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Apr 6, 2018 - scribblemania, scrittura    No Comments

Pesca al Salmone Annotato

taccuinocAbbiamo parlato parecchio di taccuini, in passato più o meno recente – a vari propositi e, da parte mia, sempre con sconfinato entusiasmo.

Ebbene, rieccomi qui a illustrarvi un’altra dote del taccuino. Dovete sapere che sono a caccia. Ho scoperto di avere, verso la fine del mese, una scadenza che mi piacerebbe rispettare. Concorso, 2500 parole, argomento storico. Non è che il racconto sia precisamente il mio genere prediletto – ma un’altra cosa di cui abbiamo parlato è quanto sia interessante e istruttivo scrivere entro un limite, e poi ci sono idee che si raccontano meglio in piccolo, e tutto quanto… e soprattutto c’è questo concorso a cui vorrei davvero, davvero, ma davvero partecipare.

Quindi: dove sono tutte quelle idee che risalgono il fiume come salmoni quando sono impegnata a scrivere qualcosa d’altro? Quelle idee che bisogna accantonare a sberle per evitare di essere distratti? Adesso che servirebbero, dove diamine si sono cacciati, gli stupidi salmoni?

TaccuinidMa è ovvio: si sono cacciati – o piuttosto, io li ho cacciati nei taccuini. Perché si annota tutto, ricordate? Se vale la pena di essere ricordato, vale la pena di essere annotato. Proprio per momenti come questi. Così qualche sera fa mi sono seduta davanti al fuoco con una bracciata di vecchi taccuini e il taccuino nuovo, e ho cominciato a pescare e annotare…

E cosa credete che sia successo? Adesso ho una lista di salmoni che copre due pagine e mezzo – e questo limitandomi a tenere le idee che mi sembrano adatte alla bisogna… Certo, nel frattempo ho ritrovato (e perso un sacco di tempo a rileggere) ogni genere di altri appunti e idee, e in un certo senso sono di nuovo seduta sul fondo del fiume, come un Operatore BBC di Buridano, occupata a sgomitare tra i salmoni in cerca di quello giusto da sviluppare e scrivere entro la scadenza, e prima o poi – meglio prima che poi – dovrò scuotermi fuori da questa rimpatriata ittico-narrativa e mettermi al lavoro… but still.

SalmonsdQuante di queste idee sarebbero andate perdute se non le avessi annotate quando l’ho fatto? Se non mi fossi abituata a prendere appunti in ogni possibile situazione – compresa la Terra di Nessuno tra veglia e sonno? Se non avessi tutti i miei vecchi taccuini da sfogliare in caso di necessità?

E quindi ammetto di non avere ancora deciso troppo bene che cosa fare di preciso tra qui e la scadenza – ma il problema non è certo la mancanza di idee, giusto?

Una volta di più: per il Taccuino, hip-hip…

Il Labirinto nel Labirinto

AntiocoC’era una volta, tanto tempo fa, un Editor che fece notare alla Clarina come l’espressione “una mente diabolica” in bocca ad Antioco III di Siria fosse un potenziale anacronismo*. Alla Clarina venne freddo: un anacronismo!? La Clarina, che detestava e detesta gli anacronismi alla pari dei r (quelle orribili bestie con otto zampe che fanno le r-tele), tentò di difendere la sua scelta lessicale spiegando delle figure di demoni nelle varie mitologie antiche, ma dovette ammettere che il rischio era grosso, e che “demoniaca” era semmai ancor peggio. E tuttavia, come far definire al Re la mente di Annibale in quella specifica circostanza? Per la cronaca, si parlava di uno stratagemma che Annibale aveva ideato col duplice scopo di far ammattire il Temporeggiatore e metterlo in una posizione dubbia di fronte ai suoi, una di quelle astuzie greche che i Romani disprezzavano e che Antioco ammirava. Come esprimere in un aggettivo la fascinazione che il Re provava per la mente capace di concepire un piano del genere?

Allora, dopo avere inutilmente ponzato e cogitato alla ricerca dell’aggettivo perfetto, la Clarina prese un foglio di carta, qualche penna e un’Anima Paziente e, così armata, si mise a far rimbalzare idee. Insieme all’A.P. buttò giù una lunga lista di tutte le idee, le associazioni, le connotazioni e le immagini che il suo Antioco legava alla mente di Annibale, e la lista era quella che vedete qui sotto. Brainstorming.png

Molte di queste parole erano parziali, perché coprivano solo un aspetto di ciò che il Re pensava; alcune c’entravano fino a un certo punto, ed erano più che altro ponti che conducevano verso altre parole; altre ancora erano del tutto pertinenti, ma non erano L’Aggettivo – o almeno non L’Aggettivo che serviva in quello specifico punto.

