Henry Morgan, lo Sbregaverze Bugiardo

Sì, Henry Morgan nel senso del Pirata Morgan. Uno dei bucanieri più celebri del XVII secolo, e tuttavia, insisto nel dirlo, marginale storicamente parlando. Il problema, semmai, è che non c’è un solo Morgan letterario, ce ne sono diversi e non è strano: un pirata sembra un personaggio ideale da sbregaverzizzare… se poi tutte le sue incarnazioni letterarie siano degli Sbregaverze, è un punto che merita discussione. Io sostengo di no. Tuttavia, siccome è l’ultimo Sbregaverze della serie, spero che sarò perdonata se prendo uno dei miei criteri, giro un pochino, lo inclino a 30° e lo tingo di blu.

HenryMorgan.jpgInsomma, cominciamo col dire che della giovinezza di Henry Morgan si sa di tutto un po’ e ben poco in concreto Gallese, nato attorno al 1635, forse primogenito di un proprietario terriero, forse cittadino di Bristol. Diceva di se stesso che aveva smesso di andare a scuola assai presto (persino per l’epoca!), avendo fin da ragazzo più familiarità con le armi che con i libri… Poi le cose si fanno vieppiù nebulose. Arruolato come ufficiale nell’esercito spedito da Cromwell nelle Indie Occidentali? Rapito e venduto in schiavitù temporanea in Giamaica? Fuggito dalle piantagioni e arruolato come soldato semplice? Emigrato nel Nuovo Mondo come apprendista? Il fatto è che “Henry Morgan” è un nome dannatamente comune in Galles, e dobbiamo rassegnarci all’idea di non avere nulla di certo sul nostro uomo fino ai primi Anni Sessanta, quando Welsh Harry emerge in Giamaica dove, guarda caso, suo zio è vice-governatore. Qui comincia (ed è ben documentata) una di quelle carriere che solo nel XVII Secolo, quando si poteva essere ammiragli, giudici, piantatori e pirati, tutto in una stessa vita… Bisogna considerare che nel 1660 Carlo II era tornato sul trono d’Inghilterra, e aveva ripreso il controllo delle sue colonie americane. Ai Caraibi c’era questa flotta spedita da Cromwell… che farne? Invece di proclamarli tutti traditori, Londra decise di farne una regia flotta corsara. Se lo aveva fatto la Grande Elisabetta… Piovvero le lettere di corsa (al fatto, permessi reali di commettere atti di pirateria ai danni di chiunque non fosse inglese) e si cominciò. Dopo i primi insuccessi divenne subito chiaro che occorreva qualche tipo di disciplina e di leadership. Per una combinazione di attitudine naturale e buone parentele, Morgan si ritrovò presto a salire questa bizzarra scala gerarchica non ufficiale. Nel 1665 Morgan comandava la sua nave; poco più tardi comandava la milizia di Port Royal; nel 1668 ricevette il grado di Viceammiraglio, con una flotta di quindici navi ai suoi ordini e, cosa altrettanto importante ai fini pratici, i pirati inglesi, che badavano poco ai galloni piovuti da Londra, lo elessero loro capo. Forte di tutto ciò, Morgan Maracaibo.jpgproseguì la sua redditizia guerra contro gli Spagnoli: prese in rapida successione Puerto Principe, Puerto Bello, Maracaibo e Gibilterra in una serie di imprese sempre più eclatanti e sanguinose, fingendo d’ignorare come nel frattempo Inghilterra e Spagna avessero firmato un trattato di pace provvisoria. Nel 1670 fu la volta di Panama, forse la città più ricca e importante delle colonie spagnole… Questa volta Morgan l’aveva fatta grossa. Carlo II lo richiamò a Londra e lo gettò in prigione. Poi lo perdonò, lo creò cavaliere e lo rimandò per la sua strada, ormai Sir Henry. Poi, per soprammercato, nel 1673 lo nominò vicegovernatore di Giamaica, non senza avergli sussurrato all’orecchio che ormai i giorni della pirateria erano contati. Sir Henry non se lo fece ripetere, e mosse una guerra spietata ai suoi ex colleghi, facendone impiccare un gran numero. Sotto la sua guida sagace, Port Royal e la Giamaica prosperarono fino al 1683, quando venne esonerato dalla carica per i suoi trascorsi. Morgan si ritirò a vita privata, amministrò le sue ricche piantagioni e fece qualcosa che oggi suona terribilmente familiare: intentò e vinse una ricchissima causa per diffamazione contro l’autore* e l’editore olandese di una bioografia che lo metteva in cattiva luce! Nel 1688 i suoi influenti amici ottennero per lui una riabilitazione e il reinserimento nella carica, ma il vecchio filibustiere non fece in tempo a goderne: morì pochi mesi più tardi, forse di tisi, forse di quella che i medici del tempo chiamavano idropisia, forse d’insufficienza epatica**. C’è una certa poesia nel fatto che il cimitero in cui fu sepolto con tutti gli onori sia sprofondato in seguito a un terremoto nel 1692, e la sua tomba si trovi tuttora sul fondo del mare…

Fin qui la realtà, e tutto sommato non fa una gran meraviglia che il personaggio abbia ispirato più di uno scrittore, includendo Rafael Sabatini e Josephine Tey. E tuttavia, sostengo che ci fu un solo autore a prendere Morgan con il suo nome*** e la sua storia, e farne uno Sbregaverze: John Steinbeck.

Notato il titolo di questo post? E ricordate quando dicevamo che lo Sbregaverze, quando non è generoso ed onorevole, ama credere di esserlo? Ecco, il Morgan di Steinbeck è proprio l’epitome di questa caratteristica. Non è che finga o si atteggi: passa tutta la sua vita a convincere prima di tutti se stesso.

