Browsing "teatro"
Mar 7, 2012 - grillopensante, teatro    4 Comments

Cri De Coeur

Aninha torna in scena domani sera al Teatro Monicelli di Ostiglia, in una versione completamente rinnovata, con la bravissima Giulia Bottura nel ruolo eponimo e tutta la banda di Hic Sunt Histriones.

Le prove sono state (stanno essendo, in verità) rough going, tra il burrascoso e il pittoresco.

In parte è colpa mia, mi si dice, perché ho insistito per cambiare parte delle musiche di scena fino all’ultimo momento – e soprattutto, mi si dice, perché dopo una sessione di prove più cruenta della media, me ne sono uscita con questo inqualificabile cri de coeur (che riporteremo in forma di discorso diretto perché possiate apprezzarne appieno il devastante impatto):

“Certo che Anita e Garibaldi mi sono proprio antipatici…”

Ecco. E l’ho detto perché è proprio vero. Mi sono antipatici entrambi, anche se ammetto che forse avrei potuto aspettare un momento più tranquillo per farlo. Ma tant’è, ho dei nervi anch’io, e l’ho detto. La cosa ha prodotto un istante di silenzio denso da galleggiarci, e dieci paia d’occhi spalancati a dimensione piattino da tè.

“Ma… ma se ci hai scritto su!” ha boccheggiato qualcuno.

E io, ancora più imperdonabilmente ho detto che in principio fu la commissione…

Ecco, a quanto pare, questo è il genere di cose che non si dovrebbe dire. Ai lettori, a quanto pare, piace immaginare che ogni parola che si scrive sia frutto di appassionato trasporto nei confronti dell’argomento – nonché di profonda adesione morale ed emotiva. E guai a dire che non è così.

“Non devi dire queste cose,” mi rimbrotta R. che sospetto capisca bene un certo genere di lettore. “A parte il fatto che ti considerano falsa e mercenaria, non a tutti piace vedere i giocattoli smontati.”

E posso ammettere che non a tutti piaccia vedere i giocattoli smontati. È vero, e prometto di avere maggior considerazione per questa legittimissima esigenza in futuro.

Quanto all’apparire falsa e mercenaria, però, parliamone. Lo scrittore non è colui che s’innamora del soggetto X e ci versa quantità industriali d’inchiostro (con maggiore o minore competenza). Lo scrittore è colui che scrive. Che esplora per iscritto. Che esplora  sé stesso, il mondo, la condizione umana, la storia, whatever. Il processo di esplorazione è importante quanto e più del soggetto. Il fatto di esplorare fatti che non apprezza o idee che non condivide, non lo rende falso: lo rende capace di astrarre e di ricreare qualcosa d’altro da se stesso. Di concedere altri punti di vista. Di comprenderne e rappresentarne meglio che può le ragioni. Magari di cambiare idea in proposito – oppure no, ma intanto ha indagato idee diverse e le ha esposte all’indagine altrui*.

Il fatto di fare tutto ciò su commissione è una prostituzione della propria arte? Nonsense. Si parvissima licet, vogliamo discutere di quanti Caravaggio sono stati dipinti su commissione e quanti per puro capriccio d’ispirazione? La commissione non sminuisce l’artista o l’opera. La commissione propone all’artista un soggetto su cui esercitare le sue capacità di tecnica e d’ispirazione. Se poi si tratta di un soggetto cui l’artista non si sarebbe accostato di suo, tanto meglio: la commissione paga le bollette e allarga gli orizzonti.

Non mi sento né particolarmente falsa né molto mercenaria per aver scritto Aninha. Non più falsa di quanto sia nello scrivere qualsiasi cosa che non sia un’autocertificazione.

Il mio mestiere non è mostrare adesione sentimentale a quel che scrivo – ma raccontare storie in maniera interessante e intellettualmente onesta. E visto che ho cercato di descrivere Aninha come ho immaginato che percepisse se stessa, lasciate che mi senta a posto con la mia coscienza in questo specifico caso.

Dopodiché, faccio buoni propositi: pur continuando a giocare alla mia maniera, cercherò di non smontare troppi giocattoli in pubblico. Con l’eccezione di Senza Errori di Stumpa, si capisce – ma non precipiterò mai più nello sconforto e nella diffidenza innocenti attori e innocente pubblico.

