Dic 6, 2009 - musica    No Comments

Neve

Non che nevichi, ancora… e anzi, dalle mie parti non nevica quasi mai. Ma proprio per questo, e perché mentre non stavo attenta è arrivato dicembre, and just because.

 

Buona domenica a tutti.

Dic 5, 2009 - grillopensante    No Comments

Sinestesie

Si parlava, un paio di post orsono, di libri e musica e tè al bergamotto.

Ripensandoci, credo che Sociologia+Mahler+Bergamotto si possa ritenere un’esperienza sinestetica, ovvero che coinvolge più sensi contemporaneamente.

180px-Cerchio-di-Skrjabin.pngL’argomento è affascinante, abbastanza perché numerosi artisti in vari campi ci si siano cimentati. Viene in mente prima di tutti Skrjabin, con i suoi accostamenti di suoni e colori (figura qui accanto). E poi le Vocali di Rimbaud, e l’odore di fragole rosse di Pascoli…

Confesso che resto sempre leggermente perplessa quando sento parlare di codici sinestetici: tutti, credo, annodiamo spontaneamente delle associazioni di questo genere, e per i motivi più disparati. A proposito di Voyelles, Rimbaud raccontava che per lui la E era bianca a causa dell’illustrazione del suo primo abecedario: per la E, un Emiro dal turbante candido. Non terribilmente scientifico, vero? E però, perfettamente legittimo, così come la mia E, che è verde, e come il Mi azzurro di Skrjabin, e il mio Mi giallo oro…

Ljerka Ocic, questa fantastica organista croata che si occupa molto di didattica musicale, sostiene che le associazioni sinestetiche sono del tutto naturali e altrettanto personali: non tutti le effettuano spontaneamente, ma chi lo fa, associa in base a poche costanti culturali e molti fattori imprevedibili, come l’emiro di Rimbaud. Ma allora, mi domando: com’è possibile elaborare un codice sinestetico, senza che le sue associazioni siano legate all’esperienza di qualcuno e completamente arbitrarie per tutti gli altri?

Comunque, senza perderci in speculazioni, resta il fatto che l’esplorazione sinestetica è un campo di sperimentazione meraviglioso, nella pratica di tutte le arti e nella vita quotidiana. Ciascuno di noi, nel corso della sua vita, elabora una rete complessa che lega tra loro suoni, colori, profumi, forme, parole, consistenze, temperature, situazioni, ricordi… Mi piace molto pensare che quella rete sia personale e irripetibile e significativa: una sorta d’impronta sinestetica in continua evoluzione, che reca traccia non solo delle esperienze, ma anche del pensiero che le elabora e media.

Promessi Sposi, Capitolo VI

Il capitolo VI dei Promessi Sposi è una lezione di story-telling.

Oh, d’accordo: non solo il VI… ma siccome oggi pomeriggio introduco il VI alla UTE, lasciate che mi concentri su quello.

Tanto per cominciare, il capitolo precedente è terminato con un cliffhanger, vale a dire costringendo il lettore a voltar pagina, a iniziare il capitolo successivo benché siano le tre e venticinque del mattino… In effetti, se ci pensate, quand’è che mettete giù un libro? A fine capitolo. Ebbene, se la fine del capitolo vi lascia con il fiato sospeso, la tentazione di dare una sbirciatina alla pagina successiva è forte. E una volta data quella sbirciatina, una volta cominciato un altro capitolo… chiunque abbia passato la notte in bianco su un libro sa di  che cosa sto parlando.

Ebbene, il capitolo V, dopo una consistente seconda parte dedicata a far montare la tensione fra Don Rodrigo e Padre Cristoforo, s’interrompe nel momento in cui i due passano in un’altra sala per parlare da soli. A questo punto sappiamo che il signorotto è sovreccitato e di cattivo umore, che il cappuccino ne ha dovute mandar giù abbastanza da far perdere la pazienza a un santo…

Verrà un giorno....gifInizia il capitolo VI, così in medias res che di più non si potrebbe, con Don Rodrigo che, in tutta insolenza, chiede a Padre Cristoforo che cosa voglia. E qui comincia una delle scene celebri del romanzo, un dialogo turbolento, inframezzato dai pensieri dei due contendenti, ma specialmente del frate, in un crescendo che culmina nel celebre “Verrà un giorno…”. Scena scura, mossa, quasi concitata.

