notare uno svarione a pagina 15… Vi assicuro che aveva cominciato lui.

** Allora andava così…

*** Chiaramente questo non ha nulla a che fare con il progetto in corso – ma è capitato.

Ri-Serendipità

Little Moreton windowSerendipità storica, ricordate? Ne avevamo parlato qui, e qui, e altrove – perché non c’è niente da fare: ogni tanto capita.

E cominciamo con la definizione che io credevo di ricordare farina del sacco di Diana Gabaldon*, ma sono andata a ripescare la pagina in questione** e ho scoperto che DG l’attribuisce a un romanziere/a storico/a di sua conoscenza:

[La condizione per cui] quando si arriva al punto in cui diventa necessario… (gasp!) inventare qualcosa, le scelte narrative non solo sono storicamente plausibili, ma molto spesso si rivelano a posteriori per nient’altro che l’onesta verità.

Ecco, non so se a me capiti davvero molto spesso, ma indubbiamente capita. E vi ho anche già raccontato ripetutamente di che genere di enorme soddisfazione sia, per cui non lo farò di nuovo – o forse solo un pochino, per mettervi a parte del vago senso di vertigine. Più che vago, a dire il vero, perché viene con l’impressione di avere aperto una finestra su un altro secolo, e di avere visto qualcosa – qualcosa.

Ma non importa – o meglio, importa solamente perché è successo di nuovo.

In piccolo, se volete: in una scena del primo capitolo avevo mandato il celebre buffone Dick Tarlton ad assistere alle prove della Actorscompagnia del mio protagonista – e sghignazzarne – in un’altra locanda. Considerando quanto fosse competitivo e piccolo al tempo stesso l’ambiente teatrale elisabettiano, non era un enorme sforzo di immaginazione – ma nondimento è stato soddisfacente ritrovare in un documento dell’epoca la descrizione di una scena molto simile, una visita teatral-concorrenziale di Tarlton ad altri teatranti, proprio nella locanda in cui l’ho piazzata…

Finestra aperta. Qualcosa – qualcosa.

In realtà, lo ripeto, non era un salto logico particolarmente improbabile, e altrettanto in realtà, le cose sono cambiate da quando ho scritto la scena, ed è possibile che debba spostare la “mia” compagnia – e di conseguenza la scena – altrove. Ma non cambia molto le cose: Dick Tarlton faceva queste cose, e non c’è proprio nessun bisogno di considerarla un’occasione isolata e irripetibile.

E dunque credo di poterlo considerare un ulteriore piccolo attacco di serendipità storica. Se vuol succedere ancora, non ho obiezioni di sorta.

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* Sì, Diana Gabaldon. Ho letto La Straniera secoli orsono, quando è uscito in Italia per la prima volta. Molti e molti anni prima che se ne traesse una miniserie.

** La deliziosa introduzione al brillante A Plague of Angels, un volume dei Carey Mysteries di P.F. Chisholm – su cui non mi dilungo entusiasticamente, perché l’ho già fatto un sacco di volte.

 

 

Feb 13, 2015 - Storia&storie, teatro    No Comments

La Tragedia Scozzese

MacbethScottishPlayAvete presente la Tragedia Scozzese?

Quella cosa shakespeariana che si rappresenta – facendo i debiti scongiuri – ma non si nomina mai? Mai sul palco – all’infuori di quel che richiede il copione durante prove o spettacolo. Mai, mai, mai dietro le quinte. Ma in platea o in tutto il teatro – almeno non quando attori, regista e tecnici possono sentire.

E tutto perché, a seconda della versione, Shakespeare avrebbe inserito nel testo dei veri incantesimi stregoneschi*, oppure il trovarobe, in mancanza di un calderone adatto, ne avrebbe sottratto uno a delle streghe vere. In either case, per niente divertite, le streghe avrebbero maledetto la tragedia… quando si dice una pessima recensione!  E doveva essere anche una maledizione a effetto rapido, perché narrasi che Hal Berridge, primo interprete di Lady M. nel 1606**, sia morto durante la prima rappresentazione.