Insomma, per farla breve, di parola in parola si giunse a quel labirintica che era perfetto per la bisogna… a dire il  vero, si sarebbe giunti a labirintina, che suona ancor meglio per la bisogna – ma l’Editor fece notare che “labirintino” in Italiano non esiste, e il fatto che ne esista un equivalente in Inglese non bastava affatto…

labirintoChissà, probabilmente adesso la Clarina punterebbe i piedi e difenderebbe l’Aggettivo Perfettissimo – ma allora, giovane e inesperta, ripiegò sulla versione più ortodossa, che tutto sommato andava abbastanza bene anche così. Dopo tutto, con tutte le connotazioni mitologiche di gente smarrita, di oscurità, di pericolo, di astuzia, di stratagemmi, d’inganni, di fili provvidenziali**, col ricordo delle figure dipinte sulle rovine di Creta, con tutti i significati simbolici associati all’idea del labirinto, poteva esserci aggettivo più adatto? E, a dire il vero, poteva esserci sport migliore che dare la caccia a un aggettivo lungo tunnel di parole?

No davvero, on both accounts.

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* Ecco, tra parentesi, una delle cose a cui serve un editor: io avevo usato diabolica in un senso che non era davvero anacronistico, ma mi ero lasciata sfuggire completamente il piccolo particolare che il senso più comune del termine ne poteva fare un anacronismo grosso come una portaelicotteri. Ugh! Mi ero sentita come Foscolo con il Re dei Salamini!

** Ed ecco un’altra parola che non va bene…

The Name Game

whatnameVi è mai capitato di faticare a dare un nome a un personaggio – e, in mancanza del nome giusto, di faticare a caratterizzarlo come si deve? O, on the other hand, di vedere un nome perfetto e di immaginarci attorno una storia? A me entrambe le cose, ripetutamente.

Forse vi ho già detto della mia ossessioncella per i nomi: sono di quelle persone che al cinema restano sedute durante i titoli di coda per amore delle liste di nomi, ho molto solidarizzato con il recente Dickens cinematografico che annota i nomi interessanti sul taccuino nel corso delle conversazioni, e l’ultima volta che sono stata a Londra mi hanno guardata malissimo perché, al Temple, fotografavo le liste degli avvocati accanto alle porte delle varie chambers… E questo è il motivo per cui, per un certo numero di anni, ho annotato diligentemente nomi presi dalla cartella spam. Sapete, quei messaggi che offrono… oh, non so, di tutto: dal metodo infallibile per guadagnare un milione di dollari in 72 ore, ai fitomedicinali canadesi; da un’eredità ricevuta in Africa, alle miracolose bacche dimagranti… appunto, di tutto. E, detto tra parentesi, già su quello ci sarebbe da riflettere: chi è la gente che si lascia ammaliare da queste cose? Soggetto per una storia, non c’è dubbio… ma non divaghiamo. I nomi, dicevo. Ebbene, qualche anno fa quelle mail arrivavano da mittenti fittizi provvisti di nome e cognome – e non dico che avrei battezzato i miei personaggi nelle acque limacciose dello spam, ma ammettiamolo: c’erano un sacco di nomi con cui giocare. E vi sto raccontando tutto ciò perché, mentre cercavo tutt’altro, mi è capitato in mano il quaderno con le liste in questione – e rivederle e volerci giocare è stato tutt’uno. Giocare a cosa? Well, per esempio, ad abbozzare un personaggio…

NamePNPatricia Nielsen, per esempio, è una ricercatrice universitaria, per la precisione un’entomologa (ugh!), con una passione per i viaggi avventurosi. Una di quelle persone che leggono Bruce Chatwin e portano i capelli raccolti a coda di cavallo. E anche una di quelle persone che si ritrovano coinvolte in misteri e ricerche in compagnia di improbabili estranei.