CupofGold.jpgAndiamo con ordine. Il libro, opera prima di Steinbeck, si chiama Cup of Gold, tradotto in Italiano****, meno felicemente, come “La Santa Rossa”. E’ un libro strano, un po’ ineguale, ma d’altra parte è ‘prentice work: Steinbeck aveva 27 anni quando lo pubblicò. A me, precisazione non del tutto necessaria, piace molto. Mi piace perché prende tutte quelle incertezze sulla giovinezza di Morgan e ne fa uno dei pilastri portanti della narrazione.  Morgan parte da un Galles semi-mitico, dove le vecchie nonne predicono il futuro con esattezza sconcertante, e dove prima di un evento importante si consultano vecchi saggi a nome Merlin, e parte senza nemmeno rivedere la ragazzina di cui gli pare che dovrebbe essere innamorato. Parte per amor dell’avventura, parte per impazienza della casa e del podere di suo padre. Parte, e a Cardiff s’imbarca senza sapere che il prezzo della traversata è il guadagno che il capitano farà vendendolo schiavo nelle piantagioni.

Ebbene, questa storia cambia un sacco di volte nel corso del libro, cambia ogni volta che Morgan la racconta a qualcuno. Per tutta la sua vita, Henry seguita a raccontare a chiunque gli capiti versioni sempre diverse della sua infanzia e del suo viaggio verso le Americhe, ogni versione ricamata sulla precedente, incrostata di ulteriori dettagli della cui veridicità, badate bene, Morgan è in qualche modo convinto. Così, Elizabeth diventa un po’ per volta un grande amore perduto, una fanciulla perfetta, la figlia di un ricco proprietario, poi di un baronetto, poi di un duca vendicativo che fa deportare il ragazzo audace… Chi ascolta la storia qualche volta ci crede, qualche volta no, qualche volta sa per certo che non è vera. Henry Morgan, di fronte alle sue storie, è in quel limbo della certezza: la ferma volontà di essere certi. Capita di voler credere a qualcosa così tanto che è quasi come se ci si credesse.

Non contento di questo passato magmatico, che cresce su se stesso come crescono i miti, Morgan si provvede anche di un futuro altrettanto cangiante e nebuloso, ed eccoci al secondo pilastro portante di questa storia. Da buon Sbregaverze, mentre compie la sua ascesa, il nostro pirata si provvede di un’Aspirazione con la A maiuscola. Panama, la colonia spagnola tanto ricca e inaccessibile da andare sotto il nome di Coppa d’Oro (donde il titolo originale). Ma non solo la città: a Panama vive una donna, la moglie del governatore, altrettanto inaccessibile. Per la sua virtù e la sua bellezza è nota come la Santa Roja, ed è una leggenda sulla bocca di tutti i pirati. A questo punto è solo naturale che Morgan elegga a suo obiettivo la conquista di Panama e, con Panama, della Santa Rossa. Intanto sogna, guerreggia, vince e riflette. E acquista un amico.

Eccoci qui, il sidekick. Morgan vuole un amico perché si sente solo. Alla fin fine detesta tutti quei pirati ottusi e rozzi che servono sotto il suo comando, incapaci di sognare, ciechi al di là del prossimo doblone d’oro, della prossima prostituta, della prossima bottiglia di rum. Ma c’è un’eccezione nel mucchio: un giovane pirata francese, al quale Morgan ordina di essere suo amico. E per bizzarro che ciò sembri, funziona. Funziona perché Coeur de Gris ammira il suo comandante, ed è pronto a cercare di spiegargli il funzionamento quotidiano del mondo al di fuori dei sogni. CdG***** non perde molto tempo con il suo passato, per il futuro ha sogni di gloria dorati e vaghi, e sa apprezzare il presente con la pienezza di cui Morgan non è capace. E’ lui a svelare al suo comandante certi misteri, come il fatto che anche l’ultimo mozzo di cambusa e il più rozzo degli armigeri sognano Panama, ciascuno a suo modo. La sopresa è grande: a Morgan non piace sentirsi dire che non è diverso dagli altri uomini, e tutto sommato preferisce non crederci. CdG è l’unico ad essere ammesso, in qualche modo, nella sfera ideale di Morgan: c’è bisogno di lui, perché gli eroi delle storie, oltre a un Sogno da perseguire e a una Donna da amare, devono avere un Amico di cui fidarsi. Mal gliene incoglierà.

Enfin, Panama cade, sanguinosamente e tra mille difficoltà, e la Santa Roja è catturata. E allora? Morgan raggiunge la sua Coppa d’Oro? Ottiene Panama Presa.jpgil suo premio? Non è un vero Sbregaverze? Never fear. La presa di Panama è una faccenda sudicia e ingloriosa come ogni altra impresa piratesca, e Dona Ysobel non è… non è cosa? Morgan non lo sa. Non è la bellezza celestiale di cui tutti parlano, tanto per cominciare. E’ una donna matura, orgogliosa, intelligente, di forte carattere. Non mostra paura, e anzi, capisce Morgan nel profondo. Capisce la sua incapacità di venire a patti con la realtà, e se ne fa gioco. Di sicuro non è un premio. La caduta di Panama è, prima di tutto, un’inammissibile delusione. Nessuno ci dice che l’avverarsi di un sogno non conclude nulla, non corona nulla, non cambia nulla. Anzi, semmai toglie qualcosa: possiamo ottenere o no ciò che volevamo, ma di certo perdiamo il nostro sogno da perseguire. In conseguenza di questo amaro risveglio, Morgan fa qualcosa di apparentemente privo di senso: uccide Coeur de Gris. Una specie di suicidio vicario? Un tentativo di accecare la sua coscienza davanti a questo nuovo mondo in cui gli scopi sono già raggiunti? Un’incapacità di accettare la realtà? A mio avviso, tutte e tre le cose.

Oh, Morgan andrà avanti per conto suo, senza altri amici. Prenderà altre città, salirà di grado, continuerà a raccontare storie sempre più improbabili della sua giovinezza, sposerà la sua ricca cugina (ancora un’altra Elizabeth, come la madre, come la ragazza in Galles, come la Santa Roja), smetterà di fare il pirata, diventerà governatore della Giamaica, accumulerà grandi ricchezze… Sempre bugiardo, sempre solitario, sempre infelice, sempre assediato dai ricordi e dai rimpianti. Sempre occupato a raccontarsi, a se stesso e agli altri, come il protagonista di un romanzo. Anzi, no: di un mito.

