La Bambinaia Francese

Bambinaia.jpgNel corso del finesettimana ho avuto modo di discutere di uno specifico tipo di anacronismo – il tipo che scatena in me violente reazioni allergiche, che considero il peccato mortale in materia e che permea completamente La Bambinaia Francese, di Bianca Pitzorno.

So di averne già parlato, ma abbiate pazienza mentre analizziamo la trama in dettaglio.

Si comincia nella Parigi degli Anni Trenta dell’Ottocento, con la piccola Sophie, figlia di operai che, nella loro illuminata sete di progresso, fanno studiare la figlioletta. Poi il destino malvagio si accanisce sulla famigliola, Sophie perde i genitori in rapida successione, deve lasciare la scuola e mettersi a lavorare e – colpo di fortuna! – si ritrova alle dipendenze di Madame Céline, danseuse celebre e madre di una bambina. Il padre, un gentiluomo inglese, ci viene subito presentato come un uomo duro d’animo, gretto, ottuso, pieno di pregiudizi e non particolarmente intelligente.

Madame Céline, al contrario, è un angelo privo di difetti che accoglie come altrettanti figli Sophie e Toussaint, il piccolo schiavo di colore regalatole dall’amante inglese. Entrambi i ragazzini studiano nell’eccentrica scuola del Cittadino Marchese, un nobile che persegue i più nobili (e più traditi) ideali della Rivoluzione inculcando Rousseau e Voltaire a un gruppetto di piccoli operai, borghesi e aristocratici.

Tutti vivono molto felici in questa arcadia – con l’occasionale batticuore di una visita dell’Inglese, cui bisogna far credere che le distinzioni sociali siano debitamente rispettate – fino al secondo disastro, che è in realtà una combinazione di disastri. Alla morte del Cittadino Marchese, i di lui avidi e malvagi nipoti accusano Céline di un reato che non ha commesso per poterle sottrarre la parte di eredità lasciatale dallo zio. La poveretta, imprigionata alla Salpétrière, perde anche la memoria. L’Inglese ricompare soltanto per portarsi via bambina e bambinaia, e Toussaint deve nascondersi per non essere venduto, visto che la sua lettera di affrancamento non si trova più.

Il romanzo diviene a questo punto epistolare, perché Sophie scrive a Toussaint dall’Inghilterra, raccontandogli le sue numerose infelicità: deve vivere in un cupo maniero di campagna, fingersi analfabeta, sopportare che la piccola Adèle venga trattata con un certo distacco, capire chi è la misteriosa signora rinchiusa in un’ala della casa, e guardare mentre quella cretina incapace di sentimenti dell’istitutrice inglese s’innamora del padrone…

Qualcosa comincia a suonarvi familiare? Dovrebbe, perché l’istitutrice inglese altri non è che Jane Eyre, e il bieco Monsieur Edouard è naturalmente Mr. Rochester, con la moglie pazza rinchiusa nella soffitta. Solo che nulla è come credevate voi e Jane, perbacco! D’altra parte, Jane è una sciocca accecata in pari misura dai suoi pregiudizi inglesi e dal suo “amore da serva”. Il vero volto di Rochester l’abbiamo già visto, e la moglie pazza – tenetevi forte – non è pazza affatto! Il suo unico difetto è quello di avere sempre sostenuto la libertà degli schiavi e di essere stata innamorata in gioventù di un mulatto. Rochester la tiene rinchiusa solo perché, con i suoi discorsi di uguaglianza e libertà, Bertha è socialmente imbarazzante.

Capito che cosa ci teneva nascosto Miss Bronte? Vatti a fidare!

Ma never fear, la virtù non può non trionfare, di qua e di là della Manica e degli Oceani. In Francia, Céline viene liberata, riabilitata e guarita; i nipoti del Cittadino Marchese pagano per le loro malefatte; Toussaint viene dichiarato uomo libero e parte per l’Inghilterra per recuperare Sophie e la bambina. Seguono i noti eventi – il matrimonio interrotto tra Jane e Rochester, la fuga di Jane e l’incendio… solo che non è Bertha a scatenarlo, così come non è lei a morire. Bertha fugge con i Nostri che, ricongiunti e traboccanti di felicità, s’imbarcano per il Nuovo Mondo. In un finale degno di Love Boat, Sophie decide che Toussaint avrà di certo una parte nel suo futuro, mentre l’ex pazza Bertha non vede l’ora di ricongiungersi con il suo mulatto, e persino Cèline trova l’amore, nella persona di un opportunissimamente ricomparso amico del defunto padre di Sophie, un tipografo povero e brutto – ma istruito, intelligente e debitamente liberale. Non avevamo mai più sentito parlare di lui dopo pagina quattro? Ci eravamo bellamente dimenticati di lui? E’ tutto molto improbabile e improvviso? Fa niente: l’importante è che tutti vivano felici, uguali e contenti mentre la nave scompare nell’orizzonte indorato dal tramonto.