O almeno quasi mai più.

________________________________________________________

* Uno dei complimenti che prediligo è quando qualcuno mi dice che, per colpa mia, è andato a rispolverare l’Eneide, Tito Livio, le memorie di Garibaldi…

Feb 26, 2012 - musica, teatro    No Comments

I Wanna Be A Show-Stopper…

L’ho già detto che mi piace tanto Baryshnikov? Che posso dire, è uno di quegli artisti eclettici…

A riprova, eccolo a Broadway con Liza Minnelli (che a sua volta non mi dispiace neanche un po’):

And what about you? You’ve got a wish too?

I most certainly do! I wanna be… Dunno about how-stopping songs and dances – I’m a modest and retiring kind of girl: writing the season-stopping show with all the show-stopping scenes would do very nicely, thank you Liza…

Er… d’accordo. Come non detto. Non badate a me.

E buona domenica.

Feb 20, 2012 - teatro, virgilitudini    5 Comments

Ricapitolando

E così, con oggi pomeriggio, è finito il mio primo run ufficiale: cinque repliche di Di Uomini E Poeti.

Cinque, non sei, perché la prima è stata cancellata per una combinazione di neve e influenza, ma lo sapete – oh, se lo sapete. A dire il vero non ne potete più di sentirmi parlare di Di Uomini E Poeti, ma portate pazienza ancora per oggi, mentre rimugino di teatro, di scrittura e di massimi sistemi applicati.

Cominciamo col dire che, contrariamente, alle mie pessimistiche previsioni, sono sopravvissuta al run e non sto scrivendo dall’oltretomba. Per questa volta, niente sincopi e niente fama postuma. Ci sono stati brevi momenti di sconforto, si sono intrattenuti fuggevoli pensieri di emigrazione a St. Helena*, si è invocata, senza considerarla seriamente, l’ipotesi di fare harakiri con una matita HB, ma si è trattato di piccoli cedimenti dovuti al meteo e alla proverbiale instabilità degli artisti.

C’è stato il fatto che le prime sono sempre prime, che nevicava e i marciapiedi cittadini parevano fatti di vetro insaponato, che il teatro era mezzo pieno – ma al momento sembrava proprio mezzo vuoto. Nonostante questo, il primo quarto d’ora della prima è stato un quarto d’ora di beatitudine – poi la compagnia si è fatta prendere da un filino di Empty House Syndrome… C’è stata una certa quantità di smagliature, e alla fine non è che il mio primo vero pubblico pagante sia stato calorosissimo.

Dopodiché le cose sono andate germogliando e fiorendo di volta in volta, e i piccoli incidenti come il telefonino dimenticato acceso in tasca da un attore, e la bizzarra non-recensione sulla stampa locale sono stati piccoli incidenti pittoreschi. È stato affascinante sedere in mezzo al pubblico per cinque volte di fila, dividendo la mia attenzione tra quel che succedeva sul palco, le reazioni del pubblico e gli appunti per la riscrittura.

E allora andiamo con ordine.

Come ho detto e detto e detto ancora, questo era il mio primo run. La prima volta che vedevo uno spettacolo – mio o altrui – per cinque volte in dieci giorni. Sapevo in teoria che in teatro mai nulla succede due volte allo stesso modo, ma constatare la pratica, per così dire, sulla mia pelle, è stata un’esperienza elettrizzante. Ad ogni replica si produceva una diversa qualità di tensione e di fluidità, un ritmo diverso, un diverso colore complessivo… “Non ti stufi di vederlo tutte le sere?” mi ha chiesto la bambina di un’amica, sentendomi raccontare della mia avventura. “Oltretutto, lo sai a memoria…” Ebbene, posso confessare che potrei continuare a lungo? Non foss’altro che per vedere in quanti altri modi ogni singolo attore può affrontare ogni singola battuta. Non sempre ho condiviso tutto, non tuttissimo mi è piaciuto ogni volta, ma le possibilità, le possibilità, le possibilità