La vita di Sir Henry Morgan, bucaniere, con occasionale riferimento alla storia, recita il sottotitolo del libro. In realtà il riferimento è ben più che occasionale, ma Steinbeck ne ha fatto lo sfondo pittoresco di una storia su come storie, sogni, menzogne e aspirazioni siano in fondo tutt’uno. Su come sia facile sbagliarsi. Su come ci si voglia sbagliare, talvolta.

Solo nel morire Morgan è tranquillo, mentre si riconcilia con le sue memorie, mentre si libera dei rimorsi, mentre i ricordi lo abbandonano uno a uno “come una colonia di vecchissimi cigni, che volino verso qualche remota isola del mare, per morirvi”. Insomma, ecco: l’oblio e la pace non sono vita. La vita era non tanto la realtà, perché quella lo Sbregaverze Morgan non l’ha mai voluta per sé, ma i sogni, le aspirazioni, l’affannosa ricerca di colori migliori. Ricerca vana, è vero, ma non per questo meno reale e meno viva: la fiamma triste di tutti gli Sbregaverze. E l’Henry Morgan di Steinbeck, per il quale la fiamma si spegne a Panama senza tornare più, è il più triste di tutti loro. 

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* L’autore era Alexandre Exquemelin, già chirurgo di bordo e amico di Morgan. Tra l’altro, era la fonte della storia della vendita in schiavitù, ma credo che non fosse tanto quella a sollevare l’ira di Sir Henry, quanto il racconto di molte brutalità e molti eccessi nel corso della guerra corsara contro gli Spagnoli.

** Non è che avesse condotto la vita più morigerata che si possa immaginare…

***  Il Peter Blood di Rafael Sabatini, è apertamente ispirato a Morgan, ma ci sono abbastanza differenze da poterlo  considerare un personaggio diverso. Quanto a Josephine Tey… ho deciso che il suo Morgan non è uno Sbregaverze. Ecco.

**** Almeno nell’edizione che ho io: Oscar Mondadori, 1987. Traduzione (credo Anni Quaranta) di Giorgio Monicelli.

***** E che caspita! Gli veniva il morbillo, a Steinbeck, a dargli anche un nome di battesimo? Fortunatamente ci liberiamo di lui abbastanza presto.

Nov 23, 2009 - considerazioni sparse    2 Comments

Influenzata

Ho l’influenza.

No, non è del tutto vero: ho fatto il vaccino (influenza normale, ovviamente) e si direbbe che i miei anticorpi non fossero del tutto d’accordo… una spalla gonfia come un salvagente, dolori, febbre, spossatezza… non vi fate un’idea del gaudio.

E avrei così tanto da fare!

Be’, mi sono detta, smaltirò almeno una parte della mia To Read List, tutti quei libri che voglio leggere, tempo permettendo, e il tempo non permette mai…

Poteri Forti, di Ferruccio Pinotti (cominciato, da finire…)

Viaggio a Taprobana, di Giuseppe Papagno

Who Killed Kit Marlowe?, di M.J. Trow

Il Viaggio di Shakespeare, di Daudet

Per Una Stella da Maresciallo, di Antonio della Rocca

A Hand-book of Volapuk, di Andrew Drummond (che vorrebbe una dieresi sulla u… dov’è una tastiera tedesca, quando servirebbe?)

Il Vizio di Leggere, di Vittorio Sermonti…

Solo per citare i primi, perché la lista intera è lunga come il mio braccio.

E invece no, perché di giorno ho giusto quel tanto di febbre che basta a sentirmi la testa imbottita di cotone idrofilo, prosciutto cotto e biglie, e di notte ne ho troppa per dormire… col risultato che di notte mi rigiro, di giorno dormo e non leggo una virgola. E infatti sto anche postando in tremendo ritardo…

Che posso dire? Passerà. Intanto, abbiate pazienza se in questi giorni non solo il ritratto della costanza e della precisione.

 

 

Si fa quel che si può

Essendosi domenica, tradizione vorrebbe un filmato, magari inerente allo Sbregaverze della settimana… Alas, l’ho già detto: sul Critonio non c’è nulla di nulla.

E allora, nella mia impudenza, credo che oggi posterò invece un estrattino del mio Specchio Convesso.

Dunque, si è appena tenuta una giostra, nel corso della quale il Critonio ha battuto l’amico di Don Vincenzo, vincendo una grossa somma di denaro. Il narratore, il cortigiano Marcello Donati, è incaricato dal Principe di pagare la scommessa, e trova il Critonio occupato a medicarsi da sé una ferita superficiale, nonché di pessimo umore. Quando lo Scozzese esprime l’amabile intenzione di gettare la borsa nel lago insieme al suo padrone, e Donati mostra di credergli molto poco…

– Voi mi giudicate stupido, Dottor Donati? -interrogò inaspettatamente.

– Ci sono molte cose che penso di voi, Critonio, -risposi, aggrottando la fronte nel mio stupore,- e non tutte sono buone. Ma stupido no, non ho mai creduto che lo foste.

– Ah, si direbbe che lo sia, invece! -esclamò lo Scozzese, con una voce che non pareva nemmeno la sua- Tutti pensate che debba essere contento di quel che ho ottenuto qui, non è vero? Che abbia combinato parecchio, dal giorno in cui il Duca lesse le mie lettere… Ma se sapeste! Quand’ero ragazzo, con la mia nascita e le mie qualità, non c’era nulla che paresse troppo per le mie ambizioni… E adesso guardatemi: un giostratore da fiera e un pappagallo ammaestrato, la meraviglia degli eruditi e il balocco parlante del Duca! –

E allora mi dispiacqui per lui, Manuzio. Per un istante ebbi una gran pena per quel giovane che aveva messo tanta cura nel rendersi insensibile e non vi era riuscito. Lo avevo sempre creduto così soddisfatto di sé e invece, dietro la maschera incurante, nessuno giudicava Giacomo Critonio tanto severamente quanto lui stesso faceva.

