Festivaletteratura 3 – Claudio Magris

festivaletteratura, claudio magris, danubio, microcosmi, realtà e immaginazioneTrattandosi di me, era quasi un miracolo che non fossi ancora arrivata in ritardo a nessun evento del Festival – e infatti è successo ieri: quando sono approdata in Piazza Castello, Claudio Magris aveva cominciato a parlare da quasi dieci minuti…

Per cui, spero di non avere perso nulla di troppo fondamentale – o quanto meno, nulla che abbia pregiudicato la mia comprensione di quel che ha detto dal decimo minuto in poi*.

Detto ciò, l’incontro s’intitolava “La verità è più bizzarra della finzione” e, quando sono arrivata, Magris stava raccontando di come, da scrittore approdato alla narrativa in seconda battuta, si sia sempre sentito un appassionato compilatore di realtà – e illustrava questa sua propensione raccontando di come (da bambino, presumo) lo affascinasse copiare lunghe liste di nomi, per esempio l’elenco dei trattato franco-spagnoli: Oviedo, Pamplona e altri nomi dal suono di leggenda…

L’idea mi è piaciuta molto (non ho più bisogno di confessare il fascino che i nomi esercitano su di me), ma non sono certissima che l’esempio illuminasse l’assunto di partenza. Voglio dire, può darsi benissimo che catalogare equivalga a interpretare la realtà, ma a quei cataloghi di nomi il piccolo Magris non era attratto dalla realtà un po’ tediosa dei trattati, bensì dalle immagini irreali – irrealissime – evocate dal suono dei nomi stessi, forse associati a memorie di cantari cavallereschi.

“Nomi che sembravano usciti dalle leggende come gli elenchi dei paladini nelle gesta di Orlando,” ha detto.

E allora sarà anche vero che “la realtà si afferma sempre,” come diceva ieri Magris adulto, ma forse il Magris bambino non se ne curava ancora granché.

Ma ecco una storia di anni più recenti, del Magris neo-narratore, sempre irresistibilmente “attratto dalla realtà” e alle prese con la storia (vera) dei Cosacchi trapiantati in Carnia nell’illusione di ricostituire uno stato cosacco. Non finì bene: l’ataman di questi esuli, il generale Krasnov, finì per arrendersi agli Inglesi, che promisero di non consegnarlo ai Sovietici, poi ruppero la promessa e lasciarono che fosse rimpatriato, condannato a morte e impiccato. Di questa storia circolò a lungo, e forse non è ancora del tutto cancellata, una romantica versione alternativa, secondo cui il generale Krasnov morì gloriosamente in battaglia. E Magris, che a questa tragedia cosacca aveva dedicato il suo primo racconto e, prima ancora, un lungo articolo per il Corriere della Sera, raccontava ieri di essersi ritrovato incapace di sposare senza riserve la versione storicamente provata. E non solo, badate bene, nel racconto, ma persino nell’articolo, che aveva consegnato al Corriere lardellato di condizionali, se, ma, e ogni possibile forma dubitativa conosciuta alla lingua italiana.

L’attrazione per la realtà? La realtà che si afferma sempre?

Per spiegarsi, Magris ha preso a prestito da Ernestina Pellegrini il concetto di futuri abortiti, ovvero quelle possibilità alternative che sono esistite concretamente finché i fatti non hanno preso un’altra direzione. Il generale Krasnov avrebbe potuto davvero morire in battaglia.

Vero, ma non sono certa che questo costituisca un trionfo della realtà sull’immaginazione, perché di fatto Krasnov non è morto in battaglia, e se la morte in battaglia ha un grado di realtà ipotetica superiore a quello, diciamo, dell’assunzione del generale al cielo in un cocchio, non ha standing di fronte alla effettiva e brutale realtà del tradimento inglese e dell’impiccagione. Quindi, i Cosacchi preferiscono raccontarsi la storia alternativa, e i persino i cronisti appassionati di realtà esitano a smentirla del tutto, perché è bella – ma non è particolarmente reale.