Dopodiché bisogna dire che la storia del teatro shakespeariano sia piena di pronunciatori sconsiderati e di increduli puniti, perché alla tragedia scozzese è associato  tutto un catalogo di disastri, a partire dalla rappresentazione datata 1672, ad Amsterdam, in cui il protagonista avrebbe accoltellato il Buon Re Duncan per davvero. O della spaventosa tempesta che infuriò per tutta la durata di una rappresentazione nel 1703. E che dire dei venti morti nei disordini che scoppiarono a New York tra i fan dell’inglesissimo Macready e dell’indigeno Forrest – che recitavano lo stesso ruolo in due teatri diversi? A Laurence Olivier andò abbastanza bene, e il peso di piombo che precipitò dall’impianto luci dell’Old Vic lo mancò di un soffio – ma il Re Duncan e due streghe su tre di una produzione bellica diretta da John Gielgud morirono durante il Blitz. Dopodiché la maledizione si considerò sazia di vite umane, si vede, perché a Charlton Heston non capitò nulla di peggio di una calzamaglia andata a fuoco – con lui dentro – e Sean Connery se la cavò con un’influenza micidiale…

macbeth1Pittoresco. Un filo macabro, se vogliamo, ma pittoresco.

È quasi un peccato che non sia vero nulla…

Nessun ragazzino di nome Hal Berridge risulta nella compagnia di Shakespeare – né in nessun’altra compagnia contemporanea, e la storia non risulta in nessuna fonte dell’epoca. A volte è attribuita a John Aubrey – e in questo caso sappiamo quanto la si possa prendere sul serio. Oserei dire che, se fosse successa una cosa del genere, se ne troverebbe traccia nell’opera di qualche polemista puritano teatrofobo… Per quanto riguarda l’assassinio in scena del 1672, in realtà non c’è nessun M. documentato ad Amsterdam per quell’anno. Ce ne fu una a Londra, una specie di… er, versione musicale con tanto di streghe volanti, in perfetto gusto Restoration. Quindi, magari, rimaneggiamento per rimaneggiamento, è anche possibile che il regicidio avvenisse in scena. E tuttavia, fra gli altri spettatori, c’era anche il pettegolissimo diarista Samuel Pepys: vogliamo pensare che, se un attore avesse usato un pugnale vero per far fuori un rivale in amore nel più pubblico dei modi, Pepys non ce l’avrebbe raccontato? La tempesta del 1703… be’, che dire? La Tragedia Scozzese va in scena da quattro secoli abbondanti: semmai, c’è da stupirsi che abbia incrociato una tempesta sola. I sanguinosi disordini a New York ci furono veramente, ma qualcosa di analogo era successo, per esempio, a Londra a metà Settecento, quando Garrick e Barry si sfidarono a colpi di Re Lear – e a nessuno salta in mente di dire per questo che il Re Lear porti sfortuna. E in quante produzioni cade qualcosa dall’altro, con o senza conseguenze letali? E quanta gente è morta nel Blitz? O prende l’influenza durante uno spettacolo? E la calzamaglia di Heston non prese fuoco per davvero: è solo che per qualche motivo finì impregnata di kerosene, e il kerosene… yes, well.

Macbeth_1884_Wikipedia_cropE quindi signori della giuria, credo che la Tragedia Scozzese si possa senz’altro assolvere da ogni accusa di iettatura – e anzi, che si possa ascrivere la nomea in questione a una combinazione di amore del pittoresco, malignità e al carattere naturale della gente di teatro, cui non pare sano raccontare una storia senza abbellirla almeno un pochino.

Il che non impedisce che in molti teatri, soprattutto nel mondo anglosassone, sia proibitissimo pronunciare il nome che comincia per M., o citare le battute della tragedia in questione al di fuori delle prove e dello spettacolo. I trasgressori vengono spediti fuori dal teatro a pronunciare scongiuri shakespeariani, girare su se stessi, correre attorno all’isolato o a compiere altri esorcismi – credo che ogni teatro abbia il proprio – per poi bussare per essere riammessi.

E sì, è irragionevole e più che un tantino buffo – ma siamo franchi: il teatro non è come il mondo di fuori. Il teatro funziona secondo regole tutte sue, e ci son più cose in scena e dietro le quinte, Horatio , di quante ne sogni la vostra filosofia. Per cui, a parte tutto il resto, perché sfidare sorte, tradizioni e storie?

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* Suona familiare?

** Forse. In realtà, la datazione di gran parte del teatro elisabettiano è a mezza strada fra il sudoku e uno sport violento…

 

L’Organo Del Sultano

DallamVi ho detto del libro che ho ricevuto per Natale, giusto? Il diario di Thomas Dallam, l’organaro che Elisabetta I spedì al Sultano Mehmet III con un singolarissimo regalo?