NameBDBarry Dean, invece, è stato un divo radiofonico negli Anni Cinquanta. Naturalmente è un nome d’arte, quello con cui ha interpretato il protagonista di una soap opera che teneva incollate alla radio milioni di casalinghe americane. In seguito ha tentato il teatro, ma non è andata molto bene. Il cinema… nemmeno a parlarne, perché vedete: Barry ha una voce d’oro, ma ha l’aria più incolore e ordinaria che si possa immaginare.

nameFSE Francis Staples? Oh, lui è un impiegato della East India Company a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo. Viene da una vecchia famiglia di mercanti caduta in disgrazia, ed è molto impaziente delle sue circostanze. Essendo irrequieto e dotato di troppa immaginazione, credo proprio che s’inguaierà quando il Parlamento tenterà di arginare lo strapotere della Compagnia… Spionaggio commercial-politico nella City di Londra, per Francis.

Insomma, non si tratta di cercare ispirazione: solo di abituarsi a costruire circostanze, gente e trame. Oltre ad essere divertente, è un buon esercizio. E se poi, per caso si dovesse trovare anche qualche nome perfetto, tanto di guadagnato.

Intanto, giochiamo, o Lettori: chi è Sabina Merton?

La Formula Pattison

Story formulaOgni tanto ci s’imbatte in qualche “formula per il racconto perfetto”, come questa dello scrittore e insegnante di scrittura Iain Pattison, ripresa e adattata dal sito inglese Ideas4Writers:

1) Qualcosa d’importante capita a un protagonista interessante con cui il lettore non può non simpatizzare;

2) Di qualsiasi cosa si tratti, è un problema che richiede l’immediata attenzione dell’interessante protagonista.

3) L’interessante protagonista ha qualche remora a lasciarsi coinvolgere, ciò che gli crea un dilemma. Se non bastasse, ecco che emerge qualche notevole guaio che deve essere risolto.

4) La soluzione del problema e il superamento del dilemma si prospettano estremamente difficili…

5) … Ma il protagonista si troverà in guai ancora più grossi se non risolve&supera: è, come suol dirsi, in ballo e gli tocca ballare.

6) Per risolvere il suo problema, il protagonista dovrà riconsiderare e cambiare qualche aspetto di se stesso o della sua relazione con qualcun altro.

7) Se doveste scommettere sulle sue possibilità di risolvere il problema, preferireste non giocarvi granché…

8) … Ma naturalmente il protagonista risolve il problema, con una soluzione tanto ingegnosa quanto inaspettata, che evolve logicamente dal personaggio e dagli eventi della storia.*

ThreeActIn realtà, nessuna sorpresa trascendentale: una variazione sul tema perenne di tutta la narrativa (il Protagonista deve Risolvere un Problema), combinato con un duplice conflitto – interiore ed esterno. E se vogliamo, è di nuovo la buona vecchia struttura in tre atti: I. il Protagonista vive felice finché non sbatte contro un Problema; II. il Protagonista affronta il Problema (e i connessi rovelli); III. il Protagonista risolve il problema e tutti vivono felici e contenti. Siamo sinceri: è dalla notte dei tempi che l’umanità si racconta storie di questo genere. Il dilemma aggiunto (o conflitto di II grado) è un’aggiunta un po’ più recente – ma nemmeno troppo. Segno che funziona – se non altro perché è quel che il nostro cervello occidental-aristotelico è fatto per riconoscere come Una Storia. Detto ciò, la Formula Pattison, come tutte queste cose, non è affatto una formula, ma contiene una serie di utili consigli che, più che con la costruzione della trama, hanno a che fare con la complessità e logica della storia:

a) il protagonista deve essere interessante e attraente;

b) il dilemma (scaturito dalla morale, dalle circostanze o dal passato del protagonista) deve intralciare la soluzione del problema – sennò è troppo facile;

c) il protagonista deve imparare qualcosa** per risolvere i suoi guai;

d) la soluzione deve essere inaspettata ma logica: mai imbrogliare il lettore!

Siamo alle solite: non ci sono ricette, non ci sono istruzioni per il montaggio – però ci sono sensati e pragmatici consigli per dare una forma (più o meno efficace) alle idee.  Nessuno pretende davvero che siano universali, o infallibili, o esclusivi: queste faccende esistono come traccia di base, pronti per ogni genere di esperimento, variazione e gioco… E davvero, dite la verità: non vi punge l’uzzolo di provare a giocarci?