Subito dopo, il nostro frate esce dal castello, ma non prima di avere scambiato qualche parola in segreto con il vecchio servitore: sussurri, misteri, dubbi, e qualcosa che non si può dire, non ancora… il servitore verrà domani. Sospensione, visto?

Intanto, rapido cambio di scena: eccoci a casa di Lucia, dove Agnese pontifica ed espone la sua ultima brillante idea. Anche qui si congiura, ma il tono è ben diverso. Una congiura casalinga, semplice e piena di scrupoli, tra una madre che vuol essere scaltra ad ogni costo, un giovanotto impetuoso e una ragazza così integra che non par nemmeno vera… Colori chiari.

Poi via, prima a casa di Tonio, con la famiglia riunita attorno alla polentina bigia, e dopo all’osteria. Nuove congiure all’acqua di rose, tra un Renzo determinato e un Tonio cui non par vera la sua buona sorte: lui, che ha avuto in sorte anche l’intelligenza del fratello, che è in credito di bugie con la moglie, saprà aiutare Renzo proprio a puntino. Il lettore sorride.

Di nuovo chez Lucia, dove arriviamo sulla coda di una discussione madre/figlia. Lucia non si smuove, ma Renzo e Agnese supplicano, rimbrottano, perfezionano il loro piano… forse ci siamo? Forse la ragazza cede? Toc-toc! Si bussa alla porta, e chi arriva è… Padre Cristoforo! Prima di aprire, Agnese sussurra alla figlia di tenere la bocca chiusa, e il sipario si chiude. Se ne starà zitta Lucia? Che dirà Padre Cristoforo (il quale, noi sappiamo, non porta buone notizie)? Procederanno lo stesso i nostri congiurati? E come andrà a finire? Fingete di non avere letto i PS a scuola, ed ecco che avete un altro cliffhanger.

Insomma: ritmo, alternanza di toni e colori, manovre differenti che s’incrociano… aggiungete che ogni tratto di caratterizzazione dei personaggi muove la trama in avanti (l’ostinazione e l’orgoglio di Don Rodrigo, l’ingenua furberia di Agnese, le remore di Lucia, il debito di Tonio…), e si capisce che gli autori dei manuali di scrittura non hanno inventato nulla.

 

 

Lo Sbregaverze: congedo con coda musicale

E così siamo giunti alla fine: cala il sipario sulla Fenomenologia dello Sbregaverze. Chiudiamo, abbiate pazienza, pindareggiando un pochino.

Immaginateli, tutti in fila, ombre scure nella luce di taglio, che s’inchinano con un gran fiorire di cappelli piumati… E dietro di loro, nell’ombra tra le quinte, i loro autori.

Di sicuro non è un caso che diversi di loro abbiano compiuto le loro più o meno memorabili gesta nel XVII Secolo: D’Artagnan, Cyrano, Morgan… Il Seicento, questo secolo pittoresco e tumultuoso, si presta bene. Tutti ne abbiamo quest’idea, non è vero? Intrighi, congiure, galeoni, duelli per uno sguardo storto e via dicendo: il terreno di coltura ideale per gli Sbregaverze.

Gli altri, le orbite eccentriche di questa piccola galassia, in definitiva non si scostano troppo: Crichton alla fine del ‘500, Alan attorno alla metà del Settecento, e Madame Sans-Gène, la più atipica, a cavallo tra Sette e Otto… ma possiamo capire sia lei che Sardou: c’erano una rivoluzione e un impero in corso, parbleu!

Gente di passione triste, figurine ripescate dalla storia per essere cavalieri dell’aspirazione inappagata, campioni di un romanticismo amarognolo, non è strano che non abbiano ispirato più opere? Opere liriche, intendo. Ce ne sono soltanto due, ed eccole qui, a titolo di congedo.

Una è la Madame Sans-Gène di Umberto Giordano, da cui vediamo Catherine intenta a cantarne quattro alle sorelle dell’Imperatore:

 

E poi il Cyrano de Bergerac di Alfano, in un videino bizzarro che cuce insieme un pezzetto di ouverture, un pezzetto di I Atto e la fine del finale… La regia è un po’ stramba, ma Cyrano è Placido Domingo.