Il pubblico, dopo la prima è diventato più caloroso. Immagino che avere sfidato la tormenta per andare a teatro renda esigentissimi e freddini all’applauso**? E comunque, l’ho già detto, la prima non è stata affatto la migliore delle serate – come è collaudata tradizione in teatro. Che posso dire? Son cose che si prendono con più filosofia quando capitano a qualche altro autore. Epperò, la cosa che ho notato di più fin dalla prima sera, è stato il silenzio. DUeP non è il genere di lavoro che ecciti risate o reazioni facilmente registrabili a sipario aperto – ma c’era (caramelle a parte) quel silenzio immobile che significa attenzione. Oppure sonno profondo – ma se non altro nessuno ha russato. E poi, all’uscita, o via mail, o riferiti, o attraverso Twitter, arrivavano i complimenti. So di gente che si è commossa, di gente che è tornata una seconda volta, di gente che ha deciso di rileggere l’Eneide, di gente che era partita prevenuta e poi ha apprezzato… Non è solo merito mio – in teatro non è mai merito di una persona sola e la compagnia ha fatto un lavoro favoloso (con menzione speciale alla regia di Maria Grazia Bettini e al Vario di Diego Fusari) – ma lasciate che mi ci crogioli un pochino. Dopo tutto era la prima volta. E oggi pomeriggio, a teatro finalmente pieno, mi è spiaciuto pensare che era l’ultima volta, che dovrà passare del tempo prima che possa sedermi di nuovo in mezzo a un pubblico silenzioso e immobile – catturato dalle mie parole.

Adesso inizia la riscrittura. Non ho mai assistito alle prove, e quindi non ho mai avuto modo di lavorare insieme alla compagnia. Così ho usato le repliche come workshop, annotando le rigidità e le manchevolezze di cui sulla carta non mi ero accorta, e interrogando gli attori su quel che li rendeva infelici nel testo. Non ho ancora finito con loro, ma ho tutte le intenzioni di farli parlare. E poi riscriverò, allungherò e renderò più liscio l’insieme. Per la prima versione la committenza aveva fissato una durata massima di un’ora, cosa che mi aveva costretta a prendere degli angoli un po’ stretti, qua e là… E se sulla carta era tutto perfettamente logico, una volta in scena ogni spigolo, ogni scorciatoia, ogni semplificazione, tutto è emerso, evidente come una fila di coni segnaletici. Adesso posso sciogliere nodi, sfumare passaggi, sviluppare accenni, e sistemare tutto quello che ho sentito piatto, lacunoso o acerbo nel corso di queste repliche. “Tu sei matta,” mi ha detto D. – che probabilmente non ne può più di Virgilio e compagnia. “Ma allora quand’è che consideri definitivo un testo?” mi ha domandato P. con un’ombra di sconcerto, rigirandosi tra le mani la versione pubblicata di DUeP. “E però, nel frattempo, ci scrivi anche qualcosa di nuovo, vero?” hanno chiesto regista e diversi attori.

E le risposte sono, rispettivamente, che sono matta da legare, che non c’è ancora nulla che abbia scritto e/o pubblicato e sia disposta a considerare definitivo, e che sono tanto, tanto, tanto sollevata e lieta che la compagnia non ne abbia avuto abbastanza di me.

_______________________________________

* O altro luogo isolato e privo di teatri.

** Devo riferire un particolare un nonnulla eerie. Nel mio primo e fallito tentativo di romanzo, c’era un debutto – una prima teatrale in una sera di neve, con il teatro semivuoto, la compagnia di malumore e il pubblico maldisposto, e un mangiatore di caramelle in prima fila. Sapeste com’è strano ritrovarsi nel bel mezzo di un proprio romanzo… C’era persino la signora con le caramelle.

Feb 6, 2012 - teatro, virgilitudini    4 Comments

Crisi Di Panico Drammatico Con Risvolti Meteo E Un Tocco Di Destino Beffardo

_______________________________________________________________________

ETA: Oh, presagio mio fatal… quando ho scritto il post qui sotto, prometteva neve. Adesso nevica che Iddio la manda, e per di più l’influenza decima la compagnia… Ragion per cui, la prima di giovedì sera è rimandata, e Di Uomini E Poeti debutta invece sabato 11.