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* Yes, well – oppure (e questo lo aggiungo io) deve fallire in una maniera che evolve logicamente dal personaggio e dagli eventi della storia. Anche se, allora, potremmo voler modificare di conseguenza il punto 7 migliorando considerevolmente gli odds del nostro protagonista…

** Oppure deve pagare il prezzo per non aver saputo imparare o cambiare – ma questa è un’altra storia.

 

Lo Specchio d’Inchiostro

MirrorMirrorCredo di avervi detto qualche centinaio di volte, nel corso dell’ultimo anno o giù di lì, che il Coro di Shakespeare in Words è stato il mio ritorno sulle scene dopo più di vent’anni. Così come vi ho detto che stavo scrivendo (e adesso ho finito) un romanzo che parla di teatranti – un teatrante in particolare – nella Londra elisabettiana.

Ebbene, quello che forse non vi ho detto è come le due cose si siano incrociate e influenzate a vicenda…

Allora, cominciamo dicendo che il mio protagonista è, appunto, un attore. Un attore di notevole talento, insoddisfatto delle parti che si trova a recitare – ma questo non ha molto a che fare con me. La cosa rilevante è che, in seguito a un incontro rilevante, N. comincia a mettere in discussione quel che fa in scena – e come lo fa. Non è proprio un caso di Millepiedi di Kipling, perché N. non si rovescia nel fosso a ActorElizdomandarsi che zampa muovere per prima – però diventa molto più consapevole dei rapporti di causa ed effetto in quel che fa e nelle reazioni che ottiene. E altre cose di questo genere. Diciamo che comincia a elaborare una teoria dietro la sua pratica quotidiana – e a pensare a quel che questa teoria implica…

E no, non allarmatevi: è un romanzo, e funziona romanzescamente – o almeno spero. Però questa consapevolezza fa parte della crescita del protagonista.

E della mia, si direbbe – perché scrivere di tutto questo mentre reimparavo a stare in scena, è stato infinitamente d’aiuto. Il modo in cui N. pensava, la tecnica che usava, le scoperte che faceva in fatto di rapporto scena-platea eccetera… tutto ciò è servito ad esplorare quello che stavo cercando di fare, a disciplinare e sistematizzare un sacco di idee – qualcuna vecchia di vent’anni, qualcuna nuova, qualcuna solida, qualcuna allo stato gassoso. Ed è servito a tradurre e capire cose che G. la Regista buttava lì per vedere che cosa ne avrei fatto. Ed è servito, la sera del debutto, a farmi guardare negli occhi l’uno o l’altro membro del pubblico.Me-Writing

Non vi stupirà troppo se vi dico che la cosa ha funzionato anche nell’altra direzione: quel che facevo in prova o in scena – scoperte, rovelli, progressi, terrori e travasi di bile – diventava materiale per i rovelli di N. Poi, si capisce, N. è molto più bravo di me – per non parlare del fatto che vive, pensa e recita in un altro secolo. Io non sono N. e N. non è me. Però ci sono sempre quelle cose che non cambiano troppo attraverso i secoli (e che qualche fortunata volta sono lì a strizzarci l’occhio, annotate su un copione del tardo Cinquecento), e quelle cose che sono cambiate, ma vanno tradotte perché il romanzo possa essere un romanzo.

Ed è stata una piccola, luccicante, soddisfacentissima rivelazione vedere come, pur trattandosi di due storie diverse, scrittura e recitazione si siano incontrate a mezza strada, specchiandosi l’una nell’altra, dandosi forma a vicenda. Sono certa che tanto il Coro quanto N. ne hanno tratto giovamento.

Parole, Parole, Parole…

Cloud 3Che prima di essere una canzone, era una citazione shakespeariana, you know… Amleto.

E tutto sommato il Bardo è un buon nume tutelare per questa cosa che The Guardian ha fatto qualche tempo fa, prendendo una dozzina di scrittori e ponendoo loro una domanda: qual è la vostra parola preferita?

No, sul serio. Ed è una buona idea, perché gli scrittori con le parole ci lavorano, ne usano tante, ne conoscono di specificissime, di inconsuete, di eccentriche, sono abituati a considerarne le sfumature e le implicazioni…

Il risultato è questo articolo, che vale la pena di leggere, perché è una piccola miniera di scoperte linguistiche, e perché ci si coglie il gusto di questa gente per la lingua.

Per questo dico che Shakespeare è un buon nume tutelare qui… In realtà gli studi recenti hanno un po’ ridimensionato il numero di parole che si attribuivano a lui, ma questo non toglie proprio nulla al suo vertiginoso e versicolore* uso di una lingua che ai suoi tempi era ancora in costruzione. Provate a leggere incantesimi e battibecchi fatati nel Sogno di Una Notte di Mezz’Estate**: ci si sente una vera e propria gioia del linguaggio.