 

Ecco qui. Finito. Gente che troverebbe posto a mala pena nelle note a pie’ di pagina della Storia, se la Letteratura non ne avesse fatto dei simboli indimenticabili. Chissà che cosa penserebbero il vero Alan, l’autentico Cyrano, il D’Artagnan storico, e Catherine, e il Critonio, e Morgan di queste loro lunghe ombre, silhouettes nere stagliate contro la luce d’oro, come simboli araldici, chi più chi meno perfetto, della sublime incapacità dell’uomo di riconciliarsi alle cose vere?

Alfredo Oriani

oriani.jpgVenerdì scorso, all’ Accademia Virgiliana, Marco Debenedetti (nipote dello scrittore e critico Giacomo, detto en passant) ha presentato il suo libro su Alfredo Oriani (1852-1909), che era uno scrittore estremamente prolifico e un uomo privo di buon senso.

Era, tra le altre cose, convinto che tutti ce l’avessero con lui: editori, politici, scrittori, critici, tutti accaniti a relegare nell’oscurità proprio lui, che era il più grande scrittore vivente… Insomma, un ego delle dimensioni di un’anguria, combinato con delle manie di persecuzione di tutto rispetto, un’incapacità completa di convivere con la realtà, un gran desiderio di gloria e un talento spaventosamente inuguale.

Scrisse di tutto un po’: trenta (grossi) volumi di romanzi, racconti, articoli, saggi, drammi teatrali, ranging dal capolavoro (Vortice, Gelosia) al misericordiosamente dimenticabile. E intanto, siccome nella tenuta di campagna dove si era rifugiato gli avanzava del tempo, scrisse anche un epistolario che, pubblicato, occupa un trentunesimo volume di seicento pagine.

Quando l’editore milanese Treves, interessato a pubblicare il suo saggio storico La Lotta Politica in Italia, gli chiese di modificare il titolo polemico e di eliminare l’ultimo capitolo, Oriani rispose che avrebbe tanto preferito di no. Treves gli fece capire come, a sua volta, preferisse proprio di sì… e Oriani? Abozzò? Nemmeno per idea. Cercò un compromesso? Ma giammai! Negoziò? Per carità! Scrisse a Treves (in Latino) che o il libro restava com’era o non se ne faceva nulla, e l’editore lo accontentò: non ne fece nulla. Oriani pubblicò a sue spese con un altro editore molto meno prestigioso, molto meno rilevante sulla scena culturale italiana, e il libro fu un disastro.

Quando Francesco Crispi acconsentì a riceverlo, passò tutto il tempo a litigarci e, apparentemente, non in quel modo che nei romanzi funge da burrascoso preludio a lunghe e durature amicizie, no.

Non è il genere di comportamento che conduca ad una diffusa e ammirata benevolenza: Oriani morì solo e complessivamente dimenticato nel 1909, a 57 anni. Al suo funerale c’era una manciata di persone appena. Poi, giusto per affossare definitivamente la sua reputazione, il Fascismo in cerca di legittimazione culturale lo elesse a precursore e artista emblematico. Ci furono un sacco di licei Alfredo oriani, un cacciatorpediniere Alfredo Oriani e, a guerra finita, decenni di silenzio completo.

Adesso lo si riscopre con cautela ma, prima che lo si riscopra troppo, diciamolo: Alfredo Oriani meriterebbe un romanzo tutto per sé. Madre autoritaria, fratello più amato e morto giovane, scrittura ossessiva, manie di persecuzione, esilio volontario in campagna, fiaschi giornalistici e teatrali, un figlio illegittimo, baruffe editoriali, errori clamorosi, velleità politiche, funerale desolato, gloria postuma (e dannosa)… mancano soltanto le crisi mistiche perché quest’uomo sembri uscito dalla penna di un autore russo!

Intanto, Marco Debenedetti dice che i suoi romanzi migliori (Vortice e Gelosia, già citati, in un ordine d’importanza aperto a dibattito) non sfigurano in un confronto con Flaubert. Se dicessi di non essere incuriosita, mentirei. Se qualcun altro lo fosse, qui c’è il sito della Fondazione Casa di Oriani, qui si parla del libro di Debenedetti e qui ci sono diverse opere di Oriani in formato elettronico (.pdf, .rtf o .txt a scelta) presso il mai abbastanza lodato Progetto Manuzio.