– Non dovete pensare così… -mormorai, ma lo Scozzese m’interruppe con un gesto.

– No? -domandò amaramente- Se non passa giorno senza che debba fare esibizione di qualche bravura! Se sbaglio, scherno e disprezzo; se riesco, una borsa, come se fossi un mangiatore di spade sulla piazza, e non posso nemmeno rigettarla in faccia… –

S’era incollerito di nuovo, nel parlare, ma tutt’a un tratto s’interruppe fissando a bocca aperta qualcuno che entrava tempestosamente  dalla porta alle mie spalle.

Voltandomi, vidi la signora Armida. La fanciulla rimase per un istante sulla porta, con gli occhi lucenti e il fiato corto di chi avesse corso e poi, senza badare affatto a me, si avvicinò di slancio al Critonio che, per lo stupore dell’improvvisa apparizione, aveva dimenticato di alzarsi. Armida era in preda alla più viva agitazione. Afferrò la mano dello Scozzese e gli sfiorò delicatamente il braccio ferito.

– Per causa mia! -mormorò, e scosse la testa quando il giovane volle assicurarla che era solo un graffio. Si tolse dalla manica un fazzolettino ricamato e, inumiditolo dalla boccetta di aceto aromatico che portava alla cintura, s’inginocchiò accanto allo Scozzese, facendogli poggiare il braccio sulla panca.

– Ditemelo, se vi faccio male. -gli sussurrò, e prese a lavargli la ferita. Curvo su di lei, il Critonio la guardava con occhi pieni di stupore e di qualche altra cosa che non mi piaceva vedere. Tenendogli ferma la mano, l’Armida lavorava di buona lena e a tratti, quando lo sentiva irrigidire il muscolo (perché l’aceto doveva bruciargli non poco), gli levava gli occhi in viso, e sorrideva in risposta quando egli sorrideva per rassicurarla, e tornava a chinare il capo, assalita da ondate di rossore.

Tutto ciò, come vi ho detto, non mi piaceva. La fanciulla era assai poco padrona di sé mentre il Critonio, recuperata in parte la sua freddezza, lo era fin troppo. Guardava la sua piccola cerusica con una sorta di trionfante determinazione, quasi una ferocia. Vedevo bene che, benché avesse frenato i segni esteriori della collera, era ancora fuori di sé, incurante di ogni prudenza e fin troppo avido di vibrare un’altra stoccata a don Vincenzo. Per di più, ora la fanciulla gli si offriva perduta e soggiogata, dimentica delle sue malizie, e anzi proprio da quelle travolta.

Sapevo che quei due non avrebbero esitato oltre, a meno che non fossi intervenuto.

– Signora Armida, -dissi pertanto, chinandomi a prendere la fanciulla per un braccio- avete fatto una gentilezza, il signor Giacomo vi è grato e sa che voi siete grata a lui, però non è bene che stiate qui. Date retta a un uomo anziano abbastanza per essere una volta e mezza vostro padre, e che ha a cuore la vostra reputazione: andate, e lasciate che finisca io di occuparmi di questa graffiatura. –

Ma l’Armida balzò in piedi come punta, sottraendo il braccio alla mia presa.

– No, Dottore, no! -gridò, mezzo piangendo e mezzo ridendo- Non m’importa quello che si dirà, non m’importa di nessuno e meno di tutti del Principe! Sono stata perfida e molto sciocca, e il signor Giacomo avrà molto da perdonare, se vorrà… -si voltò verso il giovane che si era chinato a baciarle la mano e alzò su di lei uno sguardo ardente. Non era mai stato tanto bello, e l’Armida, con un piccolo sospiro, tornò ad inginocchiarglisi accanto.

– Signor Giacomo… -cominciai col mio fare più severo, ma mi fermai incontrando gli occhi color della nebbia, accesi da una luce di vittoria e accompagnati dall’ombra di un sorriso arrogante.

E allora, invece d’interferire ancora, allargai le braccia in segno d’impotenza e mi voltai per andarmene. Quando, dalla soglia, gettai un’occhiata sopra la mia spalla, vidi il giovane inginocchiato a sua volta sul pavimento, la bocca sulla bocca dell’Armida e le mani affondate nei suoi capelli.

Arrivato!

KINDLE.jpgVi ricordate il mio regalo di Natale? Be’, è arrivato!

Dopo appena tre giorni dall’ordine, un furgone UPS trainato da renne gialle è planato sul mio tetto, e ha calato attraverso il camino il mio Kindle. Si capisce, ufficialmente lo aprirò la notte di Natale, ma c’erano alcune cose da fare, come controllare che fosse vivo e compatibile con il mio computer, registrare gli indirizzi email, et caetera similia, per cui non si poteva fare conto sulla donatrice. E questo è il motivo per cui, pur non essendone ancora entrata in possesso, sono già in grado di dire che l’arnesino è incredibile.

Chiariamo subito che non è straordinariamente bello: bianco e gelido, pur con gli angoli arrotondati, fa un po’ l’impressione di un piccolo frigorifero, ma confido che l’effetto frigidaire svanirà quando sarà arrivata la copertina di pelle*.

In compenso, la cosa fenomenale è lo schermo. Confesso che non credevo fino in fondo a tutto l’hype sulla tecnologia eInk, ma mi sbagliavo. Non si ha assolutamente la sensazione di leggere da uno schermo, non c’è retroilluminazione, non c’è il conseguente fastidio, non c’è nulla, salvo le parole nitidissime su fondo color… non c’è altra parola per definirlo: color carta. L’impressione è quella di leggere una pagina stampata ad altissima qualità. Il display da 6” ha le dimensioni di un piccolo paperback, e Kindle impagina da solo il contenuto adattandolo al display, per cui non bisogna spostare, adattare o far scorrere alcunché. Le pagine si girano (avanti e indietro) con due tasti posti ai lati del display. A quanto pare, non è difficilissimo schiacciarli accidentalmente tenendo in mano il Kindle nudo, ma il problema si risolve completamente usando una copertina. Questo è per sentito dire, perché, pur avendo caricato alcuni files pronti per la notte di Natale, mi sono eroicamente trattenuta dal cominciare a leggere.