E questo è qualcosa che si cerca – e, alas, non sempre ci si riesce – di inculcare negli allievi: è davvero difficile scrivere senza avere il gusto delle parole. Senza volerci giocare e sperimentare. Senza perdere l’occasionale nottata in cerca della sfumatura giusta… Tutto considerato, comincio a credere che questo articolo figurerà nei miei corsi, in futuro. Almeno in via di principio, perché le parole stesse sono spesso intraducibili anzichenò, ma il gusto evidente con cui questa gente gioca con parole perdute, idiotismi, onomatopee e lessici famigliari dovrebbe proprio servire da ispirazione per un paio di paragrafi in materia… Futuri allievi, aspettatevi qualcosa del genere.MNDFairies

Per esempio, a me le parole piacciono per il modo in cui combinano suono, significato e connotazioni. Onomatopea e iconicità sono rilevanti. Scintilla, con quel suono saltellante e quella desinenza luminosa. O fiammeggiante, che l’abbondanza di accenti e doppie consonanti fa davvero danzare. E poi sesquipedale, lunga e complessa a sufficienza per suggerire un’enormità che incombe e traballa appena. E che dire di esecrabile? Quel gruppo -cr si mastica così bene che usarlo in un diverbio è di soddisfazione estrema. E bizantino, dal suono elegante e multicolore come un mosaico ravennate. Lanzichenecco, irto di punte all’inizio, e ben corazzato alla fine. È sempre una questione di colori, di consistenza, di suono…

Ma il fatto è che non so troppo bene quale sia la mia parola preferita in assoluto. Liste come questa, dizionari, glossari e repertori, elenchi di nomi, guide del telefono e titoli di coda dei film mi fanno sentire come una bambina in un negozio di giocattoli. Non so scegliere, e questo è quanto.

E voi? Quali sono le vostre parole preferite? E perché?

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* Oh, eccone una che mi piace proprio tanto… versicolore!

** O, se è per questo, la descrizione dell’esercito di Tamerlano, o il catalogo delle ricchezze dell’Ebreo di Malta… è chiaro che Marlowe era un altro che con le parole ci andava a nozze.

Cliffhanger Rusticano

scrittura creativa, passo narrativo, opera, cavalleria rusticana, libretto, placido domingoMi è capitato in questi giorni di riascoltare la Cavalleria Rusticana, nell’edizione Domingo-Obraztsova-Bruson diretta da Pretre. Ridendo e scherzando, l’edizione in questione va per i trentacinque anni, ma non è questo il punto.

Il punto è che non avevo mai notato come Targioni-Tozzetti e Menisci fossero narrativamente scafati. Voglio dire, di solito dai librettisti ci si aspettano versi turgidi, vocaboli desueti, storia macellata e improbabilità multiple. TT&M no. TT&M non solo usano linguaggio asciutto, narrazione stringata e logica impeccabile, ma appendono anche il melomane (e l’ostessa) alla scogliera.

Pensate all’inizio. Dopo la serenata offstage di Turiddu, dopo che contadinelli e contadinelle hanno lietamente inneggiato alla primavera e alla Pasqua, Santuzza giunge all’osteria di Mamma Lucia con la faccia di chi non porta buone nuove. Chiede di Turiddu, che dovrebbe essere altrove e invece è stato visto in paese (lo sappiamo anche noi: poco fa se ne andava attorno cantando in vernacolo locale – e non per Santuzza) e spiega di non poter entrare in casa altrui perché è scomunicata.

Adesso sì che Mamma Lucia comincia ad allarmarsi.

E che ne sai del mio figliolo? indaga.

Santuzza si torce le mani: Quale spina ho in core!

E adesso vuoterà il sacco, giusto? Che diamine ha questa ragazza? Perché non può fare la comunione il giorno di Pasqua? Perché Mamma Lucia all’inizio era così brusca con lei? Avanti, Santuzza, dicci tutto…

E invece no. scrittura creativa, passo narrativo, opera, cavalleria rusticana, libretto, placido domingo

La musica compie una virata angolare, odonsi tinnir di campanelle e schiocchi di frusta, entra in scena Compar Alfio, sanguigno e compiaciuto di sé, accompagnato da una frotta di paesani cinguettanti. O che bel mestiere fare il carrettiere! Tanto più che a casa lo aspetta Lola, che l’ama e lo consola…

E perché mai le comari fanno “oh”? E poi Lola? La stessa lola bianca e rossa come una ciliegia della serenata di Turiddu?