E quella gallina di Jane? Dopo tutto ha quello che si merita, visto che se ne torna scodinzolando dall’accecato e rovinato – e pure bigamo – Rochester. Fine.

Capito l’andazzo? Sorvoliamo pure sulla trama approssimativa e sulle coincidenze improbabili – dopotutto è un libro per fanciulli, si potrebbe obiettare – ma non sorvoliamo sulla caratterizzazione sommaria, perché è parte di un discorso più ampio.

In questo libro ci sono i Buoni (Sophie, l’angelica Céline, Toussaint, il Cittadino Marchese, Olympe e sua nonna, Bertha, la piccola Adèle) e i Malvagi (Rochester, i nipoti del Cittadino Marchese e svariati personaggi di contorno). Miss Jane è in una specie di limbo, parte vittima consenziente di Rochester, parte ottusa perché inglese, di certo nulla a che vedere con la giovane donna coraggiosa e intelligente che conoscevamo dal suo libro.

In realtà, tutte le caratterizzazioni che conoscevamo dal libro sono stravolte – per nessun motivo migliore della simpatia della Pitzorno per la Francia, a quanto pare – ma non è questo il punto.

Il punto è che tutti i Malvagi, maggiori e minori, pensano, ragionano, sentono e agiscono come gente della prima metà del XIX Secolo, incarnano e mettono in pratica le convenzioni, le idee e la mentalità prevalenti del loro tempo – e proprio per questo sono descritti come malvagi.

I Buoni, per contro, hanno tutti sensibilità del XXI Secolo. Anche quando professano teorie volterriane (per dirla con il Sagrestano della Tosca) o declamano le idee di Victor Hugo, poi le applicano in maniera del tutto contemporanea – e questo, nell’intenzione della Pitzorno, fa di loro i Buoni.

Sophie non è una piccola parigina ottocentesca, è una ragazzina dei giorni nostri immersa in una realtà del XIX Secolo, di cui si risente amaramente. Il modo in cui lo staff di Thornfield Hall tratta la bambina francese è esattamente quello in cui sarebbe stata trattata una bambina all’epoca e nella situazione: con un certo distacco (cui va aggiunto un quid d’imbarazzo dovuto alla nascita irregolare di Adèle). Le smanie di Sophie in proposito sono una reazione dei nostri tempi. E l’idea di Bertha – brava, buona e generosa – rinchiusa perché parla di concedere la libertà agli schiavi sfiora il grottesco.

Ma Bianca Pitzorno non è una principiante: da anni scrive romanzi storici ben documentati, e quindi non commette errori di prospettiva. Piuttosto, distorce deliberatamente la prospettiva, il che a mio avviso è ancora più grave. 

Nel momento in cui caratterizza come malvagi tutti i personaggi che incarnano la mentalità del loro secolo, e dà a tutti i buoni una mentalità del tutto anacronistica, La Bambinaia Francese cessa di essere un romanzo storico e diventa, nella migliore delle ipotesi, un’apologia della nostra mentalità illuminata e politically correct, così superiore a quella ottocentesca. Nella peggiore (e più probabile) delle ipotesi, il libro verrà frainteso e i giovani lettori crederanno che nell’Ottocento gli aristrocratici cattivi (specie se inglesi) dividessero la società in categorie, mentre gli operai buoni e qualche nobile illuminato consideravano tutti gli uomini e le donne liberi e uguali.

In entrambi i casi, l’operazione intellettuale è dannosa.

La Bambinaia Franceseultima modifica: 2010-10-05T07:52:00+00:00da laclarina
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2 Commenti

  • Riassumendo: leggete Jane Eyre e basta, no? 😉

  • E ti dirò di più: ho visto una giovane recensitrice (sarà poi questo il femminile di recensore?) consigliare il libro “a chi ha amato Jane Eyre”… Come, prego?!

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