E questo ci porta al caricamento dei file, che temevo un pochino. Invece è tutto molto semplice, anche per i formati non direttamente supportati. Li si può far convertire in modo facile, rapido e gratuito inviandoli ad Amazon per posta elettronica: in pochissimo tempo tornano per la stessa via, convertiti e caricabili. Oppure si può utilizzare un programma come Stanza o Calibre, entrambi gratuiti, e fare tutto da sé. Io ho scaricato Calibre e l’ho trovato efficiente e d’uso intuitivo.

Quanto ai libri, temo che la scelta sia più ampia in Inglese. Quando dicevo, nel post precedente, che i libri elettronici su Amazon costano circa 10 Dollari, mi riferivo ai bestseller appena usciti. In realtà il libro medio costa decisamente meno, e c’è anche una vasta scelta di materiale gratuito, tanto su Amazon quanto su numerosi altri siti, come il Progetto Gutenberg, FeedBooks… Per i testi in Italiano, c’è sempre il meritorio Progetto Manuzio, conosciuto anche come LiberLiber. Detto fra parentesi, vale la pena di visitare questi siti indipendentemente da Kindle, perché tutti hanno una quantità di classici, saggistica, narrativa e testi fuori commercio. A volte, esaurite tutte le altre possibilità, i libri introvabili saltano fuori proprio lì.

Ecco, per ora siamo fermi a questo. Ho riposto il mio Kindle nella sua scatola e non lo rivedrò più fino alla sera del 24 Dicembre, quando lo scarterò sotto l’albero, come fa la gente normale. Sarà una lunga attesa…

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41eUaVviNsL__SL110_.jpg* Ho scelto quella viola!

 

Quando si dice i Posteri

Per quanto ne so, non ci sono film sull’Ammirabile Critonio. A dire il vero c’è una commedia di J.M. Barrie (sì, quello di Peter Pan) chiamata The Admirable Crichton, dalla quale sono stati tratti diversi film*, ma…

Ricordate il sobriquet di Madame Sans-Gêne? Che non era affatto suo, ma era stato sottratto ad un’altra e reso celebre per lei? Ebbene, qui abbiamo il caso opposto. L’Ammirabile Crichton di Barrie è un maggiordomo inglese che, alla fine del XIX Secolo, fa naufragio con i suoi padroni su un’isola deserta… Quindi, vedete, non c’entra assolutamente nulla. Però a Barrie piaceva il nome: lo ha sottratto senza remore, e il suo maggiordomo (almeno nei paesi anglosassoni) è più celebre del suo namesake rinascimentale. Cose che capitano: è successo alla povera Thérèse comesichiamava, la MSG originale, ed è successo a James Crichton. Che volete farci? Gli scrittori sono gente senza coscienza, e il furto di un nome per loro è come bere un bicchier d’acqua fresca.

lapide.jpgSempre per quanto ne so, non ci sono nemmeno statue. C’è questa lapide bilingue**, fatta apporre da un discendente nella chiesa di S.Simone a Mantova nel 1914, e c’è una targa nella chiesa di Sanquhar, in Scozia. Della lapide scozzese non ho trovato un’immagine, ma quella mantovana mi dà l’occasione di dire un paio di cose sulla morte del Critonio storico. Vi sareste aspettati (o almeno, io mi sarei aspettata) funerali solenni per il favorito del Duca di Mantova. Ma c’era il piccolo particolare che il favorito in questione era stato ucciso dall’erede del Ducato in circostanze che era caritatevole definire poco chiare… morale: lo Scozzese fu sepolto nella chiesa di S.Simone, in tutta semplicità perché non c’erano soldi, e con il suo servo per tutto corteo funebre. Altro che i dieci giorni di lutto cittadino descritti da Sir Thomas: pieno di debiti, sepolto in imbarazzata fretta, e dimenticato alla velocità del lampo***!

 Quindi, in realtà, le sue tristezze il Critonio le avrebbe avute. Una delle linee narrative nello Specchio Convesso è che il giovanotto non fosse affatto contento di sé: con la sua nascita e le sue qualità avrebbe potuto aspirare a molto di più, e molto di meglio, delle dispute pubbliche, le giostre e una precaria posizione di favorito in una corte minore come Mantova… Il mio Giacomo Critonio non ha una buona opinione di se stesso. Un’altra linea narrativa è che sia una spia al soldo di Venezia, un’altra ancora è che non possa tornare a casa in Scozia… Insomma, ci ho strologato su, ho amplificato certi aspetti, ne ho omessi ben pochi, ma ho messo tutto nella luce che preferivo… alla fin fine, mi sa di avere sbregaverzizzato non poco a mia volta.

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* Fatterello bizzarro: secondo IMDb, le due versioni di Travolti da un insolito destino… sarebbero altrettanti adattamenti di The Admirable Crichton. Mai visto nessuna delle due, quindi non posso pronunciarmi.

** Mi si fa notare che la Fenomenologia sta assumendo un carattere lievemente cimiteriale, con tutte queste lapidi. Vero, ma che posso farci se tutti gli Sbregaverze sono ampiamenti passati a miglior vita?

*** Con l’eccezione di Aldo Manuzio il Giovane, che dedicò alla sua memoria un’edizione del De Amicitia di Cicerone. Oh, e poi ci sono generazioni di biografi scozzesi, che suonerebbero più attendibili se non si limitassero a ripetere ciascuno i propri predecessori, e tutti, alla fin fine, Manuzio stesso.

 

Niente Roma

Dovevo presentare Somnium Hannibalis a Roma, a metà dicembre, in una libreria del centro. Sembrava tutto stabilito, e non nego che ero piuttosto al settimo cielo. Insomma, Roma è Roma, e poi, così sotto Natale… Avevo già presentato una volta a Roma, ai tempi di Strada Nuova. Hm. A febbraio. Insieme ad altri due autori. Davanti a una platea di dodici persone. Due terzi delle quali erano amici e parenti. Ma questa volta doveva essere tutto diverso: si era scelto l’attore per il reading, prevista la pubblicità, decisa la data…  tutto perfetto, no?