Ehi di coffa! (Ed altre espressioni marinare)

A quanto pare, a nessuno è piaciuto abbastanza Henry Morgan da farci un film, con l’eccezione di una produzione italo-francese del 1960, il cui protagonista però è Steve Reeves. Siccome Reeves è quello che di solito faceva Maciste, ho arbitrariamente deciso di non considerare Il Pirata Morgan un film rilevante.

Ora, non è che Morgan non compaia mai, ma di solito è un personaggio secondario. Di sicuro, siamo lontani mille miglia da Steinbeck. Come in questo caso, Il Cigno Nero, in cui il Nostro è già diventato governatore della Giamaica, e rimane abbastanza sullo sfondo, a dare gli ordini che mettono in moto la trama, se di trama vogliamo parlare:

E poi quest’altro: Captain Blood. Il motivo ufficiale è che Rafael Sabatini basò liberamente il suo pirata fittizio su Morgan (nel romanzo Peter viene deportato nelle Americhe dopo essersi messo nei guai con la sollevazione di Lord Monmouth); ma è tutta una scusa per giustificare la mia debolezza per i vecchi, ingenui, adorabili trailer cinematografici:

 

Josephine Tey (per non parlare di Riccardo III)

Mi si chiedono notizie di Josephine Tey, che ho citato a proposito di Henry Morgan.

Ebbene, Josephine Tey (1896-1952) è una scrittrice scozzese, autrice di gialli, di drammi teatrali e anche di qualche romanzo storico, come appunto The Privateer. Un’altra Christie, pochissimo nota in Italia, e non so dire perché, visto che i suoi libri sono davvero scritti deliziosamente, con ottime trame e dialoghi strepitosi.

Qualcuno ha visto Giovane e Innocente? E’ un film di Hitchcock, pre-Hollywood, girato in economia ai Pinewood Studios, con una squadra di attori inglesi sconosciuti e bravi… Ebbene, è tratto da A Shilling for Candles, della Tey. Che poi non si chiamava affatto così: il suo vero nome era Elizabeth Mackintosh, ma pubblicava come Josephine Tey, Gordon Daviot e Craigie Howe. Daviot era il suo nom de plume per il teatro, e non parliamo di teatro qualsiasi: fu con il suo Richard of Bordeaux che John Gielgud si affermò come stella sui palcoscenici inglesi.

Di suo, Mondadori e Salani hanno pubblicato una mezza dozzina di titoli fra gli Anni Trenta e Cinquanta, con l’occasionale ristampa ogni tanto…

King_Richard_III.jpgNel 2000 Sellerio ha ripreso quello che secondo me è il suo romanzo più significativo: La Figlia del Tempo. La figlia in questione è, secondo Francis Bacon, la verità. E a caccia di verità va l’ispettore Alan Grant, l’investigatore di JT, solo che, per una volta, deve andarci metaforicamente. Tutto comincia con una riproduzione del ritratto qui accanto. Immobilizzato in un letto d’ospedale da un incidente, e annoiato a morte, Grant si rifiuta di credere che l’uomo del ritratto sia un assassino, e si mette ad investigare sul caso dei Principi nella Torre: è vero o no che Riccardo III fece assassinare i suoi due nipoti per salire al trono?

Con l’aiuto di una schiera di collaboratori, Grant esamina i fatti, ricostruisce i motivi, disseziona le tesi del Vescovo Morton, di Thomas More e di Shakespeare come quelle di altrettanti testimoni inattendibili, e un po’ per volta… Sembra noioso? Non lo è. Grant e compagnia (dall’infermiera con i libri di scuola sullo scaffale, alla celebre attrice del West End, al giovane storico americano) sono una delizia. I dialoghi sono brillanti (di quella naturalezza e perfezione che fanno ritornare indietro e rileggere le battute per il gusto di farlo) e, benché sappiamo tutti come va a finire, c’è un discreto numero di dubbi e di sorprese lungo la strada.

Ora, non so dire nulla sulla traduzione, perché non l’ho letta, ma di solito Sellerio fa le cose per bene. E’ probabile che voce e tono siano rimasti. Anche ammesso che se ne sia perso qualcosa, vale di sicuro la pena di dare un’occhiata a questo libro, affascinante dal punto di vista storico, ben scritto, appassionante come giallo, e popolato di gente simpatica. E se tutto ciò non bastasse, dà anche da pensare sul modo in cui si formano luoghi comuni, leggende nere e convenzioni storiche. Che si può volere di più da un libro?