In realtà il regalo era stato pagato da alcune corporazioni londinesi, che speravano in concessioni commerciali di varia natura. Elisabetta era abilissima nel far pagare qualcun altro… Ma never mind. Il regalo era questo elaboratissimo organo automatico, un arnese delicato e ingombrante, che non poteva viaggiare se non smontato – e ci voleva qualcuno che lo sapesse rimontare una volta a destinazione. E chi meglio degli ideatori e costruttori?

Così fu che il ventiquattrenne Dallam partì per il viaggio della sua vita, e incontrò il sultano così da vicino come era capitato a pochissimi occidentali. Durante il viaggio e il soggiorno a Costantinopoli, Dallam tenne un diario che è una delizia a leggersi. Il giovanotto era intelligente, curioso, avventuroso, con un’ottima opinione di sé e un gusto evidente per il buon vino e le belle donne. Tutto lo interessava e ben poco lo scomponeva. Sapeva il suo mestiere ed era anche (come molti elisabettiani, del resto) un buon musicista. Si guadagnò l’interesse del sultano – fin troppo. Mehmet si mostrò molto riluttante a lasciar ripartire l’uomo dell’organo, e a un certo punto parve disposto a trattenerlo con la forza… e allora Dallam perse la testa, e fece una scenata all’ambasciatore inglese, accusandolo di volerlo vendere ai miscredenti…

Poi tutto si sistemò, e Dallam se ne tornò felicemente in Inghilterra, senz’altro rimpianto che quello di non avere potuto visitare Venezia – e fece carriera, costruendo organi per re Giacomo, per il King’s College di Cambridge, e per un sacco di altri committenti importanti.

La cosa triste è che nessuno dei suoi organi soppravvisse. In Inghilterra finirono tutti sotto le asce dei Puritani. A DallamOrganCostantinopoli, il successore di Mehmet si rivelò molto più pio, molto meno amante della musica, molto meno portato per i giocattoli occidentali: siccome l’organo suonava da solo ed era decorato da diverse figure umane capaci di movimento, doveva chiaramente essere opera del demonio. Il nuovo sultano, dicono le cronache, distrusse tutto quanto di persona. Con un’ascia da guerra.

È un peccato – ed è un’ironia. Di certo, se mai pensava ai posteri, Thomas Dallam pensava di lasciare loro i suoi strumenti, perché costruire organi era il suo mestiere, la sua arte, e sappiamo che ne andava estremamente orgoglioso. E invece il suo lavoro è andato perduto a causa dell’intolleranza e della chiusura mentale. In compenso, il nome di Dallam sopravvive grazie a quel che ci ha lasciato scritto, alla vivacità e all’immediatezza delle sue osservazioni, alla sua curiosità, al suo gusto per quel che c’era da vedere e da capire in questi posti così diversi dall’Inghilterra. Alla sua poetica maniera, è una parabola confortante  –  non trovate? Poco importano le asce: alla fin fine, attraverso i secoli e per vie inaspettate, intelligenza, curiosità e apertura hanno la  meglio sulla stupidità e sull’ottusità.

Curato, annotato e reso in Inglese moderno da John Mole, The Sultan’s Organ si trova su Amazon.

 

Gen 4, 2015 - cinema, Storia&storie    2 Comments

Visto Da Ankara

FetihEbbene, guardate un po’: salta fuori che c’è un film sulla caduta di Costantinopoli. Un film turco. Pare che sia piaciuto moltissimo a Erdohan – e non ce ne stupiamo poi troppo. Fetih 1453 è un film in cui i prodi e pii Ottomani attaccano una Kostantiniya potentissima e decadente, più che altro in vendetta per la crudeltà gratuita dei Cristiani in generale – guidati da un Costantino XI debosciato e perso tra sete di sangue e deliri di onnipotenza… Mentre Mehmet è un conquistatore visionario (ciò che era) e, una volta di più, estremamente pio (sul che si può… discutere).

Più una storia d’amore standard – o forse due.

Se vi par di ricordare una faccenda di colossali eserciti che stringono come una noce un pugno di rovine grandiose e semideserte, difeso a oltranza da una manciata di gente testarda… Be’, si direbbe che,vista da Ankara, la faccenda abbia colori un nonnulla diversi.