Appunto: no.

A quanto pare, il Somnium e io siamo rimasti impigliati nel mezzo di una specie di guerra a tre fra librai (vari), distribuzione (Messaggerie) ed editore (Robin), in cui nessuno vuole cedere, in cui a nessuno importa della mia povera, piccola presentazione assassinata. E badate, non sono irragionevole: capisco perfettamente che ci siano problemi di mercato, di contratti, di eccezioni da non fare, di precedenti da non creare. Sono certa che tutti hanno perfettamente ragione. E sono consapevole che il mondo non ruota attorno al mio libro.

Però…

Essere ragionevoli è una magra consolazione, quando si credeva di presentare il proprio libro a Roma a metà dicembre, e invece non lo si farà. Sospirone.

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ETA: la mia amica Lina Morselli offre una consolazione migliore. Sono vittima di una maledizione millenaria, perbacco! Il vero Annibale non è mai riuscito a passeggiare all’ombra del Colosseo, e mi aspetto di portarcelo io? Allons donc! E devo ammettere che suona molto, molto meglio delle scaramucce distributive…

L’Ammirabile Critonio: Lo Sbregaverze Mal Riuscito

James_Crichton_1.jpgNon tutti gli Sbregaverze riescono col buco, e questo è il solo punto di contatto che veda tra gli Sbregaverze e le ciambelle. Forse bisognerebbe qualificare, perché di James Crichton letterari ne contiamo almeno due*, ma mostreremo perché, a dispetto delle apparenze, Sir Thomas Urquhart non sia affatto il nonno di tutti gli sbregaverzizzatori; e perché William Ainsworth, con uno Sbregaverze al suo attivo, è un autore completamente dimenticato.

Prima, però, tanto per sapere di cosa (e di chi) parliamo, cominciamo con un po’ di storia.

James Crichton of Eliock and Cluny era nato nel 1560, figlio del Lord Avvocato di Scozia e di una Stewart di sangue reale**. Siccome il ragazzino pareva promettere assai bene, fu spedito giovanissimo all’università di St.Andrews, dove si laureò alla matura età di tredici anni, e fu licenziato Master of Arts a quattordici. Poi, come un antesignano del Progetto Erasmus, passò in Francia per completare la sua educazione. Dopo di questo, le notizie diventano un po’ vaghe. Potrebbe avere servito per due anni come cavaliere nelle truppe del Re di Francia senza ricoprire alcun grado di rilievo, oppure no. Potrebbe avere lasciato una profonda impressione di sé a corte e negli ambienti accademici parigini, oppure no, checché ne dicano gli adoranti biografi scozzesi, contemporanei e posteri. Next we know, il giovanotto riemerge a Genova nel 1579, e lo sappiamo per certo perché c’è un’orazione di Giacomo Critonio, Scoto rivolta alla Repubblica di Genova. Non un successo travolgente, se dobbiamo giudicare dal fatto che l’anno successivo il Critonio era già a Venezia. Lì andò meglio: i patrizi, gli eruditi e i professori di Padova erano impressionati: Aldo Manuzio il giovane c’informa che il suo scozzese parlava dieci o undici lingue, disputava di filosofia, teologia, araldica, matematica, musica, politica e chi più ne ha più ne metta; tirava di scherma, danzava, cavalcava, saltava (!)… ed era pure bello. Pur avendo incontrato tanto entusiasmo, il giovane Giacomo passò a Mantova in tempo per il Carnevale del 1582, e lì divenne, alla velocità del fulmine, il favorito del gobbo, cinico e sospettosissimo Duca Guglielmo Gonzaga. “Come diavolo avrà fatto?” si domandavano tutti, per primo il figlio del Duca, il brillante, irresponsabile, bel Don Vincenzo, cui in vent’anni non era mai riuscito d’andar d’accordo con il padre… A parte il Duca e le dame di corte, però, Mantova si mostrò meno entusiastica di Venezia. Meno felice di tutti era Don Vincenzo, cui non piaceva vedersi capitare tra i piedi un rivale in tutti i campi. Come fu, come non fu, la parabola mantovana del Critonio durò fino ai primi di luglio, quando ebbe la cattiva sorte d’incontrare Piccoli Duchi Crescono in una stradina buia. Uno spintone, un insulto o due, le staffe perdute, i pugnali sguainati… ben presto sul terreno restò un amico di Don Vincenzo, mentre il nostro Scozzese, ferito al fianco, correva via in cerca di soccorso. Arrivò a una bottega di speziale giusto in tempo per morirci. Aveva ventidue anni. Forse era stato un prodigio di erudizione multiforme, forse un millantatore intrigante. Non lo sappiamo per certo, perché le fonti sono dubbie. Forse non lo sapremo mai.