Ahi…

E mentre la scena prosegue in pasquale gaiezza e poi pasquale devozione, noi sappiamo che qualcosa non va, cominciamo a sospettare la natura della spina di Santuzza, e ci sa tanto che non sarà la più lieta delle giornate per tutta questa gente. E, detto per inciso, se prima eravamo curiosi di sentire che cos’ha da dire la ragazza, adesso lo siamo di più, e con una certa ansia. E se siamo ansiosi noi, figuriamoci Mamma Lucia!

Eccoci tutti appesi a una scogliera tardo-ottocento. E, mentre aspettiamo che Santuzza e Lucia si liberino del carrettiere soddisfatto, potremmo anche meditare sull’accorgimento narrativo: abbiamo una rivelazione rilevante da fare? Magari proprio quella che mette in movimento la trama? Be’, potremmo fare di peggio che servirla in più fasi – con interruzione rilevante. Perché se c’è qualcosa che fa felice il lettore è un significativo e bel crescendo di tensione.

E noi vogliamo sempre far felice il lettore, giusto? Felice in quella maniera che lo spinge a mangiarsi le unghie, ma felice.

CDSF

InsanityDicesi “Fase Che Diamine Sto Facendo” (o più brevemente Fase CDSF) il momento in cui, nel corso della stesura, la domanda titolare s’impone con ubiqua e perentoria petulanza, obnubilando qualsivoglia barlume di giudizio, buon senso, ragionevolezza, senso delle proporzioni e senso dell’umorismo.

È tristemente caratteristico di questa condizione che, per un combinarsi di fenomeni psicologici, auditivi nonché ottici, essa (la domanda titolare) si manifesti in molteplici forme e sconsolante insistenza, in guisa di Lieve Ossessione, Pensiero Ineluttabile, Coro Greco, Formazione Nuvolosa a Cirrocumuli, Trenodia Sinfonica et caetera similia. La presenza di Punti Interrogativi in quantità variabile – talora, seppur non di frequente, accompagnati da Punti Esclamativi, può costituire un indice empirico della gravità della condizione stessa.

L’insorgere della Fase CDSF , seppure tipico della maggior parte delle produzioni per iscritto, soprattutto a carattere fittizio, non trova sede preferenziale in alcuno stadio specifico della stesura. La letteratura riporta abbondanti casi di Fase CDSF manifestatasi all’inizio, verso la fine, a mezza strada e in ogni possibile punto tra quelli indicati. Il Lettore valuti da sé se sia cosa buona o cattiva che essa capiti a un quarto della Quarta Stesura…

Una volta prodottasi, la Fase CDSF tende a produrre Riletture Sconsolate, Crolli di Fiducia, Improvviso Disgusto, Caspar_David_Friedrich_-_Wanderer_above_the_sea_of_fogUmor Tetro, Risatelle Tragiche, Passeggiate sulle Scogliere, Decisioni Epocali, Ripensamenti Drastici, Ansia da Scadenza, Autocommiserazione, Cupaggine Generale, Mancanza d’Appetito oppure Voracità Invereconda, Rimuginamenti Mentali, Orali o Scritti, Afferramento di Tende, Aneliti di Tabula Rasa, Aneliti di Tutt’Altro – e tutta un’ulteriore varietà di sintomi individuali, in combinazioni ancora non censite dalla scienza.

La condizione, soprattutto quando accompagnata da Autocommiserazione, è passibile di svilupparsi in un’ulteriore  fase chiamata Come Ho Mai Potuto Pensare d’Imbarcarmi in un Arnese Simile – e, nei casi più gravi,  si è segnalato l’insorgere di una fase Non Scriverò Mai Più Una Singola Parola. Remota – ma non trascurabile – è la possbilità di associazione con il temuto Blocco dello Scrittore. Gli studi in materia di correlazione tra le due condizioni non sono a tutt’oggi conclusivi, ma emerge una tendenza a vedere nella Fase CDSF più un prodromo che una causa del BdS.

Imprevedibilmente variabile è altresì la durata della Fase CDSF – da poche ore a qualche settimana nella maggior parte dei casi.