Che bisogna dire? L’iridescenza della storia and all that – ma quantomenoquantomenoquantomeno, di sicuro nel 1453 Costantinopoli non era come la dipinge il film. Dal che si può partire per tutte le considerazioni che volete in fatto di rigore storico. Per il resto, sono certa che la storia è epicissima anche così – solo che è… un’altra storia.

Buona domenica.

Bulgaritudini – Ovverosia, Il Ritorno Dell’Ammiraglio Fantasma

Z1683TurkVi ricordate di Sulejman Balta Oghlu, l’ammiraglio ottomano che sembrava non esserci, ma forse invece dopo tutto c’è?

Quindicesimo secolo, assedio di Costantinopoli, comandante della flotta ottomana, finito nei guai più per cattiva sorte che per colpa sua – e nessuno aveva l’aria di saperne un bottone, con l’eccezione di qualche fonte per lo più occidentale.

Ebbene, le mie ricerche in proposito avevano condotto a… pochino. Dopo avere dato il tormento a docenti universitari, giornalisti, storici militari, storici e basta, mezzo corpo diplomatico e consolare turco e autorità museali, ero riuscita ad avere – da qualcuno del Museo della Marina di Istanbul, anonima e gentilissima creatura che ancora ricordo con gratitudine e affetto – un riferimento…

La faccenda sembrava promettente – ma poi si rivelò essere un articolo scritto in Bulgaro.

Da un autore bulgaro.

Su una rivista storica bulgara.

Il che ha senso, considerando che Sulejman Bey sembra essere stato di origine bulgara – ma è di scarso aiuto per me, che non solo non so il Bulgaro, ma non conosco nessuno che lo conosca.

O almeno, non conoscevo nessuno, perché adesso forse – forse – ci siamo.

Salta fuori che M., Dio la benedica, ha un’amica bulgara. Una signora in grado di assistermi non solo nella lettura dell’articolo in questione, ma anche nel recupero dell’articolo stesso.

E quindi adesso bisognerà vedere, ma la caccia riprende. E so che, dopo la faccenda del Museo Navale, avevo scritto di potermi considerare soddisfatta, di avere un’idea abbastanza chiara di quel che c’era o non c’era da sapere, di poter fare con quello che avevo scoperto… Tutto molto ragionevole – ma nondimeno, quando M. mi ha fatto balenare davanti la possibilità, non è stato niente di meno di un regalo di Natale. E sì, probabilmente per il romanzo* potrei benissimo fare con quel che so, ma che devo dire? È più forte di me.

L’indovinello, la caccia al tesoro, il piccolo mistero… Se c’è anche soltanto l’ombra di un modo, devo, devo e devo saperlo.

Staremo a vedere. Forse è la volta buona. Forse è solo un altro episodio dell’avventura… Vi farò sapere.

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* No, non quello che, se piace agli dei della narrativa, conto di inziare con l’anno nuovo. Un altro. I know, I know…

 

Dic 3, 2014 - cinema, Storia&storie    3 Comments

Specchi Son Di Fedeltà…

Film e accuratezza storica? E basta, non se ne può più! Un film non è un documentario. Un film racconta storie, non la Storia. Un film ha esigenze narrative, si prende licenze – ed è giusto che sia così…

TWDE sì, scommetto che questa conversazione l’avete avuta, qualche volta… E non voglio sapere da che parte della barricata eravate. Magari siete stati, occasionalmente, da un lato e dall’altro. Io sono stata da un lato e dall’altro – perché sì, perché le esigenze narrative, le storie, le licenze e compagnia cantante.

E per quanto anacronismi*, svarioni e deviazioni prive di necessità narrativa mi diano l’orticaria, non mi rimetterei a discuterne ogni tanto, se non fosse che, regolarmente, l’uno o l’altro attore o regista sente l’impellenza di pontificare sull’accuratezza storica del suo lavoro.

L’ultimo in ordine di tempo è Russel Crowe, nella duplice veste di protagonista e regista di The Water Diviner. Ora, Gladiatore a parte, a me Russel Crowe piace davvero, e Master & Commander e A Beautiful Mind sono tra i miei film preferiti – però avrei preferito davvero che non si atteggiasse a storico revisionista, pontificando su come fosse ora di smontare la “mitologia celebrativa” che circonda la battaglia di Gallipoli, e per fortuna che finalmente è arrivato lui a farlo…

Io TWD non l’ho visto, ma a giudicare dal vespaio di reazioni dal sardonico all’indignato (associazioni di veterani australiani e neozelandesi, stampa britannica, storici di ogni dove, e persino la Historical Novel Society…), forse Crowe avrebbe potuto esercitare qualche cautela in più. Apparentemente il film, nella sua ansia revisionista e pacifista, dipinge Gallipoli come un attacco ingiustificato ai danni dell’innocente e pacifico Impero Ottomano.

