Ott 8, 2010 - scrittura    9 Comments

Come Non Scrivere Un Romanzo

La settimana scorsa, in recensione a Come Non Scrivere Un Romanzo. Una Guida Per Evitare i 200 Errori Più Comuni, l’ultima novità in fatto di manuali di scrittura, ad opera di Howard Mittelmark e Sandra Newman, Il Giornale ha pubblicato un articolo di Daniele Abbiati, che francamente ho trovato un tantino gratuito.

Abbiati definisce il libro “un brogliaccio slegato, incoerente, noioso e senza capo né coda”. Su questo non mi pronuncio: non ho letto Come Non Scrivere Un Romanzo, e può benissimo darsi che sia tutto ciò e anche di peggio. E se non l’ho letto, perché diamine ne parlo? Non ne parlo affatto, faccio notare. Quello di cui parlo è l’articolo di Abbiati, che contesta sarcasticamente a Mittelmark e Newman di avere bocciato, nella loro ansia pedagogica, una quantità di capolavori della letteratura universale, come la Recherche, il Don Quixote, la Coscienza di Zeno e via dicendo.

Ha-ha. Very funny.

Divertente, perché in realtà i consigli di M&N riportati nell’articolo sono solidi (se non terribilmente originali) principi narrativi, come “Evitare di scrivere scene nelle quali il personaggio ricorda o rimugina sul proprio passato e basta.” E Proust, allora? tuona Abbiati. Si dà il caso che Proust fosse, per l’appunto, Proust. Bisogna sapere dannatamente bene quello che si fa per interessare il lettore a una scena (let alone uno o più libri interi) in cui non si fa altro che strologare standosene seduti in poltrona. Bisogna essere estremamente originali, padroni dei propri mezzi e, meglio di tutto, bisogna averlo fatto per primi o giù di lì. E poi, volete che vi dica qualcosa di semi-sacrilego? Se tentasse di pubblicare oggi, difficilmente Proust troverebbe un editore – il lettore odierno non sta volentieri a contemplare un narratore che ricorda e rimugina.

Il che ci viene ribadito quando M&N affermano che “una caratteristica comune a quasi tutti i manoscritti che restano inediti è una selvaggia sproporzione tra introspezione e azione a tutto vantaggio della prima.” A nessuno piace sentirsi dire lungamente ciò che potrebbe essere mostrato, indipendentemente dalle sigarette di Zeno.

E l’articolo continua così, citando casi letterari dal poco pertinente all’estremo, per concludere con una citazione di Checov: “Scrivendo faccio pieno assegnamento sul lettore, nella presunzione che aggiungerà da sé gli elementi che mancano nel racconto.” Molto bello, ma altra epoca, altro mercato editoriale, altra mentalità. E può darsi benissimo che Come Non Scrivere Un Romanzo sia l’ennesima rifrittura di cose già dette, ma sbeffeggiandolo come fa, Abbiati non rende un gran servigio all’apprendista scrittore, incoraggiando l’idea che la scrittura sia una solitaria coltivazione delle idiosincrasie individuali, anziché l’elaborazione di uno stile personale dopo che si sono imparate le buone vecchie regole e studiate con umiltà e passione le grandi eccezioni.

Come Non Scrivere Un Romanzoultima modifica: 2010-10-08T08:10:00+02:00da laclarina
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9 Commenti

  • Grazie della segnalazione (e della dolce(?)amara polemica).
    Bartel

  • Figurati! 🙂
    Ti dirò, più che una polemica (con o senza zucchero), la mia voleva essere una riflessione. Il libro di M&N è espressione di una certa mentalità molto anglosassone – e perciò pragmatica – di guardare al mestiere di scrivere. Il concetto italiano della faccenda, questa mistica dello scrittore spettinato e ispirato che apre il suo cuore e ne versa il contenuto sulla carta, guidato da superna ispirazione, a volte lo trovo un po’ adolescente.
    Ciò detto, non sto affatto raccomandando M&N: c’è un abbondanza di buoni libri di scrittura che non pretendono di condensarti l’arte, il mestiere e i segreti del mercato editoriale in 200 pillole confezionate in pratico blister.