________________________________________________________________________


“Sei stata promossa,” mi dice N., venendo a sapere delle 6 recite di Di Uomini E poeti a cominciare da giovedì. E intende dire che fino ad ora le mie cose sono state messe in scena per una singola occasione, o ripetute e portate in giro su richesta – ma stavolta è diverso. Sei recite nel corso di una stagione regolare. Repliche. Botteghino. Prenotazioni. Et multa caetera similia. “Sei stata promossa, ragazza.”

E grazie, N., apprezzo il sentimento – ma non è vero. Non ancora. Più si avvicina giovedì, più me ne rendo conto. Promossa un bottone: in realtà sono sotto esame. Bisogna vedere come andrà, quanta gente ci sarà, che ne dirà il pubblico, che ne dirà la stampa, se la compagnia, dopo questo giro, vorrà considerare la possibilità di riprenderlo ancora, di mettere in scena altre cose mie… Posso dire che sono terrorizzata? Posso? Sì? Grazie. Allora lo dico: sono terrorizzata. Mi aspettano due lunghe e terrificanti settimane, ho già un sit-in permanente di lepidotteri sul diaframma e non ho il coraggio di chiedere come stanno andando le prenotazioni – no, proprio non ho il coraggio.

Per rendere tutto ancora un po’ più divertente, oggi il Tetto dell’Aeronautica annuncia un nuovo peggioramento a partire da martedì, con “molta neve sul Nordest.” Molta neve. Sono punita, immagino, per averla desiderata tanto, la neve. “Attenta a quel che desideri,” mi ha scritto D. qualche giorno fa, quando invocavo nevicate, gelo, biancore… E infatti adesso la neve arriva in forze, giusto in tempo per sabotare il mio primo run a tutti gli effetti.

Incubo ricorrente: teatro deserto come la steppa imbiancata dal gelo, attori bloccati dalla neve nel Teatrino D’Arco, prenotazioni disdette, run annullato dopo la seconda sera, le locandine con il mio nome coperte in fretta e furia dall’annuncio di quattro repliche straordinarie di [insert titolo di sicuro successo] – a grande richiesta…

“Be’ dài,” commenta un’altra persona che rimarrà innominata, “almeno, se non va molto bene, potrai dire che è stata colpa della neve…”

Oh. That bad.

Per cui non sono affatto certa che riuscirò a sopravvivere al mio primo run. Magari mi verrà una sincope, morirò prematuramente e poi godrò di fama postuma, va’ a sapere. Son cose che succedono.

Oppure invece tutto andrà bene, Melpomene e Chione saranno clementi… e basta così. Let’s not jynx it.

Intanto, siccome la fama postuma è bella, ma il primo istinto, potendosi, è sopravvivere, lasciate che vi comunichi le date:

 

 

 

 

ACCADEMIA TEATRALE “FRANCESCO CAMPOGALLIANI”

 

TEATRINO DI PALAZZO D’ARCO

 

MANTOVA

 

STAGIONE TEATRALE 2011-2012

 

_____________________________________________

 

CALENDARIO RECITE DI

 

DI UOMINI E POETI

 

ovvero il testamento di Virgilio

 

di Chiara Prezzavento

 

Giovedì 9 febbraio ore 20,45

 

Sabato 11 febbraio ore 20,45

 

Domenica 12 febbraio ore 16,00

 

Giovedì 16 febbraio ore 20,45

 

Sabato 18 febbraio ore 20,45

 

Domenica 19 febbraio ore 16,00

 

posti numerati: interi € 12 – ridotti € 10

 

La biglietteria è aperta per le prenotazioni nei giorni feriali dal mercoledì al sabato – ore 17-18,30

 

Accademia Teatrale “Francesco Campogalliani” – Piazza D’Arco, 2 – Mantova

 

tel e fax 0376 325363 (con segreteria telefonica)

 

E-mail: teatro.campogalliani@libero.it

 

www.teatro-campogalliani.it

 

 

Feb 1, 2012 - teatro    No Comments

Di Uomini E Poeti – Le Foto

Qualche immagine di Di Uomini E Poeti, tratta dalle riprese del debutto al Bibiena, il 14 Ottobre 2011.