Chi credeva di avere le idee chiarissime in proposito era Sir Thomas Urquhart. Ho già accennato a lui, ThomasUrquhart.pngqualche post fa: un altro erudito scozzese, viaggiatore, scrittore, traduttore di Rabelais, inventore di lingue universali… bel soggetto. Nel 1652, Sir Thomas dedicò alle prodezze di James Crichton, che era il suo idolo e modello, la maggior parte del suo Exkybalauron, ovvero La Scoperta di un Meraviglioso Gioiello, singolarissimo trattato sul carattere nazionale scozzese, che sovrasta, lo si capisce bene, il carattere nazionale di qualsiasi altro popolo. Sir Tom era fatto così, e anche il suo Crichton era fatto così: un eroe senza macchia e senza paura, ineffabile nella sua spavalderia e presunzione, che attraversa l’Europa vendicando torti altrui per pura magnanimità, riducendo al più umiliato silenzio gli eruditi di tutte le università, battendo in duello chiunque gli si pari davanti, e ovunque ottenendo il plauso e l’ammirazione degli ottimati, l’amore delle donne e la grata adorazione del popolo. Unica eccezione, naturalmente, Mantova, dove il malvagio, invidioso Don Vincenzo va in giro con dieci compagni armati fino ai denti. E lo stesso, riesce a battere “Crichtoun” solo con l’inganno: riconoscendo il suo augusto avversario, lo Scozzese si ferma, s’inginocchia e porge la spada… e Vincenzo prende l’arma e trapassa l’avversario disarmato! Non so se mi spiego. Comunque, non siamo davanti a uno Sbregaverze. Sir Tom fa sul serio, sul serissimo: non considera la sua improbabilissima storia un romanzo, ma un’opera storica, una biografia e un trattato tutto assieme. E’ fermamente convinto di non avere esagerato nemmeno un pochino, e gli attributi sbregaverzeschi di Crichtoun sono del tutto involontari. Poco importa che sconfigga spadaccini seriali per sport, che sia sopraffinamente geloso del suo onore, che faccia fuori da solo tutti e dieci i compagni di Don Vincenzo, spacciandolo in altrettanti modi diversi, tutti “scientifici”… Resta il fatto che a Sir Tom, gentiluomo barocco e scozzese, non sembra di avere ritoccato la verità***… E la creazione di uno Sbregaverze deve essere deliberata. Peccato, vero?

Ma non è finita qui.

180px-William_Harrison_Ainsworth_-_Project_Gutenberg_eText_12369.pngLasciamo passare un altro paio di secoli, e scendiamo dalla Scozia a Londra. Enter William Harrison Ainsworth. “E chi era costui?” vi chiedete voi. Ebbene, WHA era un romanziere storico, un contemporaneo di Dickens, autore di una quarantina di romanzi storici, tra cui The Admirable Crichton. Vale la pena di ricordare che per un certo numero di anni Ainsworth fu considerato al pari, se non più di Dickens, che ebbe il suo periodico, che i suoi lavori venivano adattati per il teatro… come ciò sia possibile non mi è del tutto chiaro. E’ vero, di suo ho letto solo TAC, che non è il suo capolavoro, ma credetemi: è uno dei libri più brutti che abbia mai letto. Che cos’ha che non va? Voglio dire, Sir Thomas o no, a prima vista, il Critonio ha tutto quello che serve per un eroe da romanzo vittoriano: nobile, bello, giovane, avventuroso, diseredato o qualcosa di simile, un duellatore di prima forza… andiamo! Che si può volere di più? Ma Ainsworth, no. Non contento delle pittoresche (pur se dubbie) fonti a disposizione, va a scegliere il periodo più oscuro della vita del Critonio, quello di cui non sappiamo praticamente un bottone: gli anni francesi! Be’, avrà voluto lasciarsi margine di manovra, pensa il lettore ottimista. Sssì… e per cosa lo usa, questo margine? Per la più improbabile storia di congiure, alchimia e veleni che si possa immaginare. Oh, l’intenzione sbregaverzesca questa volta c’è: di Sir Tom, Ainsworth conserva una cosa sola, ed è l’aura da Sette Ammazzai Tutti d’Un Colpo di Crichton, solo che non siamo più nel XVII Secolo. Per cui, ecco la facile suscettibilità, ecco la professione delle armi (gentiluomo povero con precedenti in cavalleria), ecco lo sprezzo incosciente del pericolo, ecco la straordinaria abilità con la spada, ecco la condizione di outsider (un Inglese alla corte di Enrico III…), ecco l’irresistibile impulso a difendere le cause perdute (l’impossibilmente piatta principessa Esclairmonde), ecco l’amata poco significativa (vedi sopra), ecco una specie di sideckick (lo studente inglese Simon Blount), ecco… ecco. Basta. Crichton non invecchia per rimpiangere la sua giovinezza turbolenta e felice, ma non muore nemmeno. Anziché far morire Crichton pugnalato o altrimenti, a Mantova**** o altrove, Ainsworth gli fa sventare non uno, ma due attentati alla vita del Re nel giro di venti pagine. Seguono matrimonio con la principessa e concessione di una paria. Oh gaudio! Oh tripudio! Ne viene che Crichton non ha tristezze di sorta. Ma d’altra parte, non ha mai nemmeno dubbi, né incertezze, né rimpianti, nulla di nulla: è sempre perfetto, sicuro, cavalleresco ed efficace. Difficile affezionarsi a uno così. Eppure, ci dice Ainsworth, tutti adorano Crichton! Reali, nobili e popolani, uomini e donne, buoni e malvagi non meschini, tutti cantano in coro le sue lodi. In coro con l’autore, intendo. Perché, come dicevo prima, tutto questo non è che lo vediamo: ce lo dice Ainsworth. E ce lo ripete. E ce lo ripete ancora. E ancora. E ancora, tante volte che a pagina 18 noi lo detestiamo già cordialmente, ‘sto Ammirabile Crichton. E quanto più Ainsworth insiste, tanto più lo prendiamo in antipatia. Ricordate quando dicevamo che gli Sbregaverze traboccano di fascino? Be’, ecco a voi il motivo per cui non avete mai sentito parlare di Ainsworth: non è capace di mostrarci un singolo motivo per cui dovremmo essere affascinati da James Crichton, ma spera tanto che, se continua a ripetercelo, finiremo col crederci*****.

Insomma, la morale di questa settimana è che non bastano una spada e un ego delle dimensioni di un melone per fare uno Sbregaverze. Bisogna che l’autore sappia quello che fa. Che riconosca nel suo personaggio uno Sbregaverze, e che sappia dargli una personalità, delle malinconie, delle debolezze, delle nostalgie, dei momenti di furia, delle giornate storte, delle idee irragionevoli, delle aspirazioni inappagate, delle testardaggini. Tutte quelle irritanti, adorabili, umanissime ombre che fanno dello Sbregaverze una persona vera, e non una figurina di cartone colorato.