  • Accipicchia! Temi non da poco.
    Sul linguaggio che definiremmo endofasico e sul se rileva o meno, se possa o no imprigionare il lettore, si potrebbe dire tutto e il contrario.
    Così pure sulle tecniche e sul mestiere dello scrittore, che per istinto troveremmo odiose. Con la stessa intensità respingeremmo l’uso di manuali di scrittura e i corsi della cosiddetta scrittura creativa.
    Di solito ci si arrovella da soli, su questi argomenti, anche se poi i personaggi te li fanno dimenticare.
    E’ bene parlarne ed è bello che ci sia chi non usa prosopopea: ci spingerebbe in un baratro di incertezze.
    Ne stiamo affrontando una che ci pare in tema: a breve uscirà un nostro giallo e stiamo immaginando il seguito. Avremmo scritto una specie di prologo: il contenuto di una lunga telefonata.
    Ci pare eccessiva, ma è chiaro che se il lettore avesse pazienza potrebbe tornare utile, quanto meno a confrontarsi con un personaggio che non appare mai più e che conduce verso una fase molto ricca di tensioni. La domanda ci riporta a uno dei temi qui agitati: chi avrà mai voglia di leggere ciò che si dicono una investigatrice e una anziana molto simpatica, ma petulante, se chi scrive è poco noto?

  • Il problema è che il lettore medio non ha molta pazienza: non vuole entrare nelle storie attraverso una porticina stretta, e nemmeno camminando lungo una corsia di tappeto rosso… vuole essere afferrato per la gola, trascinato dentro la storia e tenuto prigioniero fino alla fatidica paroletta di quattro lettere.
    D’altra parte, non c’è ragione per cui una conversazione telefonica fondamentale non possa fare tutto ciò – basta che sia vivida e che catturi!
    Per quanto riguarda scuole e manuali, la mia teoria è la seguente: non t’insegnano certo a scrivere, ma ti offrono gli strumenti per farlo con efficacia, e questa è, a mio avviso, un’ottima cosa. Posso elucubrare da me (per lento studio, per istinto o per ispirazione superna) come costruire una finestra, ma la costruzione materiale della finestra riuscirà molto meglio se posso usare (nel duplice senso che li possiedo e so come utilizzarli) seghe, pialle, succhielli e cacciaviti. Che dici?

  • Istintivamente direi “No” e almanaccare qualche obiezione. Ovviamente, però, e scusa l’ovvietà (è obbligatorio dirlo) c’è gran buon senso in ciò che dici. Tuttavia: si avviano baldanzosamente verso le scuole di scrittura creativa (sono migliaia in Italia), giovani, e non solo, che non hanno quasi mai letto, o letto male, o letto cose non sufficienti. E’ accaduto pure a noi e, quindi, questo è un mea culpa pubblico, che ci costringe a correre ai ripari. Oltretutto, è notorio, chi scrive non legge (poco male se lo hanno fatto in passato, ma converrebbe non smettere). Ed è qui il problema. Ed è qui, forse, la debolezza di certe idee. C’è da credere che potrebbe bastare leggere molto, ovviamente con diligenza…

  • “E’ accaduto pure a noi…” di aver letto male, cose insufficienti e magari poco rispetto a quanto forse avremmo potuto fare.

  • Bellissimo il tuo post! Ti invito nel mio blog, anch’io ho messo simpatici spunti per scrivere fiabe, romanzi e racconti!

  • Connie, ho provato a visitare il tuo blog, ma MyBlog mi dice che la pagina che cerco non esiste… sicura di avere messo il link giusto? A presto!

  • “a volte lo trovo un po’ adolescente.” alla faccia dell’eufemismo.

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