Tea&BiscuitsCome molte Afflizioni dello Spirito (e dello Spirito Scrivente in particolare), questa condizione si combatte con generose applicazioni di Tè Bollente, Biscotti, Musica e Ore di Sonno. Settori della Scuola Anglosassone, tuttavia, tendono ad equiparare nel trattamento la Fase CDSF al Raffreddore Comune che, secondo il Vecchio Adagio, a curarlo passa in una settimana – e, a non curarlo, invece pure.

Studi recenti hanno dimostrato l’efficacia di Distrazioni quali Docce Bollenti, Passeggiate Lontano dalle Scogliere o Attività Manuale. La presente disamina preferisce non pronunciarsi sulla pur ipotizzata utilità di Taglio del Prato e Caricamento della Lavastoviglie (qui riferiti per completezza d’argomento), ma riconosce senza riserve la bontà terapeutica di Torte al Forno, Elefanti di Terracotta, Lanterne e Teatrini di Carta.

Notasi infine come, nei casi di Esito Positivo (una percentuale felicemente elevata), la Fase CDSF tenda a risolversi in Rinnovata Fiducia, Maggiore Obiettività Relativa, Buone Idee, e temporaneo incremento del Senso delle Proporzioni.

 

 

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Divina Scrittura

La scrittura essendo stata la pietra miliare che è stata nella storia dell’umanità, non è sorprendente che molte mitologie le assegnino un’origine divina o mitica. Spesso una stessa divinità è associata alla conoscenza e alla scrittura – il mezzo per preservare e tramandare la conoscenza stessa. Altre divinità presiedono alla scrittura e all’arte, ma ci sono anche accostamenti più bizzarri e sovrapposizioni.

Nabu.pngIn Mesopotamia troviamo una certa abbondanza, il che non è sorprendente: a Nidaba, dea sumera della scrittura e dell’insegnamento, scriba e cronista degli dei, protettrice e divina istruttrice degli scribi, che spesso concludevano i loro documenti lodandola, si accosta prima e poi sostituisce il babilonese Nabu, dio della saggezza, oltre che della scrittura, incaricato, tra l’altro, di scrivere il fato di ogni uomo su una tavoletta d’argilla. In una funzione paragonabile a quella delle Moire/Parche/Norne, Nabu decreta la durata della vita di ciascuno, con la differenza che mentre nel mondo greco-romano e in quello germanico il destino individuale è filato, in ambito mesopotamico esso è scritto. Ma ancora non basta. Altro dio, altra sfumatura: i Nabatei, popolo di mercanti, assegnano al loro dio Al-Kutbay la protezione della scrittura, della conoscenza, ma anche del commercio e della profezia.Seshat.jpg

Divinità simili abbondano anche in Egitto, a cominciare da Thot, altro saggio scriba superno, inventore dei geroglifici e, non a caso, interprete della volontà di Ra presso gli uomini, iniziatore di tutte le scienze e delle arti oratorie, protettore della scrittura e della lettura, misuratore cosmico. Anche Thoth, come Nabu, originava da una divinità femminile equivalente e più antica: la protettrice della conoscenza Seshat, che aveva gli stessi attributi e le stesse funzioni, più una: quella di segnare (anche se non propriamente scrivere) la durata della vita del faraone. Ci vollero intere dinastie perché Thoth soppiantasse Seshat, che in seguito venne indicata come sua figlia o consorte.

Queste divinità (o quanto meno le loro versioni maschili) vengono associate in età ellenistica a Hermes/Mercurio o Apollo. Poco importa che Atena/Minerva sia la dea della saggezza e della conoscenza: la creazione della scrittura è attribuita ad altri abitanti dell’Olimpo legati alla poesia, al commercio, ai messaggi, alle menzogne… però, significativamente, a donare la scrittura agli uomini non è nessun dio, bensì il titano filantropo Prometeo, che per emancipare gli uomini li provvede del fuoco e dell’alfabeto. Poi, in ambito greco-romano abbiamo anche divinità specificamente deputate ad occuparsi di letteratura: Calliope per la poesia epica, Euterpe ed Erato per la poesia lirica ed amorosa, Melpomene per la tragedia, Talia per la commedia, ma tra tutte, soltanto Calliope ha tra i suoi attributi uno strumento di scrittura: una tavoletta.

Ganesha.jpgNel pantheon indù, la bellissima Saraswati è la dea della conoscenza, della prosa, della poesia e della musica – divinità letteraria se non proprio della scrittura. Suo fratello Ganesha dalla testa d’elefante è il protettore delle lettere, colui che gli scrittori invocano prima di scrivere. Considerando che è anche il dio degli inizi e degli ostacoli, non saprei immaginare divinità più appropriata.