Con Andrea Flora (Clito), Diego Fusari (Lucio Vario Rufo), Rossella Avanzi (Creusa), Francesco Farinato (Turno), Francesca Campogalliani (Amata), Adolfo Vaini (Virgilio), Stefano Bonisoli (Enea), Valentina Durantini (Lavinia), nonché Anna Bianchi, Matteo Bertoni, Giulia Cavicchini, Alessandra Mattioli e Annalaura Melotti (Le Ombre).

Di Uomini E Poeti – ovvero Il Testamento di Virgilio, per la splendida regia di Maria Grazia Bettini e con le musiche originali di Stefano Gueresi, torna in scena al Teatrino di Palazzo D’Arco (Mantova) dal 9 al 19 febbraio. Informazioni e prenotazioni qui.

di uomini e poeti, virgilio, eneide, accademia campogalliani, teatro bibiena,


 

di uomini e poeti, virgilio, eneide, accademia campogalliani, teatro bibiena,


 

di uomini e poeti, virgilio, eneide, accademia campogalliani, teatro bibiena,

di uomini e poeti, virgilio, eneide, accademia campogalliani, teatro bibiena,


 

di uomini e poeti, virgilio, eneide, accademia campogalliani, teatro bibiena,


 

di uomini e poeti, virgilio, eneide, accademia campogalliani, teatro bibiena,

di uomini e poeti, virgilio, eneide, accademia campogalliani, teatro bibiena,

di uomini e poeti, virgilio, eneide, accademia campogalliani, teatro bibiena,

di uomini e poeti, virgilio, eneide, accademia campogalliani, teatro bibiena,

 

Al Volo

Posterellino indebito per due piiiiiiccole comunicazioni:

1) Su Plutonia Esperiment, il blog di Alessandro Girola, è uscita oggi questa recensione de L’Itala Giuditta. Mi piace particolarmente perchè spiega come la Giudi possa piacere almeno un po’ anche agli steamers duri e puri – categoria cui non appartengo e per la quale non ho scritto. La mia idea era di mescolare gli elementi base del genere con il linguaggio dei libretti d’opera… A quanto pare, avrei potuto fare di peggio.

2) Oggi pomeriggio alle 17.00, presso l’Università della III Età (Via Mazzini, 28 – Mantova), presentazione di Di Uomini E Poeti. Presenta Mario Artioli (who happens to be both man and poet), e intervengono Francesca Campogalliani (la Regina Amata) e l’autrice, di cui al momento mi sfugge il nome…

Fine del posterellino.

L’Impresario

Se c’è qualcuno a cui dobbiamo più che ad altri quel che si sa oggi sul funzionamento pratico del teatro elisabettiano, quello è Philip Henslowe.

Sì che sapete chi è – anche se credete di non averlo mai sentito nominare. Avete mai visto Shakespeare in Love? Sì? E allora avete già incontrato il nostro uomo: è il proprietario del Rose, uno dei due impresari cui il giovane Will ha venduto l’ancora inesistente lavoro che poi diventerà Romeo And Juliet. Il fatto che Henslowe sia interpretato da Geoffrey Rush aiuta. Così come aiutano alcune favolose battute che Tom Stoppard ha scritto per lui*.

Come molta gente che compare in quell’incantevole film, Philip Henslowe è esistito davvero. Era il figlio di un guardiacaccia del Sussex, approdato a Londra attorno al 1570 per diventare apprendista e poi mastro tintore. Dopodiché, l’uomo aveva il bernoccolo degli affari e cominciò a diversificare, occupandosi, oltre che di tinture, di amido, legname, pegni, bordelli, proprietà immobiliari, usura, combattimenti di animali e commercio di pelli di capra. Il fatto che un individuo di tanti e discutibili interessi fosse anche fabbriciere e sovrintendente al sollievo dei poveri della sua parrocchia e ottenesse un paio di incarichi minori a corte non è particolarmente strano – solo molto elisabettiano. Nel 1587, già che c’era, costruì il Rose, uno dei primi grandi teatri permanenti al di là del Tamigi, e cominciò a farci lavorare la Compagnia dell’Ammiraglio, capitanata dal giovane e già celeberrimo Ned Alleyn – a sua volta legato al più sensazionale autore del momento: Christopher Marlowe. Boom.