Er… no. Non proprio.

Ma d’altra parte, non c’è molto di nuovo sotto il sole. Vogliamo parlare, che so, dell’Edoardo I che, in Braveheart, defenestra Piers Gaveston di persona e nel più letterale dei modi? D’altra parte, nel campo avverso, gli Scozzesi indossano il kilt alla fine del XIII Secolo, per cui…  Tutto Braveheart è un ininterrotto carosello di errori e anacronismi – così come The Patriot, e tutta la filmografia storica di Gibson, che pure ogni tanto trova il coraggio di vantare questo o quello scampolo di accuratezza… TWDTIG

Ma mai come Benedict Cumberbatch. E questo mi secca di più perché, a differenza di Gibson, anche Cumberbatch mi piace molto. E di nuovo, vorrei che non avesse speso tanta energia nel decantare l’aderenza ai fatti di The Imitation Game, il film in cui interpreta il matematico Alan Turing. Perché poi in realtà TIG è tutto fuorché accurato… A un certo punto, per dirne una, Turing rinuncia a denunciare il traditore che minaccia di denunciarlo come omosessuale… Un traditore che, badate bene, in realtà Turing non incontrò mai. E quali che fossero le esigenze narrative qui, non sarebbe stato meglio evitare di presentare il film come un accurato tentativo di riabilitare la memoria del povero Turing?

Oppure Le Crociate, in cui Ridley Scott e compagnia stravolsero tutto lo stravolgibile per amore del Messaggio – e il messaggio era, indovinate un po’, pacifista e revisionista. Revisionista nella consueta maniera holliwoodiana che consiste nel rimodellare il passato sulle aspettative e sensibilità del XXI Secolo… Salvo invocare poi contemporaneamente la licenza narrativa e l’aderenza alle fonti.**

E vogliamo dire che tal dei tempi è il costume? Che Hollywood è popolata di Bambinaie Francesi ossessionate dal politically correct? Che, e torniamo là da dove eravamo partiti, la sceneggiatura di un film ha esigenze e licenze…? Tutto vero, ma allora perché diamine non ammetterlo? Perché affannarsi invece a issare la bandiera della fedeltà storica?*** Perché sbilanciarsi in dichiarazioni intellettualmente disoneste e didatticamente dannose?

È vero, sono affermazioni che lo storico medio può smontare prima di subito e coprire di ridicolo – ma siamo sinceri: chi ha più peso agli occhi dello spettatore comune? Russel Crowe, Mel Gibson, Benedict Cumberbatch, Ridley Scott o uno storico – non importa quanto blasonato? Chi si curerà davvero delle critiche e delle smentite? Quale saggio**** avrà mai la diffusione, l’impatto e l’appeal che ha un film?

Ed ecco che l’Impero Ottomano vittima innocente, Gaveston defenestrato, Turing favoreggiatore e il pacifico Saladino entrano nella percezione collettiva. Ecco che si vaccina lo spettatore medio contro qualsiasi senso di prospettiva storica. Ecco che si creano delle mitologie – ironicamente proprio quello contro cui si scaglia Crowe…

E tutto perché questi signori, anziché spiegare che loro raccontano storie, si affannano con tanto zelo a voler (ri)scrivere la Storia.

 

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* In cima a tutti gli anacronismi psicologici. Non fatemi nemmeno cominciare in fatto di anacronismi psicologici, perché sennò non ne usciamo più. Uh. L’ho detto. Adesso mi sento meglio.

** Lo sceneggiatore William Monahan. Nel corso della stessa intervista. Nel giro di un paio di minuti. Evviva.

*** A me verrebbe anche da chiedermi: perché non raccontare piuttosto una storia fittizia, popolata di gente fittizia e costruita attorno al dannatissimo Messaggio? Ma me lo chiedo qui sotto, in nota e a bassa voce, sennò mi si dice che sono irragionevole nel mio rigore…

**** O, se è per questo e con rare eccezioni, quale romanzo storico? Il che, a mio timido avviso, rende il film inaccurato sesquipedalmente più dannoso del romanzo storico inaccurato.

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