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* Oddìo, se fossi in vena di autopromozione, potrei dire che ce ne sono tre: c’è anche il mio “Lo Specchio Convesso”…

** Sì, sì, sì: un nome da Re, come Alan. Ma, credetemi, le somiglianze finiscono qui.

*** Per qualche motivo, il Chrictoun di Sir Tom ha una trentina d’anni, anziché poco più che venti. Non sono mai riuscita ad accertare se si trattasse di una svista o di una scelta deliberata. E nel secondo caso, perché mai? Un ragazzino ventenne non gli sarebbe parso all’altezza di tante qualità?

**** Mantova compare solo di straforo, nella persona di Don Vincenzo Gonzaga, vilain occasionale, malvagio, meschino e inefficace.

***** Eppure qualcuno dovette cascarci. Non ricordo chi fosse il recensore secondo cui The Admirable Crichton stava “solo e irraggiungibile alla testa di tutti i romanzi inglesi di ogni tempo”!

L’Iniquo Steno, Mangiatore di Sbregaverze

Lo so che oggi dovrebbe essere giornata di Sbregaverze, ma accade che il mio computer (chiamato, non a caso L’Iniquo Steno) oggi non sia di umore collaborativo.

Si pianta, non apre i siti necessari alla bisogna, ha indotto MyBlog a mangiarmi il post già due volte, si rifiuta di inserire link e immagini e si rende generalmente insopportabile. Per cui, stringatissimo post per dire che L’Ammirabile Critonio, Lo Sbregaverze Malriuscito è rimandato a domani. Si spera.

Ci sono giorni in cui lo prenderei a sculacciate sulla pubblica piazza, l’Iniquo Steno.

E, a dire il vero, speriamo che almeno questo lo pubblichi senza troppe storie…

Piste Mentali

Di questa dovrei fare uno schemino.

Qualche post fa si parlava di libri perduti, e Renzo ha commentato raccontando di un film perduto. Ora, questo film non era affatto L’Isola del Dottor Moreau, ma in un primo momento, dall’inizio della descrizione, avevo pensato di sì.

De L’IdDM, ho visto una vecchissima versione in bianco e nero, chiamata The Island of Lost Souls, con Charles Laughton, Franchot Tone e Richard Arlen.

Laughton e Tone hanno recitato insieme anche nella versione de Gli Ammutinati del Bounty con Clark Gable, il quale a me piace molto, ma francamente, come Fletcher Christian era un nonnulla fuori parte.

Il capitano Bligh, quello vero, è sepolto in un cimitero di Southwark, next door al posto dove abitavo a Londra. Nella chiesa adiacente, ormai sconsacrata, c’era una specie di mostra permanente su una creatrice di giardini, di cui ora mi sfugge il nome.

Franchot Tone è anche Forsythe ne I Lancieri del Bengala, altro film di prima del diluvio (1935), che a me piace tanto. In esso, Gary Cooper fa McGregor. Ogni volta che vedo questo film, mi ricordo una specifica occasione in cui l’ho visto, di ritorno dall’aver accompagnato un’amica a visitare Sabbioneta.

Laughton fa anche l’avvocato in Testimone d’Accusa di Billy Wilder, con Marlene Dietrich e, se ben ricordo, Elsa Lanchester. E Tyrone Power, forse? Ad ogni modo, la prima volta che ho visto Testimone d’Accusa erano i primi di novembre, e hanno interrotto le trasmissioni per annunciare l’assassinio di Ytzak Rabin.

Richard Arlen non era un gran buon attore, seppur non proprio un cane totale. La parte di comprimario in Wings l’aveva avuta per due ragioni: a) physique du role; b) sapeva pilotare un biplano. Wings, di William Wellman, fu il primo film a vincere l’Oscar nel 1927. Una particina l’aveva anche Gary Cooper.

E potrei andare avanti a lungo, ma sono già finita in America, in India, a Sabbioneta, a Gerusalemme, a Tahiti, non si sa bene dove, in Francia e su e giù tra il XVIII e il XX secolo… partendo dal film sbagliato.

Mi piacciono tanto, queste vagaries… Il giro del mondo in sette pensieri.

Vagamente Imparentato

MSG non è celebre come altri suoi colleghi Sbregaverze in pantaloni, ma conta ugualmente una dozzina di adattamenti cinematografici e televisivi al suo attivo, a partire dal 1900 (anno, non secolo), quando doveva trattarsi di Sardou filmato. Per la maggior parte si tratta di produzioni francesi, ma ce ne sono alcune dal passaporto bizzarro, come il tedesco Napoleon und die kleine Waescherin (1920) e l’italo-portoghese, nonché ineffabilmente improbabile, Il Figlio di MSG* (1921). Don’t ask. Ci sono anche due produzioni USA, una del 1924, con Gloria Swanson, che si può considerare un film perduto, se è vero che tutte le copie sono svanite**, e quella che forse è la più celebre, del 1962, con Sophia Loren e Robert Hossein. Credevo che in anni più recenti la nostra Catherine fosse uscita di moda, ma apparentemente non è così. Almeno non in Francia, dove tra il 1974 e il 2002 ne sono state prodotte tre versioni, una delle quali con Annie Cordy (voce di Nonna Salice nella versione francese di Pocahontas***, amongst many other things).

Per una volta, YouTube mi delude, e non ho trovato granché da proporre, se non questa clip della versione USA del 1962, che è vivace e colorata, ma non ha molto in comune con Sardou… Però ha un buon ritmo.

 

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* Sì, uso l’acronimo perché non ho voglia di andare continuamente a caccia dell’accento circonflesso che andrebbe su Sans-Gène. Il giorno in cui qualcuno inventerà una tastiera multilingue, sarà sempre troppo tardi. O forse esiste già, solo che io non lo so?

** Curiosa scelta lessicale, svanite. Non è mia, però: presa tale e quale da IMdB. Vanished. Ho già voglia di scrivere una storia sulle copie di un film muto che spariscono una dopo l’altra…

*** Non so come so questo dettaglio, anche perché non ho mai visto Pocahontas in Francese, però sono certissima che è così. Una di quelle cose che restano impigliate tra i lobi del cervello, suppongo…