Francamente non credo che Henslowe fosse motivato da un travolgente amore per le arti. Aveva soltanto il dono di riconoscere un settore redditizio quando ne vedeva uno: quelli che non conoscono stagioni, come usura e prostituzione, e quelli che si stavano espandendo con i mutamenti del gusto e del costume, come amido e teatro. Henslowe era un uomo d’affari accorto e attento, abituato a badare ai suoi conti con pugno di ferro – e fu così che si guadagnò la gratitudine imperitura dei posteri: con i suoi Diari. In realtà si tratta di un registro del Rose, che copre il periodo 1592-1609. Dalle sue pagine** apprendiamo che Henslowe ebbe a libro paga ventisette tra i maggiori autori del tempo, ma non Shakespeare – almeno non direttamente. E scopriamo come funzionavano le collaborazioni e le riscritture, e che una compagnia poteva pagare di più per un singolo costume  femminile che per il testo di una tragedia, e che a fine Cinquecento gli effetti speciali erano già una fiorente industria… Si tratta di una lettura affascinante, piena di dettagli pratici e di tocchi di colore. Per citarne uno, mi ha sempre divertita il fatto che, quando era in collera con Ben Jonson, Henslowe lo definisse “Il muratore”, in non proprio benevolo riferimento all’apprendistato giovanile di cui il buon Ben non andava per nulla fiero.

Henslowe morì nel 1616, ricco sfondato, appagato nel suo sogno di diventare sovrintendente degli orsi reali e del tutto ignaro di avere lasciato alla posterità un documento così prezioso – anche se in realtà qualche debito di gratitudine va anche a Ned Alleyn, che di Henslowe era genero ed erede (avendone sposato la figliastra Joan), e che ne conservò il diario in mezzo alle sue carte.

Philip Henslowe in tutta probabilità non era una cara persona. Vari contemporanei lo descrivono come duro, avido e privo di scrupoli***. Però a questo usuraio, tormentatore di debitori e tenutario di bordelli dobbiamo molte tessere di quel pittoresco mosaico che possiamo ricostruire come palcoscenico per i più grandi autori del suo tempo. Senza di lui, il modo in cui capiamo Shakespeare, Marlowe e i loro contemporanei sarebbe più limitato. Potremmo quasi definirlo un involontario Heminges/Condell del dietro-le-quinte. Somewhat fittingly, non è debito da poco.

______________________________________________

* La mia preferita (cito a memoria): “La condizione naturale del teatro è un susseguirsi di ostacoli insormontabili sulla strada del disastro inevitabile. Poi alla fine, in qualche modo, tutto si sistema. Come avviene? Non si sa – è un miracolo.” So true. oh so very true.

** In origine il registro apparteneva al cognato di Henslowe, un ricco fabbricante d’armi. Poi passò di mano – ed è divertente immaginare Henslowe che, facendo visita al cognato, inciampa in un enorme registro scartato per qualche ragione. “Ve ne fate nulla di questo, Ralf? E allora, se non vi dispiace, lo prendo io. Che cosa me ne faccio? Oh, non si sa mai – può sempre venire utile…”

*** Non sono certa che la sua apparente propensione a prestare denaro ai suoi autori sia una circostanza attenuante – a parte i commenti caustici che tendevano ad accompagnare il prestito, stiamo parlando di un usuraio: dubito molto che lo facesse per pura bontà di cuore.

Dic 12, 2011 - self-publishing, teatro    No Comments

L’Itala Giuditta A Teatro

l'itala giuditta, ebook, teatro, accademia teatrale campogalliani, i lunedì del d'arcoCi sono cose che si scrivono appositamente per la scena, e quindi non si vede l’ora di vederle rappresentate, perché quella è la loro natura, il motivo per cui sono nate.

Poi invece ci sono le sorprese.