 

 

 

Grammatica

Mi hanno chiesto di dare lezioni d’Inglese a un ragazzino delle medie, e ho detto di no.

Ho detto di no, in primis perché la mia limitata esperienza mi ha rivelato in modo inequivocabile che non sono portata per l’insegnamento (e l’omicidio è punito con molti anni di prigione); e poi perché la madre, non irragionevolmente, vuole qualcuno che inculchi al suo rampollo la grammatica inglese, e io la grammatica non la so.

Che ci posso fare? Parlo, leggo e scrivo l’Inglese correntemente, e ho un IELTS 8/9 a provarlo, ma non so la grammatica in teoria. Non riesco a impararla. E non è solo questione d’Inglese. A volte ho ancora gl’incubi a proposito dell’orale di Spagnolo 2, in cui ho rischiato di farmi bocciare perché, dopo mezz’ora di buona conversazione in Spagnolo sul regno di Filippo II, al professore è germogliata l’idea di farmi coniugare qualche verbo. Poco è mancato che annegassi.

Ripeto: che ci posso fare? Parlo quattro lingue e mezza (incluso l’Italiano), ne leggo altre due e ho qualche rudimento di un’altra ancora… e di nessuna di esse conosco, né ho mai conosciuto decentemente, le regole grammaticali. No, nemmeno la grammatica italiana. E non mi sbaglio parlando o scrivendo, è solo che non. So. La. Grammatica.

Oh, adesso che l’ho confessato sto molto meglio.

 

Nov 26, 2009 - Lingue    No Comments

Idioma

La lingua tedesca è relativamente facile. Chi sa il latino ed è abituato alle declinazioni l’impara come niente. Questo lo dicono i professori di tedesco alla prima lezione. E cominciate a studiare: der, des, dem, den; die, der, der, die e così di seguito. E’ semplicissimo, Quando avete ben studiato, prendete in mano un libro tedesco. E’ un magnifico volume, rilegato in tela, pubblicato a Lipsia e tratta degli usi e costumi ottentotti (Hottentoten). Venite a sapere così che presso quel popolo i canguri (Beutelratte) si trovano in grande numero e vengono catturati e rinchiusi in gabbie (Kotter) munite di copertura (Lattengitter) per proteggerli dalle intemperie. Tali gabbie vengono chiamate quindi in tedesco Lattengitterkotter e il canguro prigionero prende il nome di Lattengitterbeutelratte.

Un giorno gli ottentotti arrestano un assassino (Attentater), uccisore di una madre ottentotta (Hottentotermutter) che ha due bimbi balbuzienti (Stottertrottel). Questa madre in tedesco ha il nome di Hottentotenstottertrottelmutter e il suo assassino prende il nome di Hottentotenstottertrottelmutterattentater.

L’uccisore è rinchiuso in una gabbia da canguro (Beutelrattenlattengitterkotter) dalla quale riesce ad evadere. Ma ben presto ricade nelle mani di un guerriero ottentotto, che si presenta al capo annunciandogli:

“Ho catturato l’Attentater!”

“Quale?” gli domanda il capo.

“L’Attentaterlattengitterkotterbeutelratte” balbetta il guerriero.

“Ma ce ne sono parecchi” obietta il capo.

“E'” risponde a malapena l’indigeno “l’Hottentotenstottertrottelmutterattentater.”

“Eh, diavolo!” impreca il capo “non potevi dir subito che avevi catturato l’Hottentotenstottertrottelmutterattentaterlattengittenkotterbeutelratte?

Come vedete, il tedesco è facilissimo. Basta un po’ di applicazione.

(da Nizza e Morbelli, 2 Anni Dopo. Da prendersi prima dei pasti, due volte al dì, ogniqualvolta colga l’uzzolo di rimettersi a studiare Tedesco)

 

Parliamo di Logica

Siccome (qualora il particolare fosse sfuggito a qualcuno) ho l’influenza, la serata al cinema è saltata. L’amica con cui dovevo uscire si è giustamente rifiutata di venire a farmi compagnia e adottare un po’ dei miei agenti virali, però mi ha mandato in prestito un DVD.

Inkheart.