Così come, quando Magris dichiara di ispirarsi sempre a fatti reali per le sue storie, e si riconosca in quel personaggio del suo Danubio che ha scritto quasi sei chili di libro per descrivere nel più minuto dettaglio un piccolo tratto di fiume, e per quanto professi una meticolosa attenzione come forma di rispetto verso la realtà, io non dubito che tutto ciò sia vero, ma fatico a vedere un trionfo della realtà nella vicenda (reale) dell’uomo che raccontava la sua storia con le parole con cui Magris lo aveva raccontato in Microcosmi.

Se stesse a me, sarei tentata di leggere questa faccenda à la Greenblatt: la realtà dell’uomo ha dato sostanza alla storia di Magris, che poi ha finito col modificare la percezione della realtà dell’uomo ai suoi stessi occhi. Realtà e immaginazione qui mi sembrano davvero reciprocamente permeabili.

Così come quando si tratta di Stadelmann, il segretario di Goethe tolto dall’ospizio per commemorare il suo defunto padrone, e a sua volta morto suicida quindici giorni dopo avere fatto ritorno all’ospizio. “La storia è reale, ma le motivazioni del suicidio, quel che accadde dentro Stadelmann in quei quindici giorni, queste sono cose che deve supplire l’invenzione dello scrittore.” Il che è il naturale andare delle cose quando si scrive narrativa (o in questo caso teatro, credo) a sfondo storico – ma non mi colpisce come una decisa affermazione della realtà a spese dell’immaginazione…

E persino in ambito non narrativo, con Cavallari che descrive Paolo VI intento a contemplarsi le mani, “sgomento della loro fragilità”, qual è il grado di realtà di quello sgomento senza parole, sovrapposto al gesto del papa dall’immedesimazione del giornalista? 

E così ho ascoltato, affascinata – perché Magris parla bene, con acume e finezza – ma non convinta.

Mi sono sentita recuperata su altre affermazioni, come il fatto che la scrittura soffra della “concorrenza sleale” della realtà, perché non può esagerare, essere illogica, disordinata e inconcludente come fa la realtà. E così la scrittura si trova costretta a smorzare in verosimiglianza narrativa gli spigoli, le improbabilità e gli eccessi della realtà. La letteratura, diceva Balzac (o almeno credo che fosse lui) non dev’essere vera, ma verosimile. E, chiosava Magris ieri, non solo non deve, ma non può essere vera.

E però allora, I ask, non torniamo alla questione iniziale? La realtà smorzata e narrata non è in qualche modo una realtà immaginata? È vero, la realtà è più bizzarra della finzione – perché non ha il problema di non potersi permettere eccessi di bizzarria – ma questo le dà una sorta di superiorità gerarchica sull’immaginazione nel processo narrativo? Davvero la realtà si afferma sempre? Davvero la realtà esercita un’irresitibile attrazione?

Affascinante questione, affascinante incontro, affascinante collezione di quesiti. Finora, per quanto mi riguarda, il Festival è stato thought-provoking, che è un’ottima qualità. Fino a ieri quanto meno, mi pronuncio soddisfatta.

 

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* In caso contrario, sono sul punto di abbaiare all’albero sbagliato per molti paragrafi, in una figuraccia epica. Credo e spero di no, ma se così fosse, mi perdoni Professor Magri – e perdonatemi, o lettori.

 

Festivaletteratura 3 – Claudio Magrisultima modifica: 2012-09-08T08:10:00+00:00da laclarina
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2 Commenti

  • (avevo lasciato un commento meraviglioso, ma il tuo blog mi odia – sarà per un’altra volta)

  • Natch! Il mio blog non è di buon carattere… lo fa anche con me, abbastanza spesso – o lo farebbe, se non avessi imparato a copiare il commento prima di cliccare il tasto “invia”. O qualunque altra cosa dica il tasto apposito – mi rendo conto che non ne ho idea… che sia per questo genere di cose che il mio blog non mi può soffrire?
    Anyway, copio e, mal che vada, incollo e riprovo.

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