Poi si potrebbero considerare il celtico Oghma, nerboruto ed eloquente creatore di alfabeti, i nordici Odino, dio della conoscenza universale e della poesia, e Bragi, dio dell’eloquenza e della poesia, narratore, bardo, cantastorie, e l’Irlandese Brigid, signora delle fiamme e della poesia… Prometeo.jpg

È affascinante vedere come poesia, conoscenza ed eloquenza siano legate alla tradizione orale nelle religioni nordiche e alla scrittura in quelle mesopotamiche e mediterranee. E ancora più affascinante forse è vedere come solo i Greci, questi magnifici antropocentristi, abbiano fatto della scrittura non un dono degli dei ma una conquista dell’umanità e un passo della sua emancipazione.

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Le Gioie del Freewriting (Parte IV)

Parte quarta, per l’appunto – e, per come pare adesso, ultima. Un’ultima domanda di D. a proposito dei prompts di cui parlavamo lunedì :

E, volendoli usare, dove si trovano questi prompts?

promptsOh, ovunque. Soprattutto in Inglese, devo dire – ma la più superficiale delle ricerche su Google alla voce “writing prompts” produrrà un gazillione di risultati. Dopodiché non tutti sono altrettanto buoni e non tutti saranno adatti a voi. Alcuni saranno troppo dettagliati o specifici, alcuni troppo generici… Può volerci qualche tentativo per trovare quello che fa al caso vostro. Per dire, per errori e tentativi ho scoperto che mi annoio rapidamente di quelli costituiti da una sola parola – che trovo inconsistenti – e che, per quanto possano essere belli, di quelli visivi non so troppo bene che fare… Sì, perché esistono anche collezioni di prompts visivi – e se è così che funzionate, potete trovarne all’infinito su Google o su Pinterest. Ma personalmente, quando vedo un’immagine, sono per lo più indotta a raccontare la storia di cui può fare parte – e non è quel che cerco dalle sessioni di Freewriting. Dopodiché, se invece questo genere di cose è la vostra tazza di tè, go ahead: insisto nel dire che la pratica funziona tanto meglio quanto più la si adatta alle proprie esigenze. Io mi trovo molto bene con A Writer’s Book of Days, di Judy Reeves – che offre un sacco di idee, istruzioni e chiarimenti sul FW, ma soprattutto prompts giornalieri che riescono ad essere vari in natura ed argomento, stimolanti e abbastanza duttili da poter essere adattati a quel che si vuole. E un altro metodo che mi piace è quello di aprire il dizionario a caso e pescarne due parole – per esempio la prima della prima pagina e l’ultima della seconda… Fate voi. Due, non una: sono l’accostamento e le connessioni a produrre possibilità, idee ed eventuali bizzarrie…

E per finire – e ricapitolare – tre domande in una da parte di A.:

Funziona davvero? Funziona sempre? Funziona per tutti?Unicure

Per funzionare davvero, funziona eccome. Per una quantità di cose diverse, dalla prima stesura di una scena agli esperimenti su una voce, un colore o una modalità narrativa, dal riscaldamento prima di una sessione di scrittura, al superamento del blocco dello scrittore – quella cosa che tutti i manuali ci assicurano essere puramente mitologica, epperò capita. E con un’infintà di altri usi in mezzo, comprese – ne sono certa – un sacco di possibilità che non mi è mai capitato o venuto in mente di provare. At the very least, serve da esercizio quotidiano: Nulla dies sine linea, sapete. E il fatto che Plinio il Vecchio parlasse di pittura, non significa che il principio non si applichi anche alla scrittura. Che funzioni sempre, non è detto: non è come prendere un analgesico o infilare la monetina nel distributore automatico. Una cosa però è certa: quanto più lo si fa, tanto meglio funziona. Questione di allenamento, se volete. Quanto al funzionare per tutti… Che devo dire? Probabilmente no. Credo che nulla funzioni sempre per tutti in assoluto – e di certo non necessariamente nello stesso grado. Quello che posso dire è che, quando funziona, i benefici e i risultati sono tali che vale la pena di provarci. Di provarci con qualche impegno, e non una volta sola. Di sperimentare, adattare e cambiare e perseverare. Male di certo non vi farà.

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