L’Itala Giuditta, forse lo sapete già, è una novella risorgimental-steampunk ambientata in un 1857 alternativo: in un Regno Lombardo-Veneto dominato dagli Austriaci col terrore e col vapore, si apre il sipario sulle avventure dell’audace Giuditta Pasta, un tempo idolo dei teatri lirici, ora pronta per il ruolo più drammatico della sua vita – quello di musa delle rivoluzioni.

E intanto a Firenze, chiuso nella sua cantina, un dotto e pio inventore lavora con riluttanza a un segretissimo marchingegno che potrebbe cambiare le sorti dell’Europa intera.

 

Tra misteriose armi, abati timidi e calabroni a vapore, riuscirà l’incomparabile Giuditta a sottrarsi alla Regiaimperial Polizia, trascinare all’azione i timorosi e metter mano all’Unità d’Italia?


Ecco, in marzo eravamo a questo punto, con un ePub che era anche il mio primissimo esperimento di self-publishing digitale (e che, volendolo leggere, si può reperire qui).


Poi è accaduto che Grazia Bettini, una dei bravissimi registi dell’Accademia Teatrale Campogalliani di Mantova, venisse a sapere dell’esistenza della Giudi e me ne chiedesse notizie.


“Sai, essendo l’anno che è, siamo in cerca di testi risorgimentali – per epoca o per ambientazione – per i Lunedì del D’Arco…”


Io ero molto felice di far leggere la Giudi a Grazia, ma dubitavo che fosse quello che cercavano. I Lunedì del D’Arco sono una meritoria e seguitissima para-stagione mantovana: letture drammatiche e rappresentazioni semisceniche offerte gratuitamente alla cittadinanza – e quest’anno erano dedicati, per l’appunto, al Centocinquantesimo. A dire la verità temevo che il Confortatorio dei Martiri di Belfiore e la Giudi Steampunk non si sposassero bene…


E invece sottovalutavo la Campogalliani!


La sottovalutavo perché Quella Gente Lì ha coraggio, intelligenza e sense of humour da vendere, e stasera porta in scena L’Itala Giuditta sforbiciata, adattata e magicamente mutata in atto unico – in forma semiscenica – con la favolosa Francesca Campogalliani nei panni della Giudi.


E io non vedo l’ora, perché se è eccitante veder prendere vita un testo teatrale, non so immaginare l’emozione di veder succedere la stessa cosa a una novella, nata per restare sulla carta – letterale o elettronica. A parte tutto il resto, per me è uno straordinario regalo di Santa Lucia.


Quindi, qualora foste curiosi anche voi e vi capitasse di essere dalle parti di Mantova, vi dò appuntamento a questa sera alle ore 21.00 al Teatrino D’Arco.


Nov 14, 2011 - guardando la storia, teatro    No Comments

Aninha Torna

aninha, anita garibaldi, risorgimento, centocinquantesimo, unità d'italia, accademia campogallianiL’Accademia Teatrale Francesco Campogalliani di Mantova dedica l’edizione 2011-2012 de I Lunedì del D’Arco al centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia.

Il programma è vario: dalle donne del Risorgimento ai Martiri di Belfiore, passando tra l’altro per Aninha, il mio atto unico dedicato ad Anita Garibaldi – quasi un monologo, se non fosse per Garibaldi e gli altri.

Stasera alle ore 21.00, al Teatrino D’Arco, Cristina Dibiasi e Andrea Flora riprenderanno i personaggi che hanno già portato in scena l’estate scorsa a Governolo, in occasione delle celebrazioni per il Centocinquantesimo.



Sentivo il mondo muoversi appena oltre la cinta nera delle colline all’orizzonte, come un ruggire lontano di temporali nella notte. E me ne tornavo a casa piena di una fame senza nome e senza forma. E dietro le mie spalle mormoravano della Aninha selvaggia, la vergogna e il crepacuore di sua madre. Allora gettavo indietro la testa e fingevo che non m’importasse. Ero prigioniera…

Prima di Anita c’era Aninha, la figlia di un mandriano nelle paludi del Brasile, soffocata in un mondo troppo stretto – finché qualcuno non le diede un nuovo nome e nuovi sogni. Questa è la storia della ragazza che divenne Anita Garibaldi.