“E’ proprio il tuo genere,” mi ha detto. “Gente che leggendo ad alta voce tira fuori cose e persone dai libri.”

Incoraggiata da questa recensione, e dal fatto che il cast comprende Helen Mirren e Paul Bettany, ho guardato Inkheart. Oh, è un film carino, sia ben chiaro. Peccato che dia tutto un nuovo senso all’espressione “buchi nella trama”… Ora, non ho letto il libro da cui è tratto, per cui non posso dire se la colpa sia dell’autrice originaria (una Cornelia Funke, tedesca) o degli sceneggiatori.

[Ora, se qualcuno non vuole sapere come va a finire Inkheart, sarà bene che si fermi qui: le mie analisi narrative tendono ad essere faccende truci e prive di scrupoli.]

Quello che so per certo è che, se all’inizio della mia storia affermo ripetutamente e con fermezza che l’eroe non ha controllo sul modo in cui fa uscire la gente dai libri, non posso farglielo acquisire come se nulla fosse, e poi perdere di nuovo con altrettanta inspiegata facilità, a seconda di quel che mi serve per la trama.

E non è che non possa far consistere il grande segreto nel leggere i passaggi che si riferiscono alla persona/cosa/evento atmosferico che voglio estrarre dal libro… Posso, ma se lo faccio, non devo aspettarmi che il mio protagonista, impiegando metà della storia a rendersene conto, ottenga una candidatura per il Nobel.

Invece, se la regola di base della faccenda è che per ogni personaggio uscito dal libro, una persona vera deve entrarci, non posso sovvertire la faccenda a fini puramente umoristici, barattando il ciclone del Mago di Oz (con annessa casa di Dorothy) in cambio di un mezzo personaggio.

Ma d’altra parte, se tutto questo andirivieni di gente vera e non vera non produce cambiamenti nel testo scritto, e quindi non c’è veramente traccia di chi è entrato nel libro, come si fa a “leggerlo fuori”?

Poi, (anche sorvolando sull’importanza, permanenza e immortalità della parola scritta, su cui tutti predicano diffusamente) se alla fine la figlia dodicenne dell’eroe può salvare mamma, papà, prozia, amici e mondo intero (sconfiggendo i malvagi per soprammercato), scrivendosi un finale alternativo sul braccio e leggendolo ad alta voce, perché deve aggiungere al finale stesso qualificazioni gratuite che impediscono il ritorno nel libro all’unico personaggio che proprio ci vuole tornare? Sì, lo sappiamo: perché così suo padre può fare il bel gesto di rispedire a casa questo alleato un po’ dubbio. Solo che non è un motivo narrativamente valido. Tanto più che, per farlo, che cosa deve produrre il paparino? Ma è naturale: una copia del libro, miracolosamente sopravvissuta! Ma come? si chiede a questo punto lo spettatore*, perché non possono semplicemente “riscriverlo” a casa, come hanno fatto con due terzi del cast durante il climax? Hanno persino l’autore al seguito, perbacco!

Sì, appunto.

Tutto ciò per dire, che il lettore/spettatore si aspetta una logica nelle storie che legge. Anche nel fantasy più bizzarro, anche nella storia più surreale, mi aspetto una serie di leggi intrinseche al mondo che lo scrittore crea. E mi aspetto che, una volta stabilite, queste leggi funzionino in modo uniforme. Oppure, che l’unica costante sia la mancanza di uniformità, come nel caso meraviglioso delle avventure di Alice, ma vedete il paradosso? Persino nella mancanza di regole c’è almeno una regola!

E non vale solo per i generi speculativi: è lo stesso principio per cui, in qualsiasi genere, i personaggi devono agire in modo credibile, gl’incidenti stradali devono rispettare le leggi della fisica, le svolte della trama devono seguire il principio di causa ed effetto,  gli eventi devono essere inquadrati negli usi, costumi e leggi dell’epoca in cui sono ambientati…

Se lo scrittore trascura la logica, il lettore si sentirà imbrogliato (illogicità dolosa) oppure deluso (illogicità colposa), e nessuna delle due situazioni tende a condurre ad un verdetto favorevole.

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*A costo di ripetermi: magari poi Frau Funke è innocente, e nel libro è tutto chiaro, logico, trasparente, ialino… Non lo so, e tengo